mercoledì 30 novembre 2011

UNA SOVRANITA' CHIAMATA DEBITO di Etienne Balibar


UNA SOVRANITA' CHIAMATA DEBITO

di Etienne Balibar

Che cosa è accaduto in Europa, tra la caduta del governo greco e italiano, e il disastro della sinistra spagnola alle elezioni di domenica scorsa? Una peripezia nella piccola storia dei rimpasti politici che si estenuano a inseguire la crisi finanziaria? Oppure il superamento della soglia nello sviluppo di questa crisi che ha compromesso irreversibilmente le istituzioni e le loro modalità di legittimazione? A dispetto delle incognite, bisogna rischiare un bilancio.
Le peripezie elettorali (quelle che forse ci saranno anche in Francia tra sei mesi) non richiedono grandi commenti. Abbiamo capito che gli elettori giudicano i loro governi responsabili dell’insicurezza crescente nella quale vive oggi la maggioranza dei cittadini dei nostri paesi e non si fanno troppe illusioni sui loro successori. Bisogna però contestualizzare: dopo Berlusconi, si può capire che Mario Monti, almeno in questo momento, batta ogni record di popolarità. Il problema più serio riguarda però la svolta istituzionale. La congiuntura delle dimissioni avvenuta sotto la pressione dei mercati che fanno alzare o diminuire i tassi di interesse sul debito, l’affermazione del «direttorio » franco-tedesco nell’Unione Europea, e l’intronizzazione dei «tecnici » legati alla finanza internazionale, consigliati o sorvegliati dall’Fmi, non può evitare di provocare dibattiti, emozioni, inquietudini e giustificazioni.

Una strategia preventiva

Uno dei temi più frequenti è quello della «dittatura commissaria» che sospende la democrazia al fine di rifondarne la stessa possibilità, nozione definita da Jean Bodin all’alba dello Stato moderno e più tardi teorizzata da Carl Schmitt. Oggi i «commissari» non possono essere militari oppure giuristi, ma sono economisti. È quello che ha scritto l’editorialista di Le Figaro il 15 novembre scorso: «Il perimetro e la durata del mandato (di Monti e di Papademos) devono essere sufficientemente estesi per garantirgli l’efficacia».
Ma entrambi devono essere limitati per assicurare, nelle migliori condizioni, il ritorno alla legittimità democratica. Non è concepibile pensare di fare l’Europa sulle spalle dei popoli». A questa citazione, io ne preferisco un’altra: quella di una rivoluzione dall’alto che, sotto la frusta della necessità (il crollo annunciato della moneta unica), starebbe tentando i dirigenti delle nazioni dominanti e la «tecnostruttura» di Bruxelles e di Francoforte. Sappiamo che questa nozione, inventata da Bismarck, indica un cambiamento della struttura della «costituzione materiale», e quindi degli equilibri di potere tra la società e lo Stato, l’economia e la politica, ed è il risultato di una strategia preventiva delle classi dirigenti.
Non è questo che sta accadendo con la neutralizzazione della democrazia parlamentare, dei controlli sul bilancio e sulla fiscalità da parte dell’Unione Europea, la sacralizzazione degli interessi bancari in nome dell’ortodossia neo-liberista? Queste trasformazioni sono senz’altro in gestazione da molto tempo, ma esse non erano mai state rivendicate nei termini di una nuova configurazione del potere politico. Wolfgang Schäuble non ha quindi torto quando presenta come una «vera rivoluzione» l’elezione del Presidente del Consiglio Europeo a suffragio universale che conferirebbe al nuovo edificio un alone di democrazia. Salvo che questa rivoluzione è già in corso o, perlomeno, è già stata abbozzata.
E tuttavia, non bisogna nascondere che il tentativo è tutto tranne che sicuro di andare a buon fine. Tre sono gli ostacoli che ne bloccano il percorso e che possono collaborare ad aggravare la crisi, e quindi la «fine» dell’Europa come progetto collettivo. Il primo riguarda il fatto che nessuna configurazione istituzionale può, per definizione, «rassicurare i mercati» - nome in codice per fermare la speculazione – perché i mercati sono alimentati dai rischi del fallimento come dai ricavi che essi offrono a breve termine. Questo è il principio della proliferazione dei «prodotti» derivati e dello spread sui tassi d’interesse sul debito. Le istituzioni finanziere che alimentano lo shadow banking hanno bisogno di portare i bilanci nazionali sull’orlo del collasso, nonostante le banche abbiano bisogno di contare sugli Stati (e i contribuenti) in caso di crisi di liquidità. Ma le une come le altre formano un circolo finanziario unico. Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in questione, nessuna «soluzione» sarà possibile. Ma la governance attuale esclude a priori questa ipotesi, e per questo sacrificherà l’intera crescita a tempo indeterminato. Il secondo ostacolo è l’intensificazione delle contraddizioni intra-europee.
Non solo l’«Europa a due velocità » esiste nei fatti, ma essa si trasformerà in un’Europa a tre o quattro velocità, rischiando in ogni momento l’esplosione. Tra i paesi che fanno parte della zona euro, alcuni (i subappaltatori dell’industria tedesca ad Est) cercheranno un surplus d’integrazione, mentre gli altri (innanzitutto il Regno Unito) a dispetto della loro dipendenza dal mercato unico, saranno spinti a rompere o a sospendere la loro partecipazione.
Quanto al meccanismo delle «sanzioni» annunciate contro i cattivi allievi del rigore di bilancio, è illusorio pensare che toccherà solo qualche periferia. Basta vedere dove ha già portato una Grecia esangue, sull’orlo della rivolta, per immaginare gli effetti di una generalizzazione delle stesse «ricette » all’Europa intera. Last but not least, il «direttorio» franco-tedesco, già scosso dal dissidio sul ruolo della Banca Centrale, ha pochissime speranze di rafforzarsi in queste prove, a dispetto degli interessi elettorali dei suoi membri, e in particolare del Presidente francese.

Il ricatto del caos

Ma l’ostacolo più difficile da superare sarà quello delle opinioni pubbliche. Il ricatto del caos, la minaccia continuamente ribadita di un degradazione del debito, possono tetanizzare i riflessi democratici, ma non possono rinviare all’infinito la necessità di ottenere una sanzione popolare che ottenga una riscrittura dei trattati, anche se «limitata». Ma oggi qualsiasi consultazione rischia di ritorcersi contro questo stesso progetto, com’è già avvenuto nel 2004. Alla crisi strategica si aggiungerà quella della rappresentanza, anch’essa molto avanzata. Non sorprende che, in simili condizioni, si facciano sentire alcune voci critiche, anche se vanno in direzioni opposte.
Da una parte c’è chi, come Jürgen Habermas, sostiene il «rafforzamento dell’integrazione europea »,ma dice che essa è possibile solo a condizione di una tripla «ridemocratizzazione »: riabilitazione della politica contro la finanza, controllo delle decisioni centrali attraverso una rappresentanza parlamentare rafforzata, ritorno alla solidarietà e alle riduzioni delle disuguaglianze tra i paesi europei. Dall’altra parte (e penso ai teorici francesi della «demondializzazione ») c’è chi vede nella nuova governance la realizzazione dell’assoggettamento dei popoli «sovrani» ad una costruzione sovranazionale che non può servire ad altro che al neo-liberismo e alla sua strategia di «accumulazione attraverso l’espropriazione ». Le prime voci sono chiaramente insufficienti, mentre le seconde si espongono pericolosamente al rischio di fondersi con nazionalismi potenzialmente xenofobi.

L’indignazione che verrà

Il grande problema è capire come si orienterà la «rivolta dei cittadini», che Jean-Pierre Jouet qualche giorno fa non ha avuto paura di definire nell’atto di scontrarsi contro la «dittatura dei mercati» di cui i governi sono oggi gli strumenti. La loro rivolta si scaglierà contro la strumentalizzazione del debito che supera le frontiere, oppure vedrà nella costruzione europea in quanto tale un rimedio peggiore del male? Oppure cercherà, dove la gestione della crisi investe i poteri di diritto o di fatto, di costruire contro- poteri, non solo costituzionali, ma anche autonomi e, se sarà possibile, insurrezionali?
O, ancora, si accontenterà di rivendicare la ricostruzione del vecchio Stato-Nazione e sociale, oggi corroso dall’economia del debito, oppure cercherà alternative socialiste e internazionaliste, adottando i fondamenti di un’economia dell’uso e dell’attività all’altezza della mondializzazione, di cui l’Europa non è in fondo altro che una provincia? C’è da scommettere che l’estensione e la distribuzione in Europa delle disuguaglianze e degli effetti della recessione (in particolare della disoccupazione) saranno il fattore determinante per rimuovere le incertezze. Ma è dalla capacità di analisi e di indignazione degli «intellettuali» e dei «militanti» che emergeranno – o meno - i mezzi simbolici.



(traduzione di Roberto Ciccarelli)
 
da "Il Manifesto" 29 nov.2011

martedì 29 novembre 2011

MONTI NON E' IL MENO PEGGIO E' L'ULTIMO RANTOLO PRIMA DEL BALLO DI SAN VITO



MONTI NON E' IL MENO PEGGIO
E' L'ULTIMO RANTOLO PRIMA DEL BALLO DI SAN VITO
di Giulietto Chiesa


Il punto di partenza di questo ragionamento è una constatazione: nel 2007 è sopravvenuto il crollo repentino del sistema finanziario mondiale (sarebbe più preciso dire del sistema finanziario occidentale, perché la Cina e altri paesi del mondo emergente sono rimasti per ora fuori dalla catastrofe, per diversi motivi che non è possibile qui approfondire). Alla fine del 2007, in sostanza, tutte le grandi banche d’investimento, e affini, che rappresentano il vero potere mondiale al momento attuale - di gran lunga più potenti di quasi tutti i più forti paesi dell’occidente, e indifferenti al destino di questi ultimi - sono andate in fallimento.

La prima cosa da rilevare – ed è molto importante sottolinearlo – è che la finanza mondiale è crollata per cause interne, endogene. Non ha subito minacce da un qualche “esterno” ostile. È affondata da sola. Il che si può anche esprimere in termini economici, con la formula di “crisi sistemica”. Perfino il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha usato recentemente questa definizione. Che significa che una semplice cura (cura da crisi ciclica, cura da crisi di sovrapproduzione, etc.) non basterà per risollevarne le sorti. Anzi, si può dire, al contrario, che è ormai impossibile salvare il sistema, che si è rotto irrimediabilmente perché ha in sé la causa della sua fine.
Le cause di questo disastro sono da analizzare, ma qualche data di riferimento è già possibile individuarla. La più importante delle quali è il 12 novembre 1999, quando il presidente William Jefferson Clinton promulgò la legge Gramm-Leach-Bliley, che cancellava la legge Glass-Steagall del 1933 e dava licenza alle banche d’investimento e a tutta una serie di operatori finanziari, di lanciarsi in ogni forma di attività speculative.
I disastri successivi della finanza americana sono noti, anche se non sono stati abbastanza studiati. Nel 2001 crolla la Enron Corporation, dopo che erano già crollati altri giganti come la LTCM (Long Term Capital Management). Sono solo alcuni esempi dei molti eventi nuovi che cominciarono a palesarsi. Anche in funzione e come effetto di altre norme ultra-liberalizzatrici , come il Commodity Futures Modernization Act (CFMA), anch’esso firmato da Clinton nel 2000, poco prima di lasciare il suo secondo mandato, che legalizzava quasi totalmente la sottrazione da ogni forma di controllo di tutti i prodotti finanziari derivati , sia da parte della Security Exchange Commission (SEC), sia dalla Commissione che controllava il commercio dei futures.
Fu così che prese avvio una forsennata, davvero demenziale, moltiplicazione di derivati finanziari che venivano trattati fuori dalle borse e fuori da ogni controllo. Per rendersi conto di cosa è avvenuto (e di cosa sta continuando ad avvenire mentre scrivo queste righe) basti rilevare che dal 2000 alla metà del 2008 (anno del fallimento globale) questo tipo di operazioni balzarono da circa 100 trilioni di dollari a 684 trilioni.

