martedì 30 settembre 2014

GUERRA AL RENZISMO di Marco Ferrando



GUERRA AL RENZISMO
di Marco Ferrando




Matteo Renzi ha scelto la via della guerra al movimento operaio per nutrire le proprie fortune di aspirante Bonaparte. E' l'ora che il movimento operaio dichiari guerra al renzismo.

Non sarà Massimo D'Alema , già guida in altre stagioni dell'offensiva anti operaia, a salvare i lavoratori e l'articolo 18. Non saranno i vecchi trasformisti liberali a sbarrare la strada ai nuovi guappi reazionari. Al contrario: proprio il discredito della vecchia guardia PD ha spianato la strada al renzismo, che oggi usa oltretutto quel discredito come leva complementare del proprio attacco al lavoro ( il “nuovo” contro il “vecchio”). Ogni subordinazione del movimento operaio e sindacale alla dialettica interna al PD è dunque non solo infondata ma suicida.

Si impone invece una logica di classe indipendente: una mobilitazione autonoma e di massa dei lavoratori all'altezza della sfida lanciata. Una mobilitazione unitaria, radicale, prolungata, tanto determinata quanto determinato è il Capo del governo. Con un primo obiettivo incondizionato: difesa ed estensione dell'articolo 18, cancellazione del decreto Poletti e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. Dentro una piattaforma di lotta più generale: blocco dei licenziamenti, ripartizione del lavoro fra tutti con la riduzione dell'orario a parità di paga, cancellazione della riforma Fornero sulle pensioni, salario ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione.

CGIL e FIOM si assumano le proprie responsabilità, in quanto direzioni maggioritarie del movimento operaio.

Non bastano atti di “contestazione” simbolica- come propone Camusso- tanto più se l'obiettivo è conquistare il proprio diritto a negoziare l'arretramento dei diritti dei lavoratori con un capo di governo anti sindacale. Tanto meno sarebbero accettabili ulteriori ammiccamenti col renzismo- come ha fatto per mesi Landini- magari in una logica di scambio, sotto traccia, fra “bassa belligeranza” a difesa dei diritti e legge sulla rappresentanza sindacale. Questi ammiccamenti già hanno nascosto e abbellito la realtà del renzismo agli occhi di milioni di lavoratori. Vanno denunciati in tutta la loro gravità e archiviati.

E' giunto il momento di una battaglia vera.

CGIL , FIOM ( e tutti i sindacati classisti) promuovano un vero sciopero generale. Convochino in ogni luogo di lavoro assemblee unitarie dei lavoratori, in direzione di una assemblea nazionale di delegati eletti, che definisca piattaforma di lotta e forme di azione. Si rivolgano a tutta la classe lavoratrice e ai milioni di precari e disoccupati per una vera prova di forza contro il governo e il padronato.

La classe operaia può porsi alla testa di un vasto blocco sociale, organizzarlo e vincere.
L'alternativa non è lo status quo. E' un nuovo pesante arretramento del movimento operaio e di tutti gli sfruttati. Un arretramento sociale e sindacale: perchè l'abolizione dell'art.18, persino nella sua attuale versione menomata, significherebbe reale libertà di licenziamento illegittimo, senza neppure l'ingombro di un giudice. Un arretramento politico: perchè la vittoria di Renzi significherebbe lo sfondamento politico del renzismo quale punto di ricomposizione di un blocco reazionario, in una dinamica dirompente di teatcherismo populista.

Siamo ad un passaggio centrale della lotta politica e di classe in Italia.

Per questo il PCL svilupperà la propria proposta di lotta generale in ogni sede ( luoghi di lavoro e di studio, organizzazioni sindacali , manifestazioni, assemblee..)
Agirà innanzitutto tra i lavoratori e in ogni lotta per favorire lo sviluppo concreto dell'azione di classe contro il governo, dell'autorganizzazione di massa , dell'egemonia di classe sui movimenti sociali.
Parteciperà con le proprie forze e proposte ad ogni scadenza di mobilitazione, anche parziale e contraddittoria, che ci consenta di intervenire sulle masse sindacalmente attive e sui settori più avanzati della classe per sviluppare la loro coscienza politica in contrasto con le loro direzioni.
Sosterrà ogni iniziativa classista, anche limitata , che si ispiri all'unità di classe e/o che si muova in contraddizione con le burocrazie.

Di certo la battaglia contro il renzismo è e sarà un banco di prova cruciale per tutta la sinistra politica e sindacale.

30 Settembre 2014


dal sito Partito Comunista dei Lavoratori



La vignetta è del Maestro Enzo Apicella



lunedì 29 settembre 2014

SINISTRA ANTICAPITALISTA: IL FUTURO INIZIA A BELLARIA di Stefano Santarelli





SINISTRA ANTICAPITALISTA:
IL FUTURO INIZIA A BELLARIA
di Stefano Santarelli




Il seminario di Sinistra Anticapitalista che si è tenuto a Bellaria, ridente cittadina dell’Emilia-Romagna, il 26/28 settembre ha sancito il superamento della grave crisi che due anni fa a Trevi portò alla conclusione dell’esperienza di Sinistra Critica, l’organizzazione politica nata dall’omonima corrente di Rifondazione comunista, uscita nel dicembre del 2007 e che costituisce l’erede diretta della storica sezione italiana della Quarta internazionale nata nel lontano 1947. Come si può vedere da queste breve note è una organizzazione, che sia pure nata ufficialmente due anni fa, ha una profonda storia e tradizione politica, che sia pure con tutti i suoi limiti, si è contraddistinta per la sua coerente battaglia per un comunismo molto ben differente da quello staliniano.
La caratteristica più positiva è la ricerca che porta questa organizzazione nel costruire una convergenza tra le opposizioni sociali e partitiche.
Emblematico il ruolo che Sinistra Anticapitalista ha avuto nella nascita di Ross@ e l’appoggio alla Lista Tsipras.
Nel caso di Ross@ i nodi che hanno portato al fallimento di questa iniziativa sono da ricercarsi nella volontà dell’USB e del suo braccio politico (Rete dei comunisti) di costruire il solito e stantio nuovo partitino. L’adesione alla campagna per l’uscita dall’Euro e il non appoggio alla Lista Tsipras ne rappresentano gli aspetti politici che sono stati più determinanti a questa rottura.
Per quanto riguarda invece la Lista Tsipras, che Sinistra Anticapitalista ha appoggiato disinteressatamente, purtroppo le contraddizioni di Rifondazione comunista  da una parte e la crisi di SEL dall’altra che riguardano il rapporto con il PD  stanno facendo naufragare questa esperienza che aveva fatto nascere molte speranze all’interno della sinistra.

giovedì 25 settembre 2014

TORPIGNATTARA E' CENTRALE di Giuliano Santoro





TORPIGNATTARA E' CENTRALE
di Giuliano Santoro




“Non andare mai a vivere in quartiere che confina con una torre. Il motto circolava da anni nei salotti dell'alta borghesia romana e pare sia tornato in voga presso gli aperitivi della Roma-bene. È una di quelle regole che servono a erigere muri e tracciare confini, a marchiare col fuoco la scandalosa povertà di periferie [...] quali Tor Bella Monaca, Torre Angela, Tor Tre Teste.

E adesso c'è l'omicidio di un giovane pakistano che rispondeva al nome di Khan Mohamed Shandaz. Aveva solo ventotto anni ed è stato pestato fino alla morte. L'altro lato del dramma è un minorenne senza nome che si è consegnato spontaneamente alle forze dell'ordine dichiarandosi colpevole. Parrebbe un fatto di cronaca nera e marginalità, quello consumatosi nella notte tra il 18 e 19 settembre scorsi nella periferia sud di Roma. In una delle “torri” che si ergono a spettro della periferia sporca e incontrollabile che quelli dei quartieri alti hanno l'illusione di tenere a distanza è il mausoleo che l'imperatore Costantino volle costruire con anfore. La torre delle pignatte, Torpignattara, si incastra a sudest di Roma. Cinquantamila anime tutt'altro che marginali, a ridosso della movida del Pigneto, a due passi dai quartieri residenziali dei Colli Albani sulla Tuscolana, lungo il tracciato dell'acquedotto alessandrino e che porta dritto alle mura della città storica.

Nel quartiere globale della città eterna abitano uomini e donne di oltre sessanta nazionalità che vanno a mescolarsi ai romani di qualche generazione, figli dei migranti dell'Italia meridionale che nella prima metà del secolo scorso costruirono le baracche e affollarono i palazzotti della Marranella, dell'Acqua Bullicante. Tutto pareva destinato a reggersi su un equilibrio labile e prezioso, fatto di spirito d'adattabilità popolare ed elasticità culturali. Anche la proliferazione di cornershop asiatici e bar cinesi lungo il viale alberato era servita a rendere più illuminata, e quindi più sicura, la zona fino a tarda notte. Poi sono arrivati i segnali d'allarme. Nel luglio di due anni fa, durante il Ramadan, il rancore esplose contro i migranti inginocchiatisi sull'asfalto della trafficata via Serbelloni, tra l'ufficio postale e il centro islamico. Radunati per la preghiera del tramonto, dovettero fronteggiare le minacce di alcuni abitanti esasperati dall'affollamento quotidiano. Seguì una manifestazione di protesta indetta dalla comunità musulmana. Slogan in arabo risuonarono lungo le vie del quartiere. Nessuna presenza dalle istituzioni o tentativo di interlocuzione dai partiti del centrosinistra, che pure da queste parti raccolgono un mucchio di voti. Del resto, in molti ricordano quando la locale sezione del Pd espose un manifesto nel quale si esultava per l'avvenuto sgombero di un campo rom: “Finalmente diciamo no al degrado!”. Così, qualche settimana fa il quotidiano Libero ha gettato benzina sul fuoco e dipinto il quartiere come se fosse un califfato: “Torpignattara è sempre più simile a una grande città islamica – ha tuonato il quotidiano - negozi gestiti da immigrati arabi, scuole coraniche e anche sale del V Municipio concesse alla comunità musulmana per insegnare ai bambini il Corano”. Negli stessi giorni, sono sorte proteste spontanee contro il “degrado”, sono comparsi volantini a firma di sedicenti “cittadini di Torpignattara” nei quali si rivendica il diritto a difendere “la piccola proprietà e le tradizioni”. I capannelli per strada si sono infittiti, i gruppi su Facebook si sono infiammati. Il senso di abbandono da parte delle istituzioni ha fatto il paio con i colpi della crisi che fiaccano l'economia dei piccoli commercianti. Si tengono assemblee quotidiane e convulse, all'interno delle quali la voglia di dire la propria e la tentazione di ascoltare gli istinti più retrivi rischiano di mescolarsi. Le voci si accavallano: “Io non sono razzista ma...”, “Abitiamo alla stessa distanza dal centro di Roma dei Parioli ma ci fanno sentire estrema periferia...”, “... È persino tornata a scorrere l'eroina, come non accadeva da anni”. “Chi non ha niente o quasi niente, quel poco che ha, già per lui insufficiente, lo difende con le unghie e con i denti da chiunque minacci il suo misero possesso – spiegano quelli della Certosa, paesetto rosso all'interno del quartiere - L'atteggiamento di molti cittadini di questo quartiere non è ideologicamente razzista ma esprime la rabbia dell'affamato, di colui che sta annegando nel mare delle politiche capitaliste che lo vedono perdente e impotente. Con il nuovo residente si contende le briciole che cadono dal tavolo del banchetto dei ricchi”.

Nel romanzo “Il contagio” Walter Siti racconta la contaminazione tra l’ambizione degli abitanti del centro e la rudezza di quelle delle periferie. Secondo questa lettura postpasoliniana Roma, come il mondo, si sta trasformando in una grande borgata. Sotto la “marana” di Torpignattara, la pozza che sorgeva all’incrocio tra la Casilina e Acqua Bullicante, scorre ancora un fiume sotterraneo, che sfocia direttamente sulla Prenestina, al parco dell’ex Snia Viscosa, dove i movimenti hanno strappato alla speculazione il laghetto naturale con tanto di microclima. La partecipazione dal basso scorre come l'acqua dei sotterranei, e ha finora fatto da argine alla paura e alla diffidenza. Lo spirito del ribelle risorgimentale Carlo Pisacane aleggia sulle insegne della scuola elementare di zona che, per merito di maestre instancabili e genitori appassionati, è un gioiellino di istruzione multietnica odiatissimo dalle destre e poco protetto dai governanti. Solo qualche mese fa il leghista Borghezio venne qui a fare campagna elettorale: le mamme del quartiere lo cacciarono in malo modo. “Questa scuola potrebbe diventare uno dei centri propulsivi del quartiere – riflette Luciana, una delle maestre della Pisacane – Un laboratorio della Torpignattara che rifiuta il marchio che le vorrebbero appioppare”.

Il marciapiede di via Pavoni, il luogo dell'omicidio dell'altra notte, si trova a pochi metri dalla Pisacane. Prima di raggiungerlo bisogna passare davanti al cinema Impero, sala proiezioni abbandonata da anni. Venne costruito in pieno fascismo, assieme alla sua copia africana di Asmara. Il doppio coloniale di Torpigna, dunque, si trova in Eritrea, ulteriore segnale del destino di questo quartiere: un giorno le contraddizioni delle colonie, la loro proliferazione di confini e conflitti, si sarebbe materializzata qui, dal sud del mondo a sud di Roma.


23 Settembre 2014


da il Manifesto





SCUOLA: RENZI VA ALLA GUERRA



SCUOLA: RENZI VA ALLA GUERRA



La scuola che vuole Renzi e il suo governo è la stessa che voleva Berlusconi. La sua politica di populismo propagandistico nasconde anche per questo settore un disegno liberista e reazionario che mai nessuno è finora riuscito ad imporre. Ciò che occorre, come sempre, è una lotta all'altezza dell'attacco.


Le cosiddette linee guida per l'ennesima controriforma della scuola sono contenute in un opuscolo di 136 pagine, il cui titolo è già tutto un programma: “La buona scuola”. Evidentemente, nel giudizio degli estensori, la scuola italiana è ancora una cattiva bambina che va prontamente rieducata.

Premesso che gran parte di questo verbosissimo sproloquio è costituita da pure dichiarazioni di intenti, vaghe indicazioni di obbiettivi e fumose considerazioni sui metodi, soffermiamoci un momento ad analizzare i più recenti fatti che l'anno preceduta, e che ne costituiscono le premesse.

Come sappiamo, la perdurante crisi economica sta spingendo sempre di più i conti dello Stato verso il baratro. Il debito pubblico viaggia spedito verso i 2.200 miliardi, la ripresa non si vede, il PIL non cresce, i consumi crollano, di far pagare chi non ha mai pagato non se ne parla nemmeno, la troika incombe... e quindi che cosa rimane da fare se non tagliare ancora la spesa pubblica, a partire da scuola e sanità?

Da queste semplici considerazioni è facile che capire che ancora una volta la ”linea guida” è una sola, ed è la stessa delle riforme Berlinguer, Moratti e Gelmini: sopprimere posti, diminuire i salari, aumentare i carichi di lavoro.
Naturalmente, come solitamente succede in questi casi, si è fatta precedere la riforma con dichiarazioni “terroristiche”: fra giugno e agosto, nel corso di interviste, tweet e dichiarazioni pubbliche, il sottosegretario Reggi e la ministra Giannini sono arrivati a paventare il raddoppio delle ore di lezione a parità di stipendio per i professori, la eliminazione delle ferie, la libertà di licenziare e assumere da parte dei Presidi e cento altre amenità del genere.
È un trucco vecchio come il mondo, in molti libri di scienze delle finanze gli vengono dedicati persino dei paragrafi: quando un governo vuole prendere provvedimenti che vanno a peggiorare la situazione economica di una certa categoria di cittadini, è bene che preventivamente faccia circolare voci volte a prefigurare gli scenari peggiori immaginabili, di modo che quando poi la riforma effettivamente voluta sarà presentata, apparirà come “meno peggio” rispetto a quella temuta, e i cittadini colpiti la accoglieranno quasi con rassegnazione, se non addirittura con soddisfazione: “pensavo peggio!”

mercoledì 24 settembre 2014

LA GRANDE ALLEANZA REAZIONARIA di Franco Turigliatto





LA GRANDE ALLEANZA REAZIONARIA
di Franco Turigliatto





Puntuale come un orologio è arrivata l’esternazione del Presidente della Repubblica di pieno sostegno all’azione di Renzi e all’attacco all’articolo 18 e ai diritti del lavoro.

Ancora una volta Napolitano viola apertamente il suo ruolo di garante costituzionale intervenendo a gamba tesa nel dibattito politico e, per di più, su una materia fondamentale e decisiva come quella dei diritti della classe lavoratrice, oggi sottoposta a un’offensiva senza precedenti da parte delle forze padronali. Non ci stupiamo delle prese di posizioni del Presidente che ha agito sempre, in tutti i passaggi politici e sociali decisivi, come supremo garante degli interessi della borghesia italiana nonché difensore e propugnatore delle politiche europee dell’austerità e del fiscal compact. La sua azione, anche se prevedibile, è nondimeno inaccettabile ed indecente; dall’alto del colle si unisce alla grande alleanza reazionaria che vede uniti tutti i partiti della destra, il centro sinistra, le varie forze padronali con la Confindustria di Squinzi in testa, ogni sorta di benpensante conservatore e naturalmente tutti i mass media.

Tutti uniti, tutti insieme per una resa dei conti definitiva con il movimento dei lavoratori, per far valere una sola legge: quella del comando dei padroni nelle aziende e nei luoghi di lavoro e quindi anche nella società. Una sola voce contro il presunto “conservatorismo”, cercando di costruire uno scontro generazionale tra “vecchi” lavoratori e giovani e meno giovani disoccupati e precari per imporre per tutti l’eguaglianza verso il basso, attraverso i bassi salari e la libertà di sfruttamento. Solo che, nonostante la grande campagna mediatica, è proprio la maggioranza dei giovani che pensa che l’articolo 18 sia un’utile tutela; l’esperienza di lavoro precario e di ricatti e prevaricazioni permette loro di capire che questa norma non è un totem desueto, ma uno strumento che, se pure parzialmente, protegge ancora quasi 7 milioni di lavoratori del settore privato.

Nel frattempo i lavoratori, “stupidamente conservatori”, continuano a morire come prima nei luoghi di lavoro, uccisi dal mancato rispetto delle norme, dai ritmi troppi intensi, dalla fatica, dall’arrivare in tempo: un dramma senza fine. Ieri alla Thyssen Krupp e all’Ilva di Taranto e in tante piccole e medie fabbriche, oggi a Rovigo dove 4 operai sono morti avvelenati dalle esalazioni dell’anidride solforosa, domani in tanti altri posti, nella indifferenza, nel cinismo e nell’ipocrisia di facciata.

Ma si sa: questa è la modernità che continua. Questa è la “vita”, questi sono i profitti e gli affari, quelli che vanno difesi e preservati.

Possiamo dire che ci fanno non solo un po’ schifo, ma molto schifo, questi personaggi, che dirigono le aziende capitalistiche o che ne curano gli interessi nei governi e nelle istituzioni? Le forze della sinistra, del movimento dei lavoratori devono raddoppiare gli sforzi per denunciarli, per aiutare le lavoratrici e i lavoratori ad individuarli sempre più come i nemici da combattere e a costruire un movimento che faccia valere i loro diritti e gli obbiettivi di difesa dei salari e dell’occupazione.

L’intervento e il metodo di Napolitano, che il “Fatto quotidiano” ha definito “non da democrazia costituzionale, ma da Libero Stato di Bananas”, non hanno solo l’obiettivo di condizionare l’opinione pubblica, ma anche di mettere nell’angolo l’opposizione interna del PD. Su questa opposizione e sui suoi dirigenti, che in questi anni non hanno esitato a gestire le politiche dell’austerità nei governi delle larghe intese, naturalmente non c’è da farci troppo conto, tanto meno sulla loro determinazione ad agire fino in fondo e sul serio, ma tant’è: “meglio metterli a tacere subito, prima che nel paese possa manifestarsi una vera e ampia opposizione sociale e non lasciare che si determini alcuna crepa nel cammino di Renzi”, deve aver pensato il Presidente della Repubblica.

Ma la sua azione è rivolta anche a condizionare la CGIL, che non è certo decisa ed incisiva, ma che deve in qualche modo tenere conto dei sentimenti di settori ampi di lavoratrici e lavoratori con una iniziativa parziale, e la FIOM, che ha già deciso di anticipare la manifestazione nazionale per cercare di condizionare il dibattito parlamentare sul Jobs Act.

Le difficoltà per riuscire a contrastare il disegno restauratore di Renzi e dello schieramento padronale capitalistico sono grandi, ma tutti i settori politici e sociali di classe e di sinistra debbono nelle prossime settimane impegnare in modo unitario le loro forze per utilizzare tutte le scadenze di lotta e di mobilitazione che sono state prospettare, per favorire al massimo la partecipazione dal basso, per non delegare le scelte politiche alle direzioni sindacali burocratiche, che hanno pesantissime responsabilità su quanto è successo in questi anni e sulla condizione presente dei lavoratori: per costruire le condizioni di una mobilitazione forte e prolungata, cioè di un vero e proprio sciopero generale.

La coalizione reazionaria benedetta dal Presidente della Repubblica può essere battuta solo con una grandissima prova di forza sociale di cui vanno costruite le condizioni organizzative e la credibilità politica.

23 settembre 2014



dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Mauro Biani




martedì 23 settembre 2014

COSA STA SUCCEDENDO A TORPIGNATTARA di Valerio Mattioli, Demented Burrocacao







COSA STA SUCCEDENDO A TORPIGNATTARA
di Valerio Mattioli, Demented Burrocacao



Cari lettori di VICE,

Se queste pagine le frequentate spesso, saprete che nascondono una specie di rubrica occulta il cui nome di fatto è “Cronache da Roma Est”. Probabilmente questa rubrica-fantasma la detestate. Probabilmente vivete a Bergamo, a Camerino o a Manfredonia e di Roma non vi frega niente, figuriamoci del suo disastrato quadrante orientale a cui dedicammo persino una guida . Probabilmente vi siete stufati di tutto questo parlare di via Casilina, del Prenestino e del  Pigneto, e probabilmente vi siete stufati pure di noi, e per “noi” intendiamo proprio noi due che firmiamo l’articolo, perché a Roma Est ci viviamo e ne scriviamo spesso. Perché insomma, che gliene può fregare a un bolognese o a un friulano di posti come La Marranella? Delle ex baracche del Mandrione? Delle feste di quartiere a Certosa? Va bene, c’è stato almeno un mezzo bolognese - mezzo friulano  a cui passeggiare per Marranella, Mandrione e Certosa piaceva assai, ci ha scritto i libri e girato i film, si chiamava PPP e questo lo sapete tutti, ma intanto PPP è morto quarant’anni fa, il suo ritratto è finito ad adornare il peggior bar del Pigneto, e a via Tempesta Willem Defoe mica s’è visto. Comunque.

Il fatto è che insistiamo a pensare che quello che succede da queste parti, interessante lo sia. Mettiamola così: ci sembra che dica qualcosa. E che almeno in potenza questo qualcosa parli anche a chi vive a Bergamo, Camerino e Manfredonia. Stavolta vi vogliamo raccontare quello che è successo nelle ultime settimane a Torpignattara. Speriamo che il nome vi suoni. Se avete letto PPP o vi ricordate di Teo Teocoli che imita la parlata romanesca, non dovrebbe giungervi nuovo.

Bene, allora:

Storicamente, Torpignattara (Tor Pignattara per la toponomastica ufficiale, Torpigna per gli amici) è un quartiere popolare quando non direttamente povero, un po’ come lo furono le aree limitrofe di Pigneto, Centocelle, Quadraro e così via. Del quadrante orientale di Roma, Torpignattara è anche quello in cui la componente multietnica è più vistosa e in un certo qual modo dichiarata: la comunità più diffusa è quella bengalese, tanto che da qualche tempo al toponimo ufficiale si è aggiunto quello ufficioso di Banglatown, ma molto radicata è anche la presenza di comunità peruviane, rumene, filippine, cinesi e nordafricane.

lunedì 22 settembre 2014

COME DIFENDERCI DAI #TENTACOLI DI EXPO 2015? di Wu Ming




COME DIFENDERCI DAI  #TENTACOLI DI EXPO 2015?
Dateci una mano!

di Wu Ming




Premessa: cosa pensiamo di Expo 2015

Riteniamo Expo 2015 – «Nutrire il pianeta. Energie per la vita» – un Grande Evento Deturpante, Insensato e Indecente, preceduto e accompagnato da Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte.

Le inchieste della magistratura stanno rivelando un alto livello di corruzione e una robusta presenza delle mafie nel sistema di appalti e subappalti di Expo 2015. Finora i poteri che vogliono il megaevento sono riusciti a far finta di nulla, dando la colpa all’occasionale «mela marcia», ma a essere marcio è il cesto, la corruzione è insita nella logica del Grande Evento Devastante, Inaccettabile e Idiota.

Come lo stanno tirando su questo baraccone mangiasoldi pieno di fuffa?

Lo tirano su a colpi di deroghe e poteri speciali, come già visto per altre “grandi opere” e “grandi eventi”, dal post-terremoto in Abruzzo al TAV Torino-Lione.

Lo tirano su accaparrando risorse: costerà almeno 10 miliardi di fondi pubblici.

Lo tirano su sfruttando la gente: per tipologie contrattuali e condizioni di lavoro Expo 2015 è stata definita «un vero e proprio laboratorio della precarietà».

Lo tirano su aggredendo i territori, spianando parchi,  gettando grandi colate di cemento, progettando nuove autostrade.

Lo tirano su lavorando insieme alla mafia, ed è una cosa segnalata da tempo, si vedano questi articoli:
"Expo, le mani della mafia"   (L’Espresso, 29/11/2012)
"Quanti affari tra mafia ed Expo" (L’Espresso, 17/07/2014).

Lo tirano su fingendo di essere “trasparenti”, come accade con quasi ogni “osservatorio” su una Grande Opera, dove in realtà controllati e controllori sono gli stessi soggetti, e allora ecco a voi Open Expo!

Lo tirano su senza che ci sia stata alcuna discussione democratpffffffff… Ah! Ah! Ah! Ah! Dovevi vedere la tua faccia mentre leggevi!

Lo tirano su cercando di cooptare anche le voci critiche, non solo con la lusinga del denaro, ma anche con un classico ricatto ideologico: «Ormai l’Evento si fa, perché non ci aiuti a renderlo migliore? Noi siamo aperti e democratici, c’è spazio anche per il tuo punto di vista.» A patto che la critica non riguardi l’opportunità dell’Evento stesso. Come per le Grandi Opere, l’opzione zero non è contemplata.

In estrema sintesi: Expo 2015 lascerà in eredità una montagna di debiti, cemento e nuovi elementi di «stato d’eccezione».

Allora, è abbastanza chiaro come la pensiamo al riguardo? Sì? Bene, adesso spieghiamo cosa ci sta succedendo e perché abbiamo bisogno di aiuto.

domenica 21 settembre 2014

UOMINI IN ROSSO: PARODIA DA PREMIO HUGO di Marcello Lembo





UOMINI IN ROSSO: 
parodia da Premio Hugo

di Marcello Lembo


Parodia, umorismo ma anche metaromanzo o metafiction. Sono gli Uomini in rosso di John Scalzi che, con buonapace dei fan più oltranzisti di Star Trek, hanno spopolato all’edizione 2013 del premio Hugo, il più ambito riconoscimento letterario dedicato alla fantascienza, e che ora sono arrivati nelle edicole nostrane grazie ad Urania.
Redshirts (questo il titolo originale) prende di mira senza troppa pietà l’universo creato da Gene Roddenberry e in particolare la serie classica, quella con il comandante Kirk, con il signor Spock, il dottor McCoy e così via.

Le maglie rosse del titolo sono infatti le leggendarie comparse che accompagnavano sempre Kirk e gli altri nelle missioni di esplorazione più o meno pericolose e che, vittime delle esigenze della sceneggiatura, finivano immancabilmente per lasciarci la pelle, spesso in modo orribile per aggiungere un pizzico di drammaticità. Uomini in rosso decide di dare voce (ma anche un nome, una storia e una personalità) a chi la voce la usava solo per battute di raccordo o per lanciare qualche monologo ai protagonisti. In un universo disegnato sul modello di Star Trek, infatti, il guardiamarina Dahl e i suoi amici salgono a bordo della famosa/famigerata Intrepid, una nave dove ogni missione esplorativa sembra concludersi con uno schema preciso, e così se un ufficiale e un non ufficiale vengono contagiati da un morbo terribile alla fine è sempre il non ufficiale a morire e a spronare il comandante a fare di tutto per salvare invece l’ufficiale.

Nella prosa di Scalzi, che si inserisce nella falsariga della fantascienza umoristica alla Douglas Adams (anche se il paragone non farà piacere all’autore che ha sempre accusato Adams di aver creato attorno a sé una coda di imitatori che ha finito per danneggiare il sottogenere), la parodia di Star Trek non va intesa come omaggio nostalgico, ma come vera e propria satira sferzante coniugata in forma metanarrativa, perché i personaggi di Uomini in rosso, personaggi secondari che si prendono il centro del palcoscenico, non solo dovranno rendersi conto di vivere in una fiction, ma di vivere in una fiction scritta male, dove i presunti protagonisti si comportano in modo illogico, dove la scienza è sostituita da paroloni senza senso e dove la narrativa è una tiranna più spietata della media.





Uomini in rosso è uscito all’inizio del mese in edicola, in un’edizione di 268 pagine che raccoglie anche le tre code, ovvero tre storie collegate pubblicate anche nell’edizione americana del romanzo. Il tutto al solito prezzo popolare di 4,90 euro.


20 settembre 2014

dal sito Geekshow

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UOMINI IN ROSSO di John Scalzi

Fabio F. Centamore ci parla oggi del premio Hugo dello scorso anno, appena uscito su Urania (Urania 1610, trad. Marcello Jatosti). Premesso che trovo giusta la sua pubblicazione, anche fosse solo per il fatto di aver vinto un premio così importante, e premesso anche che ognuno ha i suoi gusti (e ho già notato che a molti il romanzo è piaciuto), devo tuttavia dire che il romanzo mi aveva a suo tempo profondamente deluso, soprattutto considerato il nome e la fama dell'autore, quel John Scalzi che è stato da tutti osannato al suo apparire come il novello Heinlein, per il bel ciclo della Guerra del Vecchio (pubblicato in Italia da Gargoyle) e per quel gioiello umoristico che è The Android's Dream (spero vivamente che qualcuno ora lo vada a comprare...). Condivido dunque le perplessità di Fabio e lascio a lui il compito di illustrarle in maniera più compiuta e approfondita.   (Sandro Pergameno)



 LA DURA LEGGE DELLA CASACCA ROSSA
di Fabio F. Centamore



Pubblicato nel 2012 anche in vari formati diversi dal cartaceo — fra cui segnalo una edizione audiobook realizzata con la voce di Will Wheaton, l'ormai barbuto e appesantito Wesley Crusher della "Next Generation" — il romanzo ebbe tanto di quel successo e popolarità negli Stati Uniti da venir insignito addirittura del premio Hugo nel 2013. Successo e onorificenza, temo, dovuti più all'omaggio chiaro e diretto all'universo di Star Trek che ai suoi effettivi meriti letterari.
Si faccia avanti chi di voi, duri fantascientisti e non, seguendo le vicende del capitano James T. Kirk e soci non si sia mai chiesto "ma perché muoiono sempre quelli con la maglietta rossa?" Tale fenomeno si ripeté così regolarmente nei settantanove episodi della serie originale, da rendere tristemente popolare il colore rosso a bordo della mitica nave spaziale. Fu forse per sfatare questa "regola" che Roddenberry assegnò proprio la casacca rossa ai primi due ufficiali al comando della nuova Enterprise nella "Next Generation"? E chi può dirlo? Di certo sono stati pochi i personaggi importanti a indossare la fatale uniforme. Le casacche rosse più famose, le uniche a non morire mai, furono in effetti pochissime ma tutte estremamente importanti:

1) Montgomery Scott, insuperabile capo ingegnere della prima Enterprise.
2) Janice Rand, attendente del capitano Kirk (misteriosamente scomparsa dalla seconda stagione TOS).
3) Nyota Huura, tenente addetto alle comunicazioni a bordo della prima Enterprise.
4) Jean-Luc Picard, capitano dell'Enterprise Next generation.
5) William Riker, primo ufficiale di Picard.
6) Benjamin Sisko, comandante della stazione Deep Space 9.
7) Kathrin Janeway, comandante della piccola astronave Voyager.

Dico, tutti pezzi da novanta nell'economia del grande microcosmo di Star Trek. E gli altri? Quelli dai visi anonimi, le espressioni fissate dal cerone, quelli che non dicevano quasi mai battute — neanche il classico "sissignore" in risposta agli ordini ricevuti — entrando e uscendo dalle inquadrature? Ebbene, quelli fin troppo spesso morivano nei modi più bizzarri e assurdi, roba che non immaginereste nemmeno nei vostri incubi più coloriti. Sappiate, comunque, che fra i pochi episodi in cui non muoiono casacche rosse ci sono episodi scritti da Theodore Sturgeon, Richard Matheson e Harlan Ellison. Sarà stato un caso? Non indaghiamo oltre. Sarebbe forse interessante elencare tutti i modi e sistemi, escogitati da Roddemberry e dai vari sceneggiatori della serie, per uccidere i malcapitati ragazzi in rosso (disintegrati, corrosi da potentissimi acidi, ridotti a cubi composti da elementi essenziali, soffocati, privati di ogni molecola di sale, ecc...). Interessante, ma ci porterebbe alquanto lontano dall'oggetto di questa dissertazione.
Vi basti sapere che Scalzi costruisce l'intero romanzo attorno all'inquietante regola della casacca rossa ("camicia rossa", in verità, da noi dovrebbe essere riservata a ben più nobili personaggi, vista la nostra storia risorgimentale).

I ragazzi in rosso sono morti 

Un altro ingrediente fondamentale del romanzo di Scalzi non ha molto a che fare con la fantascienza, anche se è parte importante della tradizione letteraria anglosassone. Qualcuno ricorderà che nel 1990 emersero alla ribalta internazionale tre importanti personaggi del mondo del teatro e del cinema, due attori e un commediografo - regista. Tom Stoppard, il commediografo - regista, era in realtà già un nome molto conosciuto in ambito teatrale. I due attori protagonisti del film in questione, invece, erano alla loro prima prova cinematografica di valore, Tim Roth e Gary Oldman. Il film vinse il leone d'oro al festival di Venezia e proiettò le figure di Stoppard, Roth e Oldman molto in alto nel firmamento cinematografico. Il film, una rivisitazione dell'Amleto di Shakespeare dal punto di vista di due dei personaggi minori, era Rosenkrantz e Guilderstern sono morti. Stoppard aveva scritto e rappresentato il dramma già nel 1964, facendo rivivere il capolavoro shakespiriano secondo le tematiche tipiche del teatro dell'assurdo. Il dramma fondamentale, infatti, consisteva nell'ineluttabilità della sorte. I due malcapitati si ritrovano loro malgrado invischiati nella vicenda di Amleto e, pur essendo coscienti di recitare un ruolo in un grottesco dramma, non riescono a uscire dalla rappresentazione e sono costretti a subirne l'annunciato finale. In sostanza, la finzione è più inevitabile della realtà. Di più, può sostituirsi alla realtà e prendere possesso degli individui riducendoli a semplici ruoli teatrali, annullare la distanza fra ciò che siamo e ciò che soltanto recitiamo. E dunque, sembrano volersi chiedere Rosenkrantz e Guilderstern, dove finisce la finzione e inizia la realtà? Sarà ancora possibile distinguere i due piani e vedere le cose per ciò che realmente sono? Queste angosciose domande, l'intrico inevitabile e indissolubile fra realtà e finzione, l'equivoco dell'esistenza insomma (io sono o semplicemente faccio finta di essere?) sono esattamente gli elementi attorno a cui vorrebbe ruotare il romanzo di Scalzi. In questo senso è forse lecito accostare il romanzo all'opera di Stoppard e ci aiuterebbe a inquadrare meglio il senso e il quadro generale attorno a cui le casacche rosse di Scalzi muovono le loro interazioni. E perché no? Un autore del calibro di Scalzi difficilmente si sarebbe limitato al giocoso omaggio a Star Trek senza voler cercare qualcosa di più. La vecchia fantascienza come puro intrattenimento popolare è ormai morta e sepolta. Oggi gli autori di riferimento, che arrivano alla ribalta oltre i loro confini nazionali, provengono solitamente da un background complesso e variegato da molteplici influenze non solo o non necessariamente letterarie. Il tentativo di Scalzi insomma sembrerebbe di tutto rispetto: veicolare le problematiche esistenziali del teatro dell'assurdo attraverso il mito di Star Trek e della fantascienza eroica.

I cavoli a merenda 

Si tratta di vera gloria? E se, per quanto nobile, il tentativo non fosse del tutto riuscito? Senza dover scomodare le Scogliere dello spazio del mitico duo Pohl - Williamson, nella vastità del cosmo non solo esistono più cose di quante ne possa contemplare la nostra filosofia. Ma vi sono anche secche e trappole in grado di invischiare perfino il genio letterario più acuto e sagace. A tal riguardo, temo che in questo romanzo si sia voluto giocare un po' troppo con la popolarità di certe tematiche, situazioni e personaggi a scapito di una trama vera e solida. Pur accostabile al dramma di Stoppard, il romanzo non arriva mai alla coerenza interna della piéce nè i personaggi arrivano a sfiorare lo spessore e la complessità di quelli stoppardiani. A differenza del grande commediografo, Scalzi non arriva mai a intrecciare veramente finzione e realtà: i ruoli interpretati dai personaggi del romanzo non sono mai così coerenti e complessi da poter sembrare realtà. In effetti il giochino voluto da Scalzi, la finzione che prende il posto della realtà confondendosi con essa, è scoperto fin dalle prime pagine. Fin dal prologo, la situazione che si va tratteggiando appare anche troppo artefatta per sembrare reale. Perfino i dialoghi, volutamente irreali e privi di credibilità, fanno subito pensare al "colpo di scena" che arriverà ad un certo punto del libro. Insomma, fin da subito, il lettore è portato a pensare "Troppo banale per essere tutto qui, sicuramente succederà che..." E puntualmente succede. E poi? Cosa rimane della trama? Quasi nulla. Personaggi che recitano altri personaggi e, cosa incredibile, non lo fanno in maniera credibile. Perdonate il bisticcio di parole. Da un romanzo premio Hugo, insomma, e da un autore di tal calibro c'era da aspettarsi di più. Invece, tolto l'omaggio a Star Trek, avrei perfino qualche difficoltà a considerare questo romanzo fantascienza. L'arma letteraria dell'equivoco finzione - realtà sembra risolversi in un nulla di fatto, il colpo non parte e la penna ha perso la punta. Tolto il ritmo spiritoso, ma non arguto, di certe situazioni, ci rimane una sorta di giustapposizione mal assortita di teatro e fantascienza, come i proverbiali cavoli a merenda.









19 settembre 2014







sabato 20 settembre 2014

GIOCATORI DELLE TRE CARTE di Antonio Moscato






GIOCATORI DELLE TRE CARTE
di Antonio Moscato



Incredibile quel che tocca ascoltare ogni volta che Matteo Renzi si ferma un attimo per fiatare e concedere al popolo una delle sue sentenze da oracolo. Sia pure con un’altalena di “qui lo dico e qui lo nego”, facilitato dall’inconsistenza del 90% dei suoi ministri e sottosegretari, che non arrossiscono quando vengono momentaneamente smentiti per aver detto un po’ di verità, il programma di Renzi si chiarisce sempre più. È un metodo generalizzato, che riguarda tutti i suoi collaboratori, da quello più importante (Padoan) all’ultima ruota del carro, il sottosegretario agli esteri Mario Giro, che dopo aver annunciato tranquillamente che l’Italia paga per avere i suoi cittadini sequestrati, ha subito assicurato di non averlo detto. In realtà quel che aveva detto, tutti lo sanno, a partire dalle bande di sequestratori che considerano i cooperanti italiani un bottino redditizio (ne aveva dato testimonianza Domenico Quirico, che ne aveva fatto esperienza diretta). Ed è inquietante perché la sempre maggiore sovraesposizione militare dell’Italia in molti scacchieri, compresa Africa e in Medio Oriente, può far gonfiare questa ovviamente segretissima voce del bilancio.

Ieri col suo stile ormai inconfondibile Renzi ha gridato che l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori vanno cambiati in fretta, perché sono di destra, e sanciscono un mondo del lavoro basato sull’apartheid. Quindi visto che moltissimi lavoratori (secondo la Stampa circa il 50%) sono privi di ogni diritto, compreso quello di non essere licenziati senza motivo, questo diritto va tolto ormai a tutti. Questa è la giustizia e l’uguaglianza secondo Matteo. Se si va a cercare, nei mesi scorsi aveva fatto dichiarazioni in un senso o nell’altro, accelerando o frenando: aveva perfino lasciato annunciare al suo ministro del Lavoro ipotesi di compromesso. Ora, all’improvviso, è arrivato a dare per scontata l’urgenza assoluta del provvedimento, lasciando intendere anche che se il parlamento continuerà ad esprimere dubbi, si troverà di fronte un bel decreto. Verrebbero così tolti insieme i diritti dei lavoratori e le possibilità delle camere di incidere e di modificare un provvedimento così importante.

venerdì 19 settembre 2014

IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO di Stefano Santarelli





IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO
di Stefano Santarelli




Esistono vari modi di fare le polemiche politiche ma si deve riconoscere che Moreno Pasquinelli, il leader del MPL, ha scelto nel suo ultimo articolo, "Kautskyani o trotskysti? Sul fianco sinistro del blocco eurista"  apparso nel Blog “Sollevazione”, il modo peggiore attaccando duramente un contributo di Olmo Dalcò (un evidente pseudonimo) scritto per il seminario nazionale di Sinistra Anticapitalista . Questa polemica rappresenta un vero salto di qualità rispetto alle precedenti querelle lanciate da Pasquinelli.

Ora deve essere chiaro che non mi scandalizza la contestazione di un articolo anche se espressa con toni particolarmente duri e pesanti, in fondo vengo dalla scuola della Quarta internazionale, ma trovo assolutamente inaccettabile che Sinistra Anticapitalista e con essa quindi tutte le altre formazioni contrarie all’uscita dalla moneta unica e già criticate a suo tempo da Pasquinelli come i CARC, il PCL (e a questo punto la lista diventerebbe veramente lunghissima) non favorevoli al lancio di una campagna per l’uscita dall’Euro vengano accusate di essere “diventate satelliti del PD, (e) come Renzi si illudono di ‘poter cambiare verso’ all’Unione europea, e quindi sono oggettivamente diventate truppe di complemento delle oligarchie eurocratiche”.

E’ una critica sicuramente ingenerosa, vergognosa oltre che calunniosa questa che il prode Moreno riserva tra l’altro ad una formazione che, sia pur con tutti i suoi limiti che essa stessa riconosce, non ha avuto nessuna esitazione a indicare (da subito e prima dello stesso Pasquinelli) in Renzi e nel suo governo il nemico pubblico n°1.

E’ evidente che lo stile di Pasquinelli, se di stile si può parlare, ostacola qualsiasi tentativo di costruire un fronte unitario della sinistra e delle forze sociali per contrastare il governo Renzi e le sue politiche liberiste che non solo stanno impoverendo la società italiana ma creano le premesse per la distruzione totale dei diritti e delle conquiste sociali ottenuti dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi.
Senza la costruzione di questo fronte unitario il nostro paese rischia non solo attacchi ai livelli di vita dei ceti medio bassi della nostra società, ma una svolta autoritaria di cui non è difficile prevedere le conseguenze.

E’ questo il vero soggetto che ci troviamo di fronte non certamente il lancio di una campagna demagogica per l’uscita dall’Euro che può costituire al massimo soltanto un aspetto tattico ma certamente non strategico della nostra battaglia politica. Ma il nostro Pasquinelli evidentemente non conosce la differenza che passa tra la tattica e la strategia politica al contrario di un altro Moreno (Nahuel), celebre dirigente trotskista argentino che dedicò su questo aspetto un suo celebre testo.

Io non sono assolutamente un esperto di problemi economici come i miei compagni Achilli e Gatti anzi mi definisco un analfabeta su questo terreno. Ma sia pure nella mia profonda ignoranza ritengo che l’eventuale uscita dall’Euro per ritornare ad una moneta nazionale che sarebbe veramente carta straccia colpirebbe duramente i livelli di vita dei lavoratori italiani e delle loro famiglie.
E non si può non condividere l’analisi di Riccardo Achilli:

“Togliamoci dalla testa l’idea che l’uscita unilaterale dall’euro, come farneticano Grillo e i sovranisti, sia praticabile. Uscendo dall’euro con un economia iper-indebitata, con un potenziale di crescita molto basso e con una modestissima autorevolezza politica internazionale, verremo condotti in caso di ripudio anche solo parziale del debito sovrano, verso un default pilotato, sul modello di quanto è avvenuto in Argentina, oppure in caso di rispetto degli impegni di rimborso del debito, verremo schiacciati dallo spread e dalla fuga di capitali (…). Il recupero di competività-prezzo derivanti una svalutazione della reintrodotta lira verrebbe schiacciato anche da sanzioni, anche non tariffarie, sul nostro commercio estero.”

Ritengo questo un quadro molto probabile delle conseguenza della uscita dall’euro per il nostro paese.
Ma al di là delle divergenze che si possono avere con Pasquinelli sulla opportunità di uscire o meno dall’euro il nodo centrale è, lo ripeto ancora una volta per evitare equivoci, la costruzione di un Fronte unitario della sinistra contro il governo Renzi. Sta a Pasquinelli e al suo movimento decidere cosa fare: se impegnarsi in prima persona contro questa battaglia che non sarà certamente facile vincere, oppure lanciarsi in una campagna fumosa contro l’euro e contro i compagni e le organizzazioni della sinistra ostili a tale crociata, cosa che in ultima analisi aiuterebbe proprio lo stesso Renzi che a parole il prode Moreno dichiara di combattere.



martedì 16 settembre 2014

L’ASPRO CROCEVIA DELL’AUTUNNO di Franco Turigliatto





L’ASPRO CROCEVIA DELL’AUTUNNO
di Franco Turigliatto


Non ci devono essere illusioni. E’ un autunno durissimo quello che si sta aprendo per le classi popolari e il movimento dei lavoratori nel nostro paese; esso segnerà il futuro perché stiamo entrando in una fase di ulteriore approfondimento delle politiche di austerità. La legge di stabilità che il governo sta discutendo ci farà scendere un altro gradino della scala sociale e dei diritti, verso la condizione del Portogallo, della Spagna e soprattutto della Grecia.

Non è un fatto solo italiano o dell’Europa del Sud. In Francia, il nuovo governo Holland-Valls è direttamente il governo delle banche, un governo ultraliberista che prende, senza tanti infingimenti, 40 miliardi dalla Previdenza sociale per spostarli direttamente nelle tasche dei padroni.

Gli sporchi propositi del governo

Dopo la pioggia di provvedimenti degli scorsi anni (di Berlusconi, Monti e Letta) ormai completamente operativi, che hanno massacrato le condizioni di vita delle classi lavoratrici producendo una situazione sociale drammatica, confermata dai dati dell’Istat, in termini di disoccupazione, povertà, degrado dei servizi, sta per arrivare una nuova tempesta.

Il governo del PD, della Confindustria, della troika europea, che gode quindi nei fatti del sostegno anche della destra di Berlusconi, porta avanti il compito che si è assegnato:

lunedì 15 settembre 2014

PARACADUTISTI ITALIANI NELL'INFERNO CENTROAFRICANO di Antonio Mazzeo





PARACADUTISTI ITALIANI NELL'INFERNO CENTROAFRICANO
di Antonio Mazzeo



Nuovo intervento delle forze armate italiane in terra africana. Nei giorni scorsi si è concluso a Bangui, capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, lo schieramento di una cinquantina di militari dell’Esercito che saranno integrati nella forza multinazionale dell’Unione Europea, attivata in loco lo scorso giugno (EUFOR RCA). Il personale italiano  proviene dall’8° Reggimento genio guastatori  della Brigata paracadutisti “Folgore  di Legnago (Verona) ed è stato schierato presso la base “Ucatex” di Bangui, mentre due ufficiali saranno impiegati presso il Comando generale operativo di Larissa (Grecia). La missione italiana nella Repubblica Centrafricana non si concluderà prima del 15 dicembre 2014 ed è stata finanziata con 2.987.065 euro grazie al decreto legge n. 109 dell’1 agosto scorso che ha prorogato sino alla fine dell’anno le sempre più numerose missioni internazionali delle forze armate e di polizia.

Secondo quanto comunicato dal Ministero della difesa, i parà avranno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore di EUFOR, della popolazione e del governo locale”. Ai militari sarà affidato inoltre il monitoraggio delle attività di ricostruzione di un ponte, progetto finanziato dall’Ue e affidato a imprese locali. Il contingente italiano disporrà di un importante parco macchine operatrici del genio e di un congruo numero di veicoli blindati multiruolo “Lince” (Iveco), dotati di torretta remotizzata “Hitrole”.

La Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri del continente africano, è vittima da due anni di una sanguinosa guerra civile che ha già causato migliaia di vittime e più di un milione e trecentomila sfollati. Nel marzo 2013, una coalizione di forze a prevalenza islamica, denominata “Séléka”, che accusava il governo di non aver rispettato gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011, occupava Bangui e costringeva alla fuga il presidente (ex golpista) Francois Bozizé. Da allora il conflitto tra le diverse fazioni si è esteso a tutto il paese, mentre il nuovo governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza evidenzia fragilità e divisioni interne.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana è costituita attualmente da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività di EUFOR RCA vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134  del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo  del 10 febbraio, che hanno autorizzato un’operazione militare transitoria di “stabilizzazione interna” in vista del pieno dispiegamento della missione MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique), varata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre 2013 e posta sotto l’autorità dell’Unione Africana. Entro la fine di quest’anno MISCA conterà su un contingente di circa 4.000 militari e 150 membri civili, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Ciad, Gabon e Repubblica del Congo. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione dovrebbe fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre la missione Onu-Ua dovrebbe assicurare lo stazionamento nella Repubblica Centrafricana di 12.000 effettivi entro la fine del prossimo anno.

Questo, almeno, sulla carta. In realtà è possibile che Bruxelles decida di estendere EUFOR RCA a buona parte del 2015, rafforzando il numero dei reparti impiegati. Come ammesso dall’ex Alta rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton, “EUFOR RCA è stata voluta per sostenere lo sforzo politico-militare del governo francese, che ha inviato prontamente a Bangui più di 1.600 militari nell’ambito dell’Operazione Sangaris. Un intervento, quello francese, che ha il merito di non occultare le sue reali finalità neocoloniali mentre invece l’Ue ha scelto l’ipocrita formula della “missione umanitaria”. La task force francese ha infatti come obiettivo chiave la protezione dei giacimenti di uranio di Bakouma (prefettura di Mbomou), di proprietà della transnazionale parigina Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta della principale miniera mondiale per l’estrazione del prezioso minerale, utilizzato in Francia per la produzione di energia e testate nucleari.

L’Unione Europea sta pure rafforzando gli aiuti economici-finanziari a favore delle autorità di governo di Bangui. Ad agosto, a conclusione del meeting dei ministri Ue della Cooperazione allo sviluppo di Firenze, è stato approvato un fondo pro-Repubblica Centrafricana di 64 milioni di euro che si aggiungono agli 84 milioni stanziati in precedenza dalla Commissione europea. Altri “aiuti” giungeranno da Stati Uniti (43 milioni di dollari), Banca Mondiale (100 milioni di dollari) e African Development Bank (75 milioni di dollari). Nel corso del 2014, l’Italia ha destinato complessivamente 2 milioni di euro per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese centrafricano e finanziare due progetti, il primo nel settore della “protezione dell’infanzia e dell’istruzione” affidato all’UNICEF, e il secondo nel campo della “sanità e della sicurezza alimentare”, che sarà realizzato dalle ONG italiane già attive nella Repubblica Centroafricana. A febbraio, inoltre, il Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri ha inviato a Bangui un aereo cargo contenente kit sanitari per un valore complessivo di centomila euro, da destinare agli sfollati dai combattimenti.

Buona parte delle attrezzature e degli “aiuti” a favore delle missioni Onu e Ue nella Repubblica Centrafricana, sono stati inviati dallo scalo aeroportuale di Brindisi, dove è ospitato dal 1994 il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) che supporta le operazioni di “peacekeeping” e, dal 2000, la Base di pronto intervento umanitario (UNHRD), che opera a favore del World Food Program. Nello specifico, l’Aeronautica militare italiana, grazie al proprio distaccamento di Brindisi, ha fornito appoggio tecnico ai velivoli cargo “Boeing 747” della compagnia saudita Saudia Airlines e agli “Antonov 12” della compagnia Ukraine Air Alliance, che hanno fatto la spola tra l’aeroporto pugliese e quello di Bangui. Dopo i farmaci e il cibo, per l’Italia e l’Ue arriva l’ora d’intervenire nell’inferno centrafricano con i blindati e i parà.



dal sito Movimento Operaio


venerdì 12 settembre 2014

LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE di Bernard Guetta




LE CONSEGUENZE DELL'INDIPENDENZA SCOZZESE
di Bernard Guetta



Non è ancora detto che il sì trionferà. Nelle ultime due settimane il fronte del no ha perso terreno in modo clamoroso, ma non per questo tra otto giorni la Scozia si pronuncerà inevitabilmente a favore dell’indipendenza. Resta però il fatto che lo slancio della campagna per il sì è talmente forte che tutte le capitali stanno valutando le conseguenze di una sua vittoria.

Il Regno Unito è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e lo resterebbe anche senza la Scozia. Nessuno potrebbe strappare a Londra il suo seggio, ma è difficile che possa conservarlo a lungo se non sarà più ciò che è oggi e non essendo più ciò che era dopo la fine della guerra, ovvero una delle potenze vincitrici il cui vasto impero non era ancora svanito.

Prima o poi Londra si ritroverebbe priva del suo posto all’interno del Consiglio, e di conseguenza bisognerebbe affrontare il problema della riorganizzazione dell’Onu, una questione talmente destabilizzante che finora nessuno ha osato sollevarla.

Se sulla scena internazionale le conseguenze dell’ipotetica indipendenza della Scozia sarebbero enormi, lo stesso si può dire per i futuri rapporti tra Edimburgo e Londra. Dopo la secessione bisognerebbe infatti dividere (su quali basi?) i debiti e i beni, oltre a decidere se mantenere o no la sterlina come valuta nazionale. Ci vorrebbe del tempo e un esercito di giuristi, economisti e avvocati. In ogni caso, è sulla scena politica britannica ed europea che il “sì” avrebbe gli effetti più colossali.

Senza la Scozia e il suo elettorato di sinistra, il Regno Unito resterebbe a lungo ancorato alla destra. Senza la Scozia e il suo attaccamento all’Europa, un referendum britannico sull’uscita dall’Unione sarebbe quasi certamente vinto dagli euroscettici. Tanto meglio, diranno quelli che sono stanchi di vedere Londra bloccare ogni proposta di avanzamento dell’Unione europea. Ma l’uscita del Regno Unito potrebbe provocarne altre, in un momento in cui l’Europa unita non è certo al massimo della popolarità.

Per l’Unione europea, l’indipendenza della Scozia sarebbe un sisma di rara violenza, a breve, medio e lungo termine.

Senza solide basi giuridiche a cui appoggiarsi, Bruxelles dovrebbe decidere se chiedere alla Scozia di avviare una procedura di adesione o se considerarla già parte dell’Europa unita in quanto nazione costituente del Regno Unito.

Il problema è che in Belgio, Spagna, Italia e altrove il caso della Scozia potrebbe incoraggiare altre secessioni. Inoltre l’Unione europea dovrebbe adattarsi ai cambiamenti dei rapporti di forza al suo interno, perché lo schieramento liberale sarebbe inevitabilmente indebolito.

I federalisti europei sarebbero rafforzati, ma lo stesso varrebbe per il neutralismo di molti europei, perché, insieme alla Francia, il Regno Unito è l’unico paese dell’Unione europea ad avere una visione globale del mondo e un vero esercito.


10 settembre 2014

Traduzione di Andrea Sparacino

La vignetta è del Maestro Enzo Apicella

dal sito Internazionale




giovedì 11 settembre 2014

RENZI STA SBAGLIANDO TUTTO Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi







RENZI STA SBAGLIANDO TUTTO
Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi


Analisi lucida ma impietosa sul Renzi-chef economico in versione Porta a Porta, con una sintesi estrema: “Siamo in un vicolo cieco”. Nella conversazione con Intelligonews,  il professor   Antonio Maria Rinaldi, economista e docente di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, svela tutti i nodi che Renzi non ha sciolto. E non solo…



Qual è la risposta dell’economista Rinaldi alla ricetta anti-crisi di Renzi declinata a Porta a Porta?

Non so da dove cominciare… Facciamo un po’ di chiarezza. Ormai Renzi ci ha abituato a forti annunci poi non supportati da fatti concreti. Anche questo è un modo di fare politica, ma in questo momento in Italia servono cose concrete. Non capisco un aspetto tra i tanti che mi lasciano perplesso.


Quale?

Posto che Renzi non è un economista, spero si avvalga della collaborazione e della consulenza di persone che hanno dimestichezza economica. Ecco, non capisco come mai non gli abbiano fatto comprendere in maniera precisa che tutti questi annunci sulla creazione di posti di lavoro come nel caso dei 150mila precari della scuola, non trovano un riscontro oggettivo nella pratica perché impongono di reperire adeguate coperture finanziarie e, oltretutto, non tornano rispetto alle dichiarazioni dello stesso presidente del Consiglio che non più di 48 ore fa ha confermato il blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego  perché non ci sono risorse. È oltremodo strano che il fatto che si annunci una riduzione del costo del lavoro. Vorrei che Renzi rispondesse a una mia domanda…

mercoledì 10 settembre 2014

LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI di Matteo Saudino




LA SCUOLA LIBERISTA E AZIENDALE DI MATTEO RENZI
di Matteo Saudino



Ancora una volta nella recente storia d’Italia è un governo di centro-sinistra a realizzare una riforma politica dall’impianto liberista, autoritario e aziendale tipica degli esecutivi conservatori di centro-destra. In passato è accaduto per la riforma delle pensioni (prima Dini e poi Fornero), per la riforma del lavoro (pacchetto Treu) e per l’istituzione dei centri di detenzione per immigrati senza permesso di soggiorno (legge Turco-Napolitano).

Ora è il turno della scuola. Al di là delle strumentali, ma molto significative, dichiarazioni dell’ex Ministro dell’Istruzione Gelmini (“Il patto educativo di Renzi raccoglie e realizza le proposte di cambiamento della scuola portate avanti da Forza Italia”), e dell’ex sottosegretario Aprea (“le proposte di Renzi sono una riproposizione del mio progetto”), la “buona scuola” renziana rappresenta a tutti gli effetti il punto di arrivo di decenni di tentativi di trasformare la scuola pubblica italiana in un’azienda funzionale alle esigenze delle imprese e del mercato.

La “buona scuola”, di cui si stanno gettando le fondamenta, non deve più formare i cittadini (se non a parole), non deve più offrire gli strumenti culturali per decodificare la realtà, e nemmeno stimolare la crescita del pensiero critico, che sta alla base delle possibilità di autodeterminazione e di emancipazione individuale e collettiva. La nuova scuola italiana deve rottamare il passato; deve essere più moderna, flessibile, meritocratica (nuova mantra salvifico e rigenerante) e deve stare al passo con le sfide che il dinamico sistema economico capitalistico costantemente propone. Chi si ferma è perduto.
Per questo occorre cambiare la scuola e per questo il governo si appresta a varare l’ennesima riforma scolastica (la quarta in poco più di dieci anni- unico paese al mondo che può vantare tale primato).

martedì 9 settembre 2014

LA SOCIALDEMOCRAZIA IN CAMICIA BIANCA CHE CI PORTA ALLA GUERRA! di Sergio Bellavita






LA SOCIALDEMOCRAZIA IN CAMICIA BIANCA CHE CI PORTA ALLA GUERRA!
di Sergio Bellavita




Impressiona la pletora di camicie bianche sul palco della festa dell'Unità di Bologna. Il volto nuova della socialdemocrazia Europea è il bianco lindo di camicie inamidate, di giovani leaders che non hanno mai indossato i panni della critica sociale, che non sono mai stati attraversati da tensioni ideali. L'omologazione ad un modello che finge un carattere popolare ma che ha assunto la rottamazione come strumento per l'affermazione del superamento del conflitto capitale lavoro, di ogni aspirazione che parli di uguaglianza, democrazia, progresso sociale.

Renzi è il loro leader naturale, come i manager d'azienda esalta il merito individuale, il talento e la qualità. Non è un caso che nei quartieri bene delle grandi città Renzi abbia spopolato alle ultime europee. È persino banale ricordarlo ma questa società non è fatta di liberi ed eguali, il merito, il talento e la qualità sono il senso comune regalato a piene mani per ottenebrare la profonda ingiustizia che attraversa il paese, per nascondere sotto il tappetino di una retorica idiota il precipitare della condizione di chi lavora, dei milioni di giovani a cui non è data alcuna speranza per il futuro ne un presente. Come se Marchionne e un lavoratore della Lucchini di Piombino, o una lavoratrice di Eataly, o di un Mac Donald's fossero appunto sullo stesso piano, nelle stesse condizioni, con le stesse possibilità. Questi più o meno giovani in camicia bianca, questa socialdemocrazia linda sta portando l'Europa ad una nuova guerra.

A cento anni da quella che è passata alla storia come la grande guerra, tragedia e fallimento della socialdemocrazia che votò i debiti di guerra e aprì le porte al fascismo e al nazismo, nel cuore del vecchio continente si è aperta la guerra d'Ucraina che rischia di divenire rapidamente conflitto globale con conseguenze drammatiche.

I giovani in camicia bianca, gli stessi che hanno assunto la guerra del capitale in ogni singolo paese nella competizione tra uomini e nel darwinismo sociale, protettori assoluti del regime tecnocratico dell'Unione Europea hanno indossato l'elmetto insieme agli Usa e sciaguratamente stanno andando al riarmo ed ad una nuova espansione militare della Nato a est per contendere all'imperialismo della "grande Russia" di Putin la sua storica influenza.

Paul Krugman, l'economista liberal statunitense, tempo fa ebbe a dire che le guerre in Iraq e Afghanistan pesavano poco rispetto al Pil mondiale (1,2%), non erano state cioè sufficienti a risollevare l'economia capitalista dalla sua crisi più grave. La guerra è quindi un'opzione sempre più tragicamente verosimile.

Lottare contro la guerra e i loro artefici, in primo luogo Usa e Unione Europea significa non accettare di indossare l'elmetto, significa disertare la guerra del tutti contro tutti che ci stanno imponendo con la crisi economica. Il patto del tortellino che la socialdemocrazia Europea ha stretto a Bologna alla festa dell'Unità ci porta alla guerra.

Fermiamoli! Anche per questo serve lo sciopero generale.



8 settembre 2014



dal sito http://megachip.globalist.it/



lunedì 8 settembre 2014

40 ANNI DOPO, PER NON DIMENTICARE: FABRIZIO CERUSO




40 ANNI DOPO, PER NON DIMENTICARE: 
FABRIZIO CERUSO


FABRIZIO CERUSO di 19 anni, animatore delle battaglie sociali dei Comitati Autonomi Operai, l' 8 settembre del 1974 - 40 anni fa a Roma nel quartiere popolare di S.Basilio - venne ucciso dalla polizia durante " la rivolta di San Basilio ", mentre aiutava i senza casa ad opporsi agli sgomberi.

Il compagno FABRIZIO CERUSO vive nella memoria popolare e nelle lotte delle nuove generazioni per il diritto alla casa che non dimenticano il suo sacrificio .
Come ogni 8 settembre a S.Basilio, c/o la lapide il bronzo che ricorda FABRIZIO CERUSO verrà esposta la bandiera rossa, dove la popolazione sosta portando un fiore e racconta ai nipoti quella giornata di lotta, di rabbia, di sangue.

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE !





Il 5 settembre 1974 la polizia decide di intervenire con un ingente schieramento di forze nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est di Roma, per sgomberare le 150 famiglie che da più di un anno occupano alcuni appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
La risposta popolare non si fa attendere: fin dalle prime ore del mattino vengono bloccati gli ingressi del quartiere con barricate di pneumatici, vecchi mobili e altri oggetti. La polizia spara centinaia di lacrimogeni, ma è costretta a ritirarsi e a sospendere gli sfratti.

Sabato, dopo che una delegazione si è recata in pretura e allo IACP per cercare una mediazione, la polizia cerca di riprendere gli sgomberi. Questa volta oltre agli occupanti e agli attivisti dei Comitati ci sono a resistere anche centinaia di manifestanti, tra i quali numerosi membri dei consigli di fabbrica.

A fine giornata, dopo un susseguirsi di “tregue” per tentare quella che si rivelerà una trattativa-farsa, si raggiunge un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Domenica 8, però, la polizia irrompe di nuovo nelle case occupate abbandonandosi ad atti di vandalismo. Gli scontri riprendono immediatamente.

Alle 18, l'assemblea popolare, organizzata dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio nella piazza centrale della borgata, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza uomo.

Fabrizio Ceruso, militante di 19 anni dei Comitati Autonomi Operai, viene colpito in pieno petto da una pallottola.

I compagni lo caricheranno su un taxi per portarlo in ospedale, ma vi giungerà ormai senza vita.

La rabbia popolare esplode violentemente, tutto il quartiere scende in strada. I pali della luce vengono abbattuti, migliaia di manifestanti si aggregano agli abitanti del quartiere, assediando la polizia, che si rifugia nel campo di calcio della parrocchia.







Soltanto diciannove anni
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.

Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.

Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.

Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.

Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.

È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!

Il primo ministro, il presidente 
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.

Lo stato maggiore riformista 
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.

Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.

Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.

Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO 
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO 
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.




domenica 7 settembre 2014

LA GUERRA DI PETRO di Andrea Ferrario





LA GUERRA DI PETRO
di Andrea Ferrario




Una ricostruzione degli sviluppi militari in Ucraina dall’operazione russa in Crimea e nell’Ucraina orientale fino a oggi, con una particolare attenzione per la fallimentare strategia di Poroshenko e dei vertici militari ucraini. Le conseguenze della disfatta sono in questi giorni oggetto di svariati commenti degli osservatori, di cui presentiamo una selezione nella seconda parte di questo articolo.


La scelta fatta dal presidente ucraino Petro Poroshenko poco dopo la sua entrata in carica di percorrere la via di un’azione militare a tutto campo in risposta alle azioni dei separatisti del Donbass si è rivelata un completo disastro, sia sul piano dei combattimenti sia su quello politico e umanitario. Prima di passare nei prossimi giorni ad analizzare altri aspetti del conflitto in Ucraina, che sta vivendo evidentemente un suo momento cruciale, tra le altre cose con la firma ieri di una tregua tra Kiev e le “repubbliche popolari”, ci sembra utile ripercorrere l’evoluzione nel tempo dell’opzione militare percorsa da Kiev in seguito

Marzo: la Crimea e l’impreparazione dell’esercito ucraino

Dopo la fine di Maidan (22 febbraio) e la fuga in Russia di Yanukovich la situazione in Ucraina ha dovuto fare i conti pressoché immediatamente con l’opzione militare. Solo quattro giorni dopo tale data, cioè nella notte tra il 26 e il 27 febbraio, la Russia è intervenuta militarmente in Crimea attraverso gli “omini verdi” (soldati e mezzi militari di Mosca senza insegne, come poi confermato dallo stesso Putin che allora invece negava ogni coinvolgimento della Russia). Con un referendum organizzato in fretta e furia e senza alcun controllo democratico, la Crimea è stata poi annessa da Mosca in un paio di settimane, il 16 marzo. Allora non vi era stata alcuna reazione da parte dell’esercito ucraino, che non aveva opposto resistenza e si era in pratica ritirato dalla regione nel giro di pochi giorni. Sono circolate svariate interpretazioni dietrologiche di questo comportamento di Kiev, mai comunque supportate da seri indizi. Rimane il fatto che il governo ucraino non era assolutamente in grado di rispondere all’inattesa e perfettamente organizzata azione di Mosca. Da una parte c’era un grande vuoto politico, dovuto alla caduta del regime e alla presenza di un governo insediatosi solo da alcuni giorni. Dall’altra l’esercito ucraino non disponeva certo della capacità di fronteggiare l’operazione russa: il regime di Yanukovich infatti negli anni aveva scelto di rafforzare gli organi repressivi interni (tutti pesantemente infiltrati dalla Russia, in particolare la SBU, i servizi di sicurezza) a scapito dell’esercito – come scrive “Le Monde” del 6 settembre, “solo il 10% degli 800.000 uomini delle forze armate ucraine era pronto al combattimento prima del conflitto [...] e solo 500 uomini erano immediatamente ‘utilizzabili’ nel momento in cui i primi gruppi armati hanno fatto la loro comparsa nell’Est del paese”. Infine, l’Ucraina non ha ricevuto alcun sostegno concreto da parte dell’Occidente a livello militare o diplomatico.

sabato 6 settembre 2014

PUBBLICO IMPIEGO: ORA SAPPIAMO CHI E' RENZI di Alberto Burgio




PUBBLICO IMPIEGO: ORA SAPPIAMO CHI E' RENZI 
 di Alberto Burgio 



Si dice che con­ti­nui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gon­fia di vuoto che Musil defi­niva biblica. Fosse vero, si ripro­por­rebbe un clas­sico pro­blema. Sa que­sto popolo giu­di­care? O forse ama essere irriso, deriso, abbin­do­lato? Era meglio per­sino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro can­cel­lier Morte (parola del Finan­cial Times, che ebbe modo di assi­mi­larlo al rigo­ri­sta che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indi­fesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa pra­ti­ca­mente altro che infi­noc­chiare il pros­simo, con quella sua fac­cia di bronzo da bam­bino viziato e prepotente.

Le balle più odiose riguar­dano ovvia­mente la ridu­zione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloc­cano i salari del pub­blico impiego). Non­ché la difesa di ceti medi e lavoro dipen­dente. In realtà il governo col­pi­sce duro entrambi.

Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un sim­bolo: poi c’è la sostanza, come dimo­stra que­sta novità del mana­ger sco­la­stico che arbi­trerà le car­riere dei col­le­ghi a pro­pria discre­zione). Nelle tutele (per­sino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esa­gera con la pre­ca­rietà). Nei già esan­gui red­diti. Tor­nano i tagli lineari, ver­go­gnosi in sé, e tanto più per­ché val­gono a soste­nere l’indifferenza tra biso­gni essen­ziali (la salute, la for­ma­zione, la vita stessa) e spre­chi veri, a comin­ciare dalla scan­da­losa spesa mili­tare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retri­bu­zioni dei dipen­denti pub­blici. Non una por­che­ria: un vero e pro­prio furto.

Hanno lor signori idea di che signi­fi­chi di que­sti tempi in Ita­lia per milioni di fami­glie, spe­cie al Sud, per­dere mille euro l’anno? Certo, per chi ne gua­da­gna quin­di­ci­mila al mese o più, è una baz­ze­cola. Per molti invece è un dramma, come dimo­stra quel 5% di fami­glie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a inde­bi­tarsi con ban­che e finan­zia­rie per com­prare libri e cor­redo sco­la­stico. Anche di quella che con­ti­nua a chia­marsi scuola dell’obbligo.

Il peg­gio è la moti­va­zione for­nita cini­ca­mente dalla mini­stra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tra­dursi in un solo modo: «Per que­sto governo sono intan­gi­bili ren­dite e patri­moni, pur in larga misura accu­mu­lati con l’illegalità» (leggi: elu­sione ed eva­sione fiscale).

Ora final­mente chie­dia­moci: che razza di governo è mai que­sto? Chie­dia­mo­celo senza guar­dare alle eti­chette, badando alle cose che fa e pro­getta, dalla poli­tica eco­no­mica alle scelte inter­na­zio­nali, dalla con­tro­ri­forma del lavoro a quella della Costituzione. Chie­dia­mo­celo noi. Ma se lo chie­dano prima di tutti seria­mente sin­da­cati e poli­tici. La Cgil minac­cia mobi­li­ta­zioni in difesa del pub­blico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugu­gna e medita di dar bat­ta­glia sull’art. 81 della Costi­tu­zione. Vedremo. Ma all’una e all’altra sug­ge­riamo di guar­darsi final­mente dall’errore che ci ha por­tati a que­sto stato.

Non c’è più tempo per trac­cheg­giare. Ne va della loro resi­dua cre­di­bi­lità, ma soprat­tutto della vita di milioni di persone.


 5 settembre 2014

da "il manifesto"

La vignetta è del Maestro Mauro Biani



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