lunedì 30 gennaio 2012

INTERVISTA A TARIQ ALI SUL SUO LIBRO CON OLIVER STONE





Saggista, intellettuale politico, attivista, storico, romanziere: le diverse sfaccettature di Tariq Ali non bastano a descrivere uno dei più rilevanti pensatori politici viventi, nato in Pakistan e ormai radicato in Gran Bretagna. Fu interlocutore di Malcom X e di Stokely Carmichael, partecipò ai dibattiti sulla guerra del Vietnam insieme ad Henry Kissinger e si è distinto come uno dei critici più lucidi della politica estera degli Stati Uniti e di Israele. Dopo avere scritto il copione di A sud del confine (South of the Border), il film di Oliver Stone con interviste a presidenti latinoamericani, mantiene con il regista un rapporto di amicizia e di scambio reciproco di idee che si consolida nel libro-dialogo La storia segreta (Capital Intellectual).
Nell’intervista che segue, Ali riprende gli argomenti discussi con Stone e parla dell’eccezionale congiuntura politica latinoamericana, del conflitto tra Israele e Palestina e delle possibili nuove avventure belliche statunitensi.

(L’intervista è a cura di Mercedes López San Miguel)



La storia segreta, il libro che costituisce l’ultima avventura di Oliver Stone è un ampio dialogo sulla politica con lo storico pakistano, noto intellettuale di sinistra. L’argomento, tuttavia, è sempre lo stesso che lo sta ossessionando da decenni: ciò che si sospetta, che non si dice, che viene messo sotto silenzio. In questo caso, il filo conduttore dell’incontro, avvenuto a Los Angeles nel 2009, è la funzione occulta della politica estera degli Stati Uniti a partire dalla prima Guerra mondiale. A Stone, sempre attento a quel che sembra occulto ma che è al tempo stesso evidente, interessa il punto di vista di Ali sul suo paese in rapporto ai fatti che hanno contrassegnato la storia mondiale nel secolo scorso e le loro implicazioni sul XXI secolo. Il regista interroga, l’intellettuale risponde, con la certezza che vi sarà coincidenza di pensiero.

Tariq Ali è nato a Lahore (Pakistan) nel 1943, e la sua esistenza è stata segnata dal colpo di Stato del 1958, quando aveva 15 anni. “Organizzavamo circoli di studio e cellule di studio nelle case. Organizzai la prima manifestazione dell’epoca”, ricorda. Sfuggì alla dittatura e andò a studiare a Oxford nel 1963. Divenne un esule, poiché i dittatori pakistani gli vietarono di rientrare. Fu uno dei leader trotskisti del Gruppo Marxista Internazionale. Con Stone condivide la passione per il cinema e ha realizzò la sceneggiatura del suo film A Sud del confine: per riprendere le sue parole, si è trattato di “una road movie politica, con una narrazione semplice e diretta”, con un leggendario regista holliwoodiano che intervista sette presidenti latinoamericani, dando voce a queste figure politiche screditate dall’ultraconservatrice rete di notizie Fox. Tariq Ali è, tra l’altro, editore della New Left Review.

In La storia segreta Tariq Ali affronta minuziosamente varie tesi che è andato affrontando durante la sua vita accademica – ha studiato Scienze politiche e Filosofia – e che ha riversato in decine di libri, tra cui Lo scontro dei fondamentalismi (Rizzoli 2002), Pirati dei Caraibi (Baldini e Castoldi-Dalai 2009) e Conversazioni con Edward Said, suo grande amico per più di trent’anni. In una di queste tesi rivela le implicazioni delle due Guerre mondiali rispetto agli Stati Uniti, e cioè: fino alla prima Guerra mondiale, gli interessi espansionistici di Washington erano radicati nel proprio territorio e in Sudamerica. Il conflitto lo spinse fuori dal continente, verso l’Europa.
Gli Stati Uniti, dopo la seconda Guerra mondiale capirono di dover coinvolgersi nelle guerre per preservare il proprio dominio imperiale. Questo li spinse subito a intervenire in Corea, in Vietnam e così via”.


Oliver Stone – Ha combattuto in Vietnam, cosa che gli ha evitato di essere incasellato come un pacifista bigotto, secondo Tariq Ali, che ritiene che quella guerra ha aiutato il regista a “plasmare la lettura radicale che ha del proprio paese”. Il regista di Platoon chiede ad Ali se ritiene che gli Stati Uniti si trovino impegolati in Afghanistan, come già in Vietnam. Lo scrittore risponde con una convinzione che pochi si azzarderebbero ad esprimere. “Credo che l’unico modo in cui potrebbe diventare un altro Vietnam sarebbe quello di inviare altri 250.000 soldati. Gli inglesi non sono riusciti a vincere gli afghani, neanche i russi ci sono riusciti e non ci riusciranno neanche gli Stati Uniti, a meno di non eliminare metà della popolazione e occupare il paese con mezzo milione di soldati, ma non credo che accadrà”.

Il libro si permette una domanda ricorrente per un lettore latinoamericano: Dove potrebbe venir fuori il prossimo Chávez? Quante volte si è detto che Evo Morales in Bolivia, Ollanta Humala in Perù e Rafael Correa in Ecuador erano i nuovi Chávez. E la risposta di Ali è fuori dal coro:
"È difficile fare previsioni, ma credo che l’Asia meridionale e il Lontano Oriente potrebbero riservare alcune sorprese”. Sì, lontane come in Cina. “Sollevazioni di contadini, occupazioni di fabbriche da parte dei lavoratori, strati intellettuali che diventino turbolenti: sono altrettante cose che potrebbero succedere".

A Sud del confine – Dopo la fine della Guerra fredda, Tariq Ali segnala come la prima sfida nei confronti del sistema sia venuta dal Sudamerica, da paesi che avevano sofferto con il neoliberismo. I Chicago Boys non hanno sperimentato in Inghilterra la loro ricetta, riflette Ali, ma in Cile e in Argentina.
Si assiste al sorgere di movimenti sociali in un gruppo di paesi come la Bolivia, il Venezuela, l’Ecuador” Emergono leader politici che vincono le elezioni democraticamente, quali il presidente venezuelano Hugo Chávez. “Chávez non è piovuto dal cielo. È venuto dall’interno dell’esercito, come parte di un gruppo dissidente che si rifiutava di massacrare il suo stesso popolo”. L’intellettuale descrive in dialogo con Radar l’attuale situazione della regione come un risvolto nuovo dell’America Latina. “Il cosiddetto ‘giardino di casa’ dell’impero è fuori controllo, con un’ondata di politici bolivariani che dicono agli Stati Uniti “Non permetteremo che continuino a isolarci ancora”.

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D. - Nel libro lei elogia il governo venezuelano, il quale però non riesce a risolvere la dipendenza della sua economia dal petrolio…

R. – Certo, ma egli ha utilizzato i soldi del petrolio per trasformare il paese, per fornire ai poveri maggiore istruzione, il che vuol dire un successo enorme. Non basta, naturalmente, perché tutto cambi, ma è comunque un inizio.

D. – Non ritiene che una maggiore presenza dello Stato richieda migliori standard di qualità e di efficienza per realizzare gli obiettivi? Anche nel caso venezuelano, penso.

R. – Certo, sarebbe sicuramente meglio, ma non dimentichiamoci che per un secolo, prima dell’avvento di Chávez al potere, i poveri sono stati completamente ignorati, e a qualsiasi livello. Lo strato dirigente ha legittimato tante volte il fatto di trascurarli ricorrendo a insulti razzisti.

D. – Lei accenna al fatto che la reazione dei paesi sudamericani all’attuale crisi economica costituisce un esempio per il mondo. Cosa può dire in particolare dell’Argentina?

R. – Credo che solo in Sudamerica vi sia stata un’opposizione vincente all’egemonia del neoliberismo. I movimenti sociali sorti in Argentina, in Venezuela e in Bolivia sono stati molto importanti. Néstor Kirchner è stato un leader estremamente intelligente e capace di resistere alla crisi in modo giusto ed efficace. Quel che lo ha messo in condizioni di farlo sono stati i piqueteros e le assemblee di Buenos Aires; ho avuto modo di partecipare a una di queste durante un mio breve soggiorno. Rispetto a questo, la reazione che hanno avuto i leader europei nella crisi del 2008 mi pare patetica. L’Europa è governata da quello che ho definito “l’estremo centro”. in cui tutti i principali partiti hanno le stesse posizioni estreme: guerra contro il mondo musulmano e guerre contro i poveri nei rispettivi paesi. Il Sudamerica è diverso e, incluso in Messico e in Cile, si sta sviluppando una grande opposizione.

D. – In che cosa è cambiato il rapporto degli Stati Uniti con il Sudamerica?

R. – Per la prima volta dalla Dottrina Monroe, il Sudamerica (o la maggior parte dei paesi, con l’eccezione di Colombia, Messico e Honduras) è indipendente e sovrano. Chávez simboleggia questo: ha ricollocato il Venezuela nella mappa mondiale.

D. – L’impero nordamericano è in declino e, a suo parere, i prossimi avvenimenti saranno intimamente connessi all’economia. Questa è l’ultima chance del capitalismo?

R. – Il capitalismo continuerà ad esistere finché non ci sarà un’alternativa. È questo l’insegnamento della storia. Le dichiarazioni di morte sull’impero nordamericano sono premature. Nonostante le sue debolezze, per il momento conserva la sua inespugnabile integrità.

La Guerra preventiva

Tariq Ali ha sempre considerata estranea l’idea di “guerra al terrorismo” che ha permeato Bush figlio dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono. “La storia del mondo è piena di esempi di terrorismo. E allora perché quel gesto di terrore dovrebbe essere diverso? La spettacolarità e la scala dell’episodio non trasforma chi lo ha compiuto in esseri diversi da altri terroristi”. Il pensatore pakistano intende dire che la guerra che i falchi della Casa Bianca hanno dichiarato prima all’Afghanistan poi all’Irak è lo strumento destinato a far sì che la politica estera degli Stati Uniti possa fare quello che vuole, quando vuole, acciuffando chiunque in tutto il mondo. A Guantanamo si tortura. Un carcere ancora aperto. Alì argomenta iperbolicamente: “Il fatto che la tortura sia diventata di nuovo qualcosa di accettabile rientra nella guerra al terrorismo”.


D. – Ora che gli Stati Uniti lasciano l’Irak, quale prevede sarà la realtà irachena?

R. – Non si ritirano stabilmente. La loro basi militari continuano ad essere occupate da truppe di mercenari e gli Stati Uniti sono dietro l’angolo. Tuttavia, l’Irak è uno Stato disperato. Sono morte un milione di persone, è stata distrutta l’infrastruttura sociale, le donne sono discriminate su larga scala, il clero ha conquistato il potere. Questo è il risultato. Quanto tempo servirà all’Irak per recuperare la propria sovranità? Una domanda che rimane aperta. La sua area settentrionale è di fatto un protettorato degli Stati Uniti e di Israele.

D. – Che cosa succederà con l’occupazione dell’Afghanistan?

R. – Washington sta trattando seriamente con gli insorti (talibani) perché sa di non poter vincere la guerra. L’Afghanistan è stato devastato, il vicino Pakistan destabilizzato. Quindi, gli Stati Uniti e gli Stati suoi vassalli se ne devono andare subito.

D. – Il governo di Obama può permettersi di attaccare l’Iran o si tratta di mera retorica bellicista contro Ahmadinejad?

R. – A mio avviso, il Pentagono è contrario a una guerra contro l’Iran e i politici parlano molto sull’argomento per compiacere la lobby ebraica nordamericana. Un attacco all’Iran sarebbe un disastro per il mondo intero.

Visione a lunga scadenza

Tariq Ali sa bene che Israele e Pakistan sono Stati confessionali: il primo è una scissione della Palestina, il secondo una separazione dall’India. In entrambi i casi – sostiene – i gruppi dirigenti al potere fanno quel che credono sia meglio per loro, abbiano o meno il sostegno della popolazione. Egli immagina che alla fine del secolo il Pakistan potrebbe far parte di un’unione regionale più vasta (un’Unione Sudasiatica insieme all’India, il Bangladesh, Sri Lanka). Allo stesso modo, congettura che a un certo punto in futuro la popolazione israeliana riconoscerà che ormai non può più continuare con la stessa politica e che la popolazione palestinese si renderà conto che non otterrà mai uno Stato indipendente di un qualche rilievo; quindi, forse, si potrà avanzare verso la soluzione di un unico Stato.

D. – Come si concretizzerebbe questa soluzione di un solo Stato nel conflitto israeliano-palestinese?

R. – L’organizzazione palestinese deve ammettere pubblicamente che con Israele è fallita la soluzione dei due Stati. Si dovrebbe sciogliere l’Autorità palestinese, perché è un’organizzazione artificiale e dovrebbe avviarsi un movimento che spinga verso la soluzione di un unico Stato

D. - Durante il 2011 sono crollati vari governi del mondo arabo. Hosni Mubarak sta venendo processato in Egitto. Muammar Khadafi è stato assassinato in Libia. È ottimista sul futuro di questi paesi?