Ora io affermo che la causa della crisi sistemica attuale deriva dalle decisioni sopra ricordate, che hanno prodotto una liberalizzazione completa dei movimenti di capitali e di creazione di derivati: decisioni che hanno creato le premesse per una smisurata crescita del debito mondiale.

Così, alla “bolla” tecnologica, che produsse il crollo del NASDAQ, seguì poi la bolla dei subprime, che ha portato al crack di quasi tutti i principali protagonisti della finanza occidentale. Questo ha condotto, come sappiamo, alla liquidazione di un gruppo ristretto di questi giganti: sono stati sacrificati, sull’altare della follia, Bear Sterns, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers, ma altri giganti, prima di tutto Goldman Sachs, si sono salvati e hanno continuato a prosperare.
Quello che qui importa sottolineare, di nuovo, è che le regole non sono state mutate affatto. Bisogna trovare una risposta a questa domanda. E la risposta è semplicissima. I “proprietari universali” non lo hanno permesso. Aggiungo: non c'è alcuna ragione per pensare che lo faranno in futuro.

Barack Obama non ha mosso una virgola in questa direzione. E, sotto la sua guida, la Federal Reserve ha erogato (tra il dicembre 2007 e il giugno 2010) la fantastica cifra di 16 trilioni di dollari, a tasso d’interesse uguale a zero, a tutte le più importanti banche d’investimento dell’Occidente. A partire dal gigantesco flusso che erogava a Citigroup 2,3 trilioni di dollari. Tra gli altri, poco meno di un trilione (864 miliardi $) è transitato sui pingui conti di Goldman Sachs.
Le cose curiose sono numerose: la prima è che la Federal Reserve ha rivelato con ciò stesso di essere la banca di tutto l'occidente, il vero e unico prestatore in ultima istanza (e che, se questo stato di cose non cambierà, il sistema è destinato a un crollo globale per molte e convergenti ragioni, la prima delle quali è che gli interessi attuali degli Stati Uniti non coincidono più, ad esempio, con gl'interessi dell'Europa). La seconda è che la manovra è stata fatta segretamente, e in violazione delle stesse leggi americane, che prevedono l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti per operazioni anche di gran lunga inferiori quanto a dimensioni. La terza è che la Federal Reserve ha ricapitalizzato non solo le banche d’investimento americane, ma tutte le più importanti banche occidentali. Fanno parte dell’elenco, infatti, giganti “europei” come Deutsche bank, Paribas, Union des Banques Suisses, Credit Suisse, Barclays, the Royal Bank of Scotland etc
Questa mossa è il riconoscimento del fallimento globale della finanza americana. Ovvio che non potesse essere resa pubblica, finché qualche benemerito parlamentare non ha costretto la FED a tirare fuori le carte. Ma altrettanto ovvio che, senza cambiare le regole, le banche ricapitalizzate avrebbero continuato a muoversi verso il precipizio alla stessa velocità. Solo che gli asset tossici americani, già sparpagliati su tutto il mercato globale, non potevano e non possono più essere venduti, perché non ci sono più compratori disposti ad acquistarli.
In una certa parte sono stati assorbiti dalla Federal Reserve. Ma gli altri sono rimasti e sono carta straccia inutilizzabile. In sostanza il volume del debito, già spropositato (si calcola da più parti che abbia ormai superato di almeno una quindicina di volte il prodotto interno lordo mondiale, scavando un fossato incolmabile tra il mercato dei beni e servizi materiali e un mercato finanziario sempre più fittizio e irreale) si va ulteriormente ingigantendo.
Chiunque dovrebbe capire che la tenuta di questa nuova bolla, dalle dimensioni senza alcun precedente, non può durare a lungo. E, quando esploderà, l’effetto si annuncia ben più grave del crollo del 1929.
È in questo contesto che esplode il problema dei debiti sovrani europei. La Grecia ha svolto il ruolo di prima vittima, di cavia sperimentale. Ma, se si capisce il meccanismo, si vedrà subito che la questione è di vita o di morte per la sopravvivenza degli Stati europei, di tutti (in quanto Stati sovrani come li conosciamo al momento), e per la sopravvivenza stessa di una Europa sovrana, composta di Stati sovrani.
Non si vede infatti come possa esistere una Europa sovrana se essa risulterà composta di stati assoggettati a logiche e interessi “esterni”, in quanto non sottoposti ad alcuna verifica di legittimità democratica da parte dei rispettivi popoli, che rimangono l'unica sorgente di potere, ma ormai vengono sopravanzati da una logica tecnocratica che non intende e non può più dare spazio ad alcun controllo dal basso del suo operato.
L'origine di questa crisi è, a mio parere, il derivato di un tentativo disperato delle grandi banche d'investimento di riprendere la corsa forsennata a redditività "over 15%"(il famoso ROE, ovvero Return on Equity), nelle condizioni in cui la crescita dell'intero occidente (sempre che ce ne sia una) è ormai confinata nei decimali dell'unità. Se c'è una prova della follia, sta proprio in questa assurda pretesa.
L'occasione era già stata preparata nel momento stesso e nel modo in cui fu concepito l'euro. Fu in quel momento, alla fine degli anni '90, che l'Europa autorizzò le banche d'investimento del pianeta a considerare a zero rischio i debiti dei paesi dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
Come scrive il New York Times in un articolo assai rivelatore dell'11/11/11, erano loro quelli che “made it”, che avevano fatto il grande passo di creare una moneta nuova. Che, nelle intenzioni di alcuni, avrebbe dovuto diventare un alter ego del dollaro, nelle intenzioni di altri un contraltare del dollaro, un'alternativa alla divisa statunitense. Ma in ogni caso si trattava di un'operazione dall'evidente significato globale e occorreva lanciare in tutte le direzioni un messaggio di assoluta sicurezza: noi saremo in grado di proteggere tutti da ogni fallimento. Appunto: i capitali che arriveranno qui saranno assicurati al 100%: rischio zero.
Adesso sappiamo che si sbagliarono di grosso. Ma allora sembrava il contrario, e non ci furono voci che misero in discussione quell'assunto.
Le grandi banche d'investimento, quelle americane in primis (ma anche quelle europee, i gestori dei fondi pensione, dei fondi comuni, delle compagnie di assicurazione, tutti emergenti dal disastro dei subprime che si erano sparsi come un'epidemia su tutti i mercati), si precipitarono a piazzare le loro liquidità (o, più brutalmente, nell'aprire altri debiti) nell'acquisto dei bonds europei.

E, come di nuovo scrive il New York Times nell'articolo citato (“What banks once saw as safe has now turned toxic”. Quello che le banche avevano considerato sicuro, si è ora trasformato in tossico), «intrappolati nel caos del subprime, i prestatori avevano visto il debito europeo come un paradiso da cui trarre profitto». E, per trarre il massimo profitto, in situazione pressoché disperata di insolvenza, ecco che, «per paura e avidità», si gettarono su quei bond che avrebbero garantito il massimo interesse. Dunque il loro obiettivo diventarono subito non i più sicuri (era stato detto che tutti sarebbero stati ugualmente sicuri, sebbene l'evidenza dicesse il contrario), ma i più redditizi. L'esempio greco è illuminante.

Ma, a parte i sesquipedali “errori” di valutazione della finanza internazionale, più simili a cecità ideologica assoluta, si vede qui in trasparenza che l'Europa odierna, quella di Lisbona, altro non è che il luogo dove le decisioni dei “proprietari universali” (così li chiama, opportunamente, Luciano Gallino) vengono trasformate in leggi, cioè dove la rapina del sistema a danno degli Stati e dei popoli viene legalizzata.
Intendo precisare che la finanziarizzazione del debito pubblico degli Stati non è stato un incidente di percorso, né un portato oggettivo di tendenze inevitabili. Essa è stata introdotta da noi con una decisione politica precisissima, ben meditata e preparata. Questa decisione politica si chiama Trattato di Maastricht e, per realizzarla, sono state spese risorse enormi, un esercito di propagandisti e zelatori è stato messo in movimento, armato e finanziato da decine di centri di influenza, di think-tanks, di lobbies.
Qui varrebbe la pena di analizzare in dettaglio come funziona la macchina che ha prodotto una tecnocrazia di “posseduti” dal denaro.
Una rete di rapporti che copre tutte le assemblee elettive europee, i governi, le coorti di funzionari provenienti dai centri universitari sotto il controllo della finanza, le commissioni governative, i dipartimenti della Commissione Europea, i dirigenti dei partiti politici.
Questo campo di forze è stato cementato dall'ideologia della insostituibile efficienza dei mercati finanziari, dalla sacralità delle valutazioni delle agenzie di rating, dall'ideologia della crescita, mantra che porta in sé una serie di corollari dogmatici assoluti: la inevitabilità della globalizzazione, l'interesse superiore che deve annullare, in nome della stessa crescita, ogni pretesa di “particulare”, di “local”, di non standardizzato. Cioè, per definizione di questo stuolo di sacerdoti della religione del dominio finanziario, ostile all'efficienza, cioè ostile alla “razionalità della rapina”.
È con questa micidiale rete di pressioni che il ristrettissimo vertice dei “proprietari universali” riesce a far passare la propria visione del mondo. È mediante questo esercito di “posseduti”, del quale sono parte integrante i massimi dirigenti politici dei partiti di destra e di sinistra, dei ministri di ogni ordine e rango, dei vertici militari e dei servizi segreti, degli ambiti accademici più importanti e meglio retribuiti che è passata l'ideologia del pensiero unico finanziario.
Il risultato è stato ottenuto, e ben prima di questa crisi. Il Trattato di Maastricht vieta alle banche centrali di finanziare direttamente gli Stati, obbligandoli, letteralmente, a cercare prestatori nei mercati finanziari.
Il debito degli Stati si trasforma così in una merce finanziaria, che può essere comprata e venduta su ogni mercato, può essere oggetto di speculazione e scommessa, può essere spezzettata in parti e inserita in “pacchetti” di derivati, districare la cui composizione diventa impossibile a chiunque.
I destini sottostanti dei popoli, delle donne e uomini in carne ed ossa, vengono totalmente oscurati. Ciò che rimane visibile sono le sequenze di valutazioni delle borse che ormai sfilano sotto gli occhi dei telespettatori nella stazioni ferroviarie, sui treni, in ogni programma informativo. È l'ipnosi di massa cui è impossibile sottrarsi. Il tenore di vita di milioni e milioni di individui viene sconvolto in base a meccanismi che paiono inesorabili, comunque sconosciuti alle grandi masse, spesso manovrati da pochissime mani, spesso addirittura frutto di elaborazioni automatiche di computer opportunamente preparati.
Sono decine gli esempi che potrebbero essere portati per svelare il meccanismo del dominio dei “proprietari universali”, un dominio che ha già annullato da tempo ogni illusione di democrazia. La democrazia liberale, la divisione dei poteri, sono stati da tempo sostituiti da meccanismi decisionali che scavalcano ogni forma di controllo. Nell'utilissimo libro di Luciano Gallino intitolato “ Con i soldi degli altri ”, vengono portati esempi al tempo stesso agghiaccianti e illuminanti di come l'Europa, cioè il Consiglio, la Commissione, il Parlamento usino commissionare la stesura delle regole a gruppi privati di “esperti”, che sono, tra i “posseduti”, i più direttamente legati proprio ai grandi centri finanziari.
È superfluo notare che normative cruciali sono state fatte passare nella più grande ignoranza della stragrande maggioranza degli stessi parlamentari europei, che votano quasi tutto ciò che viene loro proposto senza sapere cosa votano e come è stata confezionata la polpetta avvelenata che viene loro proposta, compilata in uffici privati, a loro volta profumatamente retribuiti per organizzare la rapina su pubblici ignari.
Alla luce di tutto questo, non dovrebbe stupire il fatto nuovo che stiamo registrando: di fronte a una crisi che diventa sempre più ingovernabile, i “proprietari universali” appaiono costretti a portare al potere, direttamente nei singoli Stati, i loro uomini più fidati.
La politica tradizionale, negli Stati più deboli, è troppo corrotta e inefficiente, troppo necessitata dallo scendere a patti – nel modo più indecoroso, naturalmente, cioè con il voto di scambio – per poter consentire la macelleria sociale necessaria. Quindi si va verso “governi tecnici” (presentati cioè come tali, ma niente affatto tecnici) guidati da uomini di assoluta fiducia, che devono agire al di fuori delle norme democratiche precedenti. L'arrivo al potere in Grecia di Lucas Papademos (ex governatore della Banca Centrale Greca dal 1994 al 2002, cioè uno degli organizzatori dei conti truccati fatti da Goldman Sachs, che hanno aperto l'offensiva contro Atene), di Mario Draghi al vertice della Banca Centrale Europea (uomo di Goldman Sachs, come vice-presidente per l'Europa dal 2002 al 2005, stessi anni in cui si realizza l'affondamento greco), di Mario Monti alla testa del governo Napolitano (anche Monti, che dal 2005 era consigliere internazionale della stessa Goldman Sachs): tutti questi avvicendamenti, accompagnati dalla ripetizione che si devono adottare “misure impopolari”, cioè misure antipopolari, e che non si deve assolutamente chiedere il parere dei popoli, cioè niente elezioni, niente referendum, solo decisioni “tecniche” per realizzare la T.I.N.A. (There Is No Alternative), dimostrano che la situazione è divenuta ormai ingovernabile e che i poteri forti hanno scelto di adottare misure energiche per affrontare l'imprevisto.

