giovedì 31 dicembre 2015

NON PIOVE, GOVERNO LADRO. LO SMOG E RENZI UCCIDONO di Checchino Antonini





NON PIOVE, GOVERNO LADRO. 
LO SMOG E RENZI UCCIDONO
di Checchino Antonini



Clima ancora mite, laghi evaporati, nebbie e polveri sottili, raccolti a rischio. Cosa fare per non respirare troppo smog. La politica blatera. Legambiente segnala buone pratiche




Il ministro Galletti parla di situazione eccezionale di questi giorni, ma non dice, volutamente, che l’Italia nel 2015, si trova in emergenza smog già da marzo-aprile per il superamento di limiti di legge delle polveri sottili. Una emergenza che dura da anni al punto che l’Ue ha condannato l’Italia per violazione delle direttive europee sull’aria e nel 2014 ha avviato un’analoga procedura d’infrazione. Ma solo oggi il ministro di Renzi scopre l’eccezionalità dell’emergenza ambientale e sanitaria e ci informa che ha destinato 5 milioni di euro per il trasporto pubblico ai comuni: 150mila euro per ciascuno dei 33 comuni che hanno superato i limiti nel 2014 mentre, dal 2011 al 2015, sono stati tagliati i fondi per il trasporto pubblico per il 20% e i cittadini che non usano mai i mezzi pubblici sono il 45% a fronte di un dato europeo del 25%.

Realistico sarebbe iniziare a pensare al trasporto pubblico gratis nelle grandi città. Come aveva proposto Repubblica Romana nel 2013, nella sua breve corsa per il Campidoglio. Lo sbigliettamento, infatti, incide solo per il 30% sul bilancio e si può ripianare, come oggi ripianiamo le perdite derivante da cattiva gestione. Bisognerebbe investire sulle corsie preferenziali, veniva detto, e su una revisione capillare del servizio, tentando di velocizzarlo. Abbiamo l’esempio di Helsinki, di Tallin, di Lione e per un periodo anche di Parigi, mentre a Londra i residenti già godono di forti agevolazioni. E’ un processo che dovrà avvenire gradualmente: si sarebbe potuti partire con l’abbassare i biglietti e avviare i lavori di adeguamento utilizzando i fondi impegnati per altre cose. Ma i romani hanno scelto Marino con la farsa della pedonalizzalizzazione di 800 metri dei Fori Imperiali e la tragedia della spinta alla privatizzazione dell’Atac.

Lo smog tiene banco, finalmente, nel dibattito pubblico e nell’agenda media. Ecco le previsioni meteo, un decalogo di cose da non fare e da fare per limitare i danni, alcuni esempi di buone pratiche.

lunedì 28 dicembre 2015

STATO SPAGNOLO, FINE DEL BIPARTITISMO, SUCCESSO DI PODEMOS di Flavio Guidi






STATO SPAGNOLO, FINE DEL BIPARTITISMO, SUCCESSO DI PODEMOS
di Flavio Guidi



“Solo la izquierda puede gobernar”. Con questo titolo apriva stanotte il quotidiano on line “Público”, l’unico quotidiano di sinistra spagnolo. In realtà sembra più un auspicio (in linea con l’atteggiamento del giornale, che sembra spingere, e non da ora, per un accordo tra Podemos, PSOE e Izquierda Unida). Tra l’altro, pur essendo la sinistra (compresa, ovviamente, quella molto moderata del PSOE) in maggioranza nel paese (quasi il 52% dei voti), la legge elettorale, che ha penalizzato soprattutto Unidad Popular (la nuova sigla di Izquierda Unida), non dà la maggioranza dei seggi alla sinistra: anche sommando ai 90 seggi del PSOE, ai 69 di Podemos, ai 2 di UP, i 2 di Bildu e i 9 di ERC, si arriva a 172 seggi, su un totale di 350. D’altra parte anche la destra, visto il crollo del PP e il mancato sfondamento di Ciudadanos, si ferma a 163 seggi. Solo con l’improbabile appoggio dei catalanisti moderati di CDC (8 seggi) e del Partito Nazionalista Basco (6 seggi) arriverebbe a 177 seggi, una “maggioranza” risicatissima. Alcuni dati, comunque, sono abbastanza incontrovertibili.

