mercoledì 30 settembre 2015

PIETRO INGRAO: L'UOMO CHE NON ROMPEVA MAI di Marco Zerbino





PIETRO INGRAO: 
L'UOMO CHE NON ROMPEVA MAI
di Marco Zerbino


Ritratto di Pietro Ingrao, protagonista di svolte mancate dentro e fuori il Pci, riformista di sinistra, simbolo della sinistra italiana



La sinistra italiana (quel che ne rimane) piange in queste ore Pietro Ingrao, storico dirigente “eretico” del Partito Comunista Italiano deceduto nella sua abitazione romana domenica 27 settembre, all’età di cento anni. Per lui si sprecano non solo i necrologi e le inflazionate etichette giornalistiche di “grande vecchio”, “guru”, “padre nobile”, “papa laico della sinistra italiana” e simili, ma anche le menzioni e i ricordi ufficiali da parte delle più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha affermato di considerare la figura di Ingrao un “patrimonio del paese”, al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, che ha pagato pegno alla cospicua componente ex-comunista del partito di cui è leader definendolo “uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento e della sinistra”. Perfino Giuliano Ferrara, un tempo comunista e poi passato armi e bagagli prima al Psi di Bettino Craxi e in seguito direttamente alla corte di Silvio Berlusconi, lo ha ricordato con affetto in un’intervista concessa al quotidiano Il Messaggero: “è venuto a mancare un pezzo della mia vita”.

Un simile unanimismo, se è almeno in parte comprensibile data l’elevata statura morale e culturale di un uomo che ha realmente fatto la storia dell’Italia repubblicana e del comunismo italiano, prima come giovane membro della Resistenza, poi come dirigente e intellettuale del Pci, parlamentare di lungo corso, presidente della Camera dei Deputati e infine come punto di riferimento per molti versi indiscusso di un “popolo di sinistra” ormai orfano di grandi organizzazioni politiche, di certo non aiuta a capire la specificità e il significato del personaggio. Se è vero infatti che Ingrao è, come in tanti ripetono, il “simbolo della sinistra italiana”, va detto che probabilmente lo è in tutti i suoi aspetti, incarnandone risorse e vitalità ma anche i tanti limiti storici.

La storia di Pietro Ingrao non può essere separata da quella di un’opzione e di una cultura politiche precise, quelle del “togliattismo di sinistra”, ovvero del tentativo di individuare una “terza via” (nessuna connessione con Lord Giddens) fra lo stalinismo e la completa e definitiva torsione in senso socialdemocratico e “parlamentare” del Pci (caldeggiata all’interno di quest’ultimo dalla destra di Giorgio Amendola). Fu questo, grosso modo, l’orizzonte non solo di Ingrao e della sinistra comunista che a lui faceva riferimento, ma anche del gruppo politico-intellettuale a lui più strettamente legato, quello creatosi attorno alla rivista il manifesto e poi espulso dal Pci (col voto favorevole dello stesso Ingrao) nel 1969.

SENATO ADDIO di Felice Carlo Besostri




SENATO ADDIO 
di Felice Carlo Besostri



Una intervista sugli effetti della riforma del Senato a Felice Carlo Besostri, avvocato costituzionalista, fra i maggiori studiosi della Carta Costituzionale


“Un altro passo verso la demolizione della Costituzione è stato fatto al Senato. Una riforma dannosa e pericolosa per gli equilibri istituzionali portata avanti in un clima di divisioni e lacerazioni politiche evidenti e da un Presidente del Consiglio salito al potere senza alcun mandato dal Popolo.

Il futuro non sarà più come prima. Avremo un Parlamento (tra Camera e Senato e per effetto della legge elettorale – Italicum) che per l’80% sarà costituito da gente nominata direttamente dai partiti. Una sproporzione del numero dei deputati rispetto a quello dei senatori con conseguente concentrazione di poteri in favore della Camera dei deputati, senza adeguati contrappesi politici e controlli. La funzione legislativa sarà concentrata nelle mani di un’unica persona, il Presidente del consiglio. La sovranità popolare verrà fortemente ridotta e limitata, posto che i cittadini non potranno più scegliere direttamente (attraverso il mandato diretto) i propri rappresentanti politici. Ciò nonostante il nuovo Senato avrà, comunque, una rilevante funzione legislativa ordinaria, in materia di revisione costituzionale, per esempio, o di legislazione elettorale. Funzione svilita dal rapporto di forza tra il futuro Senato (100) e la Camera (630) e dalla dipendenza dei nuovi senatori al partito politico che siederà in Parlamento. Una funzione, dunque, solo formale e non sostanziale e, soprattutto, una funzione che non verrà più esercitata dal Popolo, attraverso la scelta diretta dei propri rappresentanti politici.

lunedì 28 settembre 2015

LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA di Michele Nobile





LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA
di Michele Nobile




Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.

Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
Questo travisamento della realtà aveva però una sua logica: di fronte a un fatto che smentisce un'ipotesi, o si abbandona l'ipotesi o si deve reinterpretare il fatto. Un partito politico (o un'area politica) che fonda la propria esistenza e il proprio apparato di professionisti della politica e di rappresentanti istituzionali su una strategia più che decennale, non può abbandonarla se non mutandosi in qualcosa d'altro. Piuttosto, l'abilità della direzione politica consiste nel riuscire a forzare il fatto nel proprio quadro strategico e mentale, magari richiamandosi alla tradizione, a sua volta inventata o reinterpretata. Da quel compromesso storico scaturì, in capo a pochi anni, la repressione dell'ultimo grande movimento anticapitalistico di massa in Europa, quello giovanile e studentesco del 1977; i licenziamenti di massa della Fiat e il rilancio su ampia scala della controffensiva padronale; la messa ai margini del Pci e, in ultimo, l'inizio della sua trasformazione in quello che infine è diventato il Pd di Renzi. Eppure, ancor oggi Enrico Berlinguer è un'icona di un certo «comunismo italiano»: lo stesso che ora continua a schierarsi, comunque, a fianco di Tsipras.
Fatte le debite proporzioni e tenendo conto dei contesti diversissimi, la vicenda greca ha, per la sinistra europea, lo stesso valore di lezione negativa che ebbe l'esperienza di Unidad Popular tanto tempo fa. Tuttavia, ancora una volta, c'è chi si ostina a derivarne la lezione sbagliata, a chiudere gli occhi davanti all'evidenza. Un'evidenza che è atroce e definitiva.

Innanzitutto, ma questo è il minimo, si chiudono gli occhi di fronte ai numeri dei risultati elettorali. Sicché Norma Rangeri scrive sul Manifesto (22 settembre):

domenica 27 settembre 2015

ANCORA PROFUGHI di Guido Viale




ANCORA PROFUGHI 
di Guido Viale



I Governi dell’Unione europea si sono assunti pesanti responsabilità sia con iniziative dirette, sia come comprimari, sia con una accondiscendenza passiva, nel promuovere il caos e le guerre da cui promana l’attuale flusso di profughi. Ma non sembrano aver mai compreso le dimensioni reali di questo cataclisma sociale; né averne previsto le drammatiche conseguenze. Prevalevano, ieri come oggi, cinismo, ignoranza,irresponsabilità. Ma ora che la crisi li ha investiti in pieno non sanno affrontarla, non riescono a trovare soluzioni condivise e non concepiscono altro che vecchie ricette: la guerra.
La guerra agli scafisti libici – unico esito certo dell’ultimo vertice intergovenativo – è un alibi, un’infamia e un crimine.