Tra le misure energiche, ovviamente, non è previsto il cambio delle regole vigenti. Se non nel senso, del tutto opposto, di trasformarle in leggi universali alle quali non sarà possibile sfuggire. Non è un caso che i governi di Grecia e Italia siano stati di fatto commissariati dalla Banca Centrale Europea (e da Goldman Sachs), invertendo quasi comicamente il dogma già elevato sugli altari bancari dell'occidente: la Banca Centrale dev'essere del tutto indipendente dai poteri politici. Adesso i poteri politici sono diventati dipendenti da quelli della Banca Centrale, al punto che è quest'ultima che decide come si formano e come devono essere esautorati.
In fila, ad aspettare la loro sorte, ci sono Spagna, Portogallo, Irlanda. E, tra non molto, anche Francia e altri. Dunque il costo del presunto risanamento (comunque impossibile perché la massa del debito e di diversi ordini di grandezza superiore alle possibilità tecniche di ripianarlo) deve ricadere sulla gente comune europea. Questo, a sua volta, significa la rottura del patto sociale che ha retto la costruzione europea negli ultimi cinquant'anni. In particolare questa rottura sarà percepita subito dai paesi dell'Europa occidentale, che hanno potuto apprezzare i vantaggi del welfare state. Il resto dei 27 percepirà con qualche ritardo, ma non potrà uscirne meglio.
Resta il grande interrogativo: quale sarà la reazione popolare a questa svolta, sicuramente drammatica? Il quadro visibile dice che, in questo momento, in Europa non esiste una opposizione organizzata, continentale, a questa svolta.

I partiti delle sinistre si rivelano imbelli e privi di ogni visione alternativa. Le leadership, sia di destra che si sinistra, non solo non si rivelano all'altezza, ma danno l'impressione di non capire nemmeno quello che sta accadendo.
E neanche questo deve stupire. Essendo essi “posseduti”, non fanno che riflettere l'incertezza e il panico che pervade i “proprietari universali” loro committenti.
Si danno due esiti possibili: nel primo i popoli europei saranno schiacciati, cioè divisi, manipolati e repressi, con varie gradazioni di ciascuna di queste componenti. Oppure reagiranno. Ma, privi di guida come sono, lo potranno fare solo in forme confuse, senza obiettivi politici comuni, senza una “visione strategica”. Il rischio è una generale deriva a destra, verso forme xenofobiche, reazionarie, isolazioniste, primitive. E, anche questa è la premessa per una sconfitta epocale, che precede una catastrofe continentale: in primo luogo dei diritti e delle libertà, in secondo e immediato luogo, delle condizioni sociali di larghissime masse di popolo.
Tutto ciò impone una riflessione di tutti coloro che, invece di piangere e deprecare, si pongo il problema del che fare. Quello che manca è un grande partito europeo di alternativa. Un “Partito dei Popoli Europei”. Da creare nei tempi più rapidi possibile. I movimenti, per lo più giovanili, che si stanno formando, possono esserne la base. L'essenziale è non illudersi che, da soli, possano produrre questo partito europeo.
Ma la cosa più grave è che, con queste ricette (quelle di Draghi, Monti e Napolitano, cioè quelle della finanza vincente) non si risolverà nulla. Tutte le chiacchiere con cui viene ammantata la serie delle misure anti-popolari sono fondate sull'ipotesi di una futura crescita economica. Ma tutto ciò che sappiamo è che l'Europa sta andando in recessione, tutta intera. La stessa locomotiva tedesca è prevista in crescita, per il 2012, dello 0,8%, che equivale alla stagnazione. Per gli altri è peggio. Dunque impostare sulla crescita un programma di sacrifici a intere popolazioni, per salvare le banche, significa costruire sulla sabbia. Tra una manciata di mesi sarà evidente che la crisi della finanza e dell'economia occidentale è irrimediabile.



La prospettiva è un altro 1929. Solo che sarà di gran lunga più devastante. Le previsioni più attendibili vengono da un gruppo di esperti francesi (per questo solo fatto più attendibili, perché ciò che scrivono i commentatori americani e britannici è ormai quasi del tutto inattendibile) raggruppati dietro il bollettino con sigla GEAB (Global Europe Anticipation Bulletin).

Anche loro individuano una “crisi sistemica globale”. Nella quale sono già stati bruciati, dallo scorso luglio, circa 15 trilioni di dollari.  La deriva, sostengono, è inarrestabile e porterà alla sparizione nel nulla, da dove sono venuti, di altri 30 trilioni di dollari nel corso del 2012. com'è noto, sono già stati bruciati, dallo scorso luglio, 15 trilioni di dollari. Si prevede che, dopo la svalutazione reale del 50% del debito greco, seguiranno le svalutazioni, mediamente, del 30% dei debiti italiano, spagnolo, portoghese, irlandese.
Tuttavia il gruppo GEAB appare assai meno preoccupato del destino dell'euro di quanto non sia di quello del dollaro USA. Infatti – sulla base di quanto già detto in precedenza in queste righe – la detonazione dei debiti pubblici europei, oltre a mettere in crisi le banche francesi, tedesche, belghe e olandesi, produrrà l'esplosione del debito pubblico americano, data l'esposizione degli investitori istituzionali statunitensi sul debito europeo. La cifra più impressionante in merito viene dalla valutazione del debito privato negli Stati Uniti che, oltre allo stato pre-comatoso di quello pubblico, ha ormai raggiunto il 240% del PIL (basti pensare che il debito privato greco, già altissimo, raggiunge appena il 120% del PIL di quel paese. Quello italiano, si noti, è appena del 43% del PIL). La conseguenza, prevista, potrebbe essere una misura obbligata: la svalutazione del dollaro del 30% almeno, unico modo per attenuare il peso dell'indebitamento complessivo degli Stati Uniti.

In sostanza chi sta peggio non è l'Europa, ma sono gli Stati Uniti. In queste condizioni una vittoria di Obama appare sempre meno probabile. E se vince uno dei candidati repubblicani, c'è ragione di temere il peggio per il contesto internazionale. Perché anche di questo occorre tenere conto. La crisi colpisce l'economia e la finanza occidentale, ma occorre cercare di capire gli effetti che questa produrrà sul resto del mondo e sulle sue relazioni con l'Occidente. Una cosa è certa: il quadro mondiale sta entrando in una fase di vertiginosa ebollizione. È il contesto che prepara una guerra.


27 nov.2011
Dal sito  www.megachip.info

lunedì 28 novembre 2011

ECCO PERCHE' QUELLO DI FIAT E' FASCISMO AZIENDALE di Giorgio Cremaschi



ECCO PERCHE' QUELLO DI FIAT E' FASCISMO AZIENDALE

di Giorgio Cremaschi


Vorrei rispondere alle critiche che ho ricevuto per aver usato la definizione fascismo aziendale per quello che oggi sta facendo la Fiat di Marchionne.
Partiamo dai fatti. Dopo la svolta di un anno e mezzo fa, quando l'amministratore delegato del gruppo lanciò il suo diktat agli operai di Pomigliano, l'aggressione al diritto dei lavoratori si è estesa a valanga nel Paese. Altro che eccezione, come disse allora il segretario del partito democratico. Il ricatto Fiat («O rinunci ai diritti o non lavori») è diventato il leit motiv che ha guidato la più grave offensiva contro i contratti, i diritti, le leggi a tutela del lavoro dal '45 a oggi. Il sistema Pomigliano si è prima esteso a tutto il sistema Fiat e poi è diventato un modello per tutte le relazioni sindacali. L'arroganza e lo strapotere della casta dei top manager ha perso ogni senso della misura.
Cito qui, tra tanti episodi, il vergognoso licenziamento di Riccardo Antonini deciso dall'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Licenziamento avvenuto perché questo ferroviere è tecnico di parte civile per le famiglie vittime della strage di Viareggio. Il dovere della fedeltà, costi quel che costi, al capo dell'azienda e ai suoi principi è diventato la costituzione formale che ha sostituito in tanti luoghi di lavoro i principi della costituzione repubblicana.
Con l'accordo interconfederale del 28 giugno il principio delle deroghe al contratto nazionale è stato accettato da tutti i sindacati compresa la Cgil e con l'articolo 8 del decreto sulla crisi, voluto da Sacconi, si è persino stabilita la facoltà per le imprese prepotenti (e per i sindacati venduti ad esse) di non applicare più la legge dello Stato, a partire dalla tutela contro i licenziamenti.
Il dilagare del modello Marchionne ha comportato un giro di vite terribile sulle libertà dei lavoratori. Anche chi non usa quegli strumenti esplicitamente, li utilizza come minaccia. Se consideriamo che già una parte del mondo del lavoro, quello con contratti precari, è sottoposto al supersfruttamento, comprendiamo come l'attacco alla dignità delle lavoratrici e dei lavoratori sia diventato una costante comune ovunque.
In Fiat a tutto questo si aggiunge un sistema persecutorio meticoloso e raffinato, indagini sul pensiero e sui sentimenti dei dipendenti che vanno persino a rovistare su facebook. Un clima di intimidazione e di attacco alle libertà personali che si traduce nella consapevolezza che ogni lavoratore ha di essere sottoposto a un regime speciale.
I licenziamenti politici, come quelli avvenuti a Melfi, l'autoritarismo continuo, l'oppressione sul lavoro resa ancora più forte dal fatto che si continuano a chiudere fabbriche, tutto questo non è ancora fascismo.
Nel suo bellissimo ultimo romanzo "One big union" Valerio Evangelisti ci racconta le terribili lotte e le violentissime persecuzioni che subì il movimento operaio americano alla fine dell'ottocento. Marchionne e la casta manageriale che ragiona e si comporta come lui vengono da quella cultura. Da quelle campagne antisindacali fondate sulla liquidazione di chi si oppone ai voleri dell'azienda e sulla costruzione sapiente di sindacati servili per il padrone e inutili per i lavoratori. La storia della Fiat affonda in queste radici americane. Quelle che fecero sì che il presidente Roosevelt, negli anni Trenta considerasse Henry Ford un padrone autoritario da contrastare e combattere in tutti i modi.
Si può quindi definire la politica di Marchionne come una politica autoritaria, aziendalista e reazionaria, distruttrice di posti di lavoro e di diritti, senza utilizzare il termine fascismo. Perché allora l'ho usato? Perché con l'ultima decisione, quella di applicare dal 1° gennaio il contratto Fiat a tutti gli stabilimenti del gruppo, sia dell'auto che degli altri settori, l'azienda compie un passo in più.