Innanzitutto la fine del bipartitismo, che ammorbava la vita politica spagnola fin dalla fine della dittatura, nel 1977, ed in particolare dall’inizio degli anni ’80. Ormai i due partiti “chiave” della “restaurazione” borbonica (come alcuni chiamano la transizione più o meno indolore che consentì la fuoruscita dal franchismo senza che né gli sgherri del regime, né tantomeno le classi dominanti responsabili dello stesso pagassero alcunché) sono intorno al 50% dei voti, e devono fare i conti con nuovi soggetti politici in grado di turbare la loro amata “governabilitá” (in particolare Podemos).

sabato 26 dicembre 2015

EDUCAZIONE FINANZIARIA di Antonio Moscato





EDUCAZIONE FINANZIARIA
di Antonio Moscato




La trovata del presidente della repubblica Mattarella di istituire una specie di “educazione finanziaria” per aiutare i cittadini a non finire spennati, appare risibile, ed elusiva rispetto alla questione dell’assenza totale di controlli sui vertici delle banche. Dà l’idea che la colpa sia della sbadataggine e impreparazione delle vittime, anziché del cinismo e della rapacità dei banchieri e dei capitalisti.

L’Italia ha una lunga tradizione di intreccio tra criminalità e banche. Basta riandare allo scandalo della Banca Romana (1893), che vide coinvolte anche Banco di Napoli e Banco di Sicilia, con tanto di omicidi eccellenti di amministratori e inquirenti. Già nel 1889 una serie di fallimenti di banche minori aveva rappresentato un segnale di allarme, ma il governo Crispi aveva ordinato di nascondere i risultati di un’inchiesta, e aveva tappato alcune falle con un sussidio di 50 milioni (cifra altissima per quel tempo) alla Banca Tiberina e al Banco di sconto e sete di Torino. Nel 1892 il nuovo presidente del consiglio Giovanni Giolitti nominò senatore del regno Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana (l’ex banca dello stato pontificio), generoso dispensatore di prestiti a fondo perduto a uomini politici e d’affari. Tanlongo, un ex fattore semianalfabeta, aveva semplicemente fatto stampare a Londra duplicati di intere serie di moneta già in circolazione, per l’ammontare di molte decine di milioni, oltre a svuotare le casse della Banca di altre decine di milioni con metodi più tradizionali e semplici. Il tutto per finanziare la mastodontica speculazione edilizia che aveva trasformato Roma in poco più di venti anni, e anche i politici che l’avevano consentita.

Come “educazione finanziaria” basterebbe studiare bene quella vicenda, senza dilungarsi troppo a esaminare i tanti casi successivi, ad esempio quelli di Roberto Calvi e Michele Sindona. E senza pensare che questi siano stati episodi isolati. Se ci si pensa un po’, vengono in mente altri esempi di morti strane, anche durante la recente crisi del Monte dei Paschi, ad esempio.

domenica 20 dicembre 2015

LA BUSSOLA DEL CONTRARIO di Paolo Sollier





LA BUSSOLA DEL CONTRARIO 
di Paolo Sollier


Tanto per orientarsi e scherzarci un po’, anche se di mala voglia, per individuare una formula della sinistra basterebbe rincorrere il contrario di quanto ha fatto, o cercato di fare, il PD, nelle sue varie sigle, a partire dagli anni ’80. Sostanzialmente, con la scelta della truffaldina terza via, in cerca del mitico passaggio a nord-ovest tra socialismo e capitalismo, pensando di arrivare alla soluzione ottimale: governare il capitalismo da sinistra e rendere tutti felici e contenti. L’abolizione, dunque, del conflitto sociale, e tutte le energie volte al benessere collettivo, come non esserci arrivati prima ? Ci avrebbe poi pensato la realtà a dimostrare quanto fosse illusoria questa teoria e quali trappole nascondesse. Lo spirito capitalista non ha mai fatto sconti a nessuno e, visto che ogni diritto democratico era stato conquistato da dure lotte e non da virtuose concessioni, in assenza di contrapposizione si sta riprendendo tutto, come il panorama odierno insegna. Senza voler ridurre tutto alla spiegazione semplice di problemi ultracomplessi, ci sono tuttavia alcuni fatti emblematici su cui riflettere, a proposito della sinistra che fa scelte di destra, in cerca dell’impossibile sintesi.

