venerdì 23 dicembre 2016

LA VERA MAMMY DI "VIA COL VENTO" CI AIUTA A SUPERARE GLI STEREOTIPI SUI NERI di Igiaba Scego





LA VERA MAMMY DI "VIA COL VENTO" CI AIUTA A SUPERARE GLI STEREOTIPI SUI NERI
di Igiaba Scego


Via col vento ha debuttato al cinema nel 1939. Io non ero nata, nemmeno mia madre era nata. Ma molti anni dopo, verso gli anni ottanta, il primo canale pubblico della televisione italiana lo trasmise dividendolo in due parti affinché la visione non risultasse una maratona infinita.

Probabilmente Via col vento era già passato in televisione. Ma io ero troppo piccola per ricordarmelo. Quella sera mia madre mi disse: “Preparati c’è un film elegante su Rai 1”. A mamma piacevano e piacciono ancora i film in costume, più gli abiti sono sontuosi e a ombrello più lei si rilassa. I riti un po’ teatrali dell’upper class e dell’aristocrazia l’hanno sempre divertita. Ecco perché quella sera ero pronta a divertirmi a più non posso anch’io. Volevo bearmi tra stoffe multicolori, balli all’aperto, banchetti sontuosi, civetterie antiquate.

Invece dopo pochi minuti è apparsa lei. Era enorme. Tutto in lei era eccessivo. Aveva una grande testa, un grande corpo, due occhi che sembravano satelliti, un fondoschiena più grande di una stalla. La guardavo sgomenta. Era vestita di stracci, con un foulard che le cingeva la testa malamente. Era goffa. Sembrava unta. Grondava sottomissione. E poi parlava in un modo orribile. Non so se nella versione originale, che non ho mai visto, Mammy parlasse quella lingua priva di grazia e di grammatica. Ma in italiano Mammy, la schiava nera del film, risultava sconcertante per l’estrema bruttezza della sua lingua.

giovedì 22 dicembre 2016

SIRIA, UNA LOTTA POPOLARE, NONOSTANTE TUTTO di Joseph Daher




SIRIA, UNA LOTTA POPOLARE, NONOSTANTE TUTTO
di Joseph Daher



Si avvicina il sesto anniversario della rivolta popolare in Siria, ma la discussione tra le reti, le associazioni, i partiti politici e i singoli individui che fanno parte della sinistra politica è ancora in corso.

In modo allarmante, parte del ragionamento che a sinistra si compie sulla rivoluzione siriana riecheggia spesso la retorica offerta dai media borghesi, e addirittura da gruppi di estrema destra. Per esempio, scrivendo sul “Guardian” nel settembre 2013, il filosofo sloveno Slavoj Žižek caratterizzava la sollevazione siriana come una “pseudo-lotta”. Con le sue parole: “non ci sono obiettivi politici chiari, alcun segno di una coalizione ampia con obiettivi democratico-emancipatori, ma solo una complessa rete di alleanze su base etnica e religiosa sovradeterminata dall’influenza delle grandi potenze”. In un’intervista concessa a RT l’anno precedente, il giornalista Tariq Ali dichiarò similmente che ciò a cui si stava assistendo in Siria era “una nuova forma di ricolonizzazione da parte dell’Occidente, come abbiamo già visto in Iraq e in Libia: ‘molte delle persone che per prime si sono sollevate contro il regime di Assad sono state messe da parte, e ciò ha lasciato al popolo siriano solo scelte limitate, che questi rifiuta: o un regime imposto dall’Occidente, composto da una varietà di siriani alle dipendenze delle agenzie di intelligence occidentlali, o il regime di Assad’”.

martedì 29 novembre 2016

LA RIFORMA COSTITUZIONALE: UN ATTO DI DELINQUENZA POLITICA. ECCO PERCHE'. di Aldo Gianulli






LA RIFORMA COSTITUZIONALE: 
UN ATTO DI DELINQUENZA POLITICA. ECCO PERCHE'.
di Aldo Gianulli



Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

sabato 26 novembre 2016

FIDEL CASTRO: UN BILANCIO di Antonio Moscato

  




FIDEL CASTRO: UN BILANCIO
di Antonio Moscato


Fidel Castro l'uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donad Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton che il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.

Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.

Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui - soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 - fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.

domenica 30 ottobre 2016

QUATTRO IPOCRISIE DA SFATARE SUI FATTI DI GORINO di Girolamo De Michele





QUATTRO IPOCRISIE DA SFATARE SUI FATTI DI GORINO
di Girolamo De Michele



Diamo il giusto peso a cose e parole. Si trattava di dare alloggio (cinque stanze su trenta di un ostello) per quattro mesi – cioè per l’inverno, quando l’attività turistica è inesistente – a dodici donne, una delle quali incinta. Di tutte le parole dette per giustificare l’ostilità della comunità di Gorino, le più disumane, e perciò più rappresentative, sono state: “Queste donne avranno pure degli uomini. E noi donne di Gorino siamo per molte ore sole in casa, perché i nostri uomini fanno i pescatori”.

Tradotto: non è possibile che siano donne dotate di capacità di discernimento perché sono cose, di proprietà di migranti maschi, quindi stupratori. In realtà gli uomini di queste donne fuggite dalla Sierra Leone e dalla Nigeria sono detenuti e torturati nelle carceri, oppure ormai cadaveri sulla strada della fuga nel deserto. Ma tant’è: ai presidianti è bastato far balenare questo argomento, accanto all’altro, quello dell’esproprio delle seconde case, cioè della minaccia alla roba, agli sghei – si sente la cadenza gretta nella parlata di questi valligiani che antepongono la roba alla vita umana. E allora la prima ipocrisia da rimuovere è quella del “non siamo razzisti (ma…)”: razzismo e fascismo non sono etichette vuote, ma conseguenze di comportamenti concreti, e quello che è successo a Gorino è razzismo e fascismo.

lunedì 24 ottobre 2016

GERUSALEMME: SULL’UNESCO E RENZI di Cinzia Nachira






GERUSALEMME:
SULL’UNESCO E RENZI
di Cinzia Nachira



Non ho convocato il ministro, si convocano gli ambasciatori degli altri paesi, ho detto solo di aver parlato con il ministro degli Esteri”. Quella italiana è stata una “posizione tradizionale nel senso che tutti gli anni va in automatico un voto di questo genere, non è la prima volta. Ecco, siamo andati in automatico, ce ne siamo accorti tardi. Ma questo non vuol dire che la posizione non vada cambiata, io almeno la penso così – ha continuato – Penso si debba ridiscutere e riflettere: non è certo colpa dell’ambasciatore”, ma di linea politica “e su questo è stato fatto un errore”. Perché “non si può negare quel che è l’origine, la storia di quella meraviglia, quello scrigno che è la città di Gerusalemme”.

Con queste parole riportate dall’ANSA il 21 ottobre il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, ha commentato la risoluzione dell’UNESCO sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme che tante polemiche ha suscitato. Il dubbio che il primo ministro italiano abbia letto la risoluzione dell’UNESCO è molto forte e fondato. Infatti, dalla dichiarazione di Matteo Renzi nasce una domanda: che significa “siamo andati in automatico”? Probabilmente che risoluzioni di questo genere hanno sempre visto l’astensione dell’Italia, nel tentativo di non far torto a nessuno.

Ma cosa ha provocato tanto scandalo? Basta leggere la risoluzione per comprendere che ancora una volta a far infuriare il governo israeliano è un dato politico e non religioso. Al quinto punto della risoluzione si legge:

Condanna fortemente il fallimento di Israele, potenza occupante, nel cessare i persistenti scavi e lavori in Gerusalemme Est ed in particolare all’interno ed intorno alla città vecchia, e rinnova ad Israele, la potenza occupante, la richiesta di proibire tali lavori in conformità con i propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO [...]

lunedì 17 ottobre 2016

IRRESPONSABILI GIOCHI DI GUERRA di Antonio Moscato


 




IRRESPONSABILI GIOCHI DI GUERRA
di Antonio Moscato



La “rivelazione” del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg sulla partecipazione italiana alla irresponsabile provocazione delle esercitazioni ai confini della Russia non rivelava niente di nuovo, tanto è vero che ne parlava dettagliatamente il numero di settembre di LIMES che era già in edicola (Russia-America, la pace impossibile, 9/2016). Ma in Italia se ne è parlato si e no per un giorno o due, dopo l’intervista di Stoltenberg. I mass media sono già arruolati per creare un clima prebellico, e gran parte dei commentatori si fingono presi dall’indignazione a senso unico, che presenta la Russia come espansionista ed aggressiva.

Anche la notizia (probabilmente non più seria delle boccettine esibite da Colin Powell per “provare” l’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani di Saddam Hussein) di un attacco di “hacker russi” alla rete informatica del governo statunitense, era vecchia (anch’essa dettagliatamente analizzata da uno scettico articolo dello stesso numero di LIMES) ma è stata accolta non come volgare e rituale propaganda di guerra, ma come vera, e presentata quindi come una irresponsabile provocazione russa da punire adeguatamente. Senza domandarsi ovviamente come è possibile accettare che chi si dice vittima di un attacco sia esentato dal fornire a un organismo sovranazionale indipendente le prove della provenienza e dell’esistenza stessa dell’aggressione. La presunta vittima assume il ruolo di giustiziere, è la legge del Far West proiettata su tutto il mondo. Solo nel 2016, gli Stati Uniti hanno “punito” con i bombardamenti ben sette paesi, naturalmente senza chiamarla guerra.

venerdì 14 ottobre 2016

L'ULTIMA CARTA CONTRO LA BARBARIE Introduzione di Stefano Santarelli






L'ULTIMA CARTA CONTRO LA BARBARIE
Introduzione di Stefano Santarelli





Il saggio di Norberto Fragiacomo “L'ultima carta contro la barbarie” che il lettore ha fra le mani rappresenta una straordinaria anomalia nel quadro di una sinistra italiana che purtroppo si sta caratterizzando per una mediocrità politica e teorica senza precedenti, tradendo cosi la generosità e l'abnegazione dei suoi militanti e degli ideali politici di cui dovrebbe essere espressione.
In questo saggio Fragiacomo ci offre una interessante chiave di lettura sulla attuale crisi del capitalismo sorta a partire dalla cosiddetta finanza creativa di Wall Street nel 2007 con i “mutui spazzatura”. Una crisi totalmente sovrastrutturale che ha portato intere nazioni come la Grecia alle soglie del fallimento colpendo mortalmente tutto il sistema del Welfare europeo - questa crisi fatalmente sta investendo anche il nostro paese colpendo diritti elementari come quello della pensione o di una decente assistenza sanitaria.

venerdì 16 settembre 2016

HANNO AMMAZZATO UN OPERAIO di Claudio Taccioli





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HANNO AMMAZZATO UN OPERAIO 
di Claudio Taccioli


La notizia arriva quando siamo già a Caino nella valle del Garza, nel cupo nord di Brescia.
Siamo venuti per difendere una famiglia proletaria dallo sfratto a cui è stata condannata in quanto colpevole di povertà conclamata.
Ci chiediamo le ragioni di un nome così particolare per un comune della cattolicissima provincia bresciana. Sarà, magari, perché il primo centro di culto cristiano risale al 1039 e si chiama, ancora, Pieve della Mitria. Un evidente richiamo al culto dell’invitto dio Mitra; ben presente in questo straccio di valle, soffocata dalle montagne e dalla cicatrice profonda del Garza.
Ogni analisi finisce quando arrivano le prime informazioni da Piacenza.
Hanno ammazzato un lavoratore durante un picchetto alla GLS. L’hanno schiacciato con un camion che voleva forzare la resistenza operaia.

giovedì 25 agosto 2016

TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA di Antonio Moscato





 TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA
di Antonio Moscato



Una volta tanto, mi trovo volentieri d’accordo con lo sdegno del “Manifesto” di fronte all’oceano di parole vuote pronunciate su tutte le reti televisive e scritte a proposito del terremoto su quasi tutti i quotidiani. Anche se la contiguità di quello che si definisce ancora “quotidiano comunista” con la sinistra moderatissima interna o comunque adiacente al PD, fa dimenticare a Norma Rangeri quella che è la colpa maggiore di questo governo ipocrita e inetto: le spese militari, che hanno raggiunto il punto più scandaloso con la gita dei tre presidenti a Ventotene, che ha utilizzato la portaerei Garibaldi e un discreto numero di altre navi, giustificate da una misteriosa “operazione Sophia” di cui non si possono conoscere i cosiddetti “dettagli”, coperti come è ovvio dal “segreto militare”.

Ai giornalisti imbarcati (gradevolmente sorpresi dalla scoperta che a bordo della Garibaldi un caffè costa solo 10 centesimi!) il contrammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto spiega che non può raccontare praticamente niente, perché è al comando di un’intera flotta, che oltre a diverse navi italiane comprende una fregata spagnola, due navi ausiliarie tedesche, una nave oceanografica inglese e un sottomarino greco. Ma fa sapere che i tre elicotteri Agusta Westland che porteranno Renzi, Merkel e Hollande sulla Garibaldi sono stati modificati per renderli più comodi e confortevoli. Cito dalla corrispondenza del giornalista embedded Marco Galluzzo sul “Corriere della sera”.

Prima domanda: se era proprio necessaria questa escursione preelettorale, di superelicotteri non ne bastava uno? E a che serviva una simile flotta? È credibile che la “missione Sophia” sia davvero finalizzata “al contrasto e alla prevenzione del traffico di esseri umani”? E in che modo agirebbe? E cosa c’entra con questo la gita dei tre presidenti? E che dire dell’ipocrita omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, del cui messaggio è evidente che i tre se ne infischiano completamente? Su questo rinvio all’articolo di Checchino Antonini su Popoff quotidiano, qui, che ha il pregio di riprodurre integralmente il cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, consentendo di valutarne i limiti e la scarsa possibilità di concretizzazione, ma anche la grande lontananza di quegli antifascisti di ieri dalle idee e dai progetti dei tre compari.

domenica 21 agosto 2016

LIBERTA' NON E' IL BURKINI di Giuliana Sgrena





LIBERTA' NON E' IL BURKINI
di Giuliana Sgrena



Perché Sì. Garantire, anche per legge, la parità, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni subite soprattutto nel mondo musulmano



Il burkini è una scoperta recente, fino a 10 anni fa non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. La nuova moda di costumi da bagno per musulmane è nata in occidente: inaugurata in Australia per musulmane bagnino, si è poi diffusa nel paesi del Golfo per poi raggiungere gli Stati uniti e infine in Europa.

Il burkini si è ben inserito nel fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana, Valentino, Prada e da grandi magazzini come Mark & Spencer – che ha lanciato un proprio marchio -, H&M, Zara e Mango.

Una modest fashion il cui giro di affari nel 2013 ha raggiunto i 235 miliardi di dollari ed è in ulteriore espansione. Frequentando le spiagge di diversi paesi arabi e musulmani mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia. Certo mi è capitato anche di vedere una saudita con velo integrale, calze e guanti, andare con un pedalò sul mar Morto mentre ascoltava i discorsi registrati di un imam.

sabato 13 agosto 2016

LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI? di Aldo Giannuli







LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI?
di Aldo Giannuli




Non appartengo alla cultura pacifista che esclude pregiudizialmente, sempre e comunque, l’uso della forza, anche se considero questa eventualità come la misura estrema cui ricorrere, quando ci sia l’assoluta necessità di preservare beni e valori primari, non ci sia nessuna altra strada e ci sia la ragionevole possibilità di raggiungere lo scopo. Ma è questa la situazione in cui ci troviamo di fronte al caso libico?

Lasciamo da parte le questioni di principio e facciamo un ragionamento puramente politico. Da venticinque anni, l’Occidente ha perseguito, con costanza degna di miglior causa, una politica di brutale intervento militare in Medioriente che, fra l’altro, è costata cifre da capogiro e senza precedenti, causa non ultima del vertiginoso debito americano (Prima Guerra del Golfo 1991, Afghanistan 2001, Seconda guerra del Golfo 2003, Libia 2011, senza contare i casi “minori” di Somalia, Sudan, Mali o il ruolo coperto nella guerra civile Siriana) quale è stato il risultato?

In nessuno di questi casi è stato raggiunto l’obiettivo di normalizzare la situazione dando vita ad un regime amico dell’Occidente in un paese pacificato.

domenica 7 agosto 2016

ALLA FINE SIAMO IN GUERRA di Antonio Moscato









ALLA FINE SIAMO IN GUERRA
di Antonio Moscato



Ogni tanto qualcuno ha rimproverato l’allarmismo sulla guerra del mio sito e di quello di Sinistra Anticapitalista. Silenziosamente, invece, si marciava davvero verso la guerra. Un passo avanti e una smentita, un altro passo e un’altra smentita, e soprattutto tante bugie. Ma alla fine siamo entrati in gioco, per ora solo come supporto logistico agli Stati Uniti, ma presto in altre forme, come “risposta difensiva” appena ci saranno le prime vittime tra i nostri militari già sul campo con poco verosimili compiti di addestramento e di intelligence

Naturalmente l’operazione (che è solo l’inizio) è stata possibile per l’inconsistenza di chi dice di fare opposizione. I vari pezzi della destra sono tutti da sempre e comunque (e per principio) favorevoli alla guerra, e al massimo denunciano l’impreparazione della maggioranza; i cinque stelle hanno altri inceneritori a cui pensare, mentre SEL-Sinistra Italiana grottescamente lamenta che non si sia passati per un voto del parlamento, fingendo di dimenticare che questo parlamento corrotto di nominati (loro inclusi) non rappresenta nessuno e che quindi la richiesta serve solo a simulare intransigenza senza preoccupare minimamente il governo.

Il sedicente “quotidiano comunista” (il manifesto…) ha dapprima chiesto il parere sull’intervento in Libia ad Angelo Del Boca, ben sapendo che se è stato un prezioso storico del colonialismo italiano, ha anche avuto spesso cattive frequentazioni politiche, da Giulio Andreotti al PSI: nel suo peraltro interessante libro di Memorie, Il mio Novecento (Neri Pozza, Vicenza 2008), se ne trovano ampie tracce in elogi fuor di misura a diversi titolari della Farnesina. Così sull’unico “quotidiano comunista” in circolazione è stato elogiato l’intervento degli Stati Uniti che a colpi di bombe aprirebbe “nuovi scenari”. Dopo alcune note di colore su al-Sarraj, descritto realisticamente come “uno che stava nella sua base in mare per scappare se le cose si fossero messe male”, Del Boca ha concluso sostenendo che l’appoggio degli Stati Uniti al cosiddetto capo del governo di Tripoli lo consolida “e fa pensare che gli americani abbiano un loro disegno”. Alla domanda dell’intervistatore, un po’ sorpreso, su cosa sarebbe questo disegno, Del Boca risponde candidamente “che al momento non si può capire , dipende da come hanno preparato questo intervento”…

sabato 6 agosto 2016

SE REGIMI POCO PRESENTABILI COMPRANO LA RISPETTABILITA' COL CALCIO di Fulvio Scaglione




 SE REGIMI POCO PRESENTABILI COMPRANO LA RISPETTABILITA' COL CALCIO
di Fulvio Scaglione


 

La Cina in Africa compra terre fertili, da noi calciatori. Perché noi ci stiamo? Per i soldi, ovviamente. Poi, certo, nel tempo libero ci raccontiamo che per la democrazia siamo disposti a tutto, per i diritti umani violati qua e là perdiamo il sonno e per la pace daremmo anche un braccio. Ma questo è un altro discorso. E certo non riguarda chi può pagarci bene.



Puff! Via anche il Milan, passato da Silvio Berlusconi&friends alla Sino-European Investment Management Chanxing che, per averlo, ha sborsato 740 milioni. Poco prima anche l’Inter, passando per l’indonesiano Thorir, era finita a un gruppo cinese, il Suning, un colosso dell’elettronica e degli elettrodomestici di consumo, 1.600 negozi in 700 città e interessi forti nel calcio cinese dopo l’acquisto dello Jangsu Football Club. Suning ha speso per l’Inter le solite centinaia di milioni di euro, ma che volete che sia per un gruppo che nel solo 2015 h ricavato dalle vendite 17,6 miliardi e che ha speso 2,3 miliardi (cinque volte quanto speso per l’Inter) per ottenere l’1,1% delle azioni di Ali Baba, il colosso cinese dell’e-commerce?

In certo senso bisognerebbe far festa. Inter e Milan passano di mano proprio come hanno fatto altri simboli della milanesità. Il quartiere Porta Nuova, per esempio, quello del grattacielo Bosco Verticale e di piazza Gae Aulenti, venticinque palazzi firmati da architetti di grido, l’area che è vanto e orgoglio della “capitale morale”: nel 2015 è diventato un investimento al 100% del Qatar. Questo dimostra che Milano è diventata un posto che conta, un posto dove chi ha contante vuole insediarsi.

venerdì 24 giugno 2016

BREXIT: CHE SUCCEDE ORA? di Aldo Giannuli






BREXIT: CHE SUCCEDE ORA?
di Aldo Giannuli



Contro sondaggi ed exit poll, ha vinto Brexit: 48 a 52, la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue. L’assassinio di Joe Cox non ha giocato il ruolo sovvertitore delle tendenze dell’elettorato che si temevano ed ora rischia di essere un boomerang che torna sul governo. Sulle ragioni di questo distacco ragioneremo quando potremo analizzare i risultati di dettaglio. Ora cerchiamo di capire che scenari si preparano.

In primo luogo di carattere politico a cominciare dal destino del governo: le regole della politica (e della correttezza istituzionale) vorrebbero che Cameron ne traesse tutte le conseguenze, ma siamo nel tempo dei giullari e Cameron è solo un Renzi che parla con la bocca a culo di pollo, per cui non ci aspettiamo alcun gesto onorevole, anche perché, a differenza del nostro, questo giullare ha messo le mani avanti per non cadere ed ha detto che, qualunque sia il risultato, lui non se ne va. Però non è detto che resti, perché dipende dalla tempesta che può scatenarsi.

In secondo luogo c’è un dato che deve far pensare: Brexit ha vinto in Inghilterra strettamente considerata (salvo la cosmopolita Londra), però ha perso in Scozia, il che lascia presagire una possibile conseguenza diretta: il riproporsi del separatismo scozzese.

In terzo luogo, gli effetti sulla Ue. Vero è che l’Uk è sempre stata con un piede dentro ed uno fuori dall’Unione, però è la prima aperta sconfessione popolare di un paese importante verso la Ue. E questo ha due conseguenze dirette: ha stabilito un precedente che potrà essere seguito da altri e rilancia le tendenze separatiste in tutti i paesi, in secondo luogo saltano tutti gli equilibri istituzionali. Infatti, pur non facendo parte dell’eurozona, la banca centrale inglese partecipa al board della Bce: può continuare così? E Se esce, chi rileva la sua quota percentuale? Ed ha un senso la presenza di parlamentari inglesi nel Parlamento di Strasburgo? Ed ovviamente, anche Commissione e Consiglio d’Europa devono adeguarsi. Aumenta ancora il peso della Germania, ma questo non fa che alimentare le tendenze secessioniste altrui.

venerdì 17 giugno 2016

VI SPIEGO PERCHE' RENZI CI MANDERA' IN PENSIONE PRIMA MA INDEBITATI di Giorgio Cremaschi






VI SPIEGO PERCHE' RENZI CI MANDERA' IN PENSIONE PRIMA MA INDEBITATI
di Giorgio Cremaschi



Si potrà andare in pensione prima ma sottoscrivendo un mutuo ventennale con le banche. Una trovata di Renzi che Cgil, Cisl e Uil trovano «interessante».



Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGIL,CISL, UIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo sul prestito bancario ventennale, necessario per poter andare in pensione un po’ prima. Del resto il confronto con la Francia mostra ogni giorno come i grandi sindacati confederali in Italia siano parte del disastro che è precipitato addosso al mondo del lavoro, cioè siano tra i problemi e non tra le soluzioni.

La sola cosa giusta e ragionevole da fare sarebbe quella di riabbassare l’età pensionabile dai livelli iniqui cui l’ha elevata la legge Fornero. Ma siccome il governo si è impegnato con la Troika a non toccare quella legge, ecco allora il coniglio che salta fuori dal cappello: il mutuo per la pensione.

Il governo propone che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, facendo un prestito in banca. Cioè la banca, a chi dovesse lasciare il lavoro prima, pagherebbe una simil pensione per i tre quattro anni mancanti rispetto alla scadenza effettiva della quiescenza. Il pensionato restituirebbe poi la somma dovuta con un mutuo ventennale. Quindi un lavoratore che normalmente ha già il reddito gravato dal mutuo per la casa e per altre spese fondamentali, dovrebbe indebitarsi in vecchiaia per altri venti anni, cioè finirebbe per non prendere mai la pensione che ha maturato, a meno che non si avvicinasse alla soglia dei 90 anni di età. Inoltre, se sfortunatamente dovesse morire prima del dovuto, lascerebbe al coniuge e agli eredi un debito in più. I mutui non si estinguono per la scomparsa del soggetto titolare.

mercoledì 8 giugno 2016

# RENZI NONSTASERENO, MA SERVE IL CONFLITTO SOCIALE di Thomas Müntzer






# RENZI NONSTASERENO, MA SERVE IL CONFLITTO SOCIALE
 di Thomas Müntzer



Oggi è più chiaro perché Matteo Renzi abbia tentato in ogni modo di dire che queste elezioni non riguardavano il suo Governo, puntando tutto sul referendum di ottobre, su cui è convinto di aver gioco più facile.
Le amministrative di ieri, guardando le 5 grandi città ossia quelle in cui il voto ha maggiormente un carattere politico, sono infatti prima di tutto una chiara battuta d’arresto per il Governo e il suo presidente del Consiglio. Se alla vigilia dal Pd facevano sapere di aver accorciato le distanze dalla Raggi a Roma, di poter vincere anche al primo turno a Bologna e Torino e di essere in netto vantaggio a Milano, i risultati del primo turno pongono il Pd fuori dal ballottaggio a Napoli, ben distaccato dalla Raggi a Roma, in un sostanziale pareggio a Milano, e in bilico sia a Torino che a Bologna. Staremo a vedere i risultati del secondo turno, ma è evidente che i tanto sbandierati effetti positivi del Jobs act e della politica economica del Governo non esistono per le persone in carne ed ossa, che continuano al contrario a pagare pesantemente gli effetti sociali della crisi e delle politiche di austerity e sperano in un radicale cambiamento.

Non a caso ad esser premiate maggiormente dal voto sono le forze percepite come “anti-sistema”, insieme ad un aumento continuo dell’astensione (tra il 40 e il 45% nelle grandi città) che va letta in larga parte come un rifiuto rabbioso per i partiti che hanno governato negli ultimi vent’anni in continuo ossequio alle politiche liberiste e senza nessuna sostanziale differenza tra loro. Non a caso, in molti casi sia centro-sinistra che centro-destra si sono presentati con un enorme numero di liste civiche, a livelli mai visti nel paese, con una vera e propria operazione di maquillage per ceti politici locali vecchi di decenni ma decisi a mantenere saldamente le loro mani sui territori, nascondendo partiti e sigle in modo sistematico.

venerdì 3 giugno 2016

AMMINISTRATIVE: ANCORA UNA VOLTA IL NEMICO DA BATTERE E' IL PD di Aldo Giannuli





AMMINISTRATIVE: 
ANCORA UNA VOLTA IL NEMICO DA BATTERE E' IL PD
 di Aldo Giannuli




Normalmente, quelle amministrative sono elezioni di serie B rispetto alle politiche. Ma non sempre, ci sono situazioni eccezionali nelle quali le amministrative hanno effetti politici che vanno molto oltre la posta ufficialmente in palio ed aprono la strada a sviluppi politici di importanza straordinaria: le comunali del novembre 1945 aprirono la strada alla repubblica, quelle del 1975, dopo il referendum sul divorzio, preannunciarono la straordinaria vittoria comunista dell’anno dopo, le comunali del 2011 avviarono il declino di Berlusconi. Addirittura, quelle spagnole del 1931, causarono la a della monarchia e la nascita della Repubblica. Oggi siamo in una situazione di questo genere, in vista del più importante referendum della storia repubblicana.

Non è sui sindaci che stiamo votando, ma sul governo e sulla sua riforma istituzionale.

Il risultato avrà una influenza inevitabile sull’uno e sull’altra. Rispetto a questo i nomi dei candidati non hanno rilevanza.

Qui si tratta di individuare il nemico principale da battere e la risposta non può che essere una: il Pd che sta operando per mutare la forma di governo nel nostro paese ed instaurare un regime illiberale.

D’altro canto, la natura sociale del Pd (al di là della residua quota di iscritti illusi che vogliono credere ancora di stare nel Pci) è ormai più che chiara dopo “riforme” come il job act, il nuovo assetto di Bankitalia, l’ordinamento delle banche popolari o di credito cooperativo, la 2buona scuola”, eccetera eccetera.
E’ arrivato il momento di presentare il conto

Da un ventennio siamo afflitti da un eterno ricatto: votiamo la “sinistra” (cioè il Pds-Ds-Pd) perché altrimenti “vince la destra”. Ed abbiamo sempre ceduto votando così per “non far vincere la destra” con il risultato di far vincere la destra nel Pd che ormai è molto peggiore di Forza Italia. I voti, il Pd se li faccia dare dai verdiniani, dagli alfaniani, da piduisti, camorristi e uomini della Magliana. La sinistra non c’entra nulla con tutto questo.

Per una persona che si ritenga sinceramente di sinistra, il voto al Pd è un disonore di cui vergognarsi per il resto dei propri giorni. E questo vale anche per i ballottaggi. Invito a sostenere i candidati del M5s e quelli della vera sinistra (Airaudo, Rizzo, Fassina, De Magistris).

NON UN VOTO DI SINISTRA VADA AL PD


2 giugno 2016


La vignetta è del Maestro Mauro Biani


dal sito http://www.aldogiannuli.it/1






 

martedì 31 maggio 2016

INTERVISTA A NORBERTO FRAGIACOMO CANDIDATO AL CONSIGLIO COMUNALE DI TRIESTE




INTERVISTA A NORBERTO FRAGIACOMO
CANDIDATO AL CONSIGLIO COMUNALE DI TRIESTE


Puoi spiegare sinteticamente la situazione della sinistra triestina e perché si è giunti alla formazione di due liste di sinistra (Trieste in comune-Sinistra unita e Trieste a Sinistra), considerando anche il fatto che SEL appoggia la lista del sindaco uscente Roberto Cosolini.




     Il lodevole tentativo di assemblare una “Sinistra Unita” a Trieste, radicalmente alternativa al PD e capace di mettere in campo un candidato sindaco comune, è fallito per una concomitanza di ragioni, che di politico (in senso alto) hanno abbastanza poco.
     Il “tavolo”, convocato stavolta per tempo, ospitava varie forze: PRC e PCd’I, il consigliere comunale Marino Sossi con i transfughi di SeL, il gruppo del deputato ex 5Stelle Aris Prodani, una parte della Lista Tsipras (portavoce Marino Calcinari, proveniente dal PRC), i civatiani e il PSI.
     La prima componente a sfilarsi è stata il PSI, lamentando il rifiuto da parte dei “commensali” di prendere in considerazione la proposta, avanzata dal segretario Gianfranco Orel, di sostenere il progetto di una provincia autonoma della Venezia Giulia (per cui il partito stava raccogliendo firme in vista di un referendum): la rottura è arrivata via mail – ero presente in sala.
Tra le altre componenti il dialogo è proseguito, e pareva ben avviato: gli ostacoli – più di natura “organizzativa” che politica – sembravano superabili, anche grazie alle insospettate doti diplomatiche rivelate dal padrone di casa, il segretario del PRC Peter Behrens (le riunioni si svolgevano preso la sede di Rifondazione e PCd’I, in via Tarabochia). Preciso di aver assistito ad un unico incontro (mi pare fosse fine febbraio o inizio marzo), dal quale sono uscito moderatamente ottimista e un po’ annoiato.

FRANCIA: SOFFIANO VENTI SEMPRE PIU' FORTI IL MARE E' AGITATO di Léon Cremieux






FRANCIA: 
SOFFIANO VENTI SEMPRE PIU' FORTI IL MARE E' AGITATO
di Léon Cremieux



Sin dai primi di marzo la Francia è entrata in una nuova situazione. Quella precedente era ingessata dalla polarizzazione politica esercitata dal Front national e dal parallelo instaurarsi di un clima d’emergenza in seguito agli attentati del gennaio e novembre 2015.

Né la polarizzazione né il clima d’emergenza sono scomparsi: bisognerebbe essere molto ingenui per credere che tutto ciò sia stato cancellato dall’attuale movimento. Ma il fatto politico centrale delle ultime settimane è che, nonostante appunto questi due elementi che incidono pesantemente nella vita politica e sociale, s’è sviluppata una multiforme mobilitazione che regge già il paragone con le più grandi mobilitazioni dei lavoratori e dei giovani degli ultimi 15 anni: quelle del 2003, del 2006 e del 2010.

Già da prima di marzo era possibile cogliere i primi sintomi d’uno scontro sociale. Innanzi tutto a causa della fortissima corrente di simpatia suscitata dalla mobilitazione dei salariati d’Air France, con l’episodio “della camicia”, nell’ottobre 2015 [1]. Nello stesso periodo, soprattutto in imprese piccole e medie, scioperi e interruzioni del lavoro avevano ripreso a manifestarsi con vigore, in particolare in occasione delle trattative annuali obbligatorie. Egualmente importanti erano state le mobilitazioni sul clima, in occasione della COP21, anche se poi gli attentati di novembre e l’instaurazione dello stato d’emergenza avevano permesso al governo di smorzare lo slancio delle manifestazioni di piazza. Infine, le grandi manifestazioni contro l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes [2] e la costituzione di reti d’appoggio per i migranti avevano coinvolto decine di migliaia di giovani, di militanti attivi e coordinati dalle associazioni e dalle reti sociali.

La prima lezione che si poteva ricavare da queste mobilitazioni era che la gestione degli interessi capitalistici da parte della socialdemocrazia, la debolezza di qualsiasi forma d’opposizione politica a sinistra del Parti socialiste e la letargia delle direzioni sindacali non erano affatto sinonimi di una analoga letargia dell’insieme del corpo sociale, a partire da gran parte dei salariati e dei giovani, duramente colpiti dalla disoccupazione e dell’austerità. Al contrario, la situazione rifletteva già la distanza nei confronti dei partiti istituzionali, che, completamente discreditati, condividevano il bilancio delle politiche governative dell’ultimo ventennio. È questo discredito che, in assenza di lotte sociali, ha favorito negli ultimi anni la costante crescita dell’astensionismo e del voto per il Front national nei settori popolari.

Sul terreno sociale, fin dall’inizio del quinquennio presidenziale di Hollande molte richieste del Medef [la Confindustria francese] relative alla legislazione del lavoro sono state accolte, con le leggi Macron e Rebsamen, proseguendo così l’opera di erosione dei diritti iniziata, in particolare, con la legge Fillon del 2008. L’adozione da parte dei governi socialisti dell’ortodossia padronale sul «costo del lavoro» è stato il preludio all’adozione dell’Accordo nazionale interprofessionale (ANI), che introduceva gli accordi di competitività: altrettanti passi avanti per portare la Francia al livello degli altri Paesi europei in fatto di rimessa in discussione dei diritti sociali.

La legge El Khomri, un detonatore sociale

È così che la legge El Khomri, il cui cuore è costituito dal ribaltamento della gerarchia delle norme [3] s’è trasformata in un detonatore sociale. Evidentemente a causa del suo contenuto, che cancella il “principio di favore”, e che, pur essendo portatore di molti altri attacchi, in questo contesto è diventato un vero catalizzatore.

Non è questo il luogo di indicare prospettive immediate e di fare un bilancio (è ancora troppo presto) di questo movimento, che può certo sfociare in uno scontro di più ampia portata e in una crisi politica, ma può anche sgonfiarsi di fronte ai numerosi ostacoli che si trova di fronte.

Ciò nonostante, diverse sue caratteristiche possono essere rimarcate sin da ora:

domenica 29 maggio 2016

LA RICCHEZZA CHE I MIGRANTI OFFRONO ALLA VECCHIA EUROPA di Guido Viale







LA RICCHEZZA CHE I MIGRANTI OFFRONO ALLA VECCHIA EUROPA
di Guido Viale



Immigrazione: L’Europa comincia a capire che non si tratta di emergenza ma di una questione destinata a durare nei decenni a venire




La questione dei profughi è salita di livello, sbarcando in Giappone, al tavolo del G7, come questione centrale per il futuro del pianeta. Non poteva andare diversamente. 
L'Austria ha mostrato una popolazione spaccata esattamente a metà tra chi vuole respingerli e chi accoglierli: una divisione che taglia verticalmente partiti, culture, religioni, classi sociali e divide tra loro gli Stati in tutta l'Europa. Ma una fotografia di umori presenti in tutti i paesi europei. 
All'altro capo dell'Atlantico, Donald Trump ha fatto del respingimento dei migranti presenti e futuri il cavallo di battaglia della sua irresistibile ascesa. La democrazia, il progetto o l'esercizio di un autogoverno dei popoli, sono stati dissolti e risucchiati dalla concentrazione dei poteri nelle mani dell'alta finanza, e questo ha spalancato le porte della politica, ridotta a mera rappresentazione, alla sollecitazione degli umori più viscerali. La paura e lo schifo per il diverso, e il senso di superiorità che ciascuno a suo modo ne può ricavare, sono la compensazione che il potere riserva ai suoi sudditi, a fronte delle frustrazioni che infligge loro.

sabato 28 maggio 2016

IL GRANDE CIELO di Stefano Santarelli




IL GRANDE CIELO
di Stefano Santarelli



“Il Mandam proseguiva, l'ampiezza del fiume diminuiva e la terra si ergeva in forme difficile a credersi, come castelli e rovine che agli anziani ricordavano quelle viste in Francia, come fortezze e bastioni, come forme che un uomo avrebbe visto solo in caso di febbre o follia. 
Giallo, rosso, bianco lungo le rive, e bagliori come di sole riflesso da un specchio e, al di sopra e al di là, la prateria, le cosiddette grandi pianure che si stendevano, ormai gialle e secche, tanto che anche un solo lupo, passando si lasciava dietro una lenta scia di terriccio. 
Un grezzo, vasto territorio solitario, troppo grande, troppo vuoto. Ti faceva sentire come se la mente fosse piccola e il cuore stretto e lo stomaco contratto, quella terra che si apriva così selvaggia e persa sotto un cielo tanto grande da farti venire paura del paradiso.”





Il grande cielo di Alfred Bertram Guthrie, Jr. (1901–1991) costituisce non solo il più grande romanzo western che sia mai stato scritto, superiore anche al malinconico e struggente Shane (Il cavaliere della valle solitaria) di cui lo stesso Guthrie scrisse la sceneggiatura per l'omonimo film interpretato da Alan Ladd e da cui ottenne una più che meritata nomination al Premio Oscar, ma è indiscutibilmente uno dei massimi capolavori della letteratura americana.

Questo romanzo pubblicato nel 1947 e che praticamente è l'opera prima di Guthrie segna l'inizio di una saga composta da ben sei romanzi (The big sky, The way west,, These thousand hills, Arfive, The last valley, e Fair land) e riscosse immediatamente un successo strepitoso tanto da candidarsi al Premio Pulitzer, premio che Guthrie ottenne con il suo secondo romanzo: Il sentiero del west (The way west).

Il grande cielo si svolge tra il 1830 e il 1843 e narra la storia di un diciasettenne, Boone Caudill, che fugge da casa dopo aver tentato di uccidere il padre durante una lite intraprendendo un leggendario viaggio che dal Kentucky lo porterà al Missouri e poi all'Oregon. In questo viaggio incontra Jim Deakins (nella versione cinematografica interpretato da Kirk Douglas) che lo convincerà ad andare nel Missouri con dei cacciatori francesi di pellicce. Storicamente i trappers sono stati i primi bianchi ad esplorare un territorio a loro totalmente sconosciuto commerciando con le varie tribù indiane sposandone molte volte le loro squaw. E' sarà questo il destino riservato allo stesso Boone Caudille il quale però è veramente innamorato della sua squaw Teal Eye (Occhio d'anitra), ma la sua insana ed immotivata gelosia lo porterà ad uccidere proprio il suo migliore amico, Jim Deakins, e ad abbandonare la moglie ed il figlio.

mercoledì 18 maggio 2016

CASO PIZZAROTTI: AMICI DEL M5S, SIETE SICURI CHE ...? di Aldo Giannuli





CASO PIZZAROTTI: 
AMICI DEL M5S, SIETE SICURI CHE ...?
di Aldo Giannuli



Come era prevedibile, l’avviso di garanzia a Nogarin ha innescato un terremoto soprattutto nel mondo dei social, che è la bussola con cui il M5s si confronta. Si trattava di quello che io chiamo “effetto Savonarola”.

Se un noto gangster svaligia una banca, la cosa fa notizia ma, non si scandalizza nessuno (in fondo, i gangster fanno proprio quello), ma se ad appropriarsi indebitamente di un decino, anche solo per fare l’elemosina, è Gerolamo Savonarola che dal pulpito tuona ogni domenica contro il malcostume e le rapine, la cosa fa molto più rumore e tutti sono sbalorditi.

Temo che il vertice del M5s (chissà se mi perdoneranno di aver usato la parola “vertice” ma non sapevo come altro dire) si sia fatto prendere la mano dal panico, sopravvalutando grandemente l’effetto Savonarola, che può essere anche molto vistoso, ma in genere ha breve durata. Poi c’è stata la solidarietà di Grillo a Nogarin che ha fatto gridare ancora di più allo scandalo gli uomini della rete (“Ma allora siamo proprio come tutti gli altri!”); e su questo hanno soffiato quelle verginelle del Pd. Magari qui sarei stato più cauto, assumendo la posizione ufficiale “Attendiamo di vedere cosa c’è nelle carte”, il che non avrebbe escluso una solidarietà privata comprensibilissima.

martedì 17 maggio 2016

IMPERIALISMO E LIBIA. SI CONTINUA A GIOCARE CON LA GUERRA di Antonio Moscato




IMPERIALISMO E LIBIA.
SI CONTINUA A GIOCARE CON LA GUERRA
di Antonio Moscato



Guai ad abbassare la guardia, prendendo sul serio le dichiarazioni di Renzi che rettificano quelle meno accorte di Roberta Pinotti. In una nuova “guerra di Libia” ci si può finire anche senza averla programmata, semplicemente per l’irresponsabilità dei vari servizi segreti in concorrenza tra loro come riflesso delle molte guerricciole dei vertici militari per accaparrarsi il bottino delle commesse.

Può essere che la Pinotti esca presto di scena, non solo perché troppo coinvolta nei meschini conflitti tra generali, ma anche per varie leggerezze che la accostano come stile all’ammiraglio De Giorgi (quello dello champagne sempre pronto per lui in ogni porto), come i Rolex ed altri regali che avrebbe ricevuto dal Kuwait dopo la commessa da 8 miliardi per 28 caccia Eurofighter. [Sulla guerra nelle forze armate e le disavventure della imprudente ministro, si veda qui il servizio di Lettera43.it.]

Ma anche se la Pinotti venisse sostituita da qualcuno meno coinvolto nell’attività di piazzista per conto della lobby militare-industriale, l’Italia potrebbe trovarsi presto in qualche grosso guaio, a causa degli impegni già presi per inventare un governo amico a Tripoli, e grazie a una presenza militare in zona già iniziata da tempo, anche se malamente mimetizzata dietro il pretesto “umanitario” della lotta agli scafisti.

Proprio mentre Renzi assicura di aver resistito “alle pressioni per andare in Libia”, scegliendo “una strada diversa”, l’informatissimo Francesco Grignetti su “La Stampa” fornisce i particolari di una “missione” che da oltre un anno quattro sommergibili (di costruzione italo tedesca e dal modico costo di un miliardo di euro l’uno), svolgono “davanti alle coste libiche”, allo scopo dichiarato di “controllare le comunicazioni” tra i molti protagonisti della guerra civile strisciante in corso. Sia pure con i toni di un bollettino di guerra rilanciato enfaticamente da un giornalista embedded, Grignetti fornisce comunque alcune informazioni interessanti. Prima di tutto si lascia scappare che “per spiare le comunicazioni nemiche” i quattro sommergibili possono arrivare anche “sotto costa”, con tutte le più moderne attrezzature elettroniche ma anche con il “tradizionale carico di siluri”. E anche che sono parte integrante della “missione Mare sicuro, affidata dal governo alla Marina, che da tredici mesi vede 900 marinai pattugliare il Mediterraneo centrale”. Il suo scopo era quello di “tutelare gli interessi nazionali nell’area”. Come? Attraverso la “protezione dei mezzi nazionali impegnati in attività di soccorso” ma anche la “sorveglianza /protezione delle piattaforme petrolifere in concessione/operate da ENI”, ed altri compiti come la deterrenza a organizzazioni criminali, e anche “l’attuazione di misure che impediscano il reimpiego dei natanti utilizzati per attività illecite”, ecc. [Vedi qui in proposito il sito della Marina militare].

mercoledì 20 aprile 2016

ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA di Giudo Viale




ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA
di Giudo Viale


Fin d’ora il degradante accordo con la Turchia sullo scambio di profughi rende evidente la nera notte in cui l’Unione europea ci sta trascinando. E’ un pugnale rigirato nelle ferite aperte di decine di migliaia di profughi che nel viaggio disperato verso l’Europa avevano intravisto l’unica possibilità di sopravvivere a guerra e fame; per garantirsi il più elementare dei diritti umani: quello alla vita. La risposta dell’Europa è chiara: per loro non c’è più posto a questo mondo; e affida ad altri (per ora) il compito di farli sparire.

E’ una risposta che viola tutte le convenzioni sottoscritte dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah e rende evidente il cinismo di quei governanti che hanno versato lacrime di coccodrillo sopra la foto del piccolo Aylan “spiaggiato” sulle coste della Turchia, ma che da allora hanno lasciato morire non meno di 450 suoi coetanei, insieme a tanti altri adulti. Poi l’accordo di “rimpatrio” di decine di migliaia di persone senza più “patria” è una scelta di governi e politici senza cuore e cervello, lanciati all’inseguimento delle destre razziste che hanno ormai conquistato la scena in tutta l’Europa (e non solo). Una risposta che li mette sulla loro stessa lunghezza d’onda, sperando così di neutralizzarne l’avanzata, mentre non fa che rafforzarle dando loro ragione. Ma il risultato più vistoso è la legittimazione del feroce regime di Erdogan, che lo autorizza a continuare sulla sua strada: guerra ai curdi, dentro e fuori i confini del paese, repressione di ogni libertà, a partire da quella di informazione e, soprattutto, libertà di proseguire nel disinvolto sostegno all’Isis, o alle fazioni che ne prenderanno il posto se l’Isis dovrà ritirarsi; purché continuino a impedire qualsiasi riassetto pacifico in Medio oriente; con l’obiettivo di contenere le forze che ostacolano la politica egemonica della Turcha sulla regione. Così Erdogan ha cominciato a “rimpatriare” in Siria, consegnandoli all’Isis un primo “lotto” di quei profughi che erano riusciti a sfuggirgli.

venerdì 15 aprile 2016

INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO di Ivan Cavicchi





INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO
di Ivan Cavicchi


Sanità. L’articolo 49 della carta dell’Ipasvi (l’ordine degli infermieri) impone a tutti i lavoratori di «compensare» qualsiasi disservizio o disorganizzazione nell’assistenza sanitaria. Una norma che si presta a forme di sfruttamento davvero senza limiti



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Articolo 49
L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.


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La notizia per i più non è una notizia ma per chi conosce la situazione degli oltre 400.000 infermieri italiani è un’autentica bomba . Si tratta di un atto politico di disobbedienza, un rifiuto eclatante fatto da un collegio di infermieri, l’Ipasvi di Pisa per sollecitare la politica e l’Ipasvi nazionale (Ipasvi, acronimo di Infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici di infanzia), a ritirare un articolo del codice deontologico che nei fatti ha legalizzato sinora una forma di schiavitù tanto assurda quanto inconcepibile.

Gli infermieri di Pisa (collegio Ipasvi) hanno deciso democraticamente di ricusare il loro attuale codice deontologico per «disapplicare» l’articolo 49 cioè una norma, difficile da credersi, che dà la possibilità alle aziende sanitarie a corto di risorse di sfruttare gli infermieri in ogni modo per sopperire a tutti i disservizi, le disorganizzazioni, le carenze dei propri sistemi sanitari.

L’art 49 è in realtà una trappola deregolatoria: da una parte stabilisce l’obbligo imperativo da parte degli infermieri di «compensare» tutte le forme di disservizio e di disorganizzazione, dall’altra prevede una possibilità del tutto teorica di rifiutare la compensazione nel caso in cui fosse pregiudicato il proprio mandato professionale.

IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI di Antonio Sciotto




IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI 
di Antonio Sciotto



Il caso. La segreteria ritira l'aspettativa di Sergio Bellavita e lo rimanda al suo posto di lavoro: «Ha rotto l’unità del nostro sindacato e lo ha denigrato». La replica: «Al Congresso tutti pluralisti e adesso stop al dissenso?». Il contrasto è nato e si è sviluppato nelle fabbriche della Fca



«Ho subìto un ricatto da parte di Landini, un ricatto politico. E poiché non mi sono piegato sono stato licenziato dalla Fiom». «Bellavita non rappresenta più l’unitarietà della Fiom, quindi in maniera libera e trasparente la segreteria ha considerato conclusa la sua aspettativa sindacale. Per rispetto a tanti lavoratori che hanno perso il posto non usi il termine “licenziamento”: tornerà al suo posto di lavoro, all’azienda da cui era in distacco». In queste due accuse reciproche la bufera che sta attraversando la Fiom.

Sergio Bellavita, funzionario nazionale dell’organizzazione dei metalmeccanici ed esponente dell’area di minoranza in Cgil Il sindacato è un’altra cosa è stato destituito dal suo ruolo (ma non dal Comitato centrale e dalla Direzione Fiom) a causa di un contrasto con la segreteria che la squadra di Maurizio Landini ha giudicato insanabile. Bellavita, che è anche (e resta) componente del Direttivo Cgil, è l’erede di Giorgio Cremaschi alla guida dell’area di minoranza: lo scontro è finito su tutti i giornali forse perché in qualche modo ricorda il conflitto che per diverso tempo ha visto contrapporsi lo stesso Landini a Susanna Camusso.

sabato 9 aprile 2016

CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA di Guido Viale


 



CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA
di Guido Viale




Al vertice sul clima di Parigi i “capi” di 192 paesi hanno preso degli impegni enormi: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto 2 e possibilmente vicino a 1,5 gradi centigradi. Per questo bisogna evitare di disperdere nell’atmosfera più di mille miliardi di CO2 equivalente di qui al 2100 (ne produciamo 35 miliardi all’anno). Per raggiungere l’obiettivo i contraenti hanno presentato dei piani nazionali (detti Indc) molto generici, perché non ne viene indicato il “soggetto attuatore” che, per il pensiero unico dominante, non può che essere “il mercato”; non gli Stati né i loro governi, né tantomeno il “popolo sovrano” e le sue comunità, ma la finanza. Il non detto di quei piani è questo: gli interessi dell’industria petrolifera sono talmente grandi che a metterli in forse in tempi rapidi, anche oggi che il prezzo del petrolio è ai minimi, si rischia il tracollo dell’economia mondiale. Solo a lasciare sottoterra le riserve di idrocarburi che non dovrebbero essere più briciati per non superare la quantità di emissioni climalteranti che ci separano dai due gradi in più di temperatura si mandano in fumo decine di migliaia di miliardi già quotati in borsa. Poi ci sono gli impianti (trivelle, pipelines, miniere, flotte, raffinerie, centrali termiche, ecc.): altre decine di migliaia di miliardi ancora da ammortizzare (e quando lo sono già, vere mucche da mungere per fare profitti, anche se vanno in pezzi). Quei piani sono comunque insufficienti a raggiungere l’obiettivo; per cui si è già stato stabilito che nel 2020 dovranno ssere rivisti al rialzo. E lo si dovrà fare per forza, perché il clima sta già precipitando verso un disastro irreversibile per il pianeta e per la vita umana su di esso, cioè per tutti noi, i nostri figli, i nostri nipoti.

mercoledì 6 aprile 2016

LA PARTITA DEL REFERENDUM di Annalisa Corrado

 



LA PARTITA DEL REFERENDUM
di Annalisa Corrado




«La vittoria del SÌ al referendum del 17 aprile potrebbe dare una spallata ad un castello di bugie e mostrare che la strada verso la democrazia energetica, verso una promozione sostenibile dei talenti sani dei nostri territori è segnata e che non si torna più indietro», 
Sbilanciamoci.info, newsletter 467, 31 marzo 2016




Pensavo fosse incompetenza o mancanza di visione. Fresca di laurea, folgorata sulla via dell’energia come “madre di tutte le battaglie” da combattere (contro le crisi internazionali, i ricatti dei potenti detentori delle risorse, contro le crisi sociale, ambientale e poi anche economica), ero ingegneristicamente innamorata dell’idea che sole, vento, biomassa, maree e calore della Terra, assieme alle intelligenti evoluzioni della tecnologia, avrebbero mostrato di lì a poco la via per costruire una nuova “democrazia energetica” e, ingenuamente, pensavo il freno fosse causato “solo” dalla manifesta incapacità strategica di un apparato politico/burocratico stanco, cinico e clientelare.

E invece sbagliavo di grosso. La strategia esiste. Esiste e appare dettata da un potere apartitico (evidente se si analizza l’assoluta continuità nelle scelte fossili degli ultimi 4 governi, dalla destra di Berlusconi/Romani, ai tecnici Monti/Passera, passando per la “sinistra” di Letta/Zanonato, fino al governo del partito della “nazione” di Renzi/Guidi, il più fossile di tutti) gestito attraverso schiere di azzeccagarbugli che usano la normativa contro i cittadini, contro la partecipazione, contro le migliori idee ed energie del Paese.

L’ascolto è riservato esclusivamente ai soliti noti, per i quali un varco nel ginepraio della burocrazia si riesce sempre ad aprire (le autostrade, gli inceneritori, il cemento, le trivelle dello “sbloccaItalia” ne sono la manifestazione plastica).

La “strategia” esiste, e ci sono almeno due campi di gioco.

martedì 5 aprile 2016

CASO REGENI: E' IL MOMENTO DI TIRARE LE SOMME di Aldo Giannuli



 


CASO REGENI: 
E' IL MOMENTO DI TIRARE LE SOMME
di Aldo Giannuli




Dopo la conferenza stampa dei giorni scorsi dei genitori di Giulio Regeni, martedì 5 dovrebbero giungere a Roma i rappresentanti della polizia egiziana che promettono di portare finalmente la verità sul caso Regeni. Non sappiamo se fanno sul serio (ne dubitiamo) o verranno a raccontare chissà quale altra bufala (come fortemente sospettiamo). Di una cosa siamo sicuri: questa volta bisogna passare ai fatti.

Ragioniamo: lo stato italiano, anche per un minimo di rispetto di sé stesso, non può incassare l’assassinio di Stato di un suo cittadino senza reagire adeguatamente. Non può farlo, prima di tutto per rispetto dei diritti dei suoi cittadini cui deve giustizia e, di debiti di giustizia per i propri delitti di Stato, la Repubblica ne ha già troppi almeno per quelli attribuibili ad altri Stati, magari, non allunghiamo la lista.

Perché questo è un delitto di Stato (non essendoci alcuna altra ipotesi plausibile) e lo conferma l’impossibilità di dare spiegazioni e la serie di spudorate menzogne di questi due mesi che aggravano l’offesa.

venerdì 1 aprile 2016

IPOCRITE SMENTITE E CONCRETI PREPARATIVI DI GUERRA di Antonio Moscato





 IPOCRITE SMENTITE E CONCRETI PREPARATIVI DI GUERRA
di Antonio Moscato



Il misero trucco di Matteo Renzi non convince nessuno. Anche i maggiori quotidiani italiani, in genere tutt’altro che ostili al premier, hanno ammesso che dicendo: “non faremo nessuna invasione della Libia con 5.000 uomini” Renzi non garantisce proprio niente. Per una vera invasione non basterebbe neppure un contingente di 30.000 (che per il momento non c’è), e quindi si può tranquillamente promettere di non farla, ma la presenza di piccoli nuclei di forze speciali sul territorio libico senza autorizzazioni condivise da tutte le forze in campo può innescare una tragica spirale; ad esempio la morte di alcuni militari italiani potrebbe fornire il casus belli attraverso un’ondata di emozione e di orgoglio nazionale per i “nostri eroi”. Se si pensa al battage che è stato fatto sui due marò, presentati come vittime innocenti anziché come arroganti assassini di inermi pescatori, si può immaginare quanto sarebbe facile giustificare una ritorsione, spacciata naturalmente per legittima difesa. Naturalmente sottraendo alla valutazione delle responsabilità quell’incompetenza dei nostri presuntuosi generali emersa clamorosamente dalla mancata protezione della base di Nasiriya, ma su cui le commissioni di inchiesta hanno steso un velo di silenzio.

domenica 27 marzo 2016

LA TRILOGIA DEI GIGANTI di Massimo Luciani






LA TRILOGIA DEI GIGANTI
di Massimo Luciani

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LO SCHELETRO IMPOSSIBILE






Il romanzo “Lo scheletro impossibile” (“Inherit the Stars”) di James P. Hogan è stato pubblicato per la prima volta nel 1977. È il primo libro del ciclo dei Giganti. Ha vinto il Seiun Award giapponese come miglior romanzo straniero di fantascienza. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 739 di “Urania” e all’interno del n. 74 di “Millemondi” “Le stelle dei giganti” nella traduzione di Beata Della Frattina. Quest’ultima edizione è disponibile anche in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS.

Lo scheletro di un essere umano in una tuta spaziale viene scoperto sulla Luna. Nessun membro del personale che vi lavora è disperso e la tuta non è di nessuno dei tipi utilizzati. Un primo esame mostra anche che gli strumenti della tuta sono di tipo sconosciuto e mostrano scritte in un alfabeto ignoto.
Lo scheletro, soprannominato Charlie, è apparentemente di un essere umano ma risale a circa 50.000 anni fa. Il mondo scientifico riceve un’ulteriore sorpresa poco tempo dopo con un’altra scoperta sensazionale. Gli scienziati Victor Hunt e Christian Danchekker dirigono le ricerche ma si trovano di fronte a dati che sembrano contraddirsi.

mercoledì 23 marzo 2016

SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO di Guido Viale







SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO 
di Guido Viale 


Migranti: l'accoglienza o il respingimento, una contrapposizione che rivede classi e forze sociali. I governi europei sono in gran parte lanciati all'inseguimento delle destre. Ma si tratta di una vana rincorsa



Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell'affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflittoverso i profughi che rende l'Europa così fragile e debole. L'urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la "caccia allo straniero"; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo che alimenta il rancore di cui si nutre il terrorismo. Per questo non c'è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi - e non solo la Siria - da cui cercano di fuggire.

martedì 15 marzo 2016

Françafrique: LO STILE FRANCESE DELL'IMPERIALISMO di Paul Martial




Françafrique: 
LO STILE FRANCESE DELL'IMPERIALISMO 
di Paul Martial


La “Françafrique”, il sistema di dominazione francese sulle sue ex colonie dell’Africa nera, continua ad essere ben presente, anche se le sue forme hanno conosciuto una serie di sviluppi.

All’inizio, si trattava soltanto di un rifiuto, quello di ammettere l’idea stessa di indipendenza delle colonie africane. Nel gennaio del 1944, nel Congo Brazzaville, mentre centinaia di migliaia di africani venivano mobilitati contro l’occupante nazista in Francia, de Gaulle respinse esplicitamente la prospettiva dell’indipendenza per le colonie africane: «qualunque idea di autonomia, ogni possibilità di sviluppo fuori del blocco francese dell’Impero, l’eventuale costituzione anche solo remota dell’autogoverno nelle colonie va esclusa».[1]

Dopo la guerra, Parigi si aggrapperà disperatamente alla sua politica di “Union Française” [Unità Francese], proclamata nel 1946. Il nuovo orpello dell’impero coloniale avrà fine nel 1958, sotto la pressione delle lotte anticoloniali che si sviluppano in Indocina, ma anche in Africa con la sollevazione del Madagascar, ferocemente repressa: «La repressione è quella tipica delle guerre coloniali: numerosi massacri che colpiscono ampiamente la popolazione civile, tra cui donne e bambini. Un alto funzionario evocherà un “Oradour malgascio” [in riferimento al massacro di Oradour-sur-Glane commesso dalle SS il 10 giugno 1944], a proposito del massacro perpetrato nella cittadina di Moramanga (nel centro-Est)».

In risposta, il governo gaullista proporrà il progetto di “Comunità francese”, accolto dall’insieme degli strati dirigenti africani. Solo Sékou Touré lo rifiutò e il suo paese, la Guinea, sarebbe stata oggetto di un sabotaggio, in cui i coloni distrussero archivi, scuole e ospedali. L’unico vantaggio di questo progetto nato-morto di Comunità francese sarà quello di guadagnare tempo per elaborare un piano di una efficacia spaventosa. L’idea è semplice: cambiare tutto perché niente cambi. Era nata la Franciafrica.
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