Negli anni Cinquanta il capo della Fiat, Vittorio Valletta, usò tutte le politiche antisindacali e autoritarie, tutti gli strumenti della repressione allora conosciuti. Si fermò però di fronte ad una soglia: non abolì mai le elezioni delle commissioni interne. Anche nei periodi più bui della persecuzione della Fiom e dei comunisti e dei socialisti in fabbrica, i lavoratori periodicamente votavano per eleggere i propri rappresentanti. Marchionne ha invece abolito le elezioni. Dal 1° gennaio 2012 i lavoratori Fiat avranno solo sindacalisti nominati dall'alto, con il gradimento dell'azienda, le elezioni delle Rsu sono formalmente abolite.
C'è un solo precedente nella storia del nostro Paese che possa essere citato. Il 2 ottobre 1925, presidente del consiglio Benito Mussolini, la Confindustria e i sindacati corporativi e fascisti si accordarono per riconoscersi reciprocamente l'esclusiva nella rappresentanza sindacale. E conseguentemente abolirono le elezioni delle commissioni interne.
In un Paese ove è stata condotta una grande e giusta campagna contro i parlamentari nominati, e che però oggi subisce un governo nominato, non c'è da stupirsi se la cancellazione della democrazia formale negli stabilimenti Fiat passi sotto silenzio. Purtroppo verifichiamo ogni giorno che quando si parla di economia non c'è più la democrazia e che i principi brutali annunciati un anno e mezzo fa da Marchionne si stanno estendendo dalla fabbrica a tutta la società e a tutte le istituzioni. Per questo ho usato questo termine.
Marchionne ha dichiarato che la disdetta di tutti i contratti per imporre un nuovo sistema senza alcuna libertà formale per i lavoratori costituisce una semplice scelta tecnica. Tecnicamente è fascismo aziendale. La definizione è un po' forte, si capisce chi la critica ricordando che il fascismo è stato qualcosa di ben altro e di ben più terribile. Tuttavia io penso che debba essere usata e urlata per forare il muro dell'indifferenza e della complicità che sta coprendo il massacro delle libertà fondamentali in Fiat. In Fiat soltanto? Un'altra eccezione? Non credo proprio.


da "Liberazione"  27/11/2011

sabato 26 novembre 2011

HIERONYMUS BOSCH ED IL TRITTICO DEL CARRO


HIERONYMUS BOSCH ED IL TRITTICO DEL CARRO:
IL CAPITALISMO NORD EUROPEO ED UN AMMOMIMENTO PER IL FUTURO 
di Riccardo Achilli



Il contesto storico


Hieronymus Bosch, in realtà Jeroen Anthonizsoon van Aken, è un importante pittore olandese, la cui vita ed cui opera si collocano a cavallo di un'epoca cruciale della storia mondiale, ovvero proprio nella fase di passaggio del potere economico e dello sviluppo delle forze sociali dal declinante sistema feudale al capitalismo, anticipato dalla fase bancaria-mercantile, avviatasi già nella seconda metà del XV secolo, con la nascita, nelle Fiandre, in Francia, nella Germania meridionale, in Inghilterra, di quegli “uomini nuovi”, titolari di una ricchezza finanziaria non derivante dalla rendita terriera feudale, ma dal loro “ingegno” commerciale e mercantile, che spostano l'asse dello sviluppo economico dall'Italia e dal Mediterraneo (quindi dalle morenti potenze marinare di Venezia e Genova) verso il Nord Europa, ed in particolare l'area anseatica che dà i natali al nostro Hieronymus. Il nostro infatti vive fra il 1453 ed il 1516, ovvero proprio a cavallo della scoperta delle Americhe e delle grandi scoperte geografiche, che darà l'avvio ad una impressionante crescita dei traffici commerciali captati dai grandi porti anseatici e dai porti della Spagna e del Portogallo. Solo che, mentre i metalli preziosi portano alla corona spagnola ed a quella portoghese una ricchezza effimera, parassitaria, fatta di mera rendita, la nascente borghesia delle Fiandre, della Francia, della Germania e dell'Inghilterra (e per altre vie la borghesia dei Comuni e delle signorie dell'Italia centro settentrionale) costruirà, con i proventi dei traffici dalle colonie, quell'accumulazione originaria di capitale monetario, che rappresenterà il motore primo del successivo sviluppo capitalistico, e, con lo strumento del credito ai singoli Stati e sovrani, spesso utilizzato esclusivamente per inutili e distruttive guerre, tale borghesia assume un ruolo primario anche sullo scenario politico europeo. Si pensi che la famiglia tedesca dei Fugger finanzia l'elezione di Carlo V ad imperatore del S.R.I., e, insieme ad altri banchieri di Anversa, ne finanzia le lunghissime guerre contro la Francia di Francesco I. Giacomo Coeur, una specie di Rothschield nella Francia del XV secolo, ottiene da Carlo VII la concessione del conio delle monete, incamerando enormi profitti.
In questo quadro, la nobiltà feudale mantiene i suoi privilegi ed i suoi orpelli, ma perde definitivamente la sua influenza politica, di fronte a sovrani sempre più indebitati, e quindi sempre più asserviti all'emergente borghesia. Lo sviluppo della manifattura, originariamente nelle aree rurali, porta alla progressiva rovina le corporazioni urbane dei maestri artigiani, trasformandoli progressivamente in proletari senza tutele. Nelle campagne, i contadini forniscono la manodopera sfruttata (spesso con il sistema del lavoro a cottimo) delle prime manifatture tessili e dell'arazzeria e dell'industria mineraria, ma d'altro canto, sfruttando la crisi dei prezzi indotta dall'esuberante afflusso di minerali preziosi dalle colonie, in molti casi riescono a spezzare il latifondo, specie nell'Europa nord occidentale, riscattandosi dallo stato servile, divenendo piccoli proprietari. Lo straordinario sviluppo della produttività agricola che ne consegue spingerà masse di forza-lavoro agricola, oramai sovrabbondante, nelle braccia della nascente manifattura, ampliando le schiere del proletariato capitalista.

Parallelamente all'imporsi progressivo di un nuovo sistema economico e di un nuovo assetto dei rapporti sociali di produzione, cambia profondamente anche la sovrastruttura culturale, per servire gli interessi della nascente borghesia. Contro l'assetto culturale tardo medievale, con una Chiesa ancora pienamente schierata con la vecchia nobiltà, e ferocemente avversa allo sviluppo scientifico ed intellettuale (che è invece necessario per la nuova borghesia, che dello sviluppo scientifico e quindi tecnologico, e delle sue applicazioni produttive, ha una fame enorme) e predicante l'asservimento dell'uomo e del suo intelletto alle potenze divine e soprannaturali, nasce l'umanesimo, ovvero la ricollocazione dell'uomo, e delle sue potenzialità intellettive e spirituali, al centro dello sviluppo, collocando quindi il divino, e i suoi rappresentanti terreni, in una posizione secondaria. L'incapacità della Chiesa di quel tempo di comprendere appieno i grandi cambiamenti negli assetti economici e sociali ne provocherà quel progressivo screditamento, agli occhi delle classi sociali emergenti, che getterà le basi per la riforma luterana, non a caso nata proprio nel cuore dell'Europa centro settentrionale, dove più rapide sono le evoluzioni verso l'abbandono del feudalesimo in favore del capitalismo. Già molto prima della predicazione di Lutero, infatti, riformatori religiosi quali Jan Hus in Boemia, movimenti ereticali a Orléans, Arras, Monforte, la Pataria di Milano e movimenti spirituali quali i Catari, i Valdesi e i Begardi avevano manifestato un modo di professare il cristianesimo diverso da quello praticato dalla Chiesa ufficiale, e che manifestava il crescente disagio nei confronti dell'immobilismo teologico e liturgico (si pensi al ruolo classista che aveva la celebrazione in latino della messa, che di fatto escludeva dalla comprensione delle scritture, e dall'esercizio teologico, gran parte della popolazione, lasciando tali privilegi ad una ristretta cerchia di dotti, generalmente istruiti e quindi controllati dalla stessa Chiesa), nonché dell'opportunismo economico e plitico, che manifestava la Chiesa, legata ad un mondo che progressivamente entrava in crisi (vale ricordare che la Chiesa era proprietaria di enormi latifondi, dai quali riscuoteva le decime, ed era quindi pienamente integrata nel modo di produzione feudale).

In questo contesto di enormi cambiamenti storici si sviluppa la vita di Bosch. Della sua biografia sappiamo poco, ma quegli scarsi elementi di certezza sono molto utili per comprenderne la visione sociale e politica. Nasce nel cuore pulsante dell'economia mercantile pre-capitalistica dei Paesi Bassi nella città di Hertogenbosch, dominio dei duchi di Borgogna, da una famiglia di artigiani-pittori relativamente agiata. Si tratta cioè di una categoria di artigiani che, sfruttando un mercato di nicchia costituito essenzialmente dalla Chiesa locale, che gli commissiona dipinti ed affreschi per le proprie chiese, riesce a mantenere un livello di agiatezza economica anche in quei tempi di grandi rivolgimenti sociali. E che, per poter mantenere buoni rapporti con la sua committenza, è ovviamente molto cattolica.
Presumibilmente nel 1480 si sposò con un buon partito, tale Aleid van de Meervenne, nata nel 1453 da Postellina e Goyart van der Meervenne, figlio del nobile e benestrante Goyard. La moglie portò in dote alcuni terreni e grazie a ciò l'artista, proveniente da una famiglia d'artigiani, dovette raggiungere una condizione piuttosto agiata, come dimostrano i registri delle tasse in cui è elencato tra i maggiori contribuenti della sua città. Coerentemente con ciò, il nostro può classificarsi come un agiato artigiano piccolo-borghese, che vive dei frutti economici della sua arte e delle sue terre, ed è ben inserito nella “società che conta”. Dal 1486-1487 il nome di Hieronymus è tra i confratelli di Nostra Diletta Signora. L'associazione, maschile e femminile, per laici ed ecclesiastici, si dedicava al culto della Vergine e a opere di carità, inoltre si impegnava anche in rappresentazioni sacre. Dal 1488, grazie alla nuova posizione sociale ed economica, è registrato tra i "notabili" della confraternita, un vero e proprio club esclusivo di circa cento persone per lo più legate all'alta borghesia cittadina.