R. –Si e no. La cosa più importate da sottolineare è che masse di gente si siano rese conto che perché si verifichi un cambiamento debbono lottare per ottenerlo e avranno un risultato. In Libia c’era una genuina opposizione, ma l’Occidente ha orchestrato una guerra civile e si è inserito nel conflitto. Sei mesi di bombardamenti della Nato in Libia hanno causato almeno 30.000 morti e la situazione di guerra civile permane. Chi ne trae vantaggio? Sicuramente non il popolo libico.



Tariq Ali è membro del consiglio editoriale di Sin Permiso.
Il suo ultimo libro pubblicato è The Duel: Pakistan on the Flight Path of American Power [tr. italiana: Il duello. Il Pakistan sulla traiettoria di volo del potere americano. Dalai, Milano 2008].

[da Sinpermiso]


(La traduzione è di Titti Pierini, 27/1/12)

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php

domenica 29 gennaio 2012

A SCANSO DI EQUIVOCI: LA SINISTRA SOCIALISTA SI OPPONE AL GOVERNO MONTI di Carlo Felici





A SCANSO DI EQUIVOCI:
LA SINISTRA SOCIALISTA SI OPPONE AL GOVERNO MONTI

 di Carlo Felici


A scanso di equivoci e di eventuali dubbi su quella che è la posizione della Sinistra Socialista sul governo Monti, sento di esprimere quanto segue:

La Sinistra Socialista non si identifica in alcun modo con l'operato del senatore Vizzini, che viene considerato dal segretario del PSI l'interprete della volontà del partito e colui che vota la fiducia al governo Monti in nome del PSI, ma ritiene piuttosto che egli la conceda a titolo personale.
La Sinistra Socialista infatti si situa all'opposizione del governo Monti per i seguenti motivi:

1) Non approva la tassa sulla prima casa di abitazione

2) E' favorevole ad una patrimoniale che tale governo non ha varato

3) Non approva la riforma pensionistica varata dal governo

4) Non approva le spese militari inerenti all'acquisto di bombardieri e per quelle bombe che il governo ha autorizzato a lanciare sull'Afghanistan. Ritiene che il miglior modo di proteggere i nostri militari sia quello di farli tornare a casa, nel pieno rispetto di ciò che prescrive la Costituzione Italiana.

5) E' favorevole ad una legge immediata che regoli il conflitto di interessi

6) Ritiene che gli investimenti varati per le cosiddette grandi opere debbano piuttosto essere utilizzati per finanziare gli enti locali.

7) Non è favorevole in alcun modo alla penalizzazione perdurante delle regioni del Meridione.

8) E' favorevole alla tobin tax e a leggi che colpiscano i grandi monopoli, specialmente nel settore pubblicitario e televisivo. Resta fermamente contraria all'aumento della tassazione sui carburanti che deprime ulteriormente la domanda interna e ad ogni contrazione dei diritti dei lavoratori, a partire dall'art. 18.

9) Ritiene che debba essere varata immediatamente una nuova legge elettorale che consenta di restituire al più presto la sovranità al popolo, mediante elezioni anticipate.

10) Non approva in alcun modo i perduranti tagli al settore della formazione e della ricerca ed è contraria ad ulteriori accorpamenti di istituti scolastici già sull'orlo del collasso


Per queste ed altre innumerevoli ragioni, la Sinistra Socialista, se oggi fosse in Parlamento, negherebbe decisamente la fiducia al governo Monti concedendogli esclusiva ed unica facoltà di varare una nuova legge elettorale per tornare a votare al più presto, perché ritiene che il primo vero atto di responsabilità di un governo e di un parlamento debba essere rivolto verso il popolo sovrano e non verso i mercati.
Tale posizione risulta anche, nel complesso e come punto di convergenza, da ciò è apparso nel recente confronto alla Fondazione Nenni tra tutte le componenti socialiste sparse nella sinistra italiana.

29 Gennaio 2012

dal sito http://www.socialismoesinistra.it/web/home.html

sabato 28 gennaio 2012

NASCITA E MORTE DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO. IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA (1943-1952)


Consigliamo la lettura di questo interessante libro di Dino Erba su questa formazione comunista che si è caratterizzata per il suo antistalinismo nell'Italia degli anni '40-50.





NASCITA E MORTE DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO.
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA (1943-1952)




Quando, nel luglio 1943, gli Alleati iniziarono la lentissima occupazione dell’Italia – che richiese quasi due anni –, il Paese si presentò ai loro occhi come un possibile «laboratorio» politico, per sperimentare soluzioni, che poi avrebbero potuto essere applicate in altri Paesi. Da parte sua, la classe dirigente americana, che già guardava al dopoguerra, cercò soluzioni che favorissero il decollo dell’Italia verso una piena maturità capitalistica, con caratteristiche che fossero complementari a quelle degli Usa.
Ed è in questo contesto socialmente mutante che si inserì l’azione del Partito Comunista Internazionalista. Un partito che aveva ancora un forte legame con gli anni rossi 1919-1920, grazie al rapporto con un proletariato che, nel suo insieme, non aveva mai abbandonato la prospettiva della rivoluzione socialista. Durante il Ventennio, la carota della legislazione sociale fascista non aveva lenito il bastone del dispotismo padronale che, con l’appoggio del Regime, regnava nelle fabbriche e, ancor più, nelle campagne.
Negli anni del primo dopoguerra, in un clima di forti tensioni sociali, il Partito Comunista Internazionalista fu l’unico partito che difese gli interessi degli operai, dei braccianti e dei contadini che, dopo gli orrori della guerra, aspiravano a una vita migliore.

La storia del Partito Comunista Internazionalista rappresenta un filo conduttore per ripercorre le varie fasi di una feroce normalizzazione capitalista, in cui la presenza di proletari sovversivi costituiva una variabile più che prevedibile per la borghesia, e come tale fu affrontata: prima fu inibita dalla politica nazionalpopolare del Pci di Togliatti, poi fu repressa dallo Stato, quindi fu disgregata dal grande flusso migratorio e infine fu assorbita nel boom economico, indotto dal Piano Marshall.
Questi passaggi furono tutt’altro che lineari e pacifici; essi dettero adito a momenti di resistenza e di lotta, che spesso trovarono un punto di riferimento nel Partito Comunista Internazionalista.
Al tempo stesso, la storia del Partito Comunista Internazionalista mostra come il filo rosso della sovversione non possa essere spezzato: ancor oggi esso continua a dipanarsi, sottotraccia, tra i pori di una società che, malgrado i suoi splendori, corre verso il baratro.
Il Partito Comunista Internazionalista nacque nell’Italia del Nord verso la fine del 1942, per iniziativa di alcuni militanti della Sinistra comunista, che si richiamavano all’indirizzo originario del Partito Comunista d’Italia.
Durante la Resistenza, il Partito Comunista Internazionalista fu in aperto contrasto con la politica di unità nazionale, sostenuta da Palmiro Togliatti.
Dopo la Liberazione, si unirono al Partito altre formazioni marxiste rivoluzionarie, che si erano costituite nell’Italia Centro-Meridionale. In breve tempo, sorsero sezioni nelle principali città italiane, coprendo buona parte del territorio nazionale. E si formò quello che si può definire un piccolo partito comunista «di massa».
I comunisti internazionalisti erano presenti in molte grandi fabbriche, dove animarono una tendenza sindacale in opposizione alla linea di Giuseppe Di Vittorio, che faceva ricadere i costi della ricostruzione nazionale sulle spalle degli operai. Nelle campagne, soprattutto in Calabria e in Puglia, gli internazionalisti parteciparono al movimento dei braccianti e dei contadini. In tutte le lotte, furono in prima fila contro la reazione padronale, contro la violenza statale e contro i compromessi dei nazional-comunisti.
Ma, come si precisava, più che dagli attacchi dei nemici di classe, la loro sconfitta fu segnata dalla profonda trasformazione che il Piano Marshall produsse nella società italiana e, di conseguenza, nella composizione del proletariato.






All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2012.
Pagine 300. € 20, comprese le spese di spedizione.

Richiedere a: dinoerba@libero.it

venerdì 27 gennaio 2012

UNA VECCHIA ABITUDINE... di Antonio Moscato





UNA VECCHIA ABITUDINE...
di Antonio Moscato


Sui forconi, era difficile avere dubbi… Un movimento capace di bloccare la Sicilia, doveva “per forza” avere dietro la mafia e la destra. In effetti, dato che la destra governa da tempo la Sicilia, grazie a consensi elettorali plebiscitari, non è facile che non ci siano persone di destra nei cortei. Se poi un tentativo di far accettare Forza Nuova all’interno del movimento è stato respinto, conta poco: al governo fa comodo insinuare l’origine mafiosa per esorcizzare un movimento di insolita protesta. Un giornalista di centro sinistra, candidamente, ha detto: non è credibile questo movimento di contestazione così decisa, in un paese in cui milioni di pensionati hanno subìto una decurtazione fortissima senza neppure fiatare. A lui sembra sospetto che ci sia chi protesta, a me pare tragico che in gran parte del paese, invece delle grida di indignazione, si sentano solo sospiri e mugugni…

Poi la protesta di autotrasportatori e agricoltori è arrivata in Campania, passando per la Calabria: chiarissimo, dovevano essersi svegliate anche la ndrangheta e la camorra… Tanto più se si riscontrava nei blocchi un equivalente "meridionalista" degli slogan leghisti contro “Roma ladrona". Sia chiaro, non era inventato: in alcune regioni le organizzazioni criminali sono presenti a tutto quello che accade, dal governo locale ai blocchi stradali. Si muovono come pesci nell’acqua nel loro territorio. Ma non si tratta di questo. Dobbiamo domandarci: le proteste erano fondate?

Comunque i blocchi si sono estesi a molte regioni d’Italia, e la spiegazione è sempre stata la stessa. Dimenticando che sia pur espressa rozzamente, la polemica contro la politica dei palazzi non è del tutto infondata… Se la destra è capace di cavalcarla, è anche perché ha la certezza che la ex sinistra è totalmente incapace di farlo e anzi si schiera istintivamente contro chi protesta. Possibile che si debba bollare come “corporativa” ogni protesta di categorie che si sentono beffate dalle misure proposte dal governo? La concessione di migliaia di licenze per i taxi, ad esempio, colpisce una categoria con margini già ristretti senza comportare nessun miglioramento per gli utenti, che sono sempre meno per ragioni evidenti. (Vedi Anch'io sto con i tassisti) Protestano più facilmente quelli che hanno un minimo di organizzazione indipendente dalle grandi confederazioni sindacali concertative e collaborazioniste, ovviamente, e hanno alla loro testa dirigenti di ogni tipo, spesso ex militanti di sinistra delusi, o anche di destra da sempre. Ma ogni protesta va giudicata sempre per quella che è, non per chi ci naviga dentro.

Quando la rivolta è arrivata in Sardegna ha disturbato un po’ lo schema criminalizzante: con chi protestava per il costo del carburante (corporativi? Ma perché si deve pagare il doppio che in tante parti d’Europa?) c’erano anche i pastori e gli operai dell’ALCOA di Porto Vesme. Magari qualcuno ha da ridire sulle bandiere con i quattro mori e qualche tono indipendentista? Io no, e non dimentico che nel PCd’I di Gramsci (fino agli anni Trenta) il diritto all’autodeterminazione era riconosciuto a tutte le popolazioni coloniali, e alle minoranze etniche oppresse, comprese quella della Sardegna. E se anche in Sicilia riemergono spinte indipendentiste, pensiamo a quanto malgoverno hanno conosciuto per arrivare a questo…

Sul Manifesto Tommaso di Francesco, forse oggi la più lucida penna di quello che fu un “quotidiano comunista”, evoca le manifestazioni contro Allende del 1972. Lo fa con le migliori intenzioni, e non dimentica che Monti non è Allende, e che è anzi è un eversore, che insieme alla Fornero manipola costituzione e Statuto dei lavoratori, ma l’esempio in parte è fuorviante.
Infatti ai lettori più giovani può sfuggire che la destra occupò nel Cile tanti spazi non solo perché “finanziata dalla CIA” (cosa verissima) ma perché poteva approfittare delle molte esitazioni e contraddizioni del governo di Allende, che non era un “governo rivoluzionario”, come scrive oggi di Francesco, ma un onesto governo interclassista che cercava di tacitare la destra con le sue concessioni: ad esempio chiamando alla testa dell’esercito Augusto Pinochet, esattamente come aveva fatto Kerenski nel 1917 con Kornilov, e la repubblica spagnola nel 1936 con Francisco Franco e gli altri generali felloni… Ne ho parlato più volte, anche suscitando scandalo in chi è cresciuto con il mito di Allende, ma vale la pena di farlo ancora. Rinvio per ora a:  La tragedia del Cile , ma ne riparleremo.

Ma una cosa si può dire, subito. Se tante regioni e città con una tradizione di sinistra sono finite in mano alla destra, compresa la Sicilia, che non aveva avuto solo in tempi lontani i “fasci siciliani”, ma che anche nel secondo dopoguerra aveva conosciuto lotte eroiche prima di sprofondare nella melma delle operazioni Milazzo, anticipatrici dei peggiori “inciuci” nazionali, bisogna interrogarsi sulle ragioni dello sprofondamento e sparizione di quella sinistra, non limitarsi a dire che la destra è subdola e disonesta. Lo è, ma non toglie nulla alle responsabilità della sinistra.


