mercoledì 27 luglio 2011



RENATO CACCIOPPOLI:
LA MATEMATICA E LA VITA


di Francesco Mercurio


Quando ho incrociato il materiale storico, biografico e scientifico che riguardava la figura e le opere di un grande matematico italiano, come fu il mio conterraneo Prof. Renato Caccioppoli, ne ho ricavato una sensazione non tanto di tristezza, di compianto, pensando alla tragica fase finale che concluse la vicenda umana di quest'uomo, ma di una straordinaria esperienza di vita, profonda, specchio di una grande parte di un secolo, quello passato, che ha inciso nella memoria e nel destino di molti.
Caccioppoli è, forse, il matematico su cui più si è scritto, o discusso, al di fuori della stretta cerchia di accademici e docenti che lo hanno conosciuto, nel corso della loro carriera professionale, sia da studenti o da colleghi. E 'stato reso familiare come un personaggio ad un vasto pubblico (anche se i suoi temi di ricerca sono stati appena toccati), nel tentativo di realizzare il difficile compito di comunicare quanto sia complesso e affascinante il pensiero matematico.
In più, ci si è accorti che, lungi dalle importanti referenze scientifiche, la sua personalità, il carattere, gli interessi, l'estrosità e la complessità della persona hanno indotto nel pubblico una certa affascinazione che, però, non fa completamente giustizia del personaggio reale.
In questo articolo, faremo solo un accenno alla parte che Egli stesso riteneva fondamentale nel suo impegno di uomo e di intellettuale: cioè i suoi numerosi contributi alla scienza matematica.
Grave scelta, che però può trovarvi comprensivi, tenendo conto del fatto che il blog cui ho inviato l'articolo per l'eventuale accettazione è orientato, non delimitato, a favorire uno scambio di scritti, di pensieri, di idee, di commenti su argomenti di impegno più strettamente politico.
Che cosa c'entra, dunque, in questo contesto un matematico e, soprattutto, un matematico come Caccioppoli ?
Di certo Caccioppoli non ebbe mai a manifestare un impegno totalizzante nell'ambito politico (il che lo si può anche dedurre), Egli non assunse su di se casacche di alcun genere, ma piuttosto ebbe a suo modo il senso della militanza, dell'appartenenza culturale e sociale in decenni della storia d'Italia in cui importanti e tragici avvenimenti trasformarono lo Stato, le istituzioni e la comunità civile della nostra nazione.
La sua attività militante e la partigianeria nel Partito Comunista Italiano, il suo impegno diretto e talvolta spavaldo contro il regime e la cultura fascista e un indomabile sentimento pacifista e anticolonialista lo caratterizzarono difronte agli altri membri della intellighenzia universitaria e accademica che, per quanto diversi per formazione e carattere, per una parte cospicua ammiccavano all'ideologia dominante, nello strenuo tentativo di conservare le posizioni di prestigio o l'insegnamento superiore.
Seppure potremmo pensare che questo capitasse prima e durante la II Guerra Mondiale, anche nel dopoguerra la controversa figura del nostro matematico, che non smise l'azione militante, fu sottoposta a pesanti denigrazioni, ancora più inaccettabili quando provenienti da ambienti accademici e politici.
Un buon numero di seminari e conferenze, organizzate durante gli anni da matematici suoi colleghi, hanno analizzato il rapporto tra il personaggio di Caccioppoli, il suo intenso lavoro professionale, la sua eredità intellettuale, con la sua città natale, Napoli. Mi sembra ovvio, poi, citare le rappresentazioni cinematografiche e teatrali che hanno guardato, sondato, il personaggio del matematico napoletano, tra cui il film del 1992 "Morte di un matematico napoletano", diretto dall'autore e regista Mario Martone, con tutte le discussioni e i dibattiti che ne sono seguiti, programmi televisivi, libri, biografie, commemorazioni, interviste che hanno rievocato di Caccioppoli e Napoli nel 1950. E poi c'era il romanzo “Mistero napoletano” di Ermanno Rea. Oltre ad una infinità di aneddoti, sempre affascinanti, descritti con sincera partecipazione.

BIOGRAFIA

Renato Caccioppoli era nato a Napoli il 20 gennaio 1904 da Giuseppe Caccioppoli e Sofia Bakunin (figlia dell'anarchico russo Mikhail Bakunin); vi è morto, suicida, l'8 maggio 1959.

Si laureò a Napoli nel 1926 e subito dopo divenne assistente di Mauro Picone, di cui fu uno dei primi e più valenti allievi. Libero docente nel '28, nel 1930 divenne, per concorso, professore di Analisi algebrica all'Università di Padova da dove, nel 1934, fu chiamato a Napoli. A Napoli rimase sino alla tragica fine. E' sicuramente uno dei matematici italiani più importanti della prima metà del Novecento e uno dei più rappresentativi di quella generazione formatasi tra le due guerre mondiali.
Profondo, originale, ha lasciato un'ottantina di lavori di grande importanza (anche se talora giudicati poco accurati nei dettagli). La sua produzione scientifica riguarda prevalentemente l'Analisi funzionale (il teorema di punto fisso di Banach-Caccioppoli), la teoria geometrica della misura, la teoria dell'integrazione, le equazioni differenziali e integrali. Aveva una profonda cultura in campo musicale e cinematografico. Era anche schierato politicamente (a sinistra), con una grande dirittura morale nascosta sotto una maschera d'ironia e non chalance. Negli ultimi anni, dispiaceri familiari e i primi segni di decadenza fisica avevano accentuato certi suoi comportamenti, così che la notizia del suicidio non sorprese troppo quelli che lo conoscevano più da vicino. Le sue Opere sono state pubblicate in due volumi, a cura dell'Unione matematica italiana, nel 1963. Fu socio dell'Accademia nazionale dei Lincei e dell'Accademia delle Scienze di Napoli.
Di Renato Caccioppoli riportiamo alcune righe di A. Guerraggio, tratte dal volume “La matematica italiana tra le due guerre mondiali” (ed. Marcos y Marcos, 1998).

Caccioppoli deve la sua popolarità (che lo accompagnava anche in vita) al personaggio, a quel misto di genio e sregolatezza che ne ha fatto il protagonista di libri, di interviste che rievocano lui e la Napoli a cavallo della guerra, e persino di un bel film di Mario Martone. Così viene tramandata la leggenda del "vestivamo alla Caccioppoli", del logoro trench bianco,sporco, portato in giro per le strade di Napoli con sempre maggior sciatteria, del matematico geniale e insuperabile che si perde nell'alcool, dell'intellettuale colto e raffinato, intransigente e spietato avversario dell'ignoranza e delle banalità, che affida le sue lunghe notti a compagnie non sempre raccomandabili, del borghese illuminato, "comunista" da sempre che si vede abbandonato dalla moglie che gli preferisce l'importante dirigente del partito.”.

CONTRIBUTI ALLA SCIENZA MATEMATICA

Grazie allo studioso di storia della matematica A. Guerraggio, coautore di un volume pubblicato nei tipi della Springer [1], possiamo svolgere una minima ricognizione dei contributi portati da Renato Caccioppoli alla matematica. Nel libro [1], l'autore citato scrive:

Abbiamo motivo di celebrare la vita di Caccioppoli - più ancora che la sua tragica morte -, essenzialmente perché la vita di un grande matematico si trova soprattutto nella sua ricerca. Cercando di riassumere 30 anni di lavoro in appena un breve spazio porta inevitabilmente ad alcune scelte arbitrarie, ma ci sono alcuni punti che sono sufficientemente "stabili", utili a dare una prima, breve idea dei contributi di Caccioppoli:
I primi saggi, del 1926, su l'estensione della definizione di un Funzionale lineare utilizzando la tecnica di estrapolazione che avrebbe caratterizzato in seguito il merito del suo lavoro, e avrebbe trovato immediata applicazione nella Teoria integrale.
Studi su una Teoria geometrica della misura per una superficie definita in maniera parametrica, che ha preso in considerazione il lavoro del grande Henri Lebesgue (così come quelli che furono i più recenti lavori di quel periodo, dovuti a Banach e Vitali), e che lo ha portato negli anni 1927-1930 a prendere in considerazione le superfici orientate e gli attributi duplici - di estensione e di orientamento - per l'elemento di area; tali studi furono ripresi nel 1952, quando il testimone di questa ricerca viene passato a Ennio De Giorgi.
Gli studi, a partire dal 1930, sulle equazioni differenziali ordinarie (compresa la generalizzazione di un teorema di esistenza di Bernstein riguardanti tra l'altro un problema di limite di una equazione di secondo grado) e le equazioni differenziali alle derivate parziali, in particolare nel caso ellittico: un teorema di esistenza all'interno della classe di funzioni le cui derivate seconde ​​sono di Holder; vari limiti superiori; la prova che le soluzioni di classe C2 delle equazioni ellittiche analitiche sono analitiche, con la prima risposta al cosiddetto diciannovesimo problema posto da David Hilbert al Congresso Internazionale dei Matematici nel 1900 (ecc..).
La sua "scoperta" dell'analisi funzionale e dei teoremi di punto fisso, all'inizio del 1930, di cui la limitata applicabilità dei teoremi concernenti le soluzioni dell'equazione x ¼ S [x] alle equazioni differenziali e integrali, avrebbe poi portato alla formulazione del principio di inversione di corrispondenza funzionale, il risultato di considerare la trasformazione T [x] ¼ x - S [x].
Gli studi sulle funzioni di più di una variabile complessa, e sulle funzioni analitiche e pseudo-analitiche.
Grazie a questi studi e ad altri, a Caccioppoli deve darsi senza dubbio il merito di aver fatto fare una poderosa avanzata all'approccio italiano all'Analisi Funzionale, verso i fronti più avanzati della ricerca. Il matematico Carlo Miranda ha scritto, "è soprattutto grazie ai corsi che lui ha tracciato, che gli analisti italiani sono stati in grado di superare l'isolamento che hanno vissuto durante gli anni della guerra e quelli subito dopo, senza troppo danno..". La “modernità” di Caccioppoli- rispetto a quello che stava succedendo in campo internazionale in quel momento - potrebbe essere valutata anche indirettamente, per mezzo delle dispute e delle controversie sulle priorità poste dai suoi saggi. I nomi di Dubrovskij (per le funzioni con limitata variazione uniforme o uniformemente additive), Rado (per controversie sulla teoria della misura), Stepanoff (per le funzioni asintoticamente differenziabili), Petrovsky, Perron e Weyl (per il lemma sulla armonicità delle funzioni ortogonali a qualsiasi Laplaciano) testimoniano l'attività di Caccioppoli nella ricerca avanzata aggiornata, destinata a lasciare segni profondi sulla storia dell'Analisi nel XX secolo.. ”.

POLITICA E ATTIVISMO DURANTE IL FASCISMO E NEL DOPOGUERRA

Sempre con il prezioso ausilio del volume in (1), leggiamo:

Caccioppoli ha sempre vissuto a Napoli, con la sola eccezione del periodo 1931-1934, quando ha insegnato a Padova, sostituendo Giuseppe Vitali, che si era trasferito a Bologna. Nei circoli culturali di Napoli, era conosciuto per la sua passione per la musica e la sua bravura come pianista (e anche come violinista). Inoltre sono stati leggendari il suo amore e la comprensione della letteratura francese contemporanea, con una passione particolare per Rimbaud e Gide. Dopo la guerra, il suo amore per il cinema lo ha portato a organizzare un gruppo chiamato "Circolo del Cinema a Napoli”, e la presentazione delle pellicole che veniva fatta dallo stesso Caccioppoli era un appuntamento permanente per i molti appassionati di cinema che si riunivano in quel contesto.
Ma prima di arrivare agli anni del dopoguerra, dovremmo dare uno sguardo agli anni del fascismo. Caccioppoli fu un fermo oppositore del regime. Il suo dissenso ironico si espresse in vari modi, e come non ricordare l'episodio del "gallo al guinzaglio", che oramai è ben noto.
Ci furono membri del Partito Fascista che consigliarono allo stesso Caccioppoli di non camminare in compagnia dei cani, perché la sua era una abitudine considerata poco maschile.
Caccioppoli, allora, si mise a camminare lungo la Via Caracciolo, che si affaccia sul Golfo di Napoli, con un gallo al guinzaglio. Molto più grave fu l'episodio che coinvolse l'inno francese, la "Marsigliese", che Ermanno Rea ha così ben descritto nel suo libro “Mistero Napoletano”. All'inizio di maggio del 1938, Adolf Hitler stava per arrivare per una visita a Napoli. Caccioppoli e la sua futura moglie, Sara, era andato in una birreria una sera, sul tardi e, infastidito da un gruppo di fascisti che cantavano "Giovinezza", l'inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista, si sedette al pianoforte e cantò l'inno nazionale francese, con la massima estensione dei suoi polmoni. Fu immediatamente arrestato. La punizione era davvero grave per scherzi come questo. Per salvarlo dall'essere gettato in prigione, la sua famiglia sostenne a viso aperto che egli era malato di mente, e lui fu ricoverato in un manicomio piuttosto che nel carcere.
Anche se questa è come la storia viene raccontata, le relazioni ufficiali della polizia di fatto dipingono un quadro più preoccupante. Prima di tutto, si registra l'episodio come abbia avuto luogo il 23 ottobre 1938, e la visita di Hitler non poteva entrarci per niente. Quindi, piuttosto che una birreria, dicono che ha avuto luogo in un pub locale "frequentato da persone di estrazione modesta", "una taverna situata a Napoli sulla Riviera di Chiaia", dove un uomo - Renato Caccioppoli - "di decente aspetto "tuttavia è descritto in un altro rapporto come" malvestito "o" mal vestita " insieme ad una donna - elegante, brioso, vivace, che parlava francese al suo compagno (che faceva finta di essere russo)" di carattere semplice e con buone maniere liberali"-" dopo aver bevuto del vino, ha offerto un altro giro ad un gruppo di operai che si trovavano nella taverna. I due individui hanno fraternizzato con gli operai, e poi si sono accompagnati a loro dopo che avevano finito di ballare ". Non vi è alcuna menzione della Marsigliese nel rapporto della polizia. La sostanza, tuttavia, rimane: "il vino offerto in cambio di pizze. . ., Conversazioni politiche con gli operai. . ., Legature di politica italiana (in confronto ai francesi), che ha continuato sulla funicolare che andava al Vomero ". Poi l'arresto, descritto dal segretario federale del Partito Fascista: "in virtù dell'autorità di Pubblica Sicurezza il loro arresto è stata immediatamente effettuato. Caccioppoli, durante l'interrogatorio finale, ha mostrato segni di squilibrio mentale e, quindi, dopo essere stato esaminato da uno psichiatra che ne ha accertato la diagnosi in pazzia, è stato ammesso in un manicomio ". Il rapporto della polizia usa lo stesso tono, dichiarando che la “persona che ha mostrato segni di squilibrio mentale durante il corso di interrogatorio. . . gli è stata diagnosticata la demenza”. Caccioppoli come antifascista era ben noto. In precedenza la polizia a Padova lo aveva messo sotto "idonea osservazione politica", anche se in un documento datato agosto 1933 è stato ammesso che "data la materia che insegna non può certo essere utilizzato per azioni conformi alle sue idee, ma con i suoi amici più stretti si esprime con violenza contro tutto ciò che ha a che fare con il fascismo". A Napoli non vi è dubbio che era conosciuto tra quelli delle forze di polizia: "Caccioppoli, a parte il suo valore inattaccabile come scienziato, a causa del suo uso smodato uso di bevande alcoliche nella sua vita privata, si mostra essere anormale e senza alcun valore sociale". Dopo l'episodio della "Marsigliese" - se effettivamente ci sia mai stato un episodio di tal genere - il giornale degli espatriati italiani a Parigi, “La Voce degli Italiani”, pubblicò un articolo dal titolo "Prof. Caccioppoli arrestato, torturato, è impazzito", in cui fu riferito che il matematico era stato “torturato così gravemente che è attualmente si trova in un ospedale psichiatrico”.

Proprio negli anni '30, il destino volle che Caccioppoli, appunto per la sua forma di militanza politica e per la già orientata storia familiare, incrociasse di certo, per un periodo, la strada con, già per allora, un ben più noto teorico comunista rivoluzionario, Amadeo Bordiga, che aveva una fondamentale e speciale veste di politico appassionato della scienza (che, per quei tempi, era un tratto di distinzione), che possiamo identificare sia con motivi familiari (la figura del padre Oreste, professore di Economia Agraria, e soprattutto quella dello zio paterno, Giovanni Bordiga, professore di Geometria Proiettiva a Padova) e sia nella sua preparazione e formazione universitaria (iscrizione al Politecnico di Napoli, dove si laurea nel novembre del 1912). Egli era appassionato di scienza, in particolare di fisica e matematica, e questo legava con la concezione politica che andava alimentando.
Infatti [2]:
"Bordiga sottolineava la necessità del superamento di una conoscenza concepita per compartimenti stagni basati sulla grande frattura tra le “due culture”: quella umanistica da una parte e quella scientifica dall'altra. Questa divisione all'interno del sapere viene intesa in quanto frutto della stessa società divisa al suo interno in classi sociali mentre la scienza marxista della società è intesa come tale in quanto si basa su quelle che noi conosciamo come "scienze esatte", o scienze della natura. Se per Galileo la matematica è il linguaggio della natura, per Bordiga essa è il linguaggio della scienza e il marxismo rappresenta la "scienza storica e sociale umana definitiva(3)
“L’importanza della scienza in generale, e della formalizzazione in particolare, nel pensiero e nell'azione di Bordiga è sicuramente stata influenzata dalla sua formazione del tutto particolare rispetto alla stragrande maggioranza dei politici a lui contemporanei. Nel 1925, quando il partito è ormai in mano alla corrente “centrista” che gli rinfaccia di essere, oltre che un ingegnere, un intellettuale dogmatico lontano dalla classe operaia,
Egli fa notare, in un articolo su L’Unità, che la direzione del partito è costituita da un’assoluta maggioranza di avvocati e nessun operaio [2]”:

Se si volesse scherzare -egli aggiunge - basterebbe far presente che in una società non capitalistica sarebbero sempre indispensabili gli ingegneri e assolutamente inutili gli avvocati[4].

