domenica 29 aprile 2012

NPA: UNA SCONFITTA STORICA di Stefano Santarelli






NPA: UNA SCONFITTA STORICA
di Stefano Santarelli


Quando nel febbraio del 2009 nacque il Nuovo Partito Anticapitalista dalle ceneri della storica e leggendaria sezione francese della Quarta Internazionale, la Ligue Communiste Révolutionnaire, buona parte dei commentatori politici di sinistra guardò con simpatia e curiosità la nascita di questa nuova formazione politica.

Effettivamente in Francia, e non solo, si sente la necessità di un rinnovamento della sinistra capace di essere all’altezza delle sfide di questo nuovo secolo. La formazione di questo nuovo partito che non utilizza più come simbolo la falce e martello, ma un megafono e che si definisce soltanto con il termine “anticapitalista” ha avuto il merito di attrarre le nuove avanguardie giovanili francesi e molti gruppi politici dell’estrema sinistra giungendo così a triplicare il numero degli iscritti rispetto alla vecchia LCR. E la definizione del portavoce del NPA, Olivier Becancenot: “Il NPA non è solamente trotskista. Riprende tutte le tradizioni rivoluzionarie, marxiste ma anche libertarie" definisce sinteticamente, ma con efficacia tale volontà.

E bisogna riconoscere che i risultati elettorali nelle elezioni europee del giugno del 2009 sono stati molto incoraggianti. Infatti questa nuova formazione ottenne il 4,98% dei voti sfiorando così l’elezione di un eurodeputato. Sicuramente questo risultato elettorale che se da una parte confermava i voti di cui storicamente disponeva la vecchia LCR (nelle Presidenziali del 2002 prese il 4.25%, mentre in quelle del 2007 il 4.08%), poteva essere un trampolino di lancio abbastanza confortante.

I risultati elettorali di domenica invece hanno pesantemente e giustamente ridimensionato l’NPA che ha preso soltanto un misero 1,15%., un risultato quasi identico alla storica, ma settaria formazione di Lutte Ouvrière che si è accreditata dello 0,56%.

Gli elettori francesi infatti hanno penalizzato l’NPA ed il suo candidato Philippe Poutou (ex dirigente di Lutte Ouvrière) a causa del rifiuto di entrare e sostenere il Front de Gauche. L’Npa non è riuscita a cogliere e comprendere che il Front de Gauche che si è presentato domenica al corpo elettorale era profondamente diverso dal passato. Infatti il FG presentava come suo candidato per la prima volta non un comunista, ma Jean-Luc Mélenchon ex socialista e fondatore del Parti de Gauche ed il suo programma era fortemente orientato a sinistra aprendosi con forza anche al mondo ecologista ed il suo buon risultato elettorale (11.1%), anche se inferiore alle attese, ne è la dimostrazione.

La decisione di presentarsi da soli è stata per l’NPA semplicemente fallimentare ed è a questo punto necessario un cambio di rotta. Infatti tale sconfitta è stata troppo pesante e rischia di compromettere tutto il progetto politico e le speranze che sono alla base della nascita di questo partito. Per questo sarebbe grave sottovalutare o peggio non sottolineare questo risultato negativo come fa invece Salvatore Cannavò, uno dei dirigenti più rappresentativi di Sinistra Critica quando afferma: “Visto il successo della campagna di Melenchon, quell'1,2 raccolto dal Npa non è da disprezzare. Ma certo per il partito anticapitalista si era data l'opportunità di ricostruire la sinistra e questa è andata perduta”.

L’NPA doveva al contrario essere parte integrante e fondamentale della campagna elettorale di Mélenchon, ma così non è stato per un eccesso, questo va detto, di autoreferenzialità e di settarismo.

E’ necessario quindi questo cambio di rotta a maggior ragione se si tiene in considerazione che il dato politico più preoccupante di queste elezioni è il grande successo elettorale del Front National di Marina Le Pen che con il suo 17.9% ha ottenuto il terzo posto in queste presidenziali. Tale risultato è estremamente preoccupante proprio perché il Front National è una formazione apertamente fascista che ha intercettato i voti plebei di una Francia razzista che si vuole chiudere in se stessa.

La posta in gioco è troppo importante sia per la Francia che per il resto d’Europa, per questo se l’NPA vuole veramente continuare questo suo coraggioso progetto politico deve allearsi in modo costruttivo e propositivo con quel settore della sinistra rappresentato proprio dal Front de Gauche.

E senza nessuna ambiguità per il secondo turno deve sostenere con forza e decisione la candidatura del socialista Hollande.

26 giugno 2012

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/


sabato 28 aprile 2012

IL VERO SCANDALO DELLA FINMECCANICA E DELLA LEGA NORD di Miguel Martinez






IL VERO SCANDALO DELLA FINMECCANICA E DELLA LEGA NORD
di Miguel Martinez



Come avrete visto, alcuni magistrati accusano la Lega Nord di aver incassato tangenti dalla Finmeccanica per la vendita di elicotteri militari all’India.
L’accusa in realtà pare estendersi anche ad altri partiti, ma in questi giorni va di moda la Lega.
Lega e Finmeccanica ovviamente smentiscono.
Come al solito, tutti stanno a guardare la presunta irregolarità e non la natura mostruosa della regolarità.

Infatti, il vero scandalo non sarebbe un’eventuale tangente, ma l’esistenza della Finmeccanica.

Cioè di un’azienda, al 30% a partecipazione del Ministero del Tesoro, che si occupa ormai quasi esclusivamente – da quando il settore trasporti è stato accantonato – di tutto ciò che può servire per  sopprimere vite umane in tutto il mondo. Se mi dite come farlo senza finire in galera, sarei felice anch’io di alleggerire la Finmeccanica dei suoi guadagni, magari distribuendo il ricavato alle famiglie in tutto il mondo che hanno subito lutti e mutilazioni grazie al Made in Italy.

Comunque, l’episodio ci aiuta a capire esattamente come funziona un partito politico.

Un partito politico, qualunque partito politico, ai tempi nostri, è un’impresa che si deve rivolgere contemporaneamente a due mercati diversi.

Da una parte, l’impresa-partito deve avere un logo facile da ricordare, che faccia appello a una specifica nicchia del mercato elettorale.
Questi voti servono per ottenere potere politico, che poi può essere rivenduto in varia maniera sul mercato nazionale e globale.
Ne consegue che un partito deve differenziarsi moltissimo nelle chiacchiere e il meno possibile nei fatti.
La Lega Nord ha gestito la parte delle chiacchiere in modo geniale.

La Lega ha fatto esattamente come fa la Benetton,  ma con infinitamente meno mezzi. Entrambi lanciano un’immagine o una battuta, che suscita abbastanza scandalo da eccitare gli avversari, i quali fanno il resto.
Però alla fine, la Benetton non è il Papa che bacia l’imam di al-Azhar o simili amenità. La Benetton, nei fatti, è stoffa. Che deve essere distribuita come qualunque altra stoffa e serve agli stessi scopi.

Allo stesso modo, la Lega Nord non è chiacchiere sui Calci in Culo ai Musulmani o simili amenità. La Lega Nord sono le leggi che fa, le scelte che opera nei consigli di amministrazione delle società a partecipazione statale e così via.

Prendiamo l’aspetto pubblicitariamente più controverso della Lega – il rapporto con l’immigrazione.
Inveire contro gli immigrati è un ottimo sistema per ottenere voti, anche perché nessun altro partito oserà occupare con tanta determinazione quella particolare nicchia.
Ogni invettiva contro gli immigrati è certo che verrà riecheggiata con scandalo dagli avversari, e questo permette di raddoppiare la visibilità e i voti.
Ma le tremende e tragiche migrazioni umane dei nostri tempi sono un dispositivo preciso, che hanno (almeno) tre aspetti.

Uno, la concorrenza dei migranti serve a disarmare i lavoratori autoctoni.

Due, i migranti stessi devono vivere sotto il bastone della precarietà e della paura dell’espulsione.

Tre, i migranti devono essere anche attirati dalla carota della possibilità di diventare umani quanto gli autoctoni, se si Comportano Bene.

Questi tre elementi, variamente dosati, innescano un gioco complesso su cui la cosiddetta “politica” influisce poco o nulla.
Perciò, nelle cose che contano – dall’immigrazione all’immissione della Finmeccanica nel mercato indiano – non può esistere differenza sostanziale tra la Lega Nord e il Partito Democratico, ad esempio.
Questo a prescindere del tutto dalle intenzioni di partenza, perché la spietata legge del mondo in cui viviamo stabilisce che gli attori politici o implementano ciò che si chiede loro, oppure perdono le elezioni e quindi il potere politico.
Se si capisce questo, si capisce anche l’assurdità di certe lamentele. Dall’elettore del PD che si sente tradito perché il suo partito appoggia i bombardamenti in Afghanistan, all’elettore leghista che si sente tradito perché Bossi mette la sua firma a una delle più massicce (semi)legalizzazioni di immigrati della storia italiana.
I vertici non tradiscono; o meglio, se non tradissero, non sarebbero ai vertici.

A proposito, il sito ecologista francese Reporterre rivela un interessante documento riservato di Cheuvreux, società finanziaria della banca Crédit Agricole, [1] che spiega ai propri lettori/investitori cosa succederà se François Hollande diventerà presidente della Francia.

In sintesi, o Hollande farà volontariamente ciò che “i mercati” vogliono, oppure i mercati glielo faranno fare lo stesso:

Di conseguenza, nello scenario peggiore (ma non più probabile), il mercato lo costringerà a fare una svolta a U, come nel 1983. Certo, Hollande dovrà trovare un compromesso con la propria sinistra, fosse solo a causa del fallito referendum del 2005 sulla Costituzione europea. I suoi pari nell’Eurozona agirebbero in maniera accorta gli permettessero di far finta di aver estorto da loro qualche concessione, magari irrilevante, riguardanti le sue politiche di crescita”.

Cosa che peraltro gli accorti pari dell’Eurozona stanno già facendo .



Nota:

(1) Il sito della Cheuvreux merita una visita per alcuni splendidi esemplari di ecopornografia aziendale   ecopornografia aziendale che ne abbelliscono la home page.


26 aprile 2011

dal sito http://kelebeklerblog.com/


Gli articoli apparsi sul sito Kelebek Blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla, che si specifichi la fonte e che si pubblichi anche questa precisazione.


venerdì 27 aprile 2012

UN SALUTO A PUGNO CHIUSO di Pier Luigi Camagni




UN SALUTO A PUGNO CHIUSO
di Pier Luigi Camagni


Chi saluta il risultato del primo turno delle presidenziali francesi a pugno chiuso, con il tradizionale saluto della sinistra? Marine Le Pen, la candidata dell'estrema destra populista!
Un caso? Forse, anzi, sicuramente, non intendendo che sia voluto. Ma quanto è accaduto ieri in Francia, deve porre, innanzitutto a sinistra – sinistra che speriamo con tutte le forze risulti vincente al ballottaggio del 6 maggio prossimo -, delle domande di fondo.