25 gennaio 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/index.php

mercoledì 25 gennaio 2012

BERTINOTTI, PSI E SOCIALISMO di Franco Bartolomei






Dal sito del Circolo Rosselli di Milano pubblichiamo questo interessante articolo di Franco Bartolomei, della segreteria Nazionale del PSI, e la risposta che ha dato ad un suo interlocutore come elementi di riflessione sul dibattito interno del socialismo italiano.
Personalmente non credo che Fausto Bertinotti, il massimo responsabile del fallimento di Rifondazione Comunista e di tutta la sinistra radicale nel nostro paese, possa dare un contributo reale ed effettivo alla rinascita in Italia di una nuova grande forza socialista.
                                                                          Stefano Santarelli 


BERTINOTTI, PSI E SOCIALISMO
di Franco Bartolomei



Esistono, purtroppo, un insieme di ragioni politiche che stanno alla base di quelle carenze della iniziativa politica del Partito Socialista che di fatto consentono a Bertinotti di portare a compimento un percorso autocritico di riavvicinamento alla socialdemocrazia, sul riconoscimento di una fine dell'esperienza storica e politica del comunismo maturata nel momento in cui la crisi del capitalismo nel mondo sviluppato avrebbe dovuto, o potuto, al contrario rivalutarne le ragioni sociali, senza alcuna considerazione delle ragioni del socialismo italiano.
La mancata elaborazione dei motivi sostanziali della sconfitta del craxismo, e la incomprensione delle ragioni strutturali di crisi del modello neo-liberista, che nel nostro paese era stato introdotto utilizzando l'involucro istituzionale della Seconda Repubblica, hanno infatti costituito le vere ragioni di una debolezza politica e culturale che ha afflitto i gruppi dirigenti socialisti che si sono succeduti nello SDI e nell'attuale PSI in questo quindicennio, e che rischiano di marginalizzare definitivamente il ruolo del PSI proprio nel momento in cui il socialismo democratico diviene l'unico possibile approdo di tutta la sinistra.
La stessa dispersione della grande occasione costituita dall'originario progetto di Sinistra e Libertà altro non è che la ulteriore dimostrazione di fragilità di un gruppo dirigente che si ostina, purtroppo, a proseguire la propria azione attraverso lo stesso schema interpretativo dei rapporti a sinistra usato negli anni '80, ormai assolutamente superato dalla crisi di quel modello sociale e di rapporti economici la cui affermazione nella società costituì la vera ragione strutturale dei successi dell'impostazione politica craxiana, oggi assolutamente non più riproducibili.
Il crollo del modello sociale neo-liberista, dopo un trentennio di egemonia sociale, politica e culturale, ha segnato di fatto la sconfitta storica di tutte quelle esperienze del socialismo democratico che avevano erroneamente ritenuto che la questione sociale nell'occidente sviluppato fosse stata ormai risolta da uno sviluppo repentino, ineluttabilmente destinato a superare definitivamente le antiche contraddizioni del sistema capitalista, per cui il compito dei socialisti dovesse essere ridotto ad assecondare al meglio le capacità espansive insite nel mercato, nella logica d'impresa, e da ultimo nella stessa finanziarizzazione dell'economia.
Questa considerazione portava con sé l'idea forza che il socialismo democratico dovesse ineluttabilmente tornare ad interpretare politicamente una visione strutturale della critica sociale e della sua azione riformatrice.
Sulla base di questa riflessione di partenza sarebbe stato necessario aprire all'interno dell'universo politico socialista un processo critico dell'esperienza craxiana, rileggendo la crisi di sistema che stiamo attraversando alla luce delle idee, delle analisi, e della elaborazione culturale dell'altro grande filone di pensiero ed azione politica del socialismo Italiano moderno, quello lombardiano, spazzato via dalla memoria ufficiale del PSI prima del 93, e mai seriamente recuperato dai nuovi gruppi dirigenti (Boselli e Nencini) che lo hanno diretto nella esperienza politica della Seconda Repubblica.
Purtroppo questi nostri limiti indeboliscono la stessa rilevanza della novità della scelta compiuta da Bertinotti, che rischia seriamente di cadere nella tentazioni di supplire , un po' goffamente, ad un ruolo non suo, attraverso l'occupazione di uno spazio che il PSI si ostina a non voler ricoprire con determinazione e coerenza.

21 Febbraio 2011

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CLAUDIO

E' bene prendere coscienza che un partito irrilevante non può sopravvivere solo con la burocratica rivendicazione dell'unicità dell'appartenenza al PSE, e con un piccolo cabotaggio a carattere regionale.
Bertinotti nella seconda repubblica un ruolo discutibile, ma certo molto più importante di quello del PSI e suoi biennali travestimenti. Che si rimetta a parlare di socialismo può essere una buona notizia, , come quella che il PD non sopravviva alla sua inconsistenza politica accompagnata dalla rigidità della gerarchia., come quello che l'esperimento di SeL porti al nucleo ricostituente di un'area socialista che occupi gli spazi politici e ideologici del migliore PSI che non è stato quello di Craxi ma quello che portò al centro sinistra e alle riforme vere, non a quelle annunciate.
Appena finito di ricordare il 90 della scissione comunista, sarà il caso di riflettere su quella dello PSIUP, solo apparentemente un episodio irrilevante, perché il punto di partenza di tutti i movimenti no-tutto della nostra storia politica:l'ideologia approssimativa al posto della politica,la propaganda al posto della gestione, l'internazionalismo d'accatto al posto dell' analisi dell'evoluzione dei rapporti mondiali.


FRANCO BARTOLOMEI

E' inutile lamentarsi che Bertinotti abbia potuto affermare il proprio approdo al Socialismo Europeo eludendo il dovuto riconoscimento delle ragioni storiche e politiche dei Socialisti Italiani.
Se il PSI, invece di gloriarsi in una sciocca valorizzazione della propria autosufficenza, fosse divenuto parte attiva di un processo costituente per una nuova forza unitaria della sinistra italiana, Socialista e Democratica, in grado di dare soluzione politica alla fine dell'esperienza politica del comunismo italiano, il compagno Bertinotti non avrebbe sicuramente potuto permettersi certe amnesie.
Purtroppo il PSI continua a concepire se' stesso fuori dal proprio naturale compito storico e politico di protagonista necessario della ristrutturazione dell'intera Sinistra italiana all'interno del processo in atto di rifondazione a sinistra del Socialismo Europeo, come risposta politica inevitabile alla crisi strutturale che attraversano i modelli sociali, economici, e finanziari, imposti dal sistema neo-liberista, da cui dipende il futuro democratico del paese e la qualità della società italiana del futuro.
In questa partita, tutta a sinistra, il ruolo dei socialisti ,per quanto ridotti a piccole percentuali di consenso elettorale, potrebbe essere determinante per portare a maturazione processi poltici unitari ancora troppo in ritardo rispetto alle necessita' imposte dal precipitare della crisi, e per rendere concreta una proposta di governo alternativa.

Purtroppo il PSI non riesce ancora ad elaborare una proposta di ricostruzione unitaria della sinistra italiana attorno ad un progetto di governo che di fronte alla profondità della crisi economica, alle responsabilità delle classi dirigenti finanziarie, ed al disastro sociale che abbiamo di fronte, sappia dare concretezza ad un nuovo modello di sviluppo della società.
Esistono purtroppo un insieme di ragioni politiche che stanno alla base di queste carenze della iniziativa politica del Partito Socialista che di fatto consentono a Bertinotti di portare a compimento un percorso autocritco di riavvicinamento alla Socialdemocrazia senza alcuna considerazione delle ragioni del Socialismo italiano, nonostante il suo riconoscimento della fine dell'esperienza storica e politica del Comunismo venga a maturazione proprio nel momento in cui la crisi del capitalismo nel mondo sviluppato avrebbe potuto, al contrario, far immaginare una rivalutazione delle sue ragioni sociali .
La mancata elaborazione dei motivi sostanziali della sconfitta del Craxismo, e la incomprensione delle ragioni strutturali di crisi del modello Neo-liberista che nel nostro paese era stato introdotto utilizzando l'involucro istituzionale della seconda repubblica, hanno infatti costituito le vere ragioni di una debolezza politica e culturale che ha afflitto i gruppi dirigenti Socialisti che si sono succeduti nello SDI e nell'attuale PSI in questo quindicennio, e che rischiano di marginalizzare definitivamente il ruolo del PSI proprio nel momento in cui il Socialismo Democratico diviene l'unico possibile approdo di tutta la sinistra.

La stessa dispersione della grande occasione costituita dall'originario progetto di Sinistra e Libertà altro non è che la ulteriore dimostrazione di fragilita' di un gruppo dirigente che si ostina purtroppo a proseguire la propria azione attraverso lo stesso schema interpretativo dei rapporti a sinistra usato negli anni '80, ormai assolutamente superato dalla crisi di quel modello sociale e di rapporti economici la cui affermazione nella societa' costitui la vera ragione strutturale dei successi dell'impostazione politica Craxiana, oggi assolutamente non piu' riproducibili.

Il crollo del modello sociale neoliberista, dopo un trentennio di egemonia sociale, politica e culturale, ha segnato di fatto la sconfitta storica di tutte quelle esperienze del Socialismo Democratico che avevano erroneamente ritenuto che la Questione Sociale nell'occidente sviluppato fosse stata ormai risolta da uno sviluppo repentino, ineluttabilmente destinato a superare definitivamente le antiche contraddizioni del sistema capitalista, per cui il compito dei socialisti dovesse essere ridotto ad assecondare al meglio le capacita' espansive insite nel mercato , nella logica d'impresa, e da ultimo nella stessa finanziarizzazione dell'economia.
Questa considerazione portava con se' l'idea forza che il Socialismo democratico dovesse ineluttabilmente tornare ad interpretare politicamente una visione strutturale della critica sociale e della sua azione riformatrice.
Sulla base di questa riflessione di partenza sarebbe stato necessario aprire all'interno dell'universo politico Socialista un processo critico di revisione dell'esperienza Craxiana, rileggendo la crisi di sistema che stiamo attraversando alla luce delle idee , delle analisi ,e della elaborazione culturale dell'altro grande filone di pensiero ed azione politica del Socialismo Italiano moderno , quello Lombardiano, storicamente concentrato sulla nescessità delle trasformazioni strutturasli dei rapporti sociali come elemento chiave della politica riformatrice dei Socialisti, spazzato via dalla memoria ufficiale del PSI dopo l'82-84, e mai seriamente recuperato dai nuovi giovani gruppi dirigenti ( Boselli e Nencini) che lo hanno diretto nella esperienza politica della II Repubblica.
Questa debolezza culturale di un gruppo dirigente perennemente orfano di una precedente fase storica, definitivamente tramontata, costituisce la vera ragione di una incapacita' sostanziale di concepire il Partito socialista come forza trainante di un grande processo unitario di ricostruzione della sinistra, sulla base del superamento delle vecchie divisioni, del recupero di una forte capacita' critica dell'esistente , e sulla riappropriazione di una concezione strutturale della azione riformatrice del Socialismo.
Purtroppo questi nostri limiti indeboliscono la stessa rilevanza della novita' della scelta compiuta da Bertinotti ,suscettibile di aprire prospettive unitarie nuove a tutta la sinistra aiutando innanzitutto Vendola a collocarsi su un terreno di riferimenti poltici certi a livello europeo.

L'immobilità del PSI rischia seriamente, in particolare, di favorire in SeL una sorta di complesso di Atlante, instillando la tentazioni di supplire , un pò goffamente, ad un ruolo non suo, attraverso l'occupazione di uno spazio che il PSI si ostina a non voler ricoprire con determinazione e coerenza.
Questa riflessione sui limiti della azione del PSI non deve tuttavia tralasciare la considerazione, tutta politica, che la scelta di Bertinotti deve trovare le sue radici, ben oltre la generica crisi finale delle ragioni di un processo di rifondazione del comunismo , in una valutazione delle vere ragioni della crisi di identita, di credibilità, e di rappresentativita' del Centro-sinistra, che conduce direttamente ad una rivalutazione del grande compromesso democratico e sociale realizzato nella I repubblica dalle grandi forze popolari costituzionali, direttamente sintetizzato nella azione di garanzia e di governo svolta per circa un trentennio dal PSI.
Bertinotti, infatti, non sempre ha sufficentemente collegato la sua critica da sinistra al PDS-DS-PD, alla individuazione dei legami tra i poteri forti internazionali economici - finanziari e monetari ed alla distruzione della I repubblica, ai comportamenti politici ed alle scelte di alleanza compiute dal gruppo dirigente del PDS e da Prodi.
In tal senso, pur non avendo correttamente mai sostenuto posizioni giustizialiste di esaltazione del nuovo assetto istituzionale costituito nel 92-94 , avrebbe sicuramente dovuto marcare con più nitidezza la critica alla II repubblica, individuandola esplicitamente come l'involucro istituzionale all'interno del quale è avvenuta la trasformazione della costituzione materiale del paese, caratterizzata dalla introduzione di quel modello di rapporti sociali, culturali, ed economici, neo-liberista, che lo stesso Craxi, pur con tutti i suoi limiti, ha sempre rifiutato di importare, e che al contrario la classe dirigente ulivista ha integralmente fatto proprio, in adesione ai parametri di omologazione alle nuove regole economiche e finanziarie internazionali su cui ha sempre inteso misurare la propria affidabilità.
Su questo terreno avrebbe potuto, senza particolari abiure, realizzare già da tempo una maggiore comprensione politica della sostanza sociale della politica Craxiana che avrebbe potuto allargare il suo stesso spazio di riferimento politico, e contemporaneamente avrebbe potuto consentire al PS-SI-SDI-PSI di aprire gia' da prima un dialogo politico con lui in funzione anti PD, cosa avvenuta successivamente troppo tardi, solo a ridosso del massacro Veltroniano della sinistra italiana realizzato nel 2008.
Questa convergenza appare invece oggi assolutamente possibile, ed auspicabile , nell'interesse della rinascita della sinistra italiana.
Potrà avvenire se i Socialisti avranno il coraggio di investire totalmente il loro futuro politico nell'opera della ricostruzione di una nuova grande forza Socialista, in cui vadano a riconfluire tutti i grandi filoni delle culture della sinistra italiana, la cui divisione non ha ormai ragion d'essere, e se tutti coloro che approdano al Socialismo, come l'unica grande trincea della Sinistra nel mondo, considerino con onesta intellettuale l'azione di coloro che nel nostro paese hanno sempre finora rappresentato questo riferimento ideale e politico.

