venerdì 30 gennaio 2015

GRECIA TRA GRANDE VITTORIA E INCERTEZZE di  Etienne Balibar




GRECIA TRA GRANDE VITTORIA E INCERTEZZE
di  Etienne Balibar



Sbilanciamo l'Europa. La vittoria di Tsipras è un segnale forte di rifiuto dell’arroganza di chi oggi governa l’Europa, incurante di ogni segnale che viene dai cittadini europei. E in una situazione di emergenza umanitaria, le minacce di queste istituzioni non hanno prodotto sottomissione, ma ribellione



La vit­to­ria di Syriza alle recenti ele­zioni par­la­men­tari in Gre­cia ha senza dub­bio una por­tata sto­rica. È la prima volta da quando le poli­ti­che di auste­rità sono diven­tate la regola in Europa che una forza popo­lare, radi­cata a sini­stra, soste­nuta da una mobi­li­ta­zione col­let­tiva ed orga­niz­zata in una forma demo­cra­tica, con­qui­sta la mag­gio­ranza nel pro­prio paese e si trova nella con­di­zione di rimet­tere in que­stione la gover­nance che domina l’Europa da quando ha imboc­cato la svolta «neo-liberale» (all’inizio degli anni 1990).

Que­sta rot­tura accade in un «pic­colo paese», ma da una parte la Gre­cia, a causa delle sof­fe­renze ecce­zio­nali che le hanno impo­sto Fmi, Bce e la Com­mis­sione euro­pea per ripor­tala «all’interno delle regole», è diven­tata un sim­bolo, la cui espe­rienza e le cui resi­stenze sono fonte d’ispirazione in altri paesi (com­prese, poten­zial­mente, la Fran­cia e l’Italia, ndr).

E d’altra parte l’Europa è un sistema politico-economico all’interno del quale tutti gli ele­menti sono soli­dali, nel senso mec­ca­nico ma anche morale del ter­mine, e di con­se­guenza ogni cam­bia­mento nei rap­porti di forze sul «fronte greco» influen­zerà l’insieme del sistema.

Appena il governo Tsi­pras sarà in grado di affron­tare le que­stioni di fondo per le quali è stato eletto, in par­ti­co­lare quella del debito, è tutto il pano­rama poli­tico euro­peo che cam­bierà, ed i con­flitti di fondo in que­sto modo emer­ge­ranno in modo chiaro. Da qui deri­ve­ranno gli osta­coli impor­tanti con i quali il governo Tsi­pras si dovrà scontrare.

giovedì 29 gennaio 2015

LA COERENZA DI TSIPRAS E QUELLA NOSTRA di Giorgio Cremaschi






LA COERENZA DI TSIPRAS E QUELLA NOSTRA
di Giorgio Cremaschi



Se il nuovo governo greco comincerà subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a 750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-SPD chiuderà la porta ad ogni trattativa sul debito. Infatti con le "riforme" tedesche che han fatto da modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare.
Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d'Europa, si chiederebbero a che pro, visto che le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale, della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non per la questione debito. Il debito pubblico della Grecia ruota attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla UE dovrebbe essere circa attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la UE rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enorme naturalmente, ma dal 2008 governi europei, BCE e sistema finanziario hanno speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1000 verrano spesi nel Quantitative Easing, presentato come un sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari acquirenti di titoli di Stato.
Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4000 miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in cambio dell’impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni.
 Il problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui Syriza e la Troika si scontreranno.

martedì 27 gennaio 2015

TUTTI (PURE LE DESTRE) SUL CARRO DI ALEXIS di Marco Bascetta



                                 


TUTTI (PURE LE DESTRE) SUL CARRO DI ALEXIS
di Marco Bascetta



C’è un rischio che tutti i cre­di­tori del mondo cono­scono: se mandi qual­cuno in fal­li­mento i tuoi cre­diti diven­tano carta strac­cia. E se il cre­dito è stato con­cesso da uno stato, sia pure con altri della Ue, i suoi con­tri­buenti potranno chie­der conto della per­dita subita.

Il governo di Angela Mer­kel lo sa bene e, incal­zato da destra, molto se ne pre­oc­cupa. Insomma, anche nella più nera delle crisi c’è sem­pre qual­cuno “too big to fail”, troppo grosso per fal­lire. Se la Gre­cia si trovi effet­ti­va­mente in una simile con­di­zione è mate­ria assai con­tro­versa, ma certo è che la ragione eco­no­mica pro­pen­de­rebbe, sem­pre e comun­que, per il nego­ziato, per recu­pe­rare almeno il recu­pe­ra­bile. Quando si decide di man­dare qual­cuno in ban­ca­rotta è sostan­zial­mente per ragioni poli­ti­che o “morali”, mai “con­ta­bili”. Si accetta un sacri­fi­cio per sal­va­guar­dare la regola. Si mette in conto una per­dita per con­ser­vare un potere. Se ne col­pi­sce uno, insomma, “per edu­carne cento”. Il rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori è assai più poli­tico che non contrattuale.

La linea dura con­tro Atene è det­tata infatti dal timore, tutto poli­tico, di un “effetto domino”, cioè della pos­si­bile emu­la­zione da parte di altri paesi dell’eurozona, in par­ti­co­lare quelli dell’area medi­ter­ra­nea, della ribel­lione greca con­tro la tiran­nia del debito. Ma, d’altro canto, effetti domino potrebbe com­por­tarne anche lo stran­go­la­mento della Gre­cia o la sua esclu­sione dall’Eurozona, in ter­mini di tur­bo­lenza sui mer­cati finan­ziari e di di tenuta stessa del pro­cesso euro­peo nel suo insieme. I fal­chi che vol­teg­giano tra Ber­lino e Bru­xel­les non hanno affatto le carte euro­pei­ste in regola e quando la ren­dita finan­zia­ria e i poteri delle éli­tes sen­tono allen­tarsi la presa sulle poli­ti­che euro­pee la fede nell’Unione e nel pro­gre­dire dell’integrazione vacilla paurosamente.

domenica 25 gennaio 2015

FORZA TSIPRAS! (PERO', DOPO NON FARE ERRORI) di Aldo Giannuli






FORZA TSIPRAS! 
(PERO', DOPO NON FARE ERRORI)
di Aldo Giannuli




Tsipras ha tenuto un profilo molto basso e moderato in tutta la campagna elettorale ed ha fatto bene: se avesse sparato troppo in alto, minacciando il default o l’uscita unilaterale dall’Euro avrebbe fatto un favore al suo avversario, l’orrido Samaras, spedendogli fra le braccia i moderati.

Peraltro, è anche comprensibile che tenti la via del negoziato con Ue e Bce, lasciando agli altri la responsabilità di una eventuale rottura, ed, in questo quadro, leggiamo le dichiarazioni ultramoderate del suo economista di riferimento. I guai verranno dopo. Mario Draghi (che dopo l’annuncio dell’acquisto di titoli di stato europei è acclamato, immeritatamente, come una sorta di Keynes redivivo) è stato esplicito: potremo essere comprensivi con la Grecia se si atterrà alle indicazioni della Troika.

Insomma, la musica non cambia: Tsipras potrà sedere al tavolo delle trattative e non stare in ginocchio come il suo predecessore (il “Monti greco”), ma le condizioni sono sempre quelle. Magari si potrà rinegoziare il debito con qualche sconto sugli interessi, dilazionare i pagamenti, ma il capitale maturato non si tocca. Ma alla Grecia questo non basta: il suo debito sta andando verso il 177% del Pil nominale che è intorno ai 250 milioni di Euro ed, allo stato delle cose, la Grecia è il paese europeo che paga il rendimento reale più alto con un 7,6%.

sabato 24 gennaio 2015

ITALICUM: SIAMO UOMINI O MARSUPIALI di  Michele Prospero





ITALICUM: SIAMO UOMINI O MARSUPIALI
di  Michele Prospero



Italicum. La riforma Renzi-Berlusconi sfregia il parlamento: ballottaggio nazionale ed eletti dai capi partito sono un delirio antidemocratico del tutto sconosciuto in Europa




Con l’approvazione dell’emen­da­mento di un sena­tore gio­vin ita­lico (non più turco) la par­tita delle riforme sem­bra pro­ce­dere per il governo con la pre­ve­di­bile speditezza.

La cosa più stra­va­gante, sulla nuova legge elet­to­rale, l’ha pro­nun­ciata pro­prio il pre­si­dente del con­si­glio. Davanti ai suoi sena­tori in sub­bu­glio, ha detto che l’Italicum è così geniale, nella solu­zione dell’enigma della gover­na­bi­lità, che il crea­tivo con­ge­gno sarà pre­sto imi­tato in tutta Europa.

I mal­de­stri gover­nanti inglesi, che non sem­pre rie­scono a garan­tire il valore costi­tu­zio­nale della gover­na­bi­lità, cioè ad ulti­mare gli scru­tini con un vin­ci­tore sicuro rico­no­sci­bile la sera stessa dello spo­glio, faranno subito la fila al Naza­reno per com­prare la ricetta mira­co­losa e archi­viare il loro seco­lare, e piut­to­sto stu­pido al cospetto della sin­go­lare tro­vata toscana, for­mato mag­gio­ri­ta­rio uni­no­mi­nale, che non sem­pre dà il volto del gran trionfatore.

venerdì 23 gennaio 2015

IL NODO EUROPEO E LE ELEZIONI IN GRECIA di Claudio Bellotti




IL NODO EUROPEO E LE ELEZIONI IN GRECIA
di Claudio Bellotti 




Alla vigilia delle elezioni politiche in Grecia riemergono, irrisolti, tutti i nodi della crisi europea.
Il leader di Syriza Alexis Tsipras, indicato come probabile vincitore, sottolinea come oggi “Syriza non viene più considerata un grave pericolo, come nel 2012, bensì come uno stimolo al cambiamento” (intervento sull’Huffington Post del 6 gennaio).


E in effetti, mentre nelle passate elezioni ci fu contro Syriza una vera e propria campagna di terrorismo psicologico, in Grecia e in Europa, oggi non mancano, anche nei piani nobili, parole di apprezzamento per Tsipras che ha moderato le sue posizioni, non minaccia più l’uscita dall’euro e si è dimostrato persona ragionevole. Qualche settimana fa l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau si è spinto a dire che le uniche proposte ragionevoli sul problema del debito in Europa sono quelle di Syriza e Podemos, che ne chiedono la rinegoziazione.

Il programma di Syriza

Al tempo stesso Syriza ha approvato il “Programma di Salonicco” con una serie di misure sociali che, ci tiene a sottolineare lo stesso Tsipras, andrà implementato “indipendentemente dal negoziato coi nostri finanziatori” (ossia la Troika) in quanto “efficiente in termini di costi e fiscalmente equilibrato”.

UNO SCEMPIO COSTITUZIONALE di Gianpasquale Santomassimo






UNO SCEMPIO COSTITUZIONALE
di Gianpasquale Santomassimo


Stiamo uscendo dalla demo­cra­zia par­la­men­tare, ma la cosa sem­bra non inte­res­sare a nes­suno. Anche le oppo­si­zioni, interne ed esterne al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, agi­tano emen­da­menti su que­stioni abba­stanza secon­da­rie, come le pre­fe­renze, ma sem­brano accet­tare il prin­ci­pio di fondo, lo stra­vol­gi­mento della rap­pre­sen­tanza, il con­si­de­rare le ele­zioni come pura e sem­plice inve­sti­tura di un potere asso­luto e senza controllo.

Mi pare che l’opposizione all’Italicum, in Par­la­mento come nel discorso pub­blico, guardi all’albero senza vedere la fore­sta, come si usava dire. L’evidenza è quella di una legge-truffa che dà a un solo par­tito, che rap­pre­sen­terà in ogni caso una mino­ranza rela­tiva sem­pre più esi­gua di fronte al crollo della par­te­ci­pa­zione popo­lare, una con­si­stenza par­la­men­tare spro­po­si­tata, che può con­sen­tire di fare il bello e il cat­tivo tempo, di nomi­nare tutte le cari­che isti­tu­zio­nali, di cor­reg­gere e stra­vol­gere la Costi­tu­zione a colpi di maggioranza.

Distrug­gere insomma la divi­sione e l’equilibrio dei poteri che nell’esperienza repub­bli­cana furono comun­que salvaguardati.

La demo­cra­zia par­la­men­tare è stata rico­no­sciuta, da tutte le cul­ture demo­cra­ti­che, come il qua­dro isti­tu­zio­nale in cui le lotte sociali pote­vano svol­gersi libe­ra­mente e pote­vano otte­nere con­qui­ste dura­ture, in un clima che pur nell’asprezza dello scon­tro poteva garan­tire con­di­vi­sione di prin­cìpi e ascolto di istanze. A mag­gior ragione ciò è stato com­preso dopo le espe­rienze del Nove­cento, e la Costi­tu­zione repub­bli­cana rece­piva il lascito di quella consapevolezza.

Ma in Ita­lia sem­bra essersi smar­rita, nell’ultimo quarto di secolo, la nozione di cosa sia e a cosa debba ser­vire il Par­la­mento: rap­pre­sen­tare fedel­mente il paese, dibat­tere libe­ra­mente, ela­bo­rare e scri­vere le leggi, non votare a comando i decreti del governo.

Si sta per abo­lire il Senato, tra­sfor­mato in un “dopo­la­voro” di con­si­glieri regio­nali. Per­ché non abo­lire anche il Par­la­mento, a que­sto punto? Il con­traente più anziano del Patto del Naza­reno pro­po­neva di far votare sol­tanto i capi­gruppo, col loro pac­chetto di voti, e il ducetto di con­tado che domina que­sta fase ter­mi­nale della demo­cra­zia ita­liana non sem­bra avere idee molto diverse quanto ad auto­no­mia e libertà dell’istituzione parlamentare.

Il par­tito di nota­bili che si appre­sta a que­sto scem­pio del prin­ci­pio costi­tu­zio­nale sem­bra aver rin­ne­gato tutta la sua espe­rienza repub­bli­cana, e sem­bra oscu­ra­mente far rie­mer­gere dal suo lon­ta­nis­simo pas­sato solo l’antica pro­pen­sione alle dit­ta­ture di mino­ranza, dove il segre­ta­rio di par­tito coman­dava su tutto (ma almeno si aveva il buon gusto di dif­fe­ren­ziare la carica di primo ministro).

Andiamo verso tempi duris­simi, ancor più oscuri di quelli che abbiamo vis­suto recen­te­mente, nei quali sarebbe fon­da­men­tale avere isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive che rispec­chino real­mente e fedel­mente la società, pur nella sua fram­men­ta­zione a volte cao­tica. Si pro­cede invece verso la nega­zione di ogni forma di lim­pida rap­pre­sen­tanza, verso l’instaurazione di un rigi­dis­simo prin­ci­pio oli­gar­chico, che nega alla radice qua­lun­que inter­lo­cu­zione con la società.

Tutto que­sto è dram­ma­ti­ca­mente peri­co­loso, è una china che andrebbe arre­stata in qua­lun­que modo, prima che sia troppo tardi. Biso­gna che qual­cuno, anche tra i “corpi inter­medi” così vili­pesi e umi­liati, cominci a met­tere in dub­bio la stessa legit­ti­mità di un potere mino­ri­ta­rio che vuole spa­dro­neg­giare col sopruso, a con­te­stare il deli­rio di onni­po­tenza di un’accozzaglia di par­la­men­tari eletti con una legge inco­sti­tu­zio­nale e che pre­tende di riscri­vere a suo pia­ci­mento la Costituzione.


21 gennaio 2015

dal sito http://ilmanifesto.info/

La vignetta è del Maestro Mauro Biani




giovedì 22 gennaio 2015

RIPENSARE IL CONTRASTO AL TERRORISMO ISLAMICO di Aldo Giannuli






RIPENSARE IL CONTRASTO AL TERRORISMO ISLAMICO
di Aldo Giannuli



La strage parigina ed i successivi allarmi pongono il problema di ripensare tutta l’azione di questo quindicennio contro la “guerra non ortodossa dei fondamentalisti islamici”, che, per brevità, diremo “terrorismo islamico”.

Se dopo quindici anni, durante i quali non sono stati risparmiati sforzi da parte di Usa ed Europa e si sono fatte tre guerre con occupazione di due paesi, per combattere questi nemici, siamo ancora in una situazione di allarme generalizzato, con circa 5.000 jihadisti sparsi per l’Europa (secondo le stime degli stessi servizi), con una presenza come il Califfato dell’Isis (e realtà minori come Boko haram in Nigeria e l’enclave libica), con Al Quaeda che sembra essersi ripresa dalla morte di Osama, vuol dire che l’operazione è fallita ed il contrasto al terrorismo va ripensato totalmente.

Non si tratta di errori parziali o temporanei, forse di un improvvido abbassamento della guardia, ma di una impostazione complessivamente sbagliata. Tutto parte da un errore iniziale: l’ideologia antiterrorista. Capiamoci: è evidente che ci sia bisogno di un’efficace azione di contrasto al terrorismo, ma l’ideologia antiterrorista è l’opposto di quel che servirebbe. Appunto è ideologia, nel senso di “coscienza rovesciata del Mondo”.

AMEDEO BORDIGA E IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE di Diego Giachetti




AMEDEO BORDIGA E IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE
di Diego Giachetti




Nel 1929 Trotsky definì «vivente, muscoloso, abbondante» il pensiero di Amadeo Bordiga, il quale si era schierato al suo fianco nella lotta contro lo stalinismo, nonostante la diversità dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi di non poco conto. Non a caso la sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia, avvenuta nel marzo del 1930, fu motivata proprio sulla base del suo “filostrotskismo” manifestato nel confino di Ponza. L’espulsione giungeva a conclusione di una parabola politica consistente, nella quale il rivoluzionario napoletano aveva svolto un ruolo di primo piano nel partito socialista e poi in quello comunista sorto nel 1921. L’arco di tempo che comprende questa lunga e intensa militanza politica è l’oggetto del lavoro svolto e pubblicato da due autori, Corrado Basile e Alessandro Leni (Amadeo Bordiga politico, Colibrì, Torino, 2014). Nel libro si affiancano in modo circostanziato i fatti della lotta di classe con il pensiero e l’operato di Bordiga, l’attenzione si concentra in particolare sul lavoro politico compiuto da Bordiga fino al 1926, data con la quale si identifica la sconfitta della tendenza da lui rappresentata. La biografia politica del protagonista è attentamente messa in relazione al contesto storico, sociale, politico entro il quale si sviluppò evitando avvitamenti celebrativi su se stessa. Il lettore percepisce, pagina dopo pagina, il confronto vivo e vivace tra interlocutori politici e contesto storico entro il quale si sviluppò l’analisi bordighiana di fenomeni rilevanti per la storia del movimento operaio italiano e internazionale: dalla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa, alla fondazione del nuovo partito comunista, all’emergere della reazione fascista accanto ai primi sintomi di involuzione staliniana del potere bolscevico. Una documentazione notevole e circostanziata sorregge una ricostruzione storica ponderata e che non fa sconti a critiche e a fughe sintetiche, poste aprioristicamente ai fatti così come si sono svolti e al modo di interpretarli da parte del protagonista del libro. E’ una ricollocazione a pieno titolo dell’uomo nella storia del suo tempo che sgombra il campo da semplificazioni, verdetti liquidatori perduranti nel lungo tempo del senso comune nonché, all’opposto, di mitizzazioni eroiche del Bordiga solo contro tutti.

martedì 20 gennaio 2015

AFFONDO MONETARIO






AFFONDO MONETARIO
di   Pavlos Nerantzis

Grecia. A cinque giorni dal voto Ue e Fondo monetario alzano la voce. Secondo gli ultimi sondaggi il partito di Tsipras resta avanti. Ma gli mancherebbero cinque seggi per governare da solo



A cin­que giorni dal voto, segnali di rac­co­man­da­zione se non di inti­mi­da­zione giun­gono ad Atene. Nelle ultime set­ti­mane i cre­di­tori inter­na­zio­nali hanno, almeno appa­ren­te­mente, cam­biato rotta, lasciando da parte gli sce­nari del Gre­xit, ovvero le voci per un’eventuale uscita della Gre­cia dalla zona euro, ma fanno notare, chi con toni rigo­rosi, chi con cau­tela, che il nuovo governo greco deve comun­que man­te­nere i patti, ovvero con­ti­nuare con l’austerity, se vuole gli aiuti economici.

«Il governo che uscirà dalle urne dovrà rispet­tare gli impe­gni assunti coi part­ner e pro­se­guire nelle riforme e nella respon­sa­bi­lità finan­zia­ria», dice il pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea, Jean-Claude Junc­ker, pro­met­tendo che «l’Europa sosterrà la Gre­cia». Poco prima il capo del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, Chri­stine Lagarde, ha minac­ciato Atene di con­se­guenze nel caso il pros­simo governo pro­ceda a una ristrut­tu­ra­zione del debito dopo le ele­zioni. «Un debito è un debito ed è un con­tratto» afferma Lagarde in un’intervista pub­bli­cata ieri al quo­ti­diano irlan­dese Irish Times, rispon­dendo a una domanda sull’idea, pro­mossa da Syriza, di tenere una con­fe­renza inter­na­zio­nale, simile a quella tenuta a Lon­dra nel 1953, dove i paesi occi­den­tali hanno deciso di tagliare i debiti della Ger­ma­nia ovest del 50%. «Default, ristrut­tu­ra­zione, modi­fi­che nei ter­mini hanno con­se­guenze sulla firma e sulla fidu­cia nella firma» aggiunge il capo del Fmi.

Lagarde non ha voluto espri­mersi sulla soste­ni­bi­litá del debito greco, ma secondo ana­li­sti anche la troika (Fmi, Ue, Bce) si rende conto che un debito pari al 177% del Pil è inso­ste­ni­bile. Atene non sarà mai in grado di resti­tuirlo, come del resto anche altri paesi euro­pei. La richie­sta quindi fatta da Ale­xis Tsi­pras di una ristrut­tu­ra­zione è ragio­ne­vole, tenendo anche conto che la dimen­sione del debito greco è tutto som­mato limi­tata rispetto al Pil com­ples­sivo dei paesi mem­bri della zona euro. Il pro­blema sta altrove: acco­gliere la richie­sta di Atene apri­rebbe la strada a richie­ste simili da parte di Roma, Madrid, ecc.

Que­sto peri­colo di con­ta­gio, oltre al fatto che sarà messa in discus­sione la poli­tica eco­no­mica di Ber­lino, spa­venta i cre­di­tori internazionali.

Cauto, invece, viene inter­pre­tato l’intervento del pre­si­dente dell’eurogruppo, Jeroen Dijs­sel­bloem, mini­stro delle finanze olan­dese. Rife­ren­dosi all’intento di Syriza, una volta al governo, di chie­dere il taglio del debito pub­blico, Dijs­sel­bloem sot­to­li­nea che «in aggiunta alle misure già prese siamo pronti ad alle­ge­rirne il peso. Non dimen­ti­chiamo che i tassi di intre­resse che la Gre­cia sta pagando all’Europa sui suoi pre­stiti sono molto bassi. (…) Se i greci ten­gono fede all’accordo, siamo pronti a fare di più se neces­sa­rio». È chiaro che que­sto «di più» potrebbe essere una dila­zione, un’ulteriore ridu­zione dei tassi d’interesse oppure addi­rit­tura un gene­roso taglio, come vuole Syriza.

A livello isti­tu­zio­nale Ber­lino con­ti­nua a discu­tere con il governo uscente di Anto­nis Sama­ras, ma il social­de­mo­cra­tico Jorg Asmus­sen, già vice-ministro del lavoro e mem­bro del Comi­tato ese­cu­tivo della Banca cen­trale euro­pea si è incon­trato con alti diri­genti del Syriza per esplo­rare il ter­reno. «Mer­kel è con­sa­pe­vole di tutto ció che sta suc­ce­dendo in Gre­cia» ha affer­mato pochi giorni fa il por­ta­voce del mini­stero delle Finanze tede­sco. La can­cel­liera, insomma, sta pre­pa­rando il ter­reno per il suo incon­tro post-elettorale con Tsi­pras, men­tre la stra­te­gia della paura appli­cata da Anto­nis Sama­ras sem­bra aver sor­tito effetti oppo­sti all’obiettivo del pre­mier uscente, sem­pre più solo e iso­lato dai suoi alleati in Europa, esclu­sion fatta per Mariano Rajoy, il suo omo­logo spa­gnolo in visita ad Atene la set­ti­mana scorsa.

Secondo la media (poll of polls) dei dati rac­colti tra il 7 e il 15 gen­naio da tre­dici son­daggi di opi­nione pub­bli­cati sul quo­ti­diano greco Kathi­me­rini, Syriza rac­co­glie il 34,7% dei voti con­tro il 30,2% della Nea Dimo­kra­tia di Sama­ras; seguono To Potami (Il Fiume) con il 7%, i neo­na­zi­sti della Chrysi Avghi (Alba Dorata) con il 6,2%, il Kke con il 5,6%, i socia­li­sti del Pasok, part­ner del governo di coa­li­zione con il 4,7%, men­tre Anel, il par­tito anti-memorandum di destra e il Movi­mento dei Socia­li­sti demo­cra­tici riman­gono fuori dal par­la­mento, fermi sotto la soglia del 3%.
In base a que­sti dati Syriza otter­rebbe 145 seggi su 300, cin­que in meno di quelli che ser­vi­reb­bero per for­mare un governo auto­nomo. Tenendo conto che Tsi­pras ha tagliato dra­sti­ca­mente i ponti con il centro-sinistra, men­tre i comu­ni­sti hanno escluso ogni pos­si­bi­litá di col­la­bo­rare con Syriza, rimane per il momento incerto come e in base a quali accordi ci sarà un part­ner governativo.

Intanto domani la Bce esa­mi­nerà la domanda di quat­tro isti­tuti ban­cari elle­nici che hanno chie­sto l’aumento della loro liqui­dità tra­mite il mec­ca­ni­smo pre­po­sto dall’Ue, l’Emergency Liqui­dity Assi­stance (Ela).

Una parte dei greci temono che prima o poi, come avve­nuto nel marzo del 2013 a Cipro, non potranno fare pre­lievi dai ban­co­mat. Giá ieri la Piraeus bank non per­met­teva dalle sue casse pre­lievi supe­riori ai 5 mila euro.


19 gennaio 2015

dal sito Il Manifesto


GRECIA: LE ELEZIONI E UN POSSIBILE GOVERNO DI SINISTRA






GRECIA: LE ELEZIONI E UN POSSIBILE GOVERNO DI SINISTRA.
QUALE DINAMICA?

Intervista a Sotiris Martalis


Il 25 gennaio si terranno in Grecia le elezioni generali. La campagna mediatica contro Syriza è molto forte, anche se alcuni media concedono qualche apertura. Il Financial Times del 15 Gennaio 2015 riportava una dichiarazione dell’ambasciata americana – resa pubblica da Wikileaks - che affermava: “I media privati greci sono di proprietà di un piccolo gruppo di persone che hanno ereditato o fatto fortuna [...] e che sono uniti da legami di sangue, matrimoni e hanno rapporti molto stretti con gli ambienti ufficiali del governo o di altri oligarchi e uomini d’affari del mondo dei media”. Tra questi si sono possono citare: Vardis Vardinoyannis, che controlla Motor Oil Hellas e il canale televisivo Star, pur avendo una partecipazione in Mega Channel; George Bobolas, attivo nel settore edilizio e nella rete stradale privata. È pure presente in Mega Channel e nel quotidiano Ethnos. La lista potrebbe essere ampliata con i nomi di Dimitrios Capelouzos, Spiro Latsis, Michalis Sallas ...
E veniamo ai risultati degli ultimi sondaggi. L'Istituto Kapa ne ha realizzato uno per il quotidiano To Vima e indica le seguenti intenzioni di voto: Syriza 31,2%; Nuova Democrazia 28,1%; To Potami, 5,4%; PASOK, 5%; KKE, 4,9%; Alba Dorata, 4,7%; Greci Indipendenti, 2,7%. Gli indecisi rappresentano il 9,6%. Il quotidiano di Syriza, Avgi, pubblica i risultati di un sondaggio condotto dall'istituto Public Issue: SYRIZA, 35,5%; Nuova Democrazia 30,5%; To Potami, 7%; KKE, 7%; Alba Dorata, 6,5%; PASOK, 5%; Greci Indipendenti, 3%. L'istituto ha realizzato, il 15 gennaio, la seguente proiezione in termini di seggi al Vouli (parlamento): SYRIZA, 142; Nuova Democrazia, 82; To Potami, 18; PASOK, 17; KKE, 14; Alba Dorata, 17.

Per comprendere gli aspetti fondamentali di questa campagna elettorale, abbiamo parlato con Sotiris Martalis, membro della direzione di DEA (Sinistra Operaia Internazionalista), membro del Comitato Centrale di SYRIZA e dirigente sindacale del settore pubblico ADEDY. (Introduzione a cura della redazione di A l’Encontre).

domenica 18 gennaio 2015

UNA SINISTRA ALTERNATIVA ALLO SCONTRO TRA BARBARIE di Franco Turigliatto






UNA SINISTRA ALTERNATIVA ALLO SCONTRO TRA BARBARIE
di Franco Turigliatto



Il nuovo anno consegna alle classi lavoratrici una situazione straordinariamente difficile segnata dall’offensiva incessante contro i loro diritti da parte del padronato europeo e dei suoi governi, ma anche da segnali di lotta e di risposta sociale e politica: dalla Grecia alla Spagna, dall’Italia al Belgio.

Contemporaneamente il massacro di Parigi mette in luce la doppia barbarie che stravolge il mondo, quella dei fondamentalismi religiosi, reazionari e fascisti e quella neocoloniale e razzista degli interventi imperialisti delle grandi potenze capitaliste, drammatico tema su cui rimandiamo all’articolo specifico di questo giornale.

Non ci devono essere dubbi per i militanti della sinistra e per quelli che vogliono una società di eguaglianza e di democrazia: siamo in un nuovo periodo storico con la borghesia che vuole riportare indietro di un secolo e più le lancette della storia. Vuole ricostruire una società di estrema polarizzazione di classe, con una ripartizione della ricchezza a totale vantaggio dei ceti possidenti; tutto ciò presuppone il supersfruttamento della forza lavoro e lavoratori demoralizzati che accettano questo potere della classe dominante come fattore “naturale”, rinunciando alla lotta per un futuro diverso.

sabato 17 gennaio 2015

ISLAM-TERRORISMO: L'INGIUSTA EQUAZIONE di  Alessandro Dal Lago






ISLAM-TERRORISMO: L'INGIUSTA EQUAZIONE
di  Alessandro Dal Lago

Dopo Charlie Hebdo. 
Non sarà l’unanime grido di guerra che sale dalle redazioni dei quotidiani, dai talk show e dai commenti televisivi una manifestazione di impotenza?




«Siamo in guerra!». Nello slo­gan che ormai mette d’accordo edi­to­ria­li­sti di destra e di sini­stra, l’aspetto vera­mente stra­va­gante non è tanto la rie­su­ma­zione dello scon­tro di civiltà di Hun­ting­ton e delle gros­so­la­nità di Oriana Fal­laci sull’Islam. È l’assoluta man­canza di con­se­quen­zia­lità stra­te­gica. Viene voglia di rispon­dere: e allora che volete fare? Espel­lere tutti i musul­mani? Chiu­dere le moschee? Esi­gere un giu­ra­mento di fedeltà allo stato, alla lai­cità o al diritto di satira? Aumen­tare i con­si­glieri mili­tari in Iraq? Bom­bar­dare Derna? Inva­dere lo Yemen? Ovvia­mente, nulla di tutto ciò.

E allora non sarà l’unanime grido di guerra che sale dalle reda­zioni dei quo­ti­diani, dai talk show e dai com­menti tele­vi­sivi una mani­fe­sta­zione di impo­tenza o magari di un desi­de­rio inconsapevole?

L’errore sta esat­ta­mente nella catena di equa­zioni che sot­tin­ten­dono il grido di guerra: «ter­ro­ri­smo» uguale Jihad uguale «fana­ti­smo isla­mico» uguale «Islam radi­cale» uguale «Islam» tout court. Ne con­se­gue che die­tro ogni velo o barba indos­sata da qual­cuno che si pro­fessa isla­mico c’è un ter­ro­ri­sta reale o poten­ziale. Da qui la grot­te­sca richie­sta di dis­so­cia­zione rivolta in ogni sede o spa­zio dell’opinione pub­blica agli isla­mici. Come se, per dire, a madame San­tan­ché o al gio­vane Sal­vini si fosse richie­sto a suo tempo di dis­so­ciarsi da Brei­vik, il quale, tra l’altro, uccise 77 per­sone. Una richie­sta ridi­cola, ovvia­mente. Ma allora non è il caso di riflet­tere sull’equazione «guerra all’Islam uguale guerra al terrorismo»?

Io non sono cre­dente e ritengo che un serio dibat­tito sul rap­porto tra alcune forme di Islam, soprat­tutto poli­tico, demo­cra­zia e seco­la­riz­za­zione vada affron­tato, in par­ti­co­lare a sini­stra, in cui si è un po’ esa­ge­rato con l’apologia del dif­fe­ren­zia­li­smo. Ma credo anche che il primo com­pito delle per­sone respon­sa­bili, soprat­tutto se eser­ci­tano una fun­zione pub­blica, sia distin­guere e non uni­fi­care feno­meni del tutto diversi sotto la stessa eti­chetta, oggi ine­briante e ras­si­cu­rante, ma domani foriera di ulte­riori disastri.

L’Isis non è al Qaida, i tale­bani pachi­stani non sono quelli afghani, L’Arabia sau­dita non com­batte l’Isis in nome della libertà di parola, Sad­dam e Ghed­dafi erano dei dit­ta­tori feroci, ma abbat­terli è stato uno degli errori più gravi che i paesi occi­den­tali abbiano potuto com­met­tere, il tra­di­zio­na­li­smo reli­gioso non si tra­duce neces­sa­ria­mente in estre­mi­smo e que­sto in ter­ro­ri­smo e così via. Un gro­vi­glio di que­stioni che chia­mano in causa non solo la natura delle società di là – quelle che ven­gono giu­di­cate inca­paci di darsi isti­tu­zioni solide, ma che sono state rapi­da­mente pri­vate, dai jet occi­den­tali, di quelle che avevano.

Così, è vero che l’ostilità per l’occidente di alcune frange di musul­mani non può essere spie­gata solo con l’incancrenirsi della situa­zione pale­sti­nese o con slo­gan anti-colonialisti. Ma è anche vero che lea­der occi­den­tali acce­cati come Bush, Blair, Sar­kozy e Came­ron (in Libia, con il recal­ci­trante assenso di Obama) hanno distrutto regimi senza alcuna idea di quello che sarebbe venuto dopo, creando disa­stri umani immensi e quindi un risen­ti­mento del tutto comprensibile.

Che il risen­ti­mento e l’odio per i sim­boli occi­den­tali, insieme cer­ta­mente alla volontà di potenza, alla nega­zione vio­lenta della libertà fem­mi­nile e così via, assuma oggi le forme del fasci­smo reli­gioso dell’Isis, non signi­fica che nei con­flitti in corso gli aspetti poli­tici non siano domi­nanti. La crisi attuale è figlia del risen­ti­mento di là e dell’arroganza di qua. Ci pia­ce­rebbe che tutti quelli che oggi bla­te­rano di guerra tra l’occidente e l’Islam pen­sas­sero anche alle guerre volute dai nostri bril­lanti sta­ti­sti in Africa in Asia, nell’indifferenza dell’opinione pub­blica e nella sup­po­nenza dei suoi opinionisti.


15 gennaio 2015

dal sito http://ilmanifesto.info/


venerdì 16 gennaio 2015

GRETA E VANESSA di Cinzia Nachira





GRETA  E VANESSA
di Cinzia Nachira



Greta e Vanessa sono tornate, l’incubo è finito.


Prima di tutto è finito il loro incubo e poi è finito anche il nostro. Come accade spesso, il giorno dopo la conferma che le due ragazze avrebbero avuto salva la vita, il fiume di parole, scritte e dette, tende a lasciarle sullo sfondo. Lasciando poco spazio all’empatia e tanto invece alle considerazioni banali o alle polemiche miserevoli di sciacalli pronti a pesare sui piatti della bilancia i soldi probabilmente spesi per la loro liberazione a causa della loro scelta di non voltarsi dall’altra parte. [Sciacalli che non si domandano mai quanto è costata l’assistenza assicurata ai due marò assassini, o quanto costa una breve crociera della portaerei Cavour. NdR]

Vanessa e Greta sono due ragazze poco più che ventenni che, a noi adulti pronti spesso a dispensare lezioni moralistiche su come nascondere meglio possibile la vigliaccheria, hanno insegnato che non si può costruire il proprio futuro in modo onesto se ciò avviene grazie alla sofferenza e alla morte di molti altri nostri simili.