Un primo dato da considerare è quello dell'astensione. Il 19% rappresenta una percentuale molto bassa. Comunque molto ma molto più bassa di quella che ci si aspettava, a dimostrazione che, come già mi era capitato di affermare, il candidato del Front de Gauche – ma il discorso vale anche altri – non ha sottratto voti a Hollande ma, invece, ha riportato al voto, con chiare posizioni di sinistra, una larga fetta di elettorato che diversamente, con tutta probabilità, non sarebbe andata a votare.

Il secondo dato è l'inesistenza, soprattutto in un sistema a doppio turno come quello francese, del presunto centro. Bayrou crolla dal 18 al 9%. Solo in Italia pare che il centro debba essere l'ago assoluto della bilancia, ma è un centro molto ma molto più vicino alla destra che non vero e proprio asse di equilibrio.

Occorre precisare che anche il candidato socialista Hollande aveva ed ha un forte programma di sinistra, sicuramente molto ma molto più a sinistra, se vogliamo tracciare un paragone con l'Italia, da quello proposto dal PD. Resta il fatto che il candidato socialista con il 28% dei consensi resta molto al di sotto delle percentuali che i socialisti ottenevano nel ventennio tra l'81 e il 2002 quando la Francia, come gran parte dell'Europa, aveva presidente e governi socialisti e di sinistra.
Sempre tracciando un paragone con il nostro paese, è l'analoga situazione che ha visto il PD, in passato PDS, passare dal 21% dei voti delle elezioni del '96 al 16% del 2001 e al 26% delle europee 2009 perdendo, però, bel il 7% rispetto alle politiche dell'anno precedente.
E' il segno evidente di come le sinistre "moderate" abbiano, via via in questi anni, perso capacità di interloquire con il loro elettorato di riferimento e lasciano vaste praterie alla loro sinistra preda dell'astensionismo, ma anche di destre populiste.
E' il caso della Francia dove, non ci si illuda, la candidata del Front National non raccoglie solo il voto della destra tradizionale, quella agricola, ricca e borghese delle campagne, tanto per intenderci, ma anche larghe fasce del voto proletario e sotto-proletario che in passato, magari, votava per il Partito Comunista, ma anche dell'Italia, dove molto del voto operaio e non solo, invece di orientarsi verso i partiti della sinistra, preferisce la Lega o Grillo o populisti e giustizialisti vari.
Del resto, non dimentichiamolo, ancora in questi giorni, mi è capitato di vedere difendere con più passione l'art. 18 Cota, presidente leghista del Piemonte, o Storace, leader della Destra, che non molti del PD. O, ancora, non ho visto il PD opporsi all'approvazione delle modifiche all'art. 81 della Costituzione, ma Lega ed IdV.
Hollande, ora, può ancora vincere – e, lo ripeto, me lo auguro con tutte le forze, perché davvero il cambiamento della Francia può rappresentare il cambiamento per l'Europa – ma il risultato mostra chiaramente che può vincere solo se la sinistra sa presentarsi unita.
Melenchon, candidato del Front de Gauche, ha già apertamente e responsabilmente – con buona pace di tutti coloro che parlano dell'irresponsabilità della sinistra massimalista - dichiarato il proprio appoggio ad Hollande, così come altri candidati della sinistra ecologista e trozkista.
L'invito all'unità della sinistra per tornare a vincere è il segnale che ci viene da tutta Europa, dove, ad esempio, l'SPD vince nelle elezioni dei Land solo in coalizione con i Verdi e/o la Linke, o dal più recente caso dell'Andalusia, dove il PSOE, pur sconfitto alle elezioni dal PPE, conserva il governo della regione grazie alla presenza di Izquierda Unida.

Ciò a cui la sinistra non deve cedere è il vecchio trucco delle destre di dividerla con il giochetto della sinistra riformista, buona, e della sinistra massimalista, cattiva. Questo trucco ha portato la sinistra alla sconfitta in tutta Europa. Non solo, l'ha gettata nell'incapacità di individuare un modello alternativo di sviluppo sociale ed economico che possa rappresentare il progetto politico su cui costruire un blocco sociale ed elettorale maggioritario tra gli elettori.

Per la Lega dei Socialisti, che proprio lo scorso sabato ha visto una grande partecipazione di compagne e compagni da tutta Italia per il direttivo nazionale, direttivo che ha visto anche la presenza ed il contributo di Alfonso Gianni di SEL, Giorgio Mele in rappresentanza della FdS e Vincenzo Vita, senatore del PD, non può che essere la riconferma di un progetto che ci vede impegnati dalla nascita, e cioè, come dice l'amico e compagno Franco Bartolomei, segretario nazionale, «proseguire convinta nel suo cammino verso la ricostruzione di una nuova forza socialista nella sinistra che riunifichi tutte le forze che ancora si richiamano alla sinistra storica ed alle sue due grandi tradizioni socialista e comunista, per costruire una massa critica in grado di accelerare un processo di ristrutturazione complessiva della sinistra, ormai ineludibile.» In questo senso, aprendo i lavori del direttivo, ho riproposto, come già in altri convegni e dibattiti, l'idea di un superamento, al Parlamento europeo, della divisione tra gruppo del PSE e della GUE.

23 Aprile 2012


dal sito http://www.plcamagni.it/blogdipier/


LE ANIME MORTE DELLA CGIL di Lorenzo Mortara




LE ANIME MORTE DELLA CGIL
di Lorenzo Mortara



Tutti i direttivi sindacali si somigliano, anche se sono semplici attivi per soli delegati. L’ultimo, intercategoriale, avvenuto qui alla Stazione dei Celti, a ridosso del 25 Aprile, è quindi uno spaccato abbastanza fedele di quello che sta succedendo dentro la Cgil. Ancora un anno fa si faceva fatica a parlare, la burocrazia serrava i ranghi contro le mine vaganti costrette a fare da spettatori a insipide comparse. L’inciucio con Cisl e Uil veniva salutato con suono di fanfare come neanche la Marsigliese nel giorno in memoria della Rivoluzione francese. Oggi la crisi morde talmente tanto le chiappe dei dirigenti, che l’alleanza col PD vacilla, le maglie si allargano e la baldanza dei dirigenti perde, insieme con metà della sua sicurezza, anche il pelo sullo stomaco. Per paura di essere travolta, la burocrazia terrorizzata, è costretta a confrontarsi e a lasciar parlare chi vuole. Ne esce un direttivo se non del tutto vivo, almeno vero.
Fin dall’iscrizione per gli interventi dei delegati, il peso della Fiom sovrasta quello delle altre categorie. Metà degli interventi previsti, provengono dai metalmeccanici. La terna arbitrale invita altri ad intervenire per diluire il peso della Fiom almeno di un terzo. L’operazione riesce, la quantità di mediocrità è salva, ma la burocrazia deve ancora far i conti con la qualità. La maturità dei metalmeccanici è di gran lunga superiore a quella delle altre categorie, in più d’un caso costrette, per non sfigurare troppo, a farsi rappresentare direttamente dal segretario. Se poi tra gli interventi venuti apparentemente da destra rispetto alla Fiom, qualche delegato o delegata ha la disgrazia di avere il cuore che batte lo stesso irrimediabilmente a sinistra, la burocrazia rischia l’infarto e deve intervenire.

Il problema – ci fa sapere chi è chiamato a fare da arbitro, possibilmente fischiando più falli possibili alla Fiom – è che nella Cgil ci sono due anime, quella massimalista e quella moderata e realista dei Di Vittorio, dei Lama e dei Trentin, si tratta di trovare un punto di convergenza...

In questa interruzione provvidenziale del direttivo, per quanto poco ortodossa, c’è in fondo tutto il nocciolo della problematica attuale della Cgil.
È indubbio che non sia affatto corretto essere chiamati a dirigere un direttivo, per interromperlo nel bel mezzo della discussione ed ergersi a Padre Eterno che divide i delegati in buoni e cattivi. Tuttavia, essendo uno che bada alla sostanza senza impressionarsi troppo della forma, debbo dire che l’arbitro ha detto la verità. E sarebbe stato veramente interessante potere fare l’intervento subito dopo, ma l’avevo già fatto per cui non posso far altro che replicare qui, sperando di non essere mandato direttamente all’inferno dai probiviri per aver profanato il tempio della loro concertazione.

È vero, inutile negarlo, nella Cgil ci sono proprio queste due anime, ma è nel linguaggio di quella moderata che viene definita massimalista l’altra. Moderazione e massimalismo, cioè, non sono termini neutri, al contrario sono velenosi e subdoli. Ed è per questo che vanno combattuti fino al loro completo ritiro, perché rimandano subito a positivo e negativo, relegando a priori nell’ombra chi ha la debolezza numerica di essere etichettato male dal dizionario grossolano degli altri. Perché quando l’arbitro moderato separa i virtuosi della moderazione dagli empi massimalisti per poi chiedergli di trovare un punto di convergenza, non fa altro, cosciente o meno, che pretendere che la convergenza venga trovata dal lato della moderazione, subordinando a lei il massimalismo che viene messo, così, a cuccia. In effetti, il problema non è la convergenza che si può sempre trovare, ma quale delle due anime debba trainare l’altra. E l’anima che deve guidare l’altra è quella massimalista ora in minoranza. Perciò, il suo compito non è trovare una convergenza, ma trasformarsi in maggioranza. Quando lo sarà, al linguaggio empirico e un po’ volgare che separa le due ali della Cgil, nell’ala moderata e in quella massimalista, sostituirà quello più scientifico e rigoroso che le separerà per quello che effettivamente sono: non ala positiva o negativa, perché chi rappresenti davvero l’una e chi l’altra è ancora tutto da dimostrare, ma ala classista e ala interclassista. Perché questi sono i contenuti concreti del massimalismo e della moderazione. Con la differenza non da poco, che l’ala classista sa riconoscerlo, perché ha coscienza di sé stessa, l’ala interclassista no perché, un tanto al chilo com’è, è così poco cosciente da nascondersi dietro la mantellina del giudice “super-partes” senza mai dirci, in realtà, da quale parte stia. Quando saremo noi a dirigere, da che parte staremo lo sapranno tutti, anche i moderati. Poiché chi non lo dirà apertamente sarà espulso, perché non bisogna ricordarsi soltanto il 25 di Aprile di essere partigiani, ovvero gramsciani, per poi essere indifferenti alla scelta di campo per tutto il resto dell’anno e quindi della vita.