Le sue idee quindi tendevano a riflettere quelle della borghesia emergente, ivi compreso l'ambito religioso. Egli fu ovviamente un cattolico convinto per tutta la sua vita, ma, in ossequio alla crescente inquietudine che in epoca umanistica pervadeva il mondo cattolico, fu molto critico nei confronti della Chiesa ufficiale. Sappiamo che apparteneva ad una confraternita, quella della “Devotio Moderna”, molto critica con la Chiesa ufficiale, che, in un'ottica fortemente riformista, auspicava una religiosità intima e soggettiva contrapposta alla pietà collettiva di stampo medievale. Il movimento più che all'aspetto esteriore della religione, mirava all'individualità, al raccoglimento, alla meditazione. Professava la lettura personale della Bibbia come strumento di rinnovamento spirituale e l'imitazione di Cristo come modello di vita. Fu caratterizzata da un forte apostolato laico, molto attento al problema educativo e alla riforma della vita religiosa, e non scevra da critiche anche aspre alle gerarchie religiose dell'epoca.
Inoltre, l'enorme e ricchissimo simbolismo di cui l'intera opera pittorica di Bosch è intrisa rende inevitabile pensare ad un forte collegamento con l'alchimia che, in epoca umanistica, aveva progressivamente adottato un approccio filosofico mirato a realizzare, tramite il simbolismo della ricerca della pietra filosofale, il pieno sviluppo delle potenzialità spirituali ed intellettuali dell'Uomo, tramite un percorso di ricerca interiore che doveva anche spazzare via i residui di superstizione religiosa medievale. Non a caso il processo alchimistico di trasformazione della materia vile in oro è una delle basi del processo della psicoanalisi del profondo di Jung, perché la finalità è la stessa: mettere in moto un processo di identificazione che riconetta l'uomo alla sua natura profonda, e quindi all'interno universo, nella logica filosofica dell'Unus Mundus (elaborata proprio da un alchimista).

In sostanza, Bosch fu pienamente un uomo dei suoi tempi: un piccolo borghese che sfruttò a suo vantaggio il progressivo sviluppo della borghesia, un cattolico inquieto e critico nei confronti della Chiesa dell'epoca, un umanista che approcciò la filosofia alchimistica. Tutto ciò lo ritroviamo nella sua opera pittorica, a mio avviso nella forma più completa ed esauriente nel Trittico del Carro. Il Trittico del Carro è un'opera che, secondo l'analisi dendrocronologica, risale al 1516, cioè all'ultimo anno di vita del pittore e, nella sua grandiosità e complessità di significati e simboli, rappresenta forse il suo testamento spirituale più completo. Per questo la analizzerò.

Trittico Aperto: una premonizione di apocalisse per il genere umano?

L'intera opera, specie nel Trittico aperto, rappresenta l'opinione dell'artista circa il percorso complessivo dell'umanità, una opinione caratterizzata da un invincibile pessimismo. Si va infatti dal pannello di sinistra, ovvero dalla cacciata degli angeli ribelli dal paradiso ed alla cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden, per arrivare, nel pannello centrale, al percorso dell'umanità nel mondo terreno, percorso che, secondo l'autore, è contraddistinto da peccati, degenerazioni morali, egoismi, e che conduce inevitabilmente (pannello di destra) vero l'inferno. Colmo del pessimismo, l'inferno è l'unico luogo dell'intero trittico dove si costruisce qualcosa, perché i diavoli sono intenti ad erigere una enorme torre (forse la torre di Babele). Come a dire che, secondo Bosch, l'unica capacità costruttiva dell'uomo è connotata dal peccato e dalla malvagità, ovvero che l'uomo è incapace di costruire qualcosa di stabile a partire dalle virtù e dalla bontà.
Nel pannello di sinistra sono rappresentate varie scene, in una sorta di cronologia della nascita del mondo. La prima scena è quella della cacciata dal paradiso degli angeli ribelli. Precipitando dalla volta celeste, costoro si trasformano progressivamente in rospi, ragni ed insetti, volanti o meno. Tutti simboli importanti: gli insetti rappresentano simbolicamente la demenza, la confusione mentale, la psicosi. Con la nascita del Male, l'universo incorpora un principio di irrazionalità e di follia, inesistente nell'armonia e nella perfezione primigenia del paradiso. I rospi rappresentano il veleno corrosivo del peccato, il mondo ctonio del male.
Poco più sotto, quella che sembra essere la nascita di Eva da una costola di Adamo, che però è rappresentata in modo inusuale, con quella che sembra essere una figura di sacerdote che officia a tale nascita (a differenza della Nascita di Eva di Michelangelo, infatti, la figura non sembra essere Dio; indossa una tiara ed un abito da sacerdote, mentre Dio rimane nell'alto dei cieli in cima al pannello; tra l'altro, i due personaggi diferiscono anche per i lineamenti del volto). Potrebbe essere una allegoria della Chiesa: fin dall'inizio, allora, la Chiesa, nella visione di Bosch, si collega, aiutandola a nascere, con la figura più facilmente inducibile al peccato più grave (quello originale), ovvero Eva. Una Chiesa facilmente inducibile in tentazione, quindi, secondo Bosch!
Segue la tentazione di Eva, con il serpente che, significativamente, ha testa umana (come a dire che l'umanità ha in sé, intrinsecamente, il seme del peccato originale) e la cacciata dal paradiso terrestre. In queste scene vi sono però alcuni dettagli che sono stati scarsamente considerati nell'interpretazione classica. Intanto ai piedi di Adamo ed Eva, mentre accettano la mela del peccato, si aggirano piccoli animaletti, piccoli mammiferi che potrebbero simboleggiare una sorta di “rinascita”.


Fig. 1 – Nascita di Eva e la tentazione del serpente


Poi, nella scena della cacciata dal paradiso terrestre, vi è un piccolo dettaglio: sulle teste di Adamo ed Eva scacciati dalle porte dell'Eden, campeggia un uccello che mangia un frutto. Generalmente tale dettaglio viene considerato come una allegoria del male. Personalmente non sono d'accordo. Se si accetta la tesi che Bosch fu in contatto con l'alchimia e con i suoi simboli, ebbene, nel simbolismo alchimistico l'uccello ha un ruolo fondamentale, e tutt'altro che negativo. Rappresenta infatti l'unione fra cielo e terra, fra spirito e materia, quindi l'unificazione nella perfezione. Ogni passaggio di fase del processo alchemico (passaggio dalla nigredo all'albedo, alla rubedo, alla citricinas, ecc.) è infatti rappresentata da un uccello, fino alla Fenice, che ne rappresenta l'esito finale. L'uccello quindi rappresenta una fase del ciclo che conduce all'identificazione ed alla perfezione interiore. In particolare, l'uccello raprpesentato da Bosch sembra un corvo: e nel processo alchemico, il corvo è l'animale che simboleggia la prima fase, ovvero il passaggio dalla nigredo originaria, ovvero dall'ignoranza più crassa, all'albedo, ovvero alla prima purificazione della materia, cioè ad un primo stadio di conoscenza elementare.

Riassumiamo: piccoli animali che rappresentano la rinascita, corvi che rappresentano i primi stadi della conoscenza. Ecco che troviamo in pieno lo spirito umanistico: l'uomo si eleva, nella sua conoscenza di sé stesso e del mondo, e nella saggezza, nel momento in cui abbandona uno stadio primigenio di totale fusione con la divinità. Il divorzio dall'Eden è il meccanismo fondamentale attraverso cui l'uomo può elevarsi spiritualmente ed intellettualmente. Perché diviene responsabile di sé stesso, e non più legato ad una sorta di paternalismo divino che lo mantiene nella beata ignoranza. Lo stesso serpente con testa umana significa che l'uomo acquisisce la sua umanità anche con la consapevolezza del suo lato “malvagio” o demoniaco, con la consapevolezza dell'oscurità ctonia del suo inconscio. E' esattamente il processo dell'Umanesimo. Riportare l'uomo al centro, nel suo bene e nel suo male.

Il pannello centrale

Tuttavia, secondo Bosch, l'uso che l'umanità fa della sua libertà e del suo libero arbitrio è molto negativo. Lo vediamo nel pannello centrale, dominato da una scena in cui un grande carro di fieno viene attaccato da una folla famelica, che cerca di salirvi a bordo per rubare quanto più fieno possibile. In questa allegoria dell'avidità e della violenza miope dell'umanità, Bosch è stato probabilmente influenzato dai Trionfi del Mantegna, e rappresenta il proverbio, dedicato all'avidità, che dice: «Il mondo è come un carro di fieno, ciascuno ne arraffa quel che può».

Una indegna gazzarra di uomini e donne di tutte le estrazioni sociali e le religioni (vengono rappresentati anche musulmani) cerca infatti di spintonarsi e combattere per salire sul carro, a volte finendo schiacciati sotto le sue stesse ruote, non disdegnando di picchiarsi ed anche di uccidersi, con una evidente manifestazione di impotenza da parte della Chiesa, rappresentata dal frate che cerca invano, ed anche con notevole pigrizia, di impedire ad una donna di colpire la sua avversaria. In questa sarabanda, si notano falsi profeti e ciarlatani, che cercano di seguire il carro adoperando le loro arti ingannatorie. Ma è significativo che il corteo dell'umanità disperata e rissosa sia dominato dal Papa, dal Re di Francia e dall'Imperatore, che da dietro il carro sembrano spingere l'umanità verso questa miseranda accozzaglia rissosa. Il riferimento è chiarissimo: il Potere, nelle sue varie forme (spirituale o temporale) è il principale ispiratore dei comportamenti più squallidi, quantomeno non li ferma, non preoccupandosi minimamente di frenare la rissa che si svolge sotto i suoi occhi. L'avidità e la lotta fra poveri per accaparrarsi qualche miserrimo brandello di fieno, che non risolve niente (nessuno dei personaggi riesce infatti a salire sul carro o a portare via un po' di fieno, quindi la guerra fra poveri non porta agli stessi alcun vantaggio) è ispirata e guidata dal Potere. I Tre Grandi discutono flemmaticamente fra loro in perfetta sintonia ed amicizia, spingendo la plebe ad ammazzarsi per seguire il carro. I conflitti fra il Potere sono solo apparenti, mentre quelli fra poveri, indotti e sospinti proprio dai potenti, fanno sgorgare il sangue, il sangue vero. Se il popolo che si sgozza per un pugno di fieno volgesse lo sguardo all'indietro, non verso il carro ma verso i tre Potenti che, tranquillamente sui loro cavalli procedono nonostante la tragedia che si svolge sotto i loro occhi, allora capirebbe come la sua rabbia non dovrebbe rivolgersi ai suoi simili, ma ai Potenti, artefici o perlomeno soggetti passivi di questa situazione tragica.
Attorno a tale scena, si aggirano altri personaggi squallidi. Una madre che, per vanità, trascura i figlioletti affamati, un cattivo maestro che induce un bambino verso una strada di violenza, un ciarlatano-dentista che cerca di spacciare per scienza soltanto la sua ciarlataneria, un frate grasso e ignavo che, comodamente seduto su una sorta di trono, si fa consegnare da umili contadini sottomessi sacchi di fieno, simbolo evidente del degrado di una Chiesa interessata esclusivamente al potere economico e temporale.


