venerdì 31 dicembre 2010

















CUBA 2011:
ANNO DELL'ECONOMIA (DI MERCATO)

(sintesi)
di Roberto Massari


Sabato 18 dicembre 2010 si è svolta la riunione nazionale di Utopia rossa dedicata all’analisi della Cuba odierna, in vista anche della convocazione del VI congresso del Pc cubano per aprile 2011.
[Va ricordato che i congressi precedenti sono stati tenuti a intervalli irrregolari, dalla fondazione ufficiale nel 1965 al I congresso (1975), al II (1980), al III (1986), al IV (1991), al V (1997). Tutti i congressi hanno semplicemente ratificato decisioni già prese dalla direzione e in nessun congresso sono state poste in votazione posizioni di minoranza perché non ne sono mai state presentate.]
La discussione è stata introdotta da un’ampia relazione di Roberto Massari che ha richiamato le linee generali dell’analisi da lui messa per iscritto a giugno del 1975 (e ripubblicata in tempi recenti). Quell’analisi, secondo il relatore, è stata confermata da tutta la successiva storia di Cuba e ha dimostrato la sua ininterrotta validità fino al periodo attuale. Ora, invece, si richiedono delle rettifiche sostanziali, sulle quali la relazione si è soffermata lungamente e delle quali viene qui fornita solo una rapida sintesi.
Elaborata nel pieno del processo di sovietizzazione dell’Isola (cioè negli anni in cui avveniva il ritorno alla monocultura dello zucchero, all’insegna di una nuova monodipendenza: dall’Urss), l’analisi del 1975 affermava che nel corso del 1967-68 era giunto a termine un processo di grande instabilità ed effervescenza politica, animato da forti spinte nazionaliste contrapposte, tra le quali era emersa anche una corrente soggettivamente rivoluzionaria, di tendenziale orientamento internazionalistico, storicamente identificata con Ernesto Guevara (e sostenuta dallo stesso Fidel Castro in alcuni periodi). Dopo la partenza del Che, l’abbandono da parte del governo dei suoi progetti d’industrializzazione, la sconfitta del suo modello di costruzione del socialismo e la sua morte in Bolivia, la direzione castrista aveva cercato un’integrazione crescente - politica, economica e militare - con il blocco sovietico, entrandone a far parte integralmente nonostante le proprie origini antistaliniane e nonostante il carattere sempre più apertamente controrivoluzionario del gruppo dirigente brezneviano. A partire dalla data simbolica di approvazione dell’invasione della Cecoslovacchia (agosto-settembre 1968) e dal successivo fallimento della zafra dei «10 milioni» (1970) a Cuba apparve definitivamente instaurato un regime che con terminologia classica fu da noi definito come «centrista burocratico», nel quadro di un blocco del processo di transizione al socialismo rivelatosi in seguito come irreversibile. Fu quella una definizione analitica caratteristica della corrente internazionale cui apparteneva Massari (Fmr) e che non fu purtroppo condivisa ufficialmente da nessun’altra corrente internazionale, a causa dell’adesione al maoismo degli uni o al filosovietismo degli altri, nonché a varianti apologetiche del castrismo di altri ancora.. Quel centrismo burocratico subì processi involutivi via via crescenti e col tempo si sarebbe certamente trasformato in una dittatura burocratica come negli altri paesi del Comecon se non vi fosse stata la crisi dell’Urss alla fine degli anni ‘80.
Con la partenza dei sovietici e la fine della monodipendenza, l’economia fondata sulla monocultura dello zucchero andò in crisi e il centrismo burocratico dovette cominciare a fare i conti con un contesto internazionale mutato e con gravi problemi di ordine economico: il período especial, una sorta di «comunismo di guerra» caraibico.
La relazione di Massari ha ricostruito quel periodo d’importanza nevralgica per capire i mutamenti attuali in corso a Cuba, soffermandosi in modo particolare sulle «riforme» degli anni 1993-94 fino al 1996: legalizzazione del dollaro; fine del monopolio statale del mercato estero con apertura a investimenti stranieri europei, canadesi e latinoamericani; ripartenza dell’iniziativa privata (lavoro en cuenta propia scomparso dal marzo 1968); trasformazione delle aziende agricole statali in cooperative; apertura dei mercados agropecuarios (libero mercato contadino); avvio di un sistema fiscale; aumenti dei prezzi al consumo; crescita controllata della disoccupazione con parallelo calo di sussidi; tolleranza verso la crescita abnorme del mercato nero; calo degli investimenti nella zafra e aumento nel turismo; crescente penetrazione del capitale straniero nel turismo, ma anche nelle prospezioni petrolifere, miniere (nichel in primo luogo), telecomunicazioni, edilizia, tessile, tabacco e agrumi (soprattutto con Israele); «adozione» di un triplice sistema monetario (peso, dollaro e peso convertibile).
La relazione si è soffermato sulle «riforme» del 1993-96 perché non vi siano dubbi che le attuali «riforme» (proposte nel documento per il VI congresso, «Lineamenti di politica economica e sociale», di 32 pagine e 291 articoli), non rappresentano nulla di nuovo rispetto al passato sul piano dei contenuti. E anzi gli orientamenti attuali sembrerebbero il naturale sviluppo degli orientamenti emersi all’inizio degli anni ‘90 sotto la spinta del período especial e il rischio di crollo del regime dopo la fine dell’Urss.
Va detto che, allora come oggi, il governo cubano non ha mai tentato di coinvolgere i lavoratori nei processi di decisione e realizzazione di tali «riforme». Nessun ruolo ai sindacati, nessuna apertura alla discussione pubblica (che implica spazio per il dissenso), nel partito o sulla stampa, nessun tentativo di dar vita a organismi di mobilitazione dal basso in cui il popolo potesse decidere modi e tempi dei sacrifici da compiere. L’assenza di coinvolgimento dei diretti interessati non poteva che accompagnarsi a un inasprimento sempre più forte delle misure di repressione del dissenso (di destra o di sinistra), della chiusura antidemocratica negli organismi politici e sociali, tra la gioventù studentesca e a tutti i livelli dell’apparato statale. In questo si ripeteva e si ripete l’esperienza negativa della Nep che, mentre concedeva aperture crescenti alla penetrazione del capitalismo, distruggeva ogni residua parvenza di democrazia nel regime dei soviet.
Tra il sistema economico fondato sulle «riforme» del 1993-96 e quelle proposte dal documento congressuale vi sono però anche delle differenze importanti, sulle quali va richiamata l’attenzione. Le si potrebbero considerare differenze quantitative, perché all’epoca il processo di apertura al capitale estero e di tagli allo stato sociale era agli inizi, mentre ora tocca grandi fette dell’economia e milioni di lavoratori. Ma in un’isola piccola come Cuba, priva di risorse importanti, senza alcuna forza competitiva sul mercato estero e con una instabilità economica ormai cronica, acquistano un forte valore qualitativo.
Utilizzando fonti di varia provenienza, la relazione ha descritto la presenza del capitale estero nel settore del turismo, dimostrando che anche se in termini percentuali e quantitativi il controllo maggioritario delle aziende del settore sembrerebbe ancora formalmente (giuridicamente) dello Stato cubano, in realtà, in termini qualitativi il controllo è già in mani capitalistiche, di ben precise aziende multinazionali radicate in paesi imperialistici. Queste dominano in forma diretta e indiretta (ivi compreso il tramite della corruzione) le principali attività turistiche cubane avendo la possibilità di gestire i flussi di turisti dall’estero (agenzie, linee aeree, pubblicità), di garantire una ristorazione di qualità, di assicurare rifornimenti indispensabili (per es. la manutenzione degli alberghi), e soprattutto disponendo di fonti di credito, risorse finanziarie, know-how, strumenti propagandistici ecc. Il turismo, che non è un mezzo di produzione, ma una forma ibrida di sfruttamento dell’ambiente in termini naturali e culturali in cui confluiscono le più diverse attività economiche, è però diventato la principale fonte di reddito per Cuba. Ebbene, il capitale estero ne detiene il controllo essenziale e per giunta un controllo che si irradia in forma via via crescente anche verso altri settori dell’economia.
Tra le molte cifre citate da Massari, va ricordato che Cuba è un paese fondamentalmente agricolo che importa più del 50 per cento del fabbisogno alimentare (oltre il 70% nell’alimento principale: il riso), che le sue esportazioni vanno, in ordine d’importanza, verso la Cina, il Canada, la Spagna, l’Olanda e le sue importazioni provengono, nell’ordine, da Venezuela (30%), Cina, Spagna e Usa (6%).
In tale contesto acquistano un valore particolare le misure proposte dal documento congressuale perché mostrano con estrema chiarezza la volontà da parte del governo di accelerare tutte le tendenze di apertura al capitalismo messe in atto dai primi anni ‘90.
I 291 articoli del documento congressuale sono per lo più una lista abbastanza dettagliata di puri e semplici desideri, vale a dire di ciò che sarebbe utile fare a Cuba nei vari comparti dell’economia, ma che non si potrà fare. In quanto tali non hanno un gran significato, anche perché il popolo cubano è abituato da decenni a sentirsi dire quante cose belle si faranno, dovendo poi far fronte alla drammaticità della vita quotidiana. Nel documento, tra l’altro, del popolo non si parla mai: non è previsto che esso agisca come soggetto attivo e cosciente in questo processo di crescente trasformazione capitalistica dell’economia.
Alcuni (pochi) articoli, però, sono molto concreti e non vi sono dubbi che il governo tenterà di tradurli in pratica. Ecco i più significativi: art. 19, collegamento dei salari alla produttività; art. 23, autonomia decisionale delle aziende nella fissazione dei prezzi e dei servizi (proprio il principio contro cui aveva combattuto duramente il Che all’epoca del debate económico del 1963-64); art. 27, vendita diretta al pubblico da parte delle cooperative agricole senza l’intermediazione statale; art. 49, criteri di produttività (e non più sociali) nella concessione di crediti e facilitazioni alle imprese; art. 51, apertura di credito da parte del sistema bancario statale verso settori di economia non-statale (privata); art. 54, rinvio dell’unificazione monetaria a quando ci saranno le condizioni economiche per farlo (Calende greche); artt. 59, 61, 132, tagli drastici alla spesa sociale, eliminazione dei sussidi alla popolazione bisognosa; artt. 65, 85, 86, 88, pagamento dei debiti con l’estero in forma «estricta» e «rigurosa» (finiscono i velleitari proclami di Fidel Castro sul «non-pagamento» del debito estero, perché se si vuole accedere a nuovi prestiti bisogna pagare quelli passati, come ben sanno i governanti di Brasile, Argentina ecc.); artt. 72, 89, ricerca di vie di collaborazione («associazione») e apertura crescente al capitale straniero nei settori più dinamici dell’economia; artt. 103, 104, far pagare almeno i costi della solidarietà che viene data all’estero; art. 115, sistema di premi e penalizzazioni legati alla produttività del lavoro in azienda; artt. 136, 142, fine dei sussidi (borse di studio) ai lavoratori, in base al principio che chi vuole studiare deve farlo nel proprio tempo libero e secondo le proprie possibilità economiche; art. 152, trasferimento delle attività culturali ove possibile dal settore pubblico a quello privato; art. 167, utilizzo di criteri «monetario-mercantili» nelle relazioni economiche, intesi come base di un «nuovo criterio di gestione»; art. 169, indipendenza crescente delle cooperative dallo Stato; art. 177, legge della domanda e dell’offerta nella fissazione dei prezzi dei prodotti agricoli; art. 184, investimenti statali con criteri di redditività e non-sociali.
E infine quelli che hanno attirato maggiormente l’attenzione dei media (e dei lavoratori cubani): art. 158, ampliamento del lavoro privato (por cuenta propia) con relativa tassazione; art. 159, licenziamenti massicci di una parte della manodopera statale superflua (calcolata a parte in 3,5 milioni, con un 1,3 milioni di licenziamenti da graduare nel tempo, realizzandone 500.000 nell’immediato e assicurando ai licenziati solo 5 mesi di stipendio quasi dimezzato); art. 161, enfasi sul salario a discapito di servizi gratuiti, sussidi personali ecc.; art. 162, eliminazione graduale (quanto graduale?) della libreta («la tessera di razionamento, come noi cubani chiamiamo questo strumento di giustizia», nelle parole di Celia Hart Santamaría); art. 164, fine dei sussidi alle mense operaie ed eliminazione delle stesse mense dove sia possibile.
Si potrebbe continuare, ma questo elenco - velleitario e ingenuo quanto si vuole, e in parte irrealizzabile - mostra una sua coerenza complessiva. Sono misure chiaramente destinate a potenziare il settore capitalistico già esistente e ad ampliare in generale il ruolo del capitale privato a discapito di quello pubblico. Per dirla con le parole di Michele Nobile, intervenuto nel dibattito, le misure proposte coincidono con il classico pacchetto di provvedimenti restrittivi che il Fondo monetario internazionale esige normalmente dai governi per decidere la concessione di crediti.
Insomma, il centrismo burocratico sembra aver deciso di compiere il passo che i colleghi cinesi (e vietnamiti) hanno già compiuto da tempo e che i russi avrebbero probabilmente compiuto con Gorbaciov, se questi ne avesse avuto il tempo: trasformazione controllata in senso capitalistico dei settori economici più dinamici, nel quadro di una privatizzazione più generale dell’economia. Il tutto impedendo qualsiasi manifestazione di democrazia dal basso o di rivendicazioni anche solo sindacali. Insomma, il tentativo di instaurare a Cuba il modello cinese (che in forme divese i due fratelli Castro hanno sempre dimostrato di ammirare intensamente): sviluppo del capitalismo, ma sotto il controllo ferreo di un regime statale identificato con il partito unico e con le Forze armate. In pratica una forma specifica cubana di capitalismo più dittatura burocratica.
Questo progetto, però - come è stato fatto notare nel dibattito - è in controtendenza rispetto all’orientamento capitalistico (in termini populistici, di «centrosinistra» ecc.) che sta prevalendo in altri importanti paesi latinoamericani: non a caso l’Alba è nominata solo di sfuggita, due volte, nell’intero documento. E anche la relazione di Massari ha concluso affermando che il progetto è più che fallimentare perché Cuba non è la Cina, non è competitiva sul mercato estero, non ha importanti risorse naturali, è preda ambìta degli imprenditori di origine cubana residenti in Florida, nonché di altri settori di aziende esportatrici statunitensi. Bisogna inoltre considerare il fatto che a Cuba è stata fatta una vera rivoluzione, c’è stata una costante mobilitazione del popolo in difesa delle proprie conquiste, l’egualitarismo è stato sempre considerato un valore irrinunciabile e il tentativo di dare basi staliniane al regime di centrismo burocratico è sostanzialmente fallito sotto il profilo ideologico. Va ricordato, inoltre, che a Cuba molti di questi aspetti positivi sono stati tradizionalmente identificati con la figura storica del Che (nonostante la mitizzazione fin qui realizzata) e in parte continuano ad esserlo.
È però vero che sulla sequenza impressionante di errori economici compiuti a partire almeno dal 1965-66 con la gestione personalistica di Fidel Castro non si è mai tirato un bilancio e meno che mai se ne parla in questo documento. (Basti pensare alla cosiddetta «offensiva rivoluzionaria» annunciata col discorso del 13 marzo 1968, quando si abolì il poco d’iniziativa privata che restava e funzionava bene in alcuni servizi, nella ristorazione, coi chinchales ecc., e che ora, a 43 anni di distanza, si vuole rivitalizzare.) ,La datazione di quegli errori non sarebbe nemmeno molto difficile perché Castro tacque durante tutto il grande debate económico del 1963-64, quando si contrapposero in termini teorici di buon livello due tendenze industrializzatrici, quella guevariana e quella filosovietica. Ma solo per poi decidere, senza consultarsi con chicchessia (a parte Kosygin in visita a Cuba a giugno del 1967), di rendere definitivo il ritorno alla priorità agricola, cioè alla monocultura della canna, alla monoproduzione dello zucchero e alla monodipendenza dall’Urss: tre aspetti di un’unica decisione rivelatasi disastrosa per lo sviluppo dell’economia cubana e che ha determinato storicamente la cronicità delle difficoltà odierne.
Senza una valutazione onesta di quegli errori e dei tanti altri compiuti in prima persona da Fidel Castro (con l’appoggio sempre unanime del gruppo dirigente del Pcc), è praticamente impossibile varare progetti economici o sociali credibili, realistici e adeguati alle circostanze. Finché le menti più aperte e più capaci di Cuba non avranno fatto questo bilancio, anche la teoria economica e politica continuerà a vivere un suo penoso «período especial». E il culto ormai smaccato della personalità di Fidel non può fare altro che rendere sempre più difficile un processo autenticamente collegiale di elaborazione economica. Basti pensare a come vengono via via liquidati i principali ministri economici (a partire da Carlos Lage e José Luís Rodríguez, seguiti dai ministri dell’agricoltura e dei trasporti) o degli esteri (Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque), senza che venga mai spiegato il perché dei mutamenti. Una maldestra ricerca di capri espiatori alla quale ormai non crede più nessuno.
Nel suo intervento, Enzo Valls (di passaggio dall’Argentina) ha sottolineato un’importante contraddizione determinata dal fatto che l’ampio spettro del mondo militante latinoamericano continua a vedere Cuba - con un’infinità di varianti e per un’infinità di motivi - come un faro rivoluzionario, un esempio di resistenza all’imperialismo e di realizzazioni in alcuni campi (educazione, salute, solidarietà internazionalistica ecc.). Bisognerà quindi anche vedere come questo enorme popolo continentale filocubano (non necessariamente filocastrista), accoglierà queste nuove misure, visto che normalmente non le tollera quando a imporle sono il Fmi e i governi servili ad esso legati. Il problema, sempre secondo Valls, è che in America latina sono stati sempre identificati come un tutto unico il popolo e il governo dei Castro e si è quindi radicata la convinzione che se Cuba ha resistito agli Usa per cinquant’anni e sempre sotto la stessa direzione, ciò sarebbe dovuto alla giustezza delle decisioni prese oppure al fatto che molti degli eventuali errori commessi sarebbero giustificati dalle enormi difficoltà che ha dovuto affrontare il processo rivoluzionario cubano, in primo luogo per l’embargo. Tra l’altro, sempre in seguito a questa identificazione, non c’è l’abitudine a distinguere tra chi impone i sacrifici (l’apparato burocratico) e chi li vive davvero, cioè quella parte di popolazione che non ha accesso ai dollari e ad altre situazioni di privilegio. Ciò potrebbe ripetersi anche in questo caso.
Vale pertanto la pena di seguire la discussione per il VI congresso (quella ufficiosa, perché ufficialmente non vi sarà alcuna contrapposizione, nessuna divergenza pubblica o sulla stampa) e vigilare più che mai perché queste gravi scelte filocapitalistiche, destinate a un parziale fallimento, unite alla dipendenza economica per le importazioni di cibo e di alcune medicine anche dagli Usa, rende ancora più vulnerabile il regime cubano nei confronti del grande nemico imperialistico (come di recente ha fatto notare anche James Petras, autore di un’analisi critica dell’economia cubana e per questo coperto di insulti politici dallo stesso Fidel e dal suo portavoce messicano, Pablo González Casanova).
Per il centrismo burocratico che ha regolato la vita dell’Isola per più di quarant’anni è arrivata la resa dei conti. Si trasformerà in capitalismo burocratico come in Cina? si integrerà nell’economia statunitense qualora terminasse l’embargo? svilupperà un proprio capitalismo autoctono con cui integrarsi nelle nuove alleanze economiche latinoamericane tipo l’Alba? Riprenderà la dinamica della rivoluzione originaria?
A ques’ultima domanda si deve purtroppo rispondere negativamente perché ciò sarebbe possibile solo in un contesto di ripresa rivoluzionaria nei Caraibi, in America latina e nel mondo. Non si trascuri, a questo riguardo, l’atteggiamento ostile che la direzione cubana ha avuto fin dal primo momento verso la proposta di costruire una Quinta internazionale, avanzata a novembre 2009 da Chávez e poi maldestramente affondata anche, e forse soprattutto, per il rifiuto cubano di aderirvi.
Sono domande alle quali è impossibile rispondere con certezza per il momento. Come minimo occorre aspettare l’esito del congresso di aprile e soprattutto vedere come reagiranno i lavoratori cubani alle misure restrittive contenute nel pacchetto con cui la direzione castrista spera di convincere il Fmi a riaprire i rubinetti del credito e che in parte si stanno già applicando, in spregio del potere decisionale del congresso stesso.