Dovremmo avere il coraggio di dirlo: le raccomandazioni materne e paterne che stanno accompagnando il loro ritorno sull’usare maggiore prudenza, nascondono in realtà un desiderio inconfessabile, quello di cancellare ciò che è alla base della scelta fatta da queste due giovani ragazze. Loro, e non chi le accoglie con un falso sollievo che maschera il disappunto del “quanto ci sono costate”, avranno il diritto, se lo vorranno, quando e se decideranno di farlo, di ringraziare chi si è speso per la loro liberazione, ma anche di respingere ai mittenti (numerosi e numerose) non solo le meschinerie, ma, forse soprattutto, l’accusa ridicola di avventurismo esotico.

Queste due ragazze nella loro breve esistenza hanno accumulato un’esperienza di vita che una persona “normale” che nasce e vive in Occidente fa nel doppio e più dei loro anni. Queste due ragazze hanno rischiato la loro vita perché, soprattutto, non potevano stare a guardare i loro amici siriani lasciati al loro destino mortale, schiacciati nello scontro barbarico di due forze egualmente inaccettabili: il regime di Bashar Assad e l’integralismo islamico, comunque lo si voglia declinare. Questa sfida devono, loro malgrado, affrontarla quotidianamente da lungo tempo interi popoli. La scelta di Vanessa e Greta è stata quella di non scegliere una o l’altra barbarie ma di condividere la sfida di chi le subisce entrambe.

Oggi gli insulti contro Greta e Vanessa sono ancora più inaccettabili perché così intensi e numerosi: loro sono giovani donne che rompono uno schema che nei nostri mondi ci fa comodo reiterare, pensare che i giovani non si occupino che di se stessi e dei loro divertimenti, al più di come sbarcare il lunario. No! I giovani, come dimostra la vicenda di Greta e Vanessa, sanno scegliere e sanno prendere in mano le redini dei loro destini. Il vero dramma per le giovani generazioni nei nostri Paesi, malati di paura e di vigliaccheria, è che sono rari gli adulti capaci di condividere le loro scelte senza ergersi a giudici implacabili e impietosi, sempre distanti. Se noi adulti riuscissimo, invece, a condividere e a capire quelle scelte potremmo utilmente mettere a disposizione la maggiore esperienza, qualora l’avessimo.

Nel dire a Vanessa e Greta, grazie e ben tornate, non possiamo non aderire al desiderio di chi, avendo attraversato quella stessa terribile esperienza, spera che in questi sei mesi di sofferenze non abbiano perso quell’entusiasmo che le ha spinte a fare una scelta così importante.




dal sito Movimento Operaio





giovedì 15 gennaio 2015

COMPLOTTISMO E LEGITTIMI DUBBI di Antonio Moscato







COMPLOTTISMO E LEGITTIMI DUBBI
di Antonio Moscato


I resoconti su quel che è successo in Francia in questa settimana, con evidenti lacune, probabilmente dovute al tentativo di evitare un giudizio sull’indiscutibile inefficienza dei servizi preposti alla sicurezza, hanno sollevato un’ondata di dubbi sulle versioni ufficiali. Appare strano ad esempio che i due terroristi maldestri, che inizialmente avevano perfino sbagliato indirizzo, e avevano fatto errori clamorosi che rivelavano la loro approssimativa preparazione, abbiano poi potuto lasciare indisturbati un obiettivo sensibile come la redazione di Charlie Hebdo, uscire da Parigi e girare per la Francia per oltre due giorni rifornendosi di benzina e di cibo senza essere mai intercettati.

Certo il filmato che ha ripreso da una finestra la volante della polizia che fuggiva a tutta velocità a retromarcia davanti ai due armati di kalashnikov scesi dalla loro macchina è sorprendente. Se fossero stati allertati (e addestrati adeguatamente) i poliziotti avrebbero dovuto casomai mettersi al sicuro abbandonando la macchina, che nella via strettissima avrebbe bloccato nel modo più semplice la via di fuga ai terroristi.

Certi annunci sono risultati poi totalmente privi di fondamento, come l’identificazione della giovane di origine algerina Hayat Boumedienne come “spalla” del marito Amedy Coulibaly nell’assalto al supermercato Kasher; in realtà era arrivata da giorni in Turchia. È lecito pensare quindi che questa e molte altre notizie fornite dalle autorità alla stampa siano state semplicemente inventate e non corrispondano a un serio lavoro di intelligence.

Ovviamente stupisce l’enorme drammatizzazione di questo “attacco inaudito” a confronto non solo con l’indifferenza per i 6.000 morti che ci sono stati in Iraq nel solo 2014 (e poco meno in Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria), ma anche con quella che aveva accolto il massacro di Utoya e Oslo (77 morti e moltissimi feriti, tutti giovanissimi) compiuto da un fascista norvegese. Non era anche quello “un attacco al cuore dell’Europa”, a cui rispondere con un corteo oceanico? Invece silenzio.

IL FUTURO E' ADESSO






IL FUTURO E' ADESSO


Il 25 gennaio la Grecia vota.

Tsipras:"Governare non significa avere il potere. Siamo all'inizio di un processo di lotta. Come in Brasile  col Pt, dobbiamo cercare di mantenere la coesione sociale". Tsipras tratteggia le caratteristiche di un potenziale governo di sinistra: " Ci saranno grandi trasformazioni e la priorità, in questo momento, è la fine dell'austerità":




Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, greco ma quasi dalla nascita resi­dente in Ita­lia dove i suoi geni­tori si erano rifu­giati durante la dit­ta­tura, ha scritto un libro – «Ale­xis Tsi­pras. La mia sini­stra» – che con­tiene una assai inte­res­sante inter­vi­sta con il lea­der di Siryza che qui si sof­ferma soprat­tutto sulla natura del nuovo par­tito che la sini­stra greca ha saputo darsi.

La pre­fa­zione al volume – che sarà nelle libre­rie da gio­vedì 15 — è di Ste­fano Rodotà e con­tiene anche i giu­dizi di un certo numero di pro­ta­go­ni­sti della poli­tica ita­liana. Ve ne diamo, in ante­prima, alcuni stralci.

mercoledì 14 gennaio 2015

STRAGE DI PARIGI: PASTICCI SU PASTICCI di Aldo Giannuli

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STRAGE DI PARIGI: PASTICCI SU PASTICCI
di Aldo Giannuli



Alcuni lettori hanno commentato i miei post dichiarandomi incompetente (bontà loro!) perché mettevo in dubbio aspetti del racconto fatto dalla polizia e spiegandomi perché e per come ogni punto che sollevavo aveva una spiegazione semplice e solare:

* la sede di Charlie non era difesa a sufficienza? Ma non si può presidiare massicciamente ogni obiettivo e le misure adottate erano quelle che era possibile realizzare. Peccato che poi si è scoperto che le difese erano state indebolite un mese prima;

* i due jihadisti non erano sotto sorveglianza? Ma non si può sorvegliare tutti ed è fisiologico che qualcuno sfugga. Peccato che poi si è scoperto che sono stati sotto sorveglianza sino a luglio e poi, inopinatamente, ritenuti non più pericolosi (e meno male che non erano pericolosi!)