Fig. 2 – la rissa attorno al carro ed i tre Potenti che procedono dietro lo stesso



Fig. 3 – Il frate ignavo

In cima al carro vi è l'Ideale dell'uomo rinascimentale: l'amore, sia nella sua forma idealizzata (il giovane che suona una serenata alla ragazza, che a sua volta acquisisce maggiore saggezza leggendo un testo, forse sacro) che in quella carnale (i due giovani contadini che si baciano nel cespuglio). Tale ideale di Amore è tuttavia eternamente in bilico fra l'angelo, ovvero il Bene, e le tentazioni del Male (il demone celeste che suona il piffero), tentazioni ingannatrici, perché con il suo colore celeste il demone non sembra affatto tale, ma si traveste da dolce Puttino. Quindi anche l'ideale terreno, quando raggiunto, è sempre in bilico, e minacciato dal Male. E comunque tale Ideale rimane inaccessibile per la grande massa degli esseri umani, che, mal diretta dai suoi politici e dai suoi sacerdoti, ma ingannata anche da falsi saccenti che in realtà sono ciarlatani, da falsi profeti, e dalla sua stessa vanità e dalla stupida violenza, si contorce, ai piedi del carro, in una battaglia disperata ed inutile. Una umanità perdente che, mano mano che procede verso destra, ovvero verso il terzo pannello, perde sempre più i suoi tratti umani, assumendo sembianze grottesche e bestiali, ovvero demoniache.

Il Pannello di destra

Un simile cammino dell'umanità non può che condurre verso l'Inferno, rappresentato nel terzo pannello, con scene angosciose che sembrano provenire da un incubo. Anime umane vengono circuite e corrotte da demoni, trascinate verso la parte in basso a destra del quadro, dove vengono sottoposte ad immani torture; una figura umana a cavallo di un bue, che ha in mano qualcosa di simile ad una coppa liturgica, viene trafitta da un demone (simboleggiando forse la fine dell'innocenza e di ogni possibilità di purificazione/rigenerazione, o della possibilità di una redenzione dell'umanità oramai condannata ai tormenti degli Inferi; il bue e la coppa liturgica sono infatti associabili alla figura di Cristo). Altri demoni sono intenti alla costruzione di una Torre, forse quella di Babele, che rappresenta la definitiva impossibilità per l'umanità di parlare una lingua sola, la dispersione delle civiltà, e quindi la condanna degli esseri umani alla reciproca incomprensione, alla paura per chi è “diverso”, all'odio etnico e razziale, e quindi alla guerra.
Il tutto è avvolto in un tono cupo, che contrasta con la luminosità degli altri due pannelli, dove predominano il nero ed il rosso del sangue e delle fiamme infernali, in uno scenario di caos e bestialità, che forse prefigura il caos nel quale potrebbe precipitare l'umanità, nel caso di un cataclisma ambientale o nucleare, che lo sviluppo della nostra civiltà rende possibile, se non probabile. Personalmente, la città che brucia nello sfondo del pannello mi ricorda molto da vicino le scene delle città distrutte dai bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale. Che Bosch abbia avuto visioni premonitrici?



Fig. 4 – L'Inferno


Il Trittico Chiuso: una speranza di salvezza?

In conclusione, possiamo dire che Bosch ci lascia, in questa sua ultima, grandiosa, opera, una visione catastrofica e terribile dell'umanità e del suo futuro? In parte sì, in parte, però, voglio ravvisare un accenno di ottimismo possibile che il grande pittore ci lascia poco prima di morire nel Trittico chiuso. Nel Trittico chiuso viene infatti rappresentato il Viandante. Si tratta di un simbolo molto potente, che appartiene anche ai Tarocchi, ed in particolare ad uno degli Arcani Maggiori, ovvero Il Matto. Bosch conosceva bene il simbolismo dei Tarocchi, che ai suoi tempi erano molto diffusi, e l'immagine del Viandante nel Trittico Chiuso sembra molto simile, nel disegno e nell'atteggiamento, a quella del Matto nei mazzi marsigliesi tradizionali dei Tarocchi.

La carta del Matto rappresenta il numero 0 dei 22 Arcani Maggiori, e simboleggia quindi l'inizio del ciclo dei tarocchi (che può, come ben dice Jodorowski, interpretarsi, dal punto di vista psicoanalitico, come il processo di individuazione) e quindi rappresenta l'inizio di una strada verso una maggiore saggezza, l'avvio di un processo, doloroso e difficile ma esaltante, di completamento interiore e maggiore armonia fra gli uomini e fra essi e il mondo.
Mentre abbandona un mondo di demenza e crudeltà (rappresentate, simbolicamente, dall'uomo che urina contro un muro, dall'uccellino intrappolato in una gabbia – simbolo della reclusione delle idee e della spiritualità indotta da una civiltà repressiva e gretta - e dal cane che gli ringhia, minaccioso, dietro), nel Trittico chiuso il Viandante si guarda alle spalle, con un po' di rimpianto per il commiato da questo mondo che, anche se pieno di violenza e follia, è pur sempre il suo. Tra l'altro, la sua scelta di mettersi in cammino verso l'ignoto è resa dolorosa dall'abbandono dei confort tipici della civiltà (rappresentati dall'osteria dalla quale il Viandante, mettendosi in viaggio, si allontana, volgendole le spalle). L'abbandono delle comodità del mondo che questo viaggio iniziatico comporta sono rappresentate anche dai vestiti laceri e consunti del Viandante.
D'altra parte, l'espressione del volto del Viandante, seppur leggermente malinconica, è anche serena e fiduciosa, e con la mano sinistra protende in avanti il suo cappello, segno evidente della volontà di intraprendere comunque il viaggio. Sulle spalle porta un fagotto, che contiene tutto il bagaglio, anche pesante, delle esperienze di vita accumulate, che possono sempre tornargli utili in questo suo nuovo inizio, ivi comprese le esperienze negative, le esperienze del male fatto e subito (non dimentichiamoci del pannello di sinistra del Trittico aperto, che ci dice che è proprio l'esperienza del male e del peccato che aiuta l'uomo ad acquisire una magigore conoscenza, ed a uscire dall'ingenua ignoranza dell'Eden, d'altra parte il nome “Lucifero” significa “Portatore di Luce”; il Principe del Male è anche quello che, secondo i miti, porta agli Uomini la conoscenza del fuoco, indispensabile per uscire dalo stato selvaggio e costruire una civiltà).
Il cammino del Viandante si incrocerà con il bue che lo aspetta lungo la strada, un chiaro simbolo di pacificazione e mitezza, quindi di ritrovata redenzione. Ed allora Bosch sembra dirci che, se troviamo il coraggio di “rimetterci in gioco”, di ritrovare un cammino verso la saggezza, di abbandonare gli aspetti folli ed irrazionali del mondo che abbiamo costruito, e di pagare il prezzo di tale scelta, allora forse il terribile destino prefigurato dal Trittico Chiuso potrebbe esserci risparmiato. Dipende solo da noi. E questo è il migliore testamento spirituale che il Maestro Bosch potesse lasciarci.




Fig. 5 – Il Trittico chiuso (il Viandante)



Fig.6  -  Il Matto nei Tarocchi marsigliesi


8 novembre 2011
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

giovedì 24 novembre 2011

UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND



UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND
di Stefano Santarelli


L’opera di Jared Diamond grazie ai suoi studi interdisciplinari tra la storia, l'antropologia, la linguistica, la biologia,ecc. ha offerto indiscutibilmente un importantissimo contributo per comprendere l'evoluzione ed il futuro delle società umane.
Questo biologo e fisiologo statunitense, oltre che ornitologo di fama mondiale, con le sue opere è riuscito a rivoluzionare gli studi umanistici. Interessante a questo proposito il suo cammino intellettuale.
Figlio di un medico, si laurea ad Harvard in biochimica per prepararsi a diventare anche lui medico, ma invece cambia subito il suo percorso prendendo a Cambridge il dottorato in fisiologia e, come ricorda lui stesso, per molti decenni è stato ritenuto il migliore specialista nei dotti biliari.
Compie interessanti studi sugli uccelli della Nuova Guinea che secondo lui sono tra gli animali più comprensibili per l’uomo avendo i nostri stessi sensi compreso l’olfatto. E come con gli esseri umani anche con gli uccelli “non si possono fare esperimenti di laboratorio: in entrambi i casi bisogna imparare a fare esperimenti naturali, basati sulle comparazioni di situazioni esistenti”.
Tale metodo comparativo lo si vede proprio con Il terzo scimpanzé  che in fondo condensa ed anticipa temi e contenuti dei suoi lavori successivi.
In questa opera Diamond riscrive la tassonomia in modo apparentemente provocatorio collocando l’Homo Sapiens in un nuovo gruppo comprendente i Pan troglodytes (gli scimpanzé comuni) e i Pan paniscus (gli scimpanzé bonobo). Infatti l’uomo con gli scimpanzé condivide ben il 98,77% del suo DNA. Un valore che non è poi così lontano dall’omologia tra il DNA degli scimpanzé comuni e degli scimpanzé bonobo, uguale per il 99,3%.
Ma se l’uomo ha compiuto il grande balzo che ci caratterizza rispetto al mondo animale questo è dovuto, per l’autore, ai cambiamenti anatomici delle corde vocali e quindi alla nascita del linguaggio da cui dipende la nostra creatività.
Diamond dopo averci quindi inseriti come cugini nell’albero genealogico degli scimpanzé inizia il lungo viaggio della storia dell’umanità e del nostro comportamento. Interessante a questo proposito le considerazioni che l’autore compie in merito alla nostra sessualità: su come scegliamo il nostro partner, la menopausa - caratteristica presente solo nella nostra specie- e la nostra longevità superiore a quella di tutti gli altri primati.
Contesta poi l’opinione che l’agricoltura, iniziata diecimila anni fa, abbia automaticamente portato ad una migliore condizione di vita. Infatti riesce a provare che la fase precedente dei raccoglitori-cacciatori garantiva una migliore qualità della vita. Per esempio l’assunzione media giornaliera di cibo che hanno i boscimani è superiore alla “razione giornaliera raccomandata” americana. Sottolineando poi il fatto che i boscimani utilizzano ben 85 piante diverse nella loro alimentazione fatto questo che gli garantisce di non incorrere in gravi disastri come quello della carestia del 1840 avvenuta in Irlanda quando un milione di persone morirono di fame a causa della distruzione delle colture di patate loro quasi unico alimento.
Infatti la comparazione della altezza media in Grecia e Turchia dimostra che verso la fine dell’era glaciale l’altezza media era per gli uomini di 1.78 cm e di 1.68 cm per le donne mentre nel 4000 a.C. con l’arrivo dell’agricoltura la statura calò nettamente (1.60 cm per gli uomini e 1.55 cm per le donne).
E spetta proprio all’agricoltura la responsabilità della divisioni in classi con una minoranza ben nutrita ed una maggioranza al contrario che peggiorò le sue condizioni di salute. Infatti l’agricoltura ha provocato un surplus alimentare che ha favorito la nascita di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade di raccoglitori-cacciatori non poteva certamente permettersi.
Ed proprio con l’aumento della popolazione dovuto all’agricoltura che abbiamo il sorgere di malattie epidemiche che contribuiranno in seguito con l’avvento del colonialismo a provocare lo sterminio delle popolazioni indigene. Infatti le popolazioni europee hanno vissuto per secoli in società affollate dove la principale causa di morte erano le malattie infettive a carattere epidemico (vaiolo, peste, ecc.) e ovviamente chi riusciva a sopravvivere trasmetteva i propri geni alla prole, geni che le popolazioni indigene del continente americano ed australiano non possedevano.


