venerdì 15 luglio 2011





LA PARABOLA DELL'AUTOGESTIONE IN IUGOSLAVIA

di Riccardo Achilli


La Rivoluzione del nostro tempo sarà dal basso o non sarà
Daniel Guérin (1958)



Premessa: impostazione del problema

Ho scelto di aprire questa breve analisi sulle caratteristiche e l'evoluzione dell'esperimento autogestionario nella ex Iugoslavia con una citazione di Guérin, perché il grande autore marxista libertario può rappresentare, a mio avviso, una guida per comprendere soprattutto le ragioni del sostanziale fallimento di detto esperimento. Cosa diceva, infatti, Guérin, in proposito? “che la pianificazione potrebbe funzionare efficacemente solo se fosse diretta dal basso verso l’alto e non viceversa, cioé se provenisse dai gradini più bassi della produzione e fosse costantemente sottoposta al loro controllo ... Il futuro, senza alcun dubbio, sta nella gestione autonoma delle imprese da parte delle associazioni dei lavoratori. Ciò che resta da mettere a punto, è il meccanismo, certamente delicato, della loro federazione, dell’armonizzazione dei diversi interessi in un ordine che sia libero”. In questo breve passaggio si riconosce, in nuce, il fulcro del problema di un sistema di autogestione che abbia l'ambizione di superare i rapporti capitalistici di produzione. Tale problema, a mio avviso, si risolve con un approccio basato su tre passi, progressivamente sempre più impegnativi:

- primo passo: l'autogestione deve superare il livello micro-aziendale, cioè non può essere semplicisticamente considerata una modalità alternativa di gestione di imprese in concorrenza capitalistica fra loro, perché non farebbe altro che riprodurre una mera variante del capitalismo manageriale. Occorre quindi, in primo luogo, che le imprese siano non soltanto gestite, ma anche di proprietà, dei lavoratori stessi, in un sistema di proprietà socializzata e condivisa, dove la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita. Ma ciò non è sufficiente;

- secondo passo: le imprese in autogestione, quand'anche fossero di proprietà dei lavoratori (e quindi in un sistema in cui non esiste più la proprietà privata dei mezzi di produzione), che le gestiscono collettivamente, non possono operare come elemento di rivoluzione socialista dal basso se sono inserite in un sistema in cui il loro finanziamento e lo scambio sul mercato finale dei loro prodotti siano ancora regolati da meccanismi capitalistici, ovvero concorrenziali, e finalizzati alla massimizzazione del profitto. In tal caso, infatti, le imprese socializzate sarebbero ancora sottoposte all'esigenza di estrazione di plusvalore, e si verificherebbe una modalità diversa di alienazione del lavoro, costituita da una competizione fra i consigli operai titolari delle diverse imprese (un caso esemplare. I Cantieri Navali Orlando di Livorno, che per una certa fase, alla fine degli anni Novanta, furono di proprietà dei lavoratori stessi, furono afflitti da problemi tipici delle imprese capitaliste: aumento del saggio di sfruttamento, tramite interventi di aumento della produttività del lavoro e di auto-moderazione salariale, incidenti, anche mortali, sul lavoro, ecc.). Occore quindi che le imprese socializzate operino in un sistema complessivo non capitalistico, dove cioè non vi è plusvalore, e le merci sono scambiate al loro valore d'uso, determinato dal lavoro concreto, diretto ed indiretto, necessario per produrle. Ma anche ciò non sarebbe sufficiente.