venerdì 18 dicembre 2015

LA GAUCHE PERDUE di Stefano Santarelli







LA GAUCHE PERDUE
di Stefano Santarelli



L’articolo indiscutibilmente provocatorio, ma certamente stimolante del nostro compagno Norberto Fragiacomo “Con Sarkhollande vince solo la UE ha scandalizzato alcuni compagni, in verità pochi ce ne aspettavamo di più, in ogni caso una eventualità prevista sia dall’autore che dal sottoscritto che dirige il sito di "Bandiera Rossa".
Le provocazioni hanno anche e soprattutto lo scopo di fare riflettere e di mettere in luce le incongruenze di avvenimenti straordinari. Ed in questa categoria rientrano sicuramente i risultati elettorali delle ultime elezioni regionali francesi che hanno rappresentato non solo una ulteriore sconfitta per la sinistra, ma anche un pericoloso campanello d’allarme per tutti i paesi europei e principalmente anche del nostro.
Il Front National è diventato il primo partito francese con il suo 27,3% con 6 milioni di elettori al primo turno che sono diventati 6,7 milioni al secondo turno, mentre in alcune regioni il FN ha sfiorato punte di quasi il 41% (Provenza –Alpi-Costa Azzurra e Nord Calais-Piccardia) e al secondo turno di ballottaggio Marion Le Pen è riuscita ad ottenere ben il 45,22%.
Risultati che non possono essere giustificati solo dall’astensionismo che se vedeva al primo turno solo il 49% dei votanti al secondo turno invece raggiungeva il 58,5%.
Questi risultati si commentano da soli e dimostrano che nonostante il FN non sia riuscito a prendere neanche la presidenza di una regione grazie alla alleanza tra Hollande e Sarkozy rimane comunque il vero vincitore di queste elezioni a maggior ragione se si pensa che le prossime saranno le presidenziali nel 2017 dove il FN si presenterà senza il fardello delle responsabilità politiche e amministrative.

martedì 15 dicembre 2015

LA SCONFITTA DEL FN di Aldo Giannuli




LA SCONFITTA DEL FN
di Aldo Giannuli



C’è una notizia buona ed una cattiva. Quella buona è che ha perso la Le Pen, quella cattiva è che hanno vinto gli altri. Certo: è un paradosso, ma è la situazione reale ad esserlo: siamo stretti fra un presente insopportabile ed un’alternativa peggiore.

Il punto non è che il Fn sia fascista: lo è sui generis, per un richiamo genealogico e la persistenza di alcuni temi ideologici di quella origine, ma anche con molte differenze, ad iniziare dal rapporto con la violenza ed il totalitarismo (non mi risulta che il Fn abbia una prassi squadristica, né che punti a sciogliere gli altri partiti ed abolire le libere elezioni). Questa definizione si adatta meglio ad Alba dorata o Jobbik.

Dunque, quello della caratterizzazione fascista non è l’argomento di maggior peso. Quello che conta di più sono altri aspetti: il più frusto e gretto nazionalismo, la critica superficiale dei poteri finanziari, che lascia intatto l’assetto capitalistico della società, il richiamo ad una tradizione più immaginaria che reale, dietro cui si nasconde una anti-modernità reazionaria, la becera xenofobia, il populismo greve che si contrappone ad ogni dimensione culturale, la richiesta ottusa della pena di morte e via di questo passo. Dunque, non è certo una cattiva notizia che il Fn abbia perso. La cattiva notizia è che vincano quelli di sempre, le forze di sistema.

lunedì 14 dicembre 2015

FRANCIA: MARINA LE PEN NON HA VINTO. ECCO PERCHE' di Eugenia Foddai






FRANCIA: MARINA LE PEN NON HA VINTO. ECCO PERCHE'
di Eugenia Foddai


Regionali in Francia, sette macroregioni alla destra e cinque ai socialisti. Il Front National resta al palo. Ma solo per il barrage républicain e le astuzie della legge elettorale




Il partito di Marine Le Pen “non è un partito repubblicano” parola del primo ministro socialista Manuel Valls all’indomani del primo turno delle elezioni regionali del 6 dicembre 2015; perciò i socialisti francesi hanno deciso di fare un barrage républicain all’estrema destra, appellandosi al voto utile, al secondo turno del 13 dicembre 2015, in tre macroregioni dove la sinistra parlamentare è arrivata in terza posizione. Questo voto socialista è stato così regalato airepubblicani di Nicolas Sarkozy nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie, nel PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) e nel Grand Est (Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine).

Nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie al primo turno Marine Le Pen arriva prima col 40,64% dei voti, ma perde al secondo turno dietro a Xavier Bertrand; sua nipote Marion Maréchal-Le Pen nel PACA, arrivata prima con il 40,55% al primo turno, perde al secondo dietro a Christian Estrosi e il teorico e vice-presidente del Front National Florian Philippot, artefice dell’eliminazione politica del vecchio Jean_Marie Le Pen, primo nel Grand Est con il 36,07% perde al secondo turno dietro a Philippe Richert.

In quest’ultimo caso J.P.Masseret, presidente uscente del consiglio regionale socialista, ha rifiutato le consegne del suo partito e non si è ritirato perché “gli elettori di sinistra hanno bisogno di sentirsi rappresentati”. Ritirarsi per favorire un rappresentante della destra non lepenista, significa per il partito socialista sparire dai consigli generali delle nuove macroregioni e non avere rappresentanti per 5 anni. J. P. Masseret non ci ha pensato molto e ha deciso di disobbedire alla segreteria di rue Solferino che per punizione lo ha boicottato ed ha fatto campagna per il candidato di destra Philippe Richert.

domenica 13 dicembre 2015

IL GIACOBINO FEDELE A SE STESSO di Claudio Vercelli




IL GIACOBINO FEDELE A SE STESSO
di Claudio Vercelli


Maximilien Robespierre. Fu uno dei maggiori «becchini» dell’Ancien Régime. Coltivò e impose una intransigente morale pubblica, ma in molte occasioni contenne il Terrore contro l’aristocrazia, rimanendo però travolto dalle stesse dinamiche da lui avviate. «Robespierre. Una vita rivoluzionaria» dello storico Peter McPhee per il Saggiatore



Una vita durata trentasei anni, la cui fine è ben conosciuta: nata all’insegna della modestia, agli immediati margini della buona società dell’Artois, cresciuta sotto gli auspici di una condotta informata all’impegno nello studio e alla piccola promozione sociale derivante dal divenire avvocato, peraltro non privo di talento, ed infine culminata nel turbinio rivoluzionario, quando divenne protagonista quasi assoluto dei cinque anni che avrebbero sconvolto il mondo. Questa è stata la parabola di Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, meglio conosciuto, all’epoca sua, come l’«Incorruttibile» e poi il «tiranno» o «despota». Non si sposò mai né ebbe figli. La sua esistenza era interamente proiettata verso la sfera pubblica, al punto di ritenere che potesse divenire, nel nome del «governo delle virtù», una materia da plasmare costantemente. Sulle donne pare esercitasse un discreto fascino ma non certo per il suo volto butterato quanto per quel rapporto di connubio tra potere e idealità che sembrava incarnare agli occhi di molte. La seduzione della forza e dell’intemperanza dialettica, che a lui piaceva invece pensare essere il prodotto di una morale profonda, rigorosa, imperturbabile, non poteva non attrarre una discreta schiera di astanti. Non di meno, facendo rifuggire molti altri da qualsiasi legame con la sua persona.

La sua traiettoria esistenziale, e con essa quella culturale e politica, è sufficientemente nota, andando a ricalco delle passioni di un’epoca di profondi cambiamenti. Se fosse nato in tempi diversi, in tutta probabilità sarebbe stato un buon giurista di periferia, destinato ad una qualche ascesa sociale nel momento in cui fosse entrato in rapporto con gli inamovibili centri del potere francese. Ma gli toccò in sorte di celebrare il tumultuoso declino dell’Ancien Régime, del quale fu uno dei principali becchini. Non a caso, al vitalismo che lo accompagnava, contesogli da personaggi della sua stessa indole, come un George Jacques Danton, alleato prima e antagonista poi, si accompagnò, negli anni del «terrore», un’aura di morte che anticipò la sua stessa dipartita.