Un capitolo importante di questo testo è riservato al genocidio il quale contrariamente a quello che si pensa ha molti antecedenti animali basti pensare ai nostri cugini Scimpanzé e che in realtà non è un fenomeno del solo XX secolo essendo questo invece presente in tutta la storia dell’umanità. Infatti le guerre tra greci e troiani, di Roma e Cartagine come quelle degli assiri e babilonesi avevano un obiettivo comune: l’uccisione di tutti gli sconfitti. La sola differenza col passato è che noi oggi disponiamo di armi così devastanti che hanno amplificato gli effetti mettendo a rischio l’esistenza di tutto il nostro pianeta.
E i genocidi compiuti in passato sono arrivati a ottenere la “soluzione finale” basti ricordare quello avvenuto in Tasmania ad opera dei coloni europei che sterminarono completamente gli abitanti di questa isola o molto vicini come quello degli amerindi compiuto dagli statunitensi.
Ed è proprio perché il genocidio ha fatto parte del retaggio umano e preumano per milioni di anni che Diamond ritiene indispensabile la necessità di studiarlo e di comprenderlo. Giungendo alle stesse conclusioni di Hannah Arendt: non sono soltanto pochi individui crudeli che lo possono commettere, ma al contrario il potenziale omicida è in ciascuno di noi.
Diamond poi si pone un interrogativo che sarà lo spunto del suo testo più famoso Armi, acciaio e malattie  vincitore del prestigioso Premio Pulitzer:

I discendenti degli afroasiatici, soprattutto quelli stanziati in Europa e nell’Asia orientale, più quelli trapiantati in Nord America, dominano il pianeta con il loro potere e la loro ricchezza. Molti altri popoli, come gli africani, si sono liberati del colonialismo europeo, ma rimangono poveri. Altri popoli ancora, come gli abitanti originali dell’America, dell’Australia e di alcune zone del Sudafrica, non sono nemmeno padroni della loro terra, essendo stati decimati (in alcuni casi sterminati) e soggiogati dai coloni bianchi.
Possiamo allora riformulare la domanda così: perché la ricchezza e il potere sono distribuiti in questo modo? Perché, ad esempio, gli aborigeni australiani non si sono messi a un certo punto a massacrare e a conquistare gli europei e i giapponesi? (…) Perché l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo così diversi nei vari continenti?

La risposta che da Diamond a questa domanda è semplicemente rivoluzionaria. Se il mondo occidentale è riuscito a conquistare e a dominare il resto dell’umanità non è dovuto ad una sua presunta ed infondata supremazia biologica, ma soltanto grazie alle differenti caratteristiche ambientali. La civiltà occidentale si è sviluppata a partire da una particolare regione del pianeta denominata dall’archeologo statunitense Breasted la mezzaluna fertile che era situata nel Medio Oriente (Mesopotamia, Levante ed Antico Egitto) la quale è stata il motore della rapida diffusione dell’agricoltura attorno all’8.000 a.C. grazie al clima mediterraneo, alle diverse specie presenti di cereali e legumi selvatici (orzo, piselli, ceci, ecc.) e dove la presenza di quattro delle cinque più importanti specie di animali da allevamento: mucche, capre, pecore e maiali (mentre il cavallo che sarà poi presente in questa zona era originario delle steppe orientali dell’Asia) hanno permesso all’uomo di sviluppare la pastorizia e come nel caso del cavallo di potere viaggiare più velocemente di quanto gli potessero permettere le sue gambe oltre che a trasformare l’arte della guerra.
E’ evidente che era impossibile per gli aborigeni australiani dedicarsi alla pastorizia in mancanza di pecore o capre oppure dedicarsi all’agricoltura in un continente dove mancava la materia prima. O come nel caso degli amerindi la mancanza di animali di grossa taglia come il cavallo, l’asino o il cammello non permettevano certamente rapidi spostamenti o il trasporto di grandi quantità di merci (il lama è presente soltanto nelle zone andine e non è certamente paragonabile all’utilità di un cavallo). Insomma i popoli che si trovavano nella Mezzaluna fertile si poterono affacciare alla storia con una tecnologia più avanzata e con una complessità sociale derivanti proprio da queste caratteristiche ambientali senza dimenticare le malattie epidemiche con le quali infettavano gli altri.
E l’incontro sicuramente tra i più drammatici ed emblematici tra gli europei e le popolazioni dei Nuovi Mondi fu quello che avvenne tra un pugno di soldati spagnoli guidati da Francisco Pizarro e l'Impero degli Incas.
Con soli 168 soldati (62 cavalieri e 106 fanti) Pizarro riuscì a sconfiggere, sterminare e distruggere un Impero forte di un esercito composto da 80.000 uomini grazie al fatto di essere in possesso di una tecnologia bellica superiore: spade e armature di acciaio, fucili e cavalli che gli Incas non avevano mai visto.
168 soldati sconfissero questo esercito senza subire nessuna perdita.
A dare poi il colpo mortale all’Impero Incas fu l’epidemia di vaiolo trasmessa dagli stessi Conquistadores.


In un’altro celebre lavoro di Diamond, Collasso, la sua riflessione si rivolge all’interrogativo del perché alcune società si sono auto distrutte o hanno irrimediabilmente distrutto il loro ecosistema.
Un esempio emblematico di come una civiltà sceglie l’autodistruzione è data dal mistero –oggi non più tale- dell’isola di Pasqua.
Scoperta nel 1722, con i suoi abitanti polinesiani, questa isola deserta e arida situata nell’Oceano Pacifico a ben 3700 Km ad ovest del Cile colpì subito l’immaginazione dei primi esploratori europei grazie alle centinaia di statue alte fino agli 11 metri e pesanti fino ad 85 tonnellate. Altre statue vennero trovate incompiute nelle cave vulcaniche lontane chilometri dalle statue che si trovavano nell’isola
Ma chi le aveva scolpite? Come potevano essere state trasportate e sollevate in posizione eretta?
La popolazione locale non conosceva né il metallo né tantomeno la ruota.
Ma questo mistero venne risolto in fondo abbastanza velocemente. Infatti gli esploratori europei appresero dagli abitanti dell’isola che i loro antenati usavano i tronchi degli alberi prima come rulli per il trasporto delle statue e poi come leve per sollevarle in piedi. Soltanto che non erano rimasti più alberi nell’isola. Quando nel 400 d.C. i polinesiani la colonizzarono questa isola era coperta da foreste. Furono loro ad abbattere gli alberi per il trasporto di queste statue e per la costruzione di canoe.
La deforestazione ebbe quindi come tragica conseguenza la carestia provocata da un lato dall’erosione del suolo che fece crollare i raccolti e la mancanza di materiale per costruire le canoe necessarie per la pesca. L’aumento poi della popolazione provocò guerre intestine e cannibalismo.
Ora questa storia è un chiaro esempio di come una civiltà sceglie di autodistruggersi.
Diamond in questo testo studia altre civiltà, più o meno famose, che hanno fatto la medesima scelta: i Maya, gli Anasazi, le colonie vichinga della Groenlandia, della Vinlandia (situata nell’isola canadese di Terranova) e dell’Islanda.
E ancora oggi, per esempio, l’Islanda è il paese più devastato d’Europa grazie alle conseguenze dell’insediamento vichingo che distrusse gran parte della vegetazione e dove metà del suolo originario venne eroso e trascinato nell’oceano. E questo capitale di suolo e vegetazione che aveva impiegato diecimila anni per formarsi venne consumato soltanto nel giro di pochi decenni di colonizzazione vichinga.
Certamente l’ambiente è stato fondamentale per la nascita delle civiltà, ma per la loro sopravvivenza ed il loro sviluppo intervengono sicuramente altri fattori: la capacità di gestire le risorse, i cambiamenti climatici, il ruolo delle popolazioni nemiche, la gestione delle relazioni commerciali. Ad esempio, le cause ambientali non sono state fondamentali per il crollo di Cartagine o dell’Unione sovietica, ma lo sono state sicuramente per i Maya o la civiltà che si era sviluppata nell’isola di Pasqua.
Pochi giorni fa, e per la precisione il 31 ottobre, abbiamo sfondato ufficialmente il tetto dei 7 miliardi di esseri umani sul nostro pianeta. Nel 1600, cioè ieri, eravamo soltanto mezzo miliardo.
Già oggi incontriamo grandi difficoltà a sostenere uno stile di vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone. Adesso che la Cina e gli altri paesi in via di sviluppo stanno cercando di raggiungere il nostro stesso tasso di consumo emerge un problema apparentemente insolubile.
Il nostro mondo non ha abbastanza risorse per consentire alla Cina, per non parlare degli altri, di aumentare i propri tassi di consumo e portarli ai nostri livelli.
Non abbiamo scelta, volenti o nolenti molto presto avremo indici di consumo inferiori agli attuali, in quanto insostenibili. Ma per nostra fortuna gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Infatti molti consumi costituiscono uno spreco.
Gli errori del passato non possono non farci riflettere e ci portano inevitabilmente ad interrogarci sul futuro dell’umanità: supereremo questa crisi ecologica o siamo destinati al collasso? Secondo Diamond se saremo in grado di imparare dai nostri errori potremmo farcela:

A chi mi chiede se sono ottimista o pessimista sul futuro del mondo rispondo che sono cautamente ottimista. Da un lato, riconosco la gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare. Se non facciamo lo sforzo di risolverli, in modo risoluto, e se non ci riusciamo, nel giro di pochi decenni assisteremo al declino dei nostri standard di vita o, forse, a qualcosa di peggio. (…) Nessuno dei nostri problemi è davvero impossibile da risolvere. Corriamo grossi pericoli, ma non al di là del nostro controllo, come potrebbe essere una collisione con un asteroide, (…) Si tratta, invece di rischi che abbiamo creato e continuiamo a creare noi stessi. Siamo noi la causa dei danni ambientali e per questo abbiamo la possibilità di controllarli: spetta a noi la scelta di smettere. Il futuro è a nostra disposizione: dobbiamo prenderne le redini.



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Bibliografia delle opere di Diamond pubblicate in italiano:
In tre pagine non si può certamente sintetizzare il pensiero di questo grande umanista. Per coloro che si avvicinano per la prima volta alle opere di Diamond consiglio dapprima la lettura di quello che è la sua opera più famosa: Armi, acciaio e malattie

Il terzo scimpanzé - Ascesa e caduta del primate Homo sapiens - Bollati Boringhieri -1994

L’evoluzione della sessualità umana – Sansoni - 1998

Armi, acciaio e malattie – Einaudi -1998

Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Einaudi - 2005

Perché il sesso è divertente? - Rizzoli (2006)

Esperimenti naturali di storia, con James Robinson - Codice Edizioni – 2011


9 novembre 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

lunedì 21 novembre 2011

CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE: COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?