-Terzo passo: come specifica Guérin, anche in un sistema non capitalistico, occorrerebbe comunque un meccanismo di coordinamento delle imprese socializzate fra loro (in una logica di filiera, ovvero di interscambio di materie prime e beni intermedi ai vari stadi della produzione del prodotto finale) e di queste con il mercato finale di consumo. Tale meccanismo non potrebbe risolversi, banalmente, in un mero coordinamento orizzontale fra le diverse unità produttive, in una logica di autonomia totale. Infatti, ciò non garantirebbe la necessaria centralizzazione dell'informazione produttiva e di mercato, atta a far funzionare adeguatamente l'intero sistema economico, realizzando una efficiente allocazione dei fattori produttivi e l'incontro fra offerta e domanda ai livelli richiesti. Serve quindi un meccanismo di pianificazione, che però non può essere centralizzato, perché finirebbe (come purtroppo verificatosi nell'Urss) per generare una nuova classe sociale dominante, ovvero la burocrazia, e di conseguenza forme specifiche di alienazione e sfruttamento del lavoro. Occorre quindi inventare (e qui la questione è aperta) forme di programmazione che partano dal basso, siano del tutto de-burocratizzate, e risalgano progressivamente, lungo le filiere produttive, per poi nuovamente ridiscendere verso i mercati finali, in un continuo processo di concertazione e coinvolgimento dei lavoratori associati nella gestione delle imprese, anche nella loro veste di consumatori finali, che esprimono la loro domanda. Tale processo dovrebbe essere quindi connotato dal massimo liveello possibile di partecipazione e confronto, ma anche, d'altra parte, da un necessario momento di sintesi, che tiri le somme del processo partecipativo, e determini i flussi di produzione ed interscambio, verificandone però costantemente l'adeguatezza rispetto alle esigenze produttive di ciascuna impresa ed alle esigenze di consumo dei cittadini, ed adottando meccanismi flessibili per modificare in qualsiasi istante le decisioni assunte. Ciò riviene a creare un meccanismo di consultazione costante fra tutte le singole cellule della società (ovvero fra i vari comitati di gestione dei lavoratori delle singole imprese, e fra questi e le organizzazioni di base dei consumatori). Tale problematica, per Pierre Naville, si traduce anche nel problema della libertà di informazione, ovvero della possibilità di creare un sistema in cui l'informazione viene creata dal basso, e circola fluidamente, senza che vi sia una centralizzazione della stessa, ed una sua distribuzione dall'alto.
La disamina dell'esperienza di autogestione iugoslava è mirata ad evidenziare come, di fatto, il suo fallimento fu legato all'incapacità di rispettare le condizioni sopra descritte.

Breve storia dell'autogestione in Iugoslavia