Gli indifferenti della Cgil sono attualmente più forti perché avendo poca coscienza di classe, mediocri come sono, hanno già raggiunto il massimo del loro potenziale pressoché nullo. L’ala classista deve ancora farsi le ossa, temprarsi nel fuoco della lotta, fare esperienza per affinare il suo istinto e capire bene cosa ci cela dietro lo scontro con l’ala interclassista. A un livello più profondo, infatti, dietro l’anima classista e interclassista, si trova lo scontro tra l’anima proletaria e l’anima padronale della Cgil, tra l’ala marxista e l’ala liberale. In parole povere, tra l’anima rivoluzionaria e quella che non è più nemmeno riformista, ma direttamente controrivoluzionaria.

Non è quindi un caso che l’ala interclassista abbia tentato di darsi un tono appoggiandosi alla mitologia della Cgil. L’anima classista della Cgil è ancora molto fragile perché ha un compito molto più difficile, e la sua crescita è lenta e tortuosa perché ad ogni passo è imbrigliata dai fantasmi evocati dalla burocrazia per offuscarle la memoria. Richiamandosi a Di Vittorio, Lama e Trentin, l’ala interclassista cerca di schiacciare quella classista sotto il peso della tradizione della Cgil, di cui anche l’ala classista, così giovane ed inesperta, sente il fascino. Purtroppo! Perché i tre angeli della desolazione evocati dal Signor arbitro, rappresentano la miglior tradizione della Cgil che capitola prima ancora di combattere. Ecco perché l’ala interclassista ci si rispecchia in pieno. Perché non saprebbe trovare Maestri migliori per insegnare nuove sconfitte alle nuove generazioni di lavoratori. Perché il Piano del lavoro di Di Vittorio, presentato, senza un’ora di sciopero a Sua Maestà la Democrazia Cristiana, e di conseguenza subito cestinato senza neanche essere degnato d’uno sguardo; la Svolta dell’Eur di Lama con cui si sacrificavano i salari per il bene dei profitti; e infine la firma insanguinata di Trentin sullo smantellamento di quel che restava della scala mobile, sono l’anello di congiunzione che lega assieme tutta la catena di sconfitte a cui ci hanno portato questi condottieri falliti senza gloria e onore. E i loro allievi migliori, i peggiori sindacalisti di oggi, ancora non lo vogliono capire che non si può più proseguire su questa linea perché ha fatto bancarotta. Il guaio della Camusso, ultima erede degl’interclassisti è che i suoi predecessori, avevano ancora molto da rinculare. Ma rincula oggi rincula domani, da dar via non ti resta più nemmeno il culo e tanto meno la faccia che hai già perso chissà dove, tanto tempo fa.

L’anima moderata, invece, imperterrita, vuole proseguire sulla sua solita strada, perché si crede saggia e realista. Ed è talmente realista che non vede la realtà a un palmo di naso. È convinta che non ci siano solo gli scioperi per poter portare a casa qualcosa. Insiste che a far gli scioperi in questo momento si fa solo un favore ai padroni, anche se non abbiamo visto un solo padrone in piazza con noi della Fiom ad incitarci affinché si vada avanti. Spiega ancora che alle manifestazioni di sabato, senza scioperi, viene più gente, perché crede si possano risolvere i problemi riempiendo le piazze per niente, piuttosto che rischiare di averle mezze vuote per qualcosa. Infine, piagnucola che con le fabbriche piene di precari non abbiamo la forza per mobilitarci, di conseguenza solo perché abbiamo poca spinta, ci invita a non usar neanche quella, togliendo così ai precari quelle poche possibilità che ancora avevano per non restarlo a vita. E mentre ripete come una cantilena tutte queste fesserie in nome del realismo, non si rassegna a trarre la sola lezione che anche il più somaro degli iscritti della Cgil dovrebbe apprendere dalle recenti vicende: quel poco che la Cgil ha ottenuto, quella striminzita variazione sullo smantellamento dell’Art.18, quell’impercettibile arretramento del Governo Monti è stato ottenuto come al solito: con gli scioperi, in base alla legge ferrea della lotta di classe che non dà scampo oggi come allora come sempre. È alzandosi dal tavolo per preparare un pacchetto di 16 ore di sciopero che la Cgil ha ottenuto quel che ha ottenuto dal Governo Monti. L’anima moderata non lo vede e non lo capisce perché nulla sa apprendere dalla realtà. Vive da sempre nel suo idealismo metafisico dove la realtà non arriva nemmeno di sfuggita.

Proprio per questo, per come quella moderata è estraniata dal mondo, le famose due anime della Cgil sono solo apparenti e in ultima analisi si riducono a una. Perché, in effetti, una e una sola anima ha la Cgil: l’anima combattiva e irriducibile, l’anima rivoluzionaria. L’altra anima, infatti, l’anima interclassista, rappresenta soltanto la Cgil senz’anima, le anime morte del nostro sindacato. E non basterà il grande Gogol’ per resuscitarle. Ci vorrà uno più grande ancora che anziché rianimarle, le sotterri definitivamente. Perché prima che ci mozzino il fiato, ci vorrà proprio il respiro rigenerante e profondo di Karl Marx.


Stazione dei Celti,
Martedì 24 Aprile 2012
Viva la Liberazione!
Viva la Resistenza!
Evviva la Rivoluzione!

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/



domenica 22 aprile 2012

TOGLIERE AI PADRI SENZA DARE AI FIGLI di Claudia Pratelli




TOGLIERE AI PADRI SENZA DARE AI FIGLI
di Claudia Pratelli


Cosa c’è per i precari dentro la riforma del lavoro


Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.
L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.

Proprio in nome della nostra generazione, infatti, è stato attaccato l’articolo 18, sono state abbassate le pensioni, è stato messo a dieta il sistema degli ammortizzatori sociali. “E’ la crisi, baby” ci hanno spiegato i teorici dello scambio “Bisogna togliere ai padri per dare ai figli”.
Mentivano per almeno due ragioni. La prima è sempre stata chiara: i diritti non sono una quantità data, un kg di pane da ripartire tra gli affamati. Quanti ne vogliamo e come li vogliamo? Non c’è scienza economica che ce lo possa prescrivere. Sono scelte, scelte politiche. Checchè ne dicano i tecnici, la troika e tutto il cucuzzaro. Difficile non vedere, poi, che la logica dello scambio è una trappola, soprattutto quando riguarda la platea dei più fragili e costruisce artificiose contrapposizioni tra ultimi e penultimi, padri e figli, giovani e anziani, senza intaccare le rendite di posizioni, i grandi capitali, chi ha accresciuto i propri profitti. La seconda ragione è divenuta evidente con il testo definitivo del DdL: lo scambio (anche qualora avesse un senso) è truccato. Hanno tolto ai padri, ma non hanno dato ai figli.

Adesso il testo c’è ed è definitivo. Ma non ci siamo.

Letteralmente. Noi - giovani e precari- non ci siamo: non ci sono risposte né ai nostri bisogni, né ai nostri desideri, verso i quali questo Paese ha contratto il debito più pesante. Sull’impianto generale della riforma, su cosa fa e non fa per i precari, su cosa è inefficace e cosa dannoso valgono le considerazioni svolte  qui , con qualche significativo peggioramento. Ricapitoliamo.

1. Non sono state ridotte le tipologie contrattuali precarie.
46 erano e 46 restano. Anche l’associazione in partecipazione che nel “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri era stata fortemente ridimensionata, ritorna quasi come prima. Inutile dire che “l’apprendistato come canale privilegiato di ingresso al lavoro”, in competizione con questa pletora di forme contrattuali più convenienti per i datori, risulta poco credibile.

2. La lotta all’utilizzo truffaldino dei contratti precari parasubordinati (segretarie con p.iva; commessi con contratto a progetto; e tutti i lavoratori molto subordinati cui viene fatto un contratto da autonomi solo per risparmiare su salario e contributi), non solo rischia di essere inefficace perchè può essere fatta valere solo ex post, ma viene anche resa più blanda rispetto ai testi precedenti.
Inspiegabilmente sono esclusi dalle norme antielusive tutti i cococo del pubblico e assimilati (gli assegni di ricerca, per esempio): per loro nessuna regolazione, nessuna tutela (neanche l’una tantum, cfr. sotto), ma quando si tratta di far cassa ecco che ci si ricorda di loro (cfr. punto 3 aumento le aliquote previdenziali).
C’è, inoltre, una retromarcia sulla lotta alle false partite iva: chi è iscritto a un ordine professionale (architetti, ingegneri, giornalisti, ecc, più della metà del totale, tanto per intenderci) è escluso dalle norme antielusive; ma soprattutto quelle eventualmente smascherate non vengono riconosciute come lavoro subordinato, ma come contratti di collaborazione.
Non va meglio per le partite iva “vere”: per loro nessuna tutela. Anzi un aumento dei contributi previdenziali.

3. Infatti l’aumento delle aliquote contributive per chi versa alla gestione separata che prima era un timore ora è una certezza, non solo per i cocopro, ma anche per i cococo e le partite iva.
Che significa? Che questi lavoratori, data l’assenza di minimi retributivi, si troveranno con compensi netti più bassi. Per quanto riguarda i collaboratori (cococo e cocopro) i datori di lavoro, chiamati a versare maggiori contributi, abbasseranno i compensi.
Per le partite iva, che pagano interamente i propri contributi previdenziali senza ripartirli con i committenti, non ci si dovrà neanche prendere il disturbo di rivedere al ribasso i compensi: semplicemente questi soggetti saranno tenuti a un esborso maggiore per contributi a compenso invariato.
Risultato? Meno soldi in tasca. E non stiamo parlando dei moderni Rockefeller, bensì di soggetti che hanno compensi mediamente miseri e via via erosi (8.023 Euro era il compenso medio lordo annuo dei collaboratori iscritti alla Gestione Separata Inps nel 2009; dal 2006 al 2009 il reddito medio annuo degli iscritti alla stessa Gestione con p. iva si comprimeva del 30%).

4. L’ASpI, che era stata sbandierata come l’ammortizzatore sociale universale, esclude i parasubordinati, i più precari tra i precari: cococo, cocopro, assegni di ricerca, partite iva, ecc.
E i dipendenti a tempo determinato?
Per loro l’Aspi c’è ma con gli stessi requisiti di accesso della vecchia indennità di disoccupazione (2 anni di anzianità contributiva e un anno di versamenti effettivi all’INPS), requisiti molto elevati che tagliano fuori chi lavora da poco e chi ha alle spalle anni di lavoro da parasubordinato. Per chi non li soddisfa è prevista la Mini ASpI cioè la nuova edizione della vecchia indennità a requisiti ridotti: anche questa è rivolta solo ai dipendenti, ma con requisiti di accesso più bassi, peccato che insieme ai requisiti anche durata (massimo 6 mesi) ed entità del trattamento siano bassi. Troppo bassi.

Cosa c’è dunque per i precari “più precari”? La vera novità del DdL rispetto ai testi precedenti è la reintroduzione e ridefinizione dell’Una tantum per i collaboratori a progetto.

Una tantum: da dove viene. Si tratta di uno strumento che non nasce dalla Fantasia del Ministro Fornero, ma da quella di Sacconi e Tremonti che la istituirono, in via sperimentale, nella finanziaria del 2009 [1] a fronte della strage silenziosa di lavoratori con contratti di collaborazione avvenuta all’inizio della crisi.
Prese la forma di un’indennità per i collaboratori a progetto disoccupati, da erogare in un’unica soluzione, finanziata dalla fiscalità generale (quindi non da contributi versati dai collaboratori e datori di lavoro). Fin dall’inizio troppi ne sono stati i limiti: rivolta ai soli collaboratori a progetto con l’esclusione di tutti gli altri parasubordinati (collaboratori occasionali e assimilati -assegni di ricerca, docenti a contratto- e partite iva); requisiti di accesso iper-restrittivi [2]; entità misera (30% del reddito dell’anno precedente); meccanismo di calcolo penalizzante proprio per i soggetti più fragili. Oggi, dopo più di tre anni di sperimentazione, i dati consegnano un bilancio pessimo: hanno potuto fruire di tale indennità solo 13.000 (circa) collaboratori a progetto sulle centinaia di migliaia rimaste senza lavoro e senza reddito negli anni della crisi.

La Nuova una tantum: cosa cambia? Il “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri prometteva di “rafforzare e rendere strutturale” l’una tantum, ma nessuno dei due impegni è stato mantenuto. L’una tantum non è stata resa strutturale, ma durerà finche durano i (pochi!) soldi stanziati (per completezza d’informazione: si tratta di fondi già stanziati dalla Finanziaria precedente). Di rafforzamento, poi, non c’è traccia. Anzi, c’è un peggioramento netto.

Secondo quanto previsto dal DdL i requisiti per poter richiedere l’una tantum diventano ancora più restrittivi di prima. Oltre ad aver registrato un reddito non superiore a 20 mila euro nell’anno precedente e ad avere almeno una mensilità accreditata nell’anno in corso, per fare domanda è necessario: avere almeno 4 mesi di contributi accreditati nell’anno precedente (prima erano 3); aver lavorato in monocommittenza nell’arco dell’anno precedente (prima la monocommittenza era richiesta solo in riferimento all’ultimo contratto, quello per cui si era verificato l’evento di fine lavoro); aver avuto almeno due mesi di disoccupazione continuativa nell’anno precedente.
Questo ultimo punto è forse il più penalizzante. Due sono le interpretazioni possibili del testo particolarmente astruso:

Ipotesi A) l’una tantum può essere richiesta da collaboratori che siano stati disoccupati nell’anno precedente (anche se nel momento in cui fanno la domanda non lo sono più) e quindi si configurerebbe un meccanismo che risarcisce l’anno dopo una disoccupazione avvenuta l’anno prima. I limiti di uno strumento del genere sono evidenti: se sono disoccupato adesso ho bisogno di un sostegno al reddito adesso, non tra un anno. Le bollette, l’affitto, il pranzo e la cena non possono aspettare i tempi di calcolo della burocrazia. Del resto è così poco efficace dare un reddito l’anno successivo a quando se ne ha bisogno che l’ indennità di disoccupazione a requisiti ridotti che aveva questo funzionamento è stata corretta dallo stesso DdL e trasformata nella Mini-Aspi di cui sopra.

Ipotesi B) l’una tantum può essere richiesta da collaboratori disoccupati che siano stati disoccupati anche nell’anno precedente. Se così fosse l’una tantum interverrebbe solo in caso di doppia sfiga: per accedervi bisogna essere disoccupati nel momento in cui la si richiede, ma esserlo stati anche nell’anno precedente per almeno due mesi continuativi.

Al di là dei gravi limiti tecnici di questo strumento, che lo rendono escludente e poco efficace, il problema è soprattutto relativo alla sua ratio.

Non è un ammortizzatore sociale, perché non è finanziato su base contributiva, non interviene nel momento del bisogno e non accompagna il periodo di disoccupazione, ma eroga una cifra e te la fai bastare.

Benchè finanziata dalla fiscalità generale, non è una misura universalistica di welfare, tipo reddito di base, perché si rivolge ad una categoria molto specifica del mondo del lavoro, per di più solo nel caso di non rinnovo di un contratto. Cos’è allora? L’una tantum è una elemosina con funzione di tappabuchi. E’ la massima evidenza di un governo che non vuole o non sa prendere in carico fino in fondo un mondo del lavoro diverso e cambiato, dove nascono nuove fragilità e domande di protezione. E’ l’ennesima prova di una mistificazione: parla di una riforma strabica che dichiara di guardare ai giovani, ma gira la testa e strizza l’occhio ai mercati.

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NOTE
[1] Ridefinita poi nella Finanziaria 2010 con criteri d’accesso un po’ meno restrittivi dato il flop della versione precedente, ha comunque continuato ad essere troppo escludente.

[2] La Finanziaria 2010 (Legge 191/2009) rivolge l’indennità ai coli collaboratori a progetto: a) monocommittenti; b) che abbiano conseguito l’anno precedente un reddito lordo non superiore a 20.000 euro e non inferiore a 5.000 euro; c) per i quali, con riguardo all’anno di riferimento,risultino versate presso la Gestione separata INPS un numero di mensilita’ non inferiore a uno; d) che risultino senza contratto di lavoro da almeno due mesi; e) per i quali risultino accreditate nell’anno precedente almeno tre mensilità.

 
dal sito http://www.molecoleonline.it/

giovedì 19 aprile 2012

L'ABC DELL'ANTIPOLITICA di Giorgio Cremaschi




L'ABC DELL'ANTIPOLITICA
di Giorgio Cremaschi



Nella manifestazione che ha visto migliaia di lavoratori bresciani farsi alcuni chilometri di corteo per poi giungere a presidiare l'autostrada, era comune il sentimento di rabbia e indignazione contro i principali partiti. Ma come, gridavano i lavoratori, questi ci hanno portato via le pensioni, il contratto nazionale, ora vogliono cancellare l'articolo 18, ci riempiono di tasse, tagliano i servizi e poi ci chiedono i soldi per sostenerli?

Trovo ridicole le affermazioni del segretario del Partito democratico, che con il suo solito tono televisivo dice "attenzione o cadiamo tutti". Forse non ha capito che in mezzo alla gente che soffre e che lotta questa non è una minaccia ma una speranza, un augurio. E' inutile continuare a blaterare della funzione dei partiti, quando i principali partiti italiani, guidati dalla sigla ABC (Alfano, Bersani, Casini) - che ha soppiantato il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), che portò alla rovina la prima repubblica -, continuano semplicemente a subire i dettati delle banche e della finanza internazionale, mentre litigano tra di loro su come spartirsi il sottopotere rimasto. E' fastidioso che si continui a spiegare che il finanziamento pubblico ai partiti garantisce dal potere delle lobby, quando in pieno finanziamento pubblico il capo del governo è stato l'uomo più ricco d'Italia. E' insopportabile che si lamenti la crisi della democrazia quando il Parlamento di nominati dai segretari dei partiti sta cambiando tranquillamente la nostra Costituzione, imponendo alle generazioni future un obbligo di bilancio in pareggio che, non a caso, i padri costituenti del '48 avevano ignorato.

La crisi dei partiti è sicuramente in campo e non saranno i soldi pubblici a salvarla. La verità è che partiti deboli e privi di reale identità, sono stati costretti a rinunciare al loro ruolo fondamentale, quello dell'organizzazione delle volontà dei cittadini, perché sulle questioni di fondo decidono il mercato, le banche, i poteri forti. Nella manifestazione di Brescia, come in altre manifestazioni oggi in corso in Italia, si faceva notare che negli stabilimenti Fiat in questi giorni si sta votando per eleggere le rappresentanze da cui sono preventivamente esclusi tutti i sindacati che non sono d'accordo con Marchionne. Come fare elezioni politiche generali a cui possano partecipare solo coloro che stanno con Monti. Eppure, dal Partito democratico non è venuta una parola su questa farsa, mentre si chiedono i soldi ai cittadini per rafforzare la democrazia.

La situazione economica del paese precipita e gli allarmi sono sull'antipolitica. Diciamoci la verità: l'antipolitica è frutto dell'ABC e di questi due schieramenti di governo, centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni sono stati in rissa perenne tra di loro, essendo poi d'accordo su tutte le questioni economiche e sociali fondamentali. L'antipolitica è proprio costituita da coloro che oggi ci governano, la politica potrà essere ricostruita solo senza e contro di essi. Ricostruiamo la politica, mandiamoli a casa.



17.4.2012

mercoledì 18 aprile 2012

L'ESIGENZA DI UNA SINISTRA UNITA di Riccardo Achilli




IL GOVERNO DELLA DECRESCITA (INFELICE) E L'ESIGENZA DI UNA SINISTRA UNITA

di Riccardo Achilli



Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo

Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi. Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno: fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno.

Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita. Ciò peraltro dimostra con chiarezza che le previsioni sono quelle di una lunghissima fase di recessione, ben oltre il solo 2012 ed anche il 2013 (anni in cui, secondo le stime del FMI, il PIL italiano scenderà complessivamente di 2,8 punti, un dato praticamente “greco”). D'altra parte, la firma del fiscal compact, effettuata proprio da Monti, provocherà l'esigenza di fare manovre finanziarie di 43-45 miliardi nei primi anni, che si stabilizzeranno attorno ai 35 miliardi negli anni successivi, per circa un ventennio. Una simile sottrazione di risorse all'economia non potrà che mantenerla in perenne recessione o stagnazione, negli anni in cui il ciclo macroeconomico mondiale sarà in crescita. Le imprese avranno quindi bisogno di strumenti in grado di consentire espulsioni di massa di manodopera, pagando un costo basso, per riallineare la loro capacità produttiva ad una domanda di mercato in picchiata libera.

Non venga quindi Monti a presentare la riforma del mercato del lavoro come uno strumento di attrazione di investimenti diretti esteri, con un tour, sostanzialmente turistico (ed a spese del contribuente) nelle principali piazze finanziarie asiatiche proprio immediatamente dopo l'emanazione del disegno di legge di riforma. Tale tour, spacciato per tournée d'affari per attrarre investimenti, non avrà alcun esito concreto. Ma perché mai l'impresa thailandese, o la multinazionale che opera in Thailandia, che paga i suoi operai 100 euro al mese, e gode già della più assoluta flessibilità di utilizzo dei fattori produttivi nel Paese di attuale localizzazione, dovrebbe sostenere un investimento per spostarsi in Italia? Lo potrebbe fare solo per sfruttare il mercato di consumo interno (che però le politiche finanziarie di Monti hanno definitivamente distrutto) o per sfruttare particolari bacini di competenze professionali o scientifico-tecnologiche (però il Governo-Monti non ha fatto assolutamente niente per contrastare il declino strutturale del sistema formativo ed educativo, e del sistema scientifico-tecnologico italiano, che si trascinano da decenni). Quindi perché mai gli Ide, dalle economie emergenti dell'Asia, o da qualsiasi altro posto del mondo, dovrebbero affluire in un Paese il cui mercato interno è in picchiata libera, in cui i costi amministrativi ed infrastrutturali sono ai livelli massimi mondiali, in cui la pressione fiscale sulle imprese sfiora il 50%, solo perché è stata imposta una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, quando, spostandosi di poche centinaia di chilometri, magari in Serbia, trovano la stessa flessibilità del lavoro, ad un costo inferiore, e non subiscono le penalizzazioni fiscali, amministrative, infrastrutturali, di cui sopra? Se vi fosse la reale volontà di preservare una base produttiva, sarebbe molto più facile imporre restrizioni alle imprese italiane che delocalizzano.

Del resto, nessuno, nessuno ma proprio nessuno dei provvedimenti messi in atto da tale Governo è improntato ad una idea di sviluppo. Nemmeno il decreto-liberalizzazioni, spacciato per il cardine dello sviluppo futuro del Paese, è fatto per generare sviluppo ed occupazione. Al massimo, come già scrissi in un articolo precedente, può servire per aumentare la concentrazione oligopolistica nei settori di servizi liberalizzati, nella maggior parte dei casi (si veda ad esempio il settore commerciale) aumentando la presenza delle grandi concentrazioni imprenditoriali straniere, e quindi aumentando il tasso di sfruttamento neocoloniale dell'economia italiana (ma d'altra parte Monti è un uomo dell'Europa in mano alla Germania ed in parte alla Francia e alla Gran Bretagna, ed un uomo del capitale finanziario globale, non certo un rappresentante degli interessi nazionali, si veda la vergognosa umiliazione subita con il caso-Lamolinara. Proprio ieri, il Governo italiano ha digerito, senza colpo ferire e senza reagire, l'ultima umiliazione inflitta dal Ministro degli Esteri britannico Hague, venuto a Roma per dire che lo sconsiderato e delirante blitz militare inglese che ha causato il decesso dell'ingegnere italiano era “la cosa giusta da fare”).
Nel frattempo, la concentrazione oligopolistica in numerosi settori dei servizi indotta dal decreto-liberalizzazioni distruggerà lobbies che storicamente si sono sempre opposte, tramite i loro rappresentanti politici, ad un serio sforzo di recupero dell'evasione ed elusione fiscale, facilitando quindi un recupero di evasione che non andrà certo a beneficio del Paese, ma dei conti pubblici e quindi dei creditori del debito sovrano italiano.

A tal proposito, c'è ancora qualcuno che crede alla favoletta, puntualmente riproposta, della destinazione delle somme recuperate dall'evasione verso un abbassamento delle imposte sui redditi dei tartassati cittadini? Il recentissimo disegno di legge delega sulla riforma fiscale presentato dal Governo mantiene infatti inalterate le tre aliquote sull'Irpef introdotte da Tremonti, caratterizzate da forti effetti regressivi rispetto al sistema precedente, con un numero maggiore di aliquote e scaglioni, e peggiora gli effetti regressivi di tale imposta tagliando praticamente quasi tutte le deduzioni e detrazioni fiscali oggi esistenti, a partire da quelle concesse ai collaboratori a progetto, o alle famiglie per spese di istruzione o di trasporto. Senza contare l'aumento dell'aliquota Iva, che andrà a colpire anche i beni di prima necessità, e si scaricherà sui cittadini, o sulle piccole e micro imprese ed attività autonome, poiché le grandi imprese potranno sterilizzare l'effetto dell'incremento dell'Iva sui loro acquisti di materie prime e servizi alla produzione, mentre per le PMI, con minore potere di mercato, ciò sarà impossibile. In cambio di un nuovo salasso fiscale per i cittadini e per la piccola borghesia produttiva, gli sconti fiscali ricavati dalla lotta all'evasione andranno soltanto alla grande borghesia imprenditoriale e finanziaria, tramite la riduzione dell'Ires.
Naturalmente, la distruzione della piccola borghesia produttiva indotta dal decreto-liberalizzazioni e dalla riforma fiscale produrranno un nuovo immane impoverimento di un gran numero di famiglie, che vivono del reddito prodotto dalla loro micro-attività imprenditoriale nel commercio, nell'artigianato e nei servizi, in compagnia di un proletariato riportato ai livelli di tenore di vita dei primi anni Cinquanta. Altro che sviluppo!

In sostanza, l'accelerazione della crisi capitalistica ci sta imponendo una redistribuzione mondiale del lavoro e del benessere, in cui i tradizionali Paesi benestanti dell'Europa occidentale, in particolare quelli mediterranei (ma a ritmi meno drammatici, ciò riguarderà inevitabilmente anche l'Europa centro settentrionale) saranno costretti, giocoforza, ad una “decrescita infelice”, cioè ad une riduzione del benessere accompagnata da un modello capitalista-liberista radicale, che porterà quindi ad una crescita delle diseguaglianze distributive ed alla permanenza di impatti negativi sull'ambiente, ed anzi ad una loro accentuazione (perché i Paesi emergenti che usciranno “vincitori” da tale redistribuzione mondiale della crescita dovranno approfittarne, spingendo su processi di industrializzazione a ritmi forzati, con tutte le devastazioni ambientali che ciò provocherà).


L'unione delle forze fra marxismo, socialismo di sinistra ed ecosocialismo come unica alternativa

Di fronte ad un Governo completamente disinteressato allo sviluppo ed alla crescita, che ha come unico obiettivo risanare il bilancio pubblico per generare le risorse utili a ripagare i creditori finanziari, interni ed internazionali, il cui folle inseguimento di un profitto finanziario fittizio ha generato l'attuale recessione economica globale, e garantire il galleggiamento al sistema produttivo italiano (ma niente di più che questo; distruggendo il mercato interno per consumi, contraendo gli investimenti pubblici e privati, non si può certo pensare di indurre sviluppo imprenditoriale) la sinistra può assumere due atteggiamenti, e peraltro non è un problema della sola sinistra italiana, ma riguarda l'intera sinistra occidentale. Il primo atteggiamento è quello di aspettare che la crisi finale arrivi (perché non abbiamo ancora visto niente; il rallentamento macroeconomico cinese, largamente prevedibile già nei mesi scorsi, dovuto all'esigenza di raffreddare una crescita che sta creando bolle finanziarie, immobiliari, ma anche politiche, potenzialmente pericolosissime, e la ripresa lenta e fragile degli Usa, minacciata dai notevoli squilibri nel bilancio federale e nella bilancia dei pagamenti, nonché lo stop della crescita tedesca, che non può più esportare sui disastrati mercati mediterranei, sono fattori che nei prossimi mesi renderanno ancora più grave e strutturale la crisi; naturalmente, nei Paesi PIIGS come l'Italia, tale aggravamento, in presenza di borghesie nazionali sostanzialmente compradore ed asservite agli interessi del capitalismo finanziario globale, con Governi guidati da agenti dei mercati finanziari come Monti, Papademos, Kenny, Coelho o Rajoy, sarà molto più rapido).

Tale strategia conta sull'ulteriore, e del tutto certo, peggioramento dello scenario economico e sociale, per promuovere una situazione rivoluzionaria, in base ai noti fattori rivoluzionari oggettivi studiati da Lenin, uno dei quali consiste in un impoverimento estremo delle masse, che le rende disponibili al tutto per tutto, pur di conquistare il potere, e ribaltare tale situazione. Tuttavia, chi abbraccia tale strategia dovrebbe sempre ricordare che altra fondamentale condizione oggettiva, per Lenin, è che “la classe dominante si sia indebolita a tal punto, per effetto della lotta di classe e delle sue prolungate risse interne, da non essere più in grado di governare come prima, ma non perché non le sia possibile sostituire un governo con un altro, bensì perché la crisi dello Stato borghese è giunta a un punto tale che l'apparato repressivo della borghesia entra in decomposizione” (Piattaforma Comunista, Teoria e Prassi nr. 7). Tale situazione non soltanto non corrisponde a quella attuale, ma è anche molto difficile che si verifichi nel prossimo futuro. Quand'anche la capacità di mobilitazione e di lotta di classe in Italia raggiungesse i livelli (molto lontani) manifestati dalla Grecia in questi mesi, è chiaro che l'apparato repressivo sarebbe ancora sufficientemente forte da soffocare tale rivolta e la classe dominante sufficientemente coesa (ed infatti, la piazza, in Grecia, non ha ottenuto assolutamente niente, nonostante mesi di mobilitazioni anche violente). Infine, ci vorrebbe, sempre seguendo Lenin, l'elemento soggettivo, ovvero la presenza di un partito comunista di avanguardie sufficientemente forte, articolato e radicato nel proletariato. Il che richiederebbe, quantomeno, un'azione di lungo periodo di totale azzeramento e ricostruzione dell'attuale galassia dei partiti comunisti italiani, ognuno attaccato alla sua specificità teorica e di leadership, ognuno dei quali incapace di unità d'azione, figuriamoci di compattamento in un unico partito di avanguardie (parziale eccezione il Pcl di Ferrando, che da anni chiede, generosamente, un processo di unità nella sinistra comunista e radicale, ma il fatto stesso che tali appelli rimangano sistematicamente inascoltati dagli altri interlocutori è molto significativo della profonda crisi del comunismo nel nostro Paese).
Ora, è chiaro che la prosecuzione dell'attuale fase non potrà che indebolire l'apparato di consenso, controllo e repressione anche della borghesia, per cui nel lungo periodo è più che probabile che le condizioni rivoluzionarie oggettive finiscano per maturare, così come è possibile che l'attuale travaglio del comunismo europeo si risolva per il meglio, con la riformazione di movimenti comunisti forti, compatti, internazionalisti e autenticamente anticapitalisti (il che esclude ovviamente i partiti a matrice stalinista). Tuttavia, rimarrebbero aperti due problemi, che il comunismo non potrà non affrontare:

- come ricostruire un radicamento di massa in un proletariato che non ha più le caratteristiche di omogeneità dei tempi in cui Marx scriveva, o in cui Lenin e Trotsky organizzavano rivoluzioni. Processi di cambiamento strutturale del capitalismo verificatisi negli ultimi cinquant'anni, e che non c'è spazio qui per analizzare a fondo, come la terziarizzazione delle economie, la riorganizzazione su schemi post fordisti dei processi produttivi, l'atomizzazione crescente di questi, sia tramite l'outsourcing (che ha spezzato la tradizionale unità di fabbrica) che tramite il toyotismo ed i sistemi di qualità totale (che hanno spezzato la tradizionale unità di processo produttivo all'interno della stessa fabbrica) hanno profondamente segmentato il proletariato al suo interno, facendo emergere ciò che i sociologi borghesi chiamano “ceto medio”, la cui figura-tipo è un proletario che, non svolgendo più mansioni di tipo manuale ed operaio, ed essendo spesso remunerato con una quota di salario legata alla sua produttività/abilità individuale (ovviamente in concorrenza con i colleghi) e avendo risorse per fare investimenti (immobiliari, nella casa, o addirittura finanziari) è spontaneamente condotto ad adottare sovrastrutture culturali e comportamentali più vicine a quelle del piccolo borghese, che a quelle dell'operaio. Il linguaggio e il programma marxista (soprattutto il programma di transizione), necessari per catturare tale tipo di proletario della classe media, dovranno quindi essere modificati ed adattati, in qualche misura, per collegarsi alle tematiche di suo specifico interesse (essenzialmente, la tutela e la stabilità del suo tenore di vita, ma strizzando anche l'occhio a questioni di qualità della vita e di sicurezza cui tale tipologia di proletario è molto sensibile). Occorre cioè fare in modo che, nelle attuali condizioni di produzione, non più basate esclusivamente o principalmente dalla grande fabbrica integrata, il lavoratore del “ceto medio” diventi effettivamente quel lavoratore cooperativo collettivo associato alleato con gli operai, e non più soltanto delle potenze mentali della produzione, di cui parla Marx. D'altro canto, la crescita (che si amplierà nei prossimi anni) del precariato spezza la stabilità e permanenza, lungo tutto il ciclo di vita attiva del lavoratore, del tradizionale rapporto fra classe e posizionamento nel ciclo di produzione, che è la base del marxismo. Occorrerà quindi necessariamente ristudiare alcuni fondamentali elementi del programma di transizione: per esempio, interrogarsi su cosa significhi “riduzione dell'orario di lavoro” per un precario che non ha orario, che può essere chiamato a lavorare anche di notte o nei giorni festivi; occorrerà comprendere quali siano le parole d'ordine unificanti che mettano insieme il precario e il suo collega a tempo indeterminato (anche se le tendenze in atto nei prossimi anni semplificheranno tale questione, nel senso che tutti i lavoratori saranno precarizzati);

- come costruire un coordinamento internazionale del proletariato. Tutti i tentativi fatti sinora, con le varie Internazionali, sono falliti, e la globalizzazione dell'economia capitalista, insieme al superamento della sua fase socialdemocratica e nazionale, a favore di una fase iper-liberista e competitiva, rendono ancor più difficile e complesso il successo di una Internazionale oggi. Infatti, la globalizzazione neoliberista esasperata non può che portare ad un incremento delle tendenze alla concorrenza fra proletariati nazionali, e quindi alla segmentazione. All'operaio italiano viene insegnato che il Nemico non è il padrone, ma il suo collega operaio cinese. E per difendersi dal suo compagno cinese, l'operaio italiano viene indotto ad accettare modalità cooperative con il padronato, sotto lo slogan per cui, di fronte alla pressione competitiva dei sistemi produttivi di altri Paesi, ed in particolare delle economie emergenti, “siamo tutti sulla stessa barca”. L'estremizzazione di tale filosofia si ritrova nei sistemi di compartecipazione, sia nella versione statunitense, in cui i lavoratori partecipano agli utili dell'azienda, e quindi vengono spinti a competere, anziché fraternizzare, con i lavoratori delle altre imprese, sia nella versione tedesca, in cui le burocrazie sindacali, presenti nei consigli di sorveglianza aziendali, si fanno garanti della pace sociale e della collaborazione dei lavoratori con il padronato.

Nell'insieme, il problema che oggi deve affrontare il marxismo, sia a livello teorico che a livello di azione pratica, è quello di ricostruire una posizione di sintesi all'interno di una classe proletaria sempre più frammentata e divisa, sia al suo interno che a livello internazionale. A ben vedere, è proprio a causa di tale frammentazione (indotta dalla trasformazioni organizzative, produttive e settoriali del capitalismo) che il marxismo è entrato in difficoltà negli ultimi vent'anni. Il compito di ricomporre tale puzzle è troppo difficile da affrontare per partiti comunisti isolati e divisi anche fra loro, oltretutto soggetti ad un danno indiretto di immagine, dato dal fallimento dello stalinismo nell'Europa orientale appalesatosi con la caduta del muro di Berlino, e che è stato utilizzato molto abilmente dal sistema mediatico del capitalismo per inscenare, agli occhi del proletariato, la commedia del fallimento del comunismo tutto (quando in realtà ha fallito soltanto lo stalinismo).

Tale compito, e veniamo quindi alla seconda opzione strategica, è quello di non stare ad attendere il precipitare degli eventi nel capitalismo, che peraltro potrebbe anche essere molto lungo, e cercare di ricomporre il quadro di classe frammentato facendo leva sull'alleanza strategica con altri partiti di sinistra radicale e non riformista, di tradizione non comunista, al fine di formare blocchi unitari di sinistra antiriformista, oltre che anticapitalista, in cui ampi strati del proletariato, anche quelli in qualche misura “imborghesisti” dalle trasformazioni del capitalismo, possano riconoscersi.

Gli unici partiti comunisti che sopravvivono con un ruolo politico significativo, in Europa occidentale, e la cui influenza è in crescita, sono quelli che hanno accettato di partecipare ad esperimenti di unificazione con forze politiche di sinistra radicale, ma non di matrice marxista.
I comunisti (stalinisti) della ex SED tedesco orientale sono oggi nel Parlamento federale tedesco, con una influenza crescente anche sulla difesa dei diritti sociali, mediante la loro partecipazione, nella Linke, con socialdemocratici ed ecologisti di sinistra. Il partito comunista spagnolo (che per inciso nel 2009 ha dichiarato la sua adesione ai principi del Socialismo del XXI Secolo esplicitati da Dieterich e di cui il Venezuela chavista rappresenta un banco di prova) cresce insieme alla crescita di peso politico di Izquierda Unida, cui partecipa insieme a partiti e movimenti ecosocialisti, ecologisti e carlisti. Il caso francese è il più chiaro: il PCF, in caduta libera, non solo di suffragi ma anche di adesioni ed influenza, inverte tale tendenza quando, alle europee del 2009, si presenta insieme ai socialisti di sinistra fuoriusciti dal PS e altre formazioni socialiste di sinistra nel Front de Gauche, con un risultato positivo, confermato da una ulteriore crescita alle amministrative del 2010; l'NPA (nato dal partito trotskista LCR) che ha rinunciato ad allearsi con il FG, non riesce a sfondare, anche se rimane su percentuali di consenso relativamente decenti, ma non determinanti, ovvero attorno al 3-4%.

Conclusione

In conclusione, allo stato dei fatti, non sembra esserci strada vincente alternativa ad una, sia pur difficile e per certi versi dolorosa, unità di tradizioni di sinistra anche diverse, e storicamente in conflitto fra loro (il PCI nacque proprio da una scissione susseguente al maturare di tale conflitto; la storia successiva del PCI e del PSI è fatta di momentanee fasi di unità, segnate da profonde diffidenze reciproche e grandi divergenze programmatiche, e vere e proprie fasi di conflitto radicale). D'altro canto, va ribadito che all'interno della tattica politica trotskista, da sempre, il dialogo con le altre forze di sinistra è considerato importante, arrivando anche a veri e propri fenomeni di entrismo. Oggi è la stessa frammentazione interna al proletariato a richiedere un'alleanza fra marxismo, ecosocialismo e socialismo di sinistra. Un simile blocco serve per ricomporre le fratture interne al proletariato stesso, condizione indispensabile per ricostruire una coscienza di classe. E' un tema sul quale anche partiti trotzkisti particolarmente intelligenti e disposti a percorsi del genere, come il Pcl, potrebbero essere sensibili. E sul quale anche il socialismo di sinistra, la sinistra democratica e il mondo ecologista potrebbero convergere senza drammi particolari. Le condizioni attuali che il governo-Monti ci impone, di “decrescita infelice”, impongono anche una prospettiva nuova, e più coraggiosa, sullo stesso concetto di crescita: oggi la borghesia, che storicamente è stata il propulsore della crescita capitalista, ha perso tale capacità propulsiva, e per sopravvivere promuove una decrescita produttiva controbilanciata dall'espansione di un profitto fittizio meramente finanziario e da un incremento delle diseguaglianze distributive. Sta alla sinistra saper ricostituire tale processo di crescita, in un paradigma diverso da quello capitalistico, in cui quindi libertà e protagonismo dal basso, uguaglianza distributiva, rispetto dell'ambiente e benessere siano adeguatamente bilanciati fra loro, dando concretezza alla visione, ancora necessariamente generalistica, di Dietrich.



25 marzo 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/


martedì 17 aprile 2012

SEMANTICA DELL'INGANNO di Alessandra Colla




SEMANTICA DELL'INGANNO
di Alessandra Colla




Devo darvi due notizie — una buona e una cattiva.

Cominciamo da quella cattiva: la lobby della ricerca c.d. scientifica si prepara a impestare le nostre città con cartelloni e manifesti pubblicitari a favore della ricerca, lanciando una campagna in grande stile «insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communita’» — come si legge, in un italiano un po’ approssimativo, sull’home page del sito http://ricercasalva.it/, evidentemente ancora “under construction” (c’è anche una sezione intitolata rozzamente «Sei contro ricerca animale?», ma è vuota). Sono tanti, hanno i soldi e si appoggiano a istituzioni che il grande pubblico considera prestigiose.

Quella buona, invece, è che se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e per di più cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate proponendo un messaggio debole e vecchio.

La foto del manifesto è questa:


Vediamo un po’ i dettagli.
Come si vede, l’immediatezza del messaggio è realmente di grande impatto — per chi? Ma per tutti quelli che, non conoscendo nulla dell’iceberg “ricerca scientifica”, vivono di rendita sul vecchio, vecchissimo argomento principe del bravo vivisettore: “preferisci sacrificare un topo o salvare tuo figlio?”.

Gli ingredienti per una vivace scossa emotiva ci sono tutti: il bambino, soggetto/oggetto par excellence di ogni pubblicità ovvero l’affetto più caro (per la verità le statistiche del 2010 registrano, per l’Italia, un infanticidio ogni 20 giorni), a fronte dell’odioso topo ( che si tratti di una candida cavia innocua non scalfisce minimamente l’immaginario collettivo che associa ogni muride al temibile Rattus rattus portatore della peste nera) incubo di quasi ogni donna e ogni madre.

È chiaro che i pubblicitari conoscono il loro mestiere — vendere il prodotto .

Da non sottovalutare nemmeno il link di riferimento, con un nome davvero ben trovato: “ricerca salva”. Ovvero la ricerca ti salva, ma tu che guardi, o viandante, devi salvare la ricerca se vuoi esserne salvato. Che, tradotto, significa “caccia la lira”. Obiettivo veramente primario per ogni istituto di ricerca, come sappiamo da tempo, e che costituisce il messaggio occulto.

Il messaggio palese, invece, è la quintessenza dell’antropocentrismo politicamente corretto: è in gioco la vita dell’essere umano, per salvare la quale s’impone il sacrificio di una vita non-umana. E la scritta non dice “un giorno ti potrebbe salvare la vita”, bensì “un giorno ti potrei salvare la vita”: è l’animale stesso a dichiararsi disposto a donarsi per la tutela di quel bene “superiore” che è la vita umana — tutto , a fronte del nulla rappresentato, per contro, dalla mera animalità. Nessuno meglio di Marguerite Yourcenar, a mio avviso, ha saputo dirlo meglio cogliendo «quell’aspetto sconvolgente dell’animale che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo» .

Ma di quale animale si tratta, qui? Del topo. Che un po’ ci è così familiare nelle vesti di Topolino, Jerry, Pixie&Dixie, Fievel, Bianca&Bernie; e un po’ merita, in qualche modo, di essere sacrificato per quella sua parentela (ah, Linneo…) con l’infelice Rattus rattus. Che si offra in sostituzione della vittima prescelta, dunque, è cosa buona giusta doverosa e salutare: come peraltro insegnano le radici della cultura occidentale — l’agnello che salva Isacco dal coltello di Abramo, o la cerva che salva Ifigenia dal coltello di Agamennone (e Lucrezio, lucido e puntualissimo, chiosa “Tantum religio potuit suadere malorum” , quali e quanti mali ha potuto suggerire la religione…).

Del resto la storia dell’umanità rigurgita di sacrifici animali, immolati su altari d’ogni tipo per celebrare vittorie, scongiurare sconfitte, espiare colpe o invocare favori — la predilezione di Jahvé per l’odore del sangue è imbarazzante forse più di quella del colonnello Kilgore per l’odore del napalm al mattino. Il che sembra aver fornito all’ homo occidentalis la legittimazione ideale per continuare, anche in questo nostro ancor giovane XXI secolo, a immolare vittime non-umane sull’altare della Scienza.
Ecco, questo sì che è preoccupante: considerare la Scienza (con la maiuscola, si noti) alla stregua di una divinità terribile ma giusta alla quale offrire quotidianamente innumerevoli sacrifici per salvarci la pelle. Non, si badi, per assicurarci la vita eterna nell’aldilà — oh no. Ma proprio per illudersi di sconfiggere la morte e tentare di prolungare il più possibile questa vita terrena, bene materiale quant’altri mai, prontissimi a infischiarcene della salute della nostra anima immortale nonché dello strazio di infiniti esseri viventi. (Io credo che l’Occidente cristiano in tutte le sue declinazioni dovrebbe interrogarsi su questa contraddizione che la dice lunga sulla fragilità di certe scelte).

Ma questa atroce divinizzazione della scienza non rappresenta forse la sconfitta di ogni illuminismo, e insieme il trionfo di quell’oscurantismo che dopo il 1789 si credeva di aver cacciato dalla porta e che subdolamente è invece rientrato dalla finestra? “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo [...] con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio” ? Urge, s’impone, necessita imperativamente una nuova coscienza, una nuova consapevolezza e l’assunzione di nuove responsabilità.

Torniamo al topo, scelto non a caso. Perché sappiamo benissimo che gli animali utilizzati (sono o non sono “utensili animati” al pari degli schiavi, come diceva il sommo Aristotele che tanto piacque a Tommaso d’Aquino?) sono topi, sì, ma anche cani, gatti, scimmie (che sono primati come noi), uccelli, suini, ovini, equini, rettili, pesci — i ricercatori adempiendo così, in modo non eccessivamente arbitrario, l’antica missione: «dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» (Genesi, 1:28).

Ma naturalmente il topo, anche se è una cavia e non un topo di fogna, è molto meno carino di un cane o di un gatto: e si è più disposti a tollerare le sofferenze di quello piuttosto che di questi. (Anche Françoise Marie Martin, moglie di Claude Bernard, celebre fisiologo e campione della medicina sperimentale che l’aveva sposata per interesse nel 1845, tollerava a malincuore le pratiche vivisettorie del marito su topi e rane. Però quando il galantuomo arrivò a vivisezionare pure il cane di casa prese le figlie e se ne andò, nel 1869, trascorrendo il resto della sua vita a battersi contro questa pratica).

È probabilmente per questo che il nervosismo sale quando l’attenzione dell’opinione pubblica viene portata sugli allevamenti di cani destinati alla vivisezione; ed è per questo che risulta così difficile indurre l’uomo della strada a ritenere meritevoli di maggior considerazione animali diversi da cani e gatti.
Tirando le somme, però, sembra di poter concludere che noi, il popolo antispecista, non siamo messi poi così male. E che anzi stiamo lavorando piuttosto bene, se la lobby vivisettrice si sente in dovere di cercare approvazione per le sue pratiche biasimevoli (oltre che perlopiù fuorvianti, come sappiamo).

In concreto, cosa possiamo fare? Parola d’ordine, non abbassare la guardia. E poi: continuare a produrre materiale qualificato, non cedere alle emozioni, non rispondere alle provocazioni, restare distaccati e non dimenticare mai che sotto quei camici bianchi e quei sorrisi stereotipati si celano, intatti attraverso i secoli e i millenni, i portatori di ogni oppressione. Sarà solo questo che potrà salvare la vita di tutti, umani e non-umani.

15 aprile 2012

dal sito http://asinusnovus.wordpress.com/


giovedì 12 aprile 2012

LA CRISI DELLA LEGA di Marco Ferrando



LA CRISI DELLA LEGA:

UN'OCCASIONE PER IL MOVIMENTO OPERAIO 
di Marco Ferrando



La crisi della Lega Nord non inizia oggi. Ma certo quella crisi oggi conosce un salto qualitativo e un possibile punto di svolta.


LEGA NORD: UN PARTITO DEL SISTEMA CONTRO I LAVORATORI

La Lega ha rappresentato negli ultimi 20 anni una parte costituente decisiva della Seconda Repubblica. Contro la sua autorappresentazione propagandistica di partito “antisistema”, la Lega ha costituito nei fatti uno strumento di governo fondamentale della borghesia italiana contro i lavoratori. Indipendentemente dalla mutevole collocazione parlamentare del Carroccio, tutte le misure più reazionarie assunte dal grande capitale e dai suoi governi contro il lavoro hanno avuto per decenni la firma della Lega o il sostegno della Lega. La Lega ha sostenuto 20 anni fa, dall'”opposizione”, la distruzione della scala mobile dei salari (92/93). Ha varato, come partito di governo alleato del centrosinistra, la controriforma contributiva della previdenza pubblica ( governo Dini '95). Ha gestito in prima persona, col ministro Maroni e in alleanza con Berlusconi, le più gravi misure di precarizzazione del lavoro di un intera generazione ( Legge 30, 2002). Ha infine gestito con l'ultimo governo del Cavaliere la straordinaria stretta sociale contro la scuola pubblica, la sanità pubblica, gli enti locali, in funzione del pagamento degli interessi alle banche ( finanziarie Tremonti 2008/9/10). Se “Roma è ladrona”- e sicuramente lo è ai danni del lavoro- Bossi e Maroni sono stati fra i suoi capobanda, non certo fra i suoi avversari.

La corsa di tanti commentatori borghesi in questi giorni a salvare l'immagine della Lega, a lodare “nonostante tutto” la sua “funzione storica per il Nord”, a esaltare il “genio” di un avventuriero ciarlatano come Umberto Bossi, è solo l'espressione giustificata di un debito di riconoscenza per il lavoro sporco compiuto dal Carroccio contro il proletariato italiano.

LA MITOLOGIA PADANA: DIVERSIVO DELL'IMMAGINARIO E CALMIERE SOCIALE

La capacità della Lega è stata quella di nascondere questo lavoro reale agli occhi di grandi masse, dietro la maschera di una mitologia immaginaria, ogni volta abilmente rinnovata. Sia al proprio interno con la produzione artificiale del mito farlocco della Padania e dei suoi riti, quale potente cemento identitario del proprio campo militante. Sia nella proiezione pubblica, con la sequenza propagandistica prima della “Secessione” e poi del “Federalismo”: ogni volta spostando in avanti l'orizzonte della Terra Promessa agli occhi di vasti settori di popolo, per aiutarlo a sublimare le proprie delusioni nel presente. La guerra della Lega ai migranti, col suo carico di cinismo, di crimini e di orrori, sta in questo quadro: è stata ed è la volontà di dirottare il malcontento sociale di ampi strati popolari- prodotto della crisi e delle politiche dominanti- contro le fasce più marginali del proletariato e delle masse oppresse, riprodotte e allargate da quelle stesse politiche e dalla crisi capitalistica internazionale. Anche qui la “cacciata dei migranti” all'insegna del motto “padroni in casa nostra” viene rappresentata come mito liberatorio: un altro giardino dell'Eden, da coltivare e innaffiare col veleno quotidiano della Xenofobia, per farlo fruttare nell'urna. E al tempo stesso un altro prezioso diversivo dell'immaginario, un altro potente calmiere sociale, in funzione della conservazione dell'ordine borghese e della sua miseria.

LA CRISI CAPITALISTA SMASCHERA L'ILLUSIONISMO LEGHISTA

Questo impasto reazionario da illusionisti da circo mostrava da tempo la propria usura. Nel momento della massima espansione del ruolo politico della Lega, a livello nazionale ( ultimo governo Berlusconi) e locale ( conquista di Piemonte e Veneto), iniziava paradossalmente la sua parabola declinante.

La grande crisi capitalista a partire dal 2008 presentava il conto alla Lega. Il salto delle leggi finanziarie straordinarie per inseguire il pagamento del “debito pubblico” colpiva pesantemente la base elettorale popolare della Lega, distruggendo la credibilità delle tradizionali promesse di riduzione fiscale per la piccola borghesia. Le politiche di taglio verticale dei trasferimenti pubblici verso Regioni e Comuni, imposte dall'emergenza finanziaria, da un lato smentiva nel modo più clamoroso la propaganda leghista del federalismo, mostrando un federalismo reale esattamente capovolto rispetto a quello immaginario; dall'altro minava le basi materiali del potere leghista sul territorio, riducendo i suoi margini redistributivi, e acuendo le contraddizioni interne del suo composito blocco sociale: mancanza di fondi per infrastrutture, crisi della piccola impresa, moltiplicarsi di vertenze aziendali sul territorio, dilagare della disoccupazione giovanile anche nel Nord. Lo scenario sociale del settentrione cambiava volto: e finiva col minare la credibilità dell' armamentario mitologico del Carroccio. La stessa presa tradizionale delle campagne d'ordine sulla “sicurezza” antimigranti si indeboliva a livello di massa: perchè ben altre urgenze materiali investivano la condizione popolare, segnate dalla rapina dei banchieri e dei capitalisti assai più che dal furtarello... di uno zingaro.

Negli ultimi tre anni, l' abbraccio mortale del berlusconismo e della sua crisi, le crescenti differenziazioni interne al leghismo con la fine del suo vecchio monolitismo, l'apertura di una vera e propria guerra di successione per il dopo Bossi, accompagnavano e scandivano una parabola declinante che aveva già, di per sé, robuste radici materiali.



LO SCANDALO LEGA: UN PARTITO BORGHESE “COME GLI ALTRI”

L'attuale scandalo che investe la Lega segna un indubbio salto di qualità. Perchè è una vendetta liberatoria della verità sul mito. Lo scandalo è innanzitutto la radiografia della miseria morale del massimo entourage dirigente della Lega: un impasto di familismo, nepotismo, affarismo, col contorno di ruberie, truffe penose e cartomanzie esoteriche. L'affresco ambientale è impietoso. Umberto Bossi, ex ministro delle “riforme istituzionali”(!), appare nelle vesti di protettore e garante di un figlio grullo e rampante, di una moglie avida e spregiudicata, di un tesoriere faccendiere già buttafuori. Mentre l'attuale vicepresidente del Senato ( Rosi Mauro), già improbabile sindacalista, emerge col volto di una fattucchiera parassita e ricattatrice. “Padroni a casa nostra” recitava lo slogan: ma pochi avevano pensato che la “casa” fosse quella di Bossi e dei suoi famigli. Che di ( cerchio) “magico” ha davvero assai poco.

Al tempo stesso lo scandalo va ben al di là del familismo privato di Gemonio. Getta un fascio di luce più ampio sulle relazioni materiali del leghismo con gli ambienti del capitale: la pista Belsito porta in Fincantieri, porta in Vaticano, porta alle cosche della ndrangheta calabrese, porta nei paradisi fiscali del riciclaggio internazionale. Non si tratta della personale spregiudicatezza di una “mela marcia”, peraltro da tutti tollerata e coperta sino all'esplosione dello scandalo. Si tratta dell'anatomia di un partito borghese “come gli altri”. Come gli altri, crocevia di guerra di cordate e di affari. Belsito è solo l'antropologia della Lega, quale ordinario partito borghese.

Ma proprio l'apparire “un partito come gli altri” agli occhi di chi lo aveva immaginato “diverso” costituisce per la Lega, più che per altri, un vero problema politico. Un partito che ha vissuto sulla falsificazione della propria realtà, che ha costruito il proprio mito su quella falsificazione, non può sottrarsi al processo della verità. Che può essere ben più severo di quello della magistratura.

GLI SBOCCHI INCERTI DI UNA CRISI STORICA

Non è possibile prevedere la dinamica della crisi della Lega. E sarebbe sbagliato, purtroppo, celebrare sbrigativamente il suo de profundis. La Lega conserva risorse militanti consistenti, dispone tuttora di un radicamento territoriale diffuso, ha margini di ricambio del proprio gruppo dirigente, dove l'ascesa di Maroni ( odioso ministro anti migranti) potrebbe, a certe condizioni, riabilitare in parte l'immagine.
Ma la possibilità di una frana a valanga del leghismo è per la prima volta presente. Per la prima volta- a differenza che nel 94- tutti i fattori della crisi del leghismo si presentano congiuntamente e in forma concentrata: crisi della sua base sociale, crisi di leadership al massimo livello, crisi di immagine pubblica, crisi di alleanze e prospettiva politica. Per la prima volta siamo di fronte ad una crisi storica del principale partito del blocco reazionario del Settentrione.

SOLO UNA SVOLTA DEL MOVIMENTO OPERAIO PUO' PRECIPITARE LA CRISI DELLA LEGA SINO AL PUNTO DI NON RITORNO

Questo punto d'analisi è ricco di implicazioni politiche per il movimento operaio. La crisi della Lega è un'occasione preziosa per liberarsi di anni di menzogne reazionarie contro i lavoratori e i settori più oppressi della società. L'obiettivo può e deve essere quello di lavorare per precipitare la crisi del leghismo oltre il punto di non ritorno: liberando innanzitutto dall'abbraccio leghista quei settori proletari del Nord che sono stati egemonizzati dalle suggestioni reazionarie di Bossi.
Ma questo lavoro di scomposizione del blocco sociale leghista richiede una svolta radicale di programma e di azione del movimento operaio.
Le fortune della Lega negli ultimi 20 anni sono state direttamente proporzionali alla crisi della classe operaia italiana, per responsabilità preminente delle sue direzioni. Se la rabbia di alcuni settori proletari del settentrione è stata ripetutamente capitalizzata dalle mistificazioni della Lega, ciò è avvenuto anche in ragione della subordinazione delle sinistre politiche e sindacali al grande capitale. Se oggi la Lega conserva nonostante tutto uno spazio potenziale di parziale recupero negli strati popolari, ciò è anche in ragione della presenza di un governo di Confindustria e Banche, retto dai liberali del PD, e aiutato dalle disponibilità sindacali.

Rompere con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi, è dunque la condizione necessaria per intervenire nella crisi profonda del leghismo da un versante di classe.

Solo una classe operaia che ritrova fiducia nella propria forza, che si pone al nuovo livello di scontro sociale imposto dal padronato e dal governo, che sa indicare un'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria alla crisi capitalista, può polarizzare attorno a sé i più ampi settori proletari liberandoli da ogni subordinazione alla reazione.

Ma questa svolta richiede una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio italiano. Non una burocrazia dirigente della CGIL succube del PD e dunque del governo delle banche che il PD sostiene. Non sinistre cosiddette “radicali” ( da SEL a FDS) che continuano a inseguire il PD liberale per strappare al suo tavolo assessorati e ministeri, come già in passato. E neppure un antagonismo inconcludente senza progetto. Ma una sinistra rivoluzionaria antisistema, che non abbia altro interesse che la difesa del lavoro e la rivoluzione sociale. Che porti in ogni movimento di lotta un progetto di liberazione: la prospettiva di un governo dei lavoratori.

La costruzione del Partito comunista dei Lavoratori(PCL), trova una ragione in più nella crisi storica del leghismo.

9 Aprile 2012


dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php

martedì 10 aprile 2012

LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA di Felice Mometti



LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA
di Felice Mometti


La crisi era già scoppiata al raduno di Pontida dello scorso anno con la contrapposizione, allora solo simbolica, tra Maroni e Bossi. E’ continuata negli ultimi mesi con la guerra intestina nei congressi provinciali, nell’azzeramento di segreterie e gruppi dirigenti locali, nella lotta per i posti nelle municipalizzate e nelle banche ed infine nello scontro sulle candidature alle prossime elezioni amministrative.
Un modello di partito, il più vecchio che siede in parlamento, troppo autoritario e centralizzato che in ultima analisi non ha retto lo “ stato di eccezione permanente” imposto dal governo Monti. Infatti risulta difficile capire la brusca accelerazione della crisi se si guardano solo le ruberie, i fondi neri, l’accaparramento di denaro pubblico e il conseguente corollario di squallidi personaggi. E non si tratta nemmeno, almeno non più, dello scontro tra i conservatori del “cerchio magico”, che gestiscono a piacimento un presunto inconsapevole e malato Bossi, e la schiera dei “barbari sognanti” posizionati dietro il cosiddetto modernizzatore Maroni.

La Lega, così com’è, non ha retto l’urto del governo Monti.
Paradossalmente, ma poi non tanto, il partito che sembrava il piu’ attrezzato ad opporsi, agitando spettri razzisti e populisti, alle politiche governative e’ diventato vittima delle proprie contraddizioni interne. Una serie di contraddizioni laceranti che sembrano andare più in profondità rispetto anche alle due crisi precedenti che avevano investito la Lega nel 2001 e nel 2006.
Il venir meno di un ampio strato di attivisti, cosa molto diversa dai militanti vestiti di verde con tanto di elmo vichingo ed anche di un generico elettorato, che garantivano partecipazione, impegno ed erano il termometro sociale della Lega. Il formarsi di un ceto di amministratori, parlamentari, ministri e sottosegretari completamente inserito nei meccanismi istituzionali, l’inclusione – seppur con problemi e difficoltà - nei circuiti industriali e finanziari di esponenti leghisti, si sono sommati e hanno fatto emergere in modo virulento una crisi che covava da un po’ di tempo. Si può dire che sia fallita la coabitazione tra i fautori del leghismo territoriale, teso alla mobilitazione permanente, e i sostenitori della “ lunga marcia” attraverso le istituzioni con lo scopo di stravolgerle mediante il federalismo. Il federalismo non si e’ ottenuto, la capacità di mobilitazione della Lega e’ diminuita e lo stesso progetto di sindacato dei lavoratori del Nord non e’ mai decollato.

E’ quasi ovvio che in tale situazione si acuiscano i contrasti interni, soprattutto avendo di fronte un governo che impone molta flessibilita’politica e adattamento istituzionale ( vedi PD e PdL ), tanto da mandare in fibrillazione un partito troppo accentrato e verticale come la Lega. Nel senso che chi non si piega corre il rischio di spezzarsi se tutto sommato rimane dentro l’attuale quadro politico e istituzionale.
Ora nella Lega si apre una partita dagli esiti incerti. Il progetto politico di Maroni, l’unico che ne abbia uno, sembra quasi un ossimoro: istituzionalizzare la Lega mantenendo un profilo anti-istituzionale. I fedelissimi di Bossi pensano che passata la tempesta si possa rimettere l’icona al proprio posto e partire con una rabbiosa controffensiva.
Entrambi devono però tener conto che la Lega, dopo gli anni di governo con Berlusconi, è profondamente cambiata sia nelle forme del proprio radicamento, più istituzionale che sociale e territoriale, e di aggregazione degli iscritti ed anche dei semplici sostenitori. Uscire dall’angolo, rilanciando il razzismo e la secessione, come è stato fatto nelle due crisi precedenti, non sembra credibile. Allora l’operazione riuscì mantenendo inalterata la struttura del partito, oggi la crisi si concentra in larga misura anche sull’inadeguatezza di un modello di partito pensato per la mobilitazione e che invece si trova sempre più a mediare nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione delle municipalizzate, delle banche e delle grandi aziende.
Non è escluso, ed è la cosa che temono di più sia Bossi che Maroni, che si inneschi una sorta di scissione silenziosa da parte di molti attivisti e militanti della Lega, una sorta di ritorno a casa manifestando la propria adesione solo sulla scheda elettorale.

L’attuale crisi della Lega è un’occasione che la sinistra radicale non deve farsi sfuggire per costruire un’opposizione politica e sociale al governo Monti e all’attuale sistema di dominio e sfruttamento a patto che si ripensi profondamente, abbandoni i politicismi, e punti decisamente all’autorganizzazione e al protagonismo dei soggetti sociali che maggiormente stanno pagando i costi della crisi.

 
dal sito http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/
 
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