Un alibi, perché si cerca di far credere che i flussi che hanno investito l’Europa possano essere ridimensionati - e risolti - accogliendo i “profughi” (che provengono da paesi in guerra, “insicuri”) e respingendo i “migranti” (che provengono da paesi “sicuri”). Ma persino Prodi ha dovuto ricordare che nessuno Stato dell’Africa - e meno che mai l’Iraq, l’Afghanistan o il Kurdistan - può essere considerato sicuro: infatti, nelle raccomandazioni ai turisti,il Ministero degli Esteri, quasi tutti i paesi di provenienza dei migranti sono considerati insicuri. Se tante persone rischiano la morte e ogni genere di violenza e sopruso per fuggire dal loro paese è perché sanno che là non possono più vivere.

Un’infamia, perché tende a nascondere il fatto che se venissero approntati corridoi umanitari per permettere a chi fugge di raggiungere in sicurezza l’Europa, gli scafisti di mare e di terra non esisterebbero, non ci sarebbero state decine di migliaia di morti e molti di più potrebbero ancora esserne evitati.

Un crimine,perché fermare gli scafisti in Libia (nessuno, però, ha proposto di far la guerra a quelli della Turchia, altrettanto pericolosi), posto che sia fattibile, significa ributtare i profughi nel deserto da cui sono venuti, condannandoli alle violenze e ai tanti altri modi dimorire a cui erano appena riusciti a sottrarsi.

I cosiddetti hot spot invocati e pretesi da Junker e Angela Merkel “in cambio” del sistema delle quote di richiedenti asilo accreditati, da distribuire tra gli Stati membri, sono l’inganno con cui si cerca o si spera di dimezzare il numero dei profughi da accogliere. Ma che cosa significa rimpatriarli, posto che si riesca ad accertarne il paese di provenienza? In un paese con cui per lo più non esistono accordi di rimpatrio, ma dove spesso non ci sono nemmeno autorità a cui riconsegnarli? Ovvio che, appena sbarcati, se non saranno imprigionati o soppressi, riprenderanno la strada per l’Europa, perché non hanno altra scelta.

sabato 26 settembre 2015

DONALD LAM: IL VOLTO SEGRETO DI PERRY MASON di Stefano Santarelli




DONALD LAM: 
IL VOLTO SEGRETO DI PERRY MASON
di Stefano Santarelli



Erle Stanley Gardner il geniale inventore di Perry Mason e padre quindi del Legal Thriller che vede oggi in Scott Turow e John Grisham i suoi migliori eredi, usando lo pseudonimo di A.A.Fair, ha creato con il duo Donald Lam e Bertha Cool una delle coppie più divertenti della letteratura poliziesca in grado di reggere il confronto con il leggendario Nero Wolfe e il suo “galoppino” Archie Goodwin.

Il vero protagonista di queste storie è Donald Lam, un detective privato in netta antitesi rispetto ai suoi colleghi: di statura inferiore alla media (1,65), non portato alla violenza fisica nonostante che abbia preso lezioni (senza successo) di pugilato e di Ju jitsu rifiutandosi oltretutto di portare la pistola. La sua forza come sottolinea la sua principale e poi in seguito socia, Bertha Cool, “non si trova nei suoi muscoli, ma nel suo cervello”. E Lam è la dimostrazione che per essere un buon investigatore la prestanza fisica non è assolutamente necessaria.

venerdì 25 settembre 2015

L'ESODO DEI PROFUGHI E LA VENDETTA DELLA STORIA. QUANDO GLI STORICI NON FANNO IL LORO DOVERE di Aldo Giannuli





L'ESODO DEI PROFUGHI E LA VENDETTA DELLA STORIA.
QUANDO GLI STORICI NON FANNO IL LORO DOVERE
di Aldo Giannuli




In questa tragedia storica dell’esodo dei profughi c’è una sconcertante inconsapevolezza ed impreparazione dell’opinione pubblica europea. La gente (scusatemi questo termine generico e populista, ma è per capirci) è convinta che siamo gli aggrediti di una invasione da cui difenderci e che basti serrare la porta di casa per farla finita e lasciarli a cuocere nel loro brodo.

Anche quelli che propongono l’accoglienza, lo fanno il più delle volta per altruismo, per buon cuore (che comunque è molto meglio della reazione degli altri) ma non per consapevolezza della portata del problema sul piano storico e delle misure che, pertanto, sono necessarie. Qui non si tratta solo di dare rifugio ad un po’ di bambini che rischiano di morire, cosa comunque doverosa, ma è solo la punta dell’iceberg. Questo è solo l’inizio, vedrete il seguito…

Questi profughi scappano, ma da cosa? Dalla guerra, ma da dove viene questa guerra? Magari, vale la pena di ricordare le guerre del golfo e dell’Afghanistan, gli sciagurati interventi di “polizia internazionale” in Sudan, Mali, Somalia.. Non sono di quelli che pensano che tutto quel che accade sia colpa dell’Europa e degli Usa, lo so che ci sono responsabilità anche della vecchia Urss ed anche delle classi dirigenti africane ed arabe, ma, insomma, se ci accorgessimo della fetta non piccola delle nostre responsabilità faremmo già un passo in avanti per trovare la soluzione.

C’è stata una rivolta in diversi paesi arabi che non ha prodotto (almeno per ora) i risultati sperati, ma anche questa da dove viene? Ci sono regimi indecenti che hanno usato le enormi risorse della rendita petrolifera per alimentare classi dirigenti corrotte e che non hanno saputo avviare un programma di sviluppo economico, regimi dittatoriali che non hanno rispettato i più elementari diritti umani, ma chi ha sostenuto questi regimi per decenni? Facciamo il conto di quanti vanno messi sul conto dell’Urss e di quanti su quelli dell’Occidente? Gheddafi era un dittatore spietato ed incapace di costruire un futuro del suo popolo: verissimo, ma chi lo aiutò a fare il suo colpo di Stato e poi lo ha costantemente sostenuto per quaranta anni di fila? Chi ha permesso ai suoi servizi segreti di assassinare i suoi oppositori per le strade di Roma? Chi lo ha avvisato dell’operazione Hilton? E chi gli ha coperto le spalle in tutte le occasioni, salvo doverlo mollare proprio alla fine?
Ne sappiamo niente noi Italiani? Ed in Siria, certo le responsabilità preminenti fra il 1960 ed il 1991 sono state dell’Urss, e dopo della Russia, ma con il beneplacito di Inghilterra, Francia e Usa. E prima, in Siria cosa c’era?

giovedì 24 settembre 2015

DOVE HA PORTATO IL CULTO DI TSIPRAS di Antonio Moscato





DOVE HA PORTATO IL CULTO DI TSIPRAS
di Antonio Moscato



Poco più di un mese fa avevo scritto, allarmato, un articolo sulle possibili ripercussioni sui resti della sinistra italiana dell’esaltazione acritica di ogni decisione del leader greco: Dove ci porta il culto di Tsipras. L’accecamento è pericoloso: oggi “il manifesto” si preoccupa di sottolineare che Tsipras non è Renzi, tentando di negare quel che Renzi stesso confessa: ha tifato per il successo di Syriza, cogliendone la sostanza nella distruzione dell’opposizione di sinistra.