Sempre da [2]Oltre agli studi universitari avranno grande importanza per lo sviluppo "scientifico" di Bordiga anche l’ambiente familiare e la grande fioritura della scienza e della matematica italiana tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.”
E' di straordinaria valenza intellettuale il fatto che un uomo come Bordiga abbia percepito in pieno il clima scientifico che subiva tali e profondi mutamenti all'alba del XX secolo. Infatti, proprio in quei primi decenni, la teoria subiva un deciso avanzamento, con lo sviluppo della teoria della relatività di Albert Einstein, da una parte, e della meccanica quantistica dall'altra, con tutto il suo corollario di illustri fisici e matematici che vi hanno contribuito. Fondamentali paradigmi che hanno formato le basi della conoscenza a noi contemporanea del mondo fisico che ci circonda. L'incontro di Bordiga con Caccioppoli, tra gli innumerevoli che lo stesso rivoluzionario ebbe ancora prima negli anni '20, con matematici e fisici di fama mondiale, testimoniano il percorso di due intellettuali che vivevano appieno il loro tempo, senza appiattirsi su astrusità accademiche e stucchevoli posizioni idiosincratiche dell'ambiente politico.
Continuando con il personaggio di Caccioppoli, gli episodi e la messe di sostanziali disavventure con il regime fascista prima dell'avvento del dopoguerra, si sono per certi versi ripetute con altre modalità e sotto altro clima politico, a guerra finita. Da [1]:

L'episodio del 1938-1939 non fu l'unica volta che Caccioppoli venne arrestato. Una cosa simile accadde nel 1952, questa volta ad opera della polizia della Repubblica italiana. Caccioppoli sostenne con favore la Repubblica durante il referendum del 1946. Più tardi, formò più strette relazioni con i comunisti a Napoli, che Egli vedeva come l'unica alternativa praticabile per la crudezza e la superficialità dei sostenitori dell'allora candidato del fronte opposto, il populista Achille Lauro. Era un fedele sostenitore del Partito Comunista Internazionalista, anche se non vi aderì ufficialmente. Egli fu coinvolto nelle vicende del gruppo di Gramsci. Si unì ai cosiddetti "partigiani della pace". E' stato fermo avversario, per la sua cultura profondamente pacifista, dell'intervento americano in Corea, e per le sue manifestazioni di dissenso che fu arrestato il 16 giugno 1952. Il rapporto ufficiale questa volta diceva:

“Il 16 giugno 1952, il giorno prima dell'arrivo a Napoli del generale Ridgway, il Prof. Caccioppoli. . . dopo aver raccolto circa 200 studenti provenienti da suo corso, ed altri che vi si unirono, li ha portati al palazzo centrale dell'Università, dove ha pronunciato un discorso che protestava contro la visita del generale di cui sopra in Italia, e in favore della pace. Questo discorso ha dato luogo a una protesta veemente ed ostile, sotto forma di invettive gettate nella direzione di marinai americani che sono stati ricoverati in un albergo di fronte l'università e contro le automobili americane che passavano dinnanzi al corteo.”.

La reazione dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, On. Antonio Segni, portò Caccioppoli ad essere severamente rimproverato per aver incitato i disordini che seguirono il suo comizio, e per il comportamento che costituiva un evidente "violazione delle norme disciplinari dell'Università". Tracce dell'orientamento politico e pacifista di Caccioppoli si possono trovare nella sua corrispondenza con il Prof. Mauro Picone, che ha sede nell'archivio dello IAC, dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo fondato da Picone a Roma, e recentemente pubblicato in Pristem / Storia (n. 8 / 9 , 2004).
L'ambiente ostile al matematico partenopeo emerge dall'espressione dei suoi sentimenti negli scritti del tempo, custoditi nell'archivio del matematico Picone, titolare di cattedra, insegnante di Caccioppoli, che ebbe un particolare e controverso rapporto con lo stesso. In una lettera datata 11 agosto 1953, Caccioppoli scrive che “. . . problemi idioti con la polizia mi hanno costretto a rinunciare ad andare a Polonia. Si può credere che dopo settimane di stallo, mi hanno restituito un passaporto che era stata annullato per tutti i paesi (anche in Francia !) ma esteso per la Polonia e i cosiddetti "paesi di transito" (?) fino al 6 settembre, giorno di apertura del congresso. Questo dopo aver trascritto tutte le informazioni dal telegramma di invito. Con questa sorta di "passaporto", sarebbe stato difficile anche andare oltre Tarvisio. Per aggiungere beffa alla beffa, consente "un solo viaggio" !”
In una lettera del 20 agosto 1958 si parla di una manifestazione che ha avuto luogo a Napoli: “In effetti, non ho preso parte alla manifestazione pacifica in Via Roma, che ha provocato la grandine abituale di colpi dalla polizia antisommossa, con manganelli, senza preavviso alcuno ed equamente distribuita tra manifestanti e semplici passanti. Ho seguito il processo, perché mi interessavo di politica e perché tra gli imputati vi erano alcuni dei miei migliori amici.
La corrispondenza è interessante e va oltre il contenuto delle lettere menzionate, però, essenzialmente a causa del fatto che essa mette in luce le relazioni tra i due matematici. Picone (1885-1977) è noto nella storia della matematica italiana per alcune opere di pregio che hanno a che fare con equazioni differenziali alle derivate parziali, ma soprattutto perché ha fondato una scuola che ha prodotto alcuni dei più grandi analisti italiani della seconda metà del ventesimo secolo. Lo strumento che ha portato alla fondazione di questa scuola è stata l'INAC, Istituto Nazionale per le applicazioni di calcolo, più tardi rinominato semplicemente IAC, o Istituto per le Applicazioni del Calcolo. Fondato a Napoli nel 1927, e poi trasferito a Roma pochi anni dopo, come una parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, lo IAC divenne presto una presenza significativa nel nuovo orizzonte della ricerca matematica. Ha rappresentato una nuova mentalità numerica. Non era più sufficiente a dimostrare un teorema di esistenza, o anche uno solo di unicità, ma era necessario per delineare le modalità di calcolo in modo efficace da ottenere le soluzioni. In altre parole, è necessario che la stessa attenzione e lo stesso rigore da applicare per determinare l'algoritmo numerico, la prova della sua convergenza e il limite superiore dell'errore di approssimazione. L'obiettivo era la sinergia con le applicazioni per le discipline sperimentali, per lo studio dei "loro" problemi matematici, e la determinazione numerica delle soluzioni. Era la prima volta che la ricerca matematica era stata organizzata al di fuori del circuito chiuso accademico. Era la prima volta che i giovani potevano essere avviati su un percorso che ha portato a un numero considerevole di posti di lavoro possibili. Era la prima volta che la matematica è diventata un soggetto e oggetto di consulenza, l'apertura di nuovi rapporti professionali che davano luogo a team di ricerca. E' stato l'inizio di una strada che sarebbe culminata nella conferenza dell'UNESCO a Parigi nel 1951, che ha designato Roma e lo IAC come sede del Centro europeo per il calcolo.
Picone, e questo era noto nei circoli accademici, era un simpatizzante del fascismo, e fu per questo che, con il favore che godeva presso le autorità politiche, riuscì nell'obbiettivo di sostenere e gestire dapprima il progetto dell'INAC. Lui stesso sembra che abbia detto che era stato "una camicia nera fin dall'inizio".
Sebbene, più tardi negli anni, Picone avrebbe negato il suo entusiasmo per i fascisti, non ebbe ad esprimere alcuna autocritica o provare a prendere le distanze dai due decenni di politiche fasciste, con la sola eccezione, quando, anni dopo, commemorando Terracini, parlò del suo "doloroso esilio in Argentina". Data questa situazione, la corrispondenza tra Caccioppoli e Picone è abbastanza sorprendente. Caccioppoli - "comunista" e profondamente impegnato in un sistema democratico - non ha avuto problemi nel continuare a corrispondere con il Picone "fascista", in un periodo post-bellico che in ogni caso è stata caratterizzato da fronti opposti in forte contrasto. Infatti, le sue lettere a Picone sono abbastanza sincere e intrise di un profondo affetto e stima sincera. Lui non fa mai riferimento ai precedenti – ed imbarazzanti - posizioni politiche sostenute dal Picone. Al contrario, in qualche modo vuole contribuire a mettere in una giusta prospettiva gli stessi, riducendoli a un pragmatismo che è inevitabile in un clima, per così dire,"pro-governo": lui stesso ebbe a scrivere "non ci facciamo coinvolgere in politica, lo so, e forse, dedicato come sei solo al tuo lavoro, si può essere disposti a legare l'asino al proprietario che si vuole, ma non io "(lettera del 19 luglio 1954).
Il primo elemento che emerge dalla lettura delle lettere è l'affetto quasi filiale che Caccioppoli dimostra verso Picone, che esprimeva, naturalmente, dato il suo temperamento, senza alcuna mellifluità o atteggiamento servile. E Picone sicuramente ha restituito sia l'affetto che la stima. Egli scrive di "un grande matematico che, solo in Italia, è il padrone, a forza di senso critico e invenzione, dei fondamenti e degli avanzamenti, di tutte e tre le aree di analisi, topologica, reale e complessa, così come delle loro applicazioni e dei problemi concreti ". Egli non esita a dichiarare più di una volta che l'allievo aveva superato il maestro. E le cose andarono nel senso che Picone si impegnò nello sforzo di assicurarsi che i meriti di quello studente potessero essere riconosciuti dalla comunità scientifica ! C'è stato un periodo, nel 1951, dove Picone cercò di garantire che a Caccioppoli venisse assegnato il Feltrinelli International Prize, seguito da un secondo tentativo nel 1956, nonché portare avanti la campagna per averlo eletto membro nazionale della famosa Accademia dei Lincei: scrisse Picone come riflessione "..invece di ricevere gli onori, da tempo (Caccioppoli) è stato costantemente sottoposto ad una campagna di insinuazioni delle più volgari e ingiustificabili da parte di alcuni matematici abbastanza affidabili. Qui l'Accademia dei Lincei ha l'obbligo di intercedere, dal momento che sono soprattutto sostenitori fervidi dei valori della nazione, disconoscendo quei denigratori volgari".
Un altro elemento che spiega perché il rapporto tra Caccioppoli e Picone continuava ininterrottamente e sempre cordiale, malgrado le loro molte differenze, era quello che entrambi appartenevano alla comunità matematica. Forse in questo caso, per questa generazione e per Caccioppoli, in particolare, il termine comunità non era vuoto di significato. Non è retorica, né fare riferimento a un fatto puramente sociologico. Significa una razionalità comune, una sensibilità comune e valori comuni – anche se non condivisi da tutti i matematici. Caccioppoli era piuttosto lontano da un indiscriminato apprezzamento dei suoi colleghi, infatti, questi valori venivano a contare quasi più di quanto contassero per lui le idee politiche (alle quali, comunque, anche Caccioppoli era molto legato). D'altra parte, questa era la posizione che Egli aveva preso durante il tempo dei licenziamenti nelle Università, nelle fasi convulse che seguirono gli eventi del 25 settembre. Le misure adottate dal rettore Adolfo Omodeo, presidente della Commissione per l'epurazione, la Commissione per la Purificazione, colpirono tra l'altro - tra i matematici - solo Giulio Andreoli. La lettera che gli comunicava la sua destituzione, gli venne notificata il 7 ottobre 1943..... I professori vennero poi reintegrati tutti nel 1945.
Ciò che non poteva sopportare Caccioppoli - che si tratti del caso dei sostenitori del fascismo, o il caso dei sostenitori del populista Achille Lauro, anche se più indulgente verso i suoi colleghi matematici - è l'arroganza dell'ignoranza, cioè l'unione delle due. Non credo che si possa parlare di snobismo nel caso di Caccioppoli: egli era un intellettuale che, attraverso la vicinanza alla società e la sintonia con il Partito comunista italiano, si sentiva legato alla classe operaia che - di fatto, durante la guerra – fece di tutto per sostenere in alcuni eventi di lotta, come una volta nel caso di organizzare uno sciopero dei lavoratori dei trasporti. La sua è piuttosto l'avversione decisa di ciò che Gerardo Marotta ha identificato come quegli istinti più aggressivi e volgari della classe medio-bassa, accoppiata alla sua meschinità. Egli semplicemente non poteva convivere con un ambiente così apatico e intellettualmente pigro. Questo è il tema che fornisce la chiave per la sua solitudine. Genio o sregolatezza ? Il matematico pazzo ? Al di là di alcune conseguenze per il suo temperamento e di una tendenza - anche questa, in ogni caso, non del tutto naturale - verso l'isolamento e la solitudine, questi sono gli aspetti che emergono progressivamente nella sua vita. E anche queste spiegare il suo "attaccamento" al Prof. Picone. Pensate solo per un momento l'esito disastroso del suo matrimonio con Sara che, ricordiamo, pur condivise parecchie esperienze con lui.”
Questi sentimenti di solitudine e le sue vicissitudini personali e anche professionali, dovute a quel clima di insana denigrazione che provenivano da ambienti di quella comunità matematica in cui fortemente credeva, sono stati suoi compagni infelici fino al tragico evento dell'8 maggio 1959, in cui pose fine alla sua vita.


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NOTE


[1]  A. Guerraggio, “Renato Caccioppoli. Naples: Fascism and the Post-War Period” in Mathematical Lives, Protagonists of the Twentieth Century From Hilbert to Wiles, Eds. C. Bertocci et al., Springer (2011);

[2] P. Basso (Relatore) in Cibo per le Macchine, Fame per l'Uomo - La teoria marxista della rendita fondiaria e la crisi ecologico-alimentare, Tesi di Laurea, anno accademico 2009-2010, Università Ca' Foscari di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Filosofia;

[3] A. Bordiga in Dottrina dei modi di produzione;

[4] A. Bordiga in La natura del Partito comunista, in L'Unità, 26 luglio 1925
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

PCL-PDAC: FRATELLI COLTELLI

di Stefano Santarelli



Nel pubblicare il documento del Partito comunista dei lavoratori  “A proposito del Pdac fenomenologia di una setta eravamo perfettamente consapevoli di entrare nella durissima polemica che caratterizza fin dalla loro nascita i rapporti fra queste due formazioni, rapporti che definire pessimi è un vero e proprio eufemismo.
Una situazione questa ben strana visto che sia il Pcl che il Pdac hanno un programma ed una origine politica comune. Per comprendere bene i rapporti che intercorrono tra questi due partiti siamo costretti a fare un breve cenno di storia.
Queste due formazioni costituivano fino al 2006 la tendenza di opposizione più coerente e più conseguente dentro Rifondazione comunista. Questa tendenza denominata “Progetto comunista” è stata per molti anni la vera alternativa dentro il Prc alla direzione di Bertinotti raggiungendo ampi consensi tra gli iscritti a Rifondazione.
Consensi e riconoscimenti che permisero, durante la formazione delle liste elettorali dell’Ulivo nel 2006, la candidatura ad un collegio senatoriale sicuro da parte della Segreteria nazionale di Rifondazione per Marco Ferrando nella sua qualità di massimo esponente di Progetto comunista.
Era questa la prima volta nella storia di Rifondazione che la formazione delle liste elettorali veniva aperta in modo formale anche alle minoranze congressuali.
Ma questa scelta della S.N. viene inesplicabilmente contestata dai membri del Comitato Politico Nazionale facenti riferimento proprio a Progetto comunista, ben 10 su 17, guidati da Francesco Ricci i quali volevano un candidato diverso da Ferrando per avere un ricambio politico.
Una tesi francamente risibile visto che Ferrando non aveva mai ricoperto incarichi pubblici dentro Rifondazione comunista. Infatti se era pacifico dare a Progetto comunista un collegio sicuro in lista, altrettanto pacifico era darlo al dirigente storico più rappresentativo di questa corrente.
E questo dirigente storico era Ferrando non certamente Ricci. E la Segreteria Nazionale decide proprio in questo senso.
Ma Ferrando è un personaggio scomodo e quando rilascia per il Corriere della Sera nel febbraio del 2006 una intervista sui fatti di Nassirya in cui esprimeva il diritto del popolo irakeno alla resistenza armata contro gli eserciti imperialisti, compreso ovviamente anche quello italiano, si scatena una durissima reazione da parte di tutto il quadro politico del nostro paese. Infatti sia da sinistra che da destra si chiede alla direzione di Rifondazione di togliere Ferrando dalle liste elettorali.
Una richiesta che viene esaudita immediatamente da Bertinotti.
E’ un atto questo antidemocratico per la vita interna di Rifondazione che vede la contrarietà delle altre correnti di minoranza: da Grassi per “Essere comunisti” a Malabarba e Cannavò per “Sinistra critica” e da esponenti della stessa maggioranza come Raul Mantovani.
Paradossalmente sono proprio favorevoli quei rappresentanti di Progetto comunista guidati da Ricci che daranno poi vita al Pdac e che non esprimono nessuna solidarietà a Ferrando.
La Segreteria toglie Ferrando da questo collegio senatoriale per mettere al suo posto la pacifista Lidia Menapace la quale eletta, da buona pacifista voterà in parlamento tutti i crediti e tutte le missioni militari tanto da meritarsi il soprannome di “Menaguerra”.
Ora la domanda da porre ai compagni del Pdac è se Ferrando come senatore avrebbe votato tutte queste operazioni militari, personalmente riteniamo che non avrebbe votato tali provvedimenti e fosse solo per questo sarebbe stato un parlamentare migliore della Menapace.
Ed è questo in fondo il peccato originale del Partito di alternativa comunista.
Nella metà del 2006 nascono quindi da Rifondazione comunista questi due partiti all’apparenza gemelli: il Pdac ed il Pcl. Entrambi si richiamano alla Quarta internazionale pur aderendo a due differenti correnti trotskiste. Sono due formazioni con un programma politico ed un patrimonio teorico simile che fanno apparire sin dall’inizio letteralmente incomprensibile tale divisione non solo per gli addetti ai lavori, ma per i suoi stessi militanti.
La loro separazione però non deriva, come abbiamo visto, dalla storia certamente travagliata del trotskismo, ma risale a questo scontro dentro il Comitato politico di Rifondazione comunista.
Questa profonda rivalità fa sì che impedisce al Pcl e al Pdac di potere arrivare, se non ad una unificazione di difficile attuazione, almeno ad una alleanza politica o ad un patto federativo che dir si voglia. Cosa questa che sarebbe stata la mossa più logica.
Oltretutto entrambe queste formazioni sono caratterizzate da un profondo elettoralismo, frutto di più di un quindicennio di entrismo nel Prc, che si scontra però con le attuali leggi elettorali che di fatto ostacolano la formazione di liste elettorali autonome.
Ovviamente un po’ di buon senso vorrebbe, lì dove è possibile, vedere l’unificazione di tali sforzi. Invece questi due gruppi, specialmente il Pdac, vedono nell’altro il vero nemico.
Certamente è veramente ridicolo che due partiti, se così li vogliamo chiamare visto lo scarso numeri di aderenti, con programmi simili ed in una situazione politica gravissima per i lavoratori ed i ceti più poveri del nostro paese si diano una battaglia così feroce paragonabile a quella dei poveri capponi di Renzo destinati alle pentole di Azzeccagarbugli.
Ora tale scontro non può vedere la nostra neutralità od indifferenza proprio perché riguarda due forze che si rivendicano alla migliore tradizione della sinistra rivoluzionaria.
E veniamo ai documenti che abbiamo pubblicato nel nostro sito.
Il Pcl pubblica una interessante analisi sul Pdac utilizzando la teoria della psicopatologia politica ideata da Roberto Massari.
Certamente “la scissione del 2006 non dipese da divergenze programmatiche” visto che entrambe queste formazioni si riconoscono nel programma della Quarta internazionale ed in fondo “la scissione dipese dalla volontà del responsabile organizzativo della AMR Progetto Comunista (nome della nostra frazione dentro il PRC) e del gruppo dei suoi fiduciari, di conservare ad ogni costo la propria funzione di comando in fatto di organizzazione contro i principi della democrazia interna e della collegialità delle decisioni.”
E’ questa una chiave di lettura che in fondo condividiamo della spaccatura provocata dentro la corrente di Progetto comunista e di cui le responsabilità maggiori sono proprio da addebitare al Pdac.
Ma non condividiamo la definizione del Pdac come setta.
Il Pdac non è una setta al contrario di Socialismo rivoluzionario o di Lotta comunista, la trasformazione di un soggetto politico in una setta non avviene in poco tempo. Infatti Sr o Lc si sono trasformate in una setta dopo un processo durato circa una decina d’anni.
Oltretutto i dirigenti ed i militanti del Pdac provengano da Rifondazione comunista di cui si può dir tutto tranne che è una setta.
Certamente non si può negare che il Pdac presenta dei sintomi estremamente preoccupanti con una organizzazione ultracentralista non giustificata dalla realtà della lotta di classe in Italia ed in cui l’avversario per antonomasia è divenuto il Pcl.
Il Pdac sta attraversando una crisi profonda che non viene neanche smentita dall’articolo di Ricci  Volgare attacco del Pcl al Pdac, infatti non è un segreto che alcune sezioni e dirigenti di questa organizzazione sono passati con armi e bagagli nel Pcl e francamente queste pesanti perdite non possono essere compensate dall’entrata in Alternativa comunista del giovane compagno Siciliani.
Tale situazione non viene affrontata dalla direzione del Pdac e quando non si affronta una situazione nei fatti la si nega.
Non vede la sua profonda crisi organizzativa e politica che l’attanaglia, ma invece accusa di riformismo e menscevismo il Pcl. E’ proprio vero che chi guarda la pagliuzza nell’occhio del fratello non vede la trave nel proprio occhio. (Mt 7.3)
L’accusa di riformismo e menscevismo che lancia il Pdac al Pcl è francamente ingiusta ed ingiustificata. Appoggiare criticamente Pisapia a Milano o votare Si ai referendum sono per esempio posizioni tattiche oltretutto anche corrette.
Ma le posizioni tattiche non sono sufficienti per definire una forza politica come riformista o peggio come menscevica. E francamente abbiamo trovato disgustoso mettere la fotografia di Ferrando insieme a quella di Bersani, di Di Pietro e della Bonino come ha fatto il Pdac nel suo giornale.
Ma cari compagni del Pdac credete veramente che Ferrando sia la stessa cosa di Bersani?
Certamente alcune critiche espresse da Ricci nel suo “Lo strano caso di un partito virtuale” sono fondate.
Vi è stato sicuramente un atteggiamento mediatico nel Pcl molto pronunciato che ha sicuramente contribuito ad una aspettativa di risultati che non hanno avuto purtroppo nessuna corrispondenza con la realtà. Purtroppo la costruzione di un partito rivoluzionario non è così veloce e l’attuale clima politico non è certamente tra i migliori e questo la direzione del Pcl aveva il dovere di dirlo con chiarezza, non farlo ha contribuito a provocare una profonda delusione fra i suoi iscritti e militanti.
Oltretutto vi è anche il problema della formazione dei quadri quasi tutti cresciuti in una formazione, questa sì veramente riformista come quella di Rifondazione comunista.
A questo punto da osservatori esterni al Pcl e al Pdac i quali non hanno nessuna intenzione di fare i “maestrini” proprio perché non hanno la presunzione di insegnare nulla a questi compagni, possiamo solo augurare e ricordare che in questa grave fase di debolezza ed impoverimento dei ceti medio-bassi del nostro paese che quindi provoca un aumento della proletarizzazione, una maggiore unità fra le forze anticapitaliste diventa non solo necessaria, ma doverosa.
A maggior ragione quando questa frattura, che non esprime nessuna seria argomentazione teorica o politica, riguarda due organizzazioni che si richiamano ad una delle migliori tradizioni rivoluzionarie come quella trotskista.

20/07/2011


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NOTE:

A PROPOSITO DEL PDAC: FENOMELOGIA DI UNA SETTA
http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2011/07/fenomenologia-di-unaltra-setta-il-pdac.html


VOLGARE ATTACCO DEL PCL AL PDAC
http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2011/07/il-pdac-risponde-al-pcl.html

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Sono Andrè Siciliani,quello che era entrato nel PDAC,ebbene comunico che io sono tornato sui miei passi e sn tornato nel PCL!!Comunque pure io desideravo e desidero un' unione fra PCL e PDAC,solo che finchè ci saranno i vari Ricci,Rizzi,Torre,Stefanoni è impossibile farla,visto che sentendo loro"il PCL è un partito menscevico che i bolscevichi hanno l' obiettivo di distruggere".Mi piace l' articolo!!


22 luglio 2011 02:00

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dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

domenica 24 luglio 2011

SCUSATECI FRATELLI E SORELLE MUSULMANI


SCUSATECI FRATELLI E SORELLE MUSULMANI 
di Giovanni Sarubbi



Lo abbiamo già visto, lo abbiamo già letto, e lo abbiamo rifiutato. Questa è in estrema sintesi l'idea che ci siamo fatti leggendo oggi tutti i quotidiani nazionali del nostro paese in merito a ciò che è successo ieri in Norvegia, con una strage in un campeggio dei giovani laburisti norvegesi ed un attentato ad edifici governativi che hanno provocato, al momento in cui scriviamo queste note, 91 morti.

Il già visto sono le immagini terribili dei morti e dei feriti, delle distruzioni immani di vite umane, della natura e di ciò che l'umanità ha realizzato. Abbiamo già visto persone in fuga dalla morte e le tragiche conseguenze dell'esplodere di bombe o dell'uso delle armi che ci si ostina a chiamare “leggere”, quasi si trattasse di innocui gingilli da gioco per ragazzi.

Il già letto riguarda invece il modo univoco con il quale la stampa italiana ha presentato l'attentato affibbiandone la responsabilità alla religione islamica. Lo hanno fatto tutti i quotidiani da “Il Manifesto – quotidiano comunista” all'ultra destro “Libero”, passando per “Il Giornale”, “Il Fatto”, “La Repubblica”, “Il Corriere della sera”, “L'Unità”, “La Stampa” e scusate se ne dimentichiamo qualcuno.

“Sociologi”, “politologi”, “intellettuali” (permetteteci le virgolette giusto per mettere in discussione le loro qualifiche) di vario ordine e grado si sono lanciati in spericolate analisi a senso unico, a cominciare dalla Fiamma Nirenstein su “Il Giornale”, secondo la quale «Ciò che importa è che la guerra dell’islamismo contro la nostra civiltà, se verrà confermata l’ipotesi che nel corso della giornata è diventata sempre più robusta, è feroce e aggressiva», a finire al professor Renzo Guolo, che sull'Unità viene descritto come uno dei più autorevoli studiosi dell’Islam radicale, secondo il quale «Vi sono diversi motivi che fanno della Norvegia un obiettivo agli occhi dei jihadisti» insieme all'Europa che potrebbe «essere tornata nel mirino qaedista per il suo impegno a fianco degli Stati Uniti o in ambito Nato su fronti caldissimi, dall’Afghanistan alla Libia».
Commenti e ipotesi conditi con affermazioni piene di “se” messi li giusto a futura memoria, per poter smentire se stessi nel caso in cui l'ipotesi affermata con enfasi si dimostrasse infondata.
Il tutto prendendo spunto da una fantomatica rivendicazione di un gruppo islamico di cui nessuno sa nulla ma di cui ci vengono invece fornite ampie notizie, probabilmente confezionate da chi ha interesse a diffondere bugie su bugie affinché nessuno capisca come stanno effettivamente le cose. E anche questo fa parte del già visto, già letto e già rifiutato da parte nostra. E' un gioco semplice: qualcuno fa un attentato con morti feriti e distruzioni; immediatamente giunge alle redazioni dei giornali una rivendicazione di un gruppo islamico sconosciuto ai più ma di cui i giornali forniscono notizie non verificabili; la notizia della rivendicazione finisce su tutti i mass media e gli “intellettuali” di cui sopra ci ricamano su ed il gioco è fatto. L'islam, nel nostro caso, ma lo schema è stato usato anche con altre religioni, viene messo sul banco degli accusati e da quel momento in poi tutto può succedere, visto che in tutto il mondo sono molto attivi e prolifici gruppi, sia politici sia di matrice religiosa, che sono ferocemente anti-islamici. I più scalmanati si sentono autorizzati a dar vita a pestaggi o violenze nei confronti dell'islamico della porta a fianco e la guerra trova nuovo carburante per andare avanti.
Significativo, a tale proposito, la conclusione dell'articolo di Carlo Panella, uno degli “intellettuali” (le virgolette qui sono d'obbligo) anti-islamici di punta del quotidiano Libero. Panella chiude il suo articolo con la frase «La guerra continua», e anche questo fa parte del già visto, già letto e già rifiutato da parte nostra. Gli attentati fanno sempre il gioco dei guerrafondai, dei militaristi di ogni ordine e grado, delle industrie di armamenti che controllano migliaia di miliardi di finanziamenti statali finalizzati alle guerre e che hanno il potere di condizionare uomini politici, mass-media e anche Chiese. E i “sociologi”, “politologi”, “intellettuali” con i loro commenti non fanno altro che rendersi complici della guerra, strumenti nelle mani di chi dalla guerra trae profitto e ricchezza ai danni dei popoli.
Significativi anche le citazioni dei dispacci dell’ambasciatore Usa a Oslo che descrivevano la Norvegia come impreparata al terrorismo in documenti diplomatici diffusi da WikiLeaks non molti mesi fa. E anche questo è un classico, un già visto, già letto e già rifiutato, della politica internazionale degli ultimi decenni: si sceglie il paese più libero, meno militarizzato, meno ossessionato dalla paura del diverso e dello straniero per colpirlo a morte in modo da consentire una escalation della violenza non solo a livello di quel paese ma a livello globale. “Ora i partiti di estrema destra – ha affermato la scrittrice norvegese Holt in una intervista su La Repubblica - avanzeranno soffiando con prepotenza sul sentimento anti-islamico. Il fatto di essere un Paese pacifico e con poca criminalità ci rende un obiettivo facile per il terrorismo”. Ma non vanno trascurati le paure diffuse da chi, come Libero, dice che ora “Rischia anche l’Italia”, perché “Da Mohammed Game a Times Square: per anni i fondamentalisti ci hanno provato. E lo rifaranno”. Verrebbe voglia di far convocare questi “giornalisti” in una procura della Repubblica come “persone informate sui fatti” di cui parlano con tanta sicurezza, diffondendo paura e odio per difendere i loro padroni.
Il già rifiutato, con cui abbiamo iniziato queste riflessioni, riguarda sia la guerra, la violenza, il militarismo e le armi di tutti i tipi, sia soprattutto un giornalismo come quello che abbiamo fin qui descritto. Un giornalismo che, nel suo complesso, dall'estrema destra all'estrema sinistra, ha scritto oggi la pagina più vergognosa della sua storia perché l'islam non c'entra nulla con gli attentati di Oslo.
Si perchè su quasi tutti i siti internet dei quotidiani italiani, infatti, oggi possiamo leggere che l'autore degli attenati di Oslo «è un cristiano fondamentalista» legato all'estrema destra e per di più ferocemente anti-islamico. Esattamente il contrario di quello che oggi sulla carta stampata è stata accreditata come verità.
Rifiutiamo un giornalismo che scrive articoli di cronaca basati sui “se” invece che su fatti certi ed incontrovertibili, impegnandosi nella loro ricerca ove le autorità costituite dovessero negarle. Rifiutiamo un giornalismo che sui “se” costruisce i commenti più spericolati e violenti, veri e propri strumenti di istigazione all'odio razziale e alla violenza. Rifiutiamo un giornalismo che non rispetti il principio della veridicità dei fatti raccontati e che trasforma le perversioni mentali di qualcuno in fatti o in commenti su fatti inesistenti.
Un giornalismo serio avrebbe cercato di capire e verificare innanzitutto la dinamica dei fatti per come essi sono effettivamente avvenuti. Avrebbe cercato di capire se sia vera l'ipotesi dell'autobomba (dalle immagini viste non c'è traccia di un qualche cratere a livello di strada che invece avrebbe dovuto esserci nel caso di autobomba mentre si sono viste immagini di incendi al 5 piano di un edificio); avrebbe cercato di fare l'elenco dei danni, di coloro che materialmente sono stati investiti dall'esplosione, e via di questo passo. Invece abbiamo potuto leggere notizie dozzinali e di nessun valore insieme a violenti requisitorie contro l'islam.

Se il giornalismo italiano avesse un minimo di serietà, dovrebbe chiedere scusa, con titoli cubitali, a tutti i musulmani italiani e del mondo per le pagine vergognose di odio scritte oggi.
Non crediamo che ciò accadrà ed è per noi amaro constatare come l'amore per la verità non faccia parte del bagaglio morale di quanti fanno il mestiere di giornalista per professione.
Ma noi facciamo i giornalisti per passione, forse è questa la differenza ed il motivo della nostra indignazione.

Allora scusateci fratelli e sorelle musulmani, non sarà per sempre così, ne siamo convinti, almeno è la nostra speranza ed è quello per il quale siamo impegnati.



Vedi anche l'articolo Gli attentati di OSLO e la stampa estera, di J.F. Padova
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/estero/articoli_1311432572.htm



dal sito  http://www.ildialogo.org/cEv.php?
  
Sabato 23 Luglio,2011 Ore: 15:40

lunedì 18 luglio 2011



POTENZIALITA' E LIMITI DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA

di Jacopo Custodi




Il processo di trasformazione sociale ed economica in atto in Venezuela, la c.d. revolución bolivariana guidata da Hugo Chávez, è un argomento che continua a dividere la sinistra radicale e/o comunista, tra chi difende a spada tratta il “comandante” Chávez e chi, all’opposto, liquida l’argomento sbrigativamente considerando il Venezuela un regime militare (il Partito Comunista dei Lavoratori, per dirne uno).
Certo è che con la prima vittoria di Chávez alle elezioni presidenziali del dicembre ’98 è iniziato un processo di risveglio sociale e di ritrovata mobilitazione popolare che ha travolto nel giro di pochi anni gran parte del subcontinente, facendo dell’America a sud del Texas, per citare il linguista Noam Chomsky, il “luogo più progressista al mondo”.
Questa “primavera latinoamericana” è tuttora in corso e, nonostante alcune preoccupanti controtendenze - si veda su questo il recentissimo triste caso di Joaquín Pérez Becerra -, è nella Repubblica Bolivariana di Venezuela che ha trovato la sua espressione più radicale, soprattutto in seguito al fallito colpo di stato dell’opposizione antichavista nel 2002. Altri importanti paesi del radicalismo latinoamericano sono la Bolivia e Cuba, ma entrambi meriterebbero un discorso a parte; mi limito solo a dire che Cuba ha avuto un ruolo determinante nel passaggio del governo bolivariano verso posizioni socialiste e antimperialiste: Castro ha assunto di frequente un atteggiamento di “affettuosità paterna” nei confronti del giovane colonnello venezuelano.
La rinata visibilità internazionale, la ritrovata passione politica della popolazione e le numerose e importanti misure prese dal governo per ridurre povertà e diseguaglianza - finanziate grazie ai proventi derivanti dalla nazionalizzazione del petrolio - bastano a documentare come il Venezuela di oggi si presenti profondamente diverso da quello dei primi anni novanta.
Ma sono le riforme economiche l’aspetto più interessante del bolivarismo, soprattutto oggi dove per trovare esperienze di economia pianificata siamo costretti a rivolgerci verso totalitarismi ereditari come la Corea del Nord.
Chávez in questi anni ha rotto con il passato neoliberale: ha realizzato una vasta riforma agraria che ha intaccato i grandi latifondi, incentivato la nascita di cooperative, nazionalizzato varie industrie e compagnie, una parte del sistema bancario e finanziario (con la recente nascita di una borsa valori pubblica), qualche struttura turistica e alcuni settori in passato appartenenti allo stato, come la telefonia, l’elettricità e l’acqua, quasi sempre con ampi indennizzi. Come spiega Erik Toussaint, il ricorso all’indennizzo serve ad evitare condanne per il mancato rispetto dei trattati bilaterali sugli investimenti sottoscritti dal Venezuela. Il diritto internazionale, infatti, consente agli Stati di procedere a nazionalizzazioni se indennizzano correttamente i proprietari.
Si stanno inoltre sperimentando forme embrionali di controllo operaio delle industrie nazionalizzate, in seguito alla pressione di diverse organizzazioni operaie. Il movimento operaio venezuelano, infatti, va assumendo una coscienza di classe sempre più marcata e proprio in questi giorni a Ciudad Guayana si sta realizzando l’Encuentro Nacional por el Control Obrero y los Consejos de Trabajadores y Trabajadoras il cui motto è ¡Ni capitalistas ni Burócratas! Todo el Poder para los Trabajadores y Trabajadoras.
Difficile dire se queste nazionalizzazioni vanno realmente verso un progetto socialista di economia pianificata, come Chávez sostiene, rifacendosi in parte alle teorie sul Socialismo del XXI secolo di Heinz Dieterich. Sicuramente non c’è stata quella dissoluzione dei meccanismi e degli apparati tipici dello stato borghese di cui più volte ha parlato lo stesso Chávez e purtroppo il Venezuela continua, nonostante vaghi proclami internazionalisti e il genuino antimperialismo, ad avere una politica estera “classica” in cui ragion di stato (“spaventoso cancro che tutto divora” la definisce il marxista argentino Néstor Kohan) e meri interessi geopolitici spesso prevalgono sui principi.
Queste pesanti contraddizioni esprimono, in ultima analisi, il fragile compromesso fra retorica e pragmatismo presente fin dall’inizio della rivoluzione e sono forse un retaggio del caudillismo e del populismo tipici della storia latinoamericana. Ma la presenza di queste gravi contraddizioni non ha portato, almeno fino ad ora, ad un arresto o ad una stabilizzazione del processo bolivariano; in parte, e questa è un’opinione tutta mia, anche grazie alla sostanziale ignoranza culturale di Chávez che, soprattutto nella prima fase, ha impedito una fossilizzazione dogmatica della rivoluzione dando così spazio, all’interno del movimento, a voci diverse e eterogenee.
Per una rapida conclusione, si potrebbe dire che la rivoluzione bolivariana è una rivoluzione sociale a metà che rischia di rimanere tale e, come disse Louis de Saint-Just, “coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba”. E’ compito dei rivoluzionari di tutto il mondo far sì che questo non accada e che la rivoluzione si completi.