23 febbraio 2012

dal sito http://circolorossellimilano.blogspot.com/

martedì 24 gennaio 2012

L’ASSEDIO D’EUROPA E UNA SINISTRA IN FRANTUMI di Norberto Fragiacomo






L’ASSEDIO D’EUROPA E UNA SINISTRA IN FRANTUMI

di Norberto Fragiacomo




La recente bocciatura, da parte di S&P, di economie prestigiose quali l’Austria e (soprattutto) la Francia, e l’ennesimo declassamento del nostro Paese – ormai rassegnatamente sulle piste di Portogallo e Grecia – hanno ravvivato il dibattito tra economisti e commentatori. Su “Il Fatto Quotidiano”, Vladimiro Giacché fa notare che è la stessa società di rating ad imputare la perdita del segno più dietro l’ultima “A” rimastaci all’assenza di misure per la crescita dell’economia; in un’intervista a “Il Piccolo” di Trieste (15 gennaio), Loretta Napoleoni va oltre, e bacchetta severamente il Governo Monti: “L’austerità non convince i mercati. La riforma del lavoro va fatta, ma senza cancellare i diritti. Qui bisogna riformare tutta l’economia italiana con un’ampia redistribuzione del reddito invece di tagliare i salari. Perché non si è fatta la patrimoniale? L’Europa è il malato del mondo e i mercati pensano che sarà l’Italia a far deflagrare il sistema Euro”.
Sottoscriviamo con convinzione l’appello dell’illustre studiosa, non le sue conclusioni: ritenere che i “mercati” ci puniscano per il taglio delle pensioni e l’aumento dell’IVA equivale a confondere il lupo cattivo con un grazioso pechinese.
Monti, e Berlusconi prima di lui, hanno seguito alla lettera le indicazioni della BCE, che prevedono, tra l’altro, la cancellazione dei diritti e il taglio dei salari (pubblici); non ci consta, invece, che nella famigerata missiva agostana si caldeggiassero patrimoniali o francescane distribuzioni di ricchezza. Se si considera che BCE e FMI vanno ovunque d’amore e d’accordo, e che gli esponenti di punta delle due istituzioni risultano variamente collegati al mondo della finanza e delle banche d’affari (in cui le tre sorelle del rating nascono e si sviluppano), tocca concludere che la “frugalità” è l’unica ricetta che ai finanzieri piace prescrivere. Che poi essa funzioni o meno è un altro paio di maniche - intanto, indebolisce il malato, e lo pone alla mercé di specialisti che, sospettiamo, neppure auspicano un pieno ristabilimento. Prima di dar credito all’interessata menzogna della “saggezza” o addirittura della “benevolenza” dei merca(n)ti, conviene ricordarsi di quante volte, in periodi precedenti alla crisi, le borse abbiano reagito con ripugnante esultanza alla notizia di una nuova ondata di licenziamenti.
Com’è noto, le motivazioni si lasciano scrivere: se, per assurdo, Monti avesse varato una manovra equa e non recessiva, altre (magari opposte) ragioni sarebbero state addotte per giustificare il voto negativo.
Al gioco delle tre carte il popolo “sovrano” perde sempre. Nel caso di specie, perde pure l’Europa, oramai irrimediabilmente spaccata: la sottrazione della tripla A ha sprofondato la Francia nella depressione, e il giudizio “incauto” di Angela Merkel è un pieno di benzina gettato sul fuoco. Quel “ce l’aspettavamo” ha doppio uso, esterno ed interno: da un lato, si rimarca la distanza siderale tra la santa Germania – che ha conservato la tripla A – e i Paesi europei spendaccioni; dall’altro, si manda un messaggio chiaro all’elettorato tedesco, che non ha nessuna voglia di sacrificarsi per i greci, gli italiani e (in prospettiva) i francesi. Almeno nel breve periodo, la strategia della Lehrerin venuta dall’est appare vincente: dopo un’interminabile serie di batoste alle amministrative, la CDU è tornata prepotentemente a crescere, e gli ultimi sondaggi assegnano alla coalizione al governo il 41% dei suffragi, contro il misero 26% della SPD europeista. Frau Nein rischia però di regnare sulle macerie: la rottura dell’asse con Parigi implica il crollo del traballante edificio europeo e, in via generale, il disimpegno germanico produrrà astio e legittimo risentimento verso il popolo che più di ogni altro ha tratto beneficio dall’introduzione, dieci anni fa, della moneta unica. Per quanto l’Unione monetaria sia un aborto, essa ha favorito, indirettamente, il formarsi di legami di amicizia e “simpatia” tra i popoli del Vecchio Continente: il regresso ad un clima di contrapposizione, sospetti e rivendicazioni reciproche spianerebbe la strada a soluzioni di tipo ungherese, e forse, addirittura, ad una balcanizzazione dell’Europa. In condizioni di diffusa povertà e frustrazione, non sarebbe impossibile a demagoghi senza scrupoli riattizzare un focherello, quello del nazionalismo, che cova sotto la cenere di una pace raggiunta a caro prezzo. Cui prodest? Agli europei no di certo… Va soggiunto che l’intransigenza della cancelliera, oltre a suscitare spiacevoli sentimenti antitedeschi, potrebbe nuocere, a lungo andare, alla stessa Repubblica Federale che, orbata dei mercati di sbocco, precipiterebbe, buona ultima, in una crisi non meno devastante di quelle greca od italiana.
Venerdì prossimo, a Roma, è in programma un vertice tra Monti, Sarkozy e la Merkel: potrebbe essere l’occasione per una ricucitura, o per un strappo definitivo, anche se appare maggiormente plausibile un nulla di fatto. La prognosi per il grande “malato del mondo” è dunque infausta: al pericolo di un’implosione e di un impoverimento generalizzato delle classi subalterne si aggiungono le preoccupazioni relative ad una possibile recrudescenza dei nazionalismi (magari “straccioni”, come quello ungherese).
Il crollo della SPD nelle intenzioni di voto è indice di un’oggettiva difficoltà della sinistra a livello europeo: da una parte, essa paga la propria “ragionevolezza” – poco apprezzata in periodi di isteria – dall’altra, il costante ondeggiare tra proposte più o meno forti di regolamentazione dei mercati e la sconsolata accettazione del modello liberista, un compagno che, passato l’innamoramento, non si ha comunque il coraggio di lasciare.

In Italia va anche peggio, perché il campo progressista è irrimediabilmente lacerato in una miriade di partitini l’un contro l’altro armati. Il PD è ascrivibile al campo della sinistra solo in ragione delle sue origini (parzialmente) comuniste – in verità, è nave senza nocchiere in gran tempesta che, pur puntando vagamente al centro, si accontenta oggi come oggi di galleggiare, nella speranza che, prima o dopo, il vento cali.
Che in un movimento vi siano posizioni e sensibilità differenti è fisiologico, ma il Partito Democratico è all’opposizione di se stesso su ogni questione significativa, dal diktat della BCE all’articolo 18, dalla materia dei diritti civili alla scelta delle alleanze. L’anima di sinistra, impersonata da Fassina, Cofferati, Orfini e pochi altri (ma, verisimilmente, dalla maggioranza degli elettori), è sopportata a fatica da moderati di ogni provenienza, impegnati quotidianamente a bisticciare tra loro per ragioni personali prima ancora che politiche. Mandato momentaneamente a casa Berlusconi (da altri), il segretario Bersani prova a non esporsi e a sopire le snervanti polemiche, ma la sua linea politica a zigzag scontenta tutti. La sensazione che il partito trasmette è d’impotenza, e la rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi potrebbe viepiù indebolire la già scarsa influenza del PD sulle politiche governative.

La nascita di SeL e, più tardi, la cavalcata primaverile nei sondaggi suscitarono entusiasmi tosto spentisi: difficilmente Sinistra Ecologia e Libertà potrà ambire, in una ipotetica coalizione di centro-sinistra, ad un ruolo paragonabile a quello (bene o male) giocato, nel decennio 1996-2006, da Rifondazione Comunista. Non è solo questione di seguito elettorale. “Straripante” oratore, Nichi Vendola non è stato in grado di elaborare un progetto politico chiaro e convincente, accontentandosi, infine, di coprire a sinistra uno schieramento centrista tutto da inventare. Partito con l’(apparente) ambizione di unificare la sinistra, il Presidente pugliese ha ostentatamente rifiutato il dialogo con i comunisti, bollandoli come “sinistra radicale”, e – sfoggiando il suo riformismo nuovo di zecca - ha cercato contatti con le forze moderate.
Raramente alle parole son seguiti i fatti: la volontà, sbandierata innumerevoli volte, di aderire al PSE è finora rimasta tale, e la contrarietà espressa alle misure varate da Monti stenta a tradursi in una critica al PD, che viene anzi blandito. Manca una precisa visione del futuro, sostituita dalla ricorrente richiesta di elezioni precedute da primarie di coalizione (il tempo non lavora per una candidatura Vendola) – in buona sostanza, non si tiene conto dell’eccezionalità dell’emergenza, e si affronta la crisi a colpi di endecasillabi.
Secondo L’Espresso, ultimamente la condotta di Nichi avrebbe suscitato malumori nel “padre nobile” Fausto Bertinotti e in taluni dirigenti (Alfonso Gianni, la Sentinelli ecc.) propensi, invece, ad un’apertura alle forze della sinistra c.d. massimalista: certo, per raggiungere l’autosufficienza non basta il 5-6% del voto popolare. La funzione aggregatrice inizialmente rivendicata da SeL potrebbe, forse, venire ereditata dalla Federazione della Sinistra – che però, nonostante i proclami, non esiste ancora.

Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani mantengono la loro individualità e, soprattutto, paiono avere obiettivi parzialmente diversi.
Il PdCI preme per la ricostituzione di un partito comunista unitario, disponibile ad alleanze sul modello ulivista; Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, guarda con interesse ai movimenti sorti spontaneamente nel 2011, e immagina una saldatura di forze politiche, sindacali e sociali in un fronte anticapitalista. Persuaso – come noi – che la situazione stia precipitando, non si attende la salvezza da future elezioni. Va riconosciuto che entrambi i partiti si sono mostrati aperti al dialogo (se quello con Vendola non è mai partito, la responsabilità è del governatore), ed hanno contribuito più di altri all’organizzazione di iniziative contro la dittatura della finanza, culminate nella sfortunata manifestazione del 15 ottobre a Roma.
Il piccolo Partito Socialista, pungolato dalla combattiva sinistra interna, sembra essere passato dal sostegno totale (“casiniano”) all’esecutivo Monti ad una posizione velatamente critica: dopo aver domandato invano equità e patrimoniale, Riccardo Nencini, al principio di dicembre, ha addirittura ventilato la possibilità che l’unico parlamentare socialista dicesse no alla manovra “Salva Italia”. Tanto tuonò, che non piovve: alla fine, Vizzini ha votato sì, insieme agli ex “compagni” del PDL. Le scuse sono quelle solite: senso di responsabilità ecc. ecc.
Prospettive? Ben che vada, la sopravvivenza e una manciata di poltrone.

Invero, l’opposizione più efficace a Monti viene dall’interno del sindacato CGIL, e segnatamente dalla FIOM e dai pensionati. I metalmeccanici, in particolare, sono stati tra i protagonisti delle dimostrazioni autunnali, e vantano leader capaci e popolari, primi fra tutti Maurizio Landini e Giorgio Cremaschi. Attualmente, mentre Landini si limita a fare (benissimo) il sindacalista, il Presidente della FIOM sta tentando di dar vita ad un’opposizione di sistema attraverso il Comitato NO DEBITO cui aderiscono, oltre a varie realtà organizzate della sinistra italiana, personalità di spicco dell’economia e della cultura. La scommessa è quella di superare il frazionamento esistente. Non facciamo pronostici sulla riuscita, ma approviamo il percorso scelto – anche perché mancano alternative valide. Attenzione: lo scopo non è, e non può essere un cartello elettorale, una Sinistra Arcobaleno riveduta e corretta; l’unione (o il patto federativo) non serve a tornare in parlamento, o ad inserire qualche punto e virgola nel programma del PD – serve a suscitare, in chi si oppone ai sacrifici, un senso di appartenenza, una coscienza comune da spendere in piazza. A tal fine è indispensabile un progetto di ristrutturazione della società, che sia chiaro, comprensibile e condiviso – non le fantasticherie di una setta, ma soluzioni ragionevoli ai problemi più scottanti.
Opiniamo che i cinque punti individuati dal Comitato NO DEBITO (moratoria e/o dilazione del pagamento del debito, riduzione delle spese militari, tutela dei beni comuni minacciati, difesa ed ampliamento dei diritti dei lavoratori, valorizzazione degli istituti democratici) siano una buona base di partenza. In fondo, più che di cattivarsi le segreterie, si tratta di persuadere le masse consapevoli che l’unica alternativa alla servitù finanziaria è la mobilitazione – perché, come ci insegna Eric Hobsbawm, il capitalismo scende a patti solo quando ha “paura”. Spetta agli europei alzare tutti insieme la testa: non saremo la “seconda potenza mondiale” (figurarsi!), ma un’azione decisa e ben coordinata potrebbe anche permetterci di superare l’inverno.


Trieste, Lunedì 16 Gennaio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

lunedì 23 gennaio 2012

LA CINA PUO' SALVARE IL CAPITALISMO?




LA CINA PUO' SALVARE IL CAPITALISMO?
di Sander




In tutto il mondo, gli stati capitalistici adottano delle misure d'austerità per rallentare la crescita del debito pubblico. Ma dal momento che frena il consumo, questa politica non è in grado di sostenere la crescita necessaria all'accumulazione del capitale.
Da dove può venire allora lo stimolo per mantenere la macchina in funzione? Per mancanza di alternative, lo sguardo si volge verso l’est. Sembra infatti che la storia - suprema ironia - abbia scelto la Cina "comunista" per il ruolo di salvatore del capitalismo mondiale.



Quale crisi?

PI (Perspective Internationaliste) individua nella crisi attuale non solamente un evento ciclico nel processo d’accumulazione del capitale ma la manifestazione dell’obsolescenza delle fondamenta stesse del modo di produzione capitalistico, cioè a dire, della forma valore. La quale costringe il capitalista a misurare la ricchezza in termini di lavoro astratto quando, invece, la creazione di ricchezza reale dipende sempre meno dalla quantità di tempo di lavoro fornito, e sempre più dalle applicazioni produttive della conoscenza.
La previsione di Marx (nei 'Grundrisse'), che individuava in questa contraddizione fondamentale i limiti storici del capitalismo, trova oggi la sua piena realizzazione. Fondare sulla legge del valore le decisioni su cosa, come, quanto, dove e per chi produrre è diventato assurdo. Questa assurdità si manifesta nella coesistenza di una sovrapproduzione diffusa e di un’estrema povertà, nell’incapacità crescente del capitale di sfruttare l'aumento della forza lavoro disponibile –il cui effetto è la rapida espulsione di manodopera dalla produzione- mentre il denaro ricerca una sicurezza illusoria nelle bolle finanziarie.

domenica 22 gennaio 2012

SINISTRA SCIAGURATA di Antonio Moscato




SINISTRA SCIAGURATA
di Antonio Moscato

Il momento è difficile, ma un bel pezzo della sinistra fa di tutto per renderlo più grave. Non considero certo “sinistra” il PD di Pier Luigi Bersani, che di fronte a ogni mossa infame di Monti-Passera & C. non sa dire più che “va bene, ma vorremmo qualcosa di più”.
Naturalmente il PD ha abboccato alla campagna propagandistica sul “decreto salva-Italia”, che ci vuole convincere che risparmieremo migliaia di euro ogni anno se in Italia ci saranno 5000 farmacie in più con orari illimitati, che si faranno la concorrenza tra loro facendoci qualche sconticino (invece di toccare come sarebbe necessario le onnipotenti compagnie farmaceutiche). Oppure che si risparmierà se ci saranno 500 notai in più, mentre sarebbe stato sacrosanto eliminare completamente questa categoria anacronistica, residuato di un passato lontano precedente alla formazione dello Stato moderno, e che percepisce somme enormi per rispettare le forme ed eludere la sostanza: chi ha dovuto ricorrere a un notaio si è sentito spesso dare consigli per ridurre la cifra reale e quindi le imposte. Vedi caso Scajola…

E magari lo sconticino lo dovremo chiedere al giornalaio, anche lì con allungamento di un orario già pesantissimo, o al benzinaio, a sue spese, non certo delle grandi compagnie petrolifere…

Ma lasciamo perdere queste miserie del PD: quello che mi scandalizza di più è vedere il Manifesto dedicare ben due pagine, più una colonna in prima pagina, alle esternazioni incredibili di Alberto Asor Rosa, di cui (al tempo di Scrittori e popolo, cinquant’anni fa…) ero stato amico ed estimatore, ma che da un bel po’ mi sembrava tutto meno che un “maestro di saggezza”. Asor Rosa, dopo aver puntato sui carabinieri per togliere di mezzo Berlusconi, oggi elogia perfino “l’oculata presenza del Presidente della Repubblica”, il grande regista del più grave attacco a quanto rimane di decenni di conquiste dei lavoratori. E non basta: secondo Asor Rosa, “anche un laico deve riconoscere la funzione che [la chiesa cattolica] attualmente svolge nel grande concerto comune”. Parce sepulto.

Ma lo scandalo non è la sua involuzione intellettuale, è lo spazio che gli è stato concesso, che invece il Manifesto nega o concede col contagocce alla maggior parte dei collaboratori. Unica eccezione, Rossana Rossanda, che in quanto storica fondatrice del giornale ha potuto avere un paio di colonne per protestare sconsolata…

Ma il peggio della sinistra viene da Vendola, che in un delirio di onnipotenza pensa col suo tocco magico di recuperare alla sinistra il PD: “Io non voglio costruire un quarto polo insieme all'Idv, voglio costruire il polo in grado di vincere le prossime elezioni”. Il “primo polo”. Vendola replica così a chi gli rimprovera di minacciare la separazione definitiva dall'ipotesi di un Nuovo Ulivo insieme al Pd, qualora quest'ultimo partito continui a privilegiare i rapporti con il Terzo polo. '”E' una forzatura polemica l'accusa che ci viene rivolta - dicono i suoi collaboratori - anche se con la nascita del governo Monti le distanze con il Pd sono cresciute”.

Per colmare queste “distanze”, la SeL ha deciso di affrontare il tema scottante della cosiddetta “riforma del mercato del lavoro”. Lo farà a Roma subito dopo la sua assemblea nazionale, il 24 gennaio, con l’intervento del suo responsabile nazionale economia e lavoro, Massimiliano Smeriglio (un ex autonomo che era entrato nel PRC alla vigilia della sua esplosione, e che si era caratterizzato per la sua disinvoltura “tattica”). È invitato anche il giuslavorista Pier Giovanni Alleva, ma il pezzo forte, che dà il senso all’iniziativa, è la presentazione del libro Inchiesta sul lavoro di Pietro Ichino, da discutere con l’autore…
A chi chiedesse perché questa scelta, naturalmente gli organizzatori risponderebbero: per dare un’idea di una delle tante proposte in campo… Peccato che la proposta di Ichino non avesse certo bisogno dell’aiuto della SeL per farsi conoscere, dato che è esaltata dal centrosinistra ma anche da tutte le sfumature della destra, e naturalmente presa in esame attentamente dal governo. Occorreva che un’altra voce, ritenuta di sinistra, gli prestasse attenzione?

Nello stesso numero del Manifesto in cui compare la manchette del dibattito con Ichino, appare anche un’appello di Burgio e Grassi a Vendola perché faccia “più chiarezza”. Ma l’appello si conclude con la richiesta di non dimenticare la FdS, di non tagliarla fuori con una nuova conventio ad excludendum. Che peccato, avevo sperato che, dopo tante batoste subite, quanto rimane del PRC volesse ricominciare davvero a costruire da zero, nella società, il suo radicamento sociale, ma l’attrazione per le “istituzioni” è così forte, che non gli resta che implorare che Vendola li accetti, magari sperando che il PD fatalmente e logicamente attratto dal “terzo Polo”, da cui non lo separa nulla, sbatta la porta in faccia alla SeL!


22 Gennaio 2012

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

sabato 21 gennaio 2012

SALE IL FORCONE DAL SUD di Carlo Felici





SALE IL FORCONE DAL SUD
di Carlo Felici


In questi giorni, anche se i media di regime stanno accuratamente cercando di occultare gli eventi, in Sicilia è partita una vera e propria rivoluzione civile e culturale. Sappiamo tutti che le recenti politiche messe in atto già da governi con componenti palesemente nordiste, razziste e antimeridionaliste hanno tagliato preziose risorse al Meridione e dirottato anche i fondi destinati ad esso al Nord.
L'attuale governo non ha espresso in alcun modo alcuna inversione di tendenza rispetto a quello precedente, anzi, con ulteriori aggravi fiscali destinati non a chi si è arricchito con speculazioni ed evasioni fiscali, ma alle masse popolari, a partire dai beni di prima necessità e d'uso come la casa di abitazione, ha aggravato una situazione già al limite della sopportabilità
Si sta rimettendo in discussione anche la conquista referendaria, si nega ormai ogni possibilità che un referendum possa cancellare una legge definita dai suoi stessi artefici “porcata”.
La democrazia è palesemente violentata e uccisa.
Ed il Sud che ha sempre pagato più degli altri, per 150 anni e nonostante fosse lo Stato preunitario più ricco e industrializzato, dopo essere stato saccheggiato, stuprato, vilipeso e umiliato e costretto ad una migrazione di proporzioni bibliche, ora viene indotto ancora una volta e di più, a condizioni di immiserimento di fronte alle quali la politica dei palazzi arrogantemente autoreferenziali, tace.
Il Movimento dei Forconi è nato come un'Associazione di agricoltori, pastori, allevatori stanchi del disinteresse quando non del maltrattamento da parte delle istituzioni.
Esso si sta rapidamente estendendo e già si segnalano in altre regioni del Meridione, sotto lo stesso segno, movimenti spontanei organizzati analoghi che seguono l'esempio siciliano.
Qualcuno nelle stanze dei palazzi sta già temendo che arrivi a Roma.
E per questo sta seminando zizzania specialmente nel web associandolo a mafia, estrema destra e qualunquismo antipolitico.
Ma sta miseramente fallendo in questo meschino intento.
Perchè le presone interpellate nei presidi effettuati in questi giorni, e in certi casi persino le forze dell'ordine, salutano i cittadini di questo movimento del Sud in rivolta con entusiasmo, solidarietà e incoraggiamento.
Alcuni suoi esponenti, intervistati, rifiutano categoricamente di essere assimilati in alcun modo a partiti di destra, sinistra o di centro, ribadendo che tali orientamenti servono solo ormai per orientarsi nel traffico stradale.
Solo due nomi sono stati fatti con coraggio ed orgoglio: i nomi di due autentici partigiani del Sud e di un'Italia migliore, più giusta e trasparente: Falcone e Borsellino.

La Rivoluzione parte dalla Sicilia - recita il manifesto del Movimento dei Forconi - Agricoltori, Commercianti, Artigiani, Operai, Autotrasportatori, Braccianti agricoli e quanti vogliono decidere le sorti di questa terra e dei loro figli. Siete tutti invitati a mobilitarvi”. E precisano “Non una guerra tra poveri, ma contro questa classe dirigente che vuole farci pagare il conto. Vogliamo scrivere una pagina di storia e la scriveremo. Siamo siciliani veri ed invendibili”.

Si è parlato di capibastone e di autonomismo spinto e strumentale, ma tra i sostenitori di tale movimento ci sono dei convinti repubblicani che pensano che lo Stato italiano non sia nato 150 anni fa, bensì soltanto il 2 Giugno del 1946.
In ogni movimento, in ogni caso, gli infiltrati e coloro che strumentalmente cercano di diffamarlo sono sempre serviti da sponda ai regimi repressivi, il compito di chi vuole vincere davvero è isolarli e sbugiardare anche certe strumentalizzazioni infami. Un albero però si vede sempre dai suoi frutti, e per ora lo si sta ancora innaffiando. Ma con milioni di persone esso può anche crescere e fruttificare.
Attenzione dunque ai cappelli e ai cappellai..la Sicilia è sempre stata, dal Risorgimento al dopoguerra, il motore di moti insurrezionali molto contagiosi.
E' evidente quindi il tentativo di frenare l' “epidemia” sul nascere e di etichettarla ed emarginarla nel ghetto dell'antipolitica. Specialmente se un movimento di protesta non si fa assimilare e condurre o bolscevizzare con le notorie categorie di certa politica affondata miseramente nel tribalismo autoreferenziale.
Si deve contare a questo punto su un sano ed autentico spirito popolare di condivisione che sappia agganciarsi alle migliori istanze della società civile e dei suoi movimenti, rigettando le cupole e i loro scherani, in tutte le loro variegate forme.
Il governo teme quel che sta accadendo, altrimenti non avrebbe, come sempre, blaterato per l'ennesima volta in maniera strumentale e preventiva sul Sud come leva dello sviluppo. Una leva che invece ha cercato di spezzare con misure infami, già in atto da tempo con la complicità del leghismo razzista del nord, componente organica nel precedente governo, rispetto al quale questo è solo il subdolo amplificatore.
Il movimento dei forconi ha una grande responsabilità, non solo verso il Sud ma anche verso tutta quell'Italia che vuole un vero riscatto che parta dalla risoluzione autentica del primo e fondamentale nodo gordiano. Il lavoro.