Superficiale e grossolano, quando è sincero, Renzi l’ha identificata con Yannis Varoufakis, utilizzandolo come spauracchio esattamente come ha fatto la stampa conservatrice in Grecia, in Italia e in tutta Europa, anche se non era candidato e aveva dichiarato il suo tardivo appoggio a Unità Popolare solo due giorni prima del voto: “Per usare un tecnicismo, anche ‘sto Varoufakis se lo semo tolti”.

La risposta di Varoufakis a Renzi è stata tempestiva, ma rivelava ancora una volta l’ingenuità politica che ha caratterizzato questo economista anche nei mesi in cui collaborava con Tsipras: “No, ciò di cui ti sei liberato, partecipando a quel vile colpo di Stato contro Alexis Tsipras e la democrazia greca lo scorso luglio, è stata la tua integrità come democratico europeo. Forse anche la tua anima. Per fortuna tutto ciò non è irreversibile. Ma devi riconoscere i tuoi errori. Non vedo l'ora di vederti tornare nel rango dei democratici europei”.

mercoledì 23 settembre 2015

VOUS ETES QUOI? di Riccardo Venturi






VOUS ETES QUOI?
di Riccardo Venturi



Lo scorso 7 gennaio, poco meno di dieci mesi fa, andava parecchio di moda être Charlie. Talmente di moda, che si sono visti essere Charlie dei personaggi, come dire, beh, non so, lasciamo perdere. Ad esempio, était Charlie Bibi Nethanyahu. E, va da sé, 'e gli era Ciàrli anche Matteino nostro. Il padrone di casa, François Hollande, era naturalmente Sciarlìssimo; ma è inutile fare la lista della spesa. In quei giorni, pur con tutti i distinguo possibili e immaginabili, s'era tutti quanti Charlie. Ci siamo sentiti investiti da uno tsunami di libertà di espressione, dal potente della Terra fino all'ultimo dei quajàn. Per giorni e giorni, facciamo un tre o quattro; ma poiché la libertà di espressione, sacro valore democratico e occydenthäle, vale soltanto a certe e ben delimitate condizioni, oggi bisognerà ritirarla fuori per un caso assai meno mediatico e di importanza periferica.

Come forse qualcuno sarà venuto a sapere, Erri De Luca, discreto alpinista nato a Napoli e personaggio dalla vita alquanto avventurosa (durante la quale ha persino fatto, e continua a fare, lo scrittore), oggi si è visto e sentito richiedere, per la di lui persona, una pena detentiva di mesi otto per istigazione a delinquere. Avendo pubblicamente sostenuto la necessità di sabotare il TAV e di ricorrere alle cesoie per tagliare certe reti che delimitano una certa porzione del territorio italiano occupata da un cantiere militarizzato, l'alpinista Erri De Luca è incorso nel concetto di Libertà di Espressione che è più proprio dello stato italiano e dei suoi eroici rappresentanti, come è il caso del PM Antonio Rinaudo. Indi per cui, Erri De Luca è stato mandato a processo, ed è questo uno dei motivi per i quali sto particolarmente insistendo sulla sua attività alpinistica. Non è infatti possibile che un paese democratico come l'Italia, culla del diritto alla quale -invero- qualcuno dovrebbe decidersi a cambiare un po' i pannolini, mandi a processo uno scrittore per delle sue affermazioni. Gli scrittori a processo? Roba da regime totalitario, naturalmente. Da maccartismo, quantomeno. Gli scrittori a processo rimandano a Solgenitsyn o a Nâzim Hikmet, solo per fare due esempi senz'altro notissimi anche a un PM Rinaudo. Ma, per chiarire meglio in che cosa consista il concetto di Libertà di Espressione dell'attuale stato iTAViano, niente può essere meglio che lasciare la parola al PM Rinaudo stesso, il quale lo ha chiarito in maniera non fraintendibile:

martedì 22 settembre 2015

IL SIGNORE DELLA SVASTICA, OVVERO IL SOGNO DI FERRO DI NORMAN SPINRAD E ADOLF HITLER






IL SIGNORE DELLA SVASTICA, 
OVVERO IL SOGNO DI FERRO DI NORMAN SPINRAD E ADOLF HITLER

di Umberto Rossi


Guardate, con questi titoli delle traduzioni uno diventa matto. Cerco di sgarbugliare questa ingarbugliata faccenda, perché il succo di questo strano, stranissimo, e geniale romanzo, uscito in America nel 1972, sta proprio nel gioco dei titoli.
Allora, torniamo ai primi anni settanta. Norman Spinrad, allora trentaduenne, fa uscire The Iron Dream. Questo stava scritto sulla copertina. In realtà, se aprite un'edizione di lingua inglese del romanzo, vi comincia subito a girare la testa, perché dopo la pagina col titolo e il nome di Spinrad trovate un pistolotto pubblicitario che qui traduco:

Fatevi trasportare da Adolf Hitler fino alla Terra di un futuro remoto, dove solo feric jaggar e la sua potente arma, il Comandante d'Acciaio, si frappongono tra i resti della vera umanità e l'annientamento per mano dei nefandi Dominatori e delle orde di mutanti senza intelletto che controllano completamente.
Un attimo... Adolf Hitler? Che avrebbe scritto cosa? Giri pagina e alla pagina dopo trovi il solito Profilo dell'autore. E quel che racconta è un po' strano. Anzi parecchio:
Adolf Hitler nacque in Austria il 20 aprile 1889. Da giovane emigrò in Germania e si arruolò nell'esercito tedesco durante la Grande guerra. Dopo il conflitto, si dedicò per breve tempo alla politica a Monaco prima di emigrare a New York nel 1919...
E se giri ancora la pagina, ti appare questo frontespizio:

IL SIGNORE
DELLA SVASTICA
un romanzo
di fantascienza
di
Adolf Hitler

Allora, chiariamo l'arcano: nella sua edizione originale The Iron Dream contiene il romanzo The Lord of the Swastika, di Adolf Hitler, e poi una postfazione scritta da un tal Homer Whipple nel 1959. Nell'edizione italiana, però, hanno tirato fuori il titolo del romanzo di Hitler e così facendo hanno attribuito il suo romanzo a Spinrad, cosa che quest'ultimo s'era guardato bene dal fare. Tenuto conto che la prima edizione italiana, risalente al 1976, venne pubblicata da Longanesi, una casa editrice che buttava leggermente a destra, non riesco a non pensare che si voleva la svastica in copertina per attirare lettori di una certa convinzione politica, che avrebbero apprezzato lo scritto del Führer. Come diceva sempre Zio Giulio, a pensà male se fa peccato, ma eccetera eccetera.

lunedì 21 settembre 2015

TSIPRAS SUCCEDE A TSIPRAS, MA TUTTO E' CAMBIATO






TSIPRAS SUCCEDE A TSIPRAS, MA TUTTO E' CAMBIATO

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista



Tsipras sarà per la seconda volta primo ministro greco, ma di un paese sempre più socialmente avvilito e politicamente disorientato. Un milione di elettori che pure erano andati a votare il 25 gennaio scorso sono rimasti a casa. Anche rispetto al referendum del 5 luglio i voti validi sono stati 700.000 in meno. Neanche la estrema polarizzazione tra il partito di Syriza e la destra di Nea Democratia ha convinto questo settore di elettori a mobilitarsi nel voto. Syriza mantiene le percentuali, ma lascia per strada circa 300.000 voti e lo stesso fenomeno si manifesta per Nea Democratia che ne perde 200.000 rispetto a gennaio.

L’astensione è un fenomeno che ben conosciamo in Italia. Evidentemente anche nel paese ellenico una fetta importante di elettori non ha ritenuto importante contribuire a scegliere tra i due principali contendenti, Alexis Tsipras e il leader della destra conservatrice Vangelis Meimarakis, considerando non rilevanti le differenze programmatiche tra i due.

E’ la conseguenza della svolta di Tsipras che, proprio pochi giorni dopo il trionfale successo del No al referendum, ha deciso di sottoscrivere l’accordo capestro con la Troika e ne ha imposto l’accettazione al suo riluttante partito.

GRECIA: VINCE TSIPRAS. PER ORA di Aldo Giannuli




GRECIA: VINCE TSIPRAS. PER ORA
di Aldo Giannuli




Tsipras ha avuto il miglior successo possibile: è innegabile. Considerato che esce da mesi terribili, che il suo partito ha avuto una scissione, che ha perso il numero due del governo, che ha fatto e sconfessato un referendum, che ha dovuto accettare i diktat della troika abbandonando tutte le promesse elettorali, non era pensabile un risultato migliore di questo.

Ha ridotto le perdite elettorali in termini percentualmente insignificanti, ha liquidato il suo dissenso interno costringendolo ad una scissione che ha mancato il risultato di entrare in Parlamento, ha ottenuto seggi sufficienti a fare maggioranza con Anel, con il Pasok e To Potami senza dover imbarcare Nea Democratia. Meglio di così non gli poteva andare.

A che si deve questo successo? In primo luogo al prestigio personale dell’uomo che può permettersi di stracciare un patto elettorale ed un referendum ed essere ancora creduto quando si propone come quello che rinegozierà il debito. Questo è in parte il risultato dell’immagine di sé che ha saputo costruire, in parte dell’inesistenza dei rivali: Nea Democratia, con Meimarakis non era certo in grado di cancellare l’immagine di partito di corrotti che (insieme al Pasok) detiene la maggior quota di responsabilità nel disastro finanziario del paese. La scissione di Lafazanis ha inciso pochissimo: troppo poco tempo a disposizione, troppa accondiscendenza a Tsipras sino ad un momenti prima, troppo poca chiarezza nel programma. E, comunque, ha pagato il prezzo del “voto utile”: di fronte alla prospettiva del ritorno dei pescecani di Nd, gli incerti fra Siryza e Unità Popolare si è riversata in massa sulla prima, che è un altro dei motivi della vittoria odierna. Peraltro anche il Kke non ha avuto che un piccolissimo incremento confermando sostanzialmente il suo insediamento.

domenica 20 settembre 2015

SPECIE IMMORTALE di Colin Wilson




SPECIE IMMORTALE  di Colin Wilson

di Massimo Luciani 



Il romanzo “Specie immortale”, conosciuto anche come “La pietra filosofale” (“The Philosopher’s Stone”) di Colin Wilson è stato pubblicato per la prima volta nel 1969. In Italia è stato pubblicato come “La pietra filosofale” da MEB nel n. 6 di “SAGA” e come “Specie immortale” da Mondadori nel n. 1404 di “Urania” e nel n. 152 di “Urania Collezione” nella traduzione di Teobaldo Del Tanaro. Quest’ultima edizione è anche disponibile in formato Kindle su amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS.

Howard Lester è solo un ragazzino quando incontra Sir Alastair Lyell e scopre di condividere con lui una grande passione per le scienze e per la musica. Ben presto, Lyell diventa come un secondo padre per il ragazzo, che vive più con lui che con la sua famiglia.
Quando il suo mentore muore, Howard contatta la sua famiglia e finisce per entrare in contatto con altre persone che espandono i suoi interessi. Dopo aver trascorso molto tempo studiando il problema della longevità, comincia a indagare nell’espansione delle capacità mentali. Col passare degli anni, assieme al collega Henry Littleway effettua vari esperimenti ma scopre anche l’esistenza degli Anziani e i possibili pericoli che derivano da essi.

giovedì 17 settembre 2015

LA VITTORIA DI CORBYN di Aldo Giannuli





LA VITTORIA DI CORBYN
di Aldo Giannuli




La vittoria di Jeremy Corbyn nella consultazione interna al Partito Laburista inglese è certamente una buona notizia che segnala come inizino ad esserci le premesse di una svolta a sinistra della socialdemocrazia europea, dopo la sbornia liberista dei vai Blair, Schroder e compagnia servente.

Anche se con lentezza, i morsi della crisi iniziano a produrre una incipiente radicalizzazione dello scontro politico. E’ finita la stagione in cui la sinistra “vincente” era quella che faceva le stesse cose della destra e ricomincia a profilarsi un’alternativa alle politiche liberiste. Detto questo, ora non è il caso di prendere la solita sbornia per il leader di sinistra che vince all’estero: Zapatero, Tsipras, ecc., tutte illusioni che durano lo spazio di qualche mese e lasciano l’amaro in bocca. E dunque, guardiamo a Londra con soddisfazione, ma anche con realismo.

Corbyn, per ora, presenta un programma che somiglia moltissimo a quello con il quale Foot affrontò le elezioni del 1983, contro la Tatcher, incassando la più sonora sconfitta dal 1945 ed, in assoluto, il risultato più basso del dopoguerra. Nel merito molte di quelle proposte sono assolutamente ragionevoli: nazionalizzazione di imprese strategiche e banche, tassazione fortemente progressiva sul reddito, rifiuto di avventure militari e, di conseguenza, taglio delle spese militari ecc. Nel merito di ciascuna proposta, non ho obiezioni, il punto è se una strategia così formulata sia in grado prima di vincere le elezioni e dopo, di poter essere effettivamente praticata una volta al governo. Certo, il 1983 era l’alba dell’ondata neo liberista ed oggi siamo in una crisi devastante che non accenna a passare (almeno dal punto di vista dell’economia reale). Questo non vuol dire che non si debba riflettere sul perché di quella lontana sconfitta rimuovendola come qualcosa che non ci riguarda più.

mercoledì 16 settembre 2015

UN PIANO EUROPEO PER L’ACCOGLIENZA di Guido Viale




UN PIANO EUROPEO PER L’ACCOGLIENZA
di Guido Viale



Lo sgambetto con cui la cronista ungherese Petra Laszlo ha buttato a terra un profugo siriano che portava il proprio figlio in salvo da una guerra mai dichiarata è un'immagine plastica dell'odierna Unione Europea e richiama alla mente la brutalità con cui i suoi organi hanno cercato di interrompere la corsa di Tsipras e del suo governo per portare in salvo il popolo greco da un disastro di cui non portavano alcuna responsabilità.
Questo accostamento non è casuale: l’Unione Europea non sarà in grado di accogliere milioni di profughi fino a che negherà diritti e imporrà solo doveri ai popoli dei suoi stati periferici. Quel padre poi si è rialzato e ha continuato la sua corsa, mentre non sappiamo ancora se Tsipras riuscirà a fare altrettanto.

In entrambi i casi, accanto al cinismo e alla crudeltà, balza evidente l'impotenza dell'Europa, che non ha soluzioni di lungo termine per sottrarre la Grecia e gli altri paesi membri dell'Unione troppo indebitati al disastro finanziario, ma anche sociale e ambientale a cui li condannano le sue politiche; ma non ha nemmeno idea di come affrontare lo "tsunami" di profughi che la sta investendo.

Angela Merkel è stata abile: sia per l’immagine della Germania, ma soprattutto permettendo a migliaia di cittadini di mostrare una solidarietà straordinaria. Ma forse ha sottovalutato sia le dimensioni effettive dei flussi, sia le resistenze dei partner europei. Lo si è visto al vertice di ieri: la decisione sulle “quote” di profughi è stata rimandata sine die; le frontiere interne torneranno a chiudersi (in barba a Schengen) scaricando tutto il peso su Italia e Grecia, che dovrebbero farsi carico subito delle richieste di asilo e dei respingimenti. In compenso è stata approvata la “guerra agli scafisti”, che vuol dire respingere profughi e migranti nel deserto da cui sono venuti e in cui torneranno ad essere sfruttati, rapinati e violati.
Ma i profughi aumenteranno lo stesso, perché guerre, dittature, miseria e ferocia che sono andati crescendo ai confini diretti e indiretti dell'Unione dureranno per anni, e si aggraveranno ogni volta che si cercherà di venirne a capo con altre guerre. Ma se la Germania ha la forza e i mezzi per sostenerne l'urto e ricavarne anche benefici di lungo termine, gli altri paesi dell'Unione no. Manca una politica europea di accoglienza, che vuol dire dare casa lavoro, formazione, reddito (e poi, anche, prospettive di ritorno) a milioni di profughi destinati a restare sul suolo europeo per anni, perché l'Unione, con le politiche di austerità da cui non deflette, non è più in grado di offrire quelle stesse cose a decine di milioni di suoi cittadini che ne sono stati privati dalla crisi, o ne sono privi da ancor prima. E certo non può dare ai nuovi arrivati ciò che non vuol dare a chi ne è privo da tempo.

martedì 15 settembre 2015

CAPITALISMO VS DEMOCRAZIA di Michael Löwy




CAPITALISMO VS DEMOCRAZIA
di Michael Löwy




Iniziamo con una citazione tratta da un saggio sulla democrazia borghese in Russia, scritto nel 1906 dopo la sconfitta della prima rivoluzione russa:

“è veramente ridicolo attribuire all’odierno capitalismo maturo (Hochkapitalismus), quale esso viene ora importato in Russia ed esiste in America, un’affinità con la democrazia e la libertà qualunque senso si voglia dare a queste parole […]. Ci dobbiamo invece domandare se la democrazia e la libertà siano possibili a lungo termine sotto il dominio del capitalismo maturo” (1).

Chi è l’autore di questo penetrante commento? Lenin, Trotsky o forse il precoce marxista russo Plechanov? In realtà è Max Weber, il ben noto sociologo borghese. Anche se Weber non ha mai sviluppato questa intuizione, qui sta suggerendo che esiste una contraddizione in termini tra capitalismo e democrazia.

La storia del ventesimo secolo sembra confermare questa opinione: molto spesso, quando è sembrato che il potere della classe dominante fosse minacciato dal popolo, la democrazia è stata messa da parte come un lusso eccessivo ed è stata rimpiazzata dal fascismo – come in Europa negli anni ’20 e ’30 – o da dittature militari, come in America Latina negli anni ’60 e ’70. Fortunatamente non è il caso dell’Europa attuale. Ma qui, soprattutto negli ultimi decenni con il trionfo del neoliberalismo, abbiamo una democrazia a bassa intensità, una democrazia senza contenuto sociale, che è diventata un guscio vuoto. Certo, abbiamo ancora le elezioni, ma sembra esistere un solo partito, il PMU, Partito del Mercato Unito, con due varianti dalle differenze limitate: la corrente di destra neoliberale e quella di centro-sinistra social-liberale.

Il declino della democrazia è visibile in modo particolare nel funzionamento oligarchico dell’Unione Europea, dove il Parlamento Europeo ha un’influenza molto piccola mentre il potere è saldamente appannaggio di organismi non elettivi, come la Commissione Europea o la Banca Centrale Europea.

lunedì 14 settembre 2015

L'ALTRA VOCE DEL SUD AFRICA IN LOTTA: STEPHEN BIKO ED IL MOVIMENTO PER LA COSCIENZA NERA di Loredana Baglio





L'ALTRA VOCE DEL SUD AFRICA IN LOTTA: 
STEPHEN BIKO ED IL MOVIMENTO PER LA COSCIENZA NERA (BCM)

- parte prima -


di Loredana Baglio




“Il giorno che mi prenderanno mi ammazzeranno,
perché io o li picchierò o mi farò picchiare
fino a farmi ammazzare”




Bantu Stephen Biko, nacque nel 1946 a King William’s Town, nella provincia del Capo Orientale. Dopo gli studi secondari, si iscrive alla facoltà di medicina all’Università del Natal – sezione separata per i neri -. Non fu solo uno studente di medicina, ma anche un giocatore di rugby. Dopo la sua morte, avvenuta a soli trentun anni, è diventato il simbolo della resistenza dei Neri che lottano contro l’apartheid. Durante gli anni universitari il suo primo impegno politico fu quello di aderire all’Unione nazionale degli studenti, organizzazione dalla quale uscì per fondare (nel 1969) l’Organizzazione degli studenti sudafricani (SASO).
Nel 1970, fonda il Black Consciousness Movement (Movimento per la Coscienza Nera), un movimento sorto dall'angoscia e dalla frustrazione degli Africani colti, che vedevano preclusa dall'apartheid ogni tipo libertà. Il BCM si articolava in tre organizzazioni: un movimento politico (Black People's Convention), una centrale sindacale (Black Allied Workers' Union) e una lega studentesca (South African Student’s Organisation).

Il 18 agosto 1977 Biko fu arrestato presso un posto di blocco dalla polizia sudafricana. Durante la prigionia nel carcere di Port Elizabeth durata un mese e sei giorni, subì una grave lesione alla testa, presumibilmente colpito con una spranga, e il 12 settembre 1977 morì durante il trasferimento al carcere di Pretoria. Le fonti ufficiali della polizia sostennero che il decesso si doveva attribuirei a un prolungato sciopero della fame di Biko. Dopo averlo torturato e ridotto in fin di vita, i suoi aguzzini decisero di trasferirlo, l'undici settembre, nella struttura sanitaria del carcere di Pretoria. Sul suo corpo c’erano evidenti segni di percorse ed il suo cranio presentava una profonda frattura. Il giorno successivo, il 12 settembre 1977, dopo aver viaggiato per 1100 km nel baule di una Land Rover, Biko morì per le lesioni cerebrali causate dalle violente torture, ma che la polizia negò di aver procurato, facendo risalire le ferite e le fratture cerebrali ad un prolungato sciopero della fame del prigioniero. La successiva autopsia stabilì che la morte era conseguenza delle numerose contusioni e delle lesioni causate dalle brutali percosse. Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone. I giornalisti che indagarono sull'assassinio furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti colpevoli delle percosse fu mai processato dal governo razzista bianco, né dal successivo governo “democratico”.

domenica 13 settembre 2015

LE REGINE DEL SUSPENSE: VIAGGIO NELLA NARRATIVA DEL BRIVIDO AL FEMMINILE





LE REGINE DEL SUSPENSE: VIAGGIO NELLA NARRATIVA DEL BRIVIDO AL FEMMINILE
di Omar Lastrucci





E' esistita un'epoca che oggi inizia ad essere meno ricordata di quanto meriti e che forse non sarà mai mitica come la Londra di Sherlock Holmes o le metropoli USA durante l'epoca del proibizionismo e dei gangsters, ma che per il sottoscritto esercita un fascino irresistibile; parlo dell'America degli anni cinquanta, quella dell'ultima epoca veramente felice prima del Vietnam, con i Drive-in e i Drugstore, con automobili chiassose lungo statali interminabili, con i grandi magazzini dove lavorano commesse graziose ed emancipate dalla vita sentimentale e sessuale libera: l'America che si può vedere in "Psycho" di Alfred Hitchcock, capolavoro anche come testimonianza di un'epoca, oppure in tanti episodi di "Ai confini della realtà" o "Alfred Hitchcock Presenta" ; piccole città linde e operose, gente appagata e felice (all'apparenza, ovviamente) in quegli anni fatati di Boom economico, che qualche anno dopo raggiunse anche l'Italia.

Erano anni di grande fermento anche per la narrativa poliziesca; dopo gli esordi ultra-deduttivi fedelissimi alla scuola Inglese di Van Dine, Queen e Carr, il giallo Americano cominciò a prendere coscienza delle potenzialità offerte da un tale variopinto Background culturale, e a iniziare a volare con le proprie ali; prima Hammett, poi Chandler, senza dimenticare l'importantissimo apporto di Erle Stanley Gardner, resero il poliziesco made in U.S.A. mitico e inconfondibile quanto il Rock'n roll e gli Hot dog.

venerdì 11 settembre 2015

IL SENSO DEI DANESI PER IL RAZZISMO di Claire Lacombe






IL SENSO DEI DANESI PER IL RAZZISMO
di Claire Lacombe


L’altra faccia del modello danese. La chiusura temporanea delle frontiere rivela le ombre di una società pervasa da un acuto senso del razzismo



Molti conoscono sulla Danimarca la vulgata idilliaca come nazione antinazista. Questo perché il Re Cristiano X e i capi delle chiese si opposero alla deportazione degli ebrei e alla loro ghettizzazione. Pur essendo la Danimarca occupata come “protettorato” nel 1940 dal Reich hitleriano non furono applicate le leggi razziali. Inoltre quando le autorità tedesche organizzarono la deportazione degli ebrei residenti in Danimarca per l’1 e il 2 ottobre 1943, le autorità danesi sottrassero alla cattura migliaia di ebrei. Ma si può vedere anche il rovescio della medaglia: all’invasione tedesca l’esercito danese praticamente non si oppose; l’opposizione dei Danesi contro l’invasione nazista fu, quando esistente, passiva e silente: gli episodi di resistenza armata furono pertanto rari e solo dopo il 1943.

Nel dopoguerra in Danimarca fu instaurato un regime di welfare molto solido, caratterizzato da due elementi però apparentemente anomali.

giovedì 10 settembre 2015

ABORTO: IL SILENZIO ATTORNO ALLE PAROLE DEL PAPA di Chiara Carratù






ABORTO: IL SILENZIO ATTORNO ALLE PAROLE DEL PAPA
di Chiara Carratù




In preparazione del Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha annunciato che le donne che hanno fatto ricorso all’aborto e quanti lo hanno procurato potranno pentirsi e ottenere il perdono per il peccato compiuto. Subito i media hanno dato ampia eco alle parole papali perché, in via eccezionale, il potere di rimettere i peccati viene esteso a tutti i sacerdoti e perché sarà possibile attraversare anche altre porte sante. Il papa ha deciso che in tutte le cattedrali, nei santuari e nelle chiese stabilite dal vescovo diocesano ci sia una porta santa.

Con questo messaggio ancora una volta si torna a parlare di aborto, un tema caro alla Chiesa che papa Bergoglio usa con abilità, ponendo sempre molta attenzione all’immagine mediatica che dà di sé.

Infatti, se da un lato il papa continua a presentare quell’immagine che in troppi, a sproposito, definiscono rivoluzionaria, dall’altro l’intento è quello di affermare con forza i principi cardine che sono alla base della dottrina cattolica. Non a caso, padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, specifica che la decisione di Francesco di estendere nell’Anno giubilare a tutti i preti la facoltà di perdonare l’aborto “vuole essere un segno di estensione della manifestazione di misericordia in termini più accessibili e disponibili da parte della Chiesa: non è un’attenuazione del senso di gravità del peccato. I sacerdoti che preparano la confessione devono far capire la gravità di questo crimine e aiutare a comprendere in un percorso di conversione. La decisione del Papa non vuole esse in alcun modo un minimizzare la gravità della cosa”.

mercoledì 9 settembre 2015

L’EUROPA RIFONDATA di Guido Viale





L’EUROPA RIFONDATA
di Guido Viale




Lungo l’autostrada Budapest-Vienna si è dissolto il futuro dell’Unione europea e ha fatto la sua comparsa una Europa nuova, fondata su una cittadinanza condivisa con profughi e migranti. La mossa di Angela Merkel è stata abile - le ha restituito una popolarità che la sopraffazione della Grecia aveva compromesso - e sacrosanta: ha permesso a migliaia di profughi di raggiungere la loro meta e ad altre migliaia di cittadini europei - austriaci e tedeschi, ma anche e soprattutto ungheresi - di dimostrare il loro vero sentire: rendendo felici altri milioni di europei. Ma quella mossa non tarderà a rivelarsi un bluff. Dopo aver detto che accoglierà tutti, sono cominciati i distinguo tra paesi di provenienza sicuri e paesi insicuri e tra profughi e migranti economici; e le assicurazioni che si tratta di una misura “temporanea”. Ma intanto con quella decisione unilaterale ciascun governo si sente autorizzato ad andare per conto proprio: Cameron ha subito raccolto l’invito; i paesi del gruppo di Visegrad si sono opposti alle quote obbligatorie; i paesi baltici li seguiranno. E già si parla di sostituire all’accoglienza un “contributo” in denaro; o di istituire un mercato dei “diritti di espulsione”, così come ne esiste già uno per i diritti di emissione (di CO2): si pagheranno i respingimenti un tanto al chilo? Angela Merkel ha dato così un altro contributo a dissolvere l’identità dell’Unione europea: ci sono paesi dell’Unione che non sono nell’area Schengen e paesi Schengen non nell’Unione; paesi dell’Unione non nella Nato e paesi europei nella Nato ma non dell’Unione; paesi nell’Unione ma non nell’euro; paesi virtuosi e paesi dissoluti, ecc. Adesso, forse, ci saranno paesi dell’Unione esonerati – a pagamento o no – dalle quote di profughi. E quelli che li accoglieranno si sceglieranno le nazionalità più gradite?

lunedì 7 settembre 2015

DILAGA L'IPOCRISIA DELLE ISTITUZIONI di Antonio Moscato





DILAGA L'IPOCRISIA DELLE ISTITUZIONI
di Antonio Moscato




La reazione spontanea di tanti esseri umani da Budapest a Vienna, da Monaco a Londra, di fronte alle immagini orribili dei poliziotti che marchiavano gli immigrati o li scacciavano dai binari con manganellate e spray urticanti, ha costretto gran parte dei governi europei a indossare una maschera umanitaria e ad accantonare, per il momento, la linea dura. Lo ha fatto perfino – per un giorno - lo xenofobo premier ungherese Victor Orban, togliendo il blocco della stazione Keleti (senza grossi problemi dato che praticamente nessuno dei migranti aspirava ad essere accolto in un paese che ha un governo così poco ospitale); lo ha fatto ovviamente la Germania, inclusa la componente più reazionaria della maggioranza, l’Unione Cristiano-sociale bavarese; lo ha fatto anche Cameron annunciando dapprima 4.000 e poi 15.000 possibili accoglimenti, ma ponendo condizioni tali da rinviare l’operazione alle calende greche: infatti vorrebbe che la Gran Bretagna possa sceglierli direttamente in Siria, in campi gestiti dall’ONU, dopo aver abbattuto “la dittatura di Assad e lo Stato islamico”, cioè quando gli eventuali sopravvissuti a un'altra guerra distruttiva ancor più asimmetrica non avrebbero più nessuna ragione per lasciare il loro paese…

Tutte queste dichiarazioni, fatte a caldo sotto la spinta di quella solidarietà concreta che si è vista nelle stazioni in cui finalmente arrivavano i treni che erano stati stupidamente e criminalmente bloccati per ore quando non per giorni, sono state poi ritoccate e corrette subito dopo. La solidarietà forse non era proprio di massa, ma era consistente e sintomatica, e sufficiente a mettere a tacere per un po’ l’estrema destra. Ma non a cancellare il carattere profondamente e organicamente reazionario di tutto il gruppo dirigente europeo attuale.

La stessa Merkel, paga dell’incredibile (e non del tutto spontanea) ondata di popolarità goduta dopo l’annuncio della disponibilità ad accogliere tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria, ha subito dopo tranquillizzato Orban e tutte le destre europee ribadendo che gli accordi di Dublino non erano affatto sospesi. I dubbi sulla spontaneità dell’entusiasmo dei siriani per la Merkel derivano dalla semplice osservazione che questi non si erano portati certamente nell’esodo una stampante a colori per fare i cartelli con il suo ritratto, che la rilanciava come immagine materna, e puntava a cancellare non solo il ricordo della sua durezza verso la Grecia, ma soprattutto quello delle lacrime in diretta della bambina palestinese a cui la poco angelica Merkel aveva detto brutalmente che doveva lasciare gli studi e il paese, visto che “non possiamo accogliere chiunque”.

domenica 6 settembre 2015

MENDICANTI DI SPAGNA di Nancy Kress






MENDICANTI DI SPAGNA di Nancy Kress
di Stefano Paparozzi



Come conciliare la ricerca della felicità personale col bisogni dei più sfortunati? Come far coesistere il capitalismo e l’assistenzialismo? Come non far sembrare che Ayn Rand sia la reincarnazione di Hitler?
A queste domande prova a rispondere Nancy Kress con uno staordinario romanzo: Mendicanti di Spagna.



Un po’ di ordine

Innanzitutto facciamo chiarezza su qual è il libro che sto recensendo.
Nel 1991, Nancy Kress pubblica su Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine il racconto lungo “Beggars in Spain”; questo racconto è stato pubblicato in Italia dapprima in Urania (con l’imbarazzante titolo “Modificazione genetica”), poi dalla Nord (come – ancor più imbarazzante – “Dormire, forse sognare…”). È attualmente reperibile, pubblicato da Delos, come “Mendicanti in Spagna”.
Nel 1993, l’autrice espande il racconto originale, mantenendo il titolo Beggars in Spain; questo romanzo viene pubblicato in Urania col titolo Mendicanti di Spagna.
A questo seguiranno i romanzi Beggars and Choosers e Beggars Ride (in Italia in Urania come Mendicanti e superuomini e La rivincita dei mendicanti).
Quello che sto recensendo qui è il romanzo Mendicanti di Spagna uscito come Urania, cioè l’espansione del racconto lungo originale.

sabato 5 settembre 2015

GRECIA: LA SINISTRA IGNORA LE CONSEGUENZE DELLA RESA DI TSIPRAS di Yorgos Mitralias





GRECIA: LA SINISTRA IGNORA LE CONSEGUENZE DELLA RESA DI TSIPRAS
di Yorgos Mitralias



In Grecia la sinistra sembra ignorare la portata storica della capitolazione di Tsipras: Syriza è un partito ogm e l’estrema sinistra continua a frammentarsi




Ciò che è più spaventoso della situazione greca è che tutti i leader della sinistra hanno dato l’impressione di non raggiungere né la portata né la profondità del disastro già compiuto dalla capitolazione del governo Tsipras verso i creditori del paese. In effetti, la campagna continua con le sue invettive e i suoi sgambetti seguendo le tradizioni consolidate, nessuno fa riferimento a questo disastro, e in particolare alle sue conseguenze a medio e lungo termine. E peggio, nessuno fa alcun riferimento a compiti concreti ed urgenti che questo disastro richiede alla sinistra greca e ai militanti.

Eppure è impossibile che ciò passi inosservato nell’attuale grigiore del paesaggio greco perché assolutamente ovvio. Da un lato, l’emorragia di cui sta soffrendo Syriza “geneticamente modificata” supera già i peggiori timori dei promotori della sua ‘normalizzazione’. Giorno dopo giorno, centinaia di funzionari, parlamentari, membri dell’ufficio politico del Comitato Centrale, della direzione giovanile, la sua frazione sindacale e di altri organi del partito vanno via sbattendo la porta, denunciando con forza il “tradimento” del governo Tsipras.

Se la stragrande maggioranza di coloro che sbattono la porta aderisce a Unità Popolare, partito di recente formazione, non è lo stesso per le migliaia e migliaia di “anonimi” che vanno via in punta piedi, completamente disorientati, delusi, o anche arrabbiati. Il risultato di tutto questo è già sotto i nostri occhi: Syriza crolla nei sondaggi e fa risorgere la tradizionale destra di Nuova Democrazia che mira già a contendere la vittoria con una Syriza prematuramente invecchiata e screditata.

LE ELEZIONI IN GRECIA ED UN APPELLO IN FAVORE DELLA SINISTRA GRECA di Aldo Giannuli




LE ELEZIONI IN GRECIA ED UN APPELLO IN FAVORE DELLA SINISTRA GRECA
di Aldo Giannuli



Il 20 settembre prossimo si voterà nuovamente per il parlamento greco. Inutile dire che, dopo un primo momento in cui i sondaggi davano scontatamente in testa Syriza, per effetto dell’istintivo compattarsi intorno a Tsipras contro la Germania e la Ue, le cose stanno avendo un decorso, per ora, assai diverso.

Il partito si è spaccato in tre tronconi (forse quattro), le misure di austerity imposte dalla Ue hanno iniziato a mordere, l’effetto iniziale pro Tsipras si è attenuato ed i sondaggi (per quel che valgono), segnalano un crollo di Syriza che sarebbe molto al di sotto del risultato di inizio anno. La prospettiva più concreta è che, nonostante il premio di 50 seggi, nessuno dei contendenti che la faccia a conquistare la maggioranza assoluta e che si debba riformare una coalizione centrista fra Tsipras, Nea Democratia, To Potami e Pasok, con, ovviamente, il seguito delle politiche di austerità imposte dalla Ue ed accettate da Tsipras.

Nel frattempo, Tsipras cerca di salvarsi con l’appello al “voto utile” per battere la destra, una canzone che conosciamo molto bene qui in Italia e che non cambierebbe nulla: anche nell’improbabile caso di una vittoria piena di Siryza, che ormai è a tutti gli effetti il Pd greco, sappiamo perfettamente che la strada sarebbe la stessa.

L’unica speranza di tenere aperto il caso greco è affidata ad un successo delle liste uscite da sinistra da Syriza (a cominciare da Unità Popolare di Lafanzanis) e del Kke.

venerdì 4 settembre 2015

MALZBERG: CHI ERA COSTUI? profilo a cura di Umberto Rossi





MALZBERG: CHI ERA COSTUI? 
profilo a cura di Umberto Rossi




Se uno segue le conversazioni su un gruppo FaceBook come Romanzi di fantascienza noterà che alla fine i nomi che ricorrono sono più o meno quelli: nomi di scrittori, intendo dire, che si chiamino Vance o Gibson, che si chiamino Clarke o Heinlein. I Classici Che Tutti Conoscono.

Certi nomi invece escono fuori di rado. Uno di questi appartiene a un autore ancora vivente, ma che da molto non frequenta più il genere che tanto ci piace, e cioè Barry Norman Malzberg, nato nel 1939, quindi settantaseienne. A quest'età uno dovrebbe essere una specie di santone della fantascienza, di Grande Vecchio, come lo erano Asimov e Bradbury negli ultimi anni della loro vita: ma a Malzberg la fama non arride, o meglio, si sa che c'è, si sa che esiste uno scrittore di questo nome, ma cosa ha scritto esattamente, di cosa parla, cosa gli associ, ecco, tutto questo spesso manca. Non c'è quel titolo famoso o quell'idea di successo che ti viene subito in mente a sentirlo nominare. Eppure se uno va a consultare la Wikipedia (ovviamente inglese) trova che esiste addirittura una voce sulla bibliografia dello scrittore, tanto grande è la sua produzione, che troverete qui:
https://en.wikipedia.org/wiki/Barry_N._Malzberg_bibliography
e scoprirete che questo personaggio sicuramente è piuttosto curioso. A parte il suo alternare la scrittura di romanzi e racconti di fantascienza con libri erotici (non pochi scritti sotto diversi pseudonimi), e dieci romanzi hard-boiled piuttosto brutali centrati su un personaggio dall'eloquente nome di Lone Wolf* (in questo Malzberg ricorda altri autori che hanno alternato giallo e fantascienza, come Sheckley, Bradbury, Asimov stesso...), la quantità dei suoi titoli è sicuramente cospicua (siamo attorno alla cinquantina tra romanzi e raccolte di racconti); eppure la sua narrativa più lunga si ferma al 1985; dopo quella data escono solo raccolte.

giovedì 3 settembre 2015

L'EUROGRUPPO E' L'ANTITESI DELLA DEMOCRAZIA di Yanis Varoufakis




L'EUROGRUPPO E' L'ANTITESI DELLA DEMOCRAZIA
di Yanis Varoufakis



In un articolo apparso ieri su Project-Sindycate, Yanis Varoufakis analizza il deficit politico e democratico che caratterizza l'eurogruppo



Così come Macbeth, i politici tendono a commettere nuovi peccati per coprire i propri vecchi misfatti. E i sistemi politici dimostrano il loro valore a seconda della rapidità con cui pongono fine agli errori politici seriali, che si rafforzano a vicenda, dei loro funzionari. Giudicata secondo questo standard, l’eurozona, comprendente 19 democrazie consolidate, non riesce a stare al passo con la più grande economia non democratica del mondo.

Dopo l’inizio della recessione che seguì la crisi finanziaria globale del 2008, i responsabili politici della Cina hanno speso sette anni per sostenere la domanda calante delle esportazioni nette del proprio paese mediante una bolla di investimenti interni, gonfiata dall’aggressiva vendita di terreni dei governi locali. E, quando quest’estate si è arrivati alla resa dei conti, i leader cinesi hanno speso 200 milioni di dollari di riserve in valuta estera permettere al Vecchio re [in riferimento a Macbeth] di contenere il declino dei titoli di borsa.

Rispetto all’Unione Europea, comunque, gli sforzi fatti dal governo cinese per correggere i suoi errori – permettendo eventualmente ai tassi di interesse e ai valori borsistici di oscillare – sembra un esempio di rapidità ed efficienza. In effetti, il fallimentare “programma di risanamento del bilancio e di riforma” greco, e il modo in cui i leader dell’Unione Europea si sono avvinghiati ad esso, nonostante gli ultimi cinque anni dimostrino che il programma non può avere successo, è sintomatico del fallimento più ampio di una governance europea, con profonde radici storiche.

mercoledì 2 settembre 2015

IL RUOLO ITALIANO NEL CAOS LIBICO





IL RUOLO ITALIANO NEL CAOS LIBICO 




La vicenda libica, dalle prime manifestazioni contro Gheddafi ad oggi, dovrebbe rappresentare il paradigma del modus operandi delle potenze occidentali nei territori non subordinati ai propri interessi geopolitici. Ancor più della Siria, che ne ricalca per filo e per segno la dinamica, l’evoluzione e la sua probabile conclusione, con buona pace di quella sinistra imperiale che ancora oggi legittima ogni forma d’interferenza straniera negli affari interni di un paese (ex)sovrano. Un’interferenza sempre a senso unico, ovviamente: dal ricco verso il povero; dall’occidente verso l’oriente; dal neoliberismo verso forme sorpassate di produzione capitalistica da adeguare nel ritmo e nella qualità. Stupisce come l’espansione dello Stato islamico in Libia non venga immediatamente collegata all’ingerenza occidentale dal 2010 in avanti negli affari del paese, perché proprio da questa deriva, così come la formazione e l’espansionismo islamico nel Medioriente deriva dallo smembramento di determinati Stati sovrani (dall’Iraq alla Siria). Sembrerebbe un’ovvietà e in effetti lo è per gli analisti più informati, siano essi di destra o di sinistra, difensori o meno dello status quo imperiale.

martedì 1 settembre 2015

GRECIA:SYRIZA COME L'SPD DI CENTO ANNI FA di Yorgos Mitralias






GRECIA:SYRIZA COME L'SPD DI CENTO ANNI FA
di Yorgos Mitralias


La provocazione di un giornalista greco: il rischio che Syriza si comporti come i social-democratici tedeschi al tempo della Repubblica di Weimar



Il 13 luglio 2015, il giorno nero della Grecia, può richiamare un solo precedente storico: il 4 agosto 1914, quando il Partito social-democratico tedesco, nel Reichstag di Berlino, scrisse l’inizio della tragedia del 20° secolo, una tragedia le cui conseguenze vengono sentite ancora oggi.

E ancora oggi, come allora, l’intera catastrofe è stata preceduta da decine, se non centinaia, di giuramenti di fedeltà ai valori del socialismo e di implacabile opposizione al ricatto di destra, capitale e borghesia. “Mai più guerra”, ci promisero allora; “Non sarò mai un altro Papademos”, ci hanno detto ieri [Papademos è stato il banchiere e primo ministro provvisorio che ha sostituito Papandreou nel 2011].

Ma, ahimè, i nostri fini burocrati hanno presto ceduto alle pressioni; all’epoca votarono per i crediti di guerra, mentre acconsentono alla trasformazione della Grecia in una “debt colony” – affermando di nuovo, naturalmente, che loro hanno “evitato il peggio”, e promettendo comunque di tornare presto sulla retta via.

Certamente, sappiamo che lo svolgimento degli eventi è diverso. Non solo non sono tornati al passato socialista, ma si sono distanziati progressivamente dalle loro radici, per superare il Rubicone e trasformarsi in fedeli manager del sistema capitalista e delle sue barbarie.
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