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

sabato 16 luglio 2011

IL COMUNISMO LIBERTARIO di Isaac Puente



Gli scritti di Isaac Puente sul comunismo libertario, che presentiamo in questo Quaderno, non ci risulta che siano stati pubblicati in italiano, ed è con legittimo orgoglio che li portiamo a conoscenza dei libertari del nostro paese, nel quadro delle nostre celebrazioni del settantennale della rivoluzione spagnola. Il lavoro di Puente è stato della massima importanza per la messa punto dell’ideario e della progettualità del Comunismo Libertario in Spagna a ridosso di quella breve, ma intensa, stagione rivoluzionaria che Magnus Enzensberger definì poeticamente "la breve estate dell’anarchia". Essi ci riportano ad un periodo - che se rapportato ad oggi sembra lontano secoli - in cui il sogno di una società libertaria senza Stato animava consistenti masse, proletarie e non, la sua concretizzazione appariva possibile a breve termine, e questo stimolava tutta una serie di riflessioni e progettualità in ordine a quello che sarebbe stato il momento di costruzione della nuova società. Fermo restando - come poi effettivamente accadde - che sarebbero state le masse rivoluzionarie, nella loro spontanea creatività, a modellare in concreto il nuovo assetto. E così in buona parte avvenne al momento delle grandi collettivizzazioni agricole e industriali, che coinvolsero liberamente alcuni milioni di esseri umani.

Indice:
* Premessa
* Isaac Puente Amestoy - cenni biografici
* La società dell’avvenire - Il Comunismo Anarchico (1933)
* Concetti del comunismo libertario (1936)
* Verso l’interpretazione collettiva del Comunismo Libertario (1933)
* Il Comunismo Libertario (1933)


II testo dell’opuscolo è tratto e tradotto da ISAAC PUENTE, El comunismo libertario y otras proclamas insurreccionales, Edita Likiniano Elkartea, Bilbao 2003. Premessa e traduzione a cura di Pier Francesco Zarcone.
E’ possibile ordinare "Il Comunismo Libertario e altri scritti" inviando una e-mail al seguente indirizzo: fdca G6L fdca.it, oppure scrivendo a: Alternativa Libertaria, CP 27, 61032 Fano (PU). Puoi anche rivolgerti alla sezione FdCA più vicino a te.   Prezzo €4,00.
Per altri titoli di questa serie, vai alla pagina  I Quaderni di Alternativa Libertaria.

Chi fosse interessato alla distribuzione dei quaderni è pregato di contattare l’indirizzo fdca@fdca.it.



IL COMUNISMO LIBERTARIO E ALTRI SCRITTI

di Isaac Puente




Premessa
Gli scritti di Isaac Puente Amestoy sul Comunismo Libertario, che presentiamo in questo Quaderno, non ci risulta che siano stati pubblicati in italiano, ed è con legittimo orgoglio che li portiamo a conoscenza dei libertari del nostro paese, nel quadro delle nostre celebrazioni del settantennale della rivoluzione spagnola.
Il lavoro di Puente è stato della massima importanza per la messa punto dell'ideario e della progettualità del Comunismo Libertario in Spagna a ridosso di quella breve, ma intensa, stagione rivoluzionaria che Magnus Enzensberger definì poeticamente "la breve estate dell'anarchia". Essi ci riportano ad un periodo - che se rapportato ad oggi sembra lontano secoli - in cui il sogno di una società libertaria senza Stato animava consistenti masse, proletarie e non, la sua concretizzazione appariva possibile a breve termine, e questo stimolava tutta una serie di riflessioni e progettualità in ordine a quello che sarebbe stato il momento di costruzione della nuova società. Fermo restando - come poi effettivamente accadde - che sarebbero state le masse rivoluzionarie, nella loro spontanea creatività, a modellare in concreto il nuovo assetto. E così in buona parte avvenne al momento delle grandi collettivizzazioni agricole e industriali, che coinvolsero liberamente alcuni milioni di esseri umani.
E in questa gigantesca impresa i fatti dimostrarono varie cose: che in epoca contemporanea capitalismo privato e capitalismo di Stato non sono affatto le due sole possibili modalità di organizzazione dell'economia e della società; che la società libertaria è ben possibile, ma la si deve volere; che la società libertaria, come ama sottolineare il compagno Saverio Craparo, non è caratterizzata dal pensiero unico, ma dalla "uniformità del pensiero", cioè dal riferimento a valori comuni, che possono mutare la politica fatta di scontri tra individui e fazioni in un confronto costruttivo circa il modo migliore di amministrare il bene comune.
Certo è, comunque, che le riflessioni teorico/pratiche di cui abbiamo accennato contribuirono moltissimo a ravvivare un clima, una feconda atmosfera di aspettativa e di tensione. E in particolare l'opera di Puente ha esercitato un'influenza di tutto rilievo ai fini del deliberato sul comunismo libertario approvato dal Congresso Nazionale della CNT svoltosi a Saragozza a maggio del 1936; in quella città che da lì a due mesi sarebbe stata teatro della mattanza di anarchici e proletari compiuta dai militari insorti e dai loro complici fascisti.
Questo quaderno si inserisce anche nel percorso di recupero e valorizzazione della memoria storica del comunismo anarchico internazionale, e delle sue realizzazioni, che è parte integrante della ventennale attività culturale della Federazione dei Comunisti Anarchici. Questo recupero corrisponde appieno al principio per cui senza passato non si ha futuro; e serve alla reciproca chiarificazione tra passato e presente.
Il recupero del passato ci riporta alla realtà della teoresi e dell'azione storica di quella componente viva e ancora vitale del movimento dei lavoratori che è stato, ed è, l'anarchismo di classe, da Bakunin in poi; anarchismo di classe che ha nel comunismo anarchico la sua diretta prosecuzione e la sua espressione più compiuta. Come affermò Carlo Cafiero, "anarchici perché comunisti, comunisti perché anarchici".

Pier Francesco Zarcone

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         ISAAC PUENTE AMESTOY

                          (Cenni biografici)


Isaac Puente Amestoy (1896-1936) è stato uno degli autori anarchici più noti in Spagna durante la Seconda Repubblica, soprattutto per il pamphlet dal titolo "El Comunismo Libertario", tanto che Gómez Casas nella sua celebre "Historia de la FAI" lo ha definito il teorico per antonomasia di quest'impostazione del comunismo.
Nacque il 3 giugno del 1896 a Las Carreras (municipio de Abanto y Ciérvana), in una famiglia che politicamente era... carlista! Cioè fautrice del cattolicesimo reazionario e della monarchia assoluta, oltreché nemica acerrima di ogni idea minimamente liberale. Il giovane Isaac Puente preparò i primi quattro anni del baccellierato nel collegio dei Gesuiti di Orduña, come alunno esterno. Si laureò in medicina e dal 1919 fino alla morte, nel 1936, esercitò la professione di medico rurale a Maestu e nelle venti località del distretto. Il 12 maggio 1919 Isaac Puente si sposò con Luisa García de Andoin, e dal matrimonio nacquero due figlie, Emeria e Araceli. È probabile che Isaac Puente si sia accostato all'anarchismo per influsso di Alfredo Donnay, che era un noto militante appassionato di poesia, che disponeva di una propria apprezzata rubrica - "Lacras Sociales" - su "Solidaridad Obrera". Nel 1923 Isaac Puente già scriveva su riviste libertarie, e si fece conoscere particolarmente per la sua collaborazione alle celebri riviste culturali anarchiche "Generación Consciente" e "Estudios". Alcuni suoi articoli erano firmati, altri recavano lo pseudonimo "un médico rural". Suoi articoli vennero anche pubblicati, con frequenza diversa da vari periodici libertari in lingua castigliana dell'epoca: "Inquietudes" e "Cultura Proletaria", di New York; "Algo", di Cleveland; "La Protesta" e "Nervio", di Buenos Aires; "Prismas", di Beziers; "La Voz Libertaria", di Bruxelles, e le spagnole "Etica", "Iniciales", "Orto", "El Sembrador", "Solidaridad Obrera", "Tierra y Libertad", "Tiempos Nuevos" e "La Revista Blanca". Dal 1930 collaborò anche, con articoli di medicina, a "Cuadernos de Cultura".
Nel dicembre del 1933 - dopo il trionfo elettorale delle destre alle elezioni di novembre - partecipò a Zaragoza, come membro del comitato rivoluzionario della CNT alla fallita insurrezione armata in Aragona.
La sua attività militante e la sua opera teorica svolsero un innegabile influenza perché nel 1936, al Congresso di Zaragoza della CNT, venisse approvata una dettagliata deliberazione sul comunismo libertario - sostanzialmente basata sull'elaborazione di Puente - come obiettivo strategico della confederazione anarcosindacalista. Obiettivo che all'epoca la massa dei militanti riteneva a portata di mano, e per il quale dall'inizio della guerra civile operò con entusiasmo e dedizione.
Allo scoppio della rivolta dei generali reazionari Isaac Puente non fece granché per mettersi in salvo, forse non aspettandosi quale selvaggia operazione di sterminio le destre avessero programmato. Quindi il 28 luglio del 1936 la Guardia Civil, agli ordini dei rivoltosi, non ebbe difficoltà alcuna ad arrestarlo. Puente fu imprigionato nel carcere di Vitoria, e un tentativo - ideato da Manuel Chiapuso, segretario della CNT a San Sebastián - di realizzare uno scambio con l'industriale basco Ajuria, che era nelle mani dei miliziani, non riuscì.
La situazione precipitò il 24 agosto, quando il generale Millán Astray - una specie di pazzo furioso, plurimutilato, fondatore del Tercio de los Extranjeros (la legione straniera spagnola), autore dello slogan "Viva la Muerte", contestato vibratamente da Miguel de Unamuno nella sua ultima apparizione pubblica nel 1936 - arrivò a Vitoria per infiammare una piazza che gli appariva "fría y apática": e in effetti la sua visita impresse un nuovo e più sanguinoso corso alla locale repressione contro gli antifascisti di qualsiasi tendenza. Secondo quanto ha raccontato il farmacista Antonio Buena, il commento di Isaac Puente alla missione di Millán Astray sarebbe stato: "Ahora sí que nos van a matar a todos".
E così fu. La notte del 1º settembre 1936 molti prigionieri furono tirati fuori dalla prigione per essere fucilati. Alcuni testimoni dicono di aver visto visto Isaac Puente salire sul camion che l'avrebbe condotto alla morte, indossando un impermeabile sul pigiama - segno evidente della frettolosità con cui fu condotta l'operazione. Probabilmente fu ucciso in località Pancorbo, nella provincia di Burgos.
Nel Registro Civile Isaac Puente Amestoy risulta ancora come "desaparecido". Ma la memoria dei comunisti anarchici non è collegata con l'anagrafe, e Puente continua a vivere nel ricordo dei suoi compagni di oggi, in Spagna e fuori.
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LA SOCIETA' DELL'AVVENIRE:
IL COMUNISMO ANARCHICO

(Ediciones "Amor y Voluntad", Barcelona 1933)


La crisi economica mondiale, sintomo della morte della società capitalista


Alle forme sociali accade lo stesso che agli esseri umani: nascono con difficoltà, trovandosi alle prese con molti ostacoli e molte insidie; crescono e si sviluppano fino a raggiungere un determinato limite e, a partire da questo limite, cominciano a declinare, invecchiano e muoiono.
Questo limite di sviluppo è determinato in tutti gli esseri viventi dall'utilizzazione degli alimenti che assimilano, come pure dalla diminuzione di questo consumo, e la vecchiaia inizia quando comincia a esserci l'incapacità di utilizzare o di distruggere gli alimenti ingeriti.
È proprio questo che sta accadendo alla società capitalista. Ha avuto il suo momento di auge e di splendore con l'industrialismo, col dominio della macchina e l'apporto della tecnica. Ha potuto arrivare a produrre tutti gli articoli in quantità enormi, a prezzi inverosimili, e prescindendo dal lavoro dell'operaio ogni volta in maggior misura. Questa crescita aveva un limite, quello che ora stiamo toccando: il fatto che si sono prodotti articoli in quantità maggiore di quello che il mercato poteva assorbire, e che sopravanzano le braccia in tale misura che i disoccupati formano veri e propri eserciti di affamati in tutte le nazioni industrialmente avanzate.
Sovrabbondano varie merci: bisogna bruciare 8 milioni di sacchi di grano, in Nordamerica, per sostenere i prezzi di mercato. Si brucia il caffè, in Brasile, nelle caldaie delle locomotive. Si chiudono fabbriche, si paralizza lo sfruttamento delle miniere. E si calcola in 30 milioni il numero di operai in forzata disoccupazione in tutto il mondo. Il capitalismo, senza essere arrivato a mettere in pratica tutto il progresso meccanico che oggi la tecnica consente, senza aver espresso tutta la razionalizzazione del lavoro, e senza che la Scienza abbia ancora dato il perfezionamento che promette di dare, il capitalismo, ripeto, si asfissia; si dichiara incapace di continuare a incrementare e rendere più a buon mercato la produzione, per continuare a consentire la vita a tutta l'umanità. Se deve continuare a vivere, deve essere come un organismo caduco, rinunciando al progresso, e condannando alla fame un esercito di milioni di creature.
Lo condannano a morte le sue patenti contraddizioni: quanto più abbondano le merci, tanta più fame esiste. Si proibiscono in tutti i paesi gli anticoncezionali per paura che si riduca la popolazione, si chiudono le frontiere, si hanno sempre più disoccupati, e si sogna una mattanza mondiale che liberi dall'eccesso di popolazione. Si rinuncia al progresso politico, alla democratizzazione dei Governi, alla liberalizzazione degli Stati, dopo aver prostituito la democrazia e la libertà, buttandosi nelle braccia della Dittatura, aumentando la tirannia dello Stato e condannando i popoli a un'avvilente schiavitù con il fascismo.

La coscienza di classe del proletariato, sintomo della vita della società che nasce

Ogni volta che un essere o una forma vivente comincia a disintegrarsi per morire o sparire, c'è germinazione e nascita della nuova forma o del nuovo essere che va poi a prenderne il posto in natura; niente si perde, niente si distrugge, tutto si trasforma e ne trae profitto la materia, come l'energia.
È stata la filosofia la prima a dire all'operaio: "sei un uomo spossessato di tutti i diritti, poiché già alla nascita hai trovato tutto il patrimonio della Natura ripartito; sei uno schiavo dell'organizzazione dello Stato che vigila con le sue Istituzioni affinché non ti ribelli; sei un essere sfruttato, spremuto come un limone tra le mani del capitalismo, che poi si butta quando non dà succo. Ma è la vita, sono le infelici circostanze di oggi, e l'esperienza storica che si sviluppa, a dirgli, con voce più convincente della filosofia, che non ha nulla da perdere, e che ha tutto da conquistare. Che lo Stato si è accaparrato tutto il potere sottratto agli individui e si sostiene sulla forza dei servitori salariati, rinnegati della loro classe. Mantiene nell'ignoranza, con l'oppio della religione, o con quello dell'insegnamento laico. Esercita il suo patriottismo abbruttente per lanciare il popolo nei massacri bellici. Tutto si basa sulla quiete sociale, sul candore secolare delle masse, sulla loro credulità di tonti predestinati a cadere in tutti gli inganni. È così, in questo stato di servilismo degradante che il capitalismo si impadronisce dell'individuo per arricchirsi col suo sudore e per sfruttarlo con raffinatezza.
Il movimento emancipatore del proletariato, diretto dalla filosofia, dalle concezioni ideologiche della nuova società, è nato nelle circostanze più ostili e ha dovuto resistere ai colpi più furiosi, e affrontare le deviazioni più seduttrici e gli inganni più grandi. I politici, con i loro programmi di opposizione, pieni delle più abbaglianti promesse, hanno reso sterili molteplici sforzi e sprecato il tempo in tornei parolai, e in carriere arriviste, che senza deflettere portano all'ascesa del ciarlatano, sulle candide spalle dell'elettore. A forza di disinganni, di percorrere tutti i falsi cammini, il proletariato si va orientando e approssimando verso la direzione esatta.

La lotta è impostata

Una società capitalista che si aggrappa a forme di Stato dittatoriale, e che giorno dopo giorno si vede sprofondare nella crisi economica, nell'incapacità di livellare l'economia. E un proletariato sempre più desto e più insorgente, che cerca di abbattere il vecchio edificio, per impiantare sulle sue rovine un regime di maggior giustizia ed equità sociale, più razionale e più umana. Lotta decisiva, tra quanto non si rassegna a morire e si difende con tutta la crudeltà della sua violenza organizzata, e quello che combatte per venire alla vita sbarazzandosi delle macerie con cui invece lo si vuole sommergere. Nella Natura ha sempre trionfato il nuovo sul vecchio; il nascente e l'inconcreto sul quello che è decrepito e di forma finita. Non c'è da essere profeta per predire il futuro.
Il diritto a sfruttare la ricchezza sociale da parte di pochi, in cambio della fame e delle privazioni dei più, non può cimentarsi con la forza. Il caos economico del Capitalismo, che rende culto reverenziale all'oro, sacrificandogli la vita e la salute dell'uomo, può continuare a costruire solo sul cesarismo dell'istituzione statale. La schiavitù moderna che si fa pesare sul proletariato può solo affermarsi nella rigidità dell'organizzazione dello Stato.
Ergendosi di fronte a tutti i redentori, dissentendo dal coro delle voci adulatrici, l'Anarchismo presenta lo Stato come la causa fondamentale dello sfruttamento dell'operaio, e come la causa fondamentale dell'infelicità umana.

Lo Stato

Si tratta di qualcosa di più del Governo di una nazione. Non importa il nome con cui lo si designi. Sia monarchia o repubblica, sia dittatura o democrazia, lo Stato è un'Istituzione complessa radicata nella vita di una nazione, che pone i suoi artigli su tutte le attività umane, al fine di far credere che nulla possa essere fatta senza la sua mediazione. Ha una Costituzione in cui tutti i diritti civili sono condizionati e sotto l'arbitrio di chi comanda. E così esistono vari strumenti. Alcuni Codici che si danno pena di determinare ogni genere di limitazioni dell'individuo, che castigano tutto quanto può diminuire le attribuzioni del Potere. Una magistratura incaricata di amministrare questa farsa di Giustizia. Delle carceri per rinchiudervi quanti osino agire per conto proprio, o ribellarsi contro l'ordine costituito. Una polizia, dei corpi armati, pistoleros e fucilieri assoldati che, come boia, uccidono e maltrattano quando ciò gli viene ordinato. E per ultimo un esercito che lavora per la pace preparandosi per la guerra, e che è scuola di abbrutimento per tutti i cittadini utili.
Il cittadino deve evitare di fare tutto quello che lo Stato proibisce, e deve compiere tutto quello che lo Stato comanda. In questo consiste l'ordine. Non c'è attività che non sia catalogata e inquadrata. Tutti i suoi diritti sono scritti in questa postilla "salvo nel caso in cui l'autorità lo consideri…", il che equivale non ad affermare e garantire un diritto, ma a negarlo.
L'individuo è schiavo di questa architettura. Al suo interno resta senza iniziativa, senza libertà, senza voce né ragione. Lo Stato lo ripara quando vuole rassegnarsi a patire la fame, e quando voglia sfruttare legalmente gente in stato di necessità.
Per mantenerlo nel gioco e adeguarlo alla sua tirannia, gli offre di tanto in tanto l'illusione di eleggere i propri governanti, gli arbitri di questa Istituzione. Ogni cittadino può diventare ricco, se gli va bene la lotteria. Tutti possono essere potenti se ottengono di essere eletti per il comando. In questo consiste la democrazia. Per molti anni gli scontenti e i diseredati si sono illusi di poter migliorare la propria condizione cambiando di Governo. C'è anche chi la colloca nella conquista dello Stato, non distinguendosi in questo i comunisti statalisti dai fascisti. Un suddito di Mussolini vive tanto incatenato quanto un suddito di Stalin. La dottrina è sempre la stessa: Mussolini offre la massima rigidità dello Stato per incatenare il proletariato uccidendone le ribellioni. Lenin usa la stessa dittatura contro il Capitalismo, ma anche il proletariato risulta incatenato. Quello che trionfa in entrambi i casi è lo Stato. Ad affogare, pure in entrambi i casi, è la libertà individuale.
La soluzione per il proletariato, schiavo dello Stato e sfruttato dal Capitale, è nella direzione anarchica: nella soppressione dello Stato. Solo in questa direzione può emanciparsi e liberarsi.
Perché la malvagità dello Stato non dipende dagli individui che lo reggono, né la malvagità del denaro dagli uomini che lo posseggono. Al Potere tutti gli uomini sono ugualmente odiosi e dispotici. Nel possesso delle ricchezze tutti sono voraci e insaziabili, tutti dimenticano le sofferenze dell'affamato. Come l'alcool sono un veleno per l'uomo, a cui non conferisce alcuna virtù né alcuna eccellenza, ma in cambio gli assorbono il cervello facendogli perdere la sua semplicità e la sua dignità di uomo.

Ciò che unisce gli uomini è quel che hanno di comune

L'origine dell'unione familiare è la comunanza di abitazione, di cibo e di affetti. La comunanza di residenza e di interessi unisce sì i vicini di una località, e coloro che esercitano una stessa attività. La comunanza di patria unisce gli abitanti di uno stesso territorio, coloro che parlano lo stesso idioma o hanno lo stesso legame climatico.
Al contrario, quello che separa gli uomini è la proprietà privata, il tuo e il mio. Tra fratelli, il possesso di un oggetto o la divisione del patrimonio. Tra vicini, le proprietà rivali. Fra connazionali, i diversi costumi o il diverso clima. E la disunione è tanto maggiore, e l'odio tanto più vivo, quanto maggiore sia il dislivello, e più ingiusta la ripartizione di una cosa. La proprietà privata dei beni naturali o di quelli creati dall'uomo è, pertanto, una causa profonda di avversione e di guerra a morte, quando raggiunge le proporzioni di disuguaglianza irritante che oggi lamentiamo. Altrettanto accade con la divisione del Potere, accumulato in eccesso nelle mani di taluni, con la pena di quelli che sono rimasti indifesi. Altrettanto accade anche con la ripartizione del sapere, concentrato in alcuni, in coloro che hanno un titolo accademico, e con scarsità e onere di coloro che non hanno potuto ricevere nulla.
La pace sociale, la convivenza pacifica e spontanea a cui aspira l'uomo, non possono essere ottenuti se non rendendo il più possibile in comune lo sfruttamento della ricchezza, del Potere e del Sapere. Perché questo sfruttamento sia in comune, è necessario che nessuno ne sia possessore con pena o scarsità per gli altri, ma che tutti abbiano accesso alla parte di cui abbiano bisogno o che desiderino disporre.
A questo si dirige il Comunismo, che chiamiamo libertario o anarchico, per differenziarlo da quello socialista o statalista, che in Russia non ha messo in comune né il Capitale, né il Potere, né il Sapere, tre cose di cui lo Stato bolscevico ha fatto monopolio, lasciando all'operaio l'obbligo di lavorare, pagare e alimentare i parassiti.
La fraternità umana può solo basarsi sulla comunità di interessi e sul possesso in comune dei beni naturali, e sul sopportare in comune i pesi del lavoro.

Le aspirazioni dell'uomo

L'uomo porta in sé stesso insaziabili aneliti al benessere, alla libertà, alla Conoscenza. Si tratta degli impulsi che recano un incessante progresso, e che lo muove alle azioni più vigorose.

Benessere che si fonda sulla possibilità di soddisfare le necessità del suo organismo, liberandosi del peso del lavoro e delle scomodità della vita.

Libertà di disporre di se stessi, nell'ambito che la Natura gli lascia libero, senza incontrare impedimenti o capricci dei propri simili.

Fame di conoscenza, di penetrare i misteri della Natura e le conquiste della Scienza. Queste tre aspirazioni sono negate al proletariato, e per quest'ordine di cose costituiscono l'incentivo alla sua emancipazione. In primo luogo il diritto a vivere, a dare corpo alle necessità più perentorie. Dopo, il diritto a disporre della propria vita, della propria iniziativa, e poter dare ordine ai propri interessi senza pressioni di nessuno. Da ultimo completare queste conquiste con il Sapere. Per tutti gli individui, l'ordine di preferenza non è lo stesso, bensì varia dagli uni agli altri, d'accordo con il carattere o il modo di essere. Da colui che in cambio del cibo sacrifica la sua libertà, stando a proprio agio in caserma o in carcere o al servizio dello Stato, a colui che innanzi tutto preferisce la libertà, rinunciando alle comodità e al benessere.
Coltivandole tutte e tre - così come il sentimento della propria dignità, che non è cosa diversa dal sovrastimarsi - è come accentuare la ribellione dell'individuo, incitarlo a insorgere contro lo Stato e contro la società capitalista che ad esso si appoggia.

Riassumendo

Aumentare al massimo quanto in comune deve esserci tra gli uomini, è quello che costituisce il COMUNISMO. Volerlo ridurre a una greppia, come ha fatto il bolscevismo, vuol dire rimpicciolirlo, per non dire prostituirlo. È un falso cammino quello della conquista dello Stato, perché esso rappresenta la negazione [del comunismo libertario] e perché in definitiva è lo Stato il conquistatore, quello che perverte gli uomini benintenzionati, con la seduzione del comando, che ubriaca come l'alcool. Il potere deve essere in comune perché ciascuno possa difendere con esso la sua libertà. Il COMUNISMO, per potersi chiamare tale, deve chiamarsi ANARCHICO. In questo modo lo intesero anche coloro che, impiantandolo in Russia, dissero di andare verso l'Anarchia, e giustificarono la Dittatura come provvisoria, cosa che sempre hanno avuto la cura di dire tutti i tiranni.

Abbozzo di una società comunista-libertaria
Essa poggia sull'individuo che vigila gelosamente sulla sua indipendenza. Ha tutti i diritti, perché nessuna Costituzione, né nessun codice glieli garantisce. Si assocerà con gli altri perché l'uomo è per sua natura un essere sociale e perché troverà vantaggi nella vita collettiva. Isolatamente nessun individuo può produrre ciò di cui ha bisogno, né bastare a se stesso. Robinson fu forzato dalle contingenze. L'uomo vuole liberarsi dal lavoro, che sempre si è fatto gravare sullo schiavo. Lo schiavo moderno deve essere la macchina. Il lavoro in comune è meno sgradevole, più sopportabile di quello isolato; lo si accetta meglio, perché nessuno lo evita; è più produttivo perché si completano le attitudini e si neutralizzano le deficienze.
L'uomo si associa liberamente, vale a dire per stimolo proprio, con quanti può farlo opportunamente; per produrre il necessario; per deliberare su problemi comuni; per svolgere attività educative o culturali; per sviluppare iniziative di qualsiasi ordine.
Quante più cose si abbiano o si sfruttino in comune, tanto maggiore sarà l'unione fra gli individui. Per il fatto di avere la stessa residenza, le stesse terre e le stesse ricchezze naturali, di condividere identiche necessità, gli esseri umani si assoceranno con l'intimità data dalla convivenza quotidiana in ogni luogo, costituendo il municipio o la Comune libera, che ha la sua espressione collettiva nell'Assemblea, nella riunione generale, in cui tutti hanno la stessa voce e le stesse prerogative, dove si espongono le opinioni e si soppesano i pareri. Si tratta di un'istituzione spontanea e radicata, comune a tutti i popoli, nonostante lo sfiguramento impostole dalla politica e dall'intromissione dello Stato. Così come dentro la Comune ogni individuo conserva la sua indipendenza e la sua autonomia per dare ordine a suo piacimento a ciò che a lui esclusivamente compete - la località si federa con altre in conformità alle sue proprie esigenze vitali e alle necessità avvertite, senza necessità di alcuna coazione che lo imponga, e conserva anche la sua autonomia e indipendenza locale, perché nessuna coazione viene a porre impegni. Così si costituiscono le province o le confederazioni locali e regionali, imposte in primo luogo da imperativi economici: per la produzione degli articoli di prima necessità e per la distribuzione degli stessi.
L'associazione locale neutralizza le disuguaglianze umane, compensando il pigro con l'attivo, il forte con il debole, e il mangione con il sobrio, rendendo possibile la generalizzazione di un tipo di benessere medio all'interno di ciascuna località. La federazione delle località sovviene con l'apporto abbondante di alcune località, alla scarsità o alla penuria di altre, generalizzando nella nazione un tipo medio di benessere, senza le disuguaglianze imposte dal terreno o dal clima.
Un altro poderoso impulso associativo è dato dall'identità del lavoro, dalla comunanza di ufficio, o di preoccupazioni professionali, il che è quello che oggi costituisce i Sindacati. Nelle città con consistente popolazione, l'associazione locale sarà formata da raggruppamenti minori di industria, di ramo o ufficio, che saranno importanti per l'assetto collettivo dell'economia.
Non è necessaria la pressione di un'autorità né la sanzione di un Codice perché gli esseri umani si associno e si intendano tra di loro, e perché lavorino in modo concertato nel benessere generale, di cui l'individuo deve partecipare vantaggiosamente. Come non è necessario un Codice internazionale perché tutte le nazioni cooperino alla salvezza della spedizione di Nobile, perduta al Polo Nord, né è necessario che una legge lo imponga perché un essere si butti in acqua mettendo a rischio la sua vita per salvare un altro essere che nemmeno conosce.
La società umana è possibile perché l'uomo è un animale sociale. Lo Stato non è altro che una verruca sovrapposta che può essere amputata senza che si abbia nessun cataclisma, producendo un sollievo inimmaginabile per la società che la sopporta. Se l'uomo è accessibile alla persuasione, non c'è ragione di imporgli la violenza:la violenza solo è necessaria quando la ragione non conta più, e quando, come ora, si impone che taluni si acconcino a lavorare perché altri sfruttino, e alcuni rinuncino a tutto perché altri non manchino di nulla.
Le leggi - lo riconoscono perfino quelli che se ne avvantaggiano - non creano i costumi. Al contrario sono i costumi che per il loro riconoscimento tacito acquistano forza di leggi. Succede questo per quanto riguarda la salute dell'uomo. Oggi, di fronte a un esemplare di contadino che vive sano fino a ottanta anni, senza avere la necessità del medico, nessuno pretenderà che la Medicina sia la garanzia della salute, ma se con il passare degli anni, e a giudicare da come stanno andando le cose, la Sanità sia intervenuta in tutte le nostre azioni, si giungerà a dire che gli uomini vivono sani grazie alle sollecite cure dei medici.
Una società spontaneamente formatasi, a partire dall'individuo libero e disposto a difendere con ogni mezzo la sua indipendenza da qualsiasi agguato autoritario, ma disposto anche - e in questo non c'è contraddizione - a posporla a fronte della convenienza collettiva. Non c'è contraddizione, come non ce n'è fra gli istinti più radicati nell'uomo, fra l'egoismo - che è l'istinto di conservazione - e l'altruismo - che è l'istinto di conservazione della specie. È proprio l'egoismo che ci fa essere socievoli, quando si vede protetto dalla collettività, e l'altruismo è quello che ora ci fa insorgere contro la società capitalista.
Eccedere nel senso di dire come sarà la nuova società sarebbe come ostentare un'immaginazione romanzesca che non posseggo, o tracciare una direzione alla libera organizzazione della vita, cosa che non posso pretendere come anarchico, rispettoso della spontaneità e della libera iniziativa. Come si dice del bambino, da parte di pedagoghi rispettosi della sua personalità, la società anarchica sarà quello che deve essere se ci premuriamo di evitare che fallisca.
La Spagna, che sembra essere la nazione più preparata per cominciare a vivere il Comunismo Libertario, si dispone a predicare con l'esempio.

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CONCETTI DEL COMUNISMO LIBERTARIO


(Solidaridad Obrera, Barcelona, 26 febbraio 1936)


DEFINIZIONE - Il Comunismo Libertario è una forma di organizzazione sociale in cui al governo degli uomini si sostituisce l'amministrazione collettiva delle cose. Questa definizione, per essere adeguatamente chiara, ha bisogno di spiegazioni. Si tratta di trovare le basi della convivenza sociale che garantiscano i diritti fondamentali degli uomini: il diritto al soddisfacimento delle sue necessità, e il diritto a disporre di se stesso: vale a dire, il diritto alla vita e il diritto alla libertà. Entrambi questi diritti sono la base del benessere, giacché non concepiamo come libero chi è affamato né soddisfatto lo schiavo. Più concretamente, il Comunismo implica, meglio della comunità dei beni, l'esistenza di una collettività che si occupi in via primaria di amministrare l'economia, di modo che restino soddisfatte le necessità di tutti i suoi componenti. E affinché questo Comunismo sia libertario non deve avere un assetto di forza o di autorità che serri come una minaccia la libertà individuale.
Sappiamo che c'è da distruggere l'organizzazione attuale, cioè lo Stato e la proprietà privata, e si deve distruggere solo quello che si riesce a sostituire vantaggiosamente.
Più importante dell'esattezza della definizione è l'elaborazione dei concetti relativi alle diverse questioni di dettaglio che la sua realizzazione pone in essere, e sui quali esiste una disparità di pareri.
Fermo restando che sarà la sperimentazione, in ultima istanza, a decidere nel modo migliore, è necessaria un'analisi e decidere anticipatamente in un determinato senso.

STRUTTURA - Concepiamo la nuova struttura come una federazione di collettività autonome. Quanto più semplici e elementari siano le collettività di base, tanto più semplici e facili da risolvere saranno i problemi, e maggiore sarà il soddisfacimento delle aspirazioni e degli interessi degli individui che le compongano.
Nonostante il fatto che la Confederación Nacional del Trabajo abbia una struttura che potrebbe servire da modello per l'intera società, non tutti accettano che il Comunismo Libertario possegga una struttura sindacale, credendo al contrario che si debba lasciare il passo a differenti forme di organizzazione. Per essenza il Sindacato è un'entità produttiva e potrebbe essere anche distributrice, ma, al suo fianco possono esistere altre forme di collettività, con interessi più ampi e un carattere meno specializzato e, pertanto, più umano. La base dell'organizzazione deve essere la collettività intera, nei piccoli nuclei rurali, composti da una maggioranza di contadini e alcuni artigiani e funzionari. Costituiranno comuni o municipi liberi. In località di entità diversa e con attività meno uniformi, saranno necessari i Sindacati, riuniti in Federazione locale, la cui organizzazione può convivere con raggruppamenti più generici come quelli di quartiere o consigli settoriali o globali della località. Lungi dall'essere incompatibili, entrambe le forme o nuclei di organizzazione collettiva - quella esclusivamente economica, e quella politica o di interesse pubblico - a mio avviso sono complementari e devono coesistere: lo esige la complessità stessa della vita moderna.

L'INDIVIDUO E LA COLLETTIVITÀ - L'istinto di socievolezza, la necessità del mutuo appoggio e il riconoscimento dei vantaggi che l'associazione comporta, sono impulsi associativi al lato del sentimento di solidarietà, per formare le collettività e per federarle fra di loro. L'anarchismo non ammette altra forma di coazione sull'individuo che la coazione morale, cioè l'isolamento e il disprezzo per chi manca di solidarietà e per il vano impenitente. Ma, sulle labbra di molti, appare poi una frase fatta che esprime una forma di coazione economica e di giustizia sociale: "Chi non lavora non mangia". Tocca al Congresso Nazionale manifestare la concezione della Confederazione circa questa forma di coazione.

FORMA DI PROPRIETÀ - Non può essere oggetto di discussione il regime di proprietà della ricchezza e degli utili della produzione, che verranno amministrati dalla collettività e messi a disposizione di chi vorrà produrre. La soppressione della proprietà privata e dell'accaparramento della ricchezza costituiscono la garanzia imprescindibile della libertà economica. Ma questa intransigenza verso la proprietà privata non può essere estremizzata fino a negarla per le cose di uso personale, né per i prodotti dell'attività personale dell'individuo. La proprietà usufruttuaria non credo che possa essere negata per i mobili, i vestiti e le cose di dettaglio il cui possesso non implica né una spoliazione né un'ingiustizia. Rispetto alla proprietà della terra - "la terra per chi la lavora" - si deve distinguere fra la terra dedicata alla produzione del necessario da quella che serve per produrre alimenti o piante rispondenti al gusto individuale, come gli orti e i giardini, o le particelle sperimentali, su cui deve rispettarsi la proprietà usufruttuaria.

MODALITÀ DEL LAVORO - Le stesse distinzioni fatte per la proprietà dobbiamo farle per il lavoro. La produzione degli articoli di prima necessità impone una certa quantità di lavoro, che sarà necessario ripartire tra i membri validi della collettività, stabilendo una giornata e perfino, in certe occasioni, un turno di lavoro. Il lavoro collettivo impone l'obbedienza a un'organizzazione di esso e ad una disciplina della produzione. Al margine di questo lavoro, controllato dalla collettività, esisterà una produzione volontaria, libera, lasciata all'iniziativa individuale.
Può servire questo lavoro volontario e su iniziativa personale per esimere dal lavoro a gestione collettiva?

PRODUZIONE DIRETTA O LIBERA? - La prima condizione per il successo di un nuovo ordine sociale, è l'abbondanza, la sovrapproduzione dei beni di prima necessità. Questo facilita la distribuzione e sopprime la causa più essenziale dello scontento.
Se la prima preoccupazione rivoluzionaria deve essere mantenere i livelli attuali di produzione, la seconda è che la si deve aumentare illimitatamente, fino a conseguire l'abbondanza più effettiva di quella che motiva la crisi del capitalismo. Si tratta di un problema tecnico, ma anche di organizzazione: di volontà e di uomini capaci.