Un lavoro che sia con tutti e per tutti, senza servi né padroni, e tanto meno padrini.



18 gennaio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

venerdì 20 gennaio 2012

SUL MOVIMENTO DEI FORCONI IN SICILIA di Marco Ferrando



SUL MOVIMENTO DEI FORCONI IN SICILIA
PER UN METODO D'APPROCCIO MARXISTA RIVOLUZIONARIO

di Marco Ferrando



La crisi del movimento operaio e la pressione sociale della crisi capitalista concorrono, nel loro intreccio, ad allargare il campo d'azione delle classi medie e a favorire un egemonia reazionaria su di esse. E' una dinamica cui stiamo assistendo sul piano nazionale in risposta alle “liberalizzazioni” capitaliste. E' una dinamica che può assumere espressioni diverse e più radicali nel Sud e nelle isole, sullo sfondo di una situazione sociale particolarmente drammatica. La mobilitazione dei pastori e dei commercianti in Sardegna nel 2011, l'attuale “movimento dei forconi” in Sicilia rappresentano al riguardo due esempi diversi e significativi . L'essenziale per i rivoluzionari è non perdere la bussola. Evitando due errori simmetricamente opposti: quello di mettersi alla coda delle classi medie e delle loro leaderschip, sull'onda emotiva della indistinta “rivolta”, o quello di attestarsi su una posizione di disinteresse passivo per lo scontro in atto, nel nome del carattere piccolo borghese e non proletario delle mobilitazioni. La linea del marxismo rivoluzionario non può essere né subalterna, né puramente “sindacalista”: deve saper combinare l'autonomia irrinunciabile delle ragioni di classe e del programma comunista, con la logica dell'egemonia proletaria sugli strati inferiori delle classi medie in funzione della rivoluzione socialista. Combinare queste due istanze è sempre molto complesso. Ma complessa è per l'appunto la politica rivoluzionaria. Tanto più per un piccolo partito come il nostro.

LA NATURA DI CLASSE DEL “MOVIMENTO DEI FORCONI”

Partiamo dall'analisi del movimento in atto in Sicilia: della sua natura sociale, dell'economia dei rapporti politici al suo interno, della sua dinamica.
Il “movimento dei forconi” in Sicilia è nato come movimento piccolo borghese. Alla sua testa sono classi proprietarie della città e della campagna ( padroncini dell'autotrasporto, piccola proprietà contadina, pescatori ..). Naturalmente all'interno di questi ceti proprietari vi è una rilevante stratificazione sociale: diverso è lo status del padrone di una piccola flotta di pescherecci e quello del padrone di una piccola imbarcazione, tra un agricoltore facoltoso e il proprietario di un piccolo appezzamento, tra chi sfrutta lavoratori salariati e chi no.
Le ragioni sociali del movimento si riassumono nell'impoverimento legato alla crisi drammatica dell'isola entro la più generale crisi capitalista: crollo dei commerci, aumento del prezzo della benzina, peso “insopportabile” dei mutui bancari, chiusura dei canali di credito, aumento della pressione fiscale, crisi del sostegno clientelare del governo regionale e dei margini tradizionali di scambio politico/ elettorale con i partiti al potere.
Le sue rivendicazioni egemoni sono quelle classiche della piccola borghesia impoverita: riduzione delle tasse ( IVA), ripresa delle facilitazioni regionali promesse ( e in tempi di crisi “tradite”), ripresa del credito.
Il suo linguaggio è segnato dalla contrapposizione apparente alle classi dirigenti nazionali e isolane nel nome della denuncia della “classe politica” e della rivolta contro di essa.
I suoi metodi sono quelli dell'azione diretta: a partire dal blocco delle vie di comunicazione e delle ferrovie.
In questo contesto hanno trovato una collocazione naturale e un ruolo di direzione organizzazioni, associazioni, soggetti politici o parapolitici reazionari: il partito di Zamparini ( padrone del Palermo), il giro di Morsello a Marsala ( allevatore, ex assessore socialista poi apparentato con Lombardo, oggi tra gli sponsor di Roberto Fiore), il cosiddetto “partito delle aziende”, settori del MPA , e persino forze fasciste come Forza Nuova: che sta investendo nazionalmente questa esperienza come fattore di propria costruzione. Insomma: le forze politiche della reazione, in concorrenza tra loro, si disputano l'egemonia sul blocco delle classi medie, che sono la loro storica base sociale.

IL PCL NON E' PARTE DI QUESTO MOVIMENTO

Il nostro partito ha scelto di non essere parte di QUESTO movimento, nei suoi assetti e composizione originaria . Il fatto che ad esso abbiano aderito qua o là elementi o gruppi di sinistra ( come nel caso di un paio di centri sociali palermitani) non muta di per sé la natura del movimento dei forconi. Semmai misura lo stato di disorientamento e confusione a sinistra.
C'è una differenza importante col movimento dei pastori sardi del 2011. Quel movimento dei pastori entrò nel varco aperto dalle lotte operaie della Sardegna ( Alcoa, Eurallumina, Polo chimico) dentro la dinamica di un possibile blocco sociale alternativo ( cui si contrapposero non a caso le direzioni piccolo borghesi del movimento dei pastori). In Sicilia il movimento dei forconi si è levato dopo la drammatica sconfitta del movimento operaio isolano e sullo sfondo di una sua sostanziale passività.
Il fatto che un blocco politico e sociale reazionario cerchi di dare la PROPRIA traduzione di classe al disagio sociale della popolazione siciliana non solo non va rimosso ma dev'essere apertamente denunciato e contrastato. Va detta la verità: l'immobilità delle direzioni nazionali del movimento operaio e della sinistra di fronte alla crisi, la sconfitta del movimento operaio isolano ( Termini Imerese) per responsabilità preminenti delle sue direzioni, il peggiore trasformismo della tradizionale “sinistra” siciliana e dei suoi epigoni liberali ( PD), hanno aperto la strada a forze reazionarie. E' un classico dei tempi di crisi: se il movimento dei lavoratori non dà la propria soluzione alla crisi, sono le forze reazionarie che si candidano a farlo sul proprio versante di classe.

PER LA RIPRESA DEL MOVIMENTO DI CLASSE IN SICILIA

Ma proprio per questo il PCL non solo non può disimpegnarsi dall'intervenire sui temi sociali del movimento dei forconi, ma deve indicare la necessità di dare uno sbocco di classe e anticapitalista alla crisi sociale siciliana: che è l'unico modo di contrastare la deriva in corso, sottrarre i settori proletari al pericolo dell'egemonia reazionaria, ricomporre e favorire un ALTRO movimento, su un ALTRA prospettiva. Di più. Il nostro partito deve entrare nella frattura sociale prodotta dal movimento dei forconi per spingere all'azione altri soggetti popolari e di classe: soggetti sino ad oggi rimasti ai margini della scena ma il cui ingresso in campo potrebbe segnare una svolta decisiva per lo sviluppo e l'indirizzo della rivolta popolare.
Il primo terreno d'intervento è quello della ripresa di una mobilitazione indipendente dei lavoratori salariati della Sicilia, nel settore privato come nel settore pubblico e dei servizi. Senza una ripresa del movimento di classe ogni prospettiva alternativa è impossibile. Nel 1970 una grande rivolta popolare guidata dai fascisti di Ciccio Franco scosse Reggio Calabria. Fu l'avanzata del movimento operaio su scala nazionale e nel meridione a riassorbire l'urto ed ad affermare un egemonia alternativa del proletariato sulle domande popolari del Sud. E' una lezione che va recuperata. Tanto più in un contesto sociale e storico assai più difficile.
Va articolata una piattaforma di vertenza unificante che possa aggregare tutti i lavoratori, i precari, i disoccupati dell'isola. Una piattaforma che parta dall'opposizione radicale ai tagli sociali del governo nazionale e regionale; rivendichi la difesa e ripartizione del lavoro, con la occupazione delle aziende che licenziano e il loro coordinamento regionale ( la mancata occupazione di Fiat Termini Imerese due anni fa ha pesato e pesa drammaticamente sul movimento operaio isolano e nazionale); rivendichi la difesa degli ospedali in via di smantellamento, con azioni di occupazione popolare delle strutture minacciate ( in Puglia nel 2004 la difesa popolare degli ospedali fu un formidabile traino di radicalizzazione di massa); faccia l'inventario ( città per città, paese per paese) delle spese pubbliche necessarie per risollevare la condizione dei servizi sociali dell'isola ( scuole, ferrovie, trasporti regionali, asili, servizio idrico, assetto geologico del territorio) definendo a questo scopo un grande piano di opere sociali che possa dare lavoro ai disoccupati siciliani, e che sia pagato dalle grandi ricchezze; rivendichi l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari e un vero salario sociale per i disoccupati in cerca di lavoro...(Il documento congressuale nazionale offre molti spunti possibili per l'articolazione di una proposta rivendicativa e di mobilitazione per il Sud e le isole. Le nostre sezioni siciliane, che già intervengono su molti fronti, possono fare un lavoro prezioso di elaborazione al riguardo).
Questa proposta rivendicativa, una volta definita, va avanzata formalmente a tutte le sinistre isolane ( politiche, sindacali, di movimento) come terreno di fronte unico d'azione. E in ogni caso va assunta come nostro strumento di intervento in ogni situazione possibile ( luoghi di lavoro, comitati territoriali, strutture di movimento...) e come oggetto di nostra presentazione pubblica ( conferenze stampa, campagne elettorali..). Si tratta di articolare la nostra campagna sull'asse della nostra politica generale: solo una prospettiva rivoluzionaria, solo un governo dei lavoratori può realizzare un programma di vera svolta per gli sfruttati.

SOSTENERE E GENERALIZZARE L'INGRESSO IN LOTTA DEGLI STUDENTI SICILIANI

Parallelamente dobbiamo sviluppare un nostro intervento diretto tra gli studenti e i giovani. E' oggi una questione centrale. La prima irruzione di lotta - in queste ore- di significativi settori studenteschi in tutta la Sicilia PUO' essere il segno d'avvio di una svolta di eccezionale importanza per la dinamica del movimento, tanto più se combinata con la defezione di alcuni settori padronali dell'autotrasporto. Dobbiamo entrare con tutte le nostre forze in questa contraddizione nuova, inserendoci a fondo nel movimento studentesco, sostenendo l'indicazione della occupazione generale delle scuole ( già emersa in alcuni settori di studenti), e avanzando le nostre parole d'ordine indipendenti: a partire dalla rivendicazione di un piano di rinascita della scuola siciliana contro i tagli delle finanziarie nazionali e locali, finanziato dal rifiuto del debito pubblico verso le banche ( “Fondi alle scuole non ai banchieri!”). Questo intervento tra gli studenti può essere un ponte prezioso per l'intervento sul mondo del lavoro. Infatti proprio l'intervento tra gli studenti in lotta ci consente di immettere nel movimento la nostra proposta generale di vertenza generale unificante tra lavoratori, studenti ,disoccupati, nella prospettiva di un cambio di pelle della rivolta siciliana, e dunque di un cambio di egemonia sociale sulla rivolta.

PER UN INTERVENTO ANTICAPITALISTA SULLA CRISI SOCIALE DELLA PICCOLA BORGHESIA

In questo quadro generale dobbiamo anche dire che il movimento operaio (e studentesco) siciliano non deve limitarsi alla difesa delle proprie ragioni sociali. Deve cercare di offrire una risposta generale alla crisi più vasta della popolazione povera della Sicilia, e della stessa piccola borghesia isolana, fornendole una sponda politica e sociale alternativa.
Questo è un punto importante della nostra politica. Non siamo sindacalisti, siamo comunisti. Non ci limitiamo alla difesa immediata dei salariati. Li vogliamo alla testa di un blocco sociale alternativo in funzione della rivoluzione socialista. Ciò che significa dare una risposta rivoluzionaria a tutte le forme di oppressione sociale: anche a quelle vissute dagli strati inferiori delle classi medie. E' l'impostazione che Trotsky rivendica nel programma di Transizione ( “Le sezioni della IV Internazionale devono elaborare..programmi di rivendicazioni transitorie per i contadini e la per la piccola borghesia cittadina, a seconda della condizione di ciascun paese. Gli operai avanzati devono imparare a dare risposte chiare e concrete agli interrogativi dei loro futuri alleati...” ). Ed è l'impostazione che è tanto più attuale nel momento della crisi capitalista, nel momento in cui la dittatura del capitale finanziario minaccia le stesse acquisizioni tradizionali della piccola borghesia, provocandone la disgregazione e disponendola a reazioni radicali.
La nostra proposta programmatica deve lavorare a condurre la piccola borghesia ad una conclusione di fondo: tutte le sue esigenze di fondo sono incompatibili con la preservazione del capitalismo in crisi. Non si tratta di recuperare vecchi privilegi contro i lavoratori ( magari in materia fiscale o contrattuale),o di illudersi di poter ripiegare in una dimensione separatista o “microeconomica”: perchè queste soluzioni, al di là di ogni illusione, lascerebbero i piccoli proprietari nelle grinfie del capitale finanziario e della sua crisi. Solo rompendo col capitale finanziario, in alleanza e sotto la direzione dei salariati, è possibile uscire dalla crisi.
Proprio i temi della crisi siciliana delle classi medie offrono uno spunto rilevante a questa impostazione.
Le banche prendono per il collo decine di migliaia di piccoli commercianti, artigiani, contadini, con tassi da usura, con affitti esorbitanti, con la negazione del credito. Solo la nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unica banca pubblica sotto controllo sociale può tagliare quel cappio, liberarli dai debiti contratti verso i banchieri, e assicurare loro il credito necessario.
I petrolieri, le grandi aziende agricole, le industrie alimentari, i centri della grande distribuzione- cui le banche non hanno mai rifiutato il credito e di cui spesso sono comproprietarie- impongono ai piccoli proprietari prezzi insostenibili , al solo scopo di incrementare i propri profitti. Solo la nazionalizzazione delle grandi imprese e della grande distribuzione può consentire un controllo popolare sulla stessa formazione dei prezzi, la definizione di prezzi amministrati, l'avvio di un economia democraticamente pianificata liberata dalle incognite ( e dalle angosce) del mercato.
Così in materia fiscale. Per decenni lo Stato borghese e le pubbliche amministrazioni hanno coperto e favorito l'evasione fiscale della piccola borghesia in funzione antiproletaria per ottenerne voti e favori. Oggi lo stesso Stato borghese accresce la pressione fiscale sulla piccola proprietà ( oltre che in primo luogo sul lavoro dipendente) per pagare gli interessi alle banche, cioè agli oppressori dei piccoli proprietari. I circoli reazionari propongono ai piccolo borghesi la nostalgia del privilegio della vecchia evasione antisociale. Al contrario, noi dobbiamo rivendicare l'abolizione del debito pubblico verso le banche ( attraverso la loro nazionalizzazione) come unica via di liberazione fiscale dei piccolo proprietari, chiamandoli a pagare regolarmente per una società liberata non per i banchieri strozzini.
Per tutto questo dobbiamo presentare l'alleanza sociale col mondo del lavoro come interesse stesso degli strati inferiori delle classi medie: perchè solo quel blocco sociale può rovesciare il capitale finanziario, i suoi governi, i suoi partiti, liberando la piccola borghesia impoverita dalla rovina.
Per questo dobbiamo apertamente CONTRAPPORCI alle leaderschip reazionarie del movimento dei forconi. Alle loro suggestioni ideologiche “piccolo proprietarie” ( la microeconomia), alle loro mitologie populiste ( la “Nazione” al di sopra delle classi), ai loro traffici sottotraccia coi governi nazionali o locali ( Lombardo) magari in vista delle prossime elezioni.

RIVOLUZIONE O REAZIONE

Queste considerazioni generali non rimuovono la necessità di un monitoraggio costante dell'evoluzione della situazione, ai fini del nostro intervento. Né risolvono i problemi pratici di scelta nelle situazioni locali. Semplicemente cercano di indicare un metodo complessivo cui fare riferimento.
Siamo oggi a un possibile snodo in Sicilia.
Noi abbiamo scelto di non accodarci al movimento piccolo borghese dei Forconi. E abbiamo fatto bene. Ma SE il “movimento dei forconi” dovesse fare obiettivamente da stura ad una reale sollevazione popolare dell'isola aprendo il varco all'irruzione sull'arena del mondo del lavoro e delle masse studentesche e giovanili, allora è evidente che ci troveremmo di fronte ad un ALTRO movimento e a un ALTRA dinamica. Noi lavoriamo esattamente per questa prospettiva.
Forza nuova sta agendo per fare del movimento dei Forconi la leva di una rivolta popolare reazionaria, in Sicilia, nel Sud, in Italia. Il PCL, nei limiti delle sue forze, lavora per la prospettiva esattamente opposta: entrare nel varco aperto dalla rivolta dei forconi in funzione della rivolta sociale contro la dittatura degli industriali e delle banche; della sua estensione e propagazione a partire dal meridione e dalle isole; dell'egemonia di classe e anticapitalista sulla rivolta popolare ; della prospettiva generale del governo dei lavoratori.
Di certo, al di là delle sue particolarità, la vicenda siciliana sta misurando il salto di qualità dello scontro sociale sullo sfondo di una drammatica crisi capitalista. E' l'avvisaglia dei tempi nuovi che si preparano. Reazione e rivoluzione torneranno a confrontarsi, come in tutte le epoche storiche di crisi. Le sinistre riformiste o centriste saranno costrette alla balbuzie. I comunisti rivoluzionari faranno sino in fondo il proprio dovere. Come oggi stanno facendo, egregiamente, i nostri compagni siciliani.

20 Gennaio 2012

dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php

LE FALSITÀ SULL’IMMIGRAZIONE di Riccardo Achilli



LE FALSITÀ SULL’IMMIGRAZIONE

di Riccardo Achilli


Il modello carcerario di relazionamento con il fenomeno dell'immigrazione

Con il ripetersi di gravi episodi di razzismo di strada (Torino, Firenze, quanto verificatosi, nel recente passato, anche a Roma) e di razzismo politico-istituzionale (dalle dichiarazioni fascistoidi di un assessore della Lega, alle previsioni, contenute nella riforma-Gelmini, di creare classi-ghetto per soli figli di immigrati, con tetti massimi del 30%, alla grave discriminazione rappresentata dalla tassa imposta sui permessi di soggiorno) si ripropone il tema fondamentale dell’incapacità del nostro Paese di adottare modelli di integrazione a favore degli immigrati, che rappresentano un patrimonio preziosissimo per il nostro stesso futuro. Basti pensare alle previsioni demografiche dell’ISTAT, che disegna, per il 2065, un Paese vecchio, in cui il 33% della popolazione avrà più di 64 anni, e quindi politicamente conservatore, e sfiduciato per il futuro, con un crollo della natalità, dove la tenuta demografica e produttiva verrà soltanto dalla crescita della popolazione immigrata, più giovane, più produttiva ed a più alta fertilità.
Il nostro è un Paese che rinuncia a fare i conti con un futuro inevitabile in cui il peso degli stranieri nella nostra popolazione sarà sempre più elevato, se è vero, come ci dicono ancora una volta le proiezioni dell’ISTAT, che “sulla base delle ipotesi concernenti i movimenti migratori con l’estero e sulla base di un comportamento riproduttivo superiore a quello della popolazione di cittadinanza italiana, si prevede che l’ammontare della popolazione residente straniera possa aumentare considerevolmente nell’arco di previsione: da 4,6 milioni nel 2011 a 14,1 milioni nel 2065, con una incidenza sul totale che passerà dal 7,5% del 2011 a valori compresi fra il 22 ed il 24% nel 2065”.

Nonostante l’evidenza che, nel giro di poco più di cinquant’anni, un residente su quattro sarà straniero, l’Italia persevera con modelli di relazionamento al fenomeno dell’immigrazione di tipo carcerario, basati sulla reclusione temporanea nei CIE, propedeutica all’espulsione, su quote di ingresso rigidamente stabilite, e che peraltro, nella giungla delle regole e dei vincoli imposti anche a chi entra legalmente, crea incomprensibili ed illogiche discriminazioni fra chi può dimostrare di avere i mezzi economici per il proprio auto-sostentamento (ma allora perché mai dovrebbe emigrare?) e/o di avere già un datore di lavoro che lo attende, e chi no. Con legislazioni che, su determinati segmenti dell’immigrazione, come ad esempio sul tema dei nomadi, violano i diritti dell’uomo (si pensi allo scellerato “Piano Nomadi” del Comune di Roma, basato sulla rigida segregazione delle comunità Rom in campi-nomadi indegni, dal punto di vista igienico-sanitario, persino per degli animali, denunciato da Amnesty International). Infine, proibendo lo “jus soli” ai figli degli immigrati, l’Italia si colloca addirittura al di fuori del normale campo legislativo europeo. D'altra parte, che il modello sia carcerario è attestato dal fatto che gli stranieri rappresentano il 37,1% della popolazione carceraria, quando invece, anche prendendo in considerazione una stima degli irregolari, la popolazione straniera in Italia rappresenta poco più dell'8% del totale.
La base di tale modello di relazionamento con il tema dell’immigrazione, che io chiamo modello carcerario, risiede in fondo in un pregiudizio atavico, opportunamente rinfocolato dai media e da una classe politica culturalmente miserrima, alla ricerca del consenso in una fase di gravissima crisi economica, secondo il quale l’immigrato, se non ha lavoro e mezzi per vivere nel Paese di accoglienza, automaticamente finisce per delinquere, e comunque, anche nel migliore dei casi, in cui cioè vi è integrazione sul mercato del lavoro, le differenze culturali portano inevitabilmente a una tendenza a non rispettare le leggi del Paese ospitante (da lì i luoghi comuni secondo cui “tutti i Rom rubano”, “i cinesi lavorano tutti in nero e fanno concorrenza sleale alle nostre imprese”, ecc. ecc.)

Rimettiamo le cose a posto: l'evidenza scientifica

Eppure l’evidenza scientifica e statistica non supporta affatto tale pregiudizio. Il Rapporto “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”, steso nel 2009 dalla Fondazione Caritas/Migrantes, quindi da una fonte ecclesiastica che certo non può essere tacciata di collusione con la sinistra, ma che anzi dovrebbe essere particolarmente rilevante anche per la destra, rimette a posto le questioni.

Tre sono state le domande cui il rapporto in questione ha dato risposta:

1. se l’aumento della criminalità sia dovuto in maniera proporzionale all’aumento della popolazione residente;

2. se gli stranieri regolarmente residenti abbiano un tasso di criminalità superiore a quello degli italiani;

3. se gli stranieri irregolari abbiano un tasso di criminalità abnorme.

I dati consentono di affermare che è sbagliato, anche se ricorrente, inquadrare l’immigrazione sotto l’ottica della criminalità. La conclusione della ricerca, tutt’altro che in sintonia con lo slogan “tolleranza zero”, porta affermare che la più efficace politica è quella che non si ferma alle norme penali e si impegna rendere più agibile la normativa sugli stranieri, promuove politiche sociali più inclusive e coinvolge i rappresentanti degli immigrati nell’impegno per la legalità. La vera emergenza, insomma, è l’integrazione, o più precisamente la mancata insistenza sull’integrazione.
Intanto, in un confronto europeo, non è affatto vero che il quadro giudiziario italiano sia particolarmente grave, come sostengono i fautori di un giustizialismo de’ noantri, che spesso appartengono alle fila politiche degli stessi partiti che predicano la tolleranza zero sugli immigrati. Lo segnalano i dati Eurostat: il tasso di omicidi italiano, ad esempio (si utilizza tale tasso per i confronti internazionali perché è immediatamente comparabile, poiché non vi possono essere differenze fra legislazioni di Paesi diversi nel definire il concetto di “omicidio”, a differenza di altri reati), è pari a 1,19 per 100.000 abitanti, e solo in 10 Paesi dei 27 della UE è più basso; in particolare, Roma (con un tasso di omicidi di 1,28 ogni 100.000 abitanti) è fra le cinque capitali europee più sicure.
Con riferimento specifico alla realtà italiana, l’ISTAT segnala che alcuni dei reati tipicamente attribuiti agli immigrati sono addirittura in calo (contrabbando, furti) o crescono al medesimo ritmo del numero complessivo di reati (traffico di stupefacenti) e quindi non stanno avendo un andamento esplosivo. Quanto agli stupri, All’Italia spetta l’11° posto in Europa, preceduta dalla Gran Bretagna (quasi 14.000 casi), dalla Francia (quasi 10.000), dalla Germania (8.000) e dalla Spagna (6.000). In particolare, per quanto riguarda l’incidenza delle donne stuprate sul totale della popolazione femminile residente, l’Italia viene dopo gli Stati Uniti, il Belgio, la Svezia, la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, la Norvegia, la Germania, la Danimarca e l’Olanda. Secondo i dati acquisiti dall’ISTAT, una donna italiana corre più rischi da parte di partner, mariti e fidanzati italiani (69% dei casi di violenza carnale) che da parte degli stranieri.

Più in generale, nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23% e l’1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre l'incidenza della criminalità è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. In sostanza, quindi, ad influire sul tasso di criminalità degli immigrati non è tanto la condizione di immigrati, quanto la struttura per età, ovvero il fatto che la popolazione immigrata è connotata da una quota di giovani più alta rispetto a quella dei cittadini italiani, e che a delinquere in misura maggiore, in generale (sia fra gli immigrati che fra gli italiani) sono i giovani (infatti, per i cittadini italiani, il 73,7% delle condanne penali è a carico di persone di età compresa fra i 18 ed i 44 anni). Se si depurassero i tassi di criminalità degli italiani e degli stranieri regolari dalle differenze di età delle due popolazioni, i rispettivi tassi sarebbero pari all’1,02% ed all' 1,24%, e quindi sarebbero molto simili, nonostante il fatto che gli immigrati vivano in condizioni socio economiche particolarmente difficili.