mercoledì 9 dicembre 2015

ELEZIONI REGIONALI IN FRANCIA: UN AVVERTIMENTO, UNA MINACCIA di Yvan Lemaitre







ELEZIONI REGIONALI IN FRANCIA: 
UN AVVERTIMENTO, UNA MINACCIA
di Yvan Lemaitre




Pubblichiamo l’articolo di Yvan Lemaitre apparso all’indomani del voto regionale in Francia sul sito del Npa che ha visto l’inquietante successo del Front National di Marine Le Pen. Nel corso degli ultimi tre anni il Fn è cresciuto progressivamente: alle presidenziali del 2012 aveva ottenuto il 18%, alle europee del 2014 il 24,86% e alle elezioni dipartimentali del marzo 2015 il 27,93%. Ora, elettoralmente, è il primo partito francese. Certo l’astensionismo è stato molto alto (i votanti si sono arrestati al 50,3%). E’ difficile capire quanto questo abbia favorito o meno il Fn. Resta il fatto che la formazione di estrema destra si trova ora in testa in sei delle tredici regioni, dopo che anni di politiche filo padronali da parte dei socialisti che, ora, dopo gli attentati del 13 novembre inseguendo sul suo stesso terreno lo stesso Fn attraverso politiche securitarie, razziste e militariste (ndr.).

Marine Le Pen ha, dunque, raccolto per il suo partito il successo annunciato: i frutti marci della politica anti operaia e reazionaria del governo Hollande-Valls. Con il 30% dei voti, primo in sei regioni, il Front National diventa il primo partito di questo paese dal punto di vista elettorale e può pavoneggiarsi con arroganza e cinismo giocando il ruolo dei democratici che rappresentano il popolo. Queste strane elezioni, svolte in un clima dominato dai postumi del dramma degli attentati di Parigi, lo stato d’urgenza, l’offensiva securitaria e militarista del governo, la guerra con sullo sfondo le politiche di austerità e l’aumento della disoccupazione, sanzionano la sinistra come la destra.

martedì 8 dicembre 2015

APPELLO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA







APPELLO PER IL RISORGIMENTO SOCIALISTA



Un appuntamento di una certa importanza per la sinistra italiana si è consumato qualche giorno fa, con l’assemblea di Risorgimento Socialista che, a quanto pare, scioglie definitivamente il nodo gordiano del rapporto con un PSI oramai definitivamente digerito dentro il metabolismo neocentrista del PD. E’ una ottima notizia.

Così come è una ottima notizia che si ricostituisca un punto di riferimento per il pensiero del socialismo di sinistra in Italia. Sappiamo bene tutti quale sia l’analisi della situazione attuale. La verticalizzazione degli assetti di potere economico impressa dalla fase finanziaria del capitalismo, cavalcando sull’onda di una globalizzazione che ha spossessato i popoli europei della stessa capacità di governare i loro interessi, ha generato una deriva neoliberista senza frontiere e senza politica, realizzando le indicazioni di Von Hayek sull’Europa. Un’Europa oramai irrimediabilmente lontana dal progetto di Ventotene, in cui la moneta unica è servita da grimaldello per imporre agli Stati membri una strada forzata di imitazione delle politiche economiche ordoliberiste del Paese leader. La gestione di questo processo di incrudimento delle diseguaglianze e di impoverimento di strati crescenti della società richiede una progressiva cancellazione degli spazi della democrazia rappresentativa , facendo crescere un leaderismo plebiscitario e plebeista, privo di meccanismi di intermediazione, più simile al caudillismo che alla democrazia.

sabato 5 dicembre 2015

RICCARDO LOMBARDI, L'ULTIMO RIFORMISTA di Gianpasquale Santomassimo







RICCARDO LOMBARDI, L'ULTIMO RIFORMISTA
di Gianpasquale Santomassimo




Riccardo Lombardi. Il protagonista di una stagione politica che cercò di trasformare la realtà sociale nazionale, garantendo l’autonomia del socialismo dall’abbraccio dei «cugini del Pci». Un percorso di lettura a partire da un volume di Tommaso Nencioni




Non si può dire che la figura di Riccardo Lombardi sia dimenticata, ma ormai quando viene citato nel discorso pubblico è quasi sempre per ricordare l’opposizione a Craxi e ai suoi metodi negli ultimi anni della sua vita (si spense nel 1984). Fu lui a pronunciare, e in sede ufficiale, l’amara battuta sui socialisti in galera ormai più numerosi che durante il fascismo. In questo modo però finisce per ridursi a un’altra icona della «questione morale», condividendo la sorte di Enrico Berlinguer, scomparso pochi mesi prima di lui. Si sacrifica largamente lo spessore politico della sua azione, che invece merita ampiamente un approfondimento.

