mercoledì 31 dicembre 2014

GUERRE VALUTARIE E QUIRINALE di Aldo Giannulli




GUERRE VALUTARIE E QUIRINALE
di Aldo Giannulli


Per orientarsi nella battaglia che sta per iniziare intorno al Quirinale, dobbiamo capire che c’è una novità rispetto al passato: questa volta il Presidente, molto più che da Montecitorio in congiunta con Palazzo Madama, scaturirà da telefonate in congiunta fra Mosca, Berlino, Francoforte e Washington.

Intendiamoci: anche in passato ci sono stati tentativi stranieri di influenzare l’elezione del Presidente e non solo –come è facile immaginare- da parte degli americani, ma anche di altri. Ad esempio, nel 1972, sovietici e rumeni tentarono di convincere il Pci a votare Fanfani (il De Gaulle italiano, si diceva) per ottenere un corso della nostra politica estera meno sdraiato sulla Nato. Ma si trattò di poca roba e non sempre andata a segno (come il caso appena citato dimostra). Soprattutto, si trattava di tentativi scoordinati fra loro e senza troppo crederci. Nel complesso, in materia di Quirinale, le dinamiche della politica interna hanno sempre prevalso sulle pressioni internazionali, anche perché la casella più importante e tenuta d’occhio non era il Quirinale ma Palazzo Chigi.

Questa volta è diverso, perché la globalizzazione impone dinamiche diverse che mescolano molto più del passato il dentro ed il fuori ed, in secondo luogo, perché il Quirinale è diventato più interessante di Palazzo Chigi anche in ragione della stabilità settennale del primo e della precarietà del secondo.

Partiamo in particolare da un dato: la guerra valutaria in atto.

martedì 30 dicembre 2014

L’INFAMIA DI NATALE di Franco Turigliatto




L’INFAMIA DI NATALE
di Franco Turigliatto



I provvedimenti varati alla vigilia di Natale dal Parlamento e dal governo (l’approvazione della legge di stabilità e il decreto legislativo n. 1 sul Jobs Acts) sono atti infami, espressione della guerra che i padroni conducono contro la classe lavoratrice per distruggere i suoi diritti e per stornare le risorse pubbliche a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie. Il governo Renzi si conferma, per chi avesse avuto ancora qualche stupida incertezza, di essere un governo di classe, al servizio della classe capitalista, nemico dei lavoratori, della giustizia sociale; non il governo della modernità e del progresso, ma un governo reazionario dei “padroni delle ferriere” che punta a ricostruire il pieno potere della borghesia su una classe lavoratrice frammentata, divisa, impossibilitata a difendere i suoi interessi e quindi suddita.

La legge di stabilità è un enorme regalo deposto dal governo sotto l’albero della Confindustria: riduce drasticamente la tassazione (IRAP) alle imprese, utilizza gli undici miliardi di spesa aggiuntiva in deficit a totale vantaggio della classe padronale, taglia contemporaneamente la spesa pubblica (17 miliardi) con enormi ripercussioni, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sui servizi sociali.

Ma anche il primo decreto legislativo sul Jobs Act, è un enorme regalo ai padroni e nello stesso tempo un aggressione vile e violenta contro le lavoratrici e i lavoratori.

lunedì 29 dicembre 2014

2015: CON IL JOBS ACT SARA' L'ANNO DEI LICENZIAMENTI DI MASSA di Giorgio Cremaschi





2015: CON IL JOBS ACT SARA' L'ANNO DEI LICENZIAMENTI DI MASSA
di Giorgio Cremaschi


La coerenza reazionaria di Renzi. Il Jobs act è un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario


Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.

Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

domenica 28 dicembre 2014

UNA PIAZZA PER IPAZIA A ROMA






UNA PIAZZA PER IPAZIA A ROMA 



Ipazia era una donna libera ed una libera pensatrice, simbolo della laicità, del sapere trasmesso per insegnamento e della libera ricerca scientifica, vittima dell’integralismo religioso, dell’opportunismo politico e della violenza dell’uomo sulla donna. Ipazia è stata una figura poliedrica la cui attualità risiede nel fatto che l’essere umano ha da sempre dovuto lottare per la propria libertà e identità.

Ipazia è stata filosofa neo-platonica, astronoma, matematica, nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 360 d.C. Fu l’ultima discepola alessandrina dopo la distruzione della biblioteca e della scuola filosofica di Alessandria voluta dall’imperatore Teodosio nel 391. Ipazia continuò a insegnare e studiare sino al marzo del 415, quando su istigazione del vescovo Cirillo fu catturata dai monaci Paraboloni, sue guardie personali e guidate dal vicevescovo Pietro il Lettore, accecata, lapidata, fatta a pezzi e bruciata.

Nel 2015 cade il sedicesimo centenario della sua morte e a Roma manca un luogo, un toponimo che la ricordi è per questo che i seguenti firmatari chiedono che venga intitolata a suo nome una piazza, o in alternativa una strada o altro luogo pubblico.


Franco Bartolini - Sezione ANPI 

RACCOLTA FIRME

La nostra sezione lancia una raccolta firme (individuale e collettiva) per dedicare a Roma una piazza ad Ipazia, filosofa e matematica greca. Si può firmare on line all'indirizzo
https://www.change.org/p/roma-capitale-una-piazza-per-ipazia

Un primo articolo sulla proposta è uscito sul giornale La Città Futura 

restiamo a disposizione per ulteriori informazioni
cordiali saluti

dal sito Il Pane e le Rose




sabato 27 dicembre 2014

IL NUOVO LIBRO DI MARCO BERTORELLI STA FUORI DALLE POLARIZZAZIONI di Paolo Bartolini





IL NUOVO LIBRO DI MARCO BERTORELLI 
- "NON C'E' EURO CHE TENGA. PER NON PIEGARSI ALLA MONETA UNICA NON SERVE USCIRNE" -
 STA FUORI DALLE POLARIZZAZIONI
di Paolo Bartolini


Appena letta le recensione di Marco Bersani al nuovo libro di Marco Bertorelli  “Non c’è euro che tenga. Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne” (Alegre, 2014), mi sono diretto in libreria per acquistare il libro. Una disamina seria e non prevenuta delle principali tesi anti-euro è oggi indispensabile, vista la facilità di presa sull’opinione pubblica degli slogan no-euro. La critica alla moneta unica e agli odierni assetti dell’Unione Europea è naturale e comprensibile. Come negare che tra cittadini europei e istituzioni sovranazionali si sia creata una distanza abissale, un baratro che separa i primi dalle seconde abolendo qualunque principio di controllo e di partecipazione democratici?

mercoledì 24 dicembre 2014

DOPO IL 12 DICEMBRE,COME PROSEGUIRE LA LOTTA CONTRO IL JOBS ACT di Paolo Grassi





DOPO IL 12 DICEMBRE,COME PROSEGUIRE LA LOTTA CONTRO IL JOBS ACT
di Paolo Grassi



Dopo lo sciopero del‭ ‬12‭ ‬dicembre c'era grande attesa per gli appuntamenti previsti dei principali organismi dirigenti in programma alla fine della scorsa settimana. Il direttivo nazionale della Cgil del‭ ‬17‭ ‬dicembre e il Comitato centrale della Fiom del‭ ‬19‭ ‬erano carichi di aspettative per chi in questi mesi ha promosso la partecipazione alle grandi manifestazioni di questi mesi.

Il buon risultato di partecipazione degli scioperi della Fiom e della Cgil,‭ ‬insieme alla Uil,‭ ‬hanno contribuito ad accrescere l'aspettativa,‭ ‬al di là se realmente abbia aderito allo sciopero il‭ ‬60%‭ ‬dei lavoratori e sono scesi in piazza,‭ ‬nelle‭ ‬54‭ ‬manifestazioni nel paese,‭ ‬oltre‭ ‬1,5‭ ‬milioni di persone‭ (‬dati della Cgil difficili da verificare‭)‬,‭ ‬è indiscutibile che la partecipazione è stata di massa.‭

La relazione della Camusso e il Comitato centrale della Fiom hanno tuttavia lasciato decisamente in sospeso la domanda essenziale:‭ ‬come proseguire‭? ‬Il pacchetto delle proposte licenziate sono ambigue e quanto meno insufficienti a preparare il rilancio della mobilitazione.

martedì 23 dicembre 2014

PAKISTAN, UN ATTACCO CONTRO BAMBINI MUSULMANI DA PARTE DI FANATICI MUSULMANI di Tariq Farooq





PAKISTAN, UN ATTACCO CONTRO BAMBINI MUSULMANI DA PARTE DI FANATICI MUSULMANI
di Tariq Farooq, 
segretario generale Awami Workers Party



È stato l’attacco più sanguinoso contro una scuola da parte di fanatici religiosi. 146 sono stati uccisi a Peshawar, in una Scuola Pubblica Militare, inclusi 136 bambini, di età compresa tra i 10 e i 17 anni. Hanno chiesto ai bambini di recitare i Kalma [versetti religiosi] e poi hanno sparato su di loro. È stato un attacco contro bambini musulmani da parte di fanatici musulmani.

Teherek Taliban Pakistan ha rivendicato la responsabilità e diffuso una foto di gruppo dei sette militanti che hanno preso parte all’«operazione», che tengono in mano fucili e bombe. Era in risposta alla messa on line delle facce da morti dei sette, uccisi dall’esercito nel contrattacco, non prima che abbiano causato il massimo del danno.

I fanatici hanno sostenuto che non uccidono bambini. Sostengono che il loro “Islam” non permette che siano uccisi i figli del “nemico”di età inferiore ai 12 anni. Circa l’11 per cento del totale dei bambini iscritti alla scuola sono stati uccisi nei 15 minuti della loro occupazione della scuola.

domenica 21 dicembre 2014

IMPERIALISMO RUSSO di Zbigniew Marcin Kowalewski






IMPERIALISMO RUSSO
di Zbigniew Marcin Kowalewski



Un intervento che si collega al dibattito aperto nella Quarta Internazionale sull’imperialismo, di cui sul sito di Antonio Moscato sono apparsi  Un dibattito della Quarta Internazionale sull'imperialismo (con testi di Pierre Rousset e François Sabado), e Michel Husson: Note sull’imperialismo contemporaneo.



Serguei Nikolski, filosofo russo esperto di cultura, sostiene che probabilmente il principale pensiero dei russi, «dalla caduta di Bisanzio ad oggi, è quello dell’Impero e che loro sono una nazione imperiale. Abbiamo sempre saputo di abitare un paese la cui storia è una catena ininterrotta di espansioni territoriali, di conquiste, di annessioni, della loro difesa, di perdite temporanee e di nuove conquiste. L’idea dell’Impero era una delle più preziose nel nostro bagaglio ideologico, ed è questa idea quelle che noi proclamiamo verso le altre nazioni. È grazie a questa che sorprendiamo, affasciniamo o facciamo impazzire il resto del mondo».

La prima e la principale caratteristica dell’Impero russo, rileva Nikolski, è sempre stata «la massimizzazione dell’espansione territoriale in funzione degli interessi economici e politici come uno dei più importanti principi della politica statale».[1] L’espansione era conseguenza del predominio costante e schiacciante dello sviluppo estensivo della Russia rispetto al suo sviluppo intensivo: il predomino dello sfruttamento assoluto dei produttori diretti rispetto a quello relativo, vale a dire rispetto a quello basato sull’incremento della produttività del lavoro.

«L’Impero russo veniva definito “la prigione dei popoli”. Oggi sappiamo che non era solo lo Stato dei Romanov a meritare questa definizione», scriveva Mikhail Pokrovski, importante storico bolscevico. Egli dimostrava come già il Granducato di Mosca (1263-1547) e lo Zarato di Russia (1547-1721) fossero “prigioni dei popoli” e come quegli Stati fossero sorti sui cadaveri degli “inorodtsij”, i popoli indigeni non russi. «È discutibile che il fatto che nelle vene dei Grandi-Russi scorra l’80% del loro sangue possa costituire una consolazione per coloro che sono sopravvissuti. Solo il completo annientamento dell’oppressione grande-russa potrebbe costituire una sorta di compensazione di tutte le sue sofferenze per questa forza che ha lottato e continua a lottare contro qualsiasi oppressione».[2] Queste frasi di Pokrovski sono state pubblicate nel 1933, appena dopo la sua morte e poco prima che, su richiesta di Stalin, nella storica formulazione dei bolscevichi “la Russia- prigione dei popoli”, il primo termine venisse sostituito da un altro: “lo zarismo”. Successivamente, il regime staliniano ha stigmatizzato il lavoro scientifico di Pokrovski come «concezione antimarxista della storia della Russia».[3]

sabato 20 dicembre 2014

ECONOMIA: IL BILANCIO (MOLTO) MAGRO DEL GOVERNO RENZI di Paolo Pini e Roberto Romano





ECONOMIA: 
IL BILANCIO (MOLTO) MAGRO DEL GOVERNO RENZI
di Paolo Pini e Roberto Romano



Dopo quasi 10 mesi di governo, tanti annunci, pochi risultati e non pochi errori. Keynes è in soffitta, ma sarebbe meglio cambiare verso subito se non vogliamo andare a sbattere contro un muro.



Il bilancio della politica economica del governo Renzi è molto magro. Dopo quasi 10 mesi di governo, tanti annunci, pochi risultati e non pochi errori, l’azione economica del governo non solo non ha fatto cambiare idea a coloro che lo avevano sin dall’inizio contrastato, e questo può essere ovvio benché qualche ripensamento sia sempre da annoverare, ma sta profondamente deludendo anche chi aveva dato ampio credito a Renzi che ha sostituito a febbraio 2014 l’inefficace Letta. Ma oggi vi è chi rimpiange pure quel precedente governo.

Prologo. Nell’autunno del 2013, la Legge di Stabilità 2014 elaborata dal Governo Letta era volta unicamente al rispetto dei vincoli previsti dai Trattati europei, e non alla crescita del reddito e dell’occupazione. Ciò nonostante, la Commissione Europea non aveva dato “semaforo verde”, in quanto il rientro dal debito non era garantito nel breve e medio periodo. La proposta governativa non veniva giudicata soddisfacente dai tecnocrati europei perché non coerente con le politiche di rigore e di austerità. Essa però neppure soddisfaceva le parti sociali che chiedevano interventi non simbolici per la riduzione strutturale e selettiva del cuneo fiscale, e quindi per la crescita e l’occupazione. Il governo prevedeva allora una crescita del reddito dell’1,1% per il 2014, ma per conseguire questo risultato non vi era traccia di alcuna politica economica supportata da risorse economiche reali. A dicembre 2013 il Parlamento approvava la Legge di Stabilità, ma il paese nei sondaggi sfiduciava Letta.

giovedì 18 dicembre 2014

UCRAINA: UNA SITUAZIONE CONGELATA di Andrea Ferrario






UCRAINA: UNA SITUAZIONE CONGELATA
di Andrea Ferrario



All’inizio di quello che sarà un lungo e drammatico inverno tutte le principali parti in causa nel conflitto ucraino sembrano avere assunto una posizione di attesa. Ma dietro a questa facciata non mancano gli sviluppi preoccupanti, dalla situazione economica sempre più drammatica in Ucraina, in Russia e nel Donbass, fino alle grandi manovre nell’oligarcato e tra i separatisti. Sulla scena incombe sempre il rischio di un riaprirsi dei combattimenti in primavera.

Siamo solo all’inizio di quello che sarà sicuramente un lungo inverno, ma la situazione politica e militare in Ucraina appare già pienamente congelata. Per la prima volta dopo la firma degli accordi di tregua di Minsk sia il governo di Kiev sia i separatisti hanno affermato che da alcuni giorni il cessate il fuoco tiene. L’annunciata ripresa delle trattative però non c’è stata, né sono state fissate date per un riavvio dei colloqui tra le parti in conflitto. Sul piano diplomatico si alternano dichiarazioni dure e dichiarazioni concilianti, mentre i burocrati delle cancellerie mettono in circolazione le ipotesi più svariate sul futuro del conflitto, da un possibile compromesso incentrato sulla federalizzazione dell’Ucraina fino a una ripresa della guerra non appena finito il gelo invernale. Non è chiaro nemmeno cosa accadrà con le sanzioni, che cominceranno progressivamente a scadere a partire da marzo e per il rinnovo delle quali sarà difficile trovare a Bruxelles la necessaria unanimità. Su tutto incombe l’incognita della situazione economica, disastrosa in Ucraina, in caotico e precipitoso calo in Russia e ai limiti della fame nel Donbass.

mercoledì 17 dicembre 2014

NON CERCARE GUAI di Roberto Davide Papini





NON CERCARE GUAI
di Roberto Davide Papini


Riflessioni sul mancato incontro fra papa Francesco e il Dalai Lama




Non cercare guai, evitare problemi, scansare possibili «inconvenienti» anche a costo di tradire i propri valori: è un po' la scelta della porta larga rispetto a quella stretta (Matteo 7: 13-14), quella che spesso, purtroppo, come singoli credenti e come chiese cristiane preferiamo fare.

Dispiace notare che, stavolta, a scegliere la «porta larga» della ragion di stato, della diplomazia ipocrita e miope sia stato Papa Francesco decidendo di non incontrare il Dalai Lama, a Roma per il summit dei Premi Nobel.

«Questa volta non incontrerò Papa Francesco, l'amministrazione del Vaticano dice che non è possibile perché potrebbero crearsi degli inconvenienti», ha spiegato all'Agenzia Ansa il Dalai Lama (la guida spirituale del buddhismo tibetano) facendo un evidente riferimento al dialogo tra la Santa Sede e il governo cinese. Il Corriere della Sera aggiunge che da Oltretevere spiegano che «non si vuole entrare nelle tensioni fra il leader tibetano e Pechino», proprio per non compromettere il dialogo tra Cina e Vaticano e per non vanificare il lungo intreccio di iniziative diplomatiche che cerca di preparare il terreno in vista di una possibile storica visita del Papa.

Il Dalai Lama, bontà sua, assicura comunque di apprezzare Francesco, ma è chiaro che nell'entourage tibetano la delusione è profonda. E lo è anche per chi scrive, perché in nome della “realpolitik” si nega un incontro a uno dei grandi testimoni di pace e fratellanza («Bisogna ribadire con forza la necessità di realizzare in nome della religione e di promuovere l'armonia tra le religioni», ha ribadito il Dalai Lama appena sbarcato a Roma) preferendo non disturbare i rapporti con un regime brutale e tirannico che da anni reprime le aspirazioni del popolo tibetano e, in generale, delle minoranze che chiedono libertà.

Fatto molto grave, anche pensando che il summit dei Premi Nobel è stato spostato a Roma perché il Sudafrica (dove era stato inizialmente previsto) ha negato il visto di ingresso proprio al Dalai Lama. Il motivo? Ovviamente non irritare Pechino.

Ora, che questa scelta la faccia il governo di uno Stato è cosa triste e deplorevole, ma non stupisce perché spesso, in nome di interessi economici, si cerca di non affrontare temi “scomodi” come quello dei diritti umani. Per esempio, il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nulla disse nell'incontro con il premier cinese sulla repressione brutale delle manifestazioni per la democrazia di Hong Kong.

Il fatto che a questa consuetudine si pieghi il leader di una chiesa cristiana è piuttosto deprimente.

L'arrivo di Papa Francesco al vertice della Chiesa cattolica romana e dello Stato del Vaticano ha acceso speranze per un concreto cambiamento di comportamenti e prospettive dell'azione vaticana. Personalmente molte delle cose fatte e dette da Bergoglio le trovo incoraggianti e anche uno stimolo per noi protestanti, mentre è ingiusto e poco dialogante pretendere che rinunci ai dogmi della dottrina cattolica o a certe posizioni che non condividiamo in termini di etica.

Stavolta, però, Francesco è proprio scivolato sulla realpolitik: forse la porta larga lo condurrà a Pechino, ma certo non rappresenta un bell'esempio.


15 dicembre 2014

dal sito Riforma.it



martedì 16 dicembre 2014

PRODI INCONTRA RENZI: CHE SIGNIFICA? di Aldo Giannuli




PRODI INCONTRA RENZI: CHE SIGNIFICA?
di Aldo Giannuli



Fulmine a ciel sereno: Renzi incontra Prodi e lascia capire che potrebbe essere lui il candidato del Pd, Prodi risponde di non essere disponibile. Berlusconi dice che l’elezione del Presidente fa parte del patto del Nazareno. Che significa questa manfrina?

La posizione di Berlusconi è la più chiara: “di Prodi non se ne parla nemmeno e voglio un Presidente che mi dia la grazia”.

Anche quella di Prodi, traducendo dal democristianese all’italiano, suona chiara: “Posso essere candidato, ma solo per riuscire, per cui me lo dovete chiedere in ginocchio e con assicurazione dei Lloyd di Londra che non fate scherzi da prete”.

Quella più complicata da spiegare è quella di Renzi. Va da se che l’elezione di Prodi sancirebbe la fine del Nazareno, per cui non si capisce come andrebbe avanti con la maggioranza inesistente che ha (soprattutto al Senato). Dunque cerchiamo di capire cosa vuol fare.

Per la verità, Renzi si è limitato a dire che non accetterà veti ma non ha fatto proposte precise a Prodi. Il che vuol dire che, per ora, siamo ai sondaggi, niente di definitivo. Ma ragioniamo sui possibili sviluppi se la cosa dovesse prender corpo.

MALATTIA OLIMPICA






LA MALATTIA DELLE GRANDI OPERE
di Paolo Berdini



Di fronte alla crisi eco­no­mica che viviamo, non c’è serio osser­va­tore eco­no­mico che non affermi che le risorse pub­bli­che devono essere uti­liz­zate con poli­ti­che di medio e lungo periodo. Non ser­vono medi­cine estem­po­ra­nee, spe­cie se hanno dimo­strato il fallimento.

La cul­tura delle grandi opere inau­gu­rata da Ber­lu­sconi e Tre­monti nel 2001 con la Legge obiet­tivo ha vuo­tato le casse dello Stato e non ha dato una seria pro­spet­tiva di svi­luppo al paese.

Un fiume di soldi affi­dato al fame­lico car­tello delle grandi imprese — coo­pe­ra­tive com­prese — che non ha fatto aumen­tare di un mil­li­me­tro l’efficienza com­ples­siva del sistema infra­strut­tu­rale e ha depre­dato le casse dello Stato.

A que­sto mador­nale errore di pro­spet­tiva si è aggiunto il malaf­fare ali­men­tato dalla man­canza di regole e di con­trolli. Dall’affidamento dei lavori ogni ruolo dello Stato scom­pare: Corte dei Conti ed auto­rità degli appalti con­ti­nuano a denun­ciare che le grandi opere ven­gono aggiu­di­cate sulla base di pro­getti ini­ziali impre­cisi e vaghi. Ci pen­sano poi un serie inter­mi­na­bile di varianti in corso d’opera (26 solo per la metro­po­li­tana «C» di Roma), arbi­trati per valu­tare gli ine­vi­ta­bili con­ten­ziosi e finan­ziare studi legali amici. Gli scan­dali del Mose di Vene­zia, dell’Expo di Milano, di Infra­strut­ture lom­barde, dell’attraversamento fer­ro­via­rio di Firenze, sono tutte vicende che si col­lo­cano in que­sto qua­dro. Ma pro­prio il caso della metro «C» di Roma apre la terza — tra­gica — con­se­guenza della cul­tura delle grandi opere e della scom­parsa del ruolo dello Stato: l’intreccio tra imprese e mala­vita. Nell’inchiesta romana è emerso, come era stato da tempo denun­ciato da Report, che imprese in mano alla mala­vita par­te­ci­pa­vano all’appalto.

lunedì 15 dicembre 2014

IL PD E LO SCANDALO ROMANO di Aldo Giannuli.







IL PD E LO SCANDALO ROMANO
di Aldo Giannuli



Con le dimissioni di Rita Cutini, la giunta Marino perde il suo quinto assessore. Per la verità, questa uscita non c’entra con lo scandalo “Carminati”, quanto con la rivolta di Tor Sapienza che non avrebbe saputo prevenire e gestire. Ma fa lo stesso: è l’ennesima conferma dello stato miserando della giunta che, paradossalmente, resiste allo scioglimento, dopo l’ininterrotta serie di fallimenti di questo anno e mezzo, proprio in virtù di quello scandalo, dato che dimettersi suonerebbe come una ammissione di responsabilità.

Ed il Pd ha scelto la linea della resistenza ad oltranza perché sostiene che questo è uno scandalo che colpisce solo a destra: si tratta del “sistema Alemanno” con cui il Pd non c’entra. Un ragionamento fatto contro ogni evidenza: il coinvolgimento di qualche assessore? E’ solo una mela marcia. Il ruolo di Buzzi? Un “imbucato” casualmente fotografato con un ministro, alle feste entra tanta gente. “La parlamentare Pd in rapporti con il giro? Errori, ne possiamo far tutti. Le telefonate in cui Carminati dice di essersi comperato quattro assessori della giunta Marino? Ci risiamo: mele marcie che sono state subito tolte da cesto.

Poi, però, non si capisce perché il Pd romano sia stato commissariato e messo in via di azzeramento. Eppure, se il partito era marcio al punto da doverlo “radere al suolo” (parole del commissario Orfini), come questo discorso non investa anche la giunta è un mistero.

domenica 14 dicembre 2014

TREDICI MILIARDI PER GLI F- 35 di Manlio Dinucci





TREDICI MILIARDI PER GLI F- 35
di Manlio Dinucci


Pentagono. L’ambasciatore Usa Phillips: «L’Italia manterrà la parola data sui 90 caccia». Dopo l’annuncio della ministra Pinotti sul Cameri come «polo europeo» dei jet


A un giorno di distanza, nes­suna rea­zione vera e forte all’annuncio della mini­stra della difesa Roberta Pinotti. Così, men­tre l’Italia spro­fonda nella crisi e i lavo­ra­tori ancora ieri sono scesi in piazza con­tro il governo, Pinotti ha annun­ciato trion­fante «l’Italia ce l’ha fatta»: è stata scelta dal Pen­ta­gono quale «polo di manu­ten­zione dei veli­voli F-35 schie­rati in Europa, sia di quelli acqui­stati dai paesi euro­pei sia di quelli Usa ope­ranti in Europa». L’annuncio della mini­stra al ter­mine di un incon­tro con l’ambasciatore Usa a Roma, John Phil­lips, che le ha tra­smesso la deci­sione del Pen­ta­gono. Deci­sione in realtà scon­tata in quanto, come ricorda la stessa Pinotti, l’impianto Faco di Cameri (Novara) è stato con­ce­pito fin dall’inizio per ospi­tare sia le atti­vità di assem­blag­gio e col­laudo che quelle di manu­ten­zione, ripa­ra­zione, revi­sione e aggior­na­mento del cac­cia F-35.

«È un risul­tato straor­di­na­rio», ha dichia­rato la mini­stra, sot­to­li­neando che «l’Italia, nel pro­getto par­tito nel 1998, sin dall’inizio ha deciso di essere part­ner non acqui­rente». Onore al merito bipar­ti­san. Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di armamenti.

sabato 13 dicembre 2014

LA CONVENIENZA A LICENZIARE di Alfredo Morganti





LA CONVENIENZA A LICENZIARE
di Alfredo Morganti 



C’è uno studio UIL (avete letto bene, UIL, non CGIL) che chiarisce in modo davvero irritante l’esatto contenuto possibile del Jobs Act. Ce lo racconta Valentina Conte su "Repubblica" di oggi:
“Gli incentivi [verso gli imprenditori che assumono] sono assai cospicui, mentre l’esborso dovuto in caso di licenziamento illegittimo [l’indennizzo verso i lavoratori] è davvero risibile”.
Quanto cospicuo e quanto risibile? Lo dice una tabella UIL. Facciamo l’esempio di un lavoratore assunto a reddito annuo di 12.000 euro: dopo un anno l’indennizzo è 1.385 euro (un mese e mezzo di stipendio), mentre i contributi (sotto forma di sgravi e tagli Irap) sono di 2.865 euro. Uno a tre, insomma. Agli imprenditori andrebbe più del doppio di quanto non vada al lavoratore, con ciò rafforzando la tendenza che vede i più disagiati rimetterci sempre, con l’effetto di accrescere il baratro tra i (già) ricchi e i (sempre più) poveri. E badate che un mese e mezzo di stipendio è l’indennizzo di cui si sta discutendo, mentre sappiamo che gli imprenditori vorrebbero versare ancor meno. Calcolando che la delega assegna al Governo il compito di fissare i contenuti della norma, state certi che la discussione su questi solidissimi punti saranno fatte nel chiuso di qualche trattativa della quale,i verso l’esterno, traspirerà ben poco. Calcolate pure che il governo, in materia di riforme, aveva persino chiesto il voto ‘bloccato’ sui propri disegni di legge (tentativo però rintuzzato), e il quadro è completo .

giovedì 11 dicembre 2014

VERSO LO SCIOPERO DEL 12 DICEMBRE di Franco Turigliatto






VERSO LO SCIOPERO DEL 12 DICEMBRE
di Franco Turigliatto


Renzi è riuscito a far approvare ai due rami del Parlamento la legge della vergogna (Jobs Act) che cancella definitivamente l’articolo 18, dà ai padroni la piena libertà di licenziamento, autorizza il demansionamento e lo spionaggio dei dipendenti per aumentare lo sfruttamento dei lavoratori e garantire i profitti e le rendite finanziarie.

Un Parlamento a disposizione dei sogni di Squinzi

E’ un Parlamento che ha mostrato la sua totale sottomissione alle richieste della Confindustria e ai sogni di Squinzi (e di Marchionne), un organismo servo dei padroni, incapace di rappresentare il paese ed avverso ai bisogni e agli interessi della grande maggioranza dei cittadini. Mentre dentro l’aula del Senato si compiva il misfatto della cancellazione di diritti fondamentali dei lavoratori e si stracciava lo Statuto dei lavoratori del 1970, frutto di tante lotte e segno di civiltà politica e sociale, all’esterno le solerti forze repressive di Renzi/Alfano, provvedevano a caricare e manganellare duramente i manifestanti per non lasciare alcun dubbio sulla natura di classe (quella borghese) di questo governo.

I voti a favore del provvedimento sia alla Camera (316 su 630) che al Senato (166 su 322), dove il governo ha posto la fiducia, non sono stati travolgenti, ma per il governo non ci sono stati particolari problemi perché solo il M5stelle e Sel hanno fatto seriamente la battaglia per respingere il provvedimento. Non lo poteva certo fare Forza Italia che condivide queste misure antioperaie portate avanti dalla “sinistra” che fa la destra e nemmeno la cosiddetta sinistra del PD che si è sciolta come neve al sole.

Una vergogna particolare va rimarcata per quest’ultima: alla Camera si è divisa (qualcuno non ha partecipato al voto, pochissimi hanno votato contro, tanti hanno risposto si all’appello di Renzi); al Senato dove la sinistra PD dispone di numeri assai più favorevoli e decisivi per far saltare il banco, ha votato direttamente la fiducia con pochissime eccezioni (il solo Mineo ha votato contro e qualche altro si è assentato). Questi senatori, è bene rimarcarlo, hanno votato il Jobs Act, cioè la cancellazione dei diritti dei lavoratori, dopo che per settimane si erano sciacquati la bocca sulla difesa dell’articolo 18. Non avevamo molti dubbi sul politicismo e sulla qualità e coerenza politica di questi personaggi, ma il loro ripiegamento totale dovrebbe far riflettere coloro che pensano si possa costruire qualcosa di serio a sinistra con questi soggetti. Più che il dolore per le pene future dei lavoratori prodotte dalla nuova legge, questi parlamentari si sono preoccupati di difendere “il loro posto di lavoro”, timorosi, nel caso di elezione anticipate, di essere esclusi dalla ricandidatura. Anzi, non ci sono dubbi che uno degli argomenti avanzati, per giustificare il loro comportamento sia stato. “ Se votiano no, facciamo cadere il governo, proprio quello che il Renzi potrebbe desiderare per andare a nuove elezioni e costruirsi un plebiscito escludendoci dalle istituzioni. Quindi è meglio che….” Quindi, per costoro, è stato “meglio” partecipare alla distruzione delle tutele e dei diritti della classe lavoratrice.

Tra questi brillano ulteriormente per ipocrisia, i parlamentari già dirigenti della CGIL (hanno partecipato all’organizzazione delle mobilitazioni di 12 anni fa per la difesa dell’articolo 18), che non hanno ritenuto politicamente immorale votare questa legge, per di più in aperto scontro con l’organizzazione sindacale di cui hanno la tessera. Per altro la direzione della CGIL non ha battuto ciglio di fronte a una simile vergogna, né preso provvedimenti nei loro confronti.

mercoledì 10 dicembre 2014

IN GRECIA SI VA AL VOTO: SYRIZA GRAN FAVORITA di Pavlos Nerantzis






IN GRECIA SI VA AL VOTO: 
SYRIZA GRAN FAVORITA
di Pavlos Nerantzis



Elezioni anticipate. Alle urne a febbraio per le presidenziali. Tutti i sondaggi indicano come «partito vincitore» quello di Tsipras. Una mossa ad alto rischio ma quasi obbligata quella decisa dal premier Samaras che ha provocato reazioni diverse sia nella capitale che nel resto d'Europa.




Atene, alea iacta est. Il dado è tratto nella capi­tale greca dove si parla già di ricorso anti­ci­pato alle urne agli inizi del feb­braio pros­simo con Syriza sicu­ra­mente vin­ci­tore secondo tutti i son­daggi nazio­nali e inter­na­zio­nali. La deci­sione di Atene di anti­ci­pare il voto per il nuovo pre­si­dente della repub­blica, tenendo conto che il governo di coa­li­zione non ha la mag­gio­ranza neces­sa­ria per garan­tire la sua ele­zione, è una mossa di alto rischio, ma quasi obbli­gata per il pre­mier Sama­ras. Una deci­sione che ha pro­vo­cato ieri rea­zioni diverse sia ad Atene che nel resto d’Europa. C’è chi dice che final­mente è arri­vato il momento per la vit­to­ria di un governo delle sini­stre, che met­terà fine all’ auste­rity impo­sta dai cre­di­tori inter­na­zio­nali: e sca­te­nerà un capo­vol­gi­mento dei rap­porti di forza in seno all’ Unione europea.

C’è però anche chi incute timore negli elet­tori, agi­tando lo spet­tro del «ritorno del rischio default » e di «una tem­pe­sta nella zona euro»: per­ché Ale­xis Tsi­pras «annu­lerà tutti gli accordi con la troika».

martedì 9 dicembre 2014

MAFIA CAPITALE: LA COOP 29 GIUGNO PUNTA DI UN ICEBERG di Fabrizio Burattini




MAFIA CAPITALE: 
LA COOP 29 GIUGNO PUNTA DI UN ICEBERG
di Fabrizio Burattini




La vicenda portata alla luce dall’inchiesta della Procura di Roma sul malaffare della capitale sta scuotendo il mondo politico cittadino e nazionale. Sembra che tutti cadano dalle nuvole.

Certo, solo chi possiede poteri e strumenti di indagine può accertare la dimensione e la gravità dei fatti prodottisi nella vita civile della metropoli, le specifiche responsabilità personali di ciascuna dei coinvolti, ma si può tranquillamente affermare che esistevano già tutti gli elementi per capire che nel sottobosco del comune più grande d’Italia, cioè di una delle più grandi stazioni appaltanti del paese più corrotto d’Europa, di uno dei principali centri di spesa del paese, si verificavano fatti che avrebbero dovuto insospettire e mettere in allarme chiunque fosse stato effettivamente mosso dalla preoccupazione di tutelare l’interesse pubblico.

Il semplice fatto che la più importante cooperativa fornitrice di servizi per conto del comune di Roma e di numerosi altri enti pubblici, la “29 giugno”, sovvenzionasse lautamente tutte le forze politiche romane, dall’estrema destra fino a SEL e a Rifondazione, non può essere tranquillamente spiegato affermando che queste cifre sarebbero state versate legittimamente e nel pieno rispetto delle regole di bilancio. Anzi, questa “trasparenza” dovrebbe costituire un’aggravante.

lunedì 8 dicembre 2014

BEPPE GRILLO, IL GATTO CHE MANGIO' SE STESSO? di Nique La Police






BEPPE GRILLO, IL GATTO CHE MANGIO' SE STESSO?
di Nique La Police



A partire dal V-day del 2007, che fece capire le inedite possibilità di espansione di massa del movimento fondato da Beppe Grillo, il mainstream non si è mai negato il paragone tra il comico genovese e Savonarola. Paragone facile ma mai messo a fuoco visto che il mainstream procede per connessioni banali e impedisce approfondimenti. Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa fratttura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere. Si tratta quindi di capire, in modo straordinariamente diverso, tra gli studiosi di Savonarola e quelli di Grillo, che lo spettacolo è una straordinaria forza politica che, da se praticata da sola, può portare alla piena distruzione. Certo, non è un problema per le sinistre che lo spettacolo lo subiscono, o lo addomesticano in versioni tanto politicamente corrette quanto socialmente destinate ad una docilità perdente, ma è sicuramente un tema per capire il rischio di rapido declino che corre il Movimento 5 stelle.

Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche. E qui possiamo individuare quattro ragioni legate a sapere, potere, comunicazione e tessuto economico della società. Vediamo in estrema sintesi:

sabato 6 dicembre 2014

I FASCIO-MAFIOSI A ROMA: IL VERO VOLTO DI QUESTO SISTEMA MARCIO! di Gabriele D'Angeli







I FASCIO-MAFIOSI A ROMA:
IL VERO VOLTO DI QUESTO SISTEMA MARCIO!
di Gabriele D'Angeli 


" La mafia era, ed è, un'altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese: e non sorge e si sviluppa nel "vuoto" dello Stato (cioè quando lo stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma "dentro" lo Stato. La mafia insomma non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non "imprende" ma soltanto "sfrutta".

Rileggendo questa parole di Sciascia, in prefazione a Il giorno della civetta, si potrebbe sorridere amaramente mettendo a confronto questa descrizione del sistema mafioso negli anni ’60 e ‘70 con l’attuale rete mafiosa che di fatto oggi è presente su tutto il territorio nazionale, dal profondo sud della Sicilia e della Calabria fino alle regioni del Nord come la Lombardia, passando, naturalmente per la Capitale, perché il sistema mafioso non è più parallelo allo stato (e forse non lo è mai stato veramente) ma di fatto ne è parte integrante, a tutti i livelli.

La cronaca di questi giorni parla di decine di arresti, iscrizione al registro degli indagati e perquisizioni a Roma a carico di politici di entrambe gli schieramenti, imprenditori, esponenti della finanza e addirittura delle forze dell’ordine.
Le indagini stanno rivelando una fitta rete di affari illeciti nella Capitale fatti di estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, riciclaggio. In una parola: mafia.

giovedì 4 dicembre 2014

UNA RASSEGNA DEI LIBRI SULLA GRANDE GUERRA: 1) CLARK, I SONNAMBULI di Antonio Moscato





UNA RASSEGNA DEI LIBRI SULLA GRANDE GUERRA: 
1) CLARK, I SONNAMBULI
di Antonio Moscato


Dei molti libri usciti in vista del centenario della “Grande Guerra” che avevo letto e intenzionalmente non utilizzato per il mio testo, alcuni meritano un’argomentazione più articolata, che inserirò sul sito in più puntate. Questo di Christopher Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra, Laterza, Roma-Bari, 2013, è stato forse il più citato ed imitato. Probabilmente per merito soprattutto del titolo, e della sintetica ma efficace ultima pagina di copertina, che in poche righe esprime bene la tesi sostenuta in oltre 700 pagine:

1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo

In effetti il libro, con una sovrabbondanza di particolari, che a volte sfiorano il gossip, tende ad avvalorare la tesi che nessuno davvero volesse la guerra. Centinaia di citazioni di esponenti dei due schieramenti contrapposti effettivamente fanno pensare che la guerra sia stata un fatale imprevisto, e che fosse sensato considerare “improbabile” che scoppiasse. Le citazioni sono vere, ma sorvolano quasi sempre sull’inveterata abitudine degli uomini politici e dei diplomatici a mentire, e sul fatto che quella guerra “imprevedibile” era stata invece prevista (e denunciata) da eroiche minoranze. Il libro si ferma all’agosto 1914, ma non è una buona ragione per non nominare una sola volta Lenin, Rosa Luxemburg o Karl Liebkhnecht (una sola volta è nominato Jean Jaurés, ma non per la battaglia contro la guerra, bensì per insignificanti vicende parlamentari che preoccupavano il capo del governo René Viviani).

martedì 2 dicembre 2014

IL CUNEO ROSSO, n. 2: Crisi globale e lotta di classe in Europa





IL CUNEO ROSSO, n. 2: 
Crisi globale e lotta di classe in Europa
(1 Dicembre 2014)


Cari/e compagni/e,

iniziamo il 5 dicembre, da Marghera, la presentazione del n. 2 de "il cuneo rosso".

In esso ci siamo concentrati sullo scontro di classe innescato dalla crisi in Italia e in Europa. La nostra tesi è che con l'esplosione della prima, grande crisi del capitalismo globalizzato è avvenuto un passaggio d'epoca. Si è chiusa l'era del "compromesso sociale" social-democratico (o social-cristiano), e si è aperta una nuova era di intensificata aggressione capitalistica al lavoro salariato (incluse le fu-"aristocrazie") e alla natura, nella quale la secca svalorizzazione della forza-lavoro attraverso l'intensificazione dello sfruttamento, la precarizzazione strutturale, l'impoverimento, la drastica riduzione dei diritti e del salario indiretto, l'accensione dello scontro tra proletari autoctoni e immigrati, è e resterà l'imperativo dei capitalisti e dei loro apparati politici per un lungo periodo. Con ciò riprendiamo la tesi espressa nel nostro n.1 sull'Intifada araba, che non riguardava le sollevazioni arabe come fenomeni a sé stanti ma le considerava l'inizio di una fase storica aperta dalla crisi scoppiata nel 2007-2008, di "acutissimi contrasti di classe [e inter-capitalistici] estesi alla scala mondiale, che ripropongono, con ancora più urgenza, l'alternativa tra socialismo e barbarie".
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