martedì 28 dicembre 2010

     INTERVISTA A GIUSEPPE FONTANA


Pubblichiamo in questo Post una vecchia intervista (giugno 2006) a Giuseppe Fontana. E' una vecchia intervista certo, ma purtroppo è ancora maledettamente attuale.  Infatti  Giuseppe Fontana si trova ancora in carcere, e quale carcere, quello speciale di Badù e Carros.
Come abbiamo già scritto Giuseppe Fontana venne arrestato nel settembre del 1994 e poi condannato con l'accusa di aver partecipato ad un traffico di droga dagli Stati Uniti all'Italia.
Leggendo gli atti del processo mi sono convinto della sua innocenza (vedi  http://www.prigionierodistato.it , ma al di là di ciò che io posso ritenere si deve tenere conto che dei 27 anni di carcere, quasi un ergastolo, ne ha fatti fisicamente 16 che con l'indulto ed altri sconti in termini giudiziari diventano 24. Una situazione questa che in un contesto "normale" sarebbe sufficente alla concessione della semilibertà. Invece nonostante sia un detenuto modello che ha goduto anche di permessi oggi viene "ospitato" nel carcere speciale di Badù e carros (Vedi Post del 23 dicembre su questo sito).
Come ha sostenuto l'autrice di questa intervista la D.ssa Ricciardi (che ringraziamo per il permesso accordatoci e la gentile collaborazione) ci troviamo di fronte ad "una vicenda dal sapore kafkiano, nella quale non sono mancati i pregiudizi politici, volti ad ostacolare una voce originale e fuori dal coro. E' questa l'immagine che viene tratteggiata in questa intervista a Giuseppe Fontana, attualmente detenuto a Palermo, che sostiene la sua estraneità a reati legati alla droga. Autore di quattro libri, saggi che fanno riferimento alla propria esperienza politica ed umana, e di poesie (per reperire i quali si può consultare il sito che lo riguarda specificamente: http://www.prigionierodistato.it ),Giuseppe Fontana è un anarchico dalle visioni politiche duttili ed articolate: anticlericale nei confronti della Chiesa istituzionale, ammira nella figura del Cristo i tratti che lo avvicinano ai primi socialisti, persona con forti radici di sinistra, non esita a dialogare amichevolmente con quelle realtà politiche di altre visioni che convergano con lui su alcuni importanti ideali, dall'opposizione alle guerre di aggressione imperialiste agli interventi per la salvaguardia della natura e degli animali (Fontana è tra l'altro vegetariano). Giuseppe Fontana condivide così una visione del mondo a favore dell'autodeterminazione dei popoli, del socialismo, antisionista e contraria ad ogni razzismo biologico (...)"
Questa intervista a Giuseppe Fontana è tra l'altro interessante per le  sue considerazioni e le sue analisi sul "pianeta carcere" e sul sistema giuridico italiano.
                                                                                  Stefano Santarelli
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1) Ti sei sempre proclamato innocente rispetto all'accusa di traffico internazionale di droga (cocaina ed eroina), contestatati dalla Procura di Reggio Calabria: tenendo conto che in questa sede non è possibile esporre una sintesi esauriente delle tue vicissitudini giudiziarie, che sono piuttosto complesse e dense, puoi comunque evidenziare alcune incongruenze nella tua vicenda processuale? In particolare, puoi chiarire meglio la contraddizione tra la tua condanna per possesso e cessione di sostanze stupefacenti negli U.S.A. da parte delle autorità italiane e la dichiarazione da parte degli agenti americani che hanno escluso ogni tuo coinvolgimento in queste attività illecite?

R.) Oltre ad essermi proclamato innocente, non appena misi piede in carcere, mi sono proclamato prigioniero di Stato; ci tengo a sottolinearlo per farti comprendere che avevo subito capito benissimo che quella/questa assurda situazione era dovuta al programma persecutorio nei miei confronti iniziato nel lontano 1984, anno del mio rientro in Italia da Berlino dopo cinque anni, città rifugio che ho scelto dopo essere evaso dal servizio militare che non volevo fare e non ho fatto, in quanto ripudio la guerra, ragione per cui fui arrestato e processato. I fatti e le vicissitudini di questa storia giudiziaria sono così complessi che meriterebbero alcuni corposi volumi per metterne a nudo le pazzesche contraddizioni di cui è pregno il teorema accusatorio che mi vuole appassionatamente colpevole. Se dovessi fare dei paragoni storici per dare l’idea del tipo di processo di cui sono vittima, vi direi di prendere un miscelatore, mettervi dentro il processo a Pound e quello a Dreyfus, e miscelarlo bene con il processo di Kafka, il risultato è più o meno il processo fatto al sottoscritto…

Le incongruenze della mia vicenda giudiziaria sono così tante ed eclatanti, che è sufficiente considerarne giusto alcune per palesare anche ai più ignoranti in materia di giurisprudenza, l’ingiusta sentenza di condanna; una di queste è senz’altro la testimonianza degli agenti dell’FBI resa nel corso del loro esame testimoniale con la quale affermarono inequivocabilmente che il mio nome e cognome lo hanno sentito per la prima volta durante una riunione tenuta dagli investigatori italiani, il giorno prima della loro udienza (contatto che la legge vieta assolutamente) “suggerito” da un relante ufficiale dello S.C.O. e dal Pubblico Ministero!...

A proposito dell’ufficiale “relante” dello S.C.O.; costui era spesso presente in aula, un giorno i nostri occhi s’incrociarono, egli era a non più di un metro e mezzo dalla gabbia in cui mi trovavo, e gli chiesi: «Perché vuoi farmi condannare per forza? Lo sai benissimo che sono estraneo a questa storia!», e lui mi rispose: «Sì lo so, se vuoi vengo in carcere a trovarti e ne parliamo…» e io: «Non abbiamo nulla di cui parlare, là c’è la Corte vai a dire la verità, che sono innocente!». Il Presidente s’accorge del colloquio e rivolgendosi all’Ispettore gli dice: «Ispettore lei ha la facoltà di avere colloqui investigativi con gli odierni imputati in carcere, non in questa sede!», chiamo l’Avvocato e gli dico cosa è accaduto e di riferirlo subito alla Corte, cosa che fa immediatamente, ottenendo dal Presidente una semplice risposta: «Ne prendiamo atto, avvocato», l’Ispettore lasciò l’aula senza smentire.

Tutto ciò è agli atti, inutilmente…!

Io sono stato arrestato con l’accusa di essere uno dei promotori del traffico internazionale di droga tra l’Italia e gli U.S.A.; le testimonianze rese dall’F.B.I. cioè da coloro che hanno accuratamente condotto l’operazione insieme allo S.C.O. italiana e svolto le indagini per anni hanno affermato che sono estraneo al traffico, che non sono coinvolto in nessun altro tipo di reato e che non sono mai stati accertati i presunti contatti, che secondo l’accusa, avrei avuto con la malavita calabrese.


2) La tua difesa ha sempre evidenziato che mai sono state trovate partite di droga direttamente riconducibili a te, oltre alla non sicura attribuibilità alla tua persona di certi riferimenti in diverse intercettazioni telefoniche, dove ad esempio è stato dato per scontato che si alludesse anche a te a proposito di un discorso generale su dei siciliani: pensi che si tratti di casi non isolati, frutto forse di una certa impostazione giustizialista?

R.) La mia difesa è stata efficientemente esaustiva nel provare assoluta estraneità relativa al ritrovamento di alcune partite di droga, sulle quali l’accusa ha tentato istericamente ma invano di costruire con surreali alchimie accusatorie responsabilità riconducibili al sottoscritto; responsabilità che poliziotti italiani ed americani, controesaminati dalla difesa hanno apoditticamente escluso. Affermando che mai nel mio passato sono stato trovato in possesso o coinvolto in storie di droga, né risulta loro che io ne abbia mai fatto uso (infatti io vado a vino rosso fatto con l’uva).

Sulle partite di droga ritrovate e sull’intero traffico di stupefacenti in Italia e all’estero, il “collaboratore di giustizia”, tale Fabrizio Pirolo, principale teste dell’accusa nonché coimputato nel medesimo procedimento e autore di innumerevoli chiamate di correità, ha coraggiosamente dichiarato in tutte le fasi dibattimentali del processo nonostante le palesi minacce del Pubblico Ministero (anche queste agli atti) la mia innocenza e ogni coinvolgimento diretto od indiretto negli affari illeciti della loro associazione, affermando in modo preciso e specifico che il “Peppe” di cui si parla in diverse intercettazioni telefoniche (delle quali egli stesso è uno degli interlocutori) e in cui l’accusa, concedendomi il dono dell’ubiquità, ha voluto identificarmi attore e regista in più parti del mondo allo stesso tempo, non è Peppe Fontana; bensì altro soggetto coimputato, specificandone addirittura il nome ed il cognome (Napoletano Peppe)!

Sicuramente non sono l’unica vittima innocente a marcire nelle prigioni di questo paese: è infatti noto a tutti che spesso i mass media danno notizie di vittime di questa scandalosa (in)giustizia scarcerate dopo decine e decine di anni di prigionia perchè scopertesi innocenti. L’ultimo dopo 16 (sedici!!) anni un paio di mesi fa.