Da dove hanno preso le armi i terroristi e come mai i servizi non hanno avuto sentore di quel traffico, come mai le fonti di ambiente non hanno segnalato l’azione in preparazione, come mai la zona (intendo quella ampia dell’inseguimento, non quella circostante il posto dell’attentato) non è stata bloccata ecc?:

Tutte cose che possono succedere e che possono meravigliare solo un profano delle cose di polizia. Certo, ciascuna di queste cose può succedere, ma quando le lacune sono troppe conviene farsi qualche domanda.

Ora vedo che di misteri non chiariti parla anche un giornale certamente non complottista come il Corriere della Sera e che in Francia c’è una gran polemica sull’operato di servizi e polizia.

Ma mi fermo qui e non infierirò riportando qui i nomi e nick degli autori di quelle critiche, sia perché non ne val la pena, sia perché con i cretini bisogna essere clementi, anche quando sono maleducati ed arroganti.

Come, in gioventù, mi insegnarono i salesiani: sopportare pazientemente le persone moleste e pregare Iddio che muoiano presto. Il guaio è che, essendo ateo, non ho chi pregare.

martedì 13 gennaio 2015

L'AMBIGUITA' DELLE PIAZZE FRANCESI di Rossana Rossanda






L'AMBIGUITA' DELLE PIAZZE FRANCESI
di Rossana Rossanda



Non si possono portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista francese, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica


Le sole parole equilibrate nel diluvio di dichiarazioni di orrore e di angoscia anche della stampa italiana per l’assassinio dei disegnatori e del direttore di “Charlie Hebdo” le ha scritte Massimo Cacciari, riportando la questione alla sua dimensione temporale e politica. La grande emozione e protesta che ha subito riempito in modo spontaneo le piazze francesi non è mancata infatti di qualche ambiguità. Si è potuto manifestare legittimamente, e quasi accogliendo l’invito del presidente Holland, il rifiuto del fondamentalismo e la difesa della repubblica e il “no” ai problemi posti dalla grande immigrazione musulmana in Europa.

Facilitata in Francia dal troppo coltivato richiamo alla colonizzazione francese in Africa del Nord e nel Medio Oriente. Da molti decenni si è dimenticato che un accordo fra un alto funzionario inglese, Sykes, e uno francese, Picot, disegnò la spartizione dell’impero ottomano fra Francia e Gran Bretagna. La Gran Bretagna poi ha prevalso e ancora più recentemente hanno prevalso le politiche degli Stati Uniti. Ma le recenti scelte di Holland di intervento nel corno d’Africa e nell’Africa centrale hanno, senza volerlo, ripristinato l’immagine di una gloria coloniale che dà fiato a Marine Le Pen. Ugualmente le parole del presidente Holland subito dopo l’attentato, richiamando tutto il paese all’unità contro il terrorismo, sono parse legittimare la richiesta del Fronte nazionale di partecipare alla grande manifestazione ufficiale antifondamentalista di domenica prossima, che lo ha messo non poco in imbarazzo davanti allo slancio con il quale Marine Le Pen ha annunciato la sua partecipazione. Non si possono infatti portare avanti due politiche opposte – l’accarezzare vecchie e ingiustificabili tendenze coloniali e la difesa dei valori repubblicani – come ha fatto il governo socialista, nel tentativo di mettere in campo un diversivo allo scontento popolare in tema di diritti dei lavoratori e di politica economica.

lunedì 12 gennaio 2015

LA CIVILTA' OCCIDENTALE E LA PESANTE EREDITA' DEL COLONIALISMO di Pierre Beaudet






LA CIVILTA' OCCIDENTALE E LA PESANTE EREDITA' DEL COLONIALISMO
di Pierre Beaudet




Il massacro del 7 gennaio a Parigi rimarrà nella memoria come un’azione criminale contro la libertà d’espressione. Charb, Cabu e gli altri animatori di Charlie Hebdo ci avevano fatto riflettere per anni e anni con il loro umorismo graffiante. Oggi che la destra e l’estrema destra li santificano come vittime dei nemici della “civiltà”, devono ridersela da qualche parte nelle nuvole del firmamento, proprio loro che avevano denunciato il colonialismo e ora sono così apprezzati dai nostalgici di quest’ultimo.

Queste stesse vittime si rivolterebbero nella tomba a leggere Christian Rioux (Le Devoir, 9 gennaio) che lancia un appello, in nome di Molière, in difesa della “civiltà” francese, per non dire “occidentale”, secondo lui minacciata dall’islam radicale. Bisogna essere davvero disonesti per presentare la Francia come il “regno delle libertà”. La Francia “moderna” è figlia di varie centinaia di anni di saccheggi coloniali, cominciati con il “triangolo della morte” imposto all’Africa e alle Americhe, fin dal XVII secolo. I regimi francesi, inclusi quelli comparsi dopo la rivoluzione del 1789, hanno sottoposto a schiavitù milioni di africani. Hanno perpetrato nelle Americhe genocidi dimenticati. Il capitalismo “moderno” ha preso forma in quelle orribili piantagioni che hanno fatto la fortune dei mercanti francesi. In seguito, nel XIX secolo, la Francia si è lanciata in altre spaventose avventure coloniali, nel Nord dell’Africa in particolare, e in Vietnam, dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise, depredate, ridotte in semi-schiavitù. In quei paesi ci si ricorda ancora dell’esercito francese che prendeva in ostaggio le popolazioni nelle cosiddette zone ribelli per affumicarle a morte. Ricordiamo inoltre che l’esercito francese praticava questi saccheggi in nome della “civiltà” e del “progresso”, per salvare i colonizzati dalla “barbarie”. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, la Francia coloniale ha fatto il bello e il cattivo tempo nonostante l’opposizione nella Francia stessa, da parte di resistenti di cui Charlie Hebdo è stato l’erede.

EUROPA E ISLAM, CHI E' CHARLIE VERAMENTE? di Donatella Della Ratta





EUROPA E ISLAM: 
CHI E' CHARLIE VERAMENTE?
di Donatella Della Ratta

Tra innocenza e ipocrisia
Il problema dei valori e dell’identità rischia di nasconderne altri, più autentici, come i rapporti geopolitici e le ipocrisie dell'Occidente e del mondo arabo. Non a caso i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono



«Soli­da­rietà idiota». Con que­sto titolo pro­vo­ca­to­rio, apparso qual­che giorno fa sul quo­ti­diano liba­nese Al Akh­bar, il gior­na­li­sta Amar Moh­sen defi­niva l’affannarsi media­tico dei musul­mani a pren­dere le distanze dagli attac­chi a Char­lie Hebdo.

Affanno che si tra­sfor­mava nell’hashtag #JeSui­sChar­lie (il più popo­lare della sto­ria di twit­ter), magliette, foto viral­mente dif­fuse in rete e su face­book. Tutti impe­gnati a dire: sono musul­mano, ma sono anche Char­lie. E come ogni sin­golo musul­mano era chia­mato a scu­sarsi a nome dell’intera sua spe­cie per un atroce gesto com­messo da uno spa­ruto gruppo, così l’attacco di due (per quello che ne sap­piamo) per­sone con­tro la reda­zione di un gior­nale è diven­tato imme­dia­ta­mente il ten­ta­tivo di espu­gnare il più pre­zioso dei nostri beni: la libertà di espressione.

Come in una catena di figure reto­ri­che, abbiamo tutti clas­si­fi­cato i fatti di Parigi come un attacco al «valore euro­peo» per eccel­lenza. E giù ancora un’altra, infi­nita catena di hash­tag, foto e dichia­ra­zioni di cit­ta­dini musul­mani che fanno pub­blica ammenda, che urlano «non in mio nome», per­ché io, «io sono Charlie».

Ma, come fa notare Moh­sen, ripreso anche da Haa­retz, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta israe­liano, «quello che è suc­cesso a Parigi è un attacco fran­cese alla Francia».

I quat­tro sospetti, di cui tre ormai impos­si­bi­li­tati a par­lare e una spa­rita nel nulla, non sono forse cit­ta­dini fran­cesi, nati e cre­sciuti in Fran­cia, sep­pur di ori­gine araba, e musulmani?

Così come era di ori­gine araba, e musul­mano il povero poli­ziotto, Ahmed Mera­bet; eppure, per le leggi della Répu­bli­que che ha difeso con la vita, francese.

Come, per citare una sol­tanto delle vit­time, il grande Geor­ges Wolin­ski: che era cit­ta­dino fran­cese, ebreo, nato in un paese arabo, da padre polacco e madre tuni­sina. Un inno al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo à la fra­nçaise, si direbbe.

Per­ciò chi è «Char­lie» vera­mente? Per­ché i musul­mani di tutto il mondo devono affan­narsi a dire: «anch’io sono Char­lie»? Per­ché essere musul­mano ed essere fran­cese dovreb­bero essere ele­menti in con­trad­di­zione fra loro in un paese fon­dato sull’éga­lité?

Forse, come fa notare Moh­sen con­dan­nando la nai­vetè della «soli­da­rietà idiota», sarebbe il caso di riflet­tere su come la Fran­cia abbia cre­sciuto que­sto Islam den­tro casa.

Sarebbe il caso di rive­dere i mar­gini con­cessi a paesi come l’Arabia Sau­dita nella gestione di moschee e scuole islamiche.

L’Arabia Sau­dita è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo).

Eppure la Fran­cia, l’Occidente intero, tace sull’Arabia Sau­dita. Anche rispetto a temi come l’avversione alla rap­pre­sen­ta­zione della figura reli­giosa mas­sima dell’Islam, Mao­metto. Se faces­simo un passo indie­tro nella sto­ria dell’Islam e del suo rap­porto con le imma­gini (chi vuole appro­fon­dire la que­stione può leg­gere i saggi della sto­rica dell’arte Chri­stiane Gru­ber sull’evoluzione della rap­pre­sen­ta­zione di Mao­metto nei secoli) tro­ve­remmo diverse raf­fi­gu­ra­zioni del pro­feta in minia­ture e mano­scritti. La cor­rente real­mente ico­no­cla­sta è quella waha­bita, apparsa a par­tire dal XVIII secolo, la cui sorte è inti­ma­mente legata alla sto­ria dell’Arabia Sau­dita e al patto di ferro fra la dina­stia al-Saoud e Moha­med al-Wahab.

domenica 11 gennaio 2015

STRAGE DI PARIGI: UNA PRIMA INTERPRETAZIONE di Aldo Giannuli





STRAGE DI PARIGI: 
UNA PRIMA INTERPRETAZIONE
di Aldo Giannuli


A tre giorni dalla strage, e dopo l’uccisione di tutti i terroristi coinvolti nella vicenda, possiamo tentare un primo bilancio per cercare di capire cosa è successo e che sedimento politico ha lasciato l’episodio.

Dico primo bilancio perché non sappiamo se la cosa è finita qui. Preoccupa molto la manifestazione di oggi: centinaia di migliaia di manifestanti, con alla testa 45 capi di stato e di governo di tutto il mondo sono un obiettivo golosissimo da colpire e, purtroppo, molto facile, più facile della strage di Charlie.

Certo, questa volta la sicurezza francese è sull’avviso ed avrà predisposto tutto il possibile per evitare rischi, ma il guaio è che ci sono tanti modi per colpire la manifestazione (esplosivo variamente collocato, uomo-bomba, cecchino, razzi -e questi si è visto che un lanciarazzi lo avevano-) che è tecnicamente impossibile prevenirli tutti. Però, possiamo sperare nel fatto che gli jihadisti non abbiano sotto mano un commando pronto, o che valutino un eccessivo rischio di fallimento (che indebolirebbe l’effetto del precedente attentato), che non abbiano avuto il tempo necessario per prepararlo ecc. Insomma, incrociamo le dita e speriamo bene anche per il futuro prevedibile.

Comunque, con il pensiero noi siamo in piazza con i francesi.

Detto questo, passiamo ad una prima analisi di insieme dell’accaduto per fare qualche ipotesi sul senso dell’attentato. Partiamo da due ipotesi principali: si è trattato di un attentato dei fondamentalisti per attaccare la Francia (o, se preferite, l’Europa o l’Occidente), oppure gli attentatori sono fondamentalisti ma manovrati dai servizi francesi in una sorta di “strategia della tensione”.

IL "VUOTO" DEL RAPPER COL KALASHNIKOV




IL "VUOTO" DEL RAPPER COL KALASHNIKOV
I giovani europei e l’integralismo islamico


Intervista al sociologo delle religioni, Renzo Guolo a cura di Eleonora Martini




Da rap­per a jiha­di­sta il salto può sem­brare iper­bo­lico. Eppure può essere molto breve, nella «moder­nità liquida». Il pro­fes­sore Renzo Guolo, ordi­na­rio di Socio­lo­gia e Socio­lo­gia delle reli­gioni presso le Uni­ver­sità di Trie­ste, Padova e Torino, spiega i motivi per i quali un gio­vane che nasce e cre­sce nel cuore dell’Europa può sen­tirsi affa­sci­nato e redento dal radi­ca­li­smo islamico.


Par­tiamo dall’assunto che non vanno con­fusi Islam e jiha­di­smo. Allora per­ché certi gio­vani euro­pei si tra­sfor­mano in sol­dati dell’Islam?

Il radi­ca­li­smo è una cor­rente dell’Islam poli­tico. È un’ideologia poli­tica che usa sim­bo­lo­gie reli­giose e cerca una con­va­lida nei testi sacri. Certo, i con­fini non sono sem­plici da mar­care ma la que­stione parte da qui. Anche per­ché non sem­pre chi arriva al radi­ca­li­smo isla­mico ha avuto un’educazione reli­giosa. Anzi spesso siamo nel ter­reno dell’eterodossia totale. Basti pen­sare che tutti i grandi lea­der, tranne al-Baghdadi, non hanno titoli reli­giosi, sono auto­di­datti, e spesso hanno invece una for­ma­zione scientifica.

sabato 10 gennaio 2015

DALLA SPAGNA: CON IL POPOLO GRECO, PER IL CAMBIAMENTO IN EUROPA




DALLA SPAGNA: 
CON IL POPOLO GRECO, PER IL CAMBIAMENTO IN EUROPA
Un appello lanciato nello Stato spagnolo.



Al 9 gennaio, seimila firme sono già state raccolte da questo appello lanciato nello Stato spagnolo, in solidarietà con il popolo greco



Le prossime elezioni greche possono significare un punto di svolta nel panorama europeo. La Grecia è stata trasformata nel laboratorio politico ed economico delle elite europee, che hanno seminato miseria e povertà in tutti gli angoli del sud dell’Europa. Le ricette economiche , basate sui tagli ai bilanci e l’austerità, sul pagare il debito al prezzo dei diritti dei cittadini e delle cittadine, hanno lasciato soltanto una scia di disoccