sabato 25 febbraio 2012

LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO: MITI E REALTA' di Riccardo Achilli




LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO:
MITI E REALTA'
di Riccardo Achilli



L'elemento giustificativo principale che i liberisti adducono per motivare l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità sul mercato del lavoro è che la flessibilità riduce la disoccupazione, fino ad azzerarne la componente involontaria. In altri termini, la flessibilità sul mercato del lavoro, secondo l'approccio di Monti e di Confindustria, condurrebbe in automatico, dopo un processo di aggiustamento progressivo, che può durare anche alcuni anni, ad un equilibrio di lungo periodo in cui la disoccupazione è soltanto volontaria, ovvero composta da persone che non intendono lavorare per il salario medio offerto sul mercato del lavoro, oppure esclusivamente momentanea, cioè derivante da momentanei mismatch informativi fra domanda ed offerta di lavoro per il singolo lavoratore e la singola impresa (ovvero è “frizionale”, derivando cioè da temporanee frizioni sul mercato del lavoro).

Tale impostazione deriva fondamentalmente dai modelli neoclassici di equilibrio economico generale, secondo i quali in condizioni di concorrenza perfetta i mercati tendono automaticamente verso l'equilibrio. In pratica, se gli n-1 mercati dei beni sono in equilibrio, nel senso che la domanda uguaglia l'offerta, allora anche l'ennesimo mercato (il mercato del lavoro) sarà in equilibrio, nel senso che si stabilirà un livello salariale tale da eguagliare la domanda di lavoro delle imprese con l'offerta di lavoro dei lavoratori disposti a lavorare a quel salario. Il salario di equilibrio sarà infatti la risultante matematica del sistema dei prezzi di equilibrio sugli n-1 mercati dei beni e dei servizi, cioè sarà il salario che consentirà di massimizzare la domanda, stante l'offerta, sui mercati di consumo. Ciò però richiede:

a) che il salario sia totalmente e liberamente mobile, verso l'alto e verso il basso;

b) che l'offerta e la domanda di lavoro possano riaggiustarsi istantaneamente, e in modo totalmente libero, sia verso l'alto che verso il basso.

Entrambe queste ipotesi richiedono la flessibilità del lavoro. Infatti, questa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, facendone dei “price-takers”, cioè dei soggetti disposti a lavorare anche se il salario scende (virtualmente fino al livello della sussistenza). Infatti, in presenza di flessibilità del lavoro, l'impresa può in qualunque momento licenziare i lavoratori divenuti troppo cari rispetto alle proprie condizioni finanziarie e competitive, ed ai propri obiettivi. I lavoratori allora accetteranno un abbassamento del salario, cioè un maggiore range di variazione dello stesso, per non perdere il posto. D'altra parte, nel caso in cui, in una fase di ripresa della domanda, l'impresa dovesse aver bisogno di un maggior numero di lavoratori, o di una maggiore produttività, per raggiungere i suoi accresciuti obiettivi di produzione e vendita, dovrebbe aumentare i salari, per incentivare i lavoratori a produrre maggiormente, ed evitare che essi trasmigrino presso i propri concorrenti, disposti a pagare un salario maggiore per potersi avvalere della ripresa della domanda.

Questa è, in parole molto povere, l'impostazione mentale di Monti, Marchionne, della Confindustria, ed in genere dei liberisti. Quindi, la maggiore flessibilità del lavoro conduce, nel lungo periodo e tendenzialmente, alla piena occupazione, a meno di fenomeni di disoccupazione volontaria e frizionale, per cui eventuali cicli recessivi in cui aumenta la disoccupazione sono soltanto fasi temporanee, che servono per far ritrovare al sistema un nuovo equilibrio, ad un diverso livello dei prezzi e dei salari, compatibile con l'uguaglianza fra domanda ed offerta su tutti i mercati, ivi compreso quello del lavoro. Peccato che la verifica empirica sui dati smentisca l'assioma liberista. Non esiste alcuna correlazione fra flessibilità del lavoro e piena occupazione, nemmeno tendenzialmente. Intanto, sotto un profilo filosofico, sarebbe utile ricordare la celebre frase di Keynes, secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”, quindi perché mai, a meno di non aderire a sette filosofiche stoiche, dovremmo pagare un paradisiaco e non meglio precisato futuro di piena occupazione con un presente di disoccupazione, precariato e bassi salari?

Sotto un profilo tecnico, l'inesistenza di un legame fra aumento della flessibilità e crescita occupazionale si desume da due argomenti:

a) dal fatto che esistono almeno due tipologie di flessibilità diverse, ovvero la flessibilità in entrata e quella in uscita;

b) dal fatto che la flessibilità, sia in entrata che in uscita, aumenta l'elasticità fra andamento del ciclo economico ed andamento dell'occupazione, generando, nelle fasi di recessione del ciclo, degli effetti occupazionali molto forti, che non si riassorbono più nemmeno quando arriva la ripresa, per diversi motivi strutturali.

Per cui non è vero che la recessione è una fase di aggiustamento del sistema in direzione della piena occupazione, perché genera disoccupazione permanente, non più riassorbibile.Sotto il primo aspetto, la flessibilità in entrata, ovvero quella relativa alla disponibilità di un pluralità di strumenti contrattuali di assunzione a disposizione del datore di lavoro, da scegliere in funzione dei suoi obiettivi aziendali e della sua pianificazione produttiva, è l'unica componente che in linea puramente teorica può creare nuovi posti di lavoro, sebbene precari. Infatti, in tale tipologia di flessibilità, il datore di lavoro può assumere personale con forme contrattuali adeguate ai suoi piani produttivi, ed al contempo abbassare il costo del lavoro (il costo del lavoro si un co.co.pro., ad esempio, è di circa il 15% più basso di un suo pari grado assunto alle dipendenze, grazie alle agevolazioni contributive). Tale ragionamento costituisce l'alibi giustificativo dei provvedimenti che hanno aumentato la flessibilità in entrata in Italia, come la legge Treu o la legge Biagi.

La flessibilità in uscita, invece, non può in nessun modo, nemmeno teoricamente, creare nuovi posti di lavoro, perché è progettata esplicitamente per rendere più semplice l'espulsione d personale, quindi è legata a situazioni di crisi aziendale, non di programmazione di una crescita produttiva, seppur ciclica/stagionale. La flessibilità in uscita è la flessibilità della crisi, della decrescita produttiva ed occupazionale, a questo serve. Per questo viene richiesta dagli industriali soprattutto nelle fasi di crisi economica, come quella attuale.

Un confronto fra i vari tipi di flessibilità e il tasso di disoccupazione armonizzato dei Paesi Ocse mostra la relazione esistente fra flessibilità ed entità della disoccupazione. In particolare, il coefficiente di correlazione fra la flessibilità in entrata, misurata utilizzando l'indice Ocse di rigidità della protezione dei lavoratori, con riferimento all'occupazione temporanea (grado di flessibilità in entrata) ed il tasso di disoccupazione dei Paesi Ocse, per il 2008/2009, mostra una relazione statisticamente debole (0,19), ovvero un effetto esistente, ma modesto, di una maggiore flessibilità sulla riduzione del tasso di disoccupazione. Di converso, l'indice di correlazione fra l'indice di rigidità della protezione dei lavoratori con riferimento al costo ed alla facilità di effettuare licenziamenti collettivi (flessibilità in uscita) ed il tasso di disoccupazione, sempre per i Paesi Ocse, è pari a zero, mostrando come la flessibilità in uscita non generi alcun effetto di miglioramento sul tasso di disoccupazione, essendo le due variabili incorrelate. Cosa significa ciò? Significa che nessuna delle due tipologie di flessibilità crea strutturalmente nuovi posti di lavoro, per cui la flessibilità nel suo insieme non incide sul tasso di disoccupazione, ma il primo tipo di flessibilità, solamente nel breve periodo, può fornire un modesto contributo alla creazione di nuova occupazione precaria, con effetti di breve periodo che però sono più che controbilanciati nel medio periodo dalle conseguenze depressive che tale flessibilità produce sullo stock occupazionale stesso. In sostanza, gli effetti occupazionali della flessibilità in entrata sono meramente illusori, temporanei, mentre la flessibilità in uscita non genera alcun miglioramento occupazionale, nemmeno illusorio.

Circa gli effetti illusori della flessibilità in entrata sugli indici del mercato del lavoro, si può osservare il caso italiano: dopo l'introduzione della legge Treu nel 1997, il tasso di occupazione, che era sostanzialmente stagnante, crebbe di 4,5 punti fra 1997 e 2003, come effetto del gonfiamento dell'area del precariato. Con l'introduzione della legge Biagi nel 2003, che rafforzò la flessibilità in entrata, tale indice continuò a crescere di 1,2 punti, fino a raggiungere il massimo storico nel 2008 (58,7%) per poi discendere rapidamente, riportandosi, al terzo trimestre 2011, sui valori del 2001, cioè di dieci anni prima.

Il motivo per il quale anche la flessibilità in entrata non produce effetti strutturali (ovvero di medio-lungo periodo) sull'occupazione è che incide negativamente sulla domanda aggregata, sottraendo quote importanti di popolazione da livelli di consumo accettabili, influendo negativamente sulla redditività delle imprese. Vi è infatti una relazione statisticamente significativa fra flessibilità in entrata e percentuale di popolazione con una retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, con un coefficiente di correlazione del Pearson pari a -0,51 fra le serie storiche dell'indice di protezione dei lavoratori con occupazione temporanea e la quota di lavoratori con retribuzione inferiore ai due terzi del valore mediano, per i Paesi Ocse, nel 2009. Il segno di tale correlazione è negativo, e significa che tanto più alto è il livello di protezione dei lavoratori contro la flessibilità in entrata, tanto più bassa è la percentuale di lavoratori con retribuzioni modeste. Naturalmente, l'impoverimento dei consumi generato con la creazione di coorti di “dog workers” precari e sottopagati non fa che amplificare gli effetti recessivi sulla domanda di una crisi economica globale, come quella che stiamo vivendo dal 2007 ad oggi. Ciò spiega il già analizzato rapidissimo degrado del tasso di occupazione italiano dal 2008 in poi, dopo la sua crescita nel decennio precedente, largamente alimentata da lavoro precario: la crisi ha spazzato via il guadagno di occupazione ottenuto con contratti a termine, quindi instabili.

Peraltro, la flessibilità nel suo insieme non influisce minimamente sulla produttività del lavoro, come ci vogliono far credere i suoi sostenitori. Sempre a livello dell'area Ocse nel suo insieme, il coefficiente di correlazione fra indice di protezione dei lavoratori nel suo insieme e crescita della produttività del lavoro nel periodo 2005-2010 è pari a zero. Le due variabili sono completamente incorrelate fra loro. Di conseguenza, l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità comporta una perdita di mercato dal lato della domanda, e non produce alcun miglioramento competitivo dal lato dell'offerta, cioè della produttività.

Rimane da affrontare l'argomento più spinoso, ovvero l'inesistenza di un equilibrio di lungo periodo di piena occupazione, con disoccupazione meramente volontaria e frizionale, garantito da una maggiore flessibilità del lavoro, come sostiene il modello neoclassico. In questo caso, occorre andare al di là di quanto sinora analizzato, e cioè andare oltre le oscillazioni cicliche dell'economia e dell'occupazione, per dimostrare che tali oscillazioni non si dipanano attorno ad un trend strutturale di lungo periodo, verso il quale il mercato del lavoro tende a convergere, se si liberalizzano e flessibilizzano le sue regole di funzionamento. Tale dimostrazione si fonda sul concetto di disoccupazione non riassorbibile. Durante le fasi recessive, infatti, una quota di disoccupazione che si genera a causa della crisi diventa strutturale, e non può più essere riassorbita nella successiva fase di ripresa. Ogni recessione, quindi, genera fisiologicamente una sacca di disoccupazione non recuperabile, che non è né volontaria né frizionale. Quindi di fatto la ripresa post-recessione non contribuisce a riportare il trend strutturale del mercato del lavoro verso un ipotetico equilibrio di piena occupazione.
Infatti, durante una fase recessiva si genera disoccupazione di lavoratori a basso livello di qualificazione o di età avanzata, non competitivi sul mercato del lavoro, che una volta perso il loro posto non riescono più a rientrare, neanche quando inizia la ripresa. Ciò si verifica perché all'inizio della ripresa, le imprese, avvalendosi di una maggiore facoltà di scelta dei lavoratori da assumere, grazie all'ampliamento del bacino di disoccupati da cui pescare, indotto dalla precedente fase recessiva, puntano sull'assunzione di lavoratori più qualificati e più giovani. Il maggiore bacino di disoccupazione, peraltro, garantisce di poter assumere lavoratori più giovani, produttivi e qualificati a costi salariali non crescenti. Ciò genera il ben noto fenomeno del tasso di disoccupazione di lavoratori a bassa qualifica, che è in Italia è in costante crescita, dal 10% del 2004 all'11,1% dei primi nove mesi del 2011, e di lavoratori anziani, ed il tasso di disoccupazione di lungo periodo, cioè la percentuale di disoccupati da più di un anno, che hanno oramai perso, stante la lunga durata del loro stato di disoccupazione, gli skills lavorativi e professionali indispensabili per essere competitivi sul mercato del lavoro. Tale tasso passa dal 3,6% del 1993 al 4,1% dei primi tre trimestri del 2011.

I disoccupati a bassa qualificazione, che non hanno cioè la preparazione di base per essere competitivi sul mercato del lavoro, e i disoccupati di lungo periodo, che tale preparazione l'hanno persa durante il lungo periodo di disoccupazione, vanno quindi a costituire un bacino di disoccupazione persistente, non riassorbibile nemmeno nelle fasi di ripresa, e che quindi smentisce l'assunto di base dei neoclassici e dei liberisti, secondo cui l'economia, con le sue oscillazioni cicliche di recessione e ripresa, tende verso un equilibrio di piena occupazione. Non solo: ma l'introduzione di maggiori dosi di flessibilità, lungi dall'aiutare il mercato del lavoro a convergere verso un equilibrio di piena occupazione, provoca l'effetto esattamente contrario: contribuisce cioè ad aumentare, nelle fasi recessive del ciclo, la quota di disoccupati non riassorbibili, quindi contribuisce ad allontanare l'economia dal punto di equilibrio di piena occupazione. Il motivo è semplice: l'aumento della flessibilità incrementa l'elasticità dell'occupazione al ciclo economico (misurabile come docc/dpil, ovvero come il rapporto fra la variazione dello stock degli occupati e la variazione del PIL). E' ovvio: di fronte a mercati oligopolistici, in cui l'offerta di lavoro non ha un potere contrattuale analogo alla domanda, la crescita del bacino di precari, e la maggiore facilità di assumere e licenziare, fanno sì che le imprese possano rapidamente riaggiustare il loro stock di occupati in funzione di ogni cambiamento del ciclo economico generale, diminuendo l'occupazione quando la domanda latita, e riaccrescendola quando si prevede una espansione del ciclo. Infatti, prima dell'introduzione della legge-Treu, la flessibilità dell'occupazione italiana al ciclo era molto bassa: l'assenza sostanziale di figure lavorative precarie faceva sì che lo stock occupazionale rimanesse relativamente costante sia in fase di recessione che di ripresa: fra 1993 e 1997, infatti, il valore medio tale elasticità è pari a 0,2 . Dopo l'introduzione della legge Treu e della legge Biagi, tale indice subisce un balzo, passando a 0,7 nella media del periodo 2004-2010. E' ovvio che i lavoratori meno competitivi, meno qualificati più anziani, cioè esattamente quei lavoratori che avranno le maggiori difficoltà a rientrare sul mercato del lavoro quando arriverà la ripresa, sono i primi a subire gli effetti dell'accresciuta sensibilità dello stock occupazionale al ciclo, perdendo per primi il loro posto di lavoro.

Riassumendo: la flessibilità non genera alcun effetto di miglioramento della disoccupazione: la componente di flessibilità in entrata può indurre effetti di miglioramento degli indici occupazionali del tutto temporanei, che però nel medio periodo sono controbilanciati dalla riduzione strutturale della domanda per consumi, provocata dall'impoverimento di ampie fasce di lavoratori precari, senza peraltro garantire alcuna crescita della produttività degli stessi, quindi nessun guadagno di competitività per l'impresa. La flessibilità in uscita, dal canto suo, è totalmente ininfluente sul miglioramento degli indici occupazionali, anche nel breve periodo, poiché è una tipologia di flessibilità meramente distruttiva, utile alle imprese in crisi per ridurre il costo del lavoro. Inoltre, contrariamente a quanto affermato dal modello neoclassico, la flessibilità nel suo insieme non contribuisce in nessun modo a raggiungere un ipotetico equilibrio di piena occupazione di lungo periodo, nel quale cioè il salario sia fissato ad un livello tale che la disoccupazione possa essere soltanto volontaria o frizionale. Ciò perché, aumentando l'elasticità dell'andamento dell'occupazione al ciclo, la flessibilità contribuisce ad aumentare, nelle fasi recessive, il bacino di disoccupati che non saranno sufficientemente competitivi per essere riassorbiti in fase di ripresa. Quindi di fatto le oscillazioni del ciclo non avranno alcun andamento di lungo periodo convergente verso un equilibrio di steady state di piena occupazione, come invece sostengono i liberisti.

E' quindi chiaro che la lotta contro la flessibilità, in tutte le sue manifestazioni (sia in entrata che in uscita) è un elemento centrale per la sinistra. Perché tutto ciò che tale articolo dice, uno come Monti lo sa benissimo. Per cui il suo progetto di riforma del mercato del lavoro non è certo mirato a far convergere il mercato del lavoro italiano verso la piena occupazione, quanto piuttosto a modificare profondamente il modello competitivo della nostra economia, che sarà basato su uno schema coreano, ovvero sul contenimento del costo del lavoro (invero l'unico effetto strutturale generato dalla flessibilità, poiché essa riduce il potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati). Il tutto a beneficio di una borghesia industriale, perfettamente rappresentata da Marchionne, che non immagina nient' altro che una via d'uscita dalla crisi tramite una “strada bassa” alla competitività, fatta cioè di contenimento del salario e di crescenti pressioni al ribasso sul mondo del lavoro (ovvero un modello neofordista aggiornato ad oggi) anziché provare una strada alta, fatta di qualità, innovazione, creatività, rispetto alla quale evidentemente non dispone dei necessari strumenti culturali, né del necessario coraggio.

12 febbraio 2012

dal sito    http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/


venerdì 24 febbraio 2012

LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA di Alan Woods




LA GRECIA DI FRONTE A UNA FASE PRERIVOLUZIONARIA
di Alan Woods



La crisi in Grecia è ora entrata in una fase pre-rivoluzionaria.
Domenica (il 12 febbraio ndr) abbiamo visto la più grande manifestazione nella storia della Grecia. Centinaia di migliaia di persone si sono radunate per protestare di fronte al parlamento di Atene contro l’accordo reazionario.

Ecco il vero volto del popolo greco: lavoratori e studenti, pensionati e negozianti, giovani e vecchi, sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia. Lo scontento sta superando il prezzo che il paese è stato obbligato a pagare per il suo secondo salvataggio finanziario, 130 miliardi di euro di prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, destinati a evitare il pericolo della bancarotta e uscita dall’Euro. Tuttavia, il cosiddetto prestito e pacchetto di austerità comprendeva un’ulteriore 3,3 miliardi di tagli a stipendi, pensioni e posti di lavoro solo per quest’anno, aggiungendo sofferenze ai 4 anni di recessione, bassi stipendi e crescente disoccupazione.

La spietata pressione esercitata dall’Unione Europea ha già ridotto all’osso le condizioni di vita, facendo precipitare il paese in una profonda crisi. I disoccupati sono saliti a oltre un milione. Il dato ufficiale, che è del 21%, sottovaluta la portata del problema. Non tiene conto del grande numero di lavoratori greci che teoricamente sono impiegati ma che non ricevono lo stipendio da settimane o addirittura da mesi. I tagli alle pensioni che arrivano a un totale di 300 miliardi di euro, il 22% di riduzione del salario minimo (il 32% per gli under 25) e la perdita di 15000 posti di lavoro nel settore pubblico entro il 2015 colpiranno praticamente ogni famiglia. Gli ospedali sono a corto di farmaci. Gli stipendi e le pensioni sono state falciate. Lo stato d’animo della gente sta arrivando alla disperazione.
Naturalmente, le misure di austerità non hanno colpito i ricchi, che hanno conti all’estero e hanno portato via i loro soldi dal paese. Tutto il peso dell’aumento delle tasse ricade sulle spalle dei poveri, pensionati, lavoratori e piccoli negozianti. Il popolo greco si trova anche ad affrontare ulteriori tagli alle pensioni, stipendi, un ulteriore calo del tenore di vita, e la loro pazienza si è esaurita.

I sacrifici richiesti dall’ultimo pacchetto di austerità hanno fatto infuriare sindacati e lavoratori mentre le richieste della Germania per ottenere misure ancora più dure come condizione perché la Grecia possa continuare a rimanere membro dell’Eurozona hanno scatenato una rabbia collettiva generalizzata. Questo sentimento di furiosa indignazione è venuto fuori domenica quando venivano messe in votazione dal parlamento greco le ultime di più feroci misure di austerità. Il provvedimento è passato con 199 favorevoli e 74 contrari fra scontri violentissimi per le strade di Atene. In decine di migliaia hanno assediato il parlamento.

Repressione statale

La proteste in strada sono iniziate ad Atene ma immediatamente si sono diffuse nelle altre grandi e piccole città della Grecia, comprese Salonicco, Patrasso, Rodi, Corfù e Creta. A Creta 10000 persone hanno manifestato nel centro di Eraklion, dove hanno occupato gli studi televisivi, scandendo slogan.
Il governo e le forze dell’ordine hanno reagito con una violenza senza precedenti, attaccando i manifestanti con cariche, granate stordenti e gas lacrimogeni. I manifestanti hanno combattuto coraggiosamente, rilanciando indietro contro la polizia i lacrimogeni e lanciando pietre e bottiglie molotov improvvisate. Non stiamo parlando di anarchici, come hanno dichiarato i media. Molti erano giovani normali, infuriati dalle provocazioni della polizia che si è anche gettata con le moto in mezzo alla folla. La reazione è stata di rabbia. Manifestazioni e proteste si sono svolte in diverse città, grandi e piccole, accompagnate dall’occupazione dei municipi e degli edifici governativi regionali. C’è stata una situazione insurrezionale per le strade. Lunedì notte, il giorno dopo la grande manifestazione, La gente ha assaltato gli uffici dei un vice-ministro del PASOK a Patrasso, e la sede del LAOS (partito di destra) ad Agrinio.

Domenica 4mila poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno brutalmente aggredito i manifestanti ad Atene. Ma alla fine della giornata, il centro era come una zona di guerra. Le strade erano cosparse di vetro e pietre. Ci sono stati circa 45 feriti e gli edifici del centro di Atene, inclusi bar e cinema sono stati incendiati dalle bombe molotov scagliate da manifestanti a volto coperto. Questo è stato preso come pretesto dal governo, che sta cercando di giustificare il suo sostegno al piano di austerità sostenendo che l’alternativa è il “caos”. Lucas Papademos, il Primo Ministro non eletto da nessuno, ha detto davanti al parlamento: “Atti di vandalismo e distruzione non hanno spazio in una democrazia e non saranno tollerati. Faccio un appello pubblico alla calma. In questo momento cruciale, non possiamo permetterci il lusso per questo tipo di proteste. Penso che ognuno è consapevole di quanto sia grave la situazione”. Queste dichiarazioni puzzano di ipocrisia. È evidente che la violenza nelle strade è stata deliberatamente provocata dalle forze repressive dello stato, precisamente per creare un clima di paura e instabilità. Il governo stesso è responsabile di questo. Il ministro delle finanze Evangelos Venizelos ha fatto un disperato appello per il sostegno alla manovra prima del voto di mezzanotte: “Dobbiamo dimostrare che i greci, quando sono chiamati a scegliere fra il male e il peggio, scelgono il male per evitare il peggio”.

Ma nessuna delle cosiddette soluzioni della borghesia possono arrestare il declino. La Grecia non può pagare i suoi debiti. Attualmente sta pagando il 33% di interessi sui prestiti stranieri. Questo significa che è entrata in una spirale verso il basso, un inarrestabile processo nel quale la causa diventa effetto e l’effetto causa: più tagli significheranno una crisi più profonda, più disoccupazione e più basse condizioni di vita.

Questo, a sua volta, significherà meno tasse e un più alto deficit pubblico, che può essere coperto da nuovi piani di salvataggio, che porteranno nuove richieste di tagli, e così via. È come cadere in un buco nero, dal quale non può sfuggire nulla, neanche i raggi di luce.

Crisi politica

Sabato sera, in un discorso televisivo alla nazione il Primo Ministro Papademos ha parlato di quanto sarebbe costato il rifiuto del pacchetto. Ha detto che sarebbe come “portare il paese in un’avventura disastrosa” e “creare le condizioni per un caos economico senza controllo ed esplosioni sociali”. Ha anche aggiunto: “il paese sarebbe coinvolto in un vortice di recessione, instabilità, disoccupazione e miseria protratta e questo avrebbe prima e poi portato il paese ad uscire dall’euro”.
Tutto questo è probabilmente vero, ma non ha per niente convinto il popolo greco a tagliarsi la gola per impedire ad altri di fare la stessa cosa.

C’è una imponente opposizione al piano di austerità. Secondo i sondaggi, il 90% della gente è contraria. Nonostante questo, venerdì il governo ha approvato il pacchetto, ma solo dopo che sei membri avevano rassegnato le dimissioni.

Il LAOS, un piccolo partito di destra nazionalista capeggiato da Giorgios Karatzaferis, ha ritirato l’appoggio e con il sostegno dei due principali partiti alle misure draconiane il Primo Ministro Lucas Papademos ha anticipato l’approvazione in parlamento. In questo caso, tutti i partiti nella coalizione hanno subito scissioni e crisi. 22 parlamentari sono stati espulsi dal Pasok per aver votato contro il piano, e altri 9 astenuti sono stati puniti. 21 parlamentari sono stati espulsi dal partito conservatore Nuova Democrazia. Attualmente il secondo gruppo più grande in parlamento è quello “indipendente” dei 64 membri espulsi. Cosa dimostra tutto questo? Soltanto che questo parlamento screditato non rappresenta il popolo. I sondaggi mostrano un forte calo di consensi sia per il PASOK che per Nuova Democrazia. I consensi al PASOK, anche prima del voto di Domenica, erano soltanto l’8-9%. Ora saranno calati ulteriormente. Non è stato risolto niente con questo voto. Il governo deve ancora soddisfare le dure condizioni legate al prestito e deve rispettare la scadenza di questo venerdì per arrivare a un accordo con gli obbligazionisti e ripagare 14,4 miliardi di euro di bond entro il 20 Marzo.

Ogni serio commentatore ora ritiene che alla fine la Grecia sarà costretta ad uscire dall’eurozona, e probabilmente anche dall’Unione Europea. I piani di emergenza per un ritorno alla dracma sono già stati stilati ad Atene, Berlino e Bruxelles. È solo una questione di tempo. I dati rivisti per il 2011 mostrano una contrazione dell’economia del 6,8%, più di quanto originariamente immaginato, e del 7% nell’ultimo trimestre del 2011. Anche se le ultime disposizioni del piano venissero attuate non sarebbero sufficienti a rientrare dal deficit. Le stime iniziali erano che queste misure sarebbe servite a ridurre il deficit dal 160% del PIL (il livello attuale) al 120% (una quota ancora molto alta). Ma le ultime stime indicano che anche se il piano venisse portato a termine (cosa improbabile) il deficit sarebbe ancora al 136% nel 2020.

Nonostante questo, i finanziatori dell’Unione Europea, capitanati da Angela Merkel, rimangono implacabili. Neanche i tagli approvati dal governo di Atene li soddisfano.
Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag: “Le promesse che arrivano dalla Grecia non ci bastano più”. Ha aggiunto: “La Grecia deve fare il proprio dovere per diventare competitiva, che questo avvenga attraverso un nuovo piano di salvataggio o per un’altra strada che in realtà non si vuole prendere”.
I leader della Germania non accettano le ultime misure come un’opera di carità. Vogliono un accordo firmato dai partiti di governo che queste misure saranno attuate indipendentemente dai risultati delle elezioni in aprile. Vogliono anche mettere i soldi prestati in un fondo speciale fuori dal controllo della Grecia, cosi che prima i creditori siano rimborsati e solo se rimangono soldi possono essere utilizzati dallo stato. Chiedono anche che i greci accettino ulteriori 325 milioni di tagli. Berlino chiede inoltre chiarimenti su come la Grecia intenda tagliare il costo del lavoro del 15%. In altre parole, vogliono tirare fuori il sangue dalle rape.

Questi amichevoli interventi tedeschi non hanno minimamente aiutato il signor Papademos, il cui governo è ora come una nave naufragata sugli scogli in alto mare. La famigerata Troika voleva che il suo governo durasse fino alla fine dell’anno. Invece, è già a pezzi. Come tutti i piani dei leader Europei, anche la coalizione di “unità nazionale” è in rapido disfacimento. La borghesia non ha più il controllo della situazione. Piuttosto, è la situazione che la sta controllando. Ci saranno nuove elezioni in aprile: non sappiamo chi vincerà, però possiamo dire chi perderà. C’è un rabbia verso tutti i partiti presenti nella coalizione di governo, che sono tutti in crisi. Le elezioni produrranno al massimo un’altra debole coalizione di governo pro-austerità, probabilmente capeggiata da Nuova Democrazia. Questo non risolverà niente e porterà ad ulteriori sconvolgimenti. Coalizioni instabili cadranno una dopo l’altra.

Una fase prerivoluzionaria

Lenin sottolineò tempo fa che ci sono 4 condizioni per una situazione rivoluzionaria:

1) una spaccatura nella classe dominante
2) la piccola borghesia che oscilla fra borghesia e classe operaia
3) le masse devono essere preparate a combattere e a fare grandi sacrifici per prendere il potere
4) un partito e una direzione rivoluzionaria pronti a guidare la classe operaia alla conquista del potere

In Grecia al momento sono presenti tutti questi fattori a parte uno. La borghesia è in crisi. Non ha soluzioni per l’impasse attuale. Le sue figure di spicco sono un ritratto di impotenza e incertezza. Sono stretti fra due giganteschi macigni: da un lato la pressione spietata del capitale internazionale, dall’altro, la resistenza feroce delle masse.
La crisi della classe dominante si riflette nelle crisi e scissioni in ognuno del partiti al governo. 40 parlamentari sono già stati espulsi per non aver votato il piano di austerità, ma le misure disciplinari non risolveranno niente. È come rattoppare le crepe di un muro causate da un massiccio movimento sismico delle placche tettoniche. L’attuale governo manca completamente di legittimità agli occhi delle masse. È il governo dei banchieri che non è mai stato eletto da nessuno. L’odio verso le banche e i ricchi in generale è universale. Il sentimento generale di rivolta si è diffuso anche alla classe media che ha visto crollare il proprio tenore di vita: i piccoli imprenditori che sono stati costretti alla bancarotta; i funzionari pubblici che hanno perso il lavoro, i tassisti che affrontano la rovina. Non è vero che la classe media sta oscillando fra la borghesia e il proletariato. In Grecia la classe media è stata costretta dalla crudele necessità a prendere la strada della rivoluzione. Riguardo invece alla classe operaia? Negli ultimi due anni, il proletariato greco ha mostrato un’enorme attivismo e determinazione. Ci sono stati 17 scioperi generali, e numerose manifestazioni di massa e proteste di ogni tipo. Uno dovrebbe chiedersi: cos’altro vogliamo chiedere alla classe operaia? Cos’altro pretendiamo ancora?

È vero che lo sciopero generale di 48 ore organizzato dai sindacati la scorsa settimana non è stato un gran successo. Questo indica che lo spirito combattivo della classe operaia sta venendo meno? Questo significa che le masse si sono messe l’animo in pace, e the la borghesia è riuscita a ristabilire l’equilibrio necessario? Al contrario, il vecchio equilibrio politico e sociale è stato completamente distrutto in Grecia. Non verrà ristabilito facilmente o velocemente. Come si spiega la ridotta partecipazione allo sciopero generale di 48 ore? La risposta è molto semplice: I lavoratori hanno capito che gli scioperi di 1 o 2 giorni non risolvono nulla. Ci sono alcuni casi in cui gli scioperi e le manifestazioni possono costringere un governo a cambiare le proprie politiche. Ma questo non è uno di quei casi.

La crisi è troppo profonda per permettere alla borghesia un margine di manovra. Non abbandoneranno la strada intrapresa, che, in ogni caso, viene dettata a loro da Berlino e Bruxelles.
I dirigenti sindacali in Grecia – come in ogni altra parte del mondo – non capiscono la gravità della situazione. Anche se si considerano dei grandi realisti, sono in realtà più ciechi dei ciechi. Vivono in un passato che si è già ritirato nelle nebbie della storia. I dirigenti sindacali si immaginavano che con una piccola opposizione, avrebbero potuto convincere la borghesia a fargli alcune concessioni. “dopo tutto siamo moderati, non rivoluzionari”. Ma al posto di concessioni hanno ricevuto un calcio nei denti. La verità è che i dirigenti sindacali hanno usato gli scioperi generali di un giorno come una valvola di sfogo per le masse. Uno sciopero generale è in realtà solo una dimostrazione. Può esser utile nel mobilitare la classe, compresi gli strati più arretrati e inerti. Nelle strade i lavoratori sentono il proprio potere e cresce la propria fiducia. Questo è il lato positivo dello sciopero generale, ma se questa azione viene ripetuta all’infinito, senza che siano mostrati risultati concreti, i lavoratori ne vengono stancati. Possono vedere che tutti questi scioperi hanno fatto perdere loro un sacco di soldi, ma non hanno raggiunto il loro obiettivo. Arrivano alla conclusione che siano necessaria azioni più forti. Ma che tipo di azioni?

Ecco che la questione della direzione assume un’importanza cruciale. I metodi puramente sindacali non possono risolvere il problema, perché la natura del problema non è sindacale ma politica. È una questione di una classe contro l’altra, di lavoratori contro i padroni, ricchi contro poveri: in ultima analisi è la questione del potere statale.
La tattica di organizzare scioperi generale di 1 o 2 giorni si è completamente esaurita. L’unica possibilità ora è di uno sciopero generale a oltranza per rovesciare il governo. Ma uno sciopero generale a oltranza non è più una dimostrazione. Pone di punto in bianco la domanda: chi è il padrone di casa? Chi governa: voi o noi? In altre parole, si pone la questione del potere. Questa è una questione che nessuno degli attuali dirigenti della sinistra è preparato a porsi.

Hanno paura a spiegare alla gente quello che hanno bisogno di sapere: Non sarà possibile risolvere i problemi della Grecia fino a quando il potere sarà nelle mani di un pugno di ricchi parassiti: banchieri, padroni, palazzinari e armatori. È impossibile curare il cancro con un’aspirina. Quello che è necessario è un autentico governo di sinistra – un governo dei lavoratori preparato ad espropriare le banche e i grandi gruppi industriali – sia nazionali che stranieri – e introdurre un’economia pianificata, sotto il controllo democratico della classe operaia. Per liberare l’economia greca dalla stretta alla gola del capitale straniero, tutti i debiti devono essere considerati nulli e ci dovrebbe essere il monopolio del commercio estero. Dovrebbero essere prese drastiche misure rivoluzionarie contro gli speculatori e la gente che porta i propri capitali all’estero. Queste sono condizioni primarie, senza le quali nessuna soluzione è possibile. Tuttavia, perfino queste misure non sarebbero sufficienti. Nelle condizioni attuali, nessuna nazione può salvare se stessa su basi nazionali. Il socialismo in un solo paese è un’utopia reazionaria, come dimostra chiaramente l’esperienza dell’Unione Sovietica e della Cina. Una Grecia socialista dovrebbe fare un appello ai lavoratori europei perché seguano il suo esempio: liberarsi dal giogo del capitale e unirsi in una Federazione Socialista Europea, costruita sulle solide basi dell’uguaglianza e solidarietà.

L’unica cosa che separa la classe operaia dalla presa del potere è la mancanza di una direzione. I sondaggi indicano che i partiti di sinistra (Synaspismos, KKE e Sinistra Democratica) hanno oltre il 40%. Questo dimostra che la classe operaia sta guardando ai partiti di sinistra per risolvere i propri problemi. Ma le posizioni settarie impediscono loro di unirsi nell’azione. Il KKE rifiuta di collaborare con gli altri partiti di sinistra. Domenica hanno perfino organizzato manifestazioni separate. Questo è un errore fatale. La classe operaia chiede unità di azione contro i padroni e una vera politica socialista! Ciò che si richiede a gran voce è l’applicazione della politica leninista del fronte unico. Una politica e un programma del genere sarebbero sufficienti a gettare i partiti della borghesia nella pattumiera della storia a cui appartengono.
La nostra bandiera è quella del socialismo e dell’internazionalismo proletario, l’unica strada percorribile per i lavoratori in Grecia, in Europa e nel mondo intero.


Londra, 14 febbraio 2012

dal sito http://www.marxismo.net/

giovedì 23 febbraio 2012

I NOSTRI BRAVI RAGAZZI SPARANO di Antonio Moscato




I NOSTRI BRAVI RAGAZZI SPARANO
di Antonio Moscato


Pochi giorni fa commentando la notizia di una formazione di marines che a fianco della bandiera a stella e strisce ne esibiva una della famigerata Schutzstaffel, la polizia segreta militare nazista, avevo ricordato che anche i nostri corpi speciali hanno più volte manifestato nostalgie fasciste: Marines e SS*.
Manco a farlo apposta due marinai scelti (“marò”) di una delle formazioni speciali imbevute di ricordi delle presunte glorie del periodo mussoliniano, il Reggimento San Marco, che erano stati assegnati per assurda e immorale decisione di Ignazio La Russa su navi mercantili a fare le guardie private (pagate due volte, dallo Stato e dagli armatori), avrebbero sparato a due pescatori disarmati, scambiandoli per pirati... Sono stati arrestati in India (in realtà messi agli arresti domiciliari in una confortevole villetta), e subito si è innalzato un coro che li proclamava innocenti e ne chiedeva l’immediata liberazione, anche con la forza. Sporchi selvaggi, gliela faremo pagare, era il senso della proteste della destra.

In realtà per dichiararli innocenti, i garantisti (bipartisan, come al solito) hanno strafatto. Hanno detto prima che i due non avevano sparato a nessuno, e che era stato invece probabilmente un mercantile greco (tanto, che conta più la Grecia?); poi che comunque loro avevano sparato solo in aria; poi che sono stati tratti in inganno dai perfidi indiani con un pretesto: il pretesto è risultato l’invito a tornare al porto “per identificare gli assalitori”. Ma perché dovevano andarci nel caso non ci fosse stato nessun “assalto”, e tanto più se come hanno sostenuto stavano decisamente fuori dalle acque territoriali? Poi tutti giornali hanno insinuato che l’arresto era stato deciso nel quadro di manovre preelettorali indiane…

Poi è risultato che di preelettorale c’era solo la candidatura di uno dei due, Massimiliano Latorre, alle prossime elezioni di Taranto nelle liste di Giancarlo Cito (AT6 - Lega d’azione meridionale).
Cito, vecchio picchiatore fascista che ho visto personalmente in azione durante un assalto a un comizio in sostegno alla campagna del Manifesto per Valpreda nel 1972, era stato qualche anno dopo espulso perfino dal MSI, ed era riuscito con l’appoggio di una sua TV scandalistica, AT6, e soprattutto della malavita locale, a essere eletto sindaco. Dopo una lunga fase in cui era stato privato dei diritti politici in seguito a una condanna (definitiva) per concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi rapporti con la Sacra Corona Unita (aveva anche scontato quattro anni di carcere) ora sta tornando in scena. Avanti, c’è posto per tutti. E naturalmente anche per il “marò” Latorre, sulla cui moralità Cito garantisce appassionatamente, rievocando la lunga collaborazione. “Era un ragazzo posato, riflessivo”… Lo avete visto quando è stato preso in consegna dalle autorità indiane? Con lo sguardo fiero e la testa alta. Massimiliano è un militare tutto d’un pezzo, non un pazzo esaltato”. Detto per inciso, appena pochi mesi fa, il “posato Cito” aveva organizzato un assalto contro un circolo del PdCI...

Su “La Stampa” si riportano con simpatia i messaggi “pieni rabbia ma anche di orgoglio”, dei suoi “fratelli” del Reggimento San Marco: “Per mare, per terra. Forza e onore ai nostri fratelli”.

Io di simpatia per questi mercenari a 500 euro al giorno (la cifra è stata indicata da Falco Accame, che è sempre documentatissimo) non ne ho proprio. Naturalmente, come nel caso di Orfeo Goracci, non mi sostituisco alla magistratura, italiana o indiana che sia, e quindi non assolvo né condanno nessuno. Possono essere anche innocenti del delitto addebitatogli, ma è una vergogna che gente di questo genere si annidi e prosperi in corpi militari dello Stato repubblicano. In ogni caso è pessima l’aria che tira: la campagna dei media in difesa di questi fulgidi eroi puzza di nostalgie colonialiste da molti punti di vista.

Il rifiuto del diritto indiano a processare i due ricorda tra l’altro molto la pretesa statunitense di sottrarre al giudizio italiano perfino i piloti che provocarono la strage del Cermis…
Evidentemente chi va con lo zoppo impara a zoppicare…


21 Febbraio 2012

* http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=747:marines-e-ss&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

lunedì 20 febbraio 2012

DALLA GRECIA, QUALE RIVOLUZIONE? di Carlo Felici





DALLA GRECIA, QUALE RIVOLUZIONE?
di Carlo Felici


Le immagini di Atene che brucia per uno come me che ha sempre avuto due grandi amori nella vita: la passione rivoluzionaria e la cultura greca, sono allo stesso tempo fonte di grande speranza ma anche di molta angoscia.
Ho seguito, fino a notte tarda, gli scontri con la web cam e, minuto dopo minuto, mi sono consumato nel rimpianto di non essere stato anche io presente lì, nelle vie e nelle piazze di Atene.
La notte del 12-13 febbraio sarà ricordata come una notte storica, non solo per il popolo ateniese, ma anche per l'Europa. E' l'inizio di qualcosa di seriamente diverso, è forse l'incipit di una rivoluzione europea.

Tutto è cominciato quando due grandi personaggi, quasi mitologici della storia greca: Mikis Theodorakis, noto compositore, e l'eroe della resistenza antinazista Manolis Glezo, entrambi quasi noventenni, ma con il coraggio e la determinazione dei venti anni, hanno cercato di entrare in Parlamento per consegnare una dichiarazione di protesta congiunta che però è stata respinta con disprezzo e violenza inaudita, addirittura con attacchi mediante sostanze chimiche.
Da allora nella città culla della civiltà e della democrazia europea si è scatenato l'inferno, nelle vie, nelle piazze, con una furia sempre più crescente e devastante che ci fa capire chiaramente che purtroppo nei regimi europei del neoliberismo capitalista selvaggio, non c'è spazio per un cambiamento pacifico, per una “rivoluzione indolore”. Come alcune di quelle che si verificarono nei regimi dell'est a conduzione stalinista e che portarono al crollo del muro di Berlino.

Il muro monetario che impone sacrifici infiniti e insopportabili alle categorie di lavoratori, studenti e pensionati sempre più disagiate, è molto più robusto e insormontabile, e purtroppo l'illusione che crolli solo in virtù dell'impopolarità e del dissenso è destinata a cadere, così come quella che possa in qualche modo essere scalfito dalle immagini rilanciate dai media mondiali delle molotov, delle bombe carta o delle pietre volanti.
Di fronte a scioperi perduranti e alla esplosione improvvisa della rabbia popolare, esso assume facilmente le sembianze del muro di “gomma”, assorbendo e respingendo al contempo il conflitto.
Evidentemente questo accade perché il sistema che esso protegge è diventato ormai palesemente una dittatura che respinge ogni dissenso, anche all'interno delle compagini parlamentari in cui le componenti dissidenti vengono espulse senza tanti scrupoli da quei partiti che hanno deciso di seguire in maniera ossequiente le direttive di quei potentati economici che hanno come esclusivo loro interesse la crescita del profitto per gli istituti bancari e finanziari dominanti.

Questo non è un regime che sopporta cambiamenti democratici perché ha già espulso la democrazia dal suo orizzonte, soppiantandola con una serie di strumenti rappresentativi collateralisti, come vari partiti e sindacati che fungono solamente da cuscinetto per rendere l'impatto di tali politiche liberticide e divaricatrici dei livelli di benessere e di ricchezza, più progressive e “sopportabili”, anche quando il limite della sopportazione è già stato abbondantemente superato.

In Grecia le condizioni rivoluzionarie sono già ampiamente in atto, sia perché nessuna forza parlamentare si rivela più dotata di sufficienti capacità di autonomia e di alternativa per far fronte ai bisogni sempre più angoscianti del popolo, sia perché le classi medie sono ampiamente scivolate verso soglie di palese povertà, sia perché le classi dominanti sono completamente isolate dal contesto culturale e sociale dell'intero Paese e non sono più in grado di mantenere come prima un adeguato livello di autosufficienza, non esprimono alcuna capacità politica, ma hanno bisogno di fiduciari del sistema finanziario dominante calati dall'alto, e infine perché il mondo del lavoro sta mettendo in atto forme di lotta sempre più coordinate, dilaganti e perduranti.
Anche in alcuni settori normalmente deputati alla difesa del sistema dominante si stanno aprendo delle crepe di concreto e sempre più insofferente dissenso, un sindacato di polizia ha infatti invocato l'”arresto della Troika” europea incaricata di imporre e di controllare l'applicazione di un diktat che sicuramente non risolverà il problema dell'economia greca ma acuirà ulteriormente il disagio, la sofferenza ed il conflitto sociale.
Se dunque esistono tutte queste condizioni, che, si badi, stanno maturando non solo rapidamente in Grecia, ma anche in altri Paesi europei, perché il processo rivoluzionario non prende finalmente corpo, perché non si attua concretamente?
Essenzialmente per tre motivi.

1) Date le condizioni specificate in precedenza, e data la resistenza di un sistema che sfrutta abilmente il caos fine a se stesso e distruttivo, un movimento rivoluzionario non può trovare il modo di “sfondare” conseguendo i suoi obiettivi solo con grandi manifestazioni oceaniche. Esso ha piuttosto bisogno di un vasto consenso popolare per mantenere un consistente appoggio “logistico”, ma, di fronte alla palese opposizione repressiva e alla violenza indiscriminata contro chiunque protesti, non può che usare metodi più incisivi, come la lotta armata. Evidentemente essa non si improvvisa né si può pensare che debba essere attuata da chi non è adatto a tale scopo. Per un tipo di lotta di questo genere sono necessarie persone che sanno combattere. E quindi deve necessariamente prodursi una saldatura tra movimenti popolari e reparti ribelli delle forze di polizia o dell'esercito, seriamente interessati a difendere maggiormente la dignità e la libertà della loro patria e della maggioranza del loro popolo, piuttosto che gli interessi delle classi dominanti.

2) I leader di partito sovente si rivelano solo come un impaccio per tale compito, in quanto tutti, nessuno escluso, tendono ad ingabbiare la lotta rivoluzionaria nell'ambito di una ideologia, di un partito o di una bandiera di parte, mentre una lotta del genere non può che essere patriottica ed internazionalista. Una forza concretamente rivoluzionaria non può dunque che abbandonare le sigle di partito, le ideologie (specialmente veterocomuniste o veteronazionaliste e populiste) per assumere un ruolo di stretta rappresentanza delle istanze popolari, come fece ad esempio il movimento del 26 luglio, (scegliendo i leaders solo per competenza strategica, militare, economica, politica e culturale) e dandosi degli obiettivi graduali unitari e concreti, come il controllo dei centri di potere, degli armamenti, delle banche e delle risorse energetiche ed alimentari. Tutti devono essere utilizzati, una volta conquistati, per promuovere un serio miglioramento delle condizioni popolari, ma non realizzando un regime di economia collettivistica, bensì, in primis, spezzando i grandi monopoli che impediscono la crescita di ogni iniziativa imprenditoriale, con o senza il controllo dello Stato, e soprattutto ostacolano una giusta distribuzione della ricchezza.

3) Un serio processo rivoluzionario è destinato a fallire sotto la repressione, se si attua soltanto in un Paese e non trova immediata saldatura in altri limitrofi in cui le medesime condizioni di povertà e di sfruttamento, oltre che di annullamento delle libertà democratiche, sono palesemente in atto. Senza un coordinamento internazionalista ed un reciproco sostegno tra più movimenti rivoluzionari, nelle varie aree del Mediterraneo, europee e del mondo, ciascuno di essi è miseramente destinato a fallire sotto i colpi della repressione di regimi che, in virtù della paura e del mantenimento dei privilegi, si faranno sempre più autoritari e feroci.

Chi parla dunque di rivoluzione, oggi, ed è ancora preda del tribalismo politico, specialmente nella sinistra, ed è più interessato a contrastare movimenti analoghi al suo con intenti “ereticali”, piuttosto che a creare una concreta base di coordinamento e di lotta nella massa dei lavoratori, e del popolo, addestrandolo ad organizzarsi e a combattere, chi si limita ad una funzione propagandistica e “alternativa” sul piano mediatico e non lavora in maniera capillare nelle strutture territoriali in cui il disagio sociale e la voglia di riscatto è più forte, chi crede che l'intento rivoluzionario sia una sorta di “bandiera” da tenere alta, solo con un nobile quanto asfittico intento di testimonianza, è completamente fuori strada.
Un popolo e dei leaders che non mettono in conto, prima di accingersi ad una vera lotta rivoluzionaria, il fatto di “essere già morti” e dunque di poter sacrificare la loro vita senza alcuna esitazione, sono già sconfitti in partenza.
Una rivoluzione non è una festa di gala, ma una tragica e necessaria incombenza quando maturano precise condizioni, la storia ci dà innumerevoli esempi in tal senso.
Come drammatica necessità, una rivoluzione che porta inevitabilmente con sé il suo carico di lutti e di sofferenze, non andrebbe celebrata come un fine permanentemente escatologico, come una sorta di processo palingenetico, tale da introdurre ad una nuova “era”, ma andrebbe seriamente considerata come una “extrema ratio” come una situazione più da “prevenire” che da “programmare e attuale permanentemente” in ogni parte del mondo.

L'unica “rivoluzione permanente” possibile infatti dovrebbe essere quella delle coscienze e della crescita dei diritti, e della scoperta di nuovi e sempre migliori orizzonti di convivenza e di sinergia con gli ambienti naturali in cui gli esseri umani sono destinati a vivere, e le cui risorse sono seriamente minacciate da un contesto umano fin troppo inconsapevole dei guasti che ha prodotto con i sistemi politici ed economici attuati nel passato.
L'arma migliore e la più rivoluzionaria che ha dunque l'essere umano resta sempre quel lògos che gli consente di superare la propria inconsapevolezza e la sua incapacità relazionale.
Quando però viene seriamente minacciata la sopravvivenza proprio di ciò che è indispensabile per favorire la nascita e la maturazione di questo lògos, di tale coscienza: la scuola, la sanità, il lavoro, ad esempio, allora l'essere umano ha il diritto ed il dovere di ricorrere anche alla forza di altre armi e di farsi aiutare ad averle e ad usarle da chi può fornirgliele.

Le rivoluzioni armate bisogna imparare a prevenirle non con sofisticati sistemi di spionaggio e di repressione, ma con sistemi sociali, economici e politici adeguatamente avanzati e rispondenti alle necessità popolari. Infatti, la storia dimostra che anche quei regimi che consideravano di avere i migliori sistemi di controllo e di repressione, o che credevano di avere isolato e immiserito un processo rivoluzionario, sono stati poi facilmente aggirati, colpiti, abbattuti e infine rovesciati.

Diceva Lev Trotsky:

Gli uomini non fanno la rivoluzione più volentieri di quanto facciano la guerra.”

Infatti, mediamente, essi producono e vendono molte più armi per fini bellici piuttosto che costruirle e regalarle per fini rivoluzionari, e non di rado le rivoluzioni trovano un tragico sbocco in guerre disastrose e distruttive.
Di conseguenza, spesso il trionfo di una rivoluzione è anche purtroppo il "trionfo della morte" e quindi se è vero, come affermava Guevara, chein una rivoluzione si trionfa o si muoreè altrettanto certo che “in una rivoluzione si trionfa e si muore” anche nello stesso tempo.

Morire non è mai bello, ma quando sei condannato ad una vita di stenti e di precarietà, quando non hai più soldi per pagare né una casa e tanto meno la tassa che ti consente di abitarci, quando gli ospedali ti respingono o ti curano per terra, quando la tua aula trabocca di scolari fino al punto che non si riesce più ad ascoltare l'insegnante, quando il tetto della scuola ti cade in testa, quando la tua casa per oltraggio della natura ti crolla addosso e sei condannato ad una vita da accampamento, quando la legalità non è altro che l'arbitrio di chi ha più soldi da sbatterti in faccia, quando la tua vita è minacciata, prima ancora di nascere, dalla denutrizione di chi ti porta in grembo, quando il futuro pesa su di te come una condanna... allora anche morire o farsi torturare per una rivoluzione assume la sembianza dell'ultimo paradiso perduto e dell'età dell'oro, oppure l'unica via per la Resurrezione di un popolo.

In Grecia alcuni dicono che finalmente una condizione rivoluzionaria è sorta... io dico purtroppo, perché prima di una Resurrezione c'è sempre una Croce ed un Calvario da affrontare con fede incrollabile.

15 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

domenica 19 febbraio 2012

LA LUNA DI MIELE DI MONTI di Nicola Casale




LA LUNA DI MIELE DI MONTI
di Nicola Casale



La cura “salva Italia” del medico Monti ha somministrato il suo primo ciclo di farmaci. Come era preannunciato l’impatto è stato pesante, e pesantemente a senso unico: tutti coloro che, per vivere, possono contare solo sul proprio lavoro hanno subìto decurtazioni ai redditi, con l’aumento generalizzato delle imposizioni indirette e i tagli al welfare, ed esproprio ulteriore di una vecchiaia di riposo, con il peggioramento delle condizioni per la pensione e dei relativi assegni.
Il secondo ciclo è già delineato nei suoi tratti essenziali: liberalizzazioni, privatizzazioni, e, soprattutto, demolizione dei residui diritti e garanzie dei lavoratori.
Gli obiettivi sono: risanare le finanze pubbliche e rilanciare l’economia. Il quadro complessivo al cui interno si collocano è complicato. Bisogna fare i conti con una crisi generale che non accenna a concludersi e con il fatto che, nel suo ambito, cresce lo scontro su chi debba farsi carico dei costi maggiori. Il conflitto dollaro-euro fa parte di questa partita, nella quale entrano una serie di varianti con altri soggetti, a loro volta, costretti a ri-posizionarsi a causa degli sconvolgimenti che la crisi ha portato con sé.

Il “primo tempo” di Monti ha tolto da salari, stipendi e redditi da lavoro autonomo soldi veri e li ha dirottati al pagamento degli interessi sul debito pubblico. Nella speranza di placare la speculazione e dare certezze a chi presta soldi allo stato e dovrà continuare a prestarne. La speculazione ha apprezzato, e … ha elevato la posta, con i quanto mai tempestivi giudizi delle agenzie di rating. La certezza che la finanza anglo-americana continuerà a sparare bordate per evitare la stabilizzazione della zona-euro rende il compito del “primo tempo” ulteriormente gravoso. Per conservare l’euro come moneta in grado di competere alla pari con il dollaro nell’attrarre capitali, ovvero per razzolare profitti ovunque prodotti, e per cercare di contenere i danni della crisi in Europa, bisognerà, dunque, mettere mano a una seria riduzione del debito pubblico, in modo da limitare l’esposizione alla speculazione. Le dimensioni delle manovre necessarie sono troppo grandi per pensare di porvi rimedio con i tagli ai soliti noti (che pure continueranno). Un accordo con la Svizzera per un prelievo sui capitali ivi espatriati potrebbe fornire qualche decina di miliardi e qualche fondo aggiuntivo potrebbe venire da una stretta sull’evasione fiscale, ma non saranno sufficienti. C’è il rischio, insomma, che si debba, prima o poi, metter mano anche alle ricchezze accumulate con una qualche forma di prelievo sui patrimoni medio-grandi. Monti la aborre. Sarebbe, per lui, come “demonizzare” la ricchezza con l’effetto di deprimere gli istinti accumulativi, che sono l’anima del capitalismo e senza i quali non ci sarebbe più investimento e crescita, e anche la povera gente, destinataria della sua compassione (pelosa), sarebbe penalizzata dall’assenza di lavoro.
Se, però, si riuscisse a invertire il trend decrescente del Pil, anche i problemi di debito pubblico potrebbero essere affrontati con meno affanno.

Il completamento del “primo tempo” si intreccia, dunque, con l’avvio del “secondo”.

Sul “risanamento dei conti” le opinioni tra polo-dollaro e polo-euro sono platealmente divergenti. Il polo-dollaro preme affinché l’Europa accresca il suo apporto di capitale fittizio, spiani praterie alle incursioni della speculazione finanziaria e indebolisca l’euro (l’euro che piace ad Obama è un euro che non pregiudichi la supremazia di un dollaro, a sua volta, in serie difficoltà). Il polo-euro cerca di limitare la crescita di capitale puramente monetario, ridurre i debiti pubblici, conservare e rinforzare l’euro. Monti non può fare a meno di tenere conto delle esigenze del polo-euro, ma, contemporaneamente, lascia intendere che dinanzi a “eccessive” penalizzazioni, l’Italia potrebbe far più di un semplice occhiolino al polo-dollaro (e alla sua dépendance inglese in Europa). Come da costume atavico, la borghesia italiana cerca di tenere il piede in due staffe, pronta a gettarsi, al momento opportuno, sul carro del vincente.

Lo scontro tra Europa ed Usa, tuttavia, continua a svolgersi sotto traccia, non si esplicita con chiarezza, e non è detto che precipiti all’immediato. In effetti, l’Europa capitalista inizia a trovarsi dinanzi ad un acuto dilemma. Da un lato avverte il peso (e il costo) crescente del sostegno agli Usa, la cui economia abbisogna di un flusso crescente di risorse rapinate ovunque, con le “buone” o le cattive, preferibilmente attraverso il sofisticato armamentario finanziario costruito attorno al dollaro e a Wall Street, adeguatamente sostenuto dallo strapotere militare. Dall’altro lato ha bisogno della funzione di controllo politico e militare degli Usa sul mondo, di cui lo stesso capitalismo europeo ha approfittato, negli ultimi 60 anni, per partecipare alla spoliazione dei paesi “in via di sviluppo”. La capacità di Obama di stemperare l’impatto delle rivolte in Yemen, Tunisia ed Egitto, e di rinsaldare il dominio sul Nord-Africa prendendo possesso della Libia, ha salvato dal panico le cancellerie europee, che, da sole, non sarebbero riuscite in una simile manovra.

Il dilemma è destinato ad acuirsi ulteriormente. Dopo la Libia, gli Usa bramano sottomettere altri due paesi non omologati ai propri interessi economici e strategici: la Siria e, subito dopo o con un sol boccone, l’Iran. Da trattare allo stesso modo di Afghanistan, Iraq e Libia, ossia distruggerne il sistema economico e politico per impedirgli qualunque politica autonoma da Washington. In tal caso, però, è già venuto fuori con evidenza che Russia e Cina non sono disposte a chiudere un occhio (o entrambi) come fatto nei casi precedenti. Il motivo è ben comprensibile: l’obiettivo successivo sarebbero proprio loro, l’unico paese in possesso di armamenti in grado di contrastare quelli americani (Russia) e l’unico paese in grado di inserirsi nei mercati del Terzo Mondo con modalità che intaccano il predominio americano e occidentale (Cina) e che, per di più, possiede una straordinaria forza-lavoro che potrebbe produrre per Wall Street quantità di profitti ben maggiori di quelli attuali, ove fosse rimossa quella fastidiosa politica “nazionalista” che pretende di trattenere in patria quote di profitto per incrementare il proprio sviluppo capitalistico.

Il riscaldarsi delle tensioni tra Usa, Russia e Cina produrrà inevitabili problemi all’Europa che con questi ultimi due paesi va stringendo rapporti economici, finanziari e politici, suscettibili, potenzialmente, di creare un asse geo-politico in grado di minare il predominio nord-americano.

Il governo Monti (con l’appoggio di Napolitano e Pd) si è già sdraiato sulle posizioni Usa a proposito di Siria ed Iran, facendo, con ciò, direttamente pressione anche sul resto dell’Europa. Per la Germania, invece, dire no (Iraq, 2003) o astenersi (Libia, 2011) potrebbe produrre conseguenze più difficili da gestire.

Sul “rilancio dell’economia”, invece, le opinioni di polo-dollaro e polo-euro sono platealmente convergenti. Il cuore dei progetti a tal fine è di creare le condizioni per un rilancio generale dei profitti reali, quelli che non sono il semplice frutto della moltiplicazione speculativa prodotta dalle alchimie finanziarie, ma della produzione dei beni materiali e dei servizi collegati. L’esigenza è resa drammaticamente urgente dalla crisi: più profitti dal lavoro vivo servono per cercare di evitare nuove esplosioni di “bolle finanziarie”, per alimentare con nuova sostanza le fameliche aspettative di guadagno dell’immane capitale accumulato (lavoro morto) circolante per il mondo nelle più varie, e variamente mostruose, forme di capitale finanziario. Inoltre, creare un ambiente più favorevole al profitto è l’unica speranza per cercare di favorire il ritorno nell’economia “reale” di una parte almeno dei capitali investiti nella finanza. Monti rappresenta la modalità italiana, con le sue peculiarità, di questa esigenza del sistema, generale e generalmente condivisa da governi, istituzioni finanziarie, multinazionali, confindustrie varie, economisti, imbonitori dei media, ecc. Se si vuole cercare il suo padrino, più che nel Bilderberg, Trilateral, o nei “complotti giudaico-massonici” è qui che bisogna cercarlo, in questa impersonale esigenza del sistema capitalista di uscire dalla crisi con un rilancio poderoso dei profitti, e, dunque, del plusvalore da cui traggono alimento.

Il piano delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni si inquadra esattamente in questa politica.

La liberalizzazione delle licenze dei taxi è progettata per favorire l’intervento nel settore di grandi compagnie, con massiccio ricorso al lavoro salariato (che non vuol dire necessariamente lavoro dipendente, c’è semplice rapporto salariale anche nei milioni di partite Iva!). Il reddito dei tassisti si scinderà, dunque, in due parti: da un lato il salario dell’autista e dall’altro il profitto della compagnia. Processo analogo per le altre liberalizzazioni (benzinai, edicolanti) e per gli orari dei negozi, che dà un ulteriore micidiale colpo al piccolo dettaglio a favore della grande distribuzione. Diffusione del lavoro salariato (sia pure a scala differente) avverrebbe anche con la liberalizzazione delle professioni, con la formazione di grandi studi, con tanto lavoro salariato. Le liberalizzazioni avranno il loro coronamento con la riforma del mercato del lavoro.

Quest’ultima è la “madre” di tutte le riforme preconizzate. Lo scopo dichiarato è d’aumentare la flessibilità in uscita (grazie alla quale potrebbe anche essere ridotta quella in entrata). La libertà di licenziamento individuale sancirebbe la fine definitiva della possibilità di resistenza, individuale e collettiva, al comando dell’impresa (anch’esso ormai sempre più impersonale, dovendo rispondere ai parametri di crescente produttività dettati dal capitale finanziario). Ad una manodopera costretta alla docilità si potrebbero imporre con facilità le riduzioni salariali, gli aumenti di orario e le peggiori condizioni lavorative agognate da Marchionne/Marcegaglia. In questo quadro si collocano anche le privatizzazioni, che non sono solo un modo di trasferire al profitto i servizi pubblici, ma anche un modo per precipitare masse di lavoratori del pubblico impiego, ancora relativamente protetti, in una condizione simile a quella dei lavoratori del settore privato ripuliti, nel frattempo, di ogni protezione e possibilità di resistenza collettiva.

Nell’ottica di Monti ciò renderebbe l’economia italiana più competitiva. I non-demonizzabili italiani che possiedono ricchezze potrebbero trovare interessante investirle nella produzione, si potrebbe persino invertire la tendenza dal “piccolo è bello” a “meglio grandi” con il superamento delle dimensioni lillipuziane delle aziende, il correlato taglio di reddito alla pletora di padroncini e la razionalizzazione (ossia concentrazione verso imprese medio-grandi e centralizzazione verso il capitale finanziario) dei profitti.
L’insieme delle misure ha, quindi, una solida logica intrinseca che nei calcoli dei promotori dovrebbe creare le condizioni per il rilancio della “crescita”, che, a sua volta, dovrebbe rendere meno gravoso il rientro del debito pubblico in parametri meno esposti agli umori dei mercati.
Le resistenza politiche e soprattutto quelle sociali emerse nelle ultime settimane hanno fatto scoprire al governo dei professori di non essere sciolto dalle necessità di mediazione politica. Esso ha rallentato, di conseguenza, il ritmo delle “riforme”, ma s’è professato determinato a realizzarle. Determinato lo è senz’altro, e anche abile nel contrapporre l’un con l’altro vari ceti sociali, chiedendo agli uni l’appoggio contro i “privilegi” degli altri (ieri l’appoggio dei precari contro le pensioni dei “garantiti”, poi l’appoggio di precari e lavoratori dipendenti contro gli “autonomi” evasori, oggi l’appoggio di precari e dipendenti contro i privilegi degli autonomi “corporativi”, domani ancora l’appoggio di precari e autonomi contro le rigidità dei dipendenti che frenano anche le possibilità degli autonomi di ingrandire le proprie attività).
Se tali manovre fossero portate completamente in porto, potrebbero dare all’Italia qualche punto in più di competitività, un vantaggio che i concorrenti compenserebbero, tuttavia, in poco tempo con misure di analogo tenore. Il sistema capitalista nell’insieme trarrebbe da una generale diffusione di maggiore sfruttamento un beneficio certo, ma, quanto duraturo? Per un nuovo e solido ciclo di accumulazione, come quello degli anni ‘50-’70, ci vorrebbe ben altro che semplici misure di aumento dello sfruttamento! Non di meno, questa politica è, dal punto di vista del sistema capitalistico, obbligata. Qualunque altra proposta che voglia rilanciare l’attività economica, senza svalorizzare ulteriormente il lavoro, ma preservandogli diritti e redditi, non avrebbe alcuna capacità di lenire le contraddizioni del sistema, che abbisogna non tanto (e non solo) di aumentare la produzione, quanto soprattutto di accrescere la produttività, i profitti.

La contro-misura fondamentale alla crisi è, dunque, per l’insieme del sistema, una sola: svalorizzare ulteriormente il lavoro ed aumentarne lo sfruttamento.
Il governo Monti si muove su linee di perfetta continuità con i governi degli ultimi trent’anni, che avevano già provveduto a sconvolgere in larga misura il “compromesso sociale”, instaurato con le lotte degli anni ‘60-’70, e si pone come quello incaricato della “soluzione finale”. Il vantaggio rispetto a loro è di aver trovato il terreno dissodato soprattutto su un aspetto: il soggetto collettivo protagonista di quella stagione non esiste più. Non come soggetto sociale, ma politico e sindacale. La strumentazione organizzativa e politica che aveva consentito allo schieramento di forze sociali, raccolte attorno alla classe operaia industriale, di agire la forza sufficiente a imporre i termini del compromesso, è stata fortemente destrutturata dalla combinazione di azione dall’esterno e dinamiche affermatesi dall’interno.

Le reazioni alle prime misure del governo ne hanno dato una prova evidente. Uno sciopero generale di tre ore, organizzato senza troppa convinzione dagli stessi sindacati che lo hanno indetto. Il sindacato che possiede ancora alcuni coefficienti di credibilità, la Cgil, ha accuratamente evitato di dare alla lotta continuità e profondità. Perché condivide in pieno il punto centrale di Monti: “salvare il paese dal rischio del disastro”. Non ne condivide necessariamente tutte le misure, ma ne condivide senz’altro l’obiettivo e, di conseguenza, giudica pericoloso per il paese insistere sulla conflittualità in un momento in cui è messo sotto stretta osservazione dai mercati e dai partner. Trentin accettò nel ’92 d’abolire la scala mobile per salvare il paese da un’ondata di speculazione, Camusso ha accettato (con più ipocrisia, si potrebbe aggiungere) la quasi-abolizione delle pensioni per lo stesso motivo, e potrebbe accettare anche una revisione dell’art. 18, che secondo qualcuno avrebbe il potere di ridurre lo spread di 200 punti!
Sarebbe, tuttavia, da ingenui credere che la debole risposta alle misure di Monti sia dovuta solo all’effetto di spiazzamento provocato dalla riluttanza a organizzare l’opposizione da parte di un qualche soggetto forte. Questo aspetto possiede la sua rilevanza (è normale che la disponibilità alla lotta si accresca quando è gestita da un soggetto che offre credibili possibilità di successo), ma non può da solo rendere conto del basso livello di mobilitazione contro le misure di Monti. Il fatto è che anche i lavoratori avvertono la necessità di tenere in considerazione le sorti generali del paese, e, dunque, acconsentono ad accettare una dose di propri sacrifici per risollevarle.
Questo dato di coscienza oggi appare del tutto “naturale”, ma, in realtà, è il frutto di due elementi sviluppatisi nel corso di lunghe vicende storiche.

Il primo è la lunga educazione alla scuola di una sinistra, politica e sindacale, che, mentre ne organizzava le lotte e ne sosteneva le rivendicazioni, operava per contenere entro un ambito rigidamente nazionale e nazionalista l’azione del movimento operaio (anche quando si guardava al “faro internazionale del socialismo” era il faro del “socialismo in un paese solo”, ossia ciascun paese per sé, e, perciò, in concorrenza con tutti gli altri). Entro questo orizzonte si muovono tutti gli avanzi della sinistra tradizionale che fu (Cgil, Pd, SeL, Prc-Pdci) ma anche parti maggioritarie della sinistra più radicale (il repentino passaggio, negli ultimi mesi, di alcuni dalla difesa dell’Italia dall’egemonismo Usa alla difesa dell’Italia dall’egemonismo tedesco è stato, in molti casi, stupefacente, talvolta ai limiti del grottesco).

Il secondo elemento è che la congiunzione ha, nei decenni trascorsi, funzionato in senso positivo. Alle fasi di crescita dell’economia nazionale coincidevano miglioramenti concreti per la classe operaia e ceti medio-bassi. Ciò ha contribuito a rinforzare l’idea che le condizioni dei lavoratori siano inestricabilmente connesse alle sorti generali del paese, e, in ultima istanza, alle fortune sui mercati del capitale nazionale.

L’elemento politico/ideologico conserva ancora la sua forza (non le stesse modalità) ed è, persino, ripreso da un partito “anti-nazionale” come la Lega Nord, che dipinge la Padania a venire come il paese in cui il “compromesso sociale”, in via di esaurimento in Italia, risorgerà, determinando un’armonia tra capitale e lavoro su cui costruire il suo successo sui mercati. Era la Padania disegnata agli albori della Lega, ed è tornata ora in auge da quando la Lega è all’opposizione, divenuta, non a caso, paladina delle pensioni e dell’art. 18 (immemore dell’appoggio al tentativo di Berlusconi di eliminarlo nel 2003).

L’elemento materiale ha subito, una maggiore mutazione. Da molti anni ormai all’incremento dei profitti non corrisponde più alcun miglioramento per i lavoratori. Inoltre, buona parte del capitale nazionale non si sente più vincolato, nei suoi investimenti produttivi, ai confini nazionali, e, anzi, al modo di Marchionne, li conferma solo se ha certezza di totale libertà nell’uso e consumo dei lavoratori.

Il fattore materiale di legame con il capitale nazionale si è, dunque, indebolito, ma, per converso, si è rafforzato quello con il capitale in generale. La crisi del capitalismo viene vissuta dall’insieme del proletariato (che va, naturalmente, molto oltre la sola classe operaia industriale) come un’acuta minaccia alla conservazione del “di più” (rispetto alla sola sopravvivenza) che aveva conquistato e, con il passare del tempo, anche come diretta minaccia alla stessa, semplice, sopravvivenza. Di qui, una disponibilità a fare la “propria parte” di sacrifici per evitare che la crisi si approfondisca ancora di più.

D’altra parte, l’alternativa al capitalismo è ufficialmente fallita con il crollo dell’URSS, e già prima, in verità, non è che fosse tanto appetibile…. Dunque, per la massa del proletariato, al momento, non è nemmeno concepibile un’alternativa al capitalismo. Anche l’idea di un “altro capitalismo possibile” (su cui si impegnano molti a sinistra) non raccoglie, nella massa, molti consensi. In effetti, anche il tipo di capitalismo odierno (sbilanciato sul versante finanziario) ha dipanato un reticolo di fili che lega alle sue sorti l’esistenza di ognuno. L’accesso al credito è divenuto ordinario anche per acquistare beni e servizi indispensabili, mentre dipendenti dalle performances finanziarie sono divenuti pezzi di pensione e di salario (per esempio, con i “premi di risultato” legati ai dividendi azionari). In paesi come Usa e GB il fenomeno è molto più profondo, ma si è andato significativamente diffondendo anche negli altri paesi occidentali, Italia compresa.
Il peso di questi legami non annulla completamente la resistenza e il conflitto, ma, indubbiamente, le condiziona. I lavoratori, per esempio, hanno compreso perfettamente che al risanamento dei conti pubblici sono chiamati solo loro con costi altissimi, che potrebbero, invece, ridursi se fossero coinvolti altri strati sociali, e, tuttavia, per ottenere anche questo minimo obiettivo ci sarebbe bisogno di mobilitarsi, ma, mobilitandosi non rischierebbe d’essere incrinata la già debole fiducia dell’Italia e non si creerebbero ulteriori problemi alla stabilizzazione necessaria per uscire dalla crisi?

Gran parte del lavoro dipendente (e falsamente indipendente) ha reagito, quindi, con comprensione alla prima fase del governo Monti, senza con ciò condividerne tutte le misure. Ma la luna di miele per Monti è stata, ugualmente, interrotta dopo poco. Tassisti, autotrasportatori, benzinai, agricoltori, pescatori hanno dato vita a mobilitazioni, chi contro le liberalizzazioni, chi contro i costi crescenti del gasolio, chi anche contro la rigidità di alcune regolamentazioni (i pescatori).

Ognuno di questi settori ha propri specifici motivi di malcontento e rivendicazioni, non di meno la loro mobilitazione è percorsa da una trama unitaria. Si tratta, per lo più, di settori che godono di condizioni reddituali mediamente più elevate di quelle operaie, in quanto associate a un piccolo capitale, costituito dalla proprietà del mezzo produttivo. Negli ultimi due decenni il livello dei redditi è stato conservato con fatica e solo grazie a un accrescimento continuo dello sforzo lavorativo. Con la crisi, le difficoltà sono aumentate ulteriormente: riduzione generale delle attività, pressione sui prezzi di vendita dei loro prodotti e/o servizi, difficoltà di accesso al credito e suo costo crescente. Le imposizioni fiscali del governo per risanare i conti, la minaccia di strette sull’evasione fiscale (cui fanno diffusamente ricorso, nella più parte dei casi come strumento per mantenere quel differenziale di reddito dal lavoro salariato, non per accumulare chissà quali cospicue ricchezze), le minacce di maggiori liberalizzazioni, hanno prodotto su grande parti di essi l’effetto-panico. A rischio, spesso, non è più solo il differenziale di reddito, ma anche quel piccolo capitale che sembrava costituire la riserva per sé e per i figli.
Anche in questi settori alberga la convinzione del “bene comune-paese” e del “bene comune-capitalismo”, ma questo non ha fatto da freno alla mobilitazione. Perché? Perché l’attacco alle proprie condizioni è stato avvertito come un attacco alle possibilità stesse di sopravvivenza. Sopravvivenza di status (rischio di precipitazione da padroncini a proletari), ma soprattutto sopravvivenza sic et simpliciter.
Pochi giorni di mobilitazioni hanno rivelato che il consenso al governo non è dato in modo illimitato e senza condizioni. Monti, accreditato di essere un tecnico digiuno di politica, ha repentinamente rivelato doti di politico navigato. Rinvio di alcune misure (taxi), promesse di alcune compensazioni (gasolio e autostrade per i trasportatori), apertura di tavoli istituzionali per imbrigliare le proteste (Sicilia). Più complicata la situazione in Sardegna, con la mobilitazione di operai e “popolo” per la conservazione di siti produttivi. Ma, nel complesso, i toni del governo si sono fatti più moderati. Merito delle mobilitazioni, e del rischio di estensione ad altri, che, traendone esempio, avrebbero potuto riconsiderare l’acquiescenza verso il governo. Non a caso ai passettini indietro si è unito quello di mettere la sordina alle trombe sull’art. 18.
La soluzione finale che sembrava, per Monti, a portata di mano nel giro di poco tempo, sull’onda del panico per il rischio bancarotta, dev’essere rimandata, e sottoposta al rito della contrattazione. Il governo non molla la presa, e cerca, tuttalpiù, qualche risorsa da mettere sul tavolo in cambio di cedimenti corposi sulla libertà di licenziare, bussando all’Europa per rendere disponibili risorse per rilanciare la “crescita”.

Questa volta non ha trovato porte chiuse, ma dichiarazioni di disponibilità. In Italia la disponibilità delle Merkel è stata variamente interpretata. Per alcuni è di pura facciata, per altri è merito della ritrovata credibilità nazionale, grazie a un primo ministro finalmente affidabile e al serio avvio del risanamento dei conti. In realtà il piano delle Merkel prevedeva già “stimoli” alla crescita e anche un rafforzamento del ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza anche agli stati, ma solo dopo che fosse stato messo in sicurezza il percorso di riduzione dei deficit e dei debiti statali (fiscal compact). La differenza di fondo tra Merkel e Obama è che la prima vuole evitare l’ulteriore crescita di capitale monetario (per lo meno, le conseguenze per l’Europa di una sua crescita incontrollata) e, dunque, punta a ridurre almeno una parte di quello esistente, caricandone il peso sugli stati (ossia sui lavoratori) e, in parte, anche sulle banche (haircut dei prestiti alla Grecia), il secondo vorrebbe un’Europa creatrice illimitata di capitali monetari, su cui far sbizzarrire il capitale finanziario anglo/americano, bisognoso di investire in assets meno tossici di quelli in portafoglio (terribilmente più tossici dei titoli pubblici europei, greci compresi) e per indebolire la possibilità che l’euro approfitti delle difficoltà del dollaro per sostituirlo come moneta di riferimento internazionale.

Dopo alcuni mesi di attacco concentrico contro i debiti statali europei da parte di banche e fondi anglo/americani, Fed, agenzie di rating, Fmi, Obama, Cameron, ecc., l’euro ha resistito (se pur leggermente indebolito), la spirale di crescita dei debiti pubblici si è (almeno provvisoriamente) fermata, ma la Bce ha dovuto dare vita a una sorta di quantitave easing con l’apertura di prestiti vantaggiosi alle banche europee in cambio del deposito nelle sue casse di titoli variamente tossici. La massa monetaria messa in circolazione non è pari ai desideri anglo/americani, ma, tuttavia, corrisponde a una sorta di compromesso, con il quale l‘Europa conta di ottenere almeno un periodo di tregua. Se la tregua reggerà e il fiscal compact si consoliderà, allora l’UE potrà anche dedicarsi a cercare “stimoli alla crescita”.

Al di là dei fondi messi a disposizione, tuttavia, il vero stimolo alla crescita su cui l’Europa si sta vivacemente impegnando (qui in piena sintonia con Obama e Wall Street) è la ripulitura del mercato del lavoro da ogni ostacolo “artificioso”, come l’art. 18 o i contratti collettivi nazionali, ecc.
Queste misure, unite a quelle già varate, e le conseguenze di entrambe sulla vita e il lavoro di milioni di persone, che, in alcuni casi, iniziano a divenire minacce vere e proprie alla stessa sopravvivenza fisica, alla riproduzione della vita propria e dei propri familiari, potranno definitivamente interrompere la luna di miele tra Monti e il proletariato (e il proletariando). Napolitano, che ne è consapevole, ha già avviato l’opera di persuasione a proteste “rispettose della democrazia”, ossia a semplici manifestazioni di opinioni che non intralcino le decisioni assunte. Nei vertici sindacali troverà disciplinato ascolto, forse un po’ meno nella massa dei lavoratori.




Se Monti è il conclamato eroe mondiale dell’avvento della piena libertà per il capitale, la Grecia ne è il primo laboratorio nel continente in cui i “condizionamenti” del lavoro al capitale avevano raggiunto le punte più elevate. L’oggetto di queste politiche è la grande massa di coloro che, per sopravvivere, possiedono solo la propria forza-lavoro, associata o no a un bagaglio professionale o a un piccolo capitale.
Da quando è iniziata la crisi e hanno preso forma le politiche capitalistiche per uscirne (in perfetta continuità con quelle che l’hanno preceduta), questa massa ha dato prove alternate di resistenza. Su di esse un approfondimento deve essere fatto, per comprenderne la dinamica e fondare una seria prospettiva di resistenza. In questa sede ci si limiterà, però, solo a due osservazioni su questioni, tuttavia, decisive.
Nel cuore d’Europa la reazione è stata di sostanziale acquiescenza, in periferia la resistenza c’è stata (Martinica, p.e.), in Nord-Africa ha preso la forma di vere rivolte (Tunisia ed Egitto). L’unico paese europeo (non a caso, “periferico”) in cui la reazione di massa è stata significativa è stata la Grecia, la cui vicenda induce a una prima, fondamentale, riflessione per chi voglia contribuire a invertire il corso delle cose.
La mobilitazione dei lavoratori, giovani, settori di piccola-borghesia, contro le politiche di austerità non ha quasi conosciuto interruzione, in Grecia, negli ultimi due anni, ed è continuata massiccia anche contro le ultime misure, tra cui svettano quelle di abolizione della contrattazione sindacale. Essa ha ottenuto, però, un unico risultato: il taglio parziale dei crediti delle banche. Non è molto, ma neanche poco. Senza tutti gli scioperi e le lotte non ci sarebbe stato neanche questo. Ciò vuol dire che la resistenza collettiva può portare almeno a una riduzione dei danni. Se la riduzione del danno è stata limitata, non è per causa di errori o debolezze del movimento di resistenza (che pure ci sono stati, di Bonanni e Camusso ce ne sono anche in Grecia, e anche lì s’è a lungo alimentata la convinzione del “paese-bene comune”), ma, soprattutto, perché il movimento di resistenza è stato lasciato solo. Da un lato una grande coalizione di stati europei e istituzioni finanziarie pubbliche e private, dall’altro un movimento di lotta generosissimo, ma, purtroppo, completamente isolato. Se le resistenze greche avessero trovato solidarietà attiva in Spagna, Italia, Francia, Germania, ecc., sicuramente i greci avrebbero ottenuto di più, e, altrettanto sicuramente, sarebbe divenuto più facile per spagnoli, italiani, ecc., difendersi allo scoccare della loro ora.

Non è avvenuto perché ovunque ci si muove ancora nel proprio involucro nazionale.

Seconda riflessione. Non è avvenuto anche perché, in generale, è divenuto più difficile riconoscere l’avversario. Un tempo esso era a portata di mano. Era il padrone, l’imprenditore, e, in alcuni ambiti (politiche fiscali e sociali), lo stato. Oggi, l’uno e l’altro appaiono come soggetti deboli a confronto di forze ben più determinanti, ma inafferrabili e non precisamente localizzabili (i mercati, la finanza). A questa difficoltà si è cominciato a rispondere, per ora, solo negli Usa, dove Occupy Wall Street ha avuto il merito (oltre all’altro di invocare una World Revolution) di lanciare il messaggio “siamo il 99% contro l’1%”. Per quanto simbolico il messaggio rivela che non c’è nulla di “oggettivo”, ma dietro i “mercati” vi è un insieme di persone e istituzioni, una vera e propria classe transnazionale, che difende un sistema di produzione e scambio perché difende la sua propria collocazione sociale di privilegio e di potere, che si regge sullo sfruttamento del lavoro e della vita del restante 99%.

Questi due terreni (orizzonte internazionale e di classe) sono di difficile costruzione. Non di meno sono elementi indispensabili per fondare una resistenza di massa (senza la quale è persino inutile parlare di alternativa di sistema) alle politiche di uscita dalla crisi basate sul rilancio dello sfruttamento di lavoro e vita di quel proletariato che esse stesse vanno smisuratamente accrescendo a scala mondiale. Ed è anche la base minima per cercare di intrecciare alleanze tra i vari settori coinvolti, per avviare una lotta comune, all’interno della quale soltanto può emergere anche una visione alternativa di una società non più basata sul rapporto capitale/lavoro, ma sulla cooperazione sociale, messa a servizio della riproduzione della vita e non del capitale.


16 febbraio 2012

dal sito http://www.infoaut.org/


sabato 18 febbraio 2012

IL PSI E LA NUOVA LEGGE ELETTORALE: DI FRONTE AL NEMICO SORRIDERE SEMPRE



Appare paradossale la nota diramata dall’ufficio stampa del PSI all’indomani dell’incontro tra una delegazione del partito guidato da Riccardo Nencini e una delegazione del PD capeggiata da Luciano Violante.
Al termine del summit, in cui il partito socialista portava tutte le sue proposte in materia di legge elettorale, è emerso chiaramente che l’unica idea realmente condivisa sia stata quella della reintroduzione delle preferenze. Cosa giusta, giustissima, che ridà ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati.
A parte questo, si è trattato di una vera e propria debacle. In primis è passata la riduzione del numero dei parlamentari, che è una riduzione della rappresentanza; in pratica ci vorranno sempre più voti per avere un rappresentante in parlamento. Più voti ci vorranno più la centralità dei cittadini andrà a farsi benedire, privilegiando le lobby. L’art. 49 della costituzione, la “centralità del parlamento” (che vuol dire tutto e niente) etc. sono artifizi letterari per camuffare la realtà: Violante ed i suoi non si smuovono di un centimetro.
La bozza di riforma prevede, tra le altre cose, l’annullamento dei piccoli partiti, cui si darebbe il contentino di un “diritto di tribuna”. Un osso gettato a coloro i quali starebbero sotto il due per cento; il PSI dovrebbe lottare con rifondazione comunista, radicali, verdi, La destra, partito umanista, partito dei pensionati etc. per un posto al sole; dodici unità complessive da spartirsi tra tutti pretendenti.

Siamo al darwinismo politico.

Unica voce discordante e critica nel PSI è quella di Franco Bartolomei, membro della segreteria nazionale, che ha dichiarato:
Lo stupore e l’irritazione che traspaiono dalle prese di posizione del segretario del partito di fronte alla proposta di modifica della legge elettorale illustrata dal PD, rappresentano purtroppo la tardiva presa d’atto della fine della illusione di poter giungere al voto con un sistema elettorale in cui fosse ancora possibile riproporre una lista autonoma del PSI”.
Prosegue Bartolomei:
Il partito si viene ora a trovare nella condizione di dover subire un accordo dei maggiori partiti che preclude alle forze piu’ piccole un adeguato spazio di rappresentanza parlamentare. Siamo di fronte alla solita riproduzione del vecchio gioco del PD di mascherare la propria profonda crisi di rappresentativita’ e di proposta politica puntando su un sistema elettorale che sbarra la via ad ogni possibile alternativa all’interno della sinistra riformista”.
Per Bartolomei l’assise programmatica di Fiuggi è stata l’occasione mancata per lanciare una proposta unitaria per la costituzione di un nuovo, grande, soggetto politico legato senza se e senza ma al socialismo europeo. Questo vuoto di proposte avrebbe lasciato il PD libero di poter “concentrare la propria azione sul terreno formale a lui gradito delle formule elettorali, evitando che il dibattito politico, per merito di noi socialisti, venisse spostato sul tema ben piu’ urgente e decisivo per il mondo del lavoro e della produzione, e per le classi subalterne, della costruzione nel nostro paese di una nuova grande forza Socialista attorno a cui riorganizzare una nuova sinistra di governo”.

Il PSI ha dunque perso l’occasione di dire NO. Magari sarebbe stato un no di parata, forse ininfluente, ma in termini di dignità avrebbe detto tanto. La strada scelta, invece, è stata quella della signora piccolo borghese, ancora piacente ma avanti negli anni, che di fronte alla concorrenza delle giovinette, contro le quali sa di non poter competere, raddrizza le spalle, cerca di darsi un aspetto dignitoso e mette in atto gli insegnamenti delle generazioni di donne, della medesima età e della stessa estrazione sociale che la hanno preceduta: “Di fronte al nemico, sorridere sempre”.
Anche se, sorridendo, non si ferma di certo il declino.

Certamente la delegazione del PSI, uscendo dall’incontro, era molto sorridente …

17 febbraio 2012

dal sito http://mariannetv.wordpress.com/


giovedì 16 febbraio 2012

L'INDIPENDENTISMO SARDO: RAGIONI, NOBILTA' E DUBBI di Riccardo Achilli

 


L'INDIPENDENTISMO SARDO:
RAGIONI, NOBILTA' E DUBBI
di Riccardo Achilli




Indipendenza, non secessione


Diversi anni fa, in uno dei tanti lavori che ho fatto nella vita, mi trovavo a fare il pubblico ufficiale a Cagliari. In ufficio, ero il continuo oggetto di approcci da parte di un collega, un signore veramente simpatico e colto, militante di Sardigna Natzione. Non essendo io sardo né residente in Sardegna, e trovandomi lì per un periodo del tutto temporaneo, questi approcci non erano mirati ad ottenere una mia adesione al movimento, ma semplicemente il sig. Delogu (il nome è immaginario), intuendo quali fossero le mie idee politiche, cercava di convincermi della coerenza fra queste e quelle del sardismo.
Certo le argomentazioni del mio amico erano tutt'altro che peregrine, e si innestavano su una storia di indipendentismo sardo che merita il massimo rispetto, per le sue lunghe lotte, per l'alto profilo ideale, per l'onesta tensione a servizio di una comunità storicamente dominata e vessata da chiunque avesse posto piede sull'isola.

Sgomberiamo subito il campo da un luogo comune frutto di ignoranza: l'indipendentismo sardo non ha niente a che vedere con il secessionismo della Lega Nord. Non soltanto perché ne critica il profilo razzista e xenofobo, ma soprattutto perché sono diversi gli obiettivi. L'indipendentismo sardo vuole veramente l'indipendenza della Sardegna, in nome di un modello di sviluppo diverso da quello capitalistico.
La Lega Nord usa la rivendicazione di indipendenza essenzialmente come alibi per celare obiettivi di ribellione fiscale e di redistribuzione delle risorse maggiormente favorevole al Nord, con la conseguenza che in tutti questi anni si è trovata molto bene a gestire le leve del potere comodamente assisa sulle poltrone della Roma ladrona. La Lega Nord non sostiene realmente istanze indipendentistiche perché, per il Nord Italia che ha di fatto unificato il Paese, esse sono storicamente prive di fondamento, tanto che ha bisogno di inventarsi di sana pianta radici celtiche per certi versi discutibili sotto il profilo etnico e miti che non sono mai esistiti nella storia dei popoli del Nord (come l'ampolla del Sacro Po, o altre sciocchezze).
L'indipendentismo sardo non ha bisogno di inventarsi storie e mitologie, perché la sua storia è genuina, ed affonda in un passato lunghissimo di lotta per la difesa della propria autonomia nazionale contro gli invasori romani, pisano-genovesi, aragonesi, piemontesi, italiani, ecc. La Lega Nord non cerca in modo convinto, se non a parole, collegamenti politici concreti con i movimenti di liberazione delle minoranze nazionali nel mondo, come ad esempio l'indipendentismo basco o quello catalano, mentre tale ricerca di alleanze internazionali fa parte del DNA politico della galassia indipendentista sarda, attivamente coinvolta nella difesa dei movimenti di liberazione nazionale, anche per quei popoli del Terzo Mondo che sono oggetto del razzismo leghista (ad esempio, non mi risulta che la Lega abbia difeso, come invece ha fatto Sardigna Natzione, la lotta di indipendenza nazionale del Sahara occidentale). La Lega, chiusa nel suo razzismo di provincia, non cerca di creare un circuito partenariale internazionale alternativo ad un'Unione europea marcata da una impostazione liberista e dal dominio dell'asse franco-germanico. Un modello di partenariato internazionale alternativo alla UE è invece una delle priorità dell'indipendentismo sardo.

Più in generale, la differenza che passa fra un movimento secessionista, come la Lega, ed un movimento indipendentistico, lo spiega l'attuale leader di Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu. E non è una questione lessicale: il secessionismo avviene all'interno di un Paese unitario e di un unico popolo, ed è spesso motivato da rivendicazioni economiche e fiscali tese a modificare a proprio favore il flusso delle risorse finanziarie pubbliche, prelevate dal territorio sotto forma di imposte, o erogate sotto forma di spesa pubblica. L'indipendentismo, invece, parte dal presupposto che il Paese dal quale ci si vuole liberare non è unitario, ma che il proprio popolo è un popolo a sé stante, soggetto ad una dominazione coloniale da parte di un altro popolo.

In linea generale, per chi come me si richiama, fra le sue radici, anche al libertarismo, le istanze indipendentistiche delle comunità nazionali locali non possono che essere considerate legittime ed è più che doveroso sostenerle. Sono anche io convinto, come Mina Graur, che “il bisogno di appartenenza a un gruppo distinto e ben definito è stato fin dai primissimi tempi un istinto naturale, direi quasi biologico, degli esseri umani: una lingua e delle tradizioni comuni, l'avere gli stessi progenitori, condividere la stessa storia o la stessa mitologia”. Così come, facendo parlare Proudhon, “le premier effet de la centralisation est de faire disparaître, dans les diverses localités d'un pays, toute espèce de caractère indigène; tandis qu'on s'imagine par ce moyen d'exalter dans la masse l'activité politique, on la dètruit dans ses parties constitutives...en un mot, l'anéantissement des nationalités particulières, où vivent et se distinguent les citoyens, en une nationalité abstraite où l'on ne respire ni ne se connaît plus; voilà l'unité” (La fédération et l'unité en Italie).



Le ragioni forti dell'indipendentismo sardo


E certamente di ragioni per liberarsi dal controllo coloniale italiano la Sardegna ne ha più di una. La depredazione delle sue risorse, naturali ed umane, condotta dallo Stato unitario, e nel dopoguerra spacciata dietro l'alibi, del tutto ridicolo, di “politiche di industrializzazione e sviluppo” gestite e finanziate con una logica romano-centrica, ha condotto ad una deturpazione delle vocazioni produttive del territorio, ad un dissesto ambientale ed a una desertificazione sociale e morale, rincorrendo progetti di industrializzazione del tutto inadeguati per la realtà del contesto, senza erogare in cambio alcuno sviluppo endogeno, e neanche garanzie occupazionali. Lo sciagurato “piano per la rinascita della Sardegna”, varato nel 1962 nell'ambito dei cosiddetti progetti speciali della Casmez, ha creato un'industria devastante per l'ambiente, priva di possibilità di generare indotto per via della sua forte integrazione verticale, ed a scarsa capacità di assorbimento occupazionale, per via della sua natura “capital intensive”, come il petrolchimico, a Sarroch ed a Porto Torres, e, nel peggiore dei casi, ha generato un'industria chimica e delle fibre sintetiche priva di qualsiasi logica economica e di mercato, rapidamente estintasi, lasciandosi dietro le aree industriali di insediamento completamente devastate e spolpate,depredate da qualsiasi prospettiva alternativa di sviluppo e utili solo come bacino di emigranti, come può constatare chiunque, come me, abbia visitato l'ex polo delle fibre sintetiche di Ottana, collocato, senza alcuna logica economica, ma con una logica puramente speculativa a favore di un gruppo industriale del Nord (Rovelli) nell'esatto centro della Sardegna.
In ultima analisi, tutte le politiche di sviluppo venute da Roma non hanno svolto nessun'altra funzione che quella di regalare soldi pubblici ad imprenditori-pirati venuti da fuori (Rovelli, Moratti, ecc.), alimentare il circuito burocratico/affaristico e politico nazionale e regionale (con una politica regionale asservita alle logiche romane) e fare un po' di assistenzialismo occupazionale a fini di feudalesimo politico/elettorale, peraltro molto precario, stante il fatto che la maggior parte dei progetti industriali messi in piedi fra anni Sessanta ed Ottanta, tramite la generosa incentivazione pubblica a capitale extraregionale sono poi falliti (non soltanto nella chimica, ma anche nell'agroindustria, come rivela la vicenda della ex Palmera di Olbia, fortunatamente rilevata dall'As Do Mar, ma ovviamente con una forte riduzione del numero degli addetti originari, così come anche nel settore della metallurgia e dell'alluminio, o in quello estrattivo, per non parlare di un settore portuale-cantieristico mai realmente decollato, nonostante cospicui investimenti). In cambio, ha distrutto le potenzialità di sviluppo endogeno che l'economia isolana, se lasciata sola, avrebbe potuto esprimere: il turismo è in mano alle grandi catene ricettive extraregionali, con i sardi che vi lavorano come manovalanza; l'agroalimentare di qualità è strangolato da costi di produzione altissimi, e da prezzi penalizzanti, stabiliti su mercati sui quali i produttori regionali non hanno alcuna incidenza, ma anche dalla cialtroneria e dal dilettantismo del ceto politico/burocratico regionale, incapace di organizzare il sia pur minimo sistema di supporto e promozione; l'ambiente è devastato, le tradizioni artigianali locali, che avrebbero potuto disegnare un futuro produttivo di nicchia e di qualità, devastate dall'industrializzazione pesante, che ha sottratto braccia all'artigianato. E non vi è stato alcuno sviluppo; il Pil pro capite è l'82,5% del dato del Centro-Nord; il tasso di disoccupazione, allargato agli scoraggiati, è del 19,4%, raggiungendo il 21% per i giovani; il saldo migratorio endemicamente negativo.

E' ovvio, in simili condizioni, che lo spirito indipendentistico sia radicato nel cuore dei sardi. E se si analizza la proposta politica della principale formazione indipendentistica sarda, ovvero Sardigna Natzione e Indipendentzia (il Psdaz è oramai una formazione politica completamente integrata nelle logiche di potere ascare che governano la regione, non certo in nome degli interessi dei suoi abitanti) si rinvengono proposte ed idee senz'altro interessanti e condivisibili. A partire dall'analisi, secondo cui “la caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla "diversità" che presuppone l'essere Sardi nello stato italiano”. A lungo, un'idea di “modernità” che veicolavano i media e gli intellettuali, in Italia, consisteva semplicemente nel superare il regionalismo e le identità locali in quanto retaggi degli Stati pre-unitari, di tempi oscuri di potentati locali semi-feudali (anche se vi sono alcune importanti eccezioni, come ad esempio Italo Calvino, impegnato in un recupero delle tradizionali popolari regionali). Il tutto, ovviamente, funzionale a precipitare il nostro Paese nella dominazione, forse più moderna ma nient'affatto meno feroce, del capitalismo finanziarizzato. Oggi, alcuni di questi stessi intellettuali che predicavano la fine del localismo e l'ineluttabilità di una sempre maggiore integrazione globale, che spingevano i giovani ad imparare l'inglese ma li prendevano a scappellotti se pronunciavano una parola in dialetto, se ne stanno attaccati al televideo, istupiditi, a fremere per un abbassamento di qualche decimo di punto dello spread, ad esultare per un buon collocamento di un'asta di Bot, a sperare che un conflitto mediorientale non innalzi il prezzo internazionale del greggio. Sperando cioè di non essere stritolati da quella globalizzazione cui avevano servilmente inneggiato, aiutando, con la loro propaganda, gli spontanei meccanismi di concentrazione oligopolistica e di allargamento internazionale dei processi di accumulazione, anche con mezzi imperialistici, che sono stati utilizzati dal capitalismo per contrastare la tendenza fisiologica alla caduta del saggio di profitto medio. Speranza ovviamente vana, poiché, nella sua fase oligopolistica, finanziaria e globale, il capitalismo non ha fatto altro che approfondire le sue contraddizioni sistemiche, paralizzando la creazione di plusvalore reale in n nome di un profitto finanziario puramente fittizio che nel medio periodo, essendo privo di una base produttiva reale, finisce per esplodere in disastrose bolle, e consegnando i processi di accumulazione ai Paesi emergenti (i cosiddetti BRIC) in quello che si configura come un gigantesco processo di redistribuzione del benessere su scala mondiale, che difficilmente non potrà alimentare tensioni geo-politiche e guerre distruttive. Il tutto mentre i processi di distruzione dell'ambiente, facilitati proprio dalla globalizzazione, che ha consentito il trasferimento delle attività produttive a maggiore impatto ambientale su Paesi emergenti che avevano bisogno di mantenersi in condizioni di assoluta deregolamentazione ambientale per attrarre investimenti esterni, ci porta, oggi, ad un panorama previsionale in cui, secondo il club di Roma, lo sviluppo capitalistico si bloccherà entro 40 anni al massimo, per esaurimenti della risorse ambientali, a meno che non si adottino correttivi palesemente contrari agli assetti strutturali stessi del capitalismo.

Da questo punto di vista, quindi, un approccio localistico ed autonomistico non può che essere salutato con favore, sia perché restituisce al cittadino “respiro” e partecipazione politica reale, e non quella fittizia intermediata dal voto borghese, come ben diceva Proudhon, ma anche perché sembra essere l'unica alternativa praticabile alla destrutturazione dell'estremo centralismo nell'accumulazione e nella generazione di profitti che il capitalismo, nella sua fase finanziarizzata ed oligopolistica, ha prodotto (con la conseguenza che i lavoratori subiscono decurtazioni sempre più pesanti dei loro diritti, in ragione del crescente potere di mercato del capitale globalizzato e sempre più mobile, su mercati del lavoro che rimangono invece confinati ai confini nazionali, e della crescente distanza dei mercati finanziari dall'economia reale) e per innescare circuiti produttivi maggiormente rispettosi delle risorse ambientali sempre più scarse e compromesse.

Quindi ben venga, a mio avviso, la proposta politica di movimenti come Sardigna Natzione, ben venga il recupero di una identità culturale, tenendo a mente l'insegnamento di Gramsci circa l'importanza primaria dell'egemonia culturale nella lotta degli oppressi. Perché fintanto che l'egemonia culturale rimane alla borghesia capitalistica, la rappresentazione del mondo che questa imporrà sarà funzionale all'accentramento del potere economico e politico ed alla lontananza dei problemi economici dal mondo della produzione reale di merci, poiché questo è il fondamento di un capitalismo accentrato sugli oligopoli e sulla finanza. Ben venga quindi il recupero della cultura tradizionale e popolare sarda e della sua lingua. Ben venga la richiesta di indipendenza dall'Italia, che ha soltanto sfruttato le risorse di questa meravigliosa isola, ovviamente una indipendenza intelligente, come quella effettivamente proposta da Sardigna Natzione, che non sia cioè autarchia, ma che apra alla creazione di un circuito di relazioni economiche, culturali e politiche con l'area mediterranea, scardinando così il centralismo franco-tedesco che ha sino ad oggi governato l'Unione Europea, a tutto svantaggio dei popoli mediterranei, chiamati oggi a salvare un progetto, quello dell'euro, che non è stato concepito per loro, e che non ha loro portato benefici in termini di maggior benessere (tutt'altro). Indipendenza che sia piena, e che quindi contempli, come giustamente rivendica SNI, lo smantellamento completo delle basi militari NATO ed italiane sull'isola.

Ben venga l'abbozzo di un modello di sviluppo alternativo, che parte da una profonda critica al liberismo ed alla globalizzazione capitalistica, dove invece occorre ripartire dalle vocazioni e dalle risorse locali, di tipo ambientale, artigianale, culturale, per reimpostare uno sviluppo fortemente attento alle compatibilità sociali, prevedendo la stabilità del lavoro e la creazione di un ostato sociale inclusivo, grazie al forte intervento pubblico nell'economia. Benissimo le idee di democrazia diretta che parta dalle micro comunità locali federate fra loro, e che smantelli l'apparato burocratico autoreferenziale, in nome di un popolo che si autoamministra tramite assemblee locali e rappresentanti eletti direttamente, con principi di turnazione, ed in qualsiasi momento revocabili (a dire il vero queste idee sono proprie delle componenti più radicali di SNI). Non a caso il modello di riferimento è quello dei Giudicati sardi del XIV-XV secolo, sistemi politici molto moderni, e per certi versi progressisti, rispetto agli assetti feudali allora esistenti nel resto d'Europa. Nei Giudicati, il Re (judex) doveva ricevere una formale investitura da un'assemblea eletta dal popolo, sulla scorta di un mandato politico ben preciso (il bannus-consensus), e poteva in qualsiasi momento essere destituito dalla medesima assemblea. A livello locale le singole Curadorias, venivano amministrate da un Curadore e da un consiglio detto Corona de Curadoria, eletto dalla popolazione, con una ampia autonomia amministrativa. Inoltre, a differenze degli Stati feudali, i Giudicati non avevano natura privatistica, poiché il patrimonio terriero demaniale (Rennu) era di proprietà pubblica, e veniva amministrato dallo judex in base ai vincoli imposti dal bannus-consensus, mentre con la Giudicessa Eleonora d'Arborea lo stato servile della popolazione rurale venne abolito de facto.


I dubbi

Dov'è però che i conti non tornano, e qual'è il limite strutturale di tale proposta politica, come di molte proposte politiche localistiche/autonomistiche? E' il limite intrinseco del nazionalitarismo, cui tali movimenti più o meno direttamente si ispirano. L'accento posto sull'autonomia su base nazionale, se può contribuire a cogliere con precisione gli aspetti di dominazione imperialistica soggiacenti al rapporto fra una maggioranza ed una minoranza etnica all'interno di uno stesso Paese, e caratterizzate da livelli di sviluppo socio-economico differenziati (e ovviamente penalizzanti per la minoranza) tende a sottovalutare le dinamiche sociali interne alla comunità nazionale, e quindi, detto, in termini marxisti, a sottovalutare il ruolo del conflitto di classe inerente ad un determinato modo di produzione, che la sola autonomia nazionale non può modificare.

Lo stesso Fabio Giovannini, un nazionalitario, scrive con molta lucidità:
 “I movimenti di liberazione nazionale diventano oggi una forma decisiva del conflitto contemporaneo...Viene recuperato un pezzo dell’identità collettiva (l’appartenenza etnico-culturale) e ciò in contraddizione con le frontiere nazionale/statali date. Indubbiamente vi è qualcosa di ambiguo e di pericoloso in una enfatizzazione del nazionalismo, anche in chiave di liberazione. I movimenti nazionalitari possono essere la premessa (e in passato è spesso stato così) per ulteriori ostilità anche armate tra gruppi vicini in contrapposizione atavica. Esiste un approccio reazionario e regressivo al nazionalismo, ed esiste un approccio dinamico e fecondo (la rivendicazione di un territorio autoregolato, autogovernato, autocentrato). Il rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali può scivolare facilmente in una moderna forma di razzismo” (“Popolo e nazione”, su http://indipendenza.org).

Ora, mentre Giovannini identifica chiaramente il rischio di derive nazionaliste, non spiega affatto come la sola lotta di liberazione nazionale, di per sé, possa condurre ad un autogoverno, per di più fecondo, ed in grado cioè di garantire giustizia sociale e distributiva ed emancipazione e libertà individuale. Non lo può spiegare perché non esiste un nesso automatico fra le due cose: la liberazione nazionale da una dominazione imperialistica esterna è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per innescare meccanismi di avvicinamento al socialismo. Per arrivarci, serve la capacità di orientare in senso socialista la lotta di classe all'interno della comunità nazionale resasi autonoma da influenze esterne.

Ancora dalla rivista Indipendenza, un ulteriore contributo (“Liberazione nazionale: una necessità”) conferma questo assunto. Vi si legge che “la rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla 'materialità' del controllo e dell'autogoverno dell'habitat d'appartenenza, rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non per ridisegnare -su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale. Con il suo portato di 'specificità', ogni identità popolare, nella misura in cui prende coscienza di sè ricercando pienamente forma espressiva e sviluppo, risitua su un piano più profondo lo scontro con la non-cultura del capitale, il quale solo in virtù del dominio psichico e a-culturale, e dell'appiattimento delle differenze, riesce a creare le condizioni del suo prevaricare”.

Come si vede, il legame fra autonomia nazionale e capacità di governare questa autonomia con meccanismi di equità sociale in grado di ridisegnare i modi di produzione in senso socialista viene dichiarato in forma apodittica, senza una illustrazione del meccanismo attraverso il quale passa questo legame. Credere che la sola conquista dell'autonomia nazionale, o meglio anche solo la presa di coscienza della propria specificità nazionale, porti di per sè a superare l'egemonia culturale del capitalismo, senza che sia intervenuta una modificazione nei rapporti di classe all'interno della società tramite una specifica lotta di classe, è quantomeno azzardato. La conquista dell'autonomia nazionale può benissimo avvenire nell'ambito del modo di produzione capitalistico, o comunque del modo di produzione preesistente. La Cina sta conquistando in questi anni la sua piena autonomia nazionale, arrivando gradualmente a divenire una super potenza sullo scenario geo politico globale, pur rimanendo un sistema nel quale lo sfruttamento del lavoratore, in termini di rapporto fra salario e produttività richiesta, è su livelli tali da poter smentire tranquillamente il teorema secondo cui ad una maggiore autonomia nazionale corrisponda un maggior grado di socialismo, o anche solo di giustizia sociale.

La focalizzazione sul solo obiettivo di liberazione nazionale porta quindi a due rischi, entrambi presenti nell'indipendentismo sardo:

- la deriva verso forme di nazionalismo negative, rischio di cui parla Giovannini: vale la pena di ricordare che nel programma politico di SNI rientrano provvedimenti di sapore quantomeno sospetto: l'imposizione di una tassa ai non residenti per l'ingresso in Sardegna (la “bona intrada”)e la previsione di graduatorie che discriminano fra sardi e non sardi nell'accesso a concorsi pubblici o a provvedimenti sociali (anche se tali elementi programmatici sono comunque fonte di un animato dibattito interno a SNI, fra l'ala più radicale dell'indipendentismo e quella più vicina a posizioni internazionalistiche);

- l'assenza di una prospettiva di analisi classista della società sarda e di lotta di classe, quindi il mantenimento dello status quo capitalistico, che non consente di correlare all'autonomia nazionale forme di emancipazione sociale, libertà, giustizia distributiva di tipo socialista e libertario. Il programma economico di SNI continua a muoversi entro il quadro del capitalismo: la richiesta di zona franca è un espediente per aumentare la competitività di costo delle imprese sarde sui mercati capitalistici; la libertà di impresa privata viene garantita ed anche incentivata; le proposte di sviluppo del comparto agroalimentare puntano sulla promozione all'export su mercati concorrenziali; la politica dei trasporti è legata ad un'espansione competitiva sui mercati mediterranei. La preservazione del capitalismo non può, alla lunga, garantire l'attuazione dei pilastri del progetto di SNI, ovvero giustizia sociale, tutela dell'ambiente e democrazia diretta, perché ciò è incompatibile con il capitalismo stesso.

Tirando le fila

In sostanza, il progetto d'insieme di SNI è incompatibile con una prospettiva esclusivamente nazionalitaria, ma deve estendersi anche alla lotta di classe. Certo, l'indipendentismo sardo ha ottenuto successi indiscutibili, nel forgiare una ripresa culturale di identità nazionale nel popolo sardo; ha ottenuto anche successi concreti, come la vittoria ai referendum antinucleari, promossi da SNI, ma anche nel dare la spinta allo smantellamento della base nucleare Usa della Maddalena. Ha avuto un ruolo propulsivo nella protesta dei pastori e dei pescatori, che ha rianimato il panorama stagnante di una società isolana che per un certo tempo non è stata sufficientemente reattiva rispetto alla sua profonda crisi. Ma nell'insieme i risultati non appaiono determinanti, ed il radicamento sociale è poco significativo: l'insieme dei movimenti indipendentisti ha ottenuto un risultato complessivo del 3-4% alle regionali del 2009. Certo giocano numerosi fattori sfavorevoli, dalla modesta copertura mediatica, all'estrema frammentazione, spesso incomprensibile, del movimento indipendentistico in numerose fazioni, percorse da acerrima rivalità, alla presa che il consociativismo e l'assistenzialismo hanno su ampi strati dell'elettorato, ma tali risultati elettorali sono incompatibili con il forte spirito libertario ed indipendentistico del popolo sardo. Ed incomparabilmente più bassi di quelli ottenuti nella stagione del vento sardista degli anni '80. I dirigenti sardisti dovrebbero riflettere su alcuni eventi significativi, come le esperienze di movimentismo indipendentista giovanile autogestite, che pur facendo riferimento a SNI, mantengono una sostanziale indipendenza ideologica e operativa. Probabilmente, il popolo sardo sente che la sola prospettiva indipendentista, senza una prospettiva di classe e socialista, è insufficiente a garantire sviluppo, giustizia e libertà sostanziale. E' ovvio: una Sardegna indipendente, se rimanesse nel solco del modello capitalistico, non avrebbe nessuna speranza di sviluppo socio-economico, e nella competizione globale capitalistica precipiterebbe nella miseria. Serve un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico, che peschi dalle migliori esperienze empiriche del libertarismo, ad esempio da quella zapatista, adattandole alla realtà sarda.

Il grande equivoco dell'indipendentismo sardo è tutto nelle parole del suo leader Cumpostu, ed è in fondo l'equivoco del nazionalitarismo. Dice infatti Cumpostu: “se difendere le classi sociali discriminate e sfruttate da altre classi privilegiate che basano i loro privilegi su tale sfruttamento significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se essere di sinistra significa pensare che la lotta di liberazione nazionale sarda sia di esclusiva prerogativa delle classi discriminate, allora non siamo di sinistra”. Il problema è che se la lotta di liberazione nazionale non è strettamente correlata con la lotta per l'emancipazione sociale degli oppressi, l'eventuale successo di tale lotta non fa che creare un nuovo Stato indipendente, all'interno del quale si costruiscono gerarchie sociali basate sullo sfruttamento capitalistico. E' in fondo lo stesso problema del nazionalitarismo: il successo di una lotta di liberazione nazionale non garantisce, di per sé, l'emancipazione degli oppressi, ma al più ne può costituire una pre-condizione, non sufficiente però, se il progetto non è esplicitamente legato agli interessi degli oppressi, e quindi non assume ab origine un connotato di classe. Se la Sardegna dovesse un domani ottenere la sua giusta e sacrosanta indipendenza nazionale, senza aver condotto tale lotta con obiettivi di emancipazione sociale, cioè subordinandola agli interessi concreti di una determinata classe sociale oppressa, mantenendo invece l'attuale assetto interclassista che caratterizza il sardismo di SNI, non diventerebbe altro che un nuovo Stato capitalista, peraltro a basso livello di sviluppo, destinato quindi a soccombere nella competizione capitalistica.
Quindi la conclusione è una sola: gherrare pro sa libertade non può essere scisso dal gherrare pro sos oppressos.




                                   Il leader di SNI, Bastianu Cumpostu



4 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF