Diari di Cineclub

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Rivista Cinematografica online e gratuita

lunedì 17 dicembre 2018

IL CASO HUAWAI, TRA GUERRA COMMERCIALE, TECNOLOGICA ED INTELLIGENCE di Aldo Giannuli







IL CASO HUAWAI, 
TRA GUERRA COMMERCIALE, TECNOLOGICA ED INTELLIGENCE
di Aldo Giannuli


Nel caso Huawei confluiscono aspetti di diverso ordine che si incastrano fra loro: commerciale, tecnologico, geopolitico e di intelligence. In primo luogo c’è la guerra commerciale fra Usa e Cina per la conquista di quote di mercato. Come si sa Trump ha dato il via alla guerra commerciale con la Cina (e con l’Europa) per sostenere l’industria automobilistica americana e mantenere le promesse elettorali agli stati del rust belt che gli avevano consegnato la vittoria nel 2016.

Poi nel summit di Buenos Aires, era venuta fuori una tregua dei 90 giorni nell'applicazione dei dazi doganali, ma in quella stessa serata, era partito il mandato d’arresto per Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo, prontamente eseguito dallo zelante suddito canadese cui era immediatamente rivolta la domanda di estradizione. Come dire che l’accordo era momentaneo e limitato, solo una momentanea tregua su un singolo tratto del fronte, mentre la guerra proseguiva (e con rinnovato slancio) in altra parte di esso.

Gli Usa non accettano l’idea di essere scalzati dalla Cina in settori decisivi sia sul piano commerciale che strategico e sono pronti ad una guerra senza limiti per impedire che ciò accada.

In secondo luogo c’è la delicatissima partita per il dominio tecnologico. In questi trenta anni, la Cina è enormemente cresciuta grazie ad esasperate pratiche di reverse engeneering ma anche grazie ad accordi commerciali con le aziende occidentali che decidevano di delocalizzare nel loro paese e che prevedevano l’obbligo cella condivisione dei segreti tecnologici.

domenica 16 dicembre 2018

PINELLI FU UCCISO. RICORDIAMO ANCORA. RICORDIAMO SEMPRE. di Teresio Spalla




PINELLI FU UCCISO.
RICORDIAMO ANCORA. RICORDIAMO SEMPRE.
di Teresio Spalla




Questo è un'Almanacchino scarno ed essenziale.
Non vi leggerete niente di nuovo.
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Forse qualcuno lo troverà banale e ripetitivo per quanto, stamane, menti acute e ancora lucide della cultura italiana, abbiano voluto ricordare anch'esse
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Tutti coloro che c'erano, in quel periodo, sanno come andarono le cose dopo la strage di pz.Fontana del 12 dicembre 1969 per cui furono immediatamente indicati responsabili i militanti anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa - tra cui Pietro Valpreda a cui fu distrutta l'esistenza futura - i quali, in seguito, risultarono tutti innocenti tranne gli infiltrati che erano tra loro da anni, a testimonianza che l' additare la loro colpevolezza era preordinato quanto lo scoppio della bomba.
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Pinelli, prelevato per accertamenti dal commissario Calabresi, seguì la sua auto in motorino, tanto entrambi erano sicuri che sarebbe tornato a casa.
Invece, quella notte, fu ucciso.
Ed io concordo con la tesi di tanti, e soprattutto della moglie Licia, come, eccedendo nel massacrarlo di botte, non trovarono di meglio che fingere il suicidio gettandolo dal balcone.
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Lo buttarono infatti da una finestra della Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, da una stanza dove si trovavano con lui gli agenti Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli, Vito Panessa e l'agente del Sisdi in funzione di ufficiale dei carabinieri Savinio Lograno, quello che, nella canzone, "apre un pò la finestra".
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Era un uomo buono con un ideale nel cuore, un ferroviere; era stato partigiano e possedeva una solida cultura politica personale da fervente autodidatta.
Aveva 41 anni e lasciava una famiglia : moglie e due figlie piccole.
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Il questore Marcello Guida (già funzionario di polizia sotto il fascismo e durante la Rsi), il responsabile dell'ufficio politico della Questura Antonino Allegra, il commissario capo Luigi Calabresi dichiararono, in conferenza stampa, che si trattò di suicidio.
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Tranne l'ultimo tutti sono morti nel loro letto.
Gli agenti furono promossi e tali rimasero anche dopo la comprova dell'innocenza e dell'inconsistenza colpevole della "pista anarchica".
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mercoledì 5 dicembre 2018

BUONANOTTE DOLCE PENA di TERESIO SPALLA







BUONANOTTE DOLCE PENA
- IL PRINCIPE DEGLI ATTORI - Il curioso film con RICHARD BURTON su EDWIN BOOTH -
di TERESIO SPALLA



Esistono film che, pur facendo parte di un sicuro palinsesto pomeridiano o a tutti gli orari sulle reti satellitari dedicate al cinema classico, sono stati dimenticati dagli addetti ai lavori di qualunque tipo e ricevono tenue e forzata critica su manuali e repertori.
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Uno di questi è “Il principe degli attori” (“Prince of Players”, 20thcf©1955) che, pur godendo di notevoli qualità - benché nel contesto di un’opera biografica nata e realizzata in un’epoca di censure, equivoci e forzosi fraintendimenti – ma mostrandosi oggi ricco di interesse e stuzzicanti letture intertestuali più che al suo tempo, non è nel novero delle tante rivalutazioni di cui sono spesso oggetto prodotti ben inferiori.
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A suo tempo ebbe un notevole successo negli Stati Uniti e nei paesi di lingua inglese, ma anche in Francia e da noi.
Dal punto di vista artistico e popolare fu la conferma definitiva dell’allora ventiseienne Richard Burton la cui intensa e splendida carriera teatrale era pressoché sconosciuta fuori dai territori anglofoni e, dopo il ’64, venne cancellata dalla notorietà dettata dal gossip internazionale e dal confronto con i successi paralleli della moglie Elizabeth Taylor, una vicenda che condizionò anche la critica quasi fino alla morte dell’attore nel 1984.
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Ebbene, per cominciare, raccontiamo come arrivò a questo film, Richard Jenkins poi autobattezzatosi Richard Burton.

LA RIVOLUZIONE IN GERMANIA 1918-19 di Serena Capodicasa





LA RIVOLUZIONE IN GERMANIA 1918-19
di Serena Capodicasa


Il 15 gennaio 1919 l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht decapitava il movimento operaio tedesco dei suoi due principali dirigenti rivoluzionari.
Era la scure della controrivoluzione che si abbatteva sul tentativo insurrezionale con cui il neonato Partito comunista tentava di evitare che il destino della rivoluzione tedesca scivolasse via dalle mani delle masse operaie. Maturata nelle condizioni di vita che la prima guerra mondiale rendeva sempre più difficili nel paese, così come al fronte e nella flotta, la rivoluzione era stata innescata da due potenti detonatori: le sorti della guerra, che vedevano l’esercito tedesco sempre più in difficoltà, e la fiducia infusa dalle masse russe che, sotto la guida del Partito bolscevico, tra il febbraio e l’ottobre del 1917 mostrarono una via d’uscita rivoluzionaria dalla guerra e dalla fame.

A inizio novembre del 1918, dopo l’ammutinamento delle unità della flotta stazionate a Kiel, sul Mar Baltico, si formò il primo Consiglio degli operai e dei marinai tedesco. Il primo di una lunga serie che, a macchia d’olio, prese il controllo di numerose città: Amburgo, Brema, Lubecca, Dresda, Lipsia, Chemnitz, Magdeburgo, Brunswick, Francoforte, Colonia, Stoccarda, Norimberga, Monaco… infine Berlino, dove il 9 novembre “Il passo fermo, ritmato, dei battaglioni operai riecheggia nelle strade: arrivano da Spandau, dai quartieri proletari, dal Nord e dall’Est, e avanzano verso il centro, simbolo della potenza imperiale” (da E.O. Volkmann “La rivoluzione tedesca”). Come accade ogni volta che la classe dominante ha più da perdere che da guadagnare da uno scontro aperto (basti pensare all'oligarchia venezuelana dopo il fallimento del colpo di Stato contro Chavez nel 2002), alla borghesia non restò che la scelta di sabotare la rivoluzione dall'interno con l’abdicazione del kaiser Guglielmo II e l’affidamento del potere alla sola forza in grado di rimettere il potere nelle sue mani presentatosi alle masse come loro rappresentante, la socialdemocrazia. Il ministro socialdemocratico Ebert venne così nominato cancelliere e incaricato di formare un nuovo governo.

martedì 4 dicembre 2018

I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LO SPAZIO VITALE di Guido Viale





I CAMBIAMENTI CLIMATICI E LO SPAZIO VITALE
di Guido Viale



Nel giorno di apertura della Cop 24 di Katowice si può affermare che il clima è il grande assente dalle politiche dei governi di tutto il mondo. Non se ne parla mai, se non per registrare l’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di un altro Stato. Neppure la verde Germania riesce a staccarsi dal suo carbone. Non è mancata la mobilitazione popolare che, anche di recente, ha visto a Londra e in varie città della Germania una forte partecipazione per imporre un cambio di rotta; una partecipazione scarsa, però, nei paesi dell’Europa mediterranea, nonostante che in Italia siano in corso tante vertenze ambientali e sociali tutte indirettamente legate al tema del clima: NoTav, NoTap, NoTriv, NoTerzovalico, Noautostrade, NoGrandinavi, NoMuos, ecc. Ciò che è invece presente in tutte le politiche governative e, ovviamente, nelle prossime elezioni europee, sull'onda di uno sciovinismo e di una xenofobia che stanno travolgendo il mondo, sono le migrazioni. Ci sono molti legami tra quella assenza e questa presenza: nessi che politica, economia e cultura non sanno o non vogliono cogliere.

Innanzitutto, nell'inconscio di ciascuna o ciascuno di noi, politici o “gente comune”, c’è la sensazione che con la globalizzazione il mondo non si sia allargato ma ristretto: non c’è più spazio per tutti; soprattutto se si pensa a quello che consideriamo il nostro spazio vitale, che in realtà è spazio ambientale: non solo casa, auto, fabbrica o ufficio, scuola, strade, aria, acqua, cibo e cure mediche; ma anche spiagge, campi da sci, seconde case, posti auto, vacanze, ecc. È una sensazione fondata, che spinge molti a stringere i cordoni della borsa: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Caso mai c’è da darsi da fare per non essere il prossimo, o la prossima, a essere buttata fuori. Ben pochi si sforzano di capire quanto di sostenibile ci sia ancora in quel nostro spazio vitale e quanto se ne possa salvaguardare cambiando il modo di accedervi.

domenica 2 dicembre 2018

IL MITO DELL'UNITA' A SINISTRA di Salvatore Cannavò





IL MITO DELL'UNITA' A SINISTRA
di Salvatore Cannavò



Quello di De Magistris è almeno il quinto tentativo elettorale degli ultimi 10 anni. A mancare è una riflessione critica sull’idea stessa di “popolo della sinistra” e la capacità di ricostruzione dei soggetti sociali del cambiamento
Il primo dicembre il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, prova a ricreare le condizioni per una nuova unità a sinistra. Essendo il quinto tentativo di questo tipo in dieci anni, con una media di uno ogni due anni, corre l’obbligo di fare a lui e ai suoi compagni di strada, i migliori auguri.

De Magistris è un sindaco che ha conquistato il municipio di Napoli con le sue sole forze, svuotando l’acqua del “grillismo” che infatti in città non ha attecchito, interpretando una sinistra da alcune venature populiste, in particolare per la funzione di rappresentanza giocata dal leader, ma solidamente ancorata a punti fermi come la pubblicizzazione dell’acqua o la difesa degli spazi occupati. Il suo tentativo, al di là di tutte le diffidenze o gli entusiasmi che potrà provocare, ha una sua legittimità.

E’ utile però interrogarsi su quello che è accaduto davvero in questi dieci anni e perché l’unità a sinistra è diventata una sorta di araba fenice o un mito originario che continua a illuminare la strada di migliaia di militanti. E cosa non ha funzionato.

mercoledì 14 novembre 2018

LA SPERANZA DI STAN LEE PER UN MONDO MIGLIORE di Peter Ciaccio






LA SPERANZA DI STAN LEE PER UN MONDO MIGLIORE
di Peter Ciaccio


Popoli, culture e fedi uniti per il bene comune nell'universo Marvel




Ieri è morto Stan Lee, il creatore dell’universo Marvel, “vecchio e sazio di giorni” come un patriarca biblico.

In un’Italia ancora pregna di ideologia gentiliana (la cultura è quella classica, pura, antica), di elitarismo culturale (la cultura è per chi ha fatto il Liceo), di resistenza alla contaminazione interculturale (siam tutti cattolici, anche i non cattolici), di provincialismo nazionalista (ma che vuole quest’Europa?), è difficile comprendere la caratura titanica di un autore come Stan Lee.

Sin dagli anni Quaranta, Stanley Martin Lieber era un orgoglioso autore di fumetti (e già questo…), quando a differenza di altri autori firmava le storie, pur con un nome d’arte, che poi però assunse quale suo nome a tutti gli effetti. Ebreo agnostico newyorkese: basterebbe questo per dire che fosse un liberal, dagli anni Novanta sostenitore aperto dei Clinton e di Obama, il quale gli ricordava qualcosa di Mr.Fantastic, il leader del Fantastici Quattro.

I suoi eroi rappresentavano tutto lo spettro del meltin’ pot americano. Ben Green, “La Cosa” dei Fantastici Quattro non solo era ebreo, con tanto di medaglietta con Stella di Davide al collo e partecipazioni a Bar Mitzvah, ma era la rappresentazione contemporanea del mito del Golem. Il motto di Peter Parker / Spiderman era «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità», richiamando l’adagio protestante della “libertà nella responsabilità”, tanto caro — e pesante come un macigno — per luterani e calvinisti. Il cattolico Bruce Banner / Hulk, alle prese con il senso di colpa di un mostro interiore impossibile da controllare. Il re africano Black Panther, testimone di una civiltà che è superiore alle altre solo se si mette al servizio della pace, della giustizia e del progresso. L’avvocato Matt Murdoch, supereroe cieco, non disabile, ma (sul serio) diversamente abile. Nell’universo Marvel c’è posto per tutti, così come in America.

lunedì 12 novembre 2018

PAP FICTION! QUALCHE LEZIONE DALLA SCISSIONE DI POTERE AL POPOLO di Claudio Bellotti





PAP FICTION!
QUALCHE LEZIONE DALLA SCISSIONE DI POTERE AL POPOLO
di Claudio Bellotti



“La sinistra dovrebbe unirsi, i vari gruppi e partitini dovrebbero mettere da parte le proprie divergenze, smetterla di farsi la guerra e mettersi tutti insieme”. Da un decennio questo ritornello viene ripetuto incessantemente. Questa retorica “unitaria” ha dato luogo negli ultimi dieci anni a diverse aggregazioni. Ricordiamo tra le altre la Sinistra arcobaleno (2008), la Federazione della Sinistra (2009-11), la Lista Ingroia (2013), l'Altra Europa con Tsipras (2014) e, infine Potere al popolo che si è presentata alle ultime elezioni politiche.
Dopo l'1,1 per cento raccolto nelle elezioni del 4 marzo è stato lanciato in pompa magna un “processo costituente” volto a trasformare la lista in un nuovo partito politico, con lo slogan “indietro non si torna”!

Scissione dopo un anno

Tuttavia ad un anno dalla sua nascita e a sette mesi dalle elezioni, Potere al popolo (Pap) si spacca verticalmente tra due fronti contrapposti. Tra recriminazioni, accuse reciproche e irripetibili bassezze via social media, ecco il bilancio.
Il cosiddetto Partito comunista (Pci) se n'era già andato dopo le elezioni; Sinistra anticapitalista ha seguito poco dopo, avendo constatato che il livello di democrazia interna era tale per cui si era rifiutata persino la pubblicazione di un loro contributo sul sito di Pap in quanto “disfattista”.
A seguire la segreteria del Partito della rifondazione comunista, dopo aver fatto di tutto per insabbiare il processo costituente, decide di ritirarsi all'ultimo giorno delle votazioni online che dovrebbero stabilire lo statuto e il percorso fondativo del nuovo partito. Di fatto è scissione, e si profilano carte bollate.
Restano in Pap circa 4mila aderenti che hanno votato online, organizzati prevalentemente attorno alle sigle del centro sociale ex opg di Napoli e al sindacato Usb.
Piuttosto che addentrarci nella lunga lista di colpi bassi e manovre che hanno contraddistinto questo scontro, ci sentiamo di trarne alcune indicazioni politiche.

venerdì 9 novembre 2018

LA CRISI VISTA DAL SUD INDIETRO NON SI TORNA… ​PURTROPPO di Alfonso Geraci e Marco Palazzotto




LA CRISI VISTA DAL SUD INDIETRO NON SI TORNA…
​PURTROPPO
di Alfonso Geraci e Marco Palazzotto




Dopo Nuovo PCI e Sinistra Anticapitalista, anche il PRC ha abbandonato il progetto PAP. Il documento votato dal CPN di Rifondazione non suscita entusiasmi, ma anche noi – che abbiamo condiviso per un anno il cammino di Potere al Popolo – abbiamo lasciato PAP dopo la votazione sui due statuti contrapposti, ritenendo (con motivazioni e preoccupazioni in buona misura diverse da quelle espresse dalla mozione di cui sopra) che si sia giunti a un capolinea, e che PAP abbia costruito e “blindato” un meccanismo di funzionamento sbagliatissimo e che rende molto difficile se non impossibile al singolo militante partecipare coscientemente ed efficacemente alla vita dell’organizzazione. Queste nostre riflessioni intendono avviare un dibattito, per cui auspichiamo che sia i compagni che proseguiranno il percorso di PAP che quelli che l’hanno abbandonato vogliano intervenire. [AG, MP]


Potere al Popolo prevede il potere al popolo?
La festa appena cominciata è già finita…
(Sergio Endrigo)


Lo scorso 9 ottobre si sono concluse le consultazioni svolte nella piattaforma informatica di Potere al Popolo che hanno sancito, secondo il comunicato dello stesso movimento (qui maggiori dettagli), la vittoria dello statuto 1 – sostenuto dalle componenti dell’Ex OPG occupato “Je so’ pazzo” e Eurostop – sullo statuto 2 – sostenuto invece dal PRC, ritirato all’ultimo momento dagli estensori e rimasto comunque online per il voto dopo la decisione della maggioranza del coordinamento nazionale provvisorio.

Hanno votato a favore dello statuto 1 circa 3300 persone su più di 9000 iscritti e quindi il 37% circa degli aventi diritto, e pari al 55% degli utenti attivi.

Non è il caso di soffermarsi molto sul dato numerico. A nostro parere risulta lapalissiana la sconfitta di chi ha sostenuto la bontà della piattaforma informatica quale strumento democratico. Ancorché il risultato venga sbandierato come positivo, resta il fatto che meno della metà degli iscritti a PAP ha scelto lo statuto 1 in un momento, quello costitutivo, che dovrebbe coinvolgere almeno la maggioranza qualificata degli aventi diritto, come avviene nelle costituzioni di nuovi soggetti politici, ma anche sociali e perfino aziendali. Immaginatevi cosa sarebbe successo in Italia se i nostri padri costituenti avessero votato la Costituzione repubblicana con queste percentuali.

sabato 3 novembre 2018

MOHAMMAD BIN SALMAN GETTA LA MASCHERA di Andrea Muratore







MOHAMMAD BIN SALMAN GETTA LA MASCHERA
di Andrea Muratore



La morte brutale di Jamal Kashoggi, il giornalista dissidente saudita ucciso nel consolato di Riad a Istanbul il 2 ottobre scorso, ha svelato al mondo il reale volto della presunta “rivoluzione” politica della monarchia wahabbita incarnata dal giovane erede al trono Mohammad bin Salman.

Osannato a lungo da media e politici occidentali per riforme cosmetiche come l’apertura dei cinema e il permesso di guidare accordato alle cittadine donne, MBS è stato più volte corteggiato, coccolato e osannato da numerosi leader occidentali (da Donald Trump a Emmanuel Macron, passando per Theresa May) interessati a rafforzare la partnership con Riad nel momento in cui l’Arabia Saudita, varando il piano di riforme economiche Vision 2030, appariva una risorsa fondamentale per futuri investimenti e accordi commerciali.

Protetto dalla doppia morale del “patto col diavolo”, per usare l’espressione resa celebre da Fulvio Scaglione, il regno wahabbita ha potuto continuare, nel frattempo, le sue linee politiche più detestabili: dalla repressione del dissenso (certificato da un aumento drastico delle condanne a morte) al perpetramento del violento conflitto yemenita, causa di una catastrofe umanitaria senza precedenti.

venerdì 2 novembre 2018

MALA TEMPORA di Guido Viale






MALA TEMPORA
di Guido Viale



Care e cari,

lasciate che mi presenti: sono il maltempo (mala tempora, in latino). Comincio parlando di me. Ma non vedete quello che sta succedendo? Quando mai si sono viste lastre di ghiaccio galleggiare per le strade di Roma come fossero fiordi dell’Artico? Su quella città abbiamo testimonianze scritte che coprono 2500 anni. Non è mai successo. Quando mai avete assistito all'alternarsi, nel giro di poche ore, di caldi tropicali e tempeste di pioggia e vento che mettono a soqquadro intere regioni? Quando mai avete visto tante frane, tanti straripamenti, tanti alberi abbattuti in così pochi giorni? Se poi alzate lo sguardo più in là, le cose stanno anche peggio: l’Africa si sta desertificando; Stati Uniti, America centrale e sud est asiatico sono sempre più spesso sconvolti da uragani. Persino il Mediterraneo, che non li aveva mai conosciuti, ha avuto il suo primo tifone quest’estate. E poi, i ghiacciai si ritirano, le calotte polari si sciolgono, il permafrost libera milioni di tonnellate di metano (un gas di serra venti volte più potente della CO2). Cambieranno le correnti marine, a partire de quella del Golfo che tiene al caldo l’Europa centro-settentrionale; è già cambiato il regime dei monsoni, avanza il deserto mentre si moltiplicano le alluvioni. L’acqua, quella buona, quella da bere, è sempre più scarsa.

Avete massacrato la Terra contando sulla protezione del cielo. Ma adesso il cielo, massacrato anch'esso dagli umani, moltiplica l'impatto dei disastri. Quello che vedete ora è solo un anticipo delle condizioni in cui sarete costretti a vivere di qui a pochi anni, e di quelle, sempre peggiori, in cui state condannando a vivere i vostri figli e i figli dei vostri figli.

Che cosa voglio dire? Che di qui a pochi anni, forse anche solo due o tre, le cose che tengono impegnata l’arena politica e le rispettive tifoserie, i decimali di punto di deficit, di Pil, di vera o finta occupazione, gli indici di borsa, la “crescita” (ma de che?), le Grandi e “indispensabili” infrastrutture, eccetera, eccetera, usciranno di scena per far posto a raffiche di divieti: quelli di usare questo e quello, o di produrre questo o quello, pur di ridurre le emissioni senza fare arrabbiare troppo questi o quelli; e a misure improrogabili per fare fronte alla moltiplicazione delle alluvioni, al crollo di strade e ponti, alle frane che trascinano con sé interi paesi, all'approvvigionamento dell’acqua potabile, alla rovina dei raccolti che rischierà di mettere alla fame non solo le popolazioni di mondi lontani di cui non vi è mai fregato niente, ma anche voi.

martedì 30 ottobre 2018

LELIO BASSO, LA SOLITUDINE DI UN SOCIALISTA LUXEMBURGHIANO di Diego Giachetti





LELIO BASSO,
LA SOLITUDINE DI UN SOCIALISTA LUXEMBURGHIANO
di Diego Giachetti



Diego Giachetti recensisce il nuovo libro di Sergio Dalmasso, La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico



Il libro appena pubblicato di Sergio Dalmasso, Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico (Roma, Red Star Press, 2018), aggiunge un nuovo importante tassello utile per comprendere le vicende legate alla sinistra politica e sociale italiana. Con la solita pazienza per i fatti e la documentazione che lo contraddistinguono, l’autore propone una snella e approfondita biografia politica di un protagonista del socialismo italiano, morto quarant'anni fa. Ritrovare e ripercorrere la vita di Lelio Basso significa entrare direttamente nella storia del socialismo italiano, nel periodo che va dal fascismo alla Resistenza, al lungo dopoguerra, con i dovuti e annessi riferimenti al contesto generale della seconda metà del'900.

Basso ha vissuto pienamente tutti quei decenni, li ha attraversati da protagonista nel senso di un militante che ha partecipato con le proprie idee e analisi alla lotta politica fuori e dentro il partito. Lo ha fatto senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio e di critica. Che Lelio Basso fosse un uomo che amava nuotare controcorrente lo dimostra la sua scelta di iscriversi nel 1921 al Partito socialista, proprio nel momento in cui tale partito non godeva di ottima salute. Aveva appena subito la divisione dei comunisti che portò alla costituzione del Partito comunista, al quale la maggioranza dei giovani socialisti aderì. La sua giovanile adesione al socialismo comportò conseguenze repressive ad opera del regime fascista: fu arrestato, processato e confinato.

domenica 14 ottobre 2018

POTERE AL POPOLO: LA MISERIA DELLA SINISTRA di Stefano Santarelli




POTERE AL POPOLO:
LA MISERIA DELLA SINISTRA
di Stefano Santarelli



Chi scrive questa nota è sempre stato molto scettico sulla nascita di Potere al popolo, una lista elettorale creata per le ultime elezioni politiche la quale all'inizio non aveva nessuna intenzione di costituirsi come partito e che si è presentata all'esterno come prodotto di una moderna “immacolata concezione”, di una lista nata dal basso ed espressione di movimenti purtroppo totalmente immaginari. In realtà questa lista non è nata dal basso, ma è stata costituita da un minestrone di varie forze politiche che vanno dai Centri sociali fino ai transfughi del PSI con un programma in cui vi era tutto ed il contrario di tutto.
La pesante sconfitta elettorale di tutta la sinistra ha investito fatalmente anche questa nuova formazione, sconfitta volutamente negata da tutte le componenti di PaP dove questa lista ottenne un misero 1,1%, un mediocre risultato che non era assolutamente giustificabile con l’oscurantismo mediatico, con le limitate risorse ed il poco tempo a disposizione.

Potere al popolo il 4 marzo non è riuscito a scalfire l’elettorato e a rappresentare quindi la volontà di cambiamento e di protesta contro una casta politica che sta portando il paese ad un impoverimento crescente colpendo i livelli di vita dei ceti medio-bassi. Infatti nonostante la grande partecipazione elettorale questa volontà di cambiamento si è indirizzata verso il M5S e la Lega le quali hanno ottenuto non solo il loro miglior risultato elettorale ma un vero trionfo politico e se oggi fossimo costretti a ritornare alle urne i sondaggi indicano che l'attuale governo giallo-verde otterrebbe come minimo il 60% dei suffragi.

sabato 29 settembre 2018

L'AREA DELLA RIVOLUZIONE NELL'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA di Diego Giachetti








L'AREA DELLA RIVOLUZIONE NELL'ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA
di Diego Giachetti



Introduzione

Il biennio ‘68-69 liberò una nuova e potenziale domanda di partecipazione politica connotata però da una critica radicale degli istituti della politica tradizionale, in primo luogo partiti e sindacati. Si creò una situazione caratterizzata da diversi elementi contraddittori e conflittuali. Da un lato mai come allora si manifestò una discrepanza fra l’offerta politica e la domanda di centinaia, forse migliaia di quadri prodotti dal movimento, domanda alla quale corrispondeva: «una dissennata politica di chiusura “a riccio” da parte delle organizzazioni politiche istituzionali della sinistra […] Così mille e mille “piccoli Lenin” si trovarono chiuso ogni sbocco, sia politico che professionale. La FGCI, tradizionale serbatoio e luogo di promozione dei nuovi quadri del PCI, si trovò ridotta (letteralmente) ai figli dei dirigenti del PCI proprio negli anni della massima produzione di quadri giovanili da parte del movimento» (1). Non solo la sinistra istituzionale si chiuse a riccio nei confronti del movimento e delle sue istanze politiche, ma procedette all'emarginazione di quei quadri giovani simpatizzanti del movimento, all'espulsione di una serie di quadri giovanili comunisti in odore di trotskismo alla vigilia del ’68 e, infine, alla radiazione del gruppo che faceva capo alla rivista Il Manifesto. D’altro canto però quella domanda politica, proprio alla luce della critica profonda alla quale il movimento aveva sottoposto la politica stessa, difficilmente avrebbe potuto incanalarsi negli istituti partitici e sindacali tradizionali. Quella domanda politica provò quindi a soddisfarsi da sola costituendosi in nuove formazioni e gruppi politici. Un processo simile accadde nelle grandi fabbriche del nord rispetto ai sindacati tradizionali. Anche qui la pressione e le richieste rivendicative dei giovani operai comuni e meridionali, non trovando un’adeguata ricezione e risposta nei sindacati esistenti si risolsero nella costruzione di comitati autonomi, di assemblee operai-studenti costituendo il retroterra sociale dei gruppi extraparlamentari. La tendenza alla costruzione del partito, o meglio di una miriade di piccoli partiti, era quindi l’espressione di un fenomeno «di massa, sociale e, per di più spontanea […] gli ex studenti che negli anni ’70 costruirono i loro partitini lo fecero spinti da un profondo e spontaneo bisogno sociale» (2).

lunedì 10 settembre 2018

FATELO ANCHE IN ITALIA di Sahra Wagenknecht






SAHRA "LA ROSSA" A FASSINA: 
" FATELO ANCHE IN ITALIA"
di Sahra Wagenknecht 



Il messaggio spedito da Sahra Wagenknecht ai fondatori di Patria e costituzione, l’associazione dell’area sovranista “di sinistra” presentata da Fassina e D’Attorre
«Patria e Costituzione è il nome dell’associazione che avviamo oggi, 8 Settembre, nel 75esimo anniversario della rinascita della Patria», ha detto il deputato di Leu, Stefano Fassina, aprendo l’assemblea fondativa a Roma. «Un’associazione – ha aggiunto – di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro, per affrontare la domanda di comunità, di protezione sociale e culturale, per rideclinare il nesso tra sovranità democratica nazionale e Ue, per definire strumenti adeguati per lo Stato per intervenire nell’economia». «Un movimento senza legami o collateralismi ai partiti in campo, ma attivo nella discussione di tutti i soggetti democratici e coerenti con i principi costituzionali. Un progetto per la rinascita della sinistra di popolo», ha concluso Fassina. 
Ecco il messaggio spedito ai convenuti da Sahra Wagenknecht, capogruppo della Linke in Parlamento e leader di Aufstehen, “In Piedi”, piattaforma politica che dovrebbe costruire una specie di ponte nel centro-sinistra in Germania, per rafforzarlo e portarlo al governo. Obiettivo dichiarato: la parola fine all’era delle grandi coalizioni cavalcate dalla Merkel. Un’operazione in sintonia con Mélenchon e Corbyn.




Cari compagne e cari compagni,

Auguro alla vostra iniziativa dell’8 settembre un grande successo.
Noi pochi giorni fa in Germania abbiamo fondato il movimento di rinnovamento sociale e democratico: ‘Aufstehen”, Alzati!”. Già oltre 130mila persone si sono iscritte. Questo dimostra che c’è un desiderio diffuso per uno cambiamento fondamentale. Un desiderio per un cambiamento sociale e politico pacifico in Europa.

Combattiamo per una Germania europea in un’Europa unita delle democrazie sovrane. L’Unione europea dovrebbe essere uno spazio protettivo, non ulteriore catalizzatore di un mercato di globalizzazione radicale e erosione della democrazia.

Saremmo felici, se anche in Italia emergesse un movimento di raccolta della sinistra diffusa, un movimento che mette al centro dell’agenda politica la giustizia sociale e la pace. Ci sono maggioranze nella popolazione per una nuova politica: per il disarmo e la pace, per i salari più alti, pensioni migliori, tasse più eque e più sicurezza, per maggiori investimenti pubblici nell’istruzione e nelle infrastrutture.

Nei parlamenti, tuttavia, sembra molto diverso. In questo momento, la situazione è di grande pericolo. Si susseguono gli attacchi ai diritti politici, allo Stato sociale, ai rifugiati.
Quindi, dobbiamo finalmente avviare una politica per la maggioranza dei cittadini in ogni Paese europeo.
Sarebbe meraviglioso se ce ne fosse uno anche in Italia. Un movimento per un cambiamento sociale.

È ora di Alzarsi! Buona fortuna!

Saluti solidali

Dr. Sahra Wagenknecht

mercoledì 5 settembre 2018

SGOMBERI E TORTURA: SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI di Antonello Zecca e Checchino Antonini





SGOMBERI E TORTURA: 
SALVINI SFORNA LA CIRCOLARE PER LA GUERRA AI POVERI
di Antonello Zecca e Checchino Antonini




«La proprietà privata è sacra e sono troppi gli Italiani vittime di occupazioni da parte non di bisognosi, ma di furbi e violenti». L’odio di Salvini per i senza casa non è nuovo, pure Minniti non scherzava e ci aveva già provato, con il “decreto casa”, Maurizio Lupi, ministro con Renzi, uomo di Cl, feroce apparato affaristico clerico-liberista, più volte nominato nelle carte di indagini su grandi e piccole opere, oggi deputato Udc in procinto di transitare in Forza Italia. La prima cosa che salta agli occhi è, anche stavolta, la continuità nelle politiche repressive e antipopolari tra governi Pd e Gabinetto Salvini-Di Maio. Quel decreto era un pacchetto di sgravi e deregulation per i palazzinari condito, all'articolo 5, da una norma che voleva colpire i movimenti per il diritto all'abitare: “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”
La circolare del Viminale con data primo settembre è più esplicita nell'ordine di eseguire sgomberi tempestivi, senza nemmeno la finzione della ricerca di soluzione alternativa come avviene attualmente. In genere la soluzione è punitiva, separa i nuclei familiari e li colpevolizza per la condizione di povertà affidandoli a servizi sociali stremati da decenni di tagli, gestiti da sindaci che cercano consenso sulla guerra ai poverissimi, quasi sempre migranti o rom.

lunedì 3 settembre 2018

CORBYN: NAZIONALIZZARE I SOCIAL MEDIA di Ingrid Lunden







CORBYN: NAZIONALIZZARE I SOCIAL MEDIA
di Ingrid Lunden




Al posto di Facebook un social media pubblico. Come la Bbc. 
La proposta di Corbyn contro i “tech giants”




Il modo migliore per contrastare l’effetto di Facebook nei discorsi politici e di altro tipo? Considera un piano per creare un’alternativa finanziata con denaro pubblico. Questo è stato il suggerimento proposto da Jeremy Corbyn, leader del partito laburista nel Regno Unito, che ha proposto la creazione di una “British Digital Corporation” (BDC) che sarebbe una organizzazione sorella della BBC (British Broadcasting Corporation, finanziato pubblicamente ), e lavorerebbe sia come think-tank per condurre la politica e la tecnologia digitale, sia come sede di servizi no-profit per competere con quelli a scopo di lucro, in alternativa a Facebook.

“Una BDC potrebbe utilizzare tutte le nostre migliori menti, l’ultima tecnologia e le risorse pubbliche esistenti per fornire informazioni e intrattenimento come i rivali Netflix e Amazon, ma anche per sfruttare i dati per il bene pubblico”, ha detto Corbyn in un discorso durante il festival televisivo di Edimburgo. “Una BDC potrebbe sviluppare nuove tecnologie per il processo decisionale online e commissionare i programmi da parte del pubblico e persino una piattaforma di social media pubblica con reale privacy e controllo pubblico sui dati che rendono Facebook e altri così ricchi”.

venerdì 31 agosto 2018

LA STRAGE DI GENOVA METTE A NUDO IL SISTEMA AFFARISTICO di Franco Ferrara






LA STRAGE DI GENOVA METTE A NUDO IL SISTEMA AFFARISTICO
di Franco Ferrara



"È crollato il Ponte… il Ponte di Brooklyn!"… ma non siamo a New York, siamo a Genova alle 11,37 di martedì 14 agosto 2018. È questa l’esclamazione sgomenta di alcuni abitanti della Val Polcevera che hanno sentito prima un enorme boato accompagnato da un bagliore azzurro e poi hanno visto il ponte sbriciolarsi nella sua campata centrale, quella che attraversa il greto del torrente. È una mattinata temporalesca, il bagliore azzurro è dovuto probabilmente allo scoppio di un fulmine che pare abbia anche colpito un pilastro del ponte. Tutta la zona è stata avvolta da una grande nube dovuta allo sbriciolarsi della grande infrastruttura.

Il bilancio è catastrofico: 43 morti, di cui 40 precipitati dal viadotto oltre a due operai di Amiu ed uno di Aster che stavano lavorando nell’isola ecologica di Amiu situata proprio sotto il ponte lato ovest. Danni materiali enormi per il valore dell’infrastruttura, per le aziende che hanno sede ed operano nella zona di Campi proprio sotto il viadotto, per le abitazioni che si trovano sotto il ponte lato est nelle vie W. Fillak e Via Porro, che hanno dovuto essere sgomberate tempestivamente. La sezione est del ponte, così come quella ovest, è pericolante e tutte e due dovranno essere demolite e con ogni probabilità anche gli edifici sottostanti. Genova subisce l’interruzione, e chissà per quanto tempo, della principale via di comunicazione tra il Levante, il Centro ed il Ponente cittadino. Siamo quasi alla paralisi di un’intera città.

Su quel ponte transitavano circa 75.000 autoveicoli al giorno, con un passaggio enorme di Tir legato anche, ma non solo, all'attività del porto di Genova, del quale era una via di comunicazione indispensabile.

martedì 28 agosto 2018

MELENCHON E IL GALLO FRANCESE di Jean-Jacques Marie




MELENCHON E IL GALLO FRANCESE
di Jean-Jacques Marie*



Pubblichiamo un breve articolo dello storico francese Jean-Jacque Marie, apparso originariamente sulla rivista svizzera A l’Encontre (http://alencontre.org/europe/france/france-debat-melenchon-et-le-coq-gaulois.html) su un aspetto che informa in modo determinante le concezioni ideologiche di Jean-Luc Mélenchon. Lo sciovinismo grande-francese che caratterizza, anche in modo simbolicamente visibile, le iniziative dell’ex-socialista francese, è, infatti, un aspetto delle sue posizioni che a sinistra, soprattutto all'estero, è troppo sottovalutato, ma centrale nella costruzione dell’orientamento politico complessivo di cui è espressione.
L’exploit elettorale che la France Insoumis, organizzazione politica di cui è leader indiscusso, ha ottenuto alle ultime elezioni presidenziali francesi, ha offuscato questo aspetto decisivo e ha contribuito alla popolarità di Mélenchon nella sinistra di diversi paesi; una popolarità che si è spesso nutrita di elementi carismatici, alimentati da una retorica spumeggiante e pomposa, costruita attorno a una critica nazionalista all’Unione Europea e a un anacronistico ritorno allo Stato sociale dei “Trenta Gloriosi”, nel quadro di un “capitalismo sociale”, di cui evidentemente la Repubblica francese sarebbe la più autentica interprete.

La riflessione, tagliente e senza sconti, di Jean-Jacques Marie, contribuisce all’opera di smitizzazione di una figura piuttosto controversa, e aiuta a diradare le nubi cariche di leaderismo che lo circondano e che offuscano i termini di un dibattito strategico sempre più necessario nella sinistra di classe.

domenica 26 agosto 2018

HOSTILES di Stefano Santarelli








HOSTILES
di Stefano Santarelli





“Non potete giudicare me, nessuno di voi (...).
Siamo tutti colpevoli di qualcosa.
Sto solo chiedendo un po' di pietà. Pietà!”





Sembra incredibile che un film come “Hostiles” non abbia avuto nessuna nomination all'Oscar eppure avrebbe meritato premi importanti sia per gli attori, sia per la regia e sia sopratutto come miglior film considerando poi che la celebre statuetta per quest'ultimo premio è andata al modesto “La forma dell'acqua”. In ogni caso siamo certi che Hostiles nel prossimo futuro sarà ricordato come uno dei migliori western usciti nell'ultimo decennio mentre film più celebrati e premiati saranno invece caduti nel dimenticatoio.
Infatti questo genere è quasi scomparso nel panorama cinematografico e molti recenti western non sono altro che remake di capolavori del passato da “Quel treno per Yuma” interpretato proprio da Christian Bale (2007) a “Il Grinta” dei fratelli Coen (2010) fino a “I magnifici sette” (2016). E ricordiamo che il bellissimo “Appaloosa” di Ed Harris (2008) si basa in fondo sul canovaccio della leggendaria sfida all'O.K. Corral.

Il film di Scott Cooper invece rivaluta questo genere cinematografico offrendoci un'amara riflessione sul genocidio compiuto verso i nativi americani e che ha costituito il fondamento per la nascita degli Stati Uniti d'America. La storia si svolge nel 1892 portandoci quindi la visione di una America che si sta modernizzando rapidamente e dove l'impari guerra contro le popolazioni indiane sono oramai alla fine e gli sconfitti sono invece destinati ad essere rinchiusi nelle riserve come veri e propri prigionieri.

L'inizio del film è veramente scioccante: partendo da un sincero omaggio al capolavoro fordiano “Sentieri selvaggi”, lo spettatore assiste all'atroce massacro in una sperduta località del New Mexico di una classica famiglia americana da parte di alcuni Comanche sbandati che lasciano una casa in fiamme e una madre Rosalee Quaid (Rosamund Pike) totalmente traumatizzata con i cadaveri del marito, delle sue due figlie e del neonato che portava in braccio.
Viene soccorsa dal capitano Joseph Blocker (Christian Bale), un veterano delle guerre indiane con un passato di feroce massacratore, che guida una sparuta e mediocre pattuglia composta da un tenentino appena uscito dall'Accademia militare di West Point, da un sergente maggiore affetto da una pesante depressione nervosa, da un esperto caporale nero e da una fresca recluta franco-americana totalmente sprovvista di esperienza militare. Questa pattuglia deve condurre Falco Giallo (Wes Studi), un celebre capo Cheyenne oramai malato terminale di cancro e la sua famiglia composta da quattro persone (il figlio Falco Nero con la moglie ed il bambino e l'altra figlia) nel Montana dove si trova la riserva della sua tribù.
Il capitano Blocker è quindi costretto a portare con se in un viaggio che si rivela subito pericoloso, la signora Quaid insieme a Falco Giallo e alla sua famiglia, comandando una pattuglia non all'altezza del compito. Ma nonostante vari agguati che assottigliano i militari e che porteranno le tre donne a subire anche una violenza carnale (dai bianchi e non dagli indiani) giungono finalmente in Montana dove Falco Giallo muore.
Questo viaggio duro e pericoloso trasforma gli uomini e le donne che lo stanno compiendo.
La signora Quaid nonostante la perdita traumatica dei figli e del marito stringe un rapporto amichevole e di sorellanza con la figlia e la nuora di Falco Giallo un rapporto che contribuisce a trasformare il capitano Blocker da vero criminale di guerra responsabile dell'uccisione di donne e bambini in un uomo che ha imparato a rispettare non solo il suo vecchio avversario Falco Giallo, ma tutti i nativi americani.
Purtroppo Blocker sarà costretto, insieme alla signora Quaid e alla famiglia di Falco Giallo, ad affrontare in una violenta sparatoria un gruppo di proprietari terrieri che lo lascerà solo in vita con il bambino e la signora Quaid.
Blocker e la signora Quaid si metteranno quindi insieme portando con loro il bambino sperando in un futuro migliore.

Un film ed un western certamente non comune che è stato veramente penalizzato dalla distribuzione, un film forse ancora scomodo per la società americana.

Da segnalare la bella regia di Cooper autore anche della sceneggiatura, e le bellissime interpretazioni di Rosamunde Pike veramente eccezionale nella parte di una donna che ha perso tutto tranne la sua dignità e di Christian Bale che si conferma il più eclettico attore dell'attuale cinema hollywoodiano i quali avrebbero meritato almeno una nomination all'Oscar.
Va segnalata anche l'interpretazione nella parte di Falco Giallo di Wes Studi, il bravissimo interprete di “Geronimo” (1993) un altro bel film che rivaluta la figura di questo leggendario capo degli Apache.

Questo film di Cooper fatalmente porta ad una amara riflessione sulla nascita degli Stati Uniti che non hanno mai fatto veramente i conti sul genocidio commesso sui nativi americani e sulla schiavitù nei confronti degli afro-americani. Questioni che ancora oggi non sono risolte e che costituiscono le vere radici del malessere di settori importanti della società statunitense e se non si faranno i conti con questa storia fatalmente si ripeteranno e quindi come confessa il sergente maggiore (Rory Cochrane) a Falco Giallo : “Il modo in cui noi abbiamo trattato i nativi non può essere perdonato. Abbiate pietà di noi.”




Il cast



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giovedì 23 agosto 2018

SALVINI E IL CORTOCIRCUITO SOVRANISTA A SINISTRA di Gianni Fresu








SALVINI E IL CORTOCIRCUITO SOVRANISTA A SINISTRA
di Gianni Fresu



La nascita del Governo Lega-5 stelle ha definitivamente fatto venire a galla un fenomeno carsico fino a oggi sottovalutato: la migrazione di diversi militanti e ex dirigenti della sinistra di classe in direzione del “sovranismo”. 
Stando alle loro affermazioni, saremmo di fronte a una profonda cesura storica dalla quale non possiamo estraniarci, pena l’irrilevanza nel Paese. In tal senso, si ritiene non solo legittima, ma necessaria un’apertura di credito nei confronti della nuova “coalizione giallo-verde”, perché considerata più avanzata sul piano delle possibili alleanze e meglio collocata nelle scelte di politica internazionale. 

La fibrillazione europea attorno alla nascita del governo sarebbe la prova di tutto ciò, inutile far notare loro che pure l’eventuale ipotesi di un governo guidato da Alba Dorata in Grecia o dal Front National in Francia avrebbe creato lo stesso allarmismo. 
Sembra impossibile l’innamoramento di alcuni ex guardiani dell’ortodossia verso questa alleanza, soprattutto se stiamo ai fatti: in politica estera il governo ha ribadito la centralità della Nato e l’alleanza con gli USA (suggellata dall’apertura di un canale privilegiato con Trump); in politica economica va in direzione di un liberismo sfacciato degno del miglior Monti, solo meno socialmente consapevole, ma per ignoranza; sulla gestione delle emergenze interne, al di là di razzismo e sessismo nemmeno dissimulati, repressione e conservatorismo sono le stelle polari. 

Così, di fronte al dramma dell’emigrazione, si preferisce rispondere con annunci muscolari (degni delle euforiche adunate sotto il balcone di Palazzo Venezia tanto care a una parte del popolo italiano) magari inutili, però buoni a tirar fuori il peggio del peggio della nostra tradizione nazionale per poi lucrarci sopra elettoralmente. Altro che superamento della dialettica destra/sinistra, Salvini è riuscito a mettere a segno una delle più classiche operazioni di tutti i movimenti di origine conservatrice e autoritaria: individuare nel nemico esterno (“i burocrati dell’Unione Europea” e “l’invasione degli immigrati”) il vero problema, la contraddizione che divide e paralizza la propria comunità nazionale. Non, ovviamente, le relazioni sociali, i rapporti di sfruttamento, i privilegi di un quadro tutto a favore del capitale e contro il lavoro. “I nostri imprenditori non sono cattivi, né avidi speculatori propensi all'accumulazione più che all'investimento produttivo, no, loro semplicemente sono vittime dalla dittatura di Bruxelles”. Insomma, Salvini detta l’agenda e tutti gli vanno dietro, compresi tanti compagni oramai più attenti alle questioni geopolitiche e all'interesse nazionale minacciato che al problema sociale. Così ci si può pure permettere di architettare una riforma del sistema fiscale iperliberista, destinata a rendere ancora più macroscopiche e insuperabili le differenze tra ricchi e poveri, che in altri tempi avrebbe portato a uno sciopero generale solo a pensarla.

martedì 21 agosto 2018

LA SCALATA DEI BENETTON: UNA RAPINA SENZA CONTROLLI di Antonio Moscato







LA SCALATA DEI BENETTON: 
UNA RAPINA SENZA CONTROLLI
di Antonio Moscato



Una vera mobilitazione di “persuasori” (non tanto occulti) tenta di contrastare l’ondata di indignazione - non solo genovese - nei confronti degli imprenditori cinici che conoscevano il pericolo ma rinviavano lavori da tempo indispensabili.

Il “Corriere della sera” affida a Sergio Romano il compito di scongiurare il uno scontato “processo sommario al mostro di Genova”, ricordando che un paese rispettabile paga sempre i debiti, e tutti i “giornaloni” hanno la maggior parte degli articoli rivolti a scongiurare quella che ritengono un’inammissibile rottura di un contratto tra lo Stato e le imprese privatizzate, anche se risulta un contratto iniquo.

La CGIL tira in ballo il pericolo per l’occupazione, come se la riacquisizione da parte dello Stato di un bene pubblico come le Autostrade dovesse mettere sulla strada chi vi lavora e non solo chi ha diretto la società con scarsa competenza e molto cinismo da “padroni delle ferriere”.

Pochissimi (a parte i pennivendoli dei grandi mass media) hanno dubbi sulla scandalosa immoralità della penale di 20 miliardi pretesa da chi si è comprato un’impresa redditizia come Autostrade utilizzando pochissimi liquidi: appena 2,5 miliardi di euro, completati col ricavato dei pedaggi. Un articolo molto tecnico di Fabio Savelli sul Corriere di oggi ammette che in meno di tre anni la “Schemaventotto” (così si chiamava la finanziaria usata dai Benetton nel 1999 per la scalata iniziale) “recuperò quanto speso per la concessione fino al 2038”.

giovedì 16 agosto 2018

CROLLO DEL PONTE MORANDI: DISASTRO INEVITABILE O TRAGEDIA DEL CAPITALISMO? di Giorgio Simoni








CROLLO DEL PONTE MORANDI:
DISASTRO INEVITABILE O TRAGEDIA DEL CAPITALISMO?
di Giorgio Simoni




L’articolo che pubblichiamo sulla tragedia di Genova presenta una documentazione essenziale e il quadro complessivo di scelte strutturali economiche e politiche che sono alla base di una catastrofe annunciata.

Pone in modo sempre più urgente il tema ineludibile della battaglia contro le privatizzazioni, della necessità del ritorno nelle mani integralmente pubbliche (no SPA e simili), e sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti, di settori economici e di strutture fondamentali che non possono in alcun modo essere lasciati alla logica del profitto e dell’interesse privato (Oggi persino La Repubblica è spinta a scrivere che “la tragedia di Genova è un frutto avvelenato delle privatizzazioni”). 
Pone il tema di un vasto piano pubblico dei trasporti che integri in modo coerente e funzionale ai bisogni del paese, cioè dell’intera popolazione, la parte su gomma e quella su ferrovia; conferma il nostro no alla logica di grandi opere che servono l’interesse di pochi e le speculazioni e la necessità di un vasto progetto e piano di manutenzione delle reti esistenti e di messa in sicurezza di un territorio la cui fragilità è stata messa più volte in evidenza dagli avvenimenti disastrosi che si sono prodotti. 
In altri termini pone il problema dell’alternativa tra la logica privata del capitalismo e la logica dell’interesse pubblico e del benessere e della sicurezza ambientale di tutte le cittadine e dei cittadini; richiede una svolta profonda che non verrà né dai governanti attuali, né da quelli che li hanno preceduti, entrambi profondamente legati al sistema esistente, ma solo da una nuova mobilitazione di massa sociale delle classi lavoratrici e popolari.




Il crollo del ponte Morandi a Genova, sull'autostrada A10, con il suo conto, al momento in cui scriviamo, di 39 vittime, 16 feriti, di cui 12 in codice rosso, e 632 sfollati, è una tragedia immane, che ci colpisce amaramente e che segnerà a lungo la storia del nostro Paese.

Al doveroso cordoglio per le vittime, per i loro famigliari, e alla vicinanza con tutti coloro che vedranno la propria vita drammaticamente cambiata da questa sciagura, deve accompagnarsi un inizio di riflessione su come ciò sia potuto accadere e quali ne siano le responsabilità.

Cominciare, seppure a breve distanza dai fatti, a ragionare su alcuni elementi per un futuro giudizio politico su quanto è successo, non è un atto di cinismo. Il cinismo, semmai, è quello dei mercati finanziari, che già all’indomani del disastro hanno segnato il crollo delle quotazioni del titolo Atlantia, controllante di Autostrade per l’Italia. Il riflesso pavloviano (come quello canino, da cui deriva “cinico”) del capitalista: «Qui c’è da pagare un sacco di risarcimenti, meglio spostare i capitali da un’altra parte».

sabato 11 agosto 2018

GERMANIA. IL PROGETTO DI WAGENKNECHT: UN NUOVO MOVIMENTO? di Manuel Kellner








GERMANIA. 
IL PROGETTO DI WAGENKNECHT: UN NUOVO MOVIMENTO?

di Manuel Kellner




Portavoce al Bundestag, assieme a Dietmar Bartsch, di Die Linke (La Sinistra), Sahra Wagenknecht proviene dalla sinistra anticapitalista del partito e ne è stata a lungo la sua rappresentante più popolare. Da un certo tempo lei e suo marito, Oskar Lafontaine – entrambi molto seguiti dai media – animano un raggruppamento informale, Team Sahra, al quale si può aderire via Internet, che lavora per la formazione d’un nuovo movimento politico sul modello di La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Hanno dichiarato che questo movimento sarà lanciato in settembre, non per fare concorrenza alla Linke, ma come strumento di pressione nei confronti degli altri partiti, in favore di una politica maggiormente sociale.



Alcune delle posizioni sostenute da Wagenknecht e Lafontaine si collocano a destra non solo dell’ala anticapitalistica della Linke, ma del suo stesso programma ufficiale. Il nemico individuato non è più il capitalismo in sé, ma il capitalismo neoliberale selvaggio. Le “frontiere aperte” sono ritenute un progetto della borghesia neoliberale per esacerbare la concorrenza in seno a coloro che stanno “in basso”, indebolendo così i salariati e provocando l’abbassamento dei salari reali. La difesa delle conquiste democratiche passerebbe attraverso la difesa della sovranità degli Stati-nazione, contro l’Unione europea e i progetti – come per esempio quello di Macron – di rafforzarne l’integrazione. Grosso modo, il progetto di Wagenknecht e Lafontaine mira a indebolire l’estrema destra, a contrastare l’avanzata elettorale della AfD e a conquistare settori dei salariati e degli strati popolari emarginati che, delusi dal Partito socialdemocratico (SPD) e attratti dalla demagogia di Alternativa per la Germania (AfD, d’estrema destra), non si riconoscono nelle posizioni di Die Linke. Secondo Wagenknecht e Lafontaine, sottovaluta troppo il timore di questi settori di trovarsi in una situazione di concorrenza sfavorevole con gli immigrati.
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