CRISI AMBIENTALE E SOVRAPPOPOLAZIONE:
COLPA DI 7 MILIARDI O DELL'1%?
di Jan Angus e Simon Butler *


Le Nazioni Unite hanno comunicato che la popolazione mondiale ha raggiunto raggiungerà i 7 miliardi di individui nel mese di ottobre 2011.
L'avvicinarsi di questa scadenza ha scatenato un'ondata di articoli e di editoriali che individuano nella sovrappopolazione l'origine delle crisi ambientali mondiali. Sulla Times Square a New York è stato istallato un gigantesco e costoso video che spiegava come "la sovrappopolazione umana porta all'estinzione delle specie animali". (1) Nelle stazioni più frequentate del metrò londinese, dei pannelli elettronici avvertono che una popolazione di 7 miliardi di persone è ecologicamente insostenibile. (2)
Nel 1968 si poteva leggere nel best-seller di Paul Ehrlich, The Population Bomb, che "la battaglia per nutrire l'umanità" era terminata a causa della sovrappopolazione e che gli anni ‘70 sarebbero stati un periodo di carestie su scala mondiale e che il tasso di mortalità sarebbe cresciuto. Tutte queste predizioni si sono rivelate false. Ma, quattro decenni più tardi, i suoi successori utilizzano sempre ancora la medesima affermazione di Ehrlich "c'è troppa popolazione!" per spiegare i problemi ambientali.
Eppure la maggior parte dei 7 miliardi di individui non mettono in pericolo la terra. La maggioranza della popolazione mondiale non distrugge le foreste, non stermina le specie animali in pericolo, non inquina i fiumi e gli oceani e, fondamentalmente, non emette gas a effetto serra.
Persino nei paesi ricchi del Nord, la maggior parte delle distruzioni ambientali non vengono causate dagli individui o dalle economie domestiche, ma dalla miniere, dalle fabbriche e dalle centrali elettriche gestite da imprese che si preoccupano più dei profitti che della sopravvivenza dell'umanità.
Nessuna riduzione della popolazione americana avrebbe fermato l'avvelenamento del Golfo del Messico da parte di BP l'anno scorso.
Una diminuzione del tasso di natalità non arresterà l'estrazione delle sabbie bituminose del Canadà, uno dei crimini più stupefacenti che il mondo abbia mai visto, come l'ha giustamente definito l’ecologista americano Bill McKibben. (3)
L'accesso universale al controllo delle nascite dovrebbe essere un diritto umano fondamentale. Ma questo non avrebbe per nulla impedito le distruzioni massicce degli ecosistemi del delta del Niger realizzate da Shell o i danni di dimensioni incommensurabili che Chevron ha causato alle foreste tropicali dell'equatore.
Ironicamente: è mentre i gruppi "popolazionisti" concentrano la loro attenzione sui 7 miliardi di abitanti del nostro pianeta che i manifestanti del movimento Occupy dappertutto nel mondo identificano la vera fonte delle distruzioni ambientali: non sono i 7 miliardi, ma un "uno per cento", quella manciata di milionari e miliardari che possiedono di più, consumano di più e distruggono di più che tutti quanti noi messi insieme.
Negli Stati Uniti, l’"uno per cento" dei più ricchi possiede la maggioranza di tutte le azioni e partecipazioni delle imprese, il che dà loro un controllo assoluto su queste società che sono direttamente responsabili della maggior parte delle distruzioni ambientali.

Un recente rapporto (4), realizzato dall'ufficio di consulenza britannico Trucost per le Nazioni Unite, stima che 3000 imprese da sole provocano ogni anno danni ambientali per 2.150 miliardi di dollari, il che corrisponde, secondo questo stesso rapporto, a circa un terzo dell'insieme dei "costi ambientali". Per quanto scandalosa questa cifra possa sembrare - ricordiamo che soltanto 6 paesi al mondo raggiungono un PIL superiore a questa somma - esso minimizza comunque sensibilmente i danni perché esclude i costi che risulterebbero da "potenziali avvenimenti di forte impatto, quali la pesca eccessiva o il crollo di ecosistemi" e "dai costi esterni causati dall'utilizzazione e l'eliminazione dei prodotti, come pure dall'utilizzazione da parte delle imprese di altre risorse naturali, dall'emissione di una maggior quantità di inquinanti tramite le loro attività nonché di quelle dei loro fornitori."

Così, per esempio nel caso delle compagnie petrolifere, la cifra copre le "operazioni normali", ma non i morti e le distruzioni causate dal riscaldamento globale, e nemmeno i danni causati dall'utilizzazione dei loro prodotti su scala mondiale, e neanche i miliardi di miliardi di dollari che costa la pulizia delle "maree nere". I danni reali causati da queste compagnie da sole devono essere ben superiori ai 2.150 miliardi di dollari, e questo ogni anno.
L'"un per cento" poi, controlla pure i governi che dovrebbero regolare queste imprese distruttrici. Il 46% dei membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sono milionari, così come il 54% dei senatori, e tutti i presidenti dopo Eisenhower (1953-61).
Grazie al governo , l'"uno per cento" controlla l'esercito americano, il più grande consumatore di petrolio del mondo, e, di conseguenza, uno dei più grandi produttori di gas a effetto serra. Le operazioni militari producono più rifiuti pericolosi delle cinque maggiori imprese chimiche riunite. Più del 10% dei depositi di rifiuti pericolosi toccate dal "Superfond" negli Stati Uniti sono situati in basi militari. (5)
Quelli che credono che un rallentamento della crescita della popolazione mondiale fermerà o rallenterà le distruzioni ambientali ignorano semplicemente le cause reali e le minacce immediate per la vita sul nostro pianeta. Le imprese e gli eserciti inquinano e distruggono gli ecosistemi non perché ci sono troppi abitanti sulla terra, ma perché ciò permette di realizzare dei profitti.

Anche se i tassi di natalità dell'Iraq o dell'Afghanistan scendessero a zero, l'esercito americano non utilizzerebbe meno petrolio.

Anche se tutti i paesi africani adottassero la politica di "un figlio per ogni famiglia" (senza menzionare i problemi demografici e sociali che ciò comporterebbe) le compagnie energetiche degli Stati Uniti, della Cina e d'altrove continuerebbero a bruciare materie fossili, rendendo sempre più vicina una catastrofe climatica.

Coloro che criticano le tesi della sovrappopolazione vengono spesso accusati di credere che non ci sia nessun limite alla crescita. Nel nostro caso, questo è semplicemente falso. Quel che noi diciamo, è che in un mondo ecologicamente razionale e socialmente giusto, in cui le famiglie numerose non sono una necessità sociale ("assicurazione malattia e vecchiaia") per centinaia di milioni di persone, la popolazione si stabilizzerebbe. Come afferma Betsy Hartmann (scrittrice giornalista americana, autrice tra l'altro di opere sulle questioni del controllo delle nascite in una prospettiva femminista, e su questioni ecologiche) "la miglior politica in materia di popolazione è quella di concentrare il miglioramento del benessere umano sotto tutti i suoi aspetti. Bisogna prendersi cura della popolazione, e la popolazione diminuirà".

Le molteplici crisi ambientali esigono un'azione rapida e decisiva, ma non potremo agire con efficacia se non comprendiamo perché si verificano. Se facciamo una diagnosi sbagliata della malattia, perderemo nel migliore dei casi tempo prezioso ad applicheremo rimedi inefficaci; nel caso peggiore, peggioreremo le crisi.
L'argomento per cui "c'è troppa popolazione" dirige l'attenzione e gli sforzi di militanti sinceri verso programmi che non avranno nessun impatto reale. Nel contempo, ciò indebolirà gli sforzi volti a costruire un movimento mondiale contro le distruzioni ecologiche: ciò divide le nostre forze e rende responsabili di queste crisi e dei problemi ad essa connessi le vittime stesse della crisi.
Soprattutto, questo argomento ignora il ruolo distruttivo massiccio giocato da un'economia irrazionale e un sistema sociale che nel proprio DNA ha iscritte un’enorme produzione di rifiuti e la devastazione dell’ambiente. Non è la grandezza della popolazione che è alla radice delle crisi ecologiche attuali: è il sistema capitalista e il potere dell’"uno per cento".
Come ha affermato una volta il pioniere dell’ecologia Barry Commoner: “L’inquinamento non prende inizio nelle case delle famiglie, ma nella sale dei consigli d'amministrazione delle imprese".


26 ottobre 2011

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NOTE

1. http://www.biologicaldiversity.org/news/press_releases/2011/7-billion-09-07-2011.html


2. http://populationmatters.org/2011/news/7-billion-day-population-matters-takes-action/.

3. Le sabbie bituminose in questione, cioè la miscela di acqua e di sabbia mescolate a bitume, a partire dal quale è possibile produrre petrolio grezzo, sono quelle di tre giacimenti che ricoprono quasi il 20% del territorio dello Stato di Alberta, in Canadà. Solo una parte di questi giacimenti, in particolare lungo il fiume Athabasca, può essere oggetto di un'estrazione e di una trasformazione in petrolio grezzo con le tecniche attuali. È in questa. regione che venne creata nel 1967 la prima miniera di sabbia bituminosa del mondo. Una seconda venne messa in servizio nel 1978 , una terza nel 2003. Oggi tre grandi compagnie sfruttano queste sabbie bituminose: Suncor, Syncrude e Shell Canada. L'aumento dei prezzi del petrolio incoraggia la messa in sfruttamento di nuovi campi bituminosi, la cui tecnica di estrazione e di trasformazione è molto costosa (tra 9 e 12 dollari il barile, mentre in Irak o in Arabia Saudita è di 1 dollaro il barile). La costruzione di una pipeline è stata negoziata con PetroChina per avviare il petrolio fino al porto di Kitimat, nella Colombia Britannica, sulla costa ovest.
La produzione di petrolio a partire dalle sabbie bituminose (avviata oltre che in Canadà in Venezuela, nel delta dell’Orinoco) è ecologicamente disastrosa. Porta con sé la distruzione della foresta, delle torbiere e dei fiumi della regione. Lo Stato di Alberta è una delle regioni più inquinate del paese , in cui il tasso di cancro è elevato e sono stati costatati altri problemi sanitari. L'estrazione di un solo barile di petrolio genera inoltre più di 80 grammi di gas a effetto serra. (NdR)

4.  http://www.trucost.com/article/14/investors-set-to-increase-pressure-on-companies-causing-significant-environmental-costs

5.  “Superfund" è il termine usato per la legge federale del 1980 intitolata Comprehensive Environmental Response, Compensation, and Liability Act. Ha per oggetto la pulizia dei siti inquinati da rîfiuti pericolosi. Questa legge attribuisce all' Agenzia di protezione dell'ambiente degli Stati Uniti il compito di identificare le parti responsabili della contaminazione dei siti per costringerli a ripulirli. Se queste non possono venir identificate o non sono in grado di pagare, l'agenzia pulisce essa stessa i siti ricorrendo a un fondo speciale. Alla fine del 2010, 1280 siti figuravano sulla " lista nazionale prioritaria" dei siti da ripulire. (NdR)


* Questo articolo, è apparso sul sito dell'International socialist organisation (ISO), www.socialistworker.org , il 26 ottobre scorso. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino. Ian Angus e Simon Butler sono coautori dell'opera “Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis” Il primo è editore del giornale eco-socialista “Climate and Capitalis” (http://climateandcapitalism.com/ ), il secondo è editore del settimanale australiano “Green Left Weekly(http://www.greenleft.org.au/).


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php
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