giovedì 31 ottobre 2013

GIOVEDI' NERO, MARTEDI' NERO: MA LA FED CONTINUA A STAMPARE... di Mike Whitmey





GIOVEDI' NERO, MARTEDI' NERO: 
MA LA FED CONTINUA A STAMPARE...
di Mike  Whitmey



Gli storici spesso indicano il 29 ottobre 1929 , come inizio della Grande Depressione , ma in realtà non fu così. Il Martedì nero, come lo chiamiamo oggi , fu la semplice capitolazione - la fase di un crollo del mercato azionario che era iniziata più di un mese prima. Il prezzo delle azioni era rotolato rovinosamente fin dall'inizio di settembre, scendendo sempre più in basso, intervallato tra deboli e infrequenti rialzi . Ottobre arrivò insieme ad un presagio tangibile che raggiunse il suo apice il giorno 24, quando il mercato fu colpita dalle prime titaniche “ sell-off – vendi tutto” , fu il Giovedì nero .

Il panico in quel giorno segnò la fine dei Ruggenti Anni Venti e il debito sostenne una esuberanza che fece triplicare il valore del Dow in soli 5 anni, tanto da portare il mercato alla più lunga corsa del “toro”, un record assoluto. Il caos di giovedì fu l'inizio della fine, lo scoppio di una gigantesca bolla dei prezzi che poggiavano precariamente sulla cima di una economia stagnante e sovradimensionata. Claire Suddath ricorda gli eventi di quel giorno in un articolo apparso sulla rivista Time dal titolo "The Crash of 1929 " . Eccone un estratto :

martedì 29 ottobre 2013

GRECIA, LA SITUAZIONE E I COMPITI DELLA SINISTRA




GRECIA, LA SITUAZIONE E I COMPITI DELLA SINISTRA


Intervista ad Antonis Ntavanellos, dirigente di SYRIZA e di DEA (Sinistra operaia internazionalista)

Con il consueto ritardo, l’Istituto greco di statistica (ELSTAT) ha pubblicato agli inizi di settembre i dati della disoccupazione per il mese di giugno 2013. Il numero di disoccupati registrati sale a 1.403.698, ossia 174.709 in più rispetto al giugno dell’anno precedente. In rapporto alla popolazione attiva, il tasso è del 27,9%. Si colloca ufficialmente, per i giovani tra i 15 e i 24 anni, al 58,8% e, per quelli della fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, al 37,4%. Se i mezzi di comunicazione di massa pongono l’accento soprattutto su Alba dorata (vedi la dichiarazione della DEA del 30 settembre 2013) e sulle misure prese dal governo, la disoccupazione resta uno tra i principali fattori sociali e politici della situazione greca. Numerosissimi servizi indicano come decine di migliaia di lavoratori/lavoratrici non vengano remunerati/e da 3-6 mesi. L’esempio di disoccupati qualificati cui si offrono salari di 490 euro netti per un lavoro settimanale di 54 ore sono ricorrenti, come lo sono le notizie su disoccupati di lunga data la cui famiglia è costretta a vivere della pensione dei genitori, che non supera un massimo di 500 euro mensili. Un disoccupato quarantacinquenne con due figli piccoli descrive una situazione analoga e la riassume così: “500 euro per cinque persone, e solo per il pane devo spendere ogni giorno 1,82 euro”. Ricordiamo che il salario minimo è sceso da 780 euro a 586 nel febbraio 2012. In termini di reddito netto, la somma è di 480-490 euro mensili.
È stato presentato agli inizi di ottobre un piano di riorganizzazione delle pensioni. La pensione base dovrebbe arrivare a un massimo di 360 euro mensili. Andrebbe integrata con un’ “assicurazione sulla vita obbligatoria” (di fatto un secondo pilastro), cui è interessato il gruppo assicurativo tedesco Allianz. Per quanto riguarda la sanità, il presidente del Sistema sanitario nazionale (EOPYY), Dimitris Kontos, membro di Nuova democrazia, ha segnalato a fine settembre che oltre 3 milioni di cittadini sono privi di assicurazione. Ricerche più approfondite dimostrano come la cifra sia sottostimata, non comprendendo i piccoli commercianti che hanno dovuto chiudere le loro attività, o i lavoratori dell’edilizia che perdono la copertura sanitaria quando non versano più i contributi a causa della perdita del posto di lavoro. La cifra più vicina alla realtà, senza evidentemente calcolare i/le migranti, supera i 4 milioni. Il dato va confrontato con il numero ufficiale di assicurati: 6,171 milioni.
L’esproprio degli alloggi di chi non ha versato le tasse sugli immobili, che hanno conosciuto un’esplosione, e/o di chi ha altri debiti con lo Stato è un argomento attualmente in discussione al parlamento greco. Il rapporto tra l’ammontare del debito e il valore dell’immobile suscita numerosi interrogativi rispetto o al trasferimento allo Stato del bene immobile per cancellare il debito, o al trasferimento a una parte terza che si accolla il debito residuo da saldare, a seconda del valore assegnato alla proprietà. Sta tra l’altro montando una vera e propria rabbia fra i numerosissimi proprietari d’alloggio, una quota rilevante dei quali non riesce a pagare le spese di riscaldamento, tanto più che una nuova imposta colpisce il gasolio per uso domestico. Un’indagine recente segnala che il 44% delle famiglie greche non riusciranno a riscaldare le proprie abitazioni quest’inverno. E tale percentuale è stata stabilita senza tener conto del successivo aumento dell’imposta. Non è difficile immaginare le conseguenze del freddo sulla salute di bambini piccoli e persone anziane. Uno degli argomenti cari a Samaras nel 2012 si riduceva a questa formula, tradizionalmente ricorrente: “Se arrivano al potere i comunisti, si prenderanno le vostre case…”
Su questo sottofondo sociale, qui presentato a grandi linee, va inquadrato il dialogo politico di Angela Klein (dirigente della rivista SoZ tedesca) con Antonis Ntavanellos, dirigente di SYRIZA e di DEA, che riportiamo di seguito.