Il dibattito sul progetto di autogestione si accese già nel 1948, in seno al Quinto Congresso dell'allora Partito Comunista Iugoslavo. La "via iugoslava al socialismo" già si scontrava apertamente con quella stalinista. La Costituzione federativa del nuovo Stato imponeva necessariamente anche un ampio decentramento del potere economico (altrimenti sarebbe stato un federalismo di pura facciata), che non poteva essere garantito dal rigido processo di pianificazione dall'alto tipico delle economie del Patto di Varsavia. In quella sede, Edvard Kardelj dice: "..E' fuori dubbio che nel periodo rivoluzionario di transizione dal capitalismo al socialismo, il ruolo determinante spetta ai dirigenti del partito proletario (...) Ma é altrettanto chiaro che lo stato maggiore rivoluzionario può raggiungere il successo solo a patto di basarsi sull'attività creatrice di larghe masse lavoratrici (...) A nostro avviso non si può lavorare senza commettere errori, ma riteniamo meno pericolosi gli errori che si commettono quando l'iniziativa dal basso si fa liberamente sentire che non quelli commessi dai burocrati che si sono messi in testa di essere infallibili (...) Non tenere conto di questi principi significa giungere inevitabilmente al burocratismo, all'isolamento dell'apparato burocratico rispetto alle masse popolari, all'assoggettamento di tali masse all'apparato burocratico stesso (...) Il delinearsi di questa situazione nell'ambito di un sistema socialista, per quanto breve possa esserne la durata, comporta tutta una serie di fenomeni negativi, quali ad esempio la mania delle ricette belle e fatte, il conservatorismo nei metodi e nelle forme organizzative, il soffocamento dell'iniziativa creatrice proveniente dal basso, l'allevamento di una categoria di burocrati invertebrati, il ristagno ideologico, la deviazione dal retto cammino della politica internazionalista...". Si consuma così la rottura con lo stalinismo, in nome di un progetto che intende rimettere al centro la creatività rivoluzionaria del lavoro nelle fabbriche, assegnando ai vertici di partito un ruolo di accompagnamento verso il socialismo (non vi è dubbio che eccheggi, in tale visione, l'eredità dell'ottica gramsciana del partito “cellulare”, come lo ebbe a definire Damen nella sua critica a Gramsci, quando dice che “nel partito che si formerà a Livorno Gramsci porterà, era inevitabile che ciò avvenisse, la concezione di un partito che basa la sua egemonia su di una struttura cellulare di fabbrica”).
La riforma autogestionale propriamente detta parte con la Legge sulla gestione delle imprese economiche statali e delle organizzazioni economiche superiori, votata il 27/6/1950 dall'Assemblea popolare, che ha formalmente introdotto una prima limitata forma di autogestione operaia nelle imprese iugoslave. In quell'occasione, Tito formulò chiaramente l'ambizione del progetto: "...Socializzando i mezzi di produzione finora gestiti dallo stato, non sono ancora state realizzate le aspirazioni del movimento operaio. - Le fabbriche agli operai e le terre ai contadini - non é un motto astratto e propagandistico, é un motto che contiene un significato pieno e profondo, il programma dei rapporti socialisti di produzione: sia per quanto riguarda la proprietà sociale, sia per fissare i diritti e i doveri dei lavoratori (...) può e dev'essere realizzato se pensiamo di costruire il socialismo (...) Oggi, da noi, saranno gli stessi lavoratori a dirigere le fabbriche, le miniere e il resto. Saranno loro a decidere come e quando lavorare, sapranno perché lavorano e come verranno impiegati i frutti del loro lavoro...".

L'attuazione della legge in questione, però, sollevò notevoli critiche, che portarono ad una più radicale riforma nel 1965. Fondamentalmente, per fare riferimento al nostro schema descritto nell'introduzione, latitava l'attuazione del “secondo passo”, ovvero la costruzione attorno alle imprese autogestite di un sistema realmente socialista, per cui perduravano elementi di capitalismo tali da produrre deviazioni, in particolare il sorgere di una classe di manager, che tendevano a riprodurre forme di borghesia. Afferma infatti Kardelj, all'atto della riforma del 1965: "...La società socialista tende a far sì che le funzioni di organizzatore del processo produttivo siano veramente "al servizio" dei produttori associati (...) Ma i conflitti di interesse, l'insufficiente sviluppo del nostro meccanismo di autogoverno, e il fatto che la classe operaia é ancora relativamente giovane, con la mentalità ancora gravata della coscienza del piccolo proprietario rurale, fa sì che le funzioni direttive nelle organizzazioni economiche acquistino (...) una grande autonomia, tanto che, in maggiore o minore misura assumono le funzioni di rappresentante del colletivo di lavoro. In tali condizioni, accade anche più spesso e facilmente che la forza e l'autonomia del rappresentante favoriscano il soggettivismo tecnocratico, determinati raggruppamenti di interessi (ad es. regionalistici - nazionalistici, ndr), tendenze e privilegi corporativistici, il soffocamento della critica, la degradazione dell'autogoverno, eccetera. Anche queste manifestazioni sociali creano tra gli uomini rapporti specifici che definiamo burocratismo..."

Emerge quindi la principale critica che lo stesso Kardelj avrebbe fatto rispetto al sistema di autogestione, ovvero il sorgere, in seno alle imprese autogestite, di una “strana borghesia”, ovvero una classe di manager sempre più autoreferenziale, e che tende a riprodurre, nei suoi rapporti con i lavoratori, modalità tipiche del capitalismo manageriale. Le cause di tale deviazione sono essenzialmente da imputare ad un insufficiente sviluppo dei meccanismi di autogestione (donde la necessità di una riforma più radicale, come quella implementata nel 1965) ed a problemi di insufficiente sviluppo dell'autocoscienza dei lavoratori, da cui la tendenza a delegare eeccessivamente.
La riforma, quindi, arriverà a delineare nel modo più compiuto ed avanzato il meccanismo di autogestione, che può sintetizzarsi nel seguento modo. Viene ridefinita la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo sulla base del principio del lavoro associato. Questo assume valore giuridico e significa, per i lavoratori, la libera associazione del proprio lavoro con mezzi di produzione di proprietà sociale all'interno di entità economiche di base: le OBLA.
Un'OBLA corrisponde ad un reparto di impresa. Essendo le unità minime di lavoro associato, rappresentando cioé solo una parte del processo produttivo, le OBLA sono obbligate ad associarsi tra loro per dare vita alle organizzazioni di lavoro associato (OLA), per dare vita cioé ad unità produttive corrispondenti, a grandi linee, al concetto d'impresa. Le OLA così costituite, dovrebbero presentare, per il modo originale in cui sono organizzate, una certa flessibilità ed una capacità di modificare la propria composizione come il proprio orientamento produttivo. L'ultimo livello d'integrazione previsto dal nuovo sistema è l'associazione di più OLA in organizzazioni composite di lavoro associato (OCLA). Queste ultime, essendo costituite da più imprese, corrispondono in un certo qual modo a dei cartelli o consorzi produttivi veri e propri.
Le decisioni concernenti gli aspetti correnti della gestione - assegnazione di posti, condizioni di lavoro, priorità sociali, distribuzione del plusvalore, assunzioni e dimissioni, ecc. - si possono risolvere entro i confini delle OBLA. Ogni OBLA risolve queste questioni in assemblea; sempre in assemblea ogni OBLA elegge un presidente con il compito di rappresentare l'OBLA nel Consiglio dei Lavoratori. Il Consiglio dei Lavoratori è quindi un secondo livello (più generale) di decisione ed è formato, oltreché da tutti i presidenti di OBLA (interessi di reparto), anche dai presidenti delle varie Commissioni - occupazione, distribuzione del reddito, ricerca e sviluppo, casa, assistenza, ecc. - (interessi generali).
Va precisato che le Commissioni hanno solo potere consultivo, i loro rispettivi presidenti sono eletti per mezzo di un voto generale mentre l'inclusione di qualsiasi lavoratore all'interno di una Commissione è libera e volontaria nonché determinata dalle sue personali attitudini. Le Commissioni, pur avendo solamente un ruolo consultivo, sono importanti in quanto consentono ad ogni lavoratore di essere praticamente coinvolto nella gestione per ciò che riguarda la preparazione delle decisioni.
Il Consiglio dei Lavoratori prende le decisioni sulla base delle raccomandazioni sviluppate dalle Commissioni e dai Comitati. I Comitati sono generalmente tre:

a) Comitato esecutivo, il più importante, la cui presidenza spetta al direttore generale (che riceve l'incarico dal Consiglio dei Lavoratori) è composto dai segretari d'azienda e dai capi dipartimento;

b) Comitato di Gestione, strettamente legato al Comitato Esecutivo, è composto dai dirigenti di OBLA (capi reparto) eletti direttamente in assemblea da ogni sigola OBLA;

c) Comitato di Supervisione, organo di controllo dei lavoratori e supervisore delle attività gestionali. Il Presidente così come i membri possono essere eletti o direttamente con voto generale o dal Consiglio dei Lavoratori. Dal Comitato di supervisione dipendono due commissioni: la Commissione dei Reclami (a cui si rivolge l'individuo colpito da un'azione della collettività), eletta per mezzo di voto generale, e la Commissione per le responsabilità di lavoro (dove vengono attribuite le responsabilità nel caso il comportamento irresponsabile di un individuo abbia leso gli interessi della collettività), eletta dal Consiglio dei Lavoratori.

Di norma, il direttore generale detiene l'incarico per quattro anni; detto incarico viene assegnato dal Consiglio dei lavoratori previa presentazione di un programma di sviluppo. Se il programma proposto viene accettato dal Consiglio e dalle OBLA esso diventa una sorta di legge interna a cui tutti, dal Consiglio ai dirigenti, devono rimettersi mentre il Comitato Esecutivo si assumerà la piena responsabilità per la realizzazione dello stesso.
Questo sistema andava a costruire, di fatto, una programmazione dal basso, dalle OBLA fino ai livelli superiori di aggregazione produttiva, che potevano giungere fino all'intero settore produttivo. Tale sistema era però di tipo competitivo: le singole OLA si facevano concorrenza fra loro, anche quando appartenevano ad una medesima OCLA, con modalità di fatto simili a quelle del capitalismo.
Inoltre, il sistema delle imprese autogestite conviveva con imprese dirette e gestite a livello statale (o di singola Repubblica), con imprese di tipo cooperativo e con imprese miste, dove veniva consentita una compartecipazione di investitori stranieri al capitale sociale. In particolare, le imprese pubbliche erano organizzate secondo un modello oligarchico: Le IES (Imprese Economiche di Stato) dovevano realizzare i piani di produzione preparati, secondo una logica pianificatoria centralizzata, dalle agenzie del governo (le AOR). Il direttore delle IES, al quale spettavano tutte le decisioni, rispondeva direttamente alla sua AOR di competenza, mentre tutti gli addetti, dagli operai ai colletti bianchi, rispondevano direttamente al direttore. Nel 1978, su una popolazione attiva di 9.276.000 persone i salariati erano 5.385.000, i disoccupati 735.000, i lavoratori autonomi (piccoli artigiani, contadini, ecc.) 3.156.000, gli emigrati 800.000. Osservando questi dati possiamo notare che, escludendo i disoccupati, i lavoratori autonomi, gli emigrati e una buona parte dei salariati (impiegati in imprese statali centralizzate, nei servizi, ecc.), i lavoratori interessati da processi lavorativi autogestiti erano una minoranza.
L'esperienza dell'autogestione, come sopra delineata, si concluse virtualmente con la riforma legislativa del 1978, nella quale si avvia un processo di destrutturazione dell'esperimento, che troverà il suo culmine nell'ulteriore riforma del 1981. L'economia iugoslava, a quei tempi, era già caratterizzata da una gravissima crisi strutturale, derivante dalle debolezze del suo modello di sviluppo, intriso di una ingovernabilità politica ed economica crescente, di una difficoltà peculiare nel gestire correttamente la politica monetaria e quella valutaria, che si tradusse in una spirale inflazionistica gravissima, di una propensione all'indebitamento estero, che finì per mettere il Paese alla mercè delle politiche neoliberiste e socialmente distruttive del FMI, di enormi sperequazioni di sviluppo economico fra le varie Repubbliche.
La legge 312 del 1978, non mutando sostanzialmente la situazione di scarsa affluenza di capitale straniero, crea verso la metà degli anni '80 confronti aspri tra gli organi federali e gli ambienti legati al settore "autogestito" interessati ad una modifica della normativa in vigore nel senso di una liberalizzazione pressocché totale dell'investimento estero. Questo dibattito aveva il fine di modificare alcuni aspetti sostanziali della legge n.312 per arrivare concretamente alla definizione di un nuovo quadro giuridico in materia. Benché il dibattito riguardasse solo modifiche da apportare rispetto alla eventuale partecipazione di imprese estere alle imprese autogestite, in realtà la sua portata fu tale da sconvolgere il disegno stesso dell'autogestione iugoslava, e quindi le riforme alla 312 possono considerarsi a pieno titolo il canto del cigno di tale esperimento. In questo senso i settori manageriali chiedevano le seguenti riforme rispetto alla 312:
L'art.10, che nella 312 vietava l'intervento di capitale straniero nelle attività legate al commercio e alla sicurezza sociale. Nella proposta per il nuovo progetto di legge questa barriera si sarebbe dovuta superare. L'art.11 prevedeva che l'ammontare dell'investimento straniero in una impresa iugoslava non potesse superare il 49% del capitale complessivamente investito in quell'impresa. Ciò per garantire la "proprietà collettiva" dell'impresa stessa. Secondo i manager e dirigenti aziendali iugoslavi il nuovo assetto giuridico non avrebbe dovuto porre alcun limite all'investimento di capitale straniero. L'art.15 stabiliva che nell'organo amministrativo dell'impresa mista i rappresentanti del capitale straniero investito non potessero essere in numero maggiore rispetto ai rappresentanti iugoslavi dell'impresa stessa o delle imprese che partecipavano all'attività produttiva. La ragione di questa legge si trova nella difesa del principio dell'autogestione che altrimenti verrebbe compromesso in sede amministrativa da una rappresentanza estranea agli interessi dei lavoratori. Anche questo passaggio della legge 312 viene messo in discussione e le ragioni sono di natura squisitamente capitalistica. L'art.19 della 312 stabiliva che qualora venisse realizzato dall'impresa mista un profitto superiore a quello fissato per contratto, la parte di questa eccedenza attribuibile all'investitore straniero sarebbe servita per rimborsargli parte della sua quota societaria. In questo modo, maggiore era l'efficenza dell'impresa, maggiore la spinta per estromettere (attraverso il rimborso della quota societaria) l'investitore straniero. Nel nuovo progetto di legge verrebbe invece sancita la piena libertà, per l'investitore straniero, di disporre del reddito realizzato e di trasferirlo all'estero. Altra significativa proposta era la "attenuazione" di quelle imposte fisse sul reddito dell'impresa destinate alla costituzione di fondi di solidarietà per alloggi, borse di studio, premi assicurativi e percepite come "improprie" o non direttamente collegate alla gestione congiunta. Ed appare evidente come questo provvedimento sia direttamente speculare a quello volto alla privatizzazione delle attività sociali-assicurative attraverso un intervento del capitale straniero in esse (vedi art.11).
Il 27 novembre 1984 il Parlamento approva la nuova legge sugli investimenti esteri in organizzazioni di lavoro associato. La nuova legge risponde quasi totalmente alle esigenze liberalizzatrici emerse dal dibattito circa la vecchia legge 312 del 1978. L'articolo 11, che fissava nel 49% la soglia massima di partecipazione del capitale estero nelle imprese jugoslave, viene abolito portando tale soglia al 99%. All'investitore viene concesso il diritto di veto che di fatto ne aumenta il potere decisionale. Vengono inoltre previste negoziazioni tra le parti sui parametri gestionali con l'obiettivo di portare a standards "normali" la produttività dell'impresa mista. Viene inoltre stabilito, nella nuova legge del 1984, che il mancato rispetto degli obiettivi pattuiti graverà esclusivamente sulla quota di reddito spettante al partner jugoslavo. L'articolo 19 viene aggirato consentendo all'investitore straniero di trasferire il 100% della sua quota di profitto all'estero. Infine, sempre per rimanere all'interno delle modifiche più significative, gli oneri derivanti dalle imposte destinate alla costituzione dei fondi per la riproduzione sociale, per gli ammortamenti superiori alle quote stabilite per legge, ecc., cioé tutte quelle sottrazioni apportate al reddito finale dell'impresa non direttamente collegati alla produzione verranno sopportati esclusivamente dal partner iugoslavo.
A quel punto però anche gli investimenti direttamente produttivi non avranno ricadute positive né per i lavoratori e per il rilancio dell'occupazione né per ciò che riguarda l'economia nazionale, in quanto la Iugoslavia andrà comunque incontro ad un disastro economico e sociale. Inoltre, sempre più di frequente i nuovi impianti (o i vecchi impianti che ora però lavoreranno su appalto straniero) saranno subordinati alle esigenze del circuito produttivo della multinazionale investitrice piuttosto che alle esigenze del tessuto economico del paese ospitante ed alle esigenze del mercato interno.
Va comunque rilevato che, in primo luogo, le richieste di modificazione della legge 312, che porteranno alla nuova legge del 1984, non provengono da direttive "esterne" (come, ad esempio, dal FMI) ma sono il frutto dello scontro tra il livello politico federale e quelli che potremmo definire gli "ambienti imprenditoriali" cioé le rappresentanze politico-tecnico-scientifiche delle imprese autogestite. In secondo luogo, le proposte di modificazione della legge 312, che provengono direttamente dagli "ambienti imprenditoriali" rappresentanti cioé il sistema di fabbrica ("autogestita" o meno), non appaiono certo come l'espressione degli interessi operai e dei lavoratori. Ciò significa, in pratica, che i gruppi dirigenti delle imprese autogestite, virtualmente eletti dai lavoratori, nella realtà non ne rappresentavano gli interessi e si comportavano, in tutto e per tutto, come spezzoni della borghesia.

Il bilancio dell'esperienza

Quanto detto vale a dimostrare il sostanziale fallimento dell'esperienza di autogestione. Il fallimento non è misurabile tramite gli indicatori economici di crescita o di sviluppo. Fra 1950 e 1980, il PIL pro capite iugoslavo, in termini reali (quindi depurato dall'effetto della variazione dei prezzi) era cresciuto del 74% , arrivando al 22-mo posto nel ranking mondiale. Il tasso di disoccupazione, fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta, era molto basso; i parametri misuranti il livello di istruzione e la copertura sanitaria della popolazione erano in costante miglioramento. Tuttavia, tali risultati non sembrano potersi collegare, se non in parte, con l'autogestione in senso stretto (che peraltro come si è visto era una frazione minoritaria dell'economia nazionale). In larga misura, sono da attribuirsi alla strategia di non allineamento, che consentirà alla Iugoslavia di esportare i propri prodotti sia in Occidente che nei Paesi socialisti; di ricevere investimenti diretti dai Paesi capitalisti, ma anche dalla Cina; di incrementare, tramite il turismo, gli introiti di valuta estera pregiata; di utilizzare la possibilità data ai propri cittadini di emigrare, come valvola di sfogo per evitare fenomeni di disoccupazione legati ad eccedenze di offerta di lavoro, anche le politiche monetarie e reali, molto accomodanti (pagate però in un secondo momento da iper infllazione e debito pubblico altissimo) contribuiranno ad alimentare, tramite l'espansione della domanda aggregata (soprattutto sotto forma di grandi programmi di investimento pubblico e di una espansione rapida dei consumi), la crescita rapida del PIL nazionale.
Già nel 1969 Tito ebbe a dichiarare che "in alcune aziende quasi tutto il potere é in mano ad un ristretto gruppo di dirigenti, esperti, uomini di affari che si comportano come un'equipe manageriale. In aziende di questo tipo, ove si trascurano obblighi e responsabilità di fronte al colletivo di lavoro e agli organi di autogestione dei redditi, decide questo ristretto gruppo di persone, spesso senza interpellare gli operai, e si arriva al punto di non chiedere neppure il loro parere. Con una tale prassi l'autogestione operaia si riduce ad una formalità . Nei consigli operai di certe aziende si diminuisce notevolmente il numero degli operai impegnati nella produzione diretta. Essi vengono sempre più sostituiti da persone che mantengono posizioni dirigenti nel processo produttivo o che lavorano nell'amministrazione. A ciò è direttamente collegata la tendenza a diminuire il numero dei membri dei consigli operai in generale e di prolungare il mandato a coloro che già lo detengono di tre oppure quattro anni (...) Come marxisti e leninisti e come comunisti decisamente votati all'autogestione operaia non dobbiamo permettere il realizzarsi di tali tendenze (...) Dobbiamo lottare anche perché gli interessi diretti e storici della classe operaia (...) costituiscano il fattore fondamentale e determinante del nostro sviluppo socialista. Se non porremo così le cose, ci potrebbe accadere che, dietro il paravento dell'autonomia del fatto economico, il vero potere nelle organizzazioni di lavoro venga assunto da questo strato manageriale anche nelle comunità politico-sociali e nell'apparato politico-amministrativo..."

Tali dichiarazioni, successive di quattro anni alla grande riforma dell'autogestione del 1965, sembrano identiche a quelle, già analizzate, fatte da Kardely poco prima dell'implementazione della riforma stessa. Sono quindi il miglior barometro della reale dimensione del fallimento dell'esperimento autogestionale: un fallimento sul piano del contributo all'avanzamento in direzione di una società socialista, più che un fallimento economico o gestionale. Di fatto, l'autogestione, anziché consegnare le imprese ad una reale proprietà collettiva dei loro lavoratori, realizzò la nascita di una burocrazia, con comportamenti tipici della borghesia capitalista, per l'appunto ciò che Kardely sintetizzò con l'amara espressione di “strana borghesia”. Ciò era per certi versi inevitabile, atteso che la burocrazia politica iugoslava esercitava comunque, tramite le borghesie burocratiche sindacali, un controllo sui consigli operai e, tramite l'Alleanza Socialista del Popolo Lavoratore (una sorta di associazione rappresentativa della società civile), un controllo sul sistema assembleare. Infatti, i lavoratori dovevano scegliere i propri rappresentanti nei consigli operai all'interno di liste sindacali e, per potersi candidare alle elezioni per l'assemblea relativa ad una qualsiasi "comunità socio-politica" ci si doveva necessariamente iscrivere ad una delle "organizzazioni socio-politiche" costituenti l'A.S.P.L. e, quindi, sottoporsi al controllo, sia pure indiretto, della burocrazia politica della Lega dei Comunisti. Di conseguenza, considerazioni legate più alla fedeltà politica che al merito, imposte dalla longa manu del partito, prevalsero, spesso, nella scelta delle strutture direttive delle imprese autogestite, così come tramite pratiche nepotistiche, consociative, o demagogiche, quando non apertamente di corruzione, i quadri dirigenti delle imprese riuscirono a imporre il loro controllo duraturo sulle stesse. D'altra parte, spesso lo stesso livello di preparazione culturale, tecnica, professionale, rendeva pressoché inevitabile che le oligarchie assumessero un controllo permanente sulle imprese, emarginando i lavoratori.
Più in generale, nello schema che si è delineato nella premessa di questo articolo, ciò che venne a mancare, e che determinò il fallimento dell'esperimento, fu il “secondo passo”, ovvero la creazione, attorno alle imprese autogestite, di un ambiente socialista. Il mantenimento di un sistema concorrenziale impose infatti alle imprese autogestite di affidarsi alla guida di quei personaggi, legati alle reti di conoscenza giuste, nei Ministeri e nel partito, in grado di far ottenere alle imprese stesse finanziamenti e commesse pubbliche. Si creò così una rete di consorterie politico-sindacal-aziendali, che consolidò il potere delle burocrazie, soffocando il significato reale dell'autogestione. Questo conglomerato di potere, a ben vedere, non è molto diverso da ciò che si realizzerebbe in un sistema capitalista.
Josip Zupanov riporta i risultati di un'inchiesta sulle imprese autogestite nel decennio '60-'70:

-viene rilevato un modello oligarchico di controllo sia tra i quadri esecutivi che nel Consiglio dei Lavoratori e nell'Ufficio di gestione;

-viene inoltre sottolineato come la distribuzione dei poteri nel Consiglio dei Lavoratori stesso fosse direttamente connesso alla stratificazione socio-occupazionale dell'impresa: il Consiglio era dominato dai dirigenti mentre i lavoratori avevano un potere molto limitato.

Inoltre, tale sistema che preservava elementi di mercato e di capitalismo, uniti all'autogestione, fece sì che i settori produttivi di base, vitali per far funzionare il resto dell'economia (produzione di energia, metallurgia, petrolchimica e chimica di base, meccanica di base) utilizzarono il loro potere di ricatto per auto-pagarsi salari più alti rispetto a quelli erogati nei settori dei beni di consumo.
Infine, tale sistema ibrido, in cui non si realizzò il famoso “secondo passo”, generò disoccupazione. Le imprese auto gestite avevano infatti interesse a non fare assunzioni fra i giovani alla ricerca di lavoro, perché se aumentava la base occupazionale aziendale, a parità di risorse da distribuire per salari, questi ultimi diminuivano, o non potevano aumentare. Anche questo effetto è molto interessante, perché riproduce una dinamica competitiva fra insiders ed outsiders, sul mercato del lavoro, tipica del capitalismo, che invece in una economia in transizione verso il socialismo, in teoria, dovrebbe scomparire. Anche in questo caso, dunque, in assenza di progressi a livello sistemico verso il socialismo, l'autogestione finì per produrre degenerazioni tipicamente capitalistiche, anziché funzionare da leva per accelerare la costruzione del socialismo.
Sarebbe interessante studiare in quale misura la progressiva svolta liberista della Iugoslavia, costituita dalla sepoltura dell'autogestione nel 1984, e più in generale dalle riforme introdotte da Ante Markovic, sin dal 1982, sotto la pressione del FMI, abbiano ispirato i riformisti sovietici, guidati da Gorbaciov e dal suo collaboratore Gajdar, nell'implementazione della perestrojka nella seconda metà degli anni Ottanta. Certamente, il crollo di quello spirito mutualistico e cooperativo che era alla base della costruzione stessa della Iugoslavia (e che in campo economico si manifestava tramite l'autogestione, mentre in quello politico tramite il federativismo e l'autonomia di ogni gruppo etnico, in un quadro di forte solidarietà reciproca) fu la premessa per il risorgere di individualismi ed egoismi nazionalistici ed etnici, e quindi fu alla radice, insieme al tracollo economico ed alle interferenze neo-imperialiste esterne, della tragedia che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata.
Occorre anche chiudere il bilancio con l'evidenziazione che, pure in questo contesto negativo, ebbe l'esperimento di auto governo. Fu il motore di una intensa crescita dei livelli produttivi e di una rapidissima industrializzazione di un Paese che, ad eccezione della Slovenia e di alcune zone della Croazia e della Vojvodina, era di fatto agricolo ed arretrato. Aumentò la disciplina lavorativa e gli indici di produttività schizzarono verso l'alto, perché i lavoratori sentivano l'azienda come una cosa "loro". Ed avevano un incentivo ulteriore a lavorare di più e meglio. Inoltre, generò una importante presa di coscienza dei lavoratori, che parteciparono attivamente alla gestione dell'impresa, crescendo in termini di consapevolezza del loro ruolo di produttori, step di importanza capitale per costruire una coscienza rivoluzionaria. Ciò ha altresì permesso al movimento operaio internazionale di prendere coscienza del fatto che“proprietà statale” e “proprietà sociale”, per dirla con Edvard Kardelj, non sono la stessa cosa, esattamente come non lo sono il socialismo e il capitalismo di Stato.
Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente per qualificare positivamente l'esperienza testè rammentata in forma molto sintetica, e richiama la necessità di compiere tutti e tre i passi richiamati in premessa, senza i quali l'autogestione, di per sè, è una parola vuota, inutile, ed anche per certi versi dannosa.

4 luglio 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

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