Ad essere stato condannato, nonostante non ci sia alcun straccio di prova oggettiva e soggettiva contro di me, nonostante polizia italiana, svizzera e americana mi assolvono dai fatti contestatemi, e nonostante le dichiarazioni del “pentito” Pirolo Fabrizio (e di altri “pentiti” di altri processi che ascoltati sul mio conto hanno rilasciato dichiarazioni a mio favore che l’accusa e la Corte non hanno voluto acquisire) il quale è reso attendibilissimo per far condannare un centinaio di imputati, inclusi amici e parenti, e dichiarato inattendibile quando questi strenuamente afferma la mia innocenza (impedendomi di presentare nuove prove, elementi e testimoni così come la legge consente).

È chiara la volontà dei Giudici; persecutoria a tal punto da condannarmi per libero arbitrio, altro che in dubbio proprio!

Ciò emerge facilmente dalla lettura degli atti processuali a chi desidera un riscontro euristico.

Certamente il sistema giustizialista a seguito delle leggi emergenziali di quel periodo ha permesso ai Giudici Inquisitori di esercitare un potere incontrastato che condizionava tutti e tre i gradi di giudizio lungi dalle garanzie costituzionali e dalla legalità processuale sancita dagli inalienabili principi democratici di un paese di diritto che tale si definisse.

Non processi, ma vere e proprie esecuzioni con cui si è “giustiziato” chiunque si volesse eliminare impunemente!

La storia di quegl’anni continua ad echeggiare nelle cronache del presente attraverso chi stanco di urlare giustizia, si suicida.

Tanti sono stati i suicidi in questi anni di gente sovente povera, ignorante e impotente perché senza una lira o una lobby politica alle spalle a sostenerli.

3) A suo tempo uno dei tuoi avvocati aveva richiesto la traduzione dall'inglese all'italiano, ad opera di un traduttore specializzato, di documenti redatti dall'F.B.I. riguardo la vicenda giudiziaria nella quale sei stato coinvolto... eppure ciò non è accaduto, tanto che si è dovuto interrompere l'esame dei testi d'accusa, cercando nel frattempo di comprendere senza l'ausilio di un traduttore professionista quei testi. Inoltre, ancora a proposito di documentazione in inglese, il Tribunale ha ritenuto di ottenere la traduzione solo delle telefonate intercettate considerate essenziali, e non di tutte quelle sospette: non è chiaro, però, in che modo si sia potuto stabilire l'essenzialità di certe conversazioni, in mancanza appunto di una traduzione integrale in italiano che potesse contestualizzare quei dialoghi. C'è una interpretazione particolare che hai dato a questa storia?

R.) Tutto il processo era fondato, per quanto mi riguarda, esclusivamente su intercettazioni ambientali e telefoniche, delle quali una gran parte, per stessa ammissione del Tribunale di Reggio C., non sono state trascritte; e cosa ancora gravissima è, che i Giudici hanno ritenuto di dover far tradurre soltanto (dall’inglese all’italiano) le telefonate secondo loro utili e comode, e non la traduzione integrale di tutto il materiale agli atti dell’accusa, così come la mia difesa ha chiesto, purtroppo invano anche in appello, impedendomi attraverso un quadro probatorio completo di controllare l’accusa e dimostrare la manipolazione di contenuti estrapolati ad arte.

Il processo è viziato dall’inizio alla fine; leggendo gli atti processuali ci si può rendere conto che tutto l’iter procedurale ha violato gravemente il Codice di Procedura Penale con inaudita protervia da parte anche dei Giudici dell’Appello con la complicità finale della prima sezione penale della Corte di Cassazione, che ha respinto “in toto” tutte le censure proposte dalla mia difesa, perseverando in un’impostazione illogica ed erronea, costellata, come ampiamente evidenziato, da diverse violazioni della legge processuale penale, che hanno pregiudicato le ineludibili garanzie difensive del sottoscritto.

Non ho avuto difficoltà a dare una interpretazione a questa storia, sono stato “nominato ed eliminato” (giusto per usare un linguaggio ormai comune a tutti grazie a quelle trasmissioni per guardoni dementi), da una lobby di potere in Sicilia a cui ero scomodo per varie ragioni e che approfittando della occasione e favoriti dal momento storico politico ha fatto pressioni affinché io venissi condannato a tutti i costi, riuscendoci, ciò mi è stato confermato da amici e indignati conoscenti.

Mi aveva già avvertito un avvocato amico prima che accadesse tutto ciò, mi disse dopo avere preso una condanna ad 1 (uno!) di reclusione dal Pretore del mio paese, per blocco stradale, sì, proprio così, per blocco stradale! A seguito di una protesta con un gruppo di amici contro il malaffare da parte dell’Enel nel mio paese e a seguito della spazzatura che ho raccolto a mie spese ripulendo un paese che fermentava sotto il sole estivo da una settimana vergognandomi profondamente, anche per i turisti che la fotografavano portandosi il “souvenir” profumato della F. Bella Selinunte, che ho poi scaricato su un punto all’ingresso del paese formando una collina su cui ho ficcato il cartello: “Arte Contemporanea del Sindaco!”. Mi disse, dicevo: stai bene attento Peppe, perché so che ti vogliono “fottere” parli troppo e stai sulle palle a un sacco di gente! La cosa non mi meravigliava, dopo tutte le mie lotte e il mio modo trasgressivo di vivere la mia libertà ne ero più che sicuro di stare sulle bigotte ipocrite e criminali “ruote” di tanti farisei.

Ma centinaia, migliaia di giovani e meno giovani, stavano dalla mia parte, e me lo hanno dimostrato con una raccolta di firme e collettive proteste per la mia liberazione e contro quest’immane ingiustizia senza farsi intimorire dal rumore delle manette e ancora oggi mi sono vicini.

È stato facile eliminarci, in quanto non ho un partito dietro le spalle, non sono affiliato alla massoneria, sono un nemico aperto della cupola clericale, non sono ricco, bensì un anonimo pincopallino donchisciottesco figlio del proletariato, da sempre anarchico per natura e formazione mentale con Che Guevara nel cuore, insieme alla Sicilia che vorrei libera, splendente e profumata.

4) Hai ammesso però di essere stato coinvolto in un giro clandestino di opere d'arte: consideri ci sia stata la possibilità di un equivoco tra tuoi movimenti legati a questa attività e l'accusa di traffico di droghe, dovuta anche forse a conoscenze sbagliate? Inoltre, viene da chiedersi: essendo tu sempre stato devoto all'arte, in che modo si spiega quel tuo coinvolgimento?

R.) Ho, sì, ammesso di occuparmi d’antiquariato, ma niente “giri” clandestini! Una attività autorizzata che aveva come punto di riferimento un bazar che avevo realizzato a fianco la mia terrazza bar “l’agoràzein” in Selinunte, nella quale si vendeva: dalle cianfrusaglie, alle vecchierie, all’antiquariato.

Non ho alcun dubbio che i miei guai, per quanto concerne la mia vicenda giudiziaria, scaturiscono da questa attività – viaggiavo molto da un mercatino all’altro in giro per il mondo e avevo a che fare con un sacco di gente, che in quell’ambiente è eterogeneamente “interessante”. Ero a New York proprio per concludere un affare su una partita di pezzi d’antiquariato. Sono certo che inizialmente il mio coinvolgimento nel traffico di droga è stato dovuto ad un clamoroso equivoco da parte della magistratura italiana; equivoco che la mia difesa e le polizie americana, svizzera e alla fine anche italiana, hanno chiarito facendo luce su tutto.

Avrei dovuto essere a casa da un bel po’, quanto meno dalla fine del processo di primo grado, che è durato ben sei anni, forse troppo per lasciarmi andare, anche volendo disobbedire a chi invece mi voleva “giustiziato”…

E a proposito di arte, polizia svizzera e “trattamenti particolari”, ti racconto quest’altra storiella; l’infallibile polizia elvetica, dietro richiesta della polizia italiana mi ha indagato dal 90 al 93 per sospetto di traffico di armi e concludendo l’indagine, saltata poi fuori al processo di Reggio C., in questo modo: il sig. Fontana Giuseppe commercia in antiquariato, stop.
A seguito di quella indagine dopo un controllo avvenuto in Svizzera nel 91 la polizia mi sequestrò una partita di pezzi d’antiquariato per accertarne il legale possesso e provenienza, ma con l’intromissione della polizia italiana nell’accertamento le cose andarono per le lunghe, così lunghe che nel frattempo (94) finii in carcere senza riavere indietro i miei beni. Ma non so come la polizia italiana si fece consegnare i miei beni senza un verbale di sequestro, ritenendoli patrimonio italiano e denunciandomi, anche, per traffico illegale di antiquariato! Ne scaturì un processo tra me e lo Stato italiano che si conclude nel 2001, con la mia piena, giusta vittoria – i beni naturalmente non risultarono rubati, né patrimonio italiano, cosicché il Giudice ne autorizzò il dissequestro e la immediata restituzione da parte della Sovrintendenza ai beni archeologici di Trapani al sottoscritto; restituzione che ad oggi non è ancora avvenuta perché dicono che non sanno più dove si trovano…! Ecco questo comportamento da “Repubblica delle Banane” nei miei confronti e dei miei diritti, dovrebbe dare l’idea di quanto io sia vittima impotente contro la perfetta (quasi) trappola in cui mi ritrovo da ormai 12 anni.

La mia terrazza bar e il mio bazar mi permettevano di vivere così come desideravo, ero felice e non mi mancava niente, non avevo certo bisogno di andarmi ad infilare in associazioni kriminali (io che non sopporto neanche me stesso!) per storie di armi e droga!

5) Ti definisci anarchico: sei dell'avviso che nella tua vicenda processuale possa avere pesato anche un pregiudizio di natura politica?

R.) Sì, anche le mie posizioni ideologiche, ben note ai Giudici, hanno senza ombra di dubbio influenzato negativamente il giudizio. Percepivo in modo chiaro la loro irritazione e il loro pregiudizio contro un individuo che piuttosto che difendersi sommessamente, osava, addirittura, accusare la Corte. Soffrivano i miei urli di rabbia che tacciavano come atti di arrogante irriverenza.

In ogni caso un innocente ha il diritto di essere arrogante verso i suoi boia, la mia irriverenza consisteva nell’usare l’ironia, unica arma per affrontare una tragedia mortale. E moltissime sono le cose che di me hanno ucciso.

Ricordo bene con quale tono interrompevano le miei dichiarazioni spontanee, unico strumento diretto per difendermi. Perfino il mio avvocato è stato interrotto e minacciato apertamente: «Avvocato, si ricordi che lei difende Fontana!...» e il mio avvocato: «E lei, Presidente, si ricordi che esiste ancora il C.S.M.!».
Ma è accaduto anche di peggio, tutto è video/audio registrato, basta dare una minima guardata. Roba da clinica psichiatrica! E tutto ciò è durato sei anni, sì, dico bene, sei anni di un siffatto processo!

La cosa curiosa è che quel centinaio di miei coimputati inclusi i capi promotori (“miei colleghi”…) del traffico di droga sia negli U.S.A. che in Italia sono da un pezzo fuori. Per la verità la Corte d’Appello mi aveva offerto un concordato e la chiusura dell’appello con una condanna di sette anni, cosa che ovviamente rifiutai indignato.

Forse, come mi rimprovera un mio carissimo amico settantenne, artista trapanese, sono un ingenuo romantico e fesso idealista che non ha capito ancora che per sopravvivere bisogna essere un po’ furbi… Può darsi che abbia ragione, ma il problema è che io non voglio sopravvivere, bensì VIVERE!, E non saranno certamente delle mura ad impedirmelo.

6) Ci sono elementi particolari che la tua difesa processuale dovrebbe mettere attualmente in evidenza, e quali potrebbero essere i possibili esiti di questa strategia?

R.) Purtroppo (secondo la giustizia) la mia posizione giuridica è dal 2001 definitiva. L’unica possibilità che avrei sarebbe una revisione del processo, che per un anonimo squattrinato Pinco Pallino come me significa come essere salvato da un Ufo. Di elementi per la riapertura del processo ce ne sono una montagna, anche di nuovi; il problema è innanzitutto il trovare un avvocato “salvatore” che mi difenda con pochi euro e con determinazione. Poi dovrei avere anche la fortuna equivalente al miracolo di trovare un Giudice, non “a Berlino”, bensì a Catanzaro, sede competente, della mia eventuale revisione processuale, che abbia il coraggio di “compromettersi” per uno come me, “sputtanando” i colleghi di ben tre gradi di giudizio.

Utopia! Temo che mi toccherà contare più su un salvataggio di un Ufo! Poi le altre alternative sono anche pregiudicate dall’aggravante di non essere un seriale killer o un semplice omicida assassino…

7) Il tuo pensiero politico colpisce anche per l'originalità, che dimostra il tuo essere uno spirito libero: infatti, credi in un socialismo di mutuo soccorso ispirato alla figura del combattente argentino Ernesto "Che" Guevara, e nello stesso tempo dialoghi con spirito di amicizia anche con realtà politiche non di sinistra, dovunque ravvisi una condivisione di idee al servizio degli oppressi, contro le guerre di aggressione imperialiste... Ad esempio alcuni tuoi interventi si sono trasformati in articoli giornalistici sul quotidiano Rinascita, che ha alcune radici nel fascismo sociale ed antiborghese. Puoi indicare più in dettaglio le linee guida di questa tua visione trasversale e descrivere negli elementi principali la natura di questi tuoi sodalizi?

R.) È proprio grazie al privilegio della mia libertà spirituale ed intellettuale se posso fare politica. Cioè partecipare senza le patologiche catene dei fondamentalismi ideologici o pseudo tali, delle quali l’umanità è rovinosamente prigioniera, per immaturità e per l’angoscia ancestrale non superata, condizioni deprimenti per lo spirito e l’intelletto che impediscono la fioritura della libertà intellettiva e la formazione dell’individuo sano, cioè anarchico e non parte di una massa di acefala carne alienata da programmi criminali e criminogeni che subisce pedissequamente, facendosi complice di un sistema socio esistenziale folle. Assassino ormai necrofilo che sta annientando ogni cosa su questo pianeta seminato di bombe, cadaveri e spazzatura su cui persevera la necropornografica commedia di uomini che si definiscono umani, giusti, missionari di Dio e democratizzatori per la civiltà e la pace nel mondo, e che in verità rappresentano una bestialità satanica antropofaga.

Essere individui anarchici significa obbedire alla propria forte e viva coscienza che in armonia con l’intelligenza permette di coesistere, muoversi e fare scelte liberamente per realizzare le condizioni ideali possibili al soddisfacimento dei propri bisogni concreti ed astratti, in una società giusta e sana, costituita da altrettanti INDIVIDUI che progrediscono e partecipano, secondo un incorruttibile imperativo categorico, alla realizzazione e alla difesa dell’unica formula sociopolitica che può garantire all’umanità, pace, salute e libertà tra i popoli e gli individui, e questa è il socialismo di mutuo soccorso che più di tutti ha meglio rappresentato Ernesto Che Guevara e che oggi uomini come il Subcomandante Marcos nel Chiapas Messicano, Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia e altri dell’America degli Indios, stanno lottando per realizzarlo, nonostante l’opposizione delle bestie di Satana della cupola finanziaria mondiale.