Ma vi è di più: è possibile tenere conto, oltre che dei differenziali delle due popolazioni per classe di età, anche della diversa posizione giuridica degli stranieri rispetto agli italiani, per cui non pochi reati commessi dagli stranieri sono collegabili all’infrazione diretta della legge sugli stranieri e diversi altri ne sono una conseguenza. Se non si tiene conto dei reati che gli immigrati commettono contro la legge sugli stranieri (resi particolarmente frequenti proprio dalla farraginosità e severità delle normative italiane sull’immigrazione), che incidono per il 16,9% sulle denunce addebitate agli stranieri, il tasso di criminalità degli stranieri sarebbe dell’1,03%, sostanzialmente pari a quello calcolato per gli italiani (che, come si ricorderà, e dell’1,02%).
Addirittura, se si dovesse tenere conto delle più sfavorevoli condizioni socio-economiche e familiari
degli immigrati, come più volte sottolineato dagli studiosi del settore, la bilancia finirebbe per pendere dalla loro parte: avere lo stesso livello di istruzione, essere occupati, avere con se la famiglia, godere di un certo agio economico e altri fattori ancora esercitano naturalmente un impatto sul comportamento delle persone.

Non esiste quindi alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e l’aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, mentre gli stranieri sono cresciuti di più del 100%, le denunce nei loro confronti hanno conosciuto un aumento pari a solo il 45,9%. Anche un recente studio della Banca d’Italia, basato su un modello econometrico (Paolo Buonanno e Paolo Pinotti, “Do immigrants cause crime?”), arriva alla stessa conclusione, evidenziando che non vi è alcun rapporto statisticamente significativo fra andamento del numero di immigrati e del numero di reati, poiché si constata che nel periodo 1990-2003 il numero dei permessi di soggiorno si è quintuplicato, mentre la criminalità ha mostrato una lieve flessione e si conclude che “in linea teorica non c'è stato un aumento diretto della criminalità in seguito alle ondate di immigrazione in nessuno dei reati presi in considerazione (reati contro la persona, contro il patrimonio e traffico di droga)”. Anche all’estero, le conclusioni sono analoghe: in uno studio tedesco (Hans-Joerg Albrecht, “Criminalizzazione e vittimizzazione degli immigrati in Germania”, in Salvatore Palidda, “Razzismo democratico. La persecuzione degli stranieri in Europa”, Agenzia X, Milano 2009, pp. 112-128) si afferma che “sebbene tra l’inizio degli anni novanta e il 2007 la proporzione fra stranieri e popolazione residente, in Germania, alla lunga non cambi significativamente, in questo stesso periodo il tasso degli stranieri incriminati scende di circa un terzo”.
Naturalmente, esiste poi l’universo degli immigrati irregolari, di più difficile analisi statistica (si stima che il bacino sia pari a circa un milione di persone, nella maggior parte dei casi – 64% - irregolari perché il loro permesso di soggiorno è scaduto; a smentire un’altra falsa idea, gli irregolari che sono venuti in Italia superando illegalmente le frontiere o sbarcando sulle coste sono soltanto il 28% del totale, togliendo infatti coloro che vengono ritenuti meritevoli di asilo per motivi umanitari). L’analisi della criminalità degli irregolari deve però tenere conto di due fattori fondamentali:

- il loro tasso di criminalità risente, ovviamente, del mancato rispetto delle leggi relative all’immigrazione, per cui risente di reati meramente amministrativi, di per sé stessi non pericolosi socialmente, come il fatto di non avere un permesso di soggiorno, o di avere un permesso di soggiorno scaduto (è utile ricordare che dal 2009 tali fattispecie sono considerate di rilevanza penale);

- il tasso di criminalità degli irregolari è elevato anche perché, per ovvi motivi di maggiore riconoscibilità di un straniero fra la popolazione, ed in ragione di una particolare attenzione che le Forze dell’Ordine riservano agli immigrati, costoro subiscono una maggiore quantità di controlli e ispezioni rispetto agli italiani; quindi la probabilità di essere colti in flagranza di reato è più alta; Melossi stima che la probabilità di essere fermati per controlli, per gli immigrati, anche quelli regolari, è pari a dieci volte quella degli italiani;

- la criminalità fra gli irregolari viene alimentata dal circuito del lavoro nero, che indubbiamente rappresenta un potente fattore di polarizzazione di comportamenti illeciti. Peccato però che il circuito del lavoro nero sia gestito interamente, nella maggior parte dei casi accertati dalle Forze dell’Ordine, dalla criminalità italiana, oppure, quando è gestito da organizzazioni criminali straniere, la loro clientela di riferimento è quasi sempre costituita da imprenditori italiani, che comunque si rendono complici, con la loro domanda di lavoratori in nero, del fenomeno stesso;

- Sono più di 2 milioni gli immigrati che prima erano irregolari e ora sono stati regolarizzati, e non hanno commesso alcun reato. Il problema quindi non è nella clandestinità in sé, ma nell’impossibilità di regolarizzazione, che le normative italiane, dal 2008 in poi, hanno reso un miraggio.

Allora il quadro che emerge è chiarissimo:

- in Italia, e nelle nostre realtà metropolitane principali (ad iniziare da Roma, sulla quale, nel 2008, l’allora candidato Alemanno costruì una campagna basata sull’insicurezza) non esiste alcuna particolare emergenza-criminalità, se si confrontano i dati con il resto d’Europa;

- molti dei reati tradizionalmente attribuiti agli immigrati (violenza carnale, furto, traffico di stupefacenti, contrabbando) nel periodo 2004-2010 risultano in calo (-9,7% il numero di furti, -7,2% i casi di contrabbando) oppure crescono ad un ritmo analogo rispetto al numero complessivo dei reati (come nel caso del traffico di stupefacenti, che cresce del 9%, ad un ritmo analogo a quello del totale dei reati, che nel medesimo periodo aumenta dell’8,4%) oppure, come nel caso delle violenze carnali, sono riferibili, in stragrande maggioranza, a cittadini italiani, e non ad immigrati;

- non esiste alcuna correlazione fra incremento del numero di immigrati regolari e andamento della criminalità; le serie storiche del numero di permessi di soggiorno e degli indici di criminalità non presentano alcuna correlazione statisticamente significativa, né in Italia né all’estero;

- al netto della differenza nella struttura per età fra popolazione straniera ed italiana (poiché la giovane età è di per sé un fattore di potenzialità criminogena, a prescindere dalla nazionalità), ed escludendo i reati connessi alle leggi sull’immigrazione, il tasso di criminalità degli stranieri regolari è identico a quello degli italiani, nonostante il fatto che la popolazione straniera venga sottoposta a controlli di polizia giudiziaria più frequenti rispetto alla popolazione italiana, e nonostante il fatto che la popolazione straniera viva in condizioni socio economiche e familiari mediamente più difficili rispetto a quella italiana, che in linea teorica dovrebbero istigare ad un più diffuso comportamento criminale (anche chi è regolare, in media ha un salario familiare più basso, e un tenore di vita generale peggiore rispetto alla media nazionale, ha spesso difficoltà di ricongiungimento familiare, subisce l’umiliazione del razzismo quotidiano, del sentirsi “diverso”). Anche senza voler considerare tali elementi, il tasso lordo di criminalità degli stranieri (cioè non corretto per fattori anagrafici, o per l’incidenza specifica dei reati sulle leggi per l’immigrazione) sarebbe pari a 1,6 volte quello degli italiani, e non a 5 volte quello degli italiani, come afferma una ricerca della Lega Nord, basata non si sa su quali dati;

- il tasso di criminalità degli immigrati è tenuto alto dall’elevata frequenza di reati fra immigrati ed immigrati;

- il tasso di criminalità degli immigrati irregolari è tenuto alto dalla stessa violazione delle leggi sull’immigrazione (che costituisce di per sé una fattispecie penale, altro elemento totalmente incomprensibile, poiché negli altri Paesi ciò è più correttamente considerato una violazione amministrativa) e dalla partecipazione a reti di lavoro nero che sono spesso gestite dalla criminalità italiana, o che si rivolgono ad una domanda di datori di lavoro italiani;

- in almeno un caso di criminalità violenta su sei, la vittima è uno straniero, eppure la stampa ed i media non danno rilevanza a tali eventi, quando ad essere colpiti non sono italiani.

La persistenza di percezioni totalmente fasulle sull'immigrazione, alimentate dai media

La verità è che sugli immigrati si sparano tonnellate di falsità e di criminalizzazioni prive di qualsiasi base oggettiva. In tempi di crisi occorre creare capri espiatori, per deviare la rabbia sociale dagli obiettivi che dovrebbero essere i suoi, ovvero il sistema, che tale crisi ha creato. E purtroppo tale strategia sembra avere successo. Il rapporto della Fondazione Unipolis, “La sicurezza in Italia” di Maggio 2010, basato su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione di 2600 unità, con dati aggiornati a fine 2009, presenta una percezione dei cittadini totalmente diversa da quella che è l'evidenza statistica, che ho illustrato nel paragrafo precedente. Nonostante l'evidenza scientifica del fatto che non vi sia alcuna particolare emergenza-criminalità, ben il 76,7% degli intervistati pensa che, in tutta Italia, la criminalità sia aumentata rispetto a 5 anni prima, ed il 37,2% reputa che sia aumentata nella propria zona di residenza. E' tale l'angoscia per una percezione del rischio-criminalità sproporzionata rispetto alla realtà indicata dalle statistiche, che molti degli intervistati sarebbero propensi ad accettare gravi restrizioni della loro privacy e libertà personale: il 48,3% degli intervistati accetterebbe che il governo monitorasse le transazioni bancarie e gli acquisti con carta di credito; l'86% chiede una maggiore sorveglianza di strade e luoghi pubblici tramite telecamere; il 29,3% addirittura accetta la possibilità, per le autorità, di leggere posta, posta elettronica o intercettare le chiamate senza il consenso degli interessati!
Ed anche rispetto agli stranieri, nonostante il fatto che, come si è visto, nella realtà non vi sia alcun collegamento significativo fra immigrazione e criminalità, il 37,4% degli intervistati ritiene che gli immigrati costituiscano un pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico.

Un ruolo fondamentale in questa distorsione percettiva è giocato dall'informazione televisiva. Per coloro i quali pensano di minimizzare il pericolo di esponenti politici ed istituzionali che, via televisione, lanciano messaggi razzisti, ritenendo che si tratti di casi di singoli che non influiscono sull'opinione pubblica, vorrei dire che la percezione di un livello eccessivo di criminalità dipende anche dal fatto che la televisione italiana è, in Europa, quella che nel 2009 ha trasmesso il maggior numero di notizie legate ad eventi di cronaca nera, e che la percezione sul rischio-criminalità segue fedelmente, con un lag temporale di ritardo, la frequenza con la quale la televisione parla di criminalità. Infatti, la percezione del rischio-criminalità raggiunge il punto massimo, negli ultimi cinque anni, nel primo semestre del 2008, in corrispondenza di un livello massimo di notizie sulla criminalità trasmesse via TV nel semestre precedente, e poi diminuisce parallelamente alla riduzione dell'esposizione televisiva di notizie criminali. Interessante notare che l'andamento della percezione del rischio-criminalità è invece del tutto incorrelato con l'andamento effettivo del numero di reati, che nel periodo considerato diminuisce costantemente. Non è peraltro un caso che il picco di allarme sulla criminalità si sia verificato nel primo semestre del 2008: era il periodo della campagna elettorale per le politiche. D'altra parte, l'insicurezza per la propria incolumità è sentita soprattutto da chi guarda la televisione per più di quattro ore al giorno (38,7%) mentre chi ascolta la televisione per meno di due ore al giorno percepisce tale tipo di insicurezza solo nel 28,5% dei casi.
Anche con specifico riferimento alla questione degli immigrati, è significativo che le categorie sociali che maggiormente percepiscono un rischio di criminalità legato all'immigrazione, siano quelle più esposte alla televisione, perché trascorrono più tempo in casa: le casalinghe (44,4% delle intervistate di tale categoria sociale ritiene gli immigrati pericolosi per la sicurezza), i disoccupati (44,6%), i pensionati (35,8%).

Quindi il problema di un utilizzo in mala fede dell'informazione televisiva, nell'alimentare false percezioni sul rischio-criminalità, e nel creare collegamenti fasulli fra criminalità ed immigrati, esiste, ed ha un solido fondamento statistico. Verrebbe da dire che il primo provvedimento rivoluzionario, per ridurre il razzismo e migliorare la condizione degli immigrati, è quello....di spegnere la televisione e scendere in strada, per rendersi conto di come realmente stanno le cose! La violenza sugli immigrati è pertanto violenza su tutti noi,che subiamo gli effetti della crisi. Le vittime non si differenziano per la lingua che parlano o per il colore della pelle. Se siamo tutti vittime del sistema, tutti insieme dobbiamo combatterlo.

14 gennaio 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

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