sabato 26 ottobre 2013

TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA AD ANTONELLO BADESSI





 TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA AD ANTONELLO BADESSI


La conversazione con Antonello Badessi (esponente romano di Sel) che qui proponiamo, è la prima di un breve ciclo dedicato alle odierne, drammatiche vicende siriane. Il nostro intento è quello di far confrontare più punti di vista sul tema, nella consapevolezza che nessuno di essi potrà da solo sciogliere tutti i nodi della più intricata tra le grandi partite della politica internazionale. Naturalmente, queste premesse non rinviamo ad un relativismo assoluto. Intanto perché una volta sentite le diverse voci, ci prenderemo cura di mettere nero su bianco accordi e disaccordi con i nostri interlocutori. In secondo luogo, perché -a monte- abbiamo scelto di non prendere in considerazione quelle posizioni che risolvono la più che sacrosanta opposizione alle manovre degli imperialisti occidentali in un ritorno alla logica "campista". A quei discorsi, cioè, per cui bisogna vincolarsi agli input e alle linee di politica estera di blocchi geopolitici considerati alternativi a quello dominante. Di questo impianto, per fortuna non si trova traccia nelle risposte di Badessi che sembrano piuttosto rinviare alla ricerca di una "terza via" rispetto alle posizioni che hanno sin qui dominato il dibattito a sinistra sulla Siria.

venerdì 25 ottobre 2013

BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA di Antonio Moscato



BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA
di Antonio Moscato 



Il primo compito del papa argentino è stato indubbiamente quello di mutare la percezione della Chiesa, affermandosi come protagonista di una svolta necessaria grazie a gesti che hanno colpito l’immaginazione popolare, a partire dal rifiuto di gran parte dei simboli del potere monarchico e dalla scelta un nome mai utilizzato dai predecessori. Il risultato ottenuto gli ha permesso di affrontare subito da posizioni più forti e con mezzi straordinari – compresa l’insolita scelta di un’affascinante e loquace trentenne italo marocchina, Francesca Immacolata Chaouquie, come membro della Commissione referente sui dicasteri economici della Santa Sede – il compito immane del risanamento della curia, e dei poco trasparenti organi finanziari. Ma non c’è dubbio che, in coerenza con la sua indelebile formazione nella Compagnia di Gesù, Jorge Mario Bergoglio si proponga anche la riconquista di settori del mondo in cui la Chiesa cattolica è arretrata, come l’Europa e l’America Latina, e un’offensiva missionaria per la penetrazione in continenti come l’Africa in cui è in gravi difficoltà di fronte all’espansione dei vari Islam, e come l’Asia in cui – se si escludono le Filippine – è assolutamente minoritaria.