La mia libertà mi consente di dialogare con chiunque e sono sempre felice e umilmente pronto a sostenere chiunque abbia, e in quel momento propone, una idea liofila, costruttiva. A prescindere dal colore della pelle e dal colore politico. Per me “destra”, “sinistra”, “centro” ecc. non significano nulla, se non una paralisi mentale infantile. Io sono un individuo sociale, stop! Non escludo a priori delle possibilità perché “rosse, gialle e/o nere”, la mia coscienza m’impedisce di essere fanatico e/o integralista.

Sono socio fondatore della fondazione E. Che Guevara in Italia da tanti anni e membro del neomovimento per il socialismo “Utopia Rossa”, posizioni che non m’impediscono di certo di essere critico e libero di avere amici “colorati” politicamente. Non ho difficoltà ad affermare che il primo Mussolini fa fatto delle cose straordinarie; non vedo per quale mera ragione dovrei mentire o tacere!

Ho conosciuto il quotidiano “Rinascita” grazie alla mia affamata ricerca di materiale culturale ed informativo controcorrente di una piccola libreria napoletana alla quale avevo chiesto libri e altro sulla storia dei briganti siciliani e sul separatismo siciliano (io prediligo e sostengo le piccole editorie e librerie indipendenti e controcorrenti anche per aiutarle a resistere al soffocamento da parte della piovra editoriale), e sfogliandola scoprii che tanti articoli sulla politica interna (i poli facce della stessa medaglia e servi dell’imperialismo italiano e americano…, le mafie, l’anticlericalismo, la lotta contro le multinazionali… ecc.) e quella estera (l’antiamericanismo, contro lo strapotere della cupola finanziaria dei nazionalisti, la solidarietà ai palestinesi, iracheni, iraniani e a tutti i popoli oppressi, la rivoluzione in America Latina, il progetto Eurasia dei popoli e non delle banche, il plauso a Chavez, Morales, in cammino verso quel socialismo riconosciuto a E. Che Guevara ecc. ecc.) erano con mia gradita sorpresa conformi alle mie idee e lo sono tutt’oggi, tant’è che mi sono abbonato anche a questo quotidiano. Ma la cosa che di questo quotidiano mi ha veramente stupito, è la libertà e la tolleranza con cui concede il proprio spazio all’eterogenea intellighenzia di questo paese, che non è lontanamente dal punto di vista politico, aderente alla linea del giornale, altrimenti ostracizzata dai media ormai totalmente controllati e ben genuflessi al diktat dei due “poli”. Credo che “Rinascita” sia una rara agorà politica in questo paese in cui trovare aperta ospitalità. Non a caso magnifiche teste pensanti libere come il compagno Prof. Carmelo Viola del Centro Studi Biologia di Acireale ultrasettantenne indomito anarcocomunista marxista ne è diventato prezioso collaboratore. Giusto per citare una “penna rossa”. Ma anch’io (anarchico–guevariano) ho trovato spesso ospitalità e senza alcuna censura agli articoli a cui sono stati concessi fino a quattro pagine, mentre quotidiani ex “amici” come “il manifesto" e perfino qualche settimanale anarchico (?!) mi hanno sbattuto la porta in faccia.

8) Ancora a proposito di rapporti politici di ampio respiro, hai qualche suggerimento particolare in prospettiva di un superamento del settarismo che spesso purtroppo divide tanto le aree radicali?

R.) Il mio suggerimento è, e lo dico umilmente, quello di uscire dal fossato del fondamentalismo e guardare più al presente/futuro che al passato.

Guardando troppo indietro si va a sbattere e ci distraiamo dalle cose attuali. È urgente la necessità di una matura svolta per una responsabile partecipazione politica da parte di tutti quegli italiani che non si riconoscono e combattono la politica dei due “poli” per dar vita ad un polo alternativo in cui confluire per realizzare un socialismo condivisibile nel rispetto dello spirito delle varie correnti in vera social-democrazia. Sono del parere che i punti del socialismo che ci dividono sono di gran lunga inferiori come numero e importanza strutturali, a quelli che condividiamo, pur rimanendo, appunto, divisi e arroccati. Personalmente sono molto critico verso questo atteggiamento.

È giunto il momento improcrastinabile, prima che il nostro Paese sprofondi nel baratro completamente, di smettere di sprecare energie ed opportunità… per unirci, a tutti dico: mettiamoci in cammino e incontriamoci.

9) E' molto triste ricordarlo, ma hai già trascorso quasi dodici anni in prigione: quali sono le principali brutture che hai potuto osservare del sistema penitenziario italiano? Ed hai maturato delle proposte per porvi rimedio?

R.) I capelli grigi me lo ricordano ogni volta che affronto lo specchio… Per poter raccontare le brutture che ho osservato e subito io in tutti questi anni occorrerebbero altri dodici anni. Il sistema penitenziario italiano attuale è alieno alla giustizia e lungi dal bene del Paese e dei cittadini, esso in realtà serve a garantire un giro di affari inimmaginabile, su cui, mi pare, nessuno ha intenzione di andare a ficcare il naso – un esempio lo troviamo con i C.P.T. [Centri di Permanenza Temporanea (??) per “clandestini”] di cui alcuni coraggiosi giornali, come “Rinascita”, “umanità nova” e “Sicilia libertaria” hanno esaustivamente parlato mettendone a nudo in modo euristico il vorticoso giro d’affari. I clandestini aumentano, i C.P.T. anche, e i governi “rossi” o “neri” si avvicendano senza che nulla cambi… Anche la devianza cresce e l’edilizia penitenziaria altrettanto… Una devianza che inconsapevolmente e paradossalmente svolge un altro lavoro in nero non retribuito indotto dallo Stato, utile appunto a giustificare gli affari dentro/fuori e attorno la mostruosa macchina dell’(in)giustizia, e a distrarre il salassato, frustrato popolo lavoratore dai delitti che la mafia dai “colletti bianchi, rossi e neri e benedetti”, continua impunemente a commettere e a farsi archiviare con leggi ad personam.

Il sistema penitenziario crea inoltre enormi contenitori di consensi politici, di detenuti e agenti penitenziari e operatori vari.

Le carceri poi sono in realtà, come ha bene affermato il dott. Caselli, affollate da poveracci, fessi e piccoli delinquenti, i veri mostri assassini e criminali sono liberi e perfino stipendiati dallo stato profumatamente, mentre altri, questi cittadini, si suicidano perché non ce la fanno a vivere con la pensione dopo una vita di lavoro, rischiando spesso la vita proprio per combattere questi criminali stipendiati, come l’ultimo Maresciallo Carabiniere, suicida perché sfrattato.

Prima d’inoltrarmi ulteriormente sulle brutture del sistema carcerario, vorrei ricordare tutti quei poveracci che in questi anni hanno perso la vita per malasanità, negazione del diritto alla cura (anche a proprie spese), suicidi per grave carenza di operatori quali: psicologi, educatori e assistenti sociali e tanti altri “suicidati” in qualche modo, spesso per condanne ingiuste e/o eccessivamente sproporzionate alla gravità del reato e all’entità del danno sociale; sono oltre 1500 i “giustiziati”. Per gli addetti ai lavori è una semplice fredda statistica, per me invece, una strage criminale di cui questo paese dovrebbe vergognarsi e risponderne nelle dovute sedi.

Una strage che ha gravemente colpito le famiglie delle vittime e di cui la stampa non parla preferendo occuparsi delle prigioni cubane dove i detenuti non si suicidano e non vengono suicidati.

Nelle prigioni italiane non c’è trasparenza, tutto può accadere, nessuno controlla e ogni carcere è un feudo a sé in cui il direttore impone il suo regolamento interno secondo clima e umore in barba alle leggi nazionali ed europee i cui principi fondamentali sono costantemente violati e calpestati.

Non esiste la figura, tranne che nel Lazio, del “Garante dei diritti dei detenuti”, che lontano da controllori sono in balia totale di chiunque rappresenti un potere nelle carceri. Si può essere puniti per tutto sulla semplice parola di un agente. A me è capitato più volte di essere stato pesantemente vessato psicofisicamente proprio perché non intendevo genuflettermi a ordini, leggi e regolamenti di cui sapevo bene essere fuorilegge, e per questa mia resistenza punito ulteriormente da un Consiglio disciplinare formato dal Direttore e lo stesso corpo di agenti penitenziari senza un mio difensore! Decisamente una pratica democratica!...

Ma è anche triste un altro aspetto che deve far riflettere; il numero sempre maggiore di giovani pieni di talento, bella presenza e titoli di studio che sono “costretti” per mancanza di alternative a diventare guardie carcerarie, un lavoro che non amano e palesemente svolgono con frustrazione, anche per l’impotenza di fronte ad una considerevole percentuale di detenuti bisognosi di essere obiettivamente educati e recuperati, e che per mancanza, innanzitutto di volontà politica, poi naturalmente di mezzi e fondi nonché adeguate strutture, di non poter svolgere il lavoro per cui si è pagati e per i quali i cittadini sono salassati. Queste condizioni rendono poi il rapporto tra agente e reclusi esclusivamente ostile e sterile, come se fossero abitanti di pianeti diversi in guerra, ecco immaginate una lunga convivenza forzata con un nemico in un mare di adrenalina.

Tuttavia debbo riconoscere, che nonostante tutto ciò, ci sono dei casi (rari) in cui gli agenti credono nella loro missione e con tutte le difficoltà danno un valoroso contribuito al Paese – uno di questi è senz’altro l’Ispettore Responsabile del blocco ove sono attualmente prigioniero, uno a cui non piace imboscarsi in ufficio e che si vede spesso in giro fra i detenuti ad ascoltarli e cercare di risolvere ciò che è risolvibile.

Trovo poi aberrante e pericolosa la limitazione dei rapporti affettivi con i propri cari, impedita da barriere fisiche dettate da assurde norme di sicurezza.

Così com’è devastante per la salute fisica ma soprattutto psichica una lunga pena senza la possibilità di poter espletare quel bisogno – diritto naturale. Riconosciuto con le ultime leggi, perfino agli animali, e che è l’attività sessuale. Diritti che per riflesso vengono negati ai partners dei detenuti.

Nella maggior parte delle carceri hanno pensato di ovviare al problema consentendo l’acquisto variegato di riviste pornografiche – immagina cosa avviene nella mente di uno che sta in cella a poltrire 5 – 10 – 30 anni, che si masturba stimolato dalle riviste pornografiche! Ci vuole poco, e senza essere laureati in Psicologia, per comprendere che questa pratica rende perversi.

Altro problema causa di grave allarme sociale è la sopravvivenza del recluso, mi riferisco alla sua alimentazione, alla cura della propria igiene e alla pulizia della cella. Il vitto è scarso e anche quando fosse preparato con modesti prodotti dal punto di vista qualitativo, i tempi e le condizioni igieniche con cui viene distribuito lo rendono incommestibile. A questo punto ci si deve arrangiare e come ci si arrangia se non si ha reddito, né rendita e si era già poveracci con moglie e figli a carico!?!? Ecco che si mette in moto il criminale mutuo soccorso da parte di parenti, amici e compari all’esterno, che altri non è che il “pizzo”!
Dunque lo Stato, le istituzioni, sono corresponsabili del racket, in quanto crea le condizioni (così come per tutto il resto) che inducono a questo tipo di delinquenza.

Proprio in questi giorni qui al “Pagliarelli” di Palermo è stata affissa una circolare a firma della Direttrice (Laura Brancato) con la quale si avvisa la popolazione detenuta che per mancanza di fondi disponibili non è più in grado di garantire la fornitura mensile per la pulizia della cella e l’igiene personale (che poi consisteva in: 4 rotoli di carta igienica, uno straccio per il pavimento e un po’ di detersivo per pavimenti, stop!) e quindi i detenuti devono provvedere a proprie spese – “se qualche detenuto dimostra di non avere conti in Svizzera si farà qualche eccezione!”.

Allora penso incazzato, come e con quale faccia può lo Stato pretendere le salate spese di mantenimento carcerario a pena espiata?!?

Io peraltro, per quanto mi riguarda, ho dovuto arrangiarmi a mie spese sempre, in quanto lo Stato non riconosce i vegetariani e non ha previsto un vitto adeguato, però mi presenterà comunque il conto, anche per l’assistenza sanitaria e tutto il resto, di spese che lo Stato non ha sostenuto.
Non aggiungo altro sperando che gli esempi di brutture a quant’altro di ingiusto del sistema penitenziario italiano siano compresi quanto meno dal popolo lavoratore, e che in loro nome e con le loro tasse tutto ciò avviene, e di ciò si ricordi quando ritornerà ad esprimere il suo consenso politico.

“Il pesce puzza sempre dalla testa e non dalla coda!...”

Io sono del personale parere che il carcere come istituto di recupero dei “deviati” è una idea altrettanto deviata e che deve essere abolito prima possibile. Urge comunque una riforma radicale del sistema penale e penitenziario: che abolisca la criminale custodia preventiva tranne che per reati di sangue.

Che i processi siano celebrati da collegi giudicanti, ove psicologici, sociologi e neuroscienziati siano parte costituente di essi sempre presenti, e che la pena cioè la cura, non sia espressa in anni, bensì in livelli di pericolosità e stati di salute mentale.
Che preveda finalmente sistemi di controllo elettronico (braccialetto microchip ecc.).
Che si istituiscano massicce scuole/cliniche rieducative in tutto il paese.

Un modello penale e penitenziario come quello scandinavo per iniziare potrebbe essere una soluzione.

Tutte cose comunque che già prima di me ed esperti della materia ripetono da anni, penso agli uomini lucidi e competenti dell’associazione “Antigone” e che regolarmente vengono disattese dai governi di turno.
Pare che nulla deve cambiare e che si faccia di tutto per distruggere ciò che di buono è rimasto, comprese le speranze degli ottimisti più ostinati!


[Questo articolo è stato pubblicato sui seguenti giornali: Deasport, Corriere di Aversa e Giugliano, Caserta24ore, Rinascita, Giustizia Giusta]


Antonella Ricciardi , 20 giugno 2006

domenica 26 dicembre 2010

SCUOLA E UNIVERSITA'





NATURA ABHORRET A VACUO

di Francesco Sylos Labini





La natura rifiuta il vuoto. L’Italia, a quanto pare, per il momento no. Un vuoto intorno a noi che si espande in ogni dove: un vuoto culturale e politico. E’ intorno a quella splendida manifestazione di centomila e più persone che ha pacificamente attraversato Roma lo scorso 14 dicembre. E’ dentro quelle centinaia che hanno selvaggiamente e stupidamente spaccato vetrine, incendiato, picchiato ed a quelle migliaia che hanno incitato o almeno che non hanno criticato. Ma è anche intorno a quei tutori dell’ordine che si trovavano in strada, che le hanno prese e le hanno date e che il giorno prima e qualche giorno dopo avevano anche loro manifestato per ragioni analoghe a quelle degli universitari, dei terremotati dell’Aquila e dei sommersi d’immondizia di Terzigno: non solo contro i tagli, ma per rivendicare la propria dignità. Ed il vuoto è intorno ai ricercatori sui tetti che stanno ancora cercando invano qualcuno con cui discutere della riforma universitaria, che sia capace di mettere insieme qualche concetto che vada al di là di qualche insulso slogan. Ma è vuoto che sta intorno anche a quella parte di docenti universitari più anziani che hanno perso qualsiasi riferimento e che si trovano sperduti e atomizzati, che vorrebbero reagire ma non sanno da che parte incominciare.

E’ un vuoto che si trova soprattutto intorno a tutti quanti quelli che hanno alzato la testa per vedere se ci sia qualcuno all’orizzonte che li ascolti, che li rappresenti, che capisca le ragioni di un malessere che non è solo generazionale ma che diventa ogni giorno più trasversale in ogni direzione lo si guardi e lo si consideri. E’ il vuoto che si legge negli editoriali dei grandi giornali dove i ragionamenti partono da basi irreali e sfociano in considerazioni sbandate. E’ il vuoto che sta intorno al sindacato che cerca di arginare il malessere, ma vi si trova sommerso da ogni dove. Rendersi conto del vuoto intorno è un punto di partenza, che è mancato nelle lamentele dei più in questi anni, degli indifferenti che criticano questo e quello solo di fronte al caffé. Perché la presa di coscienza di questo vuoto può trasformare l’inedia e l’indifferenza in un’energia positiva e propositiva. Perché se non avviene questo la natura, anche in Italia, rifiuterà il vuoto: qualcosa lo riempirà ed il peggio è sempre in agguato.

Giovanni Sartori descrive la situazione con queste parole: “Sì, i giovani di oggi avranno una vita dura. Ma fu dura anche la vita dei giovani che si trovarono, dopo la fine dell’ultima guerra, con un Paese distrutto e un avvenire che sembrava senza avvenire. Noi, i giovani di allora, ce la siamo cavata”. A me sembra che il paragone con la generazione che è uscita dalla guerra non sia del tutto pertinente. C’è una similarità nel fatto che nel Paese oggi ci sono macerie morali ed etiche ma, per il momento almeno, non materiali. I giovani degli anni ‘40 e ‘50 avevano di fronte un paese anche materialmente da ricostruire e la possibilità di farlo pur tra mille difficoltà. Oggi c’è una generazione che non vede una via d’uscita e per la quale l’avvenire è solo un tunnel buio: trova ovunque un cartello con scritto “occupato”. E’ tutto troppo occupato, non ci sono vie di fuga dal vuoto e soprattutto nessuno che se ne occupi per capire come fare.

Sartori conclude il suo editoriale scrivendo “Ma i giovani di oggi che si battono contro la riforma universitaria Gelmini si battono a proprio danno e per il proprio male”. Ma come, anche Sartori, l’inventore dell’ “homo videns” che ha messo lucidamente a fuoco il primato dell’apparire rispetto alla sostanza, ci viene a raccontare, senza discuterne la ragione nel merito, che la riforma Gelmini è una buona riforma. E’ proprio questa la perdita di ogni riferimento culturale e di ogni orientamento in un Paese disgregato. Perché si può essere d’accordo o meno con la riforma Gelmini, non è questo il punto. Il punto è che quando si prende posizione bisogna saper illustrare le proprie ragioni, altrimenti non si tratta di presentare posizioni meditate quanto invece di riflettere slogan esterni che vengono ripetuti alla nausea da ogni trasmissione televisiva. E ad oggi, vigilia della probabile approvazione del ddl Gelmini, qualcuno che sappia illustrare, partendo dal testo, cosa questo prevede di buono e perché ed in cosa sia condivisibile e difendibile, ancora non si è visto (a parte le balle che ci racconta il prof. Giavazzi, ça va sans dire).

Irene Tinagli, giovane talento nostrano, dopo tanti anni passati a sgobbare nelle famose “migliori università americane”, riesce però ad osservare che “anche i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti” per concludere che “i ricercatori hanno paura della concorrenza degli scienziati stranieri”. Mentre è ovviamente falso affermare che i ricercatori salgono sui tetti per difendere i loro contratti, trattandosi di ricercatori già assunti con contratti a tempo indeterminato, è stupefacente la seconda considerazione: forse nelle prestigiose università frequentate dalla dottoressa Tinagli si stanno già formando le file di ricercatori stranieri pronti a venire a lavorare in Italia, ma noi qui nella paludosa colonia di stranieri non ne abbiamo proprio visti e da un pezzo. C’è forse bisogno di ricordare che gli stipendi d’ingresso in Italia sono tra i più bassi in Europa? O forse che i progetti di ricerca dell’anno 2009 ancora non sono stati finanziati? O che le risorse per le università per l’anno 2010 ancora non sono state assegnate? Ma non diciamolo ad alta voce, che forse gli “scienziati stranieri” non lo hanno ancora scoperto e dunque verranno lo stesso a fare concorrenza a quei pelandroni dei ricercatori italiani.

Di fronte a questa decadenza generalizzata è necessario ripartire dal ricostruire un riferimento culturale prima ancora che politico. Ma una cosa è certa: non si esce da un ventennio di Berlusconismo fischiettando e ci sarà bisogno di tanta pazienza, intelligenza ed immaginazione per ricostruire un Paese distrutto moralmente e per attraversare un periodo di turbolenze che non si annuncia breve.


22 dicembre 2010

Dal Blog http://ricercatorialberi.blogspot.com/2010/12/natura-abhorret-vacuo.html

venerdì 24 dicembre 2010

ECONOMIA



Dall'età delle catastrofi
alla frana contemporanea

di Michele Nobile




Pubblichiamo in questo Post le ultime due parti del saggio di Michele Nobile "L'economia mondiale del capitalismo: sviluppo economico e catastrofi sociali".
Le prime due parti sono state pubblicate nel Post del 1 Dicembre, si possono anche trovare in "Etichette" sotto la voce ECONOMIA o Nobile Michele.
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NOTA DELL'AUTORE
Nel 1999 venni invitato dall’amico e compagno Luigi Cortesi a tenere una della serie di lezioni-discussioni che in quell’anno affiancavano il corso di Storia contemporanea della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Altri interventi vennero tenuti da Giorgio Nebbia, Marcello Cini e Nicola Labanca.
Questa è la seconda metà della rielaborazione di quella lezione. Il testo completo venne pubblicato nel n. 40 di Giano, nel 2002, con il titolo «L'economia mondiale del capitalismo: sviluppo economico e catastrofi sociali».
Segue una bibliografia parziale con scopi didattici.



Le radici del secolo americano
















Se il baricentro dell'economia europea si spostava verso la Germania, quello dell'economia mondiale si spostava, però, verso gli Stati Uniti d'America. L'influenza statunitense in Europa si era già fatta sentire attraverso crisi finanziarie, conseguenze dello straordinario decentramento del sistema finanziario nordamericano e delle occasioni speculative che questo favoriva; poi attraverso le esportazioni di prodotti agricoli, dei quali gli Stati Uniti erano e sono grandissimi esportatori, rese possibili dallo sviluppo dei trasporti interni e intercontinentali; infine attraverso le esportazioni di macchinario industriale. Nello stesso tempo gli Usa, come un gigantesco vortice, attraevano uomini e capitali a decine di milioni da tutto il mondo. Nel 1914 erano destinatari di più del 20% del totale mondiale degli investimenti diretti all'estero; viceversa, gli investimenti diretti all’estero degli Usa crebbero notevolmente dopo gli anni Settanta del XIX secolo, con una forte accelerazione all'inizio del nuovo secolo, specialmente verso l'Asia e l'America meridionale, ma nel complesso rimasero di molto inferiori a quelli britannici e francesi. Il dinamismo del capitale statunitense nel mondo era però chiaro e chiara era pure la coscienza dei suoi gruppi dominanti di dover espandere il mercato delle eccedenze nazionali.
Nonostante l'impatto crescente sull'economia e la politica internazionali, le dimensioni del mercato interno nord americano erano tali da assorbire una quota eccezionalmente alta del prodotto e da ridurre quindi il grado di apertura del paese, che da sempre aveva le tariffe doganali più alte tra i paesi dominanti.
Alle dimensioni geografiche e del mercato interno, che favorivano le economie di scala, si aggiungeva il fatto che, come in Germania, negli Usa si sviluppava l'integrazione tra ricerca scientifica ed applicazioni tecnologiche e, quindi, lo sviluppo dei nuovi settori produttivi e dei nuovi prodotti. Tipico degli Stati Uniti fu anche lo sviluppo precoce della produzione standardizzata di parti intercambiabili (cruciale per la produzione ed il buon uso di armi) e di nuove forme di organizzazione del lavoro, di cui la più nota e la più importante fu lo scientific management dell'ingegnere Frederick Taylor, i cui contributi sul piano tecnico sono meno noti di quelli gestionali ma, comunque, importanti ed indicativi delle linee di sviluppo dell'industria statunitense. La diffusione reale del taylorismo è minore di quanto comunemente si pensa, sia sul piano internazionale che su quello settoriale (in settori importanti come l'edilizia e la costruzione di infrastrutture, nell'agricoltura, nei servizi, nella produzione di macchine utensili, nella cantieristica, ad es., il taylorimo era ed è ancora poco o per nulla applicabile) ma, indubbiamente esso è rimasto, e rimane tuttora, la pietra di paragone di tutti gli sviluppi nell'organizzazione del lavoro.
Dimensioni del mercato, ricerca scientifica, economie di scala e gigantismo delle concentrazioni finanziarie ed industriali, innovazioni di processo e di prodotto: il tutto era animato dall'idea dell'espansione nel mondo della frontiera americana e sorretto da un riformismo politico ed amministrativo in cui l'azione politica e quella delle corporations tendevano ad integrarsi. Le riforme della Progressive Era ebbero effetti nefasti sul futuro del socialismo negli States.
Nel 1914 erano presenti tutti gli ingredienti affinché, una volta esplose in Europa le contraddizioni dello sviluppo dell'economia mondiale capitalistica, gli Stati Uniti d'America potessero proiettare nel mondo la potenza accumulata e fare del XX secolo il «secolo americano».
Forte di tutti quei vantaggi il Presidente Wilson poté permettersi, a danno dell'ancien régime europeo e contro l'antimperialismo rivoluzionario dei bolscevichi, di proclamare il diritto delle nazioni all'autodeterminazione, aprendo la via al principio dello sviluppo economico nazionale in una economia mondiale nella quale gli Stati Uniti avrebbero avuto una posizione dominante.

L'età delle catastrofi 1914-1945
















L'età delle catastrofi 1914-1945 si impone come un susseguirsi di esplosioni, risultanti dalle contraddizioni della «grande trasformazione» dei trent'anni precedenti a cavaliere dei due secoli. Essa contraddice l'idea progressista dell'evoluzione sociale graduale e organica. La modernizzazione richiede rapporti sociali, istituzioni, ideologie che apparentemente sembrano non-contemporanei e tradizionali. Questo è evidente in quel «modernismo reazionario» che coniugava industrializzazione e tecnica, potere carismatico e statalismo con l'irrazionalismo e l'aperto disprezzo per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità. E che conquistò il potere politico proprio in quei paesi in cui l'industrializzazione era stata più veloce: la Germania, essenzialmente e, a distanza, l’Italia .
Non credo che l'età delle catastrofi possa rientrare facilmente in uno schema ciclico o di onde lunghe di sviluppo e crisi. Non solo per quanto riguarda la sua genesi, ma anche per alcune tendenze strutturali e per l'ineguaglianza spaziale dei ritmi di sviluppo, quell'età continuava e sviluppava contraddizioni precedenti al primo scontro interimperialistico. Si può dire che lo scontro interimperialistico «non solo creò forze nuove e nuovi problemi, ma altresì aggravò, o accentuò, tendenze ch'erano già all'opera prima del 1914» (Aldcroft). Il problema che si pone allora è quello del rapporto tra i nuovi problemi postbellici e l'accentuarsi delle tendenze preesistenti alla guerra mondiale, tra la specifica congiuntura degli anni Venti e le trasformazioni strutturali dell'economia mondiale tra il XIX e il XX secolo.

In sintesi l'età delle catastrofi:

a) si caratterizza per l'altissima intensità del conflitto interimperialistico, con acme nelle guerre mondiali, scatenate dalla Germania (poi alleata al Giappone e all'Italia, tutti paesi «revisionisti» per quel che riguarda la spartizione delle aree di influenza tra le grandi potenze), ma di cui portano responsabilità anche le altre potenze. Si tratta di una problematica spesso espressa come lotta per l'egemonia mondiale o, meglio, come assenza di uno Stato egemone che potesse prendersi la responsabilità di creare regole e garanzie nell'economia mondiale. In effetti, l’intero periodo 1914-1945 può caratterizzarsi come una «guerra dei trent’anni»; in questa prospettiva non è accettabile la riduzione dei conflitti mondiali a scontro ideologico: nel 1914 tutte le potenze coinvolte, ad eccezione dell’autocrazia zarista, erano liberali e nella Seconda guerra mondiale la dittatura totalitaria stalinista fu a fianco delle potenze anglosassoni liberali, come già lo zarismo.

b) Intenso fu anche il conflitto tra capitale e lavoro, nella forma degli squilibri tra produzione e consumo e delle lotte sociali e politiche. I picchi della barbarie nella sua forma più disumana furono raggiunti dal fascismo e dal nazismo, che si radicavano nella risposta borghese a questo conflitto, pur non potendosi spiegare solo nei suoi termini. Nel caso del nazismo sono della massima rilevanza sia le condizioni imposte alla Germania dalle potenze imperialiste liberali vincitrici sia la depressione; il razzismo, l'antisemitismo, lo spirito di conquista coloniale e l'antibolscevismo, non erano certamente una esclusività nazi-fascista, ma nel nazismo acquistarono un impeto proprio raggiungendo gli atroci livelli parossistici che sappiamo e che non si prestano ad una analisi esclusivamente nei termini del tradizionale cinismo politico. D'altra parte, le politiche economiche del fascismo e del nazismo negli anni Trenta furono parte, con le loro peculiarità, di un processo di crisi generale della forma statale e dell'ideologia liberale e di ridefinizione dei rapporti tra Stato ed economia capitalistici. Negli Stati liberali, fino alle sperimentazioni di politica economica della seconda metà degli anni Trenta negli Usa, la logica sottostante i rapporti tra capitale e salariato non fu fondamentalmente diversa da quella prebellica.

Tra gli orrori controrivoluzionari vanno ricordati quelli dello stalinismo, che richiedono un discorso a parte per la natura non capitalistica della società sovietica. La collettivizzazione forzata, che seguiva anni in cui si incitavano i contadini ad arricchirsi e si negavano lo squilibrio crescente tra agricoltura ed industria e la necessità di avviare una pianificazione razionale, le centinaia di migliaia di morti ammazzati in esecuzioni sommarie, i milioni di deportati nei gulag (con altri milioni di morti), la distruzione del pensiero critico, l’impossibilità di un’autonoma organizzazione operaia e le purghe politiche, furono il complemento necessario dell’industrializzazione nell’Urss staliniana. Tutta la storia sovietica fu segnata da quella prima e inedita espressione di feroce irrazionalità burocratica: l’industria sovietica si sviluppò in estensione e in qualità ma, alla lunga, il sistema burocratico di pseudo-pianificazione risultò incapace di superare il capitalismo avanzato in termini di produttività e qualità dei prodotti. Sul piano della libertà politica e sindacale o della creatività artistica la possibilità di un confronto neppure si pone.
Comparativamente, il sistema sovietico si è rivelato una sorta di aborto storico. Non è senza buone ragioni, dunque, che la nomenklatura «comunista» abbia colto l’opportunità di trasformarsi da gestore burocratico di mezzi di produzione statali in proprietaria privata degli stessi, convertendosi in borghesia, l’ultimo e definitivo abbraccio tra la controrivoluzione staliniana e il capitalismo.

c) Si delineò il conflitto tra potenze coloniali e movimenti di liberazione nazionale, ma anche in questo caso sulla base di contraddizioni che prolungavano le tendenze precedenti.

d) Emerse un conflitto qualitativamente nuovo: quello tra capitalismo e Unione Sovietica. Per la prima volta nella storia del mondo l'esplodere delle contraddizioni intercapitalistiche e della barbarie su scala mai vista produssero nell’impero zarista un movimento di milioni di uomini e di donne che iniziarono a costruire, con un prezzo enorme, un’alternativa al capitalismo, trasformando la partecipazione alla guerra imperialista in guerra di classe. Il protrarsi della guerra civile, l'aggressione esterna, il fallimento dei tentativi rivoluzionari nel resto d'Europa, gli errori dei bolscevichi (anche prima della guerra civile), contribuirono a deformare orrendamente l'alternativa socialista in embrione, senza però riuscire a schiacciare il nuovo Stato. Quest'ultimo tipo di conflitto si sovrappose ai precedenti, risultando nella strana e temporanea alleanza tra Urss ed angloamericani contro gli aggressori nazisti e fascisti, e continuò in modo da contraddistinguere su scala mondiale, e non solo continentale, il secondo dopoguerra. La sua specificità e dinamica possono intendersi considerando simultaneamente sia la natura sociale, non capitalistica, della società sovietica, sia il fatto che la burocrazia dominante in Urss, almeno dalla metà degli anni Venti, perseguì i propri interessi statali-nazionali e non quelli della rivoluzione mondiale, dalle cui sorti Lenin e Trotsky avevano fatto dipendere la stessa sopravvivenza del nuovo Stato. L'Urss riuscì a sopravvivere, ma tradendo le promesse della rivoluzione.

La Prima guerra mondiale fu un cataclisma umano, economico, psicologico, ideologico, geopolitico, un terremoto le cui onde si fecero sentire fino ai primi anni Venti nei tentativi rivoluzionari e nei successi controrivoluzionari.

Ma, tenendo presente la portata del cataclisma, quel che colpisce è la relativa continuità dei problemi e delle tendenze economiche fondamentali nel dopoguerra fino agli anni Trenta ed alla guerra mondiale.

Nel complesso la produzione industriale mondiale, secondo diverse misurazioni, continuò a crescere nel 1913-1929 rispetto al periodo precedente, specialmente dopo il 1924; nel centro imperialistico crebbe in modo ineguale, con la riduzione della quota dei paesi europei sul totale, specialmente dell'Inghilterra e della Germania, e l'aumento di quella degli Usa, del Giappone e del Canada.
In Germania gli squilibri aumentarono, a causa dell'ineguaglianza dei ritmi di crescita della produzione di beni di consumo rispetto alla produzione di mezzi di produzione, aggravata dalla razionalizzazione industriale. Le esportazioni ricominciarono a crescere nella seconda metà degli anni Venti, ma probabilmente realizzando profitti minori.
Negli Stati Uniti l'attività economica fu espansiva dal 1923 quasi fino al crollo della borsa, alimentata dal credito e dall'intensa attività speculativa immobiliare ed in titoli. La disoccupazione si mantenne molto bassa, l'occupazione crebbe nei servizi e nell'edilizia, nella quale si verificò un boom nella prima metà del decennio, ma stagnò nel settore manifatturiero, che però aumentò la produzione grazie ad una maggiore produttività per addetto. L'industria automobilistica ebbe il suo boom e i consumi, anche dei beni durevoli, crebbero in modo considerevole: questi ultimi con un ritmo più lento verso la fine del decennio, come l'investimento (nel 1927-1928).
Nel nel periodo tra le guerre mondiali non si ebbero innovazioni tecnologiche rivoluzionarie, ma si diffusero quelle di processo e di prodotto già emerse.
Nei paesi della «periferia» la Prima guerra mondiale costituì un impulso all'espansione della produzione primaria che, certamente con risultati diversi e crisi specifiche, continuò a crescere anche dopo la fine della guerra, specialmente quella di materie prime per l’industria. Molti studiosi attribuiscono al crollo dei prezzi dei prodotti primari ed al crescente indebitamento estero di questi paesi, in particolare dell'Europa centrale, una funzione determinante nella spiegazione dell'origine della depressione degli anni Trenta: certamente questi fattori contribuirono alla sua lunghezza ed intensità.
Se si guarda alla produzione industriale si può dire che in alcuni paesi sud americani prima della guerra era già iniziata la creazione spontanea di industrie «leggere» e di trasformazione, in particolare tessili e conserviere, processo continuato durante il conflitto mondiale. La rivoluzione messicana fece crollare la produzione industriale, ma questa si riprese negli anni Venti e, come in Brasile e più tardi in Argentina, dopo la scossa dei primi anni Trenta diminuì il peso delle importazioni. Il nazionalismo più o meno populista iniziò, costretto dalle circostanze internazionali ma anche dalle lotte interne, un marcato intervento statale nell'economia. Quest'ultimo punto ci porta però ben dentro la seconda metà degli anni Trenta e fino agli effetti della Seconda guerra mondiale, specialmente se si considera il bonapartismo di Perón, il fenomeno politico sudamericano maggiore tra la rivoluzione messicana e quella cubana.

Alcune note sulla Depressione e la guerra mondiale


















La ripulsa da parte del partito socialdemocratico tedesco del piano di Woytinski, Tarnow e Baade per il sostegno della domanda e l'espansione della spesa pubblica, o di idee simili avanzate dal Trade Union Congress, e addirittura dei liberali influenzati da Keynes, da parte dei laburisti al governo, evidenzia perfettamente quanto, nei primi anni Trenta, gli sguardi fossero rivolti al passato. La Gran Bretagna ritornò al gold standard (in realtà a un gold exchange standard, in cui tra le riserve figurano anche monete legate all'oro) nel 1925 e vi rimase fino al 1931, gli Stati Uniti lo mantennero dal 1919 al 1933, e paesi come il Belgio, la Francia e l'Italia rimasero attaccati all'oro fino al 1935 o al 1936. Ancora nel 1936 il governo di fronte popolare di Blum, mentre adottava misure di sostegno della domanda e favorevoli ai sindacati, negava la possibilità della svalutazione, alla quale fu costretto dopo pochi mesi.
Nell'analisi delle cause scatenanti della depressione o della sua diffusione e severità si attribuiscono, in modo eclettico ed in proporzioni variabili, grandi responsabilità agli errori di politica economica e monetaria, all'assenza di uno Stato egemone disposto ad accollarsi le responsabilità del mantenimento dell'ordine internazionale e delle funzioni del prestatore di ultima istanza, al crescente protezionismo, all'idealizzazione del gold standard.
Il rischio è che ci si ponga le domande sbagliate o che, comunque, non si possa spiegare perché non vennero fatte le mosse giuste, perché le risposte alla crisi furono così diverse, variando tra l'ortodossia della deflazione voluta, il protezionismo e la svalutazione, mosse, queste ultime due, che si discostavano dalla ortodossia senza rompere con essa, da una parte, ed il sostegno alla domanda dall'altra, autentica rottura con l'ortodossia; e perché solo con la preparazione della guerra alcuni paesi uscirono dalla depressione. Una impostazione di questo tipo si rifletterà sull'interpretazione delle «età dell'oro» postbellica e della frana, enfatizzando la gestione «politica» dell'economia e facendo del «keynesismo» la chiave di volta sia della crescita sia della proposta politica per uscire dallo stallo attuale. Il rischio è che la formazione dell'assetto caratterizzante il periodo di crescita nei diversi paesi sia ridotto ad un unico modello «keynesiano» e «fordista», partorito in modo indolore e magari già adulto e compiuto intorno al 1950. Potrebbero passare in secondo piano i nessi tra condizioni della depressione e catastrofe bellica, e tra il bellicismo e la fase qualitativamente nuova dopo la guerra mondiale.
L'impressione è che si lamenti, anacronisticamente, l'inesistenza di ciò che non poteva ancora esistere in forma compiuta prima della stessa catastrofe economica e del secondo massacro mondiale. Se non si confonde in un unico mazzo ogni forma storica dell'intervento statale nell'economia, possiamo dire che la politica economica non poteva darsi organicamente fino a quando veniva privilegiato il vincolo estero posto dal gold exchange standard.
Solo rompendo quel vincolo l'azione statale poteva non limitarsi più a garantire le condizioni esterne o generali del processo di accumulazione ma intervenire direttamente (ma in modo comunque contraddittorio e limitato) sulla conformazione della divisione sociale del lavoro e su aspetti importanti dei rapporti di produzione. La grande depressione comportò un salto nella qualità capitalistica dello Stato e dei suoi rapporti con l'economia, salto che deve considerarsi irreversibile, quali che siano i trionfi vantati dal cosiddetto neo-liberismo e dal neoclassicismo globale di destra e di sinistra. Quel che cambiano, anche profondamente ed in modo tale da segnare distinti periodi storici, sono i rapporti di forza sociali e gli orientamenti e gli strumenti della politica economica, non i dati strutturali della riarticolazione dei rapporti tra Stato ed economia a partire dalle guerre mondiali e dalla depressione e della imprescindibilità dell’intervento statale nell’economia, irriducibile a un modello (neo)liberista o di tendenziale obsolescenza della statualità in un’economia divenuta «globale».
Di questo fa parte la combinazione della gestione della moneta e della forza lavoro: e fu durante il New Deal che si crearono le condizioni sociali e politiche che spinsero verso esperimenti in questo senso e verso il riconoscimento del diritto alla contrattazione collettiva, inserendo a tutti gli effetti la riproduzione della forza lavoro nella riproduzione allargata del capitale.
Il riconoscimento reale dei diritti economico-sociali, peraltro, non fu per nulla pacifico: se esso venne avviato dal New Deal, in pratica dovette passare attraverso i terribili sacrifici della guerra e la sconfitta delle lotte più radicali del movimento operaio post-bellico. Esso avvenne effettivamente, quindi, solo quando si verificò il rilancio dell'accumulazione di capitale nel nuovo contesto internazionale, segnato dalle ineguali condizioni dell'Europa e del Giappone rispetto agli Usa e dal «contenimento del comunismo», e solo quando fu chiaro che le prerogative della borghesia non sarebbero state messe in discussione, rimanendo contrattazione, salario ed occupazione variabili dipendenti dall'accumulazione. Il dinamismo dell’accumulazione di capitale permise la crescita del salario reale, a ritmi diversi nei diversi paesi e settori produttivi, insieme all’approfondirsi del processo di mercificazione e, anche in questo caso con estensione e modalità molto diverse, lo sviluppo del welfare State.
Se un compromesso di classe vi fu, fu compromesso tra vincitori e vinti.

Ma perché il ritorno al gold standard tra le guerre? Perché le resistenze alla rottura con l'ortodossia nei rapporti tra Stato ed economia?
Il «pacifismo» impersonale del gold standard richiedeva la centralità indiscussa di Londra e la convergenza tra interessi nazionali e ordine finanziario internazionale, tra le ragioni della mobilità internazionale del capitale e quelle dello sviluppo interno. Convergenza progressivamente venuta meno già prima della guerra mondiale, con lo sviluppo tedesco e nordamericano, e l'acuirsi delle tensioni internazionali, poi spezzata dall'asimmetria dei rapporti commerciali e finanziari postbellici: rapporti che potevano tenere solo con adeguati flussi finanziari dagli Usa, in particolare verso la Germania. Quando, nel secondo semestre del 1928, questi flussi si invertirono, congiuntamente all'afflusso d'oro verso la Banca di Francia, nel quadro del gold standard le politiche monetarie e fiscali degli altri paesi dovevano farsi più restrittive, cercando nello stesso tempo di ridurre le importazioni e di aumentare le esportazioni, avviando un circolo che avrebbe portato, anche a causa della contrazione nordamericana, alla catena dei fallimenti bancari (1931), alla crisi di fiducia nella convertibilità, all'abbandono del gold standard ed alla svalutazione.
L'attaccamento al gold standard non era però un fatto meramente culturale e psicologico.
Con il gold standard si intendeva riaffermare l'oggettività e l'impersonalità del dominio della moneta e dei rapporti monetari capitalistici, sottraendo il processo economico all'arbitrio della volontà politica e alle pressioni dal basso sul bilancio statale. Insieme al libero scambio esso rappresentava l’agognato ristabilirsi dell'ordine sociale interno, oltre che internazionale. Ma né l'uno né l'altro erano più gli stessi. Tentare di ritornare al passato significava aggravare le contraddizioni e le tensioni prebelliche elevandone ancora il potenziale esplosivo innescabile da un qualche shock.
Il gold standard era coerente con alcuni fatti sociali fondamentali: la relativa continuità del rapporto di lavoro salariato prima e dopo la guerra, la schiacciante vittoria sul proletariato in Italia, il prevalere di determinate frazioni e settori della classe dominante su altre: in genere dell'industria sull'agricoltura, della City nel Regno Unito, della finanza, dell'industria e dell'agricoltura di esportazione negli Usa, dell'industria esportatrice in Germania.

Il conservatorismo socialdemocratico rende bene quanto la sconfitta dei movimenti operai nella prima metà degli anni Venti e la stabilizzazione del potere borghese, di cui aveva già parlato Trotsky al Terzo congresso dell'Internazionale comunista nel 1921, impedissero quelle riforme che, in linea teorica, avrebbero potuto almeno alleviare la depressione degli anni Trenta. Per Trotsky, così come poi, ma su tutt’altre basi politiche, per l'Internazionale stalinista, la stabilizzazione era solo temporanea, in quanto l'epoca iniziata sarebbe stata caratterizzata da guerre e rivoluzioni. Lo scontro politico nel Partito Comunista si concentrava piuttosto sulla valutazione congiunturale dei rapporti di forza tra le classi e strategicamente sulle alleanze politiche e sul rapporto tra salvaguardia dell'Urss e processi rivoluzionari nel mondo, tra possibilità del «socialismo in un solo paese» e «rivoluzione permanente». Per Varga, l'economista interprete della linea del Komintern, la depressione iniziava un nuovo e più alto stadio della crisi generale del capitalismo. Nei primi anni Trenta in Germania l'Internazionale e il Kpd sostenevano che il nemico principale del movimento operaio fosse la socialdemocrazia, ammettendo solo il «fronte unico dal basso», che si voleva settariamente egemonizzato dal Kpd; sulla base di un'analisi «epocale» non dissimile, Trotsky era invece fautore del fronte unico di tutte le organizzazioni operaie e dell'autodifesa comune: posizione classista ben diversa non solo da quella «ultrasinistra» del Komintern dei primissimi anni Trenta, ma opposta anche a quella dei fronti popolari interclassisti, frutto dell'ennesimo zigzag della burocrazia staliniana, fallimentare in Francia e catastrofico in Spagna.

La depressione e l'assalto nazista al potere sembravano inverare le prognosi circa la crisi da sottoconsumo delle masse popolari, l'esaurimento del liberalismo, l'imminenza della catastrofe bellica. L'interventismo nazista e il New Deal ponevano su basi più concrete ed ampie la discussione sul «capitalismo organizzato». Si oscillava tra la tesi eterodossa della subordinazione dell'economia alla politica nel quadro del «capitalismo monopolistico di Stato» dominato dalla pianificazione burocratica, fino a quella estrema del nuovo modo di produzione totalitario del «collettivismo burocratico», e quella secondo cui l'intervento statale non modificava le leggi fondamentali del capitalismo, per i comunisti destinato non a crollare spontaneamente per motivi economici ma sotto i colpi della guerra e della rivoluzione. Si possono segnalare le polemiche interne alla «scuola di Francoforte» tra Pollock e Neumann, la tesi del «collettivismo burocratico» di Bruno Rizzi sul sorgere di una nuova classe sociale affermatasi nell'Urss, nell'Italia fascista e nella Germania nazista, le riflessioni di Polanyi, l'elaborazione di Michael Kalecki, che anticipava Keynes mettendo però in luce i limiti politici al sostegno della domanda, The theory of capitalist development di Paul Sweezy. Una discussione che sarebbe continuata a lungo, fino agli Settanta ed alla tesi dello Stato-piano di Antonio Negri, giusto a ridosso delle vittorie elettorali della «nuova destra» «neoliberista» della Thatcher e di Reagan.

Lo sviluppo e l'estensione dell'economia mondiale nell'ultimo quarto del XIX secolo e la transizione verso forme monopolistiche di capitalismo acuirono le tensioni intercapitalistiche, portandole alla guerra. Quest'ultima, nonostante l'enorme carneficina e gli sconvolgimenti geopolitici, non stroncò la Gerschenkron-wave di crescita mondiale ma ne accentuò l'ineguaglianza di sviluppo ed introdusse nuovi problemi. Con la stabilizzazione e il gold exchange standard sembrò trionfare lo «spirito» prebellico nei confronti del lavoro salariato. Rimaneva aperto, e non risolto, il problema dell'integrazione del consumo dei nuovi beni durevoli nel prezzo della forza lavoro, la cui organizzazione era cresciuta e che poteva ispirarsi anche all'esempio rivoluzionario russo.
Rimanevano aperti e non risolti anche i problemi di sovrapproduzione e di sovraccumulazione di capitale, che il gold exchange standard e la fame d'oro aggravavano, fino a quando non crollò il sistema monetario internazionale, insieme all'occupazione, alla produzione ed all'investimento. Con l'avvento del nazismo e la sua espansione in Europa, l'invasione della Manciuria e l'aggressione all'Etiopia da parte, rispettivamente, del Giappone e dell’Italia, si ripresentavano su scala ampliata ed intensificata i problemi sottostanti la Prima guerra mondiale.
La profondità della depressione degli anni Trenta non fu la crisi finale del capitalismo, né esso entrò in putrefazione a causa dei monopoli e dell'intervento statale. La depressione sconvolse i rapporti tra le classi e nelle classi e fu la madre del nazismo, del riarmo e della guerra mondiale, della barbarie e di una gigantesca distruzione di vite e di valori, che pure furono gli impulsi determinanti per la fuoriuscita dalla depressione attraverso l'espansione della spesa pubblica, dopo l'abbandono del regime aureo. Le sofferenze della depressione e della guerra furono la fornace nella quale si bruciarono le contraddizioni interimperialistiche dello sviluppo del capitalismo mondiale tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo e che consolidò il capitalismo dei monopoli.

Stagnazione economica, crisi dei modelli di sviluppo e ricerca del nemico

Quando il Presidente Truman autorizzò lo scatenamento della potenza del Sole su Hiroshima e Nagasaki, città di un Giappone già sull'orlo della resa, chiudeva di fatto la Seconda guerra mondiale ed iniziava una nuova era; nello stesso tempo si evidenziava il tragico paradosso della trasformazione della creatività umana in inedite capacità di distruzione. Horkheimer e Adorno vedevano la barbarie in atto, ma presagivano anche la paradossalità dei decenni futuri.
La Seconda guerra mondiale pose fine alla catastrofica conflittualità bellica tra le grandi potenze capitaliste, trasformandola nella possibilità latente della distruzione nucleare della civiltà umana. La barbarie venne allontanata da (quasi) tutta l'Europa ma non dalle colonie o dai paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una nuova sfera di diritti, quelli economico-sociali, venne sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e si affermò faticosamente, parzialmente e in modo ineguale, nei paesi a capitalismo avanzato: ma l'ineguaglianza continuò ad approfondirsi su scala mondiale. Il «modo di vita americano», alimentato dal consumo e dalla proprietà di beni durevoli (la casa, l'automobile, gli elettrodomestici) e dalla diffusione dell'istruzione superiore, sembrò trasformare negli Stati Uniti la maggior parte dei salariati in una middle class e divenne un riferimento per i salariati europei e giapponesi. Intanto gli equilibri ambientali si trasformavano, spesso in peggio, dando luogo alla forma contemporanea dei movimenti e dei problemi ecologici, l'agricoltura si industrializzava, il consumo (o la distruzione) delle risorse naturali si intensificava come non mai. Mentre si teorizzava la fine del ciclo economico e l'avvento di un'epoca di prosperità senza fine, la concorrenza economica tra Stati Uniti, Germania e Giappone si intensificava, minando gli assetti internazionali ed anche interni, rivelandone la precaria storicità. Le lotte sociali e la crisi economica dei primi anni Settanta rilanciarono la discussione sui cicli lunghi e quindi sull'alternanza di crisi e sviluppo.
Non è questa la sede per discutere più analiticamente se la crisi degli anni Settanta sia conseguenza dell'esaurirsi di un «modello fordista-keynesiano» o delle rendite tecnologiche e della crescita della produttività, oppure dell'effetto delle lotte sociali nazionali o della concorrenza internazionale sul profitto, se esprima il prevalere della tendenza alla caduta del saggio di profitto sulle controtendenze, costituendo quindi essenzialmente una crisi del processo di valorizzazione del capitale, o piuttosto risulti da una crisi della domanda aggregata e quindi della realizzazione del plusvalore, o una qualche combinazione di queste possibilità.

La sinergia tra le lotte dei salariati, dei nuovi movimenti sociali e dei movimenti antimperialisti originò quello straordinario fenomeno indicabile come il «1968», probabilmente l'unico caso veramente mondiale di confluenza nella stessa congiuntura di movimenti di massa anticapitalistici (ed antiburocratici: Cina, Jugoslavia, Cecoslovacchia). Senza dubbio il «1968», che è un fenomeno globale e multidimensionale, aggravò l'incipiente crisi dei rapporti economici tra i paesi a capitalismo avanzato, di cui fu espressione il crollo, pilotato, del sistema monetario detto di Bretton Woods (la conferenza di Bretton Woods ebbe luogo nel 1944, ma il «sistema» fu veramente operativo solo dal 1958 e quindi per non più di un decennio). Ma nel complesso, sul piano economico ed in rapporto al rendimento del capitale, gli effetti del «1968» furono congiunturali, limitati ai primi anni Settanta, e pienamente comprensibili solo nel quadro della intensificata concorrenza interimperialistica, risultato del successo dello sviluppo capitalistico.
A fronte della crescita della disoccupazione, della ristrutturazione industriale e della deindustrializzazione di alcune regioni, dell'attacco al salario ed al welfare-state, del rovesciamento di tendenze nella distribuzione del reddito e nella politica economica, alla crisi del «debito estero» ed ai programmi di «austerità» nei paesi detti in via di sviluppo, non è credibile che si possano imputare alle lotte sociali ed alla «rigidità del lavoro» le difficoltà dell’investimento e la modesta crescita del prodotto interno degli anni Ottanta e Novanta. Questa è la posizione di una classe sociale che su scala mondiale non riesce a trovare le risorse per uscire dalle proprie contraddizioni, se non gestendole in modo da scaricarle sui più deboli. Dal punto di vista del rilancio dello sviluppo capitalistico quelle precedenti sono condizioni necessarie ma non sufficienti per uscire dalla stagnazione.
Se si considerano tutti i principali indicatori della crescita economica, tasso dell'investimento, tasso di profitto, tasso di disoccupazione, tasso dei salari reali, tasso di produttività, tasso di crescita del commercio mondiale, l'unica conclusione che si può trarre è che gli anni Ottanta sono stati peggiori degli anni Settanta, e gli anni Novanta sono peggiori degli anni Ottanta. Ogni vantato miglioramento è tale solo relativamente a un ventennio di sostanziale stagnazione per l'economia mondiale, e di regresso per centinaia di milioni di individui. Naturalmente questo vale per il complesso delle attività economiche nazionali e dei paesi. Stagnazione e regressi non si distribuiscono egualmente né geograficamente né nel tempo né quanto a portata.
A quelli dell'Africa e dell'America latina si aggiungono, negli anni Novanta, regressi gravi nelle condizioni di vita nei paesi ex «socialisti» e, più recentemente, negli «emergenti» asiatici.
Se una crisi dell'idea di progresso esiste, dal punto di vista dell'economia mondiale, essa è innanzitutto crisi della teoria liberale dello sviluppo e della modernizzazione, e crisi dell'idea della transizione al socialismo mediante la pianificazione statale burocratica.
In un quarto di secolo sono stati «bruciati» o duramente colpiti quattro modelli di progresso sociale, economico e politico nella cui rappresentazione idealtipica si mescolano indicazioni operative e ideologia:

a) il modello di sviluppo nazionale mediante sostituzione delle importazioni, di cui esempio tipico era la posizione della Commissione Economica per l'America Latina dell'Onu, diretta da Raul Prebisch;

b) il modello «occidentale», liberale ma caratterizzato dall'espansione dell'intervento statale nei rapporti socio-economici, spesso etichettato come socialdemocratico o keynesiano;

c) il modello «sovietico» di pianificazione burocratica e di statalizzazione economica dei mezzi di produzione;

d) e infine, nel 1997, è entrato in crisi quello che sembrava il modello emergente e vincente di sviluppo mediante la promozione delle esportazioni industriali, caratterizzato dalla flessibilità del lavoro e da un ruolo di primo piano dello Stato e della regolazione del credito: quello «orientale», delle tigri asiatiche. Crisi che getta un'ombra anche sul modello detto neoliberale, centrato sull'offerta e l'attacco al salario e al welfare-state.

Con questi modelli difficilmente si possono spiegare i processi reali. Essi andrebbero piuttosto considerati come classi comprensive di diverse varianti specifiche. Ma dietro la crisi della rappresentazione idealtipica c'è, appunto, la crisi reale delle forme storiche che non è né geneticamente né nei suoi effetti un processo esclusivamente economico. Deriva, infatti, dall'insieme delle contraddizioni sociali, anche politiche ed ideologiche delle formazioni sociali dell'economia mondiale.
Si può anche notare che la «crisi del debito estero» ha rivelato che le strategie di sviluppo nazionale e statalistiche non costituivano forme di rottura ma piuttosto di articolazione nell'economia mondiale capitalistica (anche per i paesi detti socialisti), e più precisamente di un'articolazione che ha trasformato le società senza eliminare la dipendenza e i differenziali di sviluppo. Ma la durezza di quella stessa crisi non può essere compresa al di fuori degli shock petroliferi, che hanno colpito molti «paesi in via di sviluppo», o della riduzione del prezzo del petrolio negli anni Ottanta (che ha colpito paesi esportatori di petrolio fortemente indebitati come il Messico o il Venezuela o la Nigeria). E specialmente non può essere compresa al di fuori della politica monetaria statunitense e della politicizzazione della questione del debito a favore dei creditori: dei grandi consorzi delle banche «occidentali», spalleggiate dai loro governi e dal Fmi e dalla Banca Mondiale. Senza l'appoggio dei governi dei paesi imperialisti e delle istituzioni internazionali il «mercato» della finanza internazionale, per quanto molto concentrato, non avrebbe potuto imporsi in modo così schiacciante sui paesi debitori, con effetti spesso incontrollabili sulle loro società e sulla loro stessa integrità statale.
E' una crisi che richiede anche risposte politiche, militari ed ideologiche. In un contesto in cui i rapporti tra le classi non sembrano poter determinare «spontaneamente» un rilancio dell'accumulazione, il «keynesismo militare» svolge un ruolo importante sia per motivi interni sia per condizionare gli assetti geopolitici e socioeconomici nel quadro della competizione mondiale. Da qui anche la necessità di scoprire nemici ben selezionati della stabilità internazionale e della democrazia.
La spesa militare statunitense negli anni precedenti la fine dell'Urss non è quasi mai scesa sotto il 5% del Pnl, nel 1985 raggiunse il 7%: un'impulso notevole all'attività economica, specialmente nei settori a più alta tecnologia. Un modo per garantire statualmente i profitti e di pianificare parte dell'attività economica senza intaccare le prerogative manageriali ed i rapporti di proprietà.
Oggi la percentuale della spesa militare Usa sul totale della spesa militare mondiale è più alta che nell'anno di picco della «seconda guerra fredda», il 1985, maggiore delle spese militari della Russia, del Giappone, della Cina, della Gran Bretagna, della Germania, della Francia sommate insieme. Lo Stato sociale è ovunque sotto attacco in nome dell'antistatalismo e della flessibilità del lavoro; ma il «keynesismo militare» e il militarismo «umanitario» conoscono nuovi fasti, come al tempo del «fardello dell’uomo bianco». Viene così ribadita la centralità dell'azione statale, o meglio dell'azione di alcuni grandi Stati, nell'economia nazionale e mondiale.
Un «keynesismo militare» tanto più necessario quanto più se si considera che, con le parole di Lester Thurow: «Gli eterni capisaldi del capitalismo - la crescita economica, la piena occupazione, l'aumento dei salari reali, la stabilità finanziaria - sembrano svanire proprio mentre svaniscono anche i suoi nemici».
Ma il «keynesismo militare» non può da solo rilanciare l'espansione, né è detto che i processi innescati su scala internazionale dalla piena mobilità dei capitali e dal neoliberismo siano controllabili.
Le sofferenze inflitte a centinaia di milioni di individui in carne ed ossa in nome dei sacri principî della libertà economica e del pagamento degli interessi sono parte integrante dell'età che Hobsbawm definisce «la frana». Essa, pur con tutte le differenze rispetto all'età della catastrofe», sembra manifestare una caratteristica del secolo e forse dell'intera storia dello sviluppo capitalistico: l'oscillazione del pendolo tra progresso civile e rinnovata barbarie, tra sviluppo e crisi. Dalla guerra tra paesi «socialisti», tra Cina e Vietnam, Vietnam e Cambogia alla «seconda guerra fredda» degli anni Ottanta; dai massacri dei khmer rossi al genocidio ruandese; dal macello in America Centrale all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq ed alla guerra interminata che ne è seguita; dai test nucleari pakistani ed indiani alle «pulizie etniche» nel territorio della ex Jugoslavia, fino alla «guerra umanitaria» in corso mentre parlo: ho omesso molto, ma già da questo incompleto elenco si può vedere una «qualità» nuova della conflittualità sulla scena mondiale.
Quelli appena accennati sono fenomeni dai quali non si può prescindere per una interpretazione dei processi economici, che non si verificano in condizioni di «purezza» ma che sono spesso all'origine degli stessi conflitti e da essi sono a loro volta condizionati.
Si può portare l'esempio del processo di sfaldamento della Federazione Jugoslava, iniziato quasi venti anni fa, in cui hanno avuto un ruolo di rilievo, come in altri paesi detti «in via di sviluppo» o in paesi «socialisti», il problema della distribuzione del peso del debito estero accumulato negli anni Settanta tra le varie Repubbliche, e le misure di «aggiustamento» imposte dal Fondo Monetario Internazionale.
Lungi dal realizzarsi, a più di mezzo secolo dal termine dell'età della catastrofe, le promesse dell'illuminismo si allontanano. Venuta meno la minaccia, presunta o reale che fosse, dell'«espansionismo comunista» e sfaldatosi il blocco sovietico, in un modo che contraddice decenni di elaborazioni basate su quella nozione di «totalitarismo» che confondeva stalinismo e nazismo assolvendo il capitalismo liberale, assistiamo non al sorgere di un epoca di disarmo e di pace universale ma, piuttosto, all'emergere di pulsioni razziste e genocide che nell'età d'oro sembravano, nonostante aspri conflitti, se non scomparse almeno sommerse da una logica diversa, più politica, più universalistica. Da qui anche la difficoltà di distinguere i «buoni» ed i «cattivi», mentre si consumano tragedie sulla pelle di interi popoli.
L'economia mondiale del secolo, nonostante le tesi sulla formazione di un «mondo socialista» e di un «mercato socialista» semiautarchici, è sempre stata dominata dal capitalismo. Oggi esso non ha più alibi.

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Bibliografia essenziale

I testi a cui accenno inizialmente sono la Dialettica dell'illuminismo, di Theodor Adorno e Max Horkheimer, Einaudi, Torino, 1966 e Il secolo breve di Eric Hobsbawm, Rizzoli, Milano, 1995. Altri testi intorno al libro di Hobsbawm: a cura di Silvio Pons, L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma, 1988; Agosti, Gallerano, Sofri, in Passato e presente, n. 37, gennaio-aprile 1996; gli interventi di Therborn, Nairn e Mann sulla New Left Review n. I/214, novembre-dicembre 1995; Luigi Cortesi, «Appunti sul «Secolo breve» di Hobsbawn», in Giano n. 21, 1995. I saggi in L'economia mondiale nel Novecento. Una sintesi, un dibattito, il Mulino, Bologna, 1998, prendono spunto da un saggio del curatore Pierluigi Ciocca, ma il confronto con Hobsbawm è esplicitamente o implicitamente costante.

Per le trasformazioni storiche delle concezioni dello spazio e del tempo: Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Bologna 1988; David Harvey tratta ampiamente la compressione spazio-temporale nell'epoca dell'accumulazione flessibile e del postmodernismo in La crisi della modernità, il Saggiatore, Milano, 1993.

Sulle guerre mondiali e l'economia: Pierre Leon, Guerre e crisi 1914-1947, Laterza, Roma-Bari, 1979, e Alan Milward, Guerra, economia e società 1939-1945, Etas, Milano, 1983.

Sul processo di industrializzazione: di Alexander Gerschenkron Il problema storico dell'arretratezza economica, Einaudi, Torino, 1970 e La continuità storica. Teoria e storia economica, Einaudi, Torino, 1976; di Tom Kemp, L'industrializzazione in Europa nell'800, il Mulino, Bologna, 1975, Modelli di industrializzazione, Laterza, Roma-Bari, 1981 e Industrialization in the non-western world, Longman, London-New York, 1989; David Landes, Prometeo liberato, Einaudi, Torino, 1978, e la discusione in A che servono i padroni? Le alternative storiche dell'industrializzazione, Bollati e Boringhieri, Torino, 1987; Alan Milward e Saul Berrick, Storia economica dell’Europa continentale 1780-1870, e Storia economica dell’Europa continentale 1850-1914, il Mulino, Bologna, 1979; Sidney Pollard, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, il Mulino, Bologna, 1984.

Sugli Stati Uniti: Pier Angelo Toninelli, Nascita di una nazione. Lo sviluppo economico degli Stati Uniti (1780-1914), il Mulino, Bologna, 1993; Michel Aglietta, A theory of capitalist regulation. The U. S. experience, New Left Books, London, 1979; G. Gordon, R. Edwards, M. Reich, Segmented work, divided workers, Cambridge University Press, Cambridge 1981; D. M. Kotz, T. McDonough, M. Reich (a cura di), Social structures of accumulation. The political economy of growth and crisis, Cambridge University Press, 1994. Gli ultimi tre libri si segnalano come particolarmente importanti anche per comprendere gli approcci teorici della scuola della regolazione e delle strutture sociali dell'accumulazione. Per la critica teorica e storica della scuola della regolazione: Robert Brenner, Mark Glick, «The regulation approach: theory and history», in New left review n. I/188, luglio-agosto 1991.

Sull'industrializzazione del Giappone: E.H. Norman, La nascita del Giappone moderno. Il ruolo dello Stato nella transizione dal feudalesimo al capitalismo, Einaudi, Torino, 1975; Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975; Franco Mazzei, Il capitalismo giapponese. Gli stadi di sviluppo, Liguori, Napoli, 1979; Jon Halliday, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.

Sulla problematica dei cicli e delle onde lunghe: Nicolaj Kondratev, I cicli economici maggiori, a cura di Giorgio Gattei, Cappelli, Bologna, 1981, che contiene la critica di George Garvy del 1943; Angus Maddison, Le fasi di sviluppo del capitalismo, Giuffrè, Milano, 1987 e Monitoring the world economy, 1820-1992, Oecd, Paris, 1995. Il punto della ricerca è nei saggi raccolti in New findings in long-wave research, St. Martin's Press, New York, 1992, a cura di Alfred Kleinknecht, Ernest Mandel e Immanuel Wallerstein; il principale teorico marxista delle onde lunghe, e per chi scrive anche il miglior economista marxista del dopoguerra, è Mandel, di cui si possono leggere: Long waves in capitalist development: the marxist interpretation, Cambridge University Press, Cambridge, 1980, e specialmente Late capitalism, Verso, London, 1975. Dello stesso in traduzione italiana è stato ripubblicato recentemente il Trattato marxista di economia, Erre emme, Roma, 1997 (la cui prima edizione è del 1962). Si vedano anche, per i rapporti tra egemonie e cicli di sviluppo e crisi del capitalismo: Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 1996 e Charles P. Kindleberger, I primi del mondo. L'egemonia economica dalla Venezia del Quattrocento al Giappone di oggi, Donzelli, Roma, 1997. A questi testi possono essere accostati: Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989, e Robert Gilpin, Politica ed economia delle relazioni internazionali, il Mulino, Bologna, 1990.

Sulla critica della teoria delle onde lunghe: Solomos Solomou, Phases of economic growth, 1850-1973: Kondratieff waves and Kuznets swings, Cambridge University Press, Cambridge, 1987; Andrew Tylecote, The long-wave in the wordl economy. The present crisis in historical perspective, Routledge, London and N. Y., 1992; e di Richard Day, «The theory of the long cycle: Kondratiev, Trotsky, Mandel», sulla New Left Review n. I/99, settembre-ottobre 1976.

Sull'imperialismo: Giampiero Carocci, L'età dell'imperialismo (1870-1918), il Mulino, Bologna, 1989; di Eric Hobsbawm, L'età degli imperi, 1875-1914, Mondadori, Milano, 1996 e La rivoluzione industriale e l'impero, Einaudi, Torino 1972; Wolfgang Mommsen, L'età dell' imperialismo, Feltrinelli 1989.

Sulla struttura dell'economia mondiale e l'analisi marxista: Anthony Brewer, Marxist theories of imperialism, Routledge & Kegan, London, 1980, utilissima e puntuale panoramica; Charles-Albert Michalet, Le capitalism mondial, Presses Universitaries de France, Paris, 1976; Christian Palloix, L'economia mondiale capitalista e le multinazionali. Volume I: Nello stadio della concorrenza, e Volume II: Nello stadio del monopolio, Jaca Book, Milano; David Harvey, The limits to capital, Basil Blackwell, Oxford, e University of Chicago Press, Chicago, 1982; Late capitalism di Mandel. Per la world-system analysis, si vedano i lavori di Immanuel Wallerstein, Samir Amin, Gunder Frank e, in particolare, Il capitalismo storico, di Wallerstein (Einaudi, Torino 1985) e Eric Wolf, L'Europa e i popoli senza storia, Il Mulino, Bologna, 1990.

Sulle imprese multinazionali: a cura di Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale, Feltrinelli, Milano, 1977; Christos Pitelis, «The transnational corporation: a synthesis», in Review of radical political economics 1990 e a cura dello stesso; di R. Sugden, The nature of transnational firm, Routledge, London, 1990.

Sui rapporti tra Stato, classi sociali e politica economica: Arno J. Mayer, Il potere dell'Ancien régime fino alla Prima guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 1982; Alan Wolfe, I confini della legittimazione, De Donato, Bari, 1981 e Simon Clarke, Keynesianism, monetarism and the crisis of the state, Edward Elgar, Aldershot, 1988.

Il riferimento a Trotsky è dalla «Relazione sulla crisi economica mondiale», in Problemi della rivoluzione in Europa, a cura di Livio Maitan, Mondadori, Milano, 1979.

Sulla grande depressione: John K. Galbraith, Il grande crollo, Boringhieri, 1976; Charles Kindleberger, La grande depressione nel mondo 1929-1939, Etas 1982; Barry Eichengreen, Gabbie d'oro. Il «gold standard e la Grande depressione 1919-1939, Cariplo-Laterza, 1994; A. J. H. Latham, The depression and the developing world, 1914-1939, Croom Helm, London, 1981; Livio Maitan, La grande depressione (1929-1932) e la recessione degli anni ‘70, Savelli, Roma, 1976.

In particolare sulla la politica economica: Suzanne De Brunhoff, Stato e capitale, Feltrinelli, Milano, 1979; Peter Gourevitch, La politica in tempi difficili. Il governo delle grandi crisi economiche 1870-1980, Marsilio, Venezia 1991; a cura di Mario Telò, Crisi e piano. Le alternative degli anni Trenta, De Donato, Bari, 1979; Thomas Jean-Paul, Le politiche economiche del novecento, il Mulino, Bologna, 1998. Gian Enrico Rusconi, La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Einaudi, Torino, 1977; A. R. L. Gurland, O. Kirchheimer, H. Marcuse, Tecnologia e potere nelle società post-liberali, Napoli, 1981.

Rassegne sulle teorie marxiste della crisi: Elmar Altavater, «Il capitalismo si organizza: il dibattito marxista dalla guerra mondiale alla crisi del '29», in Storia del marxismo, volume terzo, I Dalla rivoluzione d'Ottobre alla crisi del '29, Einaudi, Torino, 1980; a cura di a cura di Lucio Colletti e Claudio Napoleoni, Il futuro del capitalismo. Crollo o sviluppo?, Laterza, Bari, 1970; F. R. Hansen, The breakdown of capitalism. A history of the idea in western marxism, 1883-1983, Routledge and Kegan Paul, London, 1985; M. C. Howard e J. E. King, A history of marxian economics, Mcmillan, London, 1992, un ottimo lavoro in due volumi; Bertrand Rosier, Teorie delle crisi economiche, Sansoni, 1989, agile e aggiornato.

Sul sistema monetario internazionale: Michel Aglietta, Il dollaro e dopo, Sansoni, Firenze 1988, tratta anche il gold standard; Marcello De Cecco, Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1880 al 1914, Einaudi, Torino, 1979; Barry Eichengreen, La globalizzazione del capitale. Una storia del sistema monetario internazionale, Baldini & Castoldi, Milano 1998; Charles Kindleberger, Storia della finanza nell’Europa occidentale, Cariplo-Laterza, 1987; Andrew Walter, Wordl power and wordl money. The role of hegemony and international monetary order, Harvester Wheatsheaf, Hemel Hempstead, 1993, oltre a trattare il gold standard e gli sviluppi più recenti critica il concetto di egemonia usato correntemente.

Sullo sviluppo del capitalismo nel secondo dopoguerra: Armstrong J., Glyn A., Harrison J., Capitalism since wordl war II, Fontana, London, 1984; Brenner Robert, Uneven development and the long downturn: the advanced capitalist economies from boom to stagnation, 1950-1998, in New Left Review n. I/229, maggio-giugno 1998; Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà. L'impatto delle riforme del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998; Andrew Glyn, «Stability, inegualitarianism and stagnation: an overview of the advanced capitalist countries in the 1980s», in G. A. Epstein, H. M. Gintis, Macroeconomic policy after the conservative era, Cambridge University Press, Cambridge 1995; a cura di S. A. Marglin, Juliet Schar, The Golden Age of Capitalism, Clarendon Press, Oxford, 1989; Riccardo Parboni, Il conflitto economico mondiale. Finanza e crisi internazionale, seconda ed. Etas 1985 e a cura dello stesso i saggi in Dinamiche della crisi mondiale, Editori Riuniti, Roma 1988; Lester C. Thurow, Il futuro del capitalismo. Regole, strategie e protagonisti dell’economia di domani, Arnoldo Mondadori, Milano, 1997.

In particolare sulla critica del concetto di globalizzazione: Paul Bairoch «Globalization myths and realities: one century of external trade and foreign investment», in Boyer Robert, Drache Daniel (a cura di), States against markets, Routledge, London and New York, 1996; Gupta Satya Dev (a cura di), The political economy of globalization, Kluwer Academic Publishers, 1997; Paul Hirst, Graham Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, Roma, 1997; Bellofiore Riccardo, «Le contraddizioni della globalizzazione. Una prospettiva marxiana», in Capitalismo e conoscenza, a cura di Lorenzo Cillario, Roberto Finelli, Manifestolibri, Roma, 1998.
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