A questa dimensione, interamente politica, conduce invece lo studio accurato di Tommaso Nencioni (Riccardo Lombardi nel socialismo italiano 1947–1963, prefazione di Valdo Spini, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. XVIII-265, euro 30), che pur limitato nell’arco temporale riesce a far comprendere bene la figura di quello che potremmo definire l’ultimo riformista nella storia italiana, prima che il termine «cambiasse verso» (e già a partire dal lungo autunno craxiano) e passasse a designare moderatismo, se non vera e propria restaurazione sociale, come accade ai «riformisti» di oggi.

Lombardi era stato l’ultimo segretario del Partito d’Azione, e dopo le disfatte elettorali di quel partito aveva contribuito nell’ottobre del 1947 a far confluire nel socialismo italiano una parte significativa dei suoi aderenti. Ma il suo percorso personale era stato più ricco e più vario di altri, dalla giovanile militanza nell’ala più estrema del Partito Popolare, guidata da Miglioli, alla collaborazione esterna con il Partito Comunista d’Italia negli anni della clandestinità. Sono elementi che contribuiranno a fargli superare l’astrattezza e la separatezza nei confronti della politica italiana a volte riscontrabile nell’azionismo (sulla sua formazione si veda ora Luca Bufarale, (La giovinezza politica di Riccardo Lombardi (1919–1949), Viella, pp. 416, euro 29).

giovedì 3 dicembre 2015

2011: ORIGINI E SVILUPPI DELL'INSURREZIONE POPOLARE IN SIRIA di Joseph Daher





2011: ORIGINI E SVILUPPI DELL'INSURREZIONE POPOLARE IN SIRIA
di Joseph Daher


La rivolta popolare siriana, cominciata nel marzo del 2011, si inscrive nei processi rivoluzionari della regione che hanno avuto inizio innanzitutto in Tunisia e in Egitto alla fine del 2010-inizio 2011.

Hanno preparato il terreno per l’insurrezione popolare, che era in attesa di una scintilla, l’assenza di democrazia e l’impoverimento sempre più crescente, in un clima di corruzione di corruzione e di ineguaglianze sociali crescenti di larghi settori della società siriana.

Il contagio rivoluzionario e lo sviluppo dei gruppi armati

La rivolta, cominciata nella città meridionale di Deraa, si è estesa progressivamente fino a toccare tutte le regioni del paese, nonostante la repressione del regime che ha a quel punto fatto un uso massiccio della forza aprendo il fuoco sui manifestanti.

Dall’inizio della rivoluzione, le principali forme d’organizzazione sono stati i comitati i coordinamento popolare su scala di villaggi, quartieri, città e regioni. Questi comitati popolari sono stati la vera punta di diamante del movimento. Successivamente, nelle regioni liberate dal giogo del regime, sono sorti alcuni consigli popolari eletti per gestire queste regioni liberate.

Diversi fattori hanno favorito successivamente l’apparizione dei gruppi armati dopo più di 7 mesi di manifestazioni e di resistenza pacifica. In primo luogo, la repressione violenta del regime si è diretta contro i manifestanti pacifici e contro i dirigenti del movimento popolare, uccisi, arrestati o costretti all’esilio. Questo ha radicalizzato il movimento e contribuito a porre in prima fila quei militanti più inclini a resistere con le armi. Sempre più gruppi di cittadini hanno cominciato a prendere le armi per difendere le loro manifestazioni e le loro case contro le shabiha (milizie in appoggio del regime), i servizi di sicurezza e l’esercito. In secondo luogo, il numero crescente di disertori nell’esercito, in particolare tra i soldati di grado inferiore che si sono rifiutati di sparare sui manifestanti pacifici. La reticenza dei soldati a sparare ha provocato numerosi ammutinamenti e diserzioni.
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