C’è chi ha ricordato Matteo Ricci, anche lui gesuita, per ipotizzare che Bergoglio consideri prioritaria un’offensiva diplomatica verso la Cina, anche al prezzo di sacrificare Taipei, e chi invece ha previsto una particolare attenzione al conflitto palestinese, ma non ho dubbi che il suo primo e principale obiettivo sarà la sua Argentina, ed alcuni paesi chiave a cui questa è strettamente legata.

martedì 22 ottobre 2013

CGIL-CISL-UIL: 4 ORE DI SCIOPERO di Sergio Bellavita




CGIL-CISL-UIL: 4 ORE DI SCIOPERO
di Sergio Bellavita 
(Rete 28 Aprile-Opposizione Cgil)




I vertici di Cgil Cisl Uil hanno deciso i termini della mobilitazione sulla legge di stabilità del Governo Letta.
Sciopero di 4 ore a disposizione di iniziative territoriali più una serie di incontri con i gruppi parlamentari. Tutto bene quindi? Finalmente si è rotto il tappo della complicità con le politiche di massacro sociale dei governi dell'austerità? No, purtroppo.

Non è solo per l'estremo ritardo con cui si costruisce la mobilitazione o l'inadeguatezza delle 4 ore rispetto alla pesantezza della manovra economica. Le richieste di Cgil Cisl Uil di modifica alla legge di stabilità non mettono in discussione le compatibilità determinate dal rispetto del fiscal compact e dal rientro del debito imposto dall'Unione Europea. Senza la rottura di quelle compatibilità e di quei limiti nessuna politica di segno diverso può essere messa in campo. E questo è noto a tutte le organizzazioni sindacali. La stessa richiesta di riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori, in assenza di una contemporanea massiccia ripresa dell'intervento pubblico in economia e nel sociale, si risolverebbe con la progressiva liquidazione dello stato sociale. Forse non è un caso che Cgil Cisl Uil, attraverso la bilateralità, tentino di costruire il cosidetto welfare contrattuale a livello aziendale: sanità, malattia, previdenza, ammortizzatori sociali ecc ecc.

Per queste ragioni lo sciopero generale di novembre pare rappresentare più una forma di pressione per emendare la legge di stabilità che l'avvio di una vertenza del mondo del lavoro che davvero parli alla condizione delle classi popolari.

Ora più che mai, per la durezza dello scontro, è necessario invece ricostruire senso ed efficacia delle lotte. Non è più accettabile, come accaduto sulla cancellazione delle pensioni, che si organizzino mobilitazioni come puro atto testimoniale, come espressione di un dissenso che non mette in discussione il Governo, i suoi equilibri o peggio come forma di accompagnamento critico alle politiche del governo.

Le manifestazioni del 18 e del 19 ottobre sono state molto più di un disgelo, hanno dimostrato che esiste una vastissima disponibilità al conflitto, alla mobilitazione. Scioperare si può e si deve. La Cgil rompa davvero con ogni ambiguità, complicità e timore che negli ultimi anni hanno impedito una reale difesa del mondo del lavoro dagli attacchi dei governi e del padronato. Questo è un presupposto indispensabile per dare concretezza,efficacia e credibilità ai sacrifici che chiediamo ai lavoratori ed alle lavoratrici.



dal sito Sinistra Anticapitalista


domenica 20 ottobre 2013

LA SIRIA TRA RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONI




LA SIRIA TRA RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE


Gilbert Achcar, autore del nuovo libro "The People Want", è stato intervistato da Terry Conway per la rivista britannica “Socialist Resistance”.

Intervista tratta dal sito Socialist Resistance

 Qui  la versione originale in inglese.



Terry Conway: Potrebbe darci una valutazione sull’attuale stato delle insurrezioni arabe in generale prima di concentrarci specificamente sulla Siria?

Gilbert Achcar: Ciò che sta accadendo ora è la conferma di quello si poteva dire fin dall’inizio, ovvero che quanto è cominciato nel dicembre del 2010 in Tunisia. non era una ‘Primavera’ come è stata definita dai media, un breve periodo di cambiamento politico durante il quale vengono destituiti questo o quell’altro despota, aprendo la strada a una bella democrazia parlamentare, e basta. Le insurrezioni sono state descritte come una ‘rivoluzione di Facebook’, un’altra delle cosiddette ‘rivoluzioni colorate’. Io, da parte mia, ho insistito dall’inizio che questa era una rappresentazione errata della realtà e che quello che aveva iniziato a realizzarsi nel 2011, era un processo rivoluzionario di lungo periodo che si sarebbe sviluppato lungo molti, molti anni, se non decenni, specialmente se teniamo conto della sua estensione geografica.

lunedì 14 ottobre 2013

CATTIVE ABITUDINI di Sergio Cararo



CATTIVE ABITUDINI
di Sergio Cararo

Balza agli occhi la divaricazione tra le contraddizioni che presenta la fase storica e politica che stiamo attraversando, con la capacità soggettiva di volgerle a favore delle classi subalterne e dei loro interessi.
Sullo sfondo di una crisi che mette in discussione i rapporti di forza internazionali consolidatisi dal dopoguerra a oggi (vedi l’empasse dell’egemonia statunitense) la situazione nel nostro paese – la “anomalia italiana” – sembra ripresentarsi in tutta la sua pesantezza. La recessione sul piano economico-sociale e le difficoltà di avviare un governance adeguata agli standard gerarchici imposti dall’Unione Europea, continuano ad avvitarsi di passaggio in passaggio. A poco sembrano essere serviti i colpi istituzionali inferti dal Quirinale e dalle lettere-diktat della Bce.
Ma tutto questo non sembra ancora fornire materia sufficiente per una rivoluzione culturale nella sinistra italiana. Non possiamo nasconderci però che anche negli ambiti della sinistra antagonista si stenta non poco nel cercare di mettere al passo esperienze soggettive, anche importanti, con una sintesi più avanzata e ipotesi ricompositive.

Emblematica di questa situazione è la genesi e la proposta della manifestazione del 12 ottobre a difesa della Costituzione. Nata dall’appello di alcune personalità (Rodotà, Landini etc.) questa iniziativa si trascina dentro tutte le cattive abitudini che hanno portato la sinistra alla crisi e alla distruzione del “tesoretto” ereditato dallo scioglimento del PCI.

sabato 12 ottobre 2013

UNA GUERRA DI CLASSE CON FORME DI VIOLENZA MULTIFORME, VISIBILI ED INVISIBILI





UNA GUERRA DI CLASSE CON FORME DI VIOLENZA MULTIFORME, VISIBILI ED INVISIBILI


Intervista a Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, sociologi, autori del libro " La violence des riches


Gli autori hanno fatto della grande borghesia il centro d'interesse dei loro studi. Con questo nuovo libro s'impegnano a mostrare la violenza quotidiana della dominazione borghese. Questa violenza, spesso accompagnata da sorrisi e cortesia, punta a fare sì che i dominati rimangano "al loro posto", nell'impresa, per strada o a scuola. Il libro descrive i numerosi strumenti destinati a persuadere "quelli in basso" che «quelli in alto» meritano di stare dove si trovano perché sono i più intelligenti, i più colti, perfino i più belli. Mostra le connivenze e i punti d'intesa fondamentali tra la destra e i dirigenti di un Partito Socialista conquistato al liberismo.


Intervista realizzata da Henri Wilno


Henri Wilno - Perché il titolo la Violenza dei ricchi? Quali sono i suoi diversi aspetti?

Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot: Abbiamo voluto sintetizzare le diverse forme di violenze esercitate dalle famiglie più ricche del nostro paese. La violenza, non sono soltanto le aggressioni fisiche, ma anche l'insieme dei mezzi usati per mantenere gli uni nel bisogno e nell'incertezza, gli altri nella ricchezza. Prima la violenza economica con la condanna alla disoccupazione di milioni di persone per motivi di speculazione finanziaria. Poi, la violenza politica, ideologica, che manipola il pensiero.
Viene accompagnata dall'uso di un politichese particolarmente perverso che travisa la realtà: si può parlare d'imbroglio linguistico quando si dice ad esempio "partners sociali". Si sparano senza tregua cifre per giustificare delle politiche, senza che i Francesi abbiano gli strumenti per giudicare della loro pertinenza. C'è la violenza dello spazio: le classi popolari e le classi medie inferiori sono confinate alla periferia delle città.
Non siamo più nella lotta di classe in piena luce come prima; siamo passati a una guerra di classe con forme di violenza multiformi, visibili ed invisibili. I salariati ordinari sono rappresentati come un peso per il loro datore di lavoro, beneficiari di vantaggi nocivi alla competitività. Quanto ai disoccupati, sono parassiti, pigri, imbroglioni. L'immigrato viene promosso a capro espiatorio. Ciò provoca una forma di paralisi delle classi popolari, una perdita dei riferimenti, persino un'incapacità di pensare il cambiamento.

martedì 8 ottobre 2013

GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE di Douglas McNeil





GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE
di Douglas McNeil 


La catastrofe ha dato vita a movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Il terremoto ha messo in evidenza problemi sociali profondi, come le insufficienze del welfare e il diritto alla casa. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.





Con circa 19.000 morti o dispersi, 150.000 abitanti della regione di Fukushima costretti alla fuga (la maggior parte dei quali non ha mai più potuto far ritorno alle proprie case) e la stima dei danni ambientali e sociali appena agli esordi, il sisma e lo tsunami del 2011 hanno causato dei disastri indicibili in Giappone. Le strutture della centrale nucleare Fukushima Daiichi sono state danneggiate in seguito al terremoto e le radiazioni hanno aggravato ulteriormente una situazione già disperata. Il futuro non è roseo: un rapporto evidenzia che “i livelli di cesio radioattivo nelle foglie di tabacco secche raccolte nella prefettura di Fukushima eccedono i limiti imposti dalle norme della Japan Tobacco Inc.”; livelli di cesio oltre i limiti sono stati riscontrati nella carne di manzo di Miyagi, mentre anomalie osservabili su farfalle raccolte nei dintorni di Fukushima suggeriscono che l’irradiazione sia all’origine di mutazioni. Lo stress e l’agitazione provocati dalle scosse di assestamento nel corso della prima metà del 2011, l’incertezza costante circa la sicurezza alimentare, le radiazioni e il trasferimento della popolazione evidenziano problemi manifesti della società giapponese.

Se il sisma e lo Tsunami sono catastrofi naturali, non c’è nulla di naturale nel loro impatto sociale. Le reazioni disordinate, caotiche e talvolta insensibili tanto del governo giapponese quanto della Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha dimostrato alla popolazione quali fossero le loro priorità e i loro princìpi. La catastrofe ha provocato una crisi nella classe dirigente giapponese e ha suscitato movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Le conseguenze della catastrofe nucleare hanno scosso una società già messa a dura prova da due decenni di stagnazione economica. La penuria di abitazioni causata dall’evacuazione della popolazione ha aggravato la crisi degli alloggi, cronica e occultata. Il movimento contro il nucleare assume così un significato che va oltre i suoi obiettivi immediati: è diventato un catalizzatore del malcontento riguardo una serie di questioni sociali e sarebbe in grado di sviluppare una energia anticapitalista ben più ampia. Questo movimento si trova ad affrontare problemi enormi, di organizzazione, prospettiva, analisi e direzione, ma rappresenta un’opportunità che il movimento operaio e la sinistra non hanno più avuto sin dagli anni Sessanta. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.

Questo articolo descrive sia l’impatto politico del sisma e della catastrofe nucleare che il movimento di protesta che ne è stato il prodotto, e analizza le prospettive e alcune sfide che il movimento contro il nucleare in Giappone dovrà affrontare. Per quanto possibile abbiamo attinto alle fonti giapponesi per amplificare alcune voci del movimento e condividere l’interesse contagioso per questa campagna.

venerdì 4 ottobre 2013

BERLUSCONISMO ALLE CORDE, MA NON È FINITA di Luigi Vinci





L’ENNESIMO ZIGZAG DEL CAVALIERE E LA FIDUCIA PARLAMENTARE OTTENUTA DAL GOVERNO LETTA

BERLUSCONISMO ALLE CORDE
MA NON È FINITA

Il pericolo di un collasso istituzionale, con tutto quel che ciò comporterebbe sul piano economico-sociale,è ancora lontano dall’essere venuto meno



di Luigi Vinci


È prematuro, il giorno stesso in cui il governo Letta ottiene la fiducia parlamentare,tentare di delineare con una certa precisione l’evoluzione probabile della situazione italiana.
Qualche dato generale è tuttavia passibile di commento e di valutazione. Berlusconi e maggioranza del Pdl escono sconfitti
nel tentativo di far saltare il governo,ma non definitivamente messi fuori gioco, anche grazie all’invenzione in zona Cesarini del voto di fiducia al governo, capovolgendo la posizione negativa della vigilia.
Si è trattato dell’ennesimo zigzag di Berlusconi dopo la condanna definitiva in tema di “lodo Mondadori”,di conseguenza inattesa che si precisino termini e tempi dell’esclusione dal ruolo parlamentare, a opera o della commissione senatoriale che si occupa delle autorizzazioni a procedere o della definizione del periodo di interdizione dai pubblici uffici da parte del tribunale di Milano: e il fatto stesso degli zig zag richiede un commento.
Berlusconi è alle corde, può tentare di prendere tempo, e lo sta appunto facendo zigzagando,ma appare ormai molto improbabile che possa sfuggire all’esecuzione della condanna e all’esclusione dal ruolo parlamentare.
Quest’ultima inoltre apre la strada alla possibilità di mandati d’arresto, in presenza di procedimenti giudiziari che rischiano (come ha mostrato il processo Ruby) attività di inquinamento delle prove, come la corruzione di testimoni, da parte di Berlusconi. E se è evidente che l’ultimissimo degli zigzag è stato indubbiamente intelligente, non può essere ignorato che esso è avvenuto come tentativo di tamponare una frattura potenzialmente devastante del Pdl, e ancor meno può essere ignorato che, dalla condanna definitiva in fatto di lodo Mondadori in avanti,Berlusconi è apparso privo di lucidità.
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