DA CIASCUNO SECONDO LE SUE INCLINAZIONI - La prima parte di questa formula si incentra su un problema di affiatamento delle braccia impegnate nelle attività produttive, in cui non si potranno trascurare le disposizioni e le preferenze personali ci coloro che, per aver esercitato professioni parassitarie e antisociali, sarà necessario amalgamare nella nuova forma di economia.

A CIASCUNO SECONDO LE SUE NECESSITÀ - Questa formula della nuova giustizia distributiva può portare all'equità solo attraverso l'abbondanza e rendendo possibile che, come ad una fonte pubblica, ognuno prenda quello che gli serve, secondo la sua volontà; ma ci sarà da approssimarsi ad essa nella sua globalità quanto più possibile, mediante il razionamento dei prodotti che scarseggiano. È qui che ci si deve occupare del procedimento per sostituire il denaro come segno di ricchezza accumulabile. Il consumo mediante i "buoni", impiegato uniformemente nelle brevi sperimentazioni realizzate in Spagna, è una misura provvisoria ma ingannevole, e va cercata una soluzione migliore, per la quale potrebbero servire da modello i "passi" ferroviari o quelli chilometrici.

SCAMBI SENZA EQUIVALENZA - Negli scambi di prodotti tra le collettività non entrerà in gioco la misura del valore di tali beni, essendo tutti equivalenti, per quanto attiene ai prodotti necessari, qualunque sia lo sforzo da essi richiesto, e l'utilità che ne derivi.
La nozione di valore è estranea all'economia libertaria, per cui nemmeno se ne richiede la misura, rappresentata dalla moneta, la quale può ben essere chiamata "mela della discordia".
Non credo di aver esaurito tutti gli aspetti e le specificità del tema, che sarà oggetto di deliberazioni da parte di tutti i Sindacati, per arrivare dalla base verso il vertice a un accordo nell'armonia dei distinti criteri che devono manifestarsi.

Isaac Puente

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VERSO L'INTERPRETAZIONE COLLETTIVA DEL COMUNISMO LIBERTARIO



(CNT, 4 aprile 1933)




Fino ad oggi non esistono altro che interpretazioni individuali, concezioni particolari del Comunismo Libertario. Le diverse concezioni che godono del favore del pubblico confederale non sono state oggetto di tentativi di unificazione né di conciliazione, puntando ad un minimo di accordo dottrinario. Lo spirito anarchico, rispettoso del criterio individuale con la stessa interpretazione dell'idea, non si impegna granché a concretizzare in un programma uniforme le distinte esposizioni. Praticamente, potrebbero convivere tutte le interpretazioni e, al loro interno, prevarrebbe quella capace di riunire i maggiori vantaggi e soddisfacimenti. Sarebbe questo il criterio di selezione preferibile. La libera concorrenza e le reciproche sperimentazioni.
L'uniformità che ci interessa è quella pratica. È quella conseguita sulle vie della realizzazione, poiché l'altra, quella realizzata con le parole per essere scritta sulla carta, non ci fa - come anarchici e antipolitici - né freddo né caldo. Un'interpretazione uniforme del Comunismo Libertario ha valore per le enunciazioni propagandistiche, come risposta a coloro che a tutte le ore ci fanno domande sul programma, inteso come miglior attestato del buon accordo dentro la CNT, e come mezzo per propiziarne la realizzazione, facilitando i primi passi.
Dobbiamo essere istruiti dall'esperienza storica per non conferire eccessivo calore alla puntualizzazione scritta, riservando il nostro entusiasmo all'unificazione del movimento nella pratica realizzazione. Finora, l'uomo, guidato dalla sua credulità politica, ha consumato tutte le sue forze nello scrivere su carta i suoi diritti e le sue aspirazioni, senza aver conseguito la benché minima concretizzazione delle sue rivendicazioni.
Nonostante quanto detto, la necessità di unificare le diverse concezioni, arrivando a comporle in un programma minimo, è generalmente sentita tra i militanti della CNT, e c'è da aspettarsi che si arrivi a farlo nel prossimo congresso nazionale, annunciato per la fine di maggio.
La messa punto di un programma minimo sembra compito facile, e si cerca di portarlo a termine tenendo in considerazione quelle aspirazioni che sono comuni a tutte le diverse aspirazioni. I seguenti punti possono servire da orientamento:

1. Autonomia dell'individuo nella località, senza altre limitazioni che quelle stabilite in ogni momento dall'assembla generale. Autonomia della località senza altre restrizioni che quelle stabilite, in ogni circostanza, dai congressi regionali o nazionali.

2. Associazione obbligatoria, sotto pena di coazione economica, per la produzione e il consumo, in ogni località o in ogni sindacato, o raggruppamento di quartiere. Associazione obbligatoria delle località all'interno di una regione, e delle regioni nella nazione, o penisola, con la stessa coazione economica, al fine di assicurare l'economia locale e di normalizzare l'economia nazionale.

3. Federalismo dei gruppi e osservanza della volontà della maggioranza in tutto quanto è attività economica: giornata di lavoro, produzioni da aumentare o eliminare, scelta del lavoro, regime di coltivazione della terra, requisiti per essere consumatore, modi di distribuzione, ecc.; di modo che si rendano compatibili le caratteristiche locali con le necessità collettive.

4. Restrizione massima della burocrazia, parassitaria e sterile, facendo in modo che gli incarichi amministrativi non esimano dalla cooperazione nella produzione.

5. Rinuncia all'amministrazione della giustizia, come compito che eccede le attribuzioni umane, e, quando sia indispensabile, riportarla al verdetto della collettività. Nemmeno centralizzare la funzione difensiva, bensì farvi partecipare tutti i produttori. L'esercito deve essere l'intera collettività; e la specializzazione tecnica, volontaria e libera.

6. Soppressione di ogni classe di privilegi, livellando tutti con l'obbligo di partecipare alla produzione, con lo stesso diritto a sfruttare la ricchezza comune, con lo stesso diritto a trarre beneficio dall'istruzione e dalla cultura, con la stessa aliquota di potere e con la stessa partecipazione alla responsabilità sociale.

7. Ampia libertà dell'individuo in assenza di un imperativo economico della collettività. Ma questa libertà non dipenderà da alcun accordo verbale o scritto, anteriore alla rivoluzione o successivo ad essa, bensì dall'impegno dello stesso individuo e dallo scrupolo che la collettività possa sentire nel limitarla.

8. Abolizione assoluta di ogni tipo di proprietà privata. L'individuo potrà possedere contingentemente o per tutta la vita quanto la collettività consenta di concedergli.

9. Il supremo legislatore è la collettività. Ogni accordo è valido fino a quando non decidano di annullarlo coloro che l'hanno posto in essere. Nessuno potrà calpestare il diritto fondamentale dell'individuo a vivere e ad essere libero.

Questo potrebbe essere il nostro programma; ma, lo ribadiamo, non ci interessa dargli corpo, bensì realizzarlo. L'accordo formale è la cosa minore. L'essenziale è compierlo.
Per affermare il suo diritto naturale alla vita e alla libertà, l'individuo non ha bisogno di invocare un articolo né di indicare una carta. Ha bisogno di potersi servire di un arma di fronte a quanti lo mettono in discussione. La società non lo protegge nemmeno attraverso le condanne, ma impedendo che qualcuno abusi del sapere, del potere e della giustizia.


Isaac Puente

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IL COMUNISMO LIBERTARIO
 (1933)




Contro i pregiudizi


La Confederación Nacional del Trabajo è come un canale degli sforzi rivoluzionari del proletariato per la realizzazione di un obiettivo concreto: l'instaurazione del Comunismo Libertario. Un regime di convivenza umana che cerca di dare soluzione al problema economico senza necessità di Stato né di politica, secondo la nota formula "da ciascuno in base alle sue forze, a ciascuno secondo le sue necessità".
Il movimento emancipatore del proletariato va maturando a forza di soffrire disinganni, Da ogni sconfitta sorge rinnovato, con nuova risolutezza. È una forza in formazione, amministratrice dell'avvenire. Porta in sé un germe di perfezionamento sociale e risponde al palpito profondo di quanto vi è di umano, per cui non può perire, benché per altre cento volte possa sbagliare il suo cammino.
Al proletariato si è predicato troppo. Alcune volte la calma, altre volte la cultura, altre ancora la capacità. A giudizio dei suoi pastori non è mai stato maturo per emanciparsi. La sua preparazione, se deve essere così, sarà eterna, perché non potrà mai uscire - se non attraverso la rivoluzione - dall'ignoranza e dall'incultura, come pure dalle privazioni in cui il regime capitalista e lo Stato lo mantiene. Ogni emancipazione parziale deve costargli tanto lavoro quanto l'emancipazione totale, se deve essere collettiva e non individualmente conquistata.
Se si devono trovare soluzioni in questo modo, senza attaccare il sistema, non è possibile risolvere il problema sociale. È come l'uovo di Colombo. Se ci imbarchiamo nell'impresa di mantenere ritto e in equilibrio l'uovo su uno dei suoi poli perderemo tempo, mentre noi vogliamo avere successo con abilità e destrezza. Ci si deve decidere a schiacciare sulla tavola, con un colpo, uno dei suoi poli, alterando l'integrità dell'uovo.
La Confederación Nacional del Trabajo interpreta il movimento emancipatore del proletariato, con l'esperienza ricavata dalle azioni riformiste e col disinganno derivante dai giochi di prestigio della politica. Ha individuato un giusto cammino, quello dell'azione diretta dirigendosi in linea retta verso l'instaurazione del Comunismo Libertario, unica via per l'emancipazione. Non si tratta di costruire un'organizzazione forte che sia oggetto di ammirazione per i suoi membri e per gli altri, ma di realizzarne le finalità liberatrici. Non si tratta di un ideale da coltivare, bensì di un fronte di combattimento. L'ideale glielo presta l'anarchismo che la orienta e la anima.

Definizione: Il Comunismo Libertario è l'organizzazione della società senza Stato e senza proprietà privata. A questo fine non c'è bisogno di inventare nulla, né di creare nessun organismo nuovo. I nuclei organizzativi, attorno ai quali riorganizzerà la vita economica futura sono già presenti nella società attuale: sono il sindacato e il municipio liberi.
Il sindacato, dove oggi si raggruppano spontaneamente gli operai delle fabbriche e di tutti gli sfruttamenti collettivisti.
E il municipio libero, assemblea di antico lignaggio, in cui del pari spontaneamente si raggruppano i vicini dei paesi e dei villaggi, e che offre un canale alla soluzione di tutti i problemi di convivenza nelle campagne.
Entrambi gli organismi, con norme federative e democratiche, saranno sovrani nelle loro decisioni, senza essere sotto la tutela di alcun organismo sovraordinato, bensì solo obbligati a confederarsi tra di loro, per coazione economica degli organismi di riferimento e di comunicazione, costituiti in Federazioni di Industria.
Questi organismi assumono il possesso collettivo o comune di tutto quello che oggi è di proprietà privata, e regolano in ogni località la produzione e il consumo, cioè la vita economica.
L'associazione delle due parole (comunismo e libertario) indica anche la fusione di due idee: una collettivista, che tende a produrre un insieme armonico per il contributo e la cooperazione tra gli individui, e senza pregiudizio per la loro indipendenza; e l'altra individualista, che vuole garantire all'individuo il rispetto della sua indipendenza. L'operaio della fabbrica, delle ferrovie o il manovale, devono associarsi con i loro compagni, tanto per la sua migliore esecuzione, quanto per la difesa dell'interesse individuale. In cambio, l'artigiano e l'operaio dei campi possono vivere con indipendenza e perfino bastare a se stessi, per chi ha una radicata tendenza all'individualismo. Il Sindacato rappresenta la necessità dell'organizzazione collettivista, e il Municipio libero interpreta meglio il sentire individualista del contadino.
La miseria è il sintomo, il male è la schiavitù. Se giudichiamo solo dalle apparenze, siamo tutti d'accordo nel segnalare che la cosa peggiore dell'attuale società è la miseria. Ciò nonostante ancora peggiore è la schiavitù, che obbliga l'uomo a soccombere, impedendogli di ribellarsi. Non è peggio il Capitale che sfrutta l'operaio, arricchendosi sulle sue spalle, bensì lo Stato, che mantiene indifeso il proletariato e lo mette in riga con i fucili della forza pubblica e con la reclusione nelle carceri.
Ogni perversità che lamentiamo nell'attuale società - ma non è questo il luogo adeguato per renderle evidenti - ha le radici nell'istituzione del Potere, cioè nello Stato e nell'istituzione della proprietà privata, che per accumulazione produce il Capitale. L'uomo è il giocattolo di questi due malefici sociali, superiori alla sua volontà; diventa cattivo, taccagno e privo di solidarietà quando è ricco; e crudele e insensibile al dolore umano quando esercita il potere. La miseria degrada e la ricchezza perverte. L'obbedienza immerge l'uomo nell'abiezione, e l'autorità ne deforma i sentimenti. Nessuno ha sparso più lacrime e sangue del capitale vorace e insaziabile per i suoi interessi. Tutta la storia è piena dei crimini e delle torture realizzati dall'autorità.
L'accumulazione di ricchezze, come l'accumulazione del potere da parte di alcuni, possono avvenire solo attraverso la spoliazione degli altri. Per distruggere la misera, come per impedire la schiavitù, è necessario opporsi all'accumulazione di proprietà e potere, di modo che nessuno prenda più di quel che gli necessita, e non sia necessario che qualcuno comandi su di un altro.


Due operazioni fondamentali. Per effetto del suo modo di essere e della sua natura, l'uomo ha due inesauribili aspirazioni: il pane, cioè quello che gli serve per soddisfare le sue necessità economiche (mangiare, vestire, casa, istruzione, assistenza sanitaria, mezzi di comunicazione, ecc.) e la libertà, ossia il poter disporre della sue azioni. Una coazione esterna non ci ripugna in quanto tale, poiché transigiamo con quelle imposte dalla Natura stessa. Ci è repellente e ci fa insorgere quando è capricciosa, per il fatto di rispondere alla volontà di altri uomini. Accettiamo una restrizione quando la riteniamo giusta, e quando ci si lascia l'arbitrio di giudicarla. La rifiutiamo con tutte le nostre forze quando ci viene imposta negandoci il diritto di discuterla.
È tanto vivo, tanto intenso, questo sentimento di libertà - questa aspirazione a disporre di noi stessi - che è proverbiale il caso dell'hidalgo spagnolo che per conservarla trascina la sua miseria lungo la strada, rinunciando al pane, a un riparo, al calore dell'asilo, perché in cambio gli si impone una disciplina da caserma.
Il Comunismo Libertario deve rendere possibile il soddisfacimento delle necessità economiche rispetto a questa aspirazione alla libertà. Per amore della libertà ripudiamo il comunismo da convento o da caserma, da formicaio o da alveare, e un comunismo da gregge come quello della Russia.
I pregiudizi. Tutto questo, per chi ci legga con pregiudizi spinosamente ostili, suona come una sciocchezza. Cercheremo di segnalare quali siano questi pregiudizi, di modo che se ne liberi chi li patisce.


Pregiudizio 1º. Attribuire carattere passeggero alla crisi. Il Capitale e lo Stato sono due vecchie istituzioni in crisi mondiale, progressiva e incurabile. Due organismi che nella loro stessa decomposizione, come accade sempre in Natura, il germe degli organismi che devono sostituirli. In Natura nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Il Capitale affoga nei propri detriti: la disoccupazione forzata cresce senza sosta per l'incapacità di aumentare il consumo in proporzione agli aumenti produttivi cerati attraverso le macchine. I disoccupati rappresentano forze rivoluzionarie. La fame rende codardo l'individuo isolato, che però presta la sua furia e la sua bravura quando si trova in una dimensione collettiva. Nel proletariato le idee dissolventi si sviluppano e assumono risolutezza. Lo Stato da parte sua si asfissia nel suo stesso apparato di forza. Ogni volta si vede necessitato ad intensificare la sua forza repressiva e la sua burocrazia, caricando col peso morto del parassitismo i bilanci con cui vengono spogliati i contribuenti. La coscienza individuale, sempre più sveglia, cozza apertamente con le limitazioni poste dallo Stato. L'imminenza della sua rovina ha fatto sì che alla svelta la sua evoluzione storica si staccasse dalle forme mitigate e democratiche, per vestirsi di fascismo in Italia e di dittatura nelle altre nazioni, inclusa la dittatura del proletariato in Russia.
Si tratta di crisi definitive che si pongono di fronte alla vecchia istituzione del Capitale come forze irriducibili, con le rivendicazioni crescenti del proletariato; e alla più vecchia istituzione dello Stato con le aspirazioni libertarie dei popoli. Ci sarà una sostituzione.
Non serve attaccarsi ai vecchi sistemi e cercare di trovare per essi rimedi, ristrutturazioni e riforme, benché siano tanto seduttori alla pari di Henri George, poiché arrivano tardi per rimodernare un organismo caduco. C'è da pensare a quel che lotta per nascere, a quel che vuole sostituire ciò che deve sparire, alle forze germinanti che chiedono spazio nella vita sociale.


Pregiudizio 2º. Supporre che il Comunismo Libertario sia frutto di ignoranza. Questo perché lo vedono proposto da genti che hanno fama di ignoranti e di incolti, da gente senza titolo universitario, e suppongono che il Comunismo Libertario sia una soluzione semplicista che disconosce la complessità della vita e le difficoltà inerenti a un cambio di questa entità. Questo pregiudizio comporta quello che ora ci accingiamo a menzionare.
Collettivamente, il proletariato ha più conoscenze di sociologia che non settori intellettuali e, perciò, hanno una visione maggiore in ordine alle soluzioni. Così, per esempio, i medici o gli avvocati, o i farmacisti, non hanno voglia di altre soluzioni per l'abbondanza di esercenti le loro professioni se non quella di limitare l'ingresso alle Facoltà, dicendo: "I posti sono occupati, non c'è più posto", e contrastando alle nuove generazioni, che nascono alla vita e accedono alle aule in numero sempre maggiore, le carriere o rifiutandone la protesta. E questa sì che è una soluzione semplicista e assurda, e stolta, e impropria, tipica di coloro che si valutano superiori agli altri.
Gli operai, in cambio, si azzardano a proporre soluzioni che non si limitano a una classe, né a una generazione di una classe, ma a tutte le classi della società. Una soluzione che per sociologi documentati è stata già impostata su un terreno scientifico e filosofico e che oggi può mantenersi dinanzi a tutte le soluzioni teoriche del problema sociale per garantire il pane e la cultura a tutti gli uomini.
Se si trova in bocca a "ignoranti", è proprio perché gli intellettuali che hanno fama di saggi, la disconoscono. E se il proletariato la fa propria è perché, collettivamente, ha una visione più certa dell'avvenire e un'ampiezza di spirito maggiore rispetto a tutte le classi intellettuali messe insieme.


Pregiudizio 3º. L'aristocrazia intellettuale. Il popolo viene considerato incapace di vivere liberamente e, pertanto, bisognoso di tutela. Su di esso gli intellettuali vogliono far valere privilegi aristocratici come quelli finora goduti dalla nobiltà. Pretendono di essere dirigenti e tutori del popolo.
Non è tutto oro quel che riluce. Né è disprezzabile il valore intellettuale di tutti coloro che sono condannati alla privazione del sapere. Molti intellettuali non riescono a staccarsi dal mucchio volgare, nemmeno con le ali dei loro titoli. E invece molti operai si innalzano all'altezza degli intellettuali per la sola forza del loro valore.
La preparazione universitaria per l'esercizio di una professione non significa superiorità in nessun senso, giacché non si conquista in una competizione libera, ma all'ombra del privilegio economico.
Quello che chiamiamo buon senso, rapidità di visione, capacità di intuizione, iniziativa e originalità, non viene comprato né venduto nelle università, ed è posseduto ugualmente da intellettuali e analfabeti.
È preferibile una mentalità da coltivare, con tutta la sua selvatichezza in cultura, che non le menti avvelenate da pregiudizi e anchilosate dalla routine del sapere.
La cultura dei nostri intellettuali non gli impedisce di mantenere incolto il sentimento della propria dignità, che a volte brilla invece in modo magnifico in gente con fama di incultura.
Un corso universitario non dà più fame, né più corpulenza, né più famiglia, né più infermità di un'attività manuale; quindi non possiede più superiorità dei un'attività di mestiere, e questo non dà giustificazioni, se non in modo semplicista e puerile, su chi debba dirigere e comandare coloro che tanto titolati non siano.


Pregiudizio 4º. Attribuirci disprezzo per l'arte, la scienza o la cultura. Noi non comprendiamo che queste tre attività, per dare lustro, possano sistemarsi sulla miseria e sulla schiavitù umana. Per noi, invece, devono essere incompatibili con questa evitabile sofferenza. Se per brillare c'è necessità del contrasto con la bruttezza, con l'incultura e con l'ignoranza, possiamo dichiararci fin da ora incompatibili con esse, senza tema di dire nessuna eresia.
L'arte, la scienza, o la cultura, né si comprano con denaro né si conquistano col potere. Al contrario, se sono degne dei loro nomi, rifiutano ogni vassallaggio e si dimostrano non corruttibili. Sono create dalla dedizione artistica, dall'attitudine e dalla fatica investigativa, e dal gusto della stessa perfezione. Non dai Mecenati e dai Cesari. Fioriscono spontaneamente in qualsiasi parte, ed hanno bisogno solo di non trovare ostacoli. Sono frutto di quanto vi è di umano, ed è semplicistico credere che si contribuisce ad esse creando, per via governativa, un ufficio invenzioni o un premio per la cultura.
Quando alle richieste di pane, al reclamo della giustizia, ai tentativi di emancipazione si dice all'operaio che va a deturpare l'arte, la scienza o la cultura, è naturale che egli sia iconoclasta e che abbatta con una manata l'idolo intangibile con cui lo si vuole mantenere nella sua schiavitù e nella sua miseria. Chi ha mai detto che l'arte, la scienza, la cultura soffrano pregiudizi con la generazione del benessere e con il godimento della libertà?


Pregiudizio 5º. Incapacità a strutturare la nuova vita. La nuova organizzazione economica ha bisogno della collaborazione tecnica sia dell'operaio specializzato, sia del semplice lavoratore. Allo stesso modo in cui oggi perfino le forze rivoluzionarie cooperano nella produzione, domani dovrà avvenire per tutti. Cioè, non si deve giudicare la nuova vita per la nostra capacità di riunire i rivoluzionari, bensì per le capacità esistenti nell'intera collettività. Quello che dà impulso al lavoro del tecnico è la coazione economica, non il suo amore per la borghesia. Quello che darà impulso domani a che tutti cooperino nella produzione sarà anche la coazione economica che verrà esercitata su tutti i cittadini validi. Non confidiamo solo in coloro che lo facciano per devozione o per virtù.
Non abbiamo bisogno, pertanto, di abbagliare il mondo con la nostra capacità né con le nostre doti straordinarie, che saranno tanto false quanto quelle dei politici. Non offriamo di redimere nessuno. Proponiamo un regime in cui la schiavitù non sia necessaria per far produrre l'uomo, né lo sia la miseria per obbligarlo a soccombere di fronte all'avarizia del Capitale. Che non sia un capriccio né una convenienza particolare o privata a governare e dirigere, bensì che siamo tutti noi a contribuire all'armonia dell'insieme, ciascuno col suo lavoro, e ciascuno in base alle sue forze e alle sue attitudini.


Pregiudizio 6º. Credenza nella necessità di avere un architetto sociale. Credere che la società abbia bisogno di un potere ordinatore, o che la moltitudine si sfrenerebbe se non ci fossero dei poliziotti ad impedirlo, costituisce un pregiudizio fomentato dalla politica. Ciò che sostiene le società umane non è la coazione del potere né l'intelligente previsione dei suoi governanti, bensì l'istinto di socievolezza con la necessità del mutuo appoggio. Il governante ha tratto piacere dal fatto di adornarsi sempre con questi falsi meriti. Le società tendono inoltre ad adottare forme sempre più perfette, non perché questo sia cercato dai loro dirigenti, bensì per la tendenza spontanea a conseguire questo risultato negli individui che le compongono e per l'aspirazione congenita in ogni gruppo umano.
Per la stessa illusione attribuiamo alle cure di un padre la crescita e lo sviluppo di suo figlio, come se per influenza esterna crescesse e si sviluppasse. Crescita e sviluppo avvengono sempre in tutti i bambini senza necessità dell'intervento di alcuno. Quel che importa è che nessuno lo impedisca né lo intralci.
Allo stesso modo il bambino si istruisce e si educa. Per tendenza naturale. Il maestro può attribuirsi il merito del fatto che il bambino assimili e si plasmi, ma certo è che il bambino si istruisce e si educa anche senza che qualcuno lo diriga, sempre che non trovi ostacoli. E in Pedagogia razionale, il miglior ruolo da maestro è quello impregnato di umiltà biologica nel liberare il cammino ed eliminare gli ostacoli alla tendenza del bambino ad assimilare conoscenze e formarsi. Che il maestro non sia imprescindibile ce lo dimostra l'autodidatta.
Lo stesso esempio lo ricaviamo dalla Medicina. Il medico può attribuirsi la guarigione di un malato ed il pubblico crederci. Ma chi cura un'infermità è la tendenza spontanea dell'organismo a ristabilire il proprio equilibrio, sono le forze difensive dell'equilibrio stesso. Il medico, interpreta nella maniera migliore il suo ruolo quando, anche qui con umiltà biologica, si limita ad eliminare gli ostacoli e gli impedimenti alle difese curative. Non sono pochi i casi in cui l'infermo si cura nonostante il medico.
Affinché le società umane si organizzino e perfezionino la loro organizzazione, non c'è bisogno che qualcuno persegua intenzionalmente quest'obiettivo, basta che nessuno lo impedisca né vi frapponga ostacoli. Un ulteriore semplicismo sta nel pretendere di migliorare l'umanità e di voler sostituire con artifici del potere e del comando le tendenze spontanee dell'uomo. Con umiltà biologica gli noi anarchici chiediamo via libera per le tendenze e gli istinti organizzativi.


Pregiudizio 7º. Anteporre la conoscenza all'esperienza. È come volere che la destrezza preceda l'addestramento, la perizia la fase di sperimentazione o i calli il lavoro.
Ci chiedono fin dal principio un regime perfetto, garanzia del fatto che le cose saranno così e non in un altro modo, senza scosse e senza tentativi. Se dovessimo imparare a vivere, non termineremmo mai l'apprendistato. Né il bambino apprenderebbe a camminare, né il ragazzo ad andare in bicicletta, né sarebbe possibile acquisire un mestiere o una specializzazione Nella vita, al contrario, le cose si fanno. Si comincia col decidersi ad operare, e operando si impara. Il medico comincia ad esercitare senza avere il dominio della sua arte, che poi acquisisce incespicando, sbagliandosi, e fallendo molte volte. Senza imparare previamente l'economia domestica, una donna trae dalle difficoltà la famiglia, amministrando una somma giornaliera insufficiente. Uno specialista diventa tale uscendo a poco a poco dalla sua goffaggine.
Vivendo il comunismo libertario sarà per noi come apprendere a vivere: La sua instaurazione ci mostrerà quali siano i suoi punti deboli ed i suoi aspetti sbagliati. Se fossimo politici dipingeremmo un paradiso pieno di perfezioni, Siccome siamo uomini, e conosciamo quello che è umano, confidiamo nel fatto che l'uomo impari a camminare nel solo modo in cui è possibile imparare a farlo: camminando.


Pregiudizio 8º. Mediazione dei politici. Il peggiore di tutti i pregiudizi è credere che un ideale possa realizzarsi attraverso la mediazione di alcuni uomini, seppure questi non vogliano chiamarsi "politici". Il politico si accontenta di apporre un'etichetta sul frontespizio di un regime e di scrivere i nuovi postulati nella carta costituzionale. Così è stato possibile chiamare comunista la Russia, e Repubblica dei lavoratori quella spagnola, dove il numero di coloro che lavorano è di undici milioni, e di tredici milioni quello dei disoccupati. Se il comunismo libertario lo dovessero realizzare dei politici, dovremmo contentarci di un regime che non avrebbe nulla di comunista né di libertario.
All'azione politica, fatta di sotterfugi e inganni, opponiamo l'azione diretta, che non è altra cosa che la realizzazione immediata dell'ideale concepito, rendendolo tangibile e reale, e non finzione scritta e non concretizzabile o promessa remota. Si tratta dell'esecuzione di un accordo collettivo per la collettività stessa, senza metterlo nelle mani di nessun messia né incaricando nessun intermediario.
Il comunismo libertario sarà realizzabile nella misura in cui si faccia uso dell'azione diretta e nella misura in cui si cessi di avvalersi degli intermediari.


Organizzazione economica della società


Il comunismo libertario si basa sull'organizzazione economica della società, essendo l'interesse economico l'esclusivo nesso di unione tra gli individui, l'unico in cui tutti si ritrovano. L'organizzazione sociale non ha altra finalità che quella di mettere in comune tutto ciò che costituisce la ricchezza sociale, cioè gli strumenti e i ricavi della produzione ed i prodotti medesimi; di rendere comune anche l'obbligo di contribuire alla produzione, ciascuno con il proprio sforzo e la propria attitudine, facendosi dopo carico di distribuire i prodotti in conformità alle necessità individuali.
Tutto ciò che non sia funzione economica o attività economica, resta fuori dall'organizzazione ed al margine del suo controllo. Nella sfera, pertanto, delle iniziative e delle attività private.
L'opposizione fra organizzazione su base politica, comune a tutti i regimi che si basano sullo Stato, e l'organizzazione economica non può essere né più radicale né più completa. Per metterlo in evidenza, forniamo il seguente:


Quadro comparativo


Organizzazione Politica


1. Considera il popolo un minorenne incapace di organizzarsi né di reggersi senza tutela.

2. Tutte le virtù sono possedute dallo Stato, in ogni ambito: economia, istruzione, amministrazione della giustizia, interpretazione del diritto, incremento delle ricchezze de nell'organizzazione di tutte le funzioni.
3. Lo Stato è sovrano, ha nelle mani la forza (esercito, polizia, magistratura, carceri). Il popolo è indifeso, disarmato; il che non impedisce di chiamarlo sovrano nelle democrazie.
4. Gli uomini si raggruppano secondo le idee politiche, religiose, sociali, cioè secondo i punti minimi, posto che proprio su di essi ci differenziamo e dissentiamo.

5. Lo Stato, cioè una minoranza esigua, pretende di avere più possibilità, capacità e conoscenza che non le diverse collettività sociali. "Uno sa più che non la totalità riunita".

6. Lo Stato, stabilendo una norma fissa una volta per tutte (costituzione o codice), impegna il futuro e falsifica quanto vi è di vitale, che è il molteplice e variabile.

7. Lo Stato si riserva tutto. Al popolo non spetta fare nulla, se non pagare, ubbidire, produrre e conformarsi alla volontà suprema di chi comanda. Lo Stato dice: "Datemi il potere e vi farò felici".
8. Divide la società in due caste antagoniste: quella di chi comanda e quella di chi ubbidisce.
9. Concede solo finzioni e diritti scritti:di libertà, sovranità, giustizia, democrazia, autonomia, ecc., al fine di mantenere sempre vivo il sacro fuoco dell'illusione politica.

10. Il progresso e l'evoluzione sociale conduce allo Stato, dalle forme dispotiche e assolutiste fino al suo declino. Il fascismo è una soluzione tardiva, e il Socialismo anche. Dissimula ed eleva le sue prerogative, per finire col perderle a poco a poco, nella misura in cui si sviluppano la coscienza individuale e quella di classe.  responsabilità del loro ruolo sociale.

11. Nell'organizzazione su base politica, la gerarchia aumenta fino al culmine del vertice. Al di sopra del popolo c'è il Consiglio; al di sopra ancora la Giunta; al di sopra la Deputazione; al di sopra ancora il Governatore, e al vertice il Governo.

Organizzazione Sindacale

1. Considerando ogni collettività professionale adatta a organizzare i suoi affari, la tutela non è necessaria, e lo Stato è d'avanzo.

2. L'iniziativa passa alle organizzazioni professionali. Il controllo dell'insegnamento ai docenti, della sanità ai sanitari, delle comunicazioni ai tecnici riuniti in assemblea, quello della produzione spetta alla Federazione dei Sindacati.


3. La forza ritorna alla sua origine, giacché in ogni raggruppamento verrà data ai suoi componenti, e non essendo accumulata, ogni individuo avrà la sua porzione, e l'assemblea quella che fra tutti le venga concessa.


4. Gli uomini si raggruppano secondo l'identità delle loro preoccupazioni e necessità nel sindacato, e nel municipio libero per la convivenza locale e la comunità di interessi. In questo modo, i punti di coincidenza sono massimi.


5. L'assemblea riunisce in sé il massimo delle possibilità, capacità e conoscenze, in quello che professionalmente le competa. La totalità riunita sa più del singolo, per sapiente che sia.

 6. Nell'organizzazione sindacale, la norma di condotta da seguire viene decisa di momento in momento, d'accordo con le circostanze.


 7. Mancando intermediari e redentori, ciascuno deve cercare di ordinare i propri affari abituandosi a prescindere dai mediatori, ed a privarsi della routine di secoli e secoli di educazione politica.


 8. Tutti i cittadini si riuniscono nella categoria unica dei produttori. Gli incarichi sono amministrativi, temporanei, senza che ciò dia diritto ad esimersi dalla produzione, e sempre subordinatamente ai deliberati delle Assemblee.




La ricchezza e il lavoro


Fra gli abitanti di una nazione due cose devono essere ripartite: la ricchezza, ossia i prodotti per il consumo di tutta la popolazione, e il lavoro necessario a tale produzione. Questo sarebbe giusto ed equo: e anche razionale. Ma nella società capitalista la ricchezza si accumula in un polo, quello che non produce, e il lavoro si accumula in un altro polo, quello che non consuma il necessario. Cioè, proprio il contrario di ciò che accade in Natura, dove più cibo e più sangue va al membro o organo che lavora.
La ricchezza viene annualmente calcolata in 25.000 milioni di pesetas. Ben distribuita potrebbe alimentare bene tutta la popolazione di Spagna, i suoi 24 milioni di abitanti, corrispondendo a ciascuno più di 1.000 pesetas l'anno, il che permetterebbe di generalizzare per tutti un relativo benessere economico.
Ma siccome in regime capitalista il capitale deve produrre almeno un 6% di interesse annuo, e l'autorità si debba valutare in base al denaro, affinché alcuni possano guadagnare milioni ogni anno, devono esserci intere famiglie che devono cavarsela con meno della metà di quello che si potrebbe corrispondere a ciascun individuo.
In regime comunista libertario non si tratta di pesetas, né di ripartirle. Si tratta solo di prodotti, che già non sono trasformabili in pesetas né possono essere accumulati, e che vengono distribuiti fra tutti i base alle loro necessità.
L'altra cosa da ripartire è il lavoro. In questo ambito riscontriamo oggi la stessa ingiusta e rivoltante disuguaglianza. Perché alcuni possano trascorrere la vita in ozio, altri devono sudare otto ore al giorno, quando non sono dieci o quattordici.
Oggi sette milioni di lavoratori sono occupati a produrre la ricchezza, con una media di otto ore di lavoro al giorno, ma se lavorassero i quattordici milioni di abitanti validi, dovrebbero farlo solo per quattro ore al giorno.
Questa è la conseguenza che si ottiene, diretta e piana, da una buona e giusta distribuzione. Questa è l'utopia che vuole realizzare l'anarchico.


Possibilità economiche del nostro paese


L'instaurazione del comunismo libertario nel nostro paese, isolatamente rispetto agli altri paesi d'Europa, ci farà essere - come c'è da presumere - la nazione nemica delle nazioni capitaliste. Sotto il pretesto della difesa degli interessi dei loro sudditi, l'imperialismo borghese cercherà di intervenire con le armi per affondare il nostro regime nascente. L'intervento armato da parte di una o varie potenze isolate potrebbe servire per scatenare una guerra mondiale. Per non correre il rischio della rivoluzione sociale nei propri paesi, le nazioni capitaliste preferirebbero ricorrere a una condotta subdola e finanziare un esercito mercenario, come fecero in Russia, che si appoggerebbe sui nuclei reazionari ancora sussistenti.
Il ricordo delle lotte similari e di situazioni affini nella storia del nostro popolo, ci fa essere fiduciosi nella lotta per la nostra indipendenza anche in base alle condizioni topografiche del nostro territorio. Se il popolo sperimenta i vantaggi del cambiamento e conquista un maggior benessere, sarà il difensore più deciso del comunismo libertario.
L'altra minaccia è il blocco che le marine da guerra delle nazioni capitaliste potrebbero effettuare sulle nostre coste, impedendoci, pertanto, i rifornimenti con i nostri mezzi. Per l'estensione delle nostre coste, questa vigilanza potrebbe essere facilmente elusa, ma questa possibilità obbliga a porci questa questione preliminare. Produciamo abbastanza da poter prescindere completamente dalle importazioni?
Vediamo. Le statistiche attuali non sono applicabili in tutto al domani, perché i loro numeri non danno tanto la valutazione di quello che bisogna importare, quanto quello che è oggetto di importazione; il che non sempre è la stessa cosa. Così, per esempio, il carbone può essere prodotto sul nostro territorio dai giacimenti molto abbondanti, nonostante che attualmente venga importato dall'Inghilterra, perché il carbone inglese per quanto riguarda il prezzo compete con il nostro Pur non essendocene necessità, perché in Andalusia se ne offriva in abbondanza, quest'anno ci è importato grano argentino.
Le statistiche dimostrano che per quanto riguarda la produzione agricola bastiamo a noi stessi: esportiamo in grande quantità olio, arance, riso, legumi, patate, mandorle, vini e frutta. Siamo autosufficienti per quanto riguarda i cereali, nonostante l'importazione di mais. Abbiamo sovrabbondanza di metalli.
Ma siamo tributari dall'estero per quanto attiene al petrolio e suoi derivati (benzina, oli pesanti, lubrificanti, ecc.), al caucciù, al cotone e alla cellulosa. Essendo la base dei trasporti, la carenza di petrolio potrebbe comportare un serio contrattempo nella strutturazione della nostra economia. Per questo, in caso di blocco, sarebbe necessario dare impulso nel loro complesso alle attività di ricerca di giacimenti petroliferi, che seppure non ancora scoperti sulla loro esistenza non sussistono dubbi di sorta. Il petrolio può essere ottenuto per distillazione del carbon fossile e della lignite, entrambi abbondanti nel nostro paese. Quest'industria esiste già e dovrebbe essere incrementata, fino a dare il necessario rifornimento alle necessità economiche del paese. Si può risparmiare benzina mescolandola con un 30 o 50% di alcool, con eccellenti risultati in tutti i motori. L'alcool è inesauribile, atteso che si ottiene dal riso, dal grano, dalla patata, dalla melassa, dall'uva, dal legno, ecc.
Il caucciù potrebbe essere ottenuto sinteticamente, come già si fa in Germania.
Il cotone è già raccolto nel nostro paese, soprattutto in Andalusia, con grande successo e, a giudicare dal suo progressivo incremento, sarà presto sufficiente per le necessità nazionali. Lo si potrebbe coltivare al posto di vigne e ulivi, due produzioni che eccedono il nostro consumo.
L'industria del legno può essere incrementata fino a far fronte alle necessità, compensando ciò con l'intensificazione della riforestazione.
L'eucalipto e il pino da legname sono i migliori fornitori di cellulosa.
Ma la produzione attuale ci fa essere ottimisti nel far conto sulle possibilità produttive della Spagna, che può considerarsi un paese da colonizzare, che non ha mobilitato nemmeno una decima parte della sua ricchezza.
L'energia elettrica è incalcolabile, inferiore solo a quella della Svizzera. Sta per cominciare la costruzione di bacini artificiali e di canalizzazioni per l'irrigazione. Non coltiviamo nemmeno la metà della superficie coltivabile, calcolata in 50 milioni di ettari. Stanno per migliorare le coltivazioni, intensificandole attraverso la generalizzazione dell'uso delle macchine agricole, che oggi sono usate solo nelle tenute dei ricchi proprietari.
Si va a fare il primo sforzo per adattare la produzione al consumo. C'è eccedenza di terra. Ma oltre alla terra c'è eccedenza di braccia, che è come dire eccedenza di produttori.
L'eccedenza di braccia, lungi dall'essere un problema per il comunismo libertario, è al contrario garanzia del suo successo. Se ci sono braccia in avanzo, è logico che ci tocchi meno lavoro, e delle due l'una: o si deve ridurre la giornata lavorativa, o si deve aumentare la produzione.
L'eccedenza di braccia ci offre la possibilità di ridurre la giornata lavorativa per individuo, sostenere l'incremento di certi lavori (costruzioni di bacini e irrigazioni, riforestazione, aumento delle coltivazioni, incremento della produzione siderurgica, e sfruttamento delle cascate, ecc.) di aumentare la produzione in determinate industrie.
Grazie all'organizzazione del lavoro in serie è facile improvvisare il personale, e ancor di più aumentare il rendimento di una fabbrica, per raddoppiare la sua produzione giornaliera senza aumentare il numero delle macchine.
Può dedursi, conseguentemente, che il nostro paese può bastare a se stesso e resistere, pertanto, al rigore di un blocco per vari anni. Le soluzioni che oggi, a freddo, vengono alla mente a noi che non siamo tecnici, saranno superate dal vederci incalzati dalla necessità, stimolando il nostro ingegno e la nostra inventiva per effetto delle circostanze avverse.
Non si può affidare tutto all'improvvisazione né si può disdegnarne l'aiuto in circostanze critiche, poiché è in esse che ci offre più risorse.


Realizzazione


Il Comunismo Libertario si basa su organismi già esistenti, grazie ai quali si può organizzare la vita economica nelle città e nei villaggi, tenendo conto delle specifiche necessità di ogni località. Si tratta del Sindacato e del Municipio Libero.
Il Sindacato riunisce gli individui associandoli secondo il tipo di lavoro o la quotidiana convivenza nel suo svolgimento. Si riuniscono dapprima gli operai di una fabbrica, officina ecc., costituendo la cellula più piccola, autonoma in ciò che le è specifico. Queste cellule, riunite con le altre affini, formano la sezione dentro il Sindacato di Ramo o d'Industria. C'è un Sindacato per riunire coloro che non possono costituirsi numericamente in Sindacato. I Sindacati locali sono federati fra di loro, costituendo la Federazione locale, con un Comitato formato da delegazioni dei Sindacati, un Plenum, costituito da tutti i Comitati, un'Assemblea generale, che in definitiva è titolare della massima sovranità.
Il Municipio libero è l'Assemblea dei lavoratori di una piccola località, cittadina o villaggio con la sovranità necessaria per affrontare tutte le questioni inerenti alla località. Istituzione di antico lignaggio, benché vincolata dalle istituzioni politiche, può recuperare la sua antica sovranità, facendosi carico dell'organizzazione della vita locale.
L'economia nazionale risulta dal concerto tra le diverse località che compongono la nazione. Quando isolatamente ogni località ha la sua economia ben amministrata e organizzata, l'insieme deve essere armonico, e perfetto l'accordo nazionale. La perfezione non la si vuole imporre dall'alto, ma si vuole vederla fiorire dalla base, perché sia un risultato spontaneo e non un effetto forzato. Se l'accordo tra gli individui si stabilisce attraverso il rapporto fra di loro, l'accordo tra le località è effetto della stessa relazione, dalla circostanziale e periodica attività dei Plenum e dei Congressi, e da quella persistente e continuata posta in essere dalle Federazioni di Industria che hanno questa specifica incombenza. Le comunicazioni e i trasporti sono industrie che non possono essere legate a un circoscritto interesse locale, ma che devono essere assoggettate ad un piano nazionale.
Studieremo separatamente l'organizzazione nelle città e quella dell'economia generale.


Nella campagna


È in campagna dove la realizzazione del Comunismo Libertario risulta maggiormente semplice, poiché si riduce a mettere in vigore il Municipio libero.
Il Municipio o Comune libero, è la riunione in Assemblea (Consiglio) di tutti gli abitanti di un villaggio o paese, con sovranità per amministrare a decidere tutti gli affari locali, ma in primo luogo la produzione e la distribuzione.
Oggi, il Consiglio è sotto tutela, essendo considerato come un minorenne, e i suoi accordi possono essere revocati dagli organismi superiori dello Stato, istituzioni parassitarie che vivono a sue spese.
Nel Municipio libero sarà di proprietà comune, a differenza di oggi, tutto quello che è situato nella sua giurisdizione: monti, alberi, pascoli, terre coltivabili, prodotti della pastorizia e dell'allevamento di bestiame, edifici, macchinari, attrezzi agricoli, i prodotti immagazzinati o accumulati in eccesso dagli abitanti.
Non esisterà pertanto la proprietà privata se non come usufrutto di ciò che serva a ciascuno, come la casa, i vestiti, i mobili, gli strumenti professionali, l'orto, il bestiame minore e gli animali da cortile, che ciascuno voglia per proprio consumo o distrazione.
Tutto ciò che ecceda le necessità personali potrà essere raccolto in qualsiasi tempo dal Municipio, previa deliberazione dell'Assemblea, poiché tutto quello che accumuliamo senza che ci sia necessario non ci appartiene, giacché lo sottraiamo agli altri. La Natura ci dà un titolo di proprietà su quello di cui abbiamo bisogno, ma quello che eccede le nostre necessità non può essere oggetto di appropriazione senza commettere una spoliazione, senza un'usurpazione a danno della proprietà collettiva.
Tutti gli abitanti saranno uguali:

per produrre e cooperare al sostentamento della comune, senza altre differenze che non siano quelle derivanti dalle attitudini (età, professione, preparazione, ecc.);

per intervenire nelle decisioni amministrative nelle Assemblee;

per consumare in base alle proprie necessità o secondo un inatteso razionamento.

Chi rifiuti di lavorare per la comunità (eccetto i bambini, gli infermi e gli anziani) sarà privato degli ulteriori diritti: a deliberare ed a consumare.
Il Municipio libero sarà federato con quelli delle altre località e con le Federazioni di Industria nazionali. Ogni località offrirà in interscambio i prodotti eccedenti, chiedendo per contro quelli di cui necessiti. Contribuirà con prestazioni personali alle opere di interesse generale, come ferrovie, strade, bacini di irrigazione, cascate, riforestazione, ecc.
In cambio di questa cooperazione all'interesse regionale o nazionale gli abitanti del Municipio libero potranno beneficiare di servizi pubblici come: poste, telegrafi, telefoni, ferrovie, trasporti, luce e energia elettrica con i suoi derivati, asili, ospedali, sanatori e terme, insegnamento superiore e universitaria, articoli e generi non fabbricati sul posto.
L'eccesso di braccia sarà compensato con lavori e produzioni nuove, a cui la località si presta, e distribuendo fra tutti la giornata lavorativa, riducendo le ore di lavoro la durata della giornata per ciascun operaio.
Il paesano non deve allarmarsi per questo Municipio libero, in cui in modo simile vissero i suoi antenati. In tutti i villaggi esiste lavoro in comune, proprietà comunale più o meno estesa, sfruttamenti in comune (legname e pastura). Nei costumi rurali ci sono inoltre espedienti e procedimenti per dare soluzione a tutte le difficoltà che si possano presentare, e in cui non deve decidere per nulla la volontà di un individuo, per quanto eletto a tale scopo dai più, bensì l'accordo di tutti.


Nella città


Nelle città il Municipio libero è rappresentato dalla Federazione Locale, potendo esistere negli insediamenti urbani grandi organizzazioni similari di quartiere. La federazione Locale dei Sindacati di Industria ha la sua massima sovranità nell'assemblea generale di tutti i produttori della località.
Il suo compito è di guidare la vita economica locale, ma specialmente la produzione e la distribuzione, in vista delle necessità del luogo ed anche delle domande di altre località.
Al momento della rivoluzione i Sindacati assumono il possesso collettivo delle fabbriche, delle officine e dei cantieri; delle case degli edifici e delle terre; dei servizi pubblici, dei vari generi e materie prime immagazzinati.
La distribuzione la organizzano i sindacati produttori, valendosi di Cooperative e dei locali dei negozi e dei mercati.
Per godere di tutti i diritti è necessaria la tessera di produttore, rilasciata dal rispettivo Sindacato, da cui risultino, oltre ai dati necessari per il consumo - come per esempio il numero dei familiari - i giorni di lavoro e la durata delle giornate lavorative. Questo requisito non è richiesto solo per i bambini, gli anziani e gli infermi.
La tessera di produttore conferisce tutti i diritti:


* per consumare, in base al razionamento o alle proprie necessità, tutti i prodotti distribuiti nella località;

* a possedere in usufrutto una casa decorosa, i mobili indispensabili, animali da cortile nell'hinterland, o un pezzo d'orto o di giardino se la collettività così lo concede;

* all'uso dei servizi pubblici;

* a partecipare alle decisioni plebiscitarie di fabbrica o officina o posto di lavoro in genere, della Sezione, del Sindacato e della Federazione locale.

La Federazione locale curerà il soddisfacimento delle necessità del luogo, e lo sviluppo delle sue industrie specifiche, quella che abbia migliore capacità o quella che serva alle necessità nazionali.
Nell'Assemblea generale di distribuirà la forza lavoro fra i diversi Sindacati, e questi la distribuiranno fra le loro sezioni, così come fra le entità lavorative, mirando sempre ad evitare la disoccupazione e ad aumentare la giornata produttiva attraverso le turnazioni degli operai dell'industria, ovvero a diminuire in debita proporzione il numero delle ore lavorative giornaliere per singolo lavoratore.
Tutte le iniziative che non siano puramente economiche devono restare di competenza dell'iniziativa privata di individui i gruppi.
Ogni Sindacato deve cercare di portare a termine le iniziative che vadano a vantaggio di tutti, e specialmente quelle dirette alla difesa della salute del produttore e a rendere gradevole il lavoro.


Assetto dell'economia generale


La coazione economica obbliga l'individuo a cooperare nella vita economica locale. La stessa coazione economica deve pesare sulle collettività, obbligandole a cooperare nell'economia nazionale. Ma questa non deve dipendere da un Consiglio centrale né da un Comitato supremo, germi dei autoritarismo e focolai di dittature, nonché nido di burocrati. Abbiamo detto che non ci serve un architetto né un Potere ordinatore estraneo al mutuo accordo tra le località. Quando tutte le località (città, villaggi, paesi) abbiano dato ordine alla loro vita interna, l'organizzazione nazionale sarà perfetta. Ed altrettanto possiamo dire di quelle locali. Quando tutti gli individui che ne fanno parte abbiano assicurato il soddisfacimento delle loro necessità, la vita economica del Municipio e della Federazione sarà perfetta anch'essa.
In Biologia perché un organismo goda del fisiologismo o della normalità, è necessario che ciascuna delle sue cellule svolga il suo ruolo, e per questo è necessaria solo una cosa: assicurare l'irrigazione sanguigna e le connessioni nervose. Lo stesso possiamo dire riguardo a una nazione. La vita nazionale è assicurata e si normalizza in quanto ogni località abbia il suo pieno ruolo, avendo assicurata l'irrigazione sanguigna consistente nell'avere ciò che manca e nell'eliminare quello che intralcia, attraverso i trasporti, che pongono in relazione le località le une con le altre per la reciproca conoscenza delle rispettive necessità e possibilità mediante le comunicazioni.
E qui entra in gioco il ruolo delle Federazioni Nazionali di Industria, organismi adeguati alla strutturazione dei servizi collettivizzati che devono essere sottoposti ad una pianificazione nazionale, come le comunicazioni (poste, telefoni, telegrafi) e trasporti (ferrovie, navi, strade e aerei).
Al di sopra dell'organizzazione locale non deve esistere nessuna superstruttura, al di fuori di quelle con una funzione speciale che non possa essere svolta localmente. I congressi sono gli unici ad interpretare la volontà nazionale ed esercitano circostanzialmente e transitoriamente la sovranità conferita loro dagli accordi plebiscitari delle assemblee.
Oltre alle Federazioni Nazionali dei Trasporti e delle Comunicazioni, possono esistere Federazioni Regionali o Territoriali, come quelle idrografiche, forestali o dell'energia elettrica.
Le Federazioni Nazionali renderanno di proprietà comune le strade, i collegamenti, gli edifici, i macchinari, gli apparati e le officine, e offriranno liberamente i loro servizi alle località o agli individui che cooperano con il loro peculiare sforzo per l'economia nazionale: offrendo i propri prodotti eccedenti, prestandosi ad una superproduzione di ciò che le necessità nazionali richiedano, e che rientri nelle loro possibilità; e contribuendo con le loro prestazioni personali ai lavori che questi servizi richiedano.
È compito delle Federazioni Nazionali delle comunicazioni e dei trasporti porre in relazioni le une con le altre tutte le località, incrementando il trasporto tra le regioni produttrici e quelle consumatrici, dando preferenza agli articoli suscettibili di deteriorarsi e che devono essere rapidamente consumati, come il pesce, il latte, la frutta e la carne.
Dalla buona organizzazione dei trasporti dipende che sia assicurato il rifornimento alle località che abbiano delle esigenze, e che quelle superproduttrici vengano decongestionate.
Né un cervello unico, né un ufficio di cervelli possono realizzare questa coordinazione. Gli individui si intendono fra loro riunendosi, e le località mettendosi in relazione. Una guida direzionale, in base alle produzioni particolari di ogni località, permetterà di facilitare i rifornimenti, orientando su quello che si può chiedere a una località e quello che le si può offrire.
Che la necessità obblighi gli individui ad unire i loro sforzi per contribuire alla vita economica locale. Che anche la necessità forzi le collettività a riunire le proprie attività in un interscambio nazionale, e che il sistema circolatorio (trasporti) e il sistema nervoso (comunicazioni) svolgano il loro ruolo nel sostentamento delle relazioni locali.
Né il coordinamento dell'economia, né la libertà dell'individuo esigono ulteriori complicazioni.


Fine

Il Comunismo Libertario è un alveo aperto perché la società si organizzi spontaneamente e liberamente e l'evoluzione sociale si svolga senza deviazioni artificiose.
Si tratta della soluzione più razionale del problema economico, in quanto risponde a una distribuzione equa della produzione e del lavoro necessario per realizzarla. Nessuno deve sfuggire a questa necessità di cooperare allo sforzo produttivo, giacché è la stessa Natura ad imporci questa dura legge del lavoro, nei climi in cui gli alimenti non si producono spontaneamente.
La necessità economica costituisce un nesso sociale. Ma è e deve essere anche l'unica coazione che la collettività deve esercitare sull'individuo. Tutte le altre attività, culturali, artistiche, scientifiche, devono restare al margine del controllo della collettività, e gestite dai gruppi che si impegnino in tali attività.
Poiché la giornata di lavoro obbligatorio non esaurirebbe, come non la esaurisce oggi, la capacità di lavoro dell'individuo, al margine della produzione controllata ne esisterebbe un'altra, libera e spontanea, frutto dell'inclinazione e della passione, che trova in se stessa soddisfazione e ricompensa. In questa produzione sta il germe di un'altra società, quella che l'anarchismo esalta e propaga; e fino a quando essa dia soddisfacimento alle necessità della Società, non sarà necessaria la tutela economica delle organizzazioni sugli individui.
Ci vengono fatte mille obiezioni, tanto vuote nella loro generalità che non meritano di essere confutate. Una, molto ripetuta, è quella riguardante il c.d. lazzarone. Il lazzarone è il frutto naturale di climi esuberanti dove la Natura giustifica la pigrizia, rendendo indolente l'individuo. Riconosciamo il diritto ad essere pigro, sempre che colui che voglia avvalersene acconsenta a condurre la sua vita senza alcun aiuto da parte degli altri. Viviamo in una Società in cui il pigro, l'inetto, l'antisociale, sono tipi che fanno fortuna e godono dell'abbondanza, del Potere e degli onori. Se rinunciano a tutto questo non c'è inconveniente a conservarli, per esibirli nei musei o nelle sale di spettacolo, come si esibiscono oggi gli animali fossili.

Isaac Puente

dal sito http://www.fdca.it/storico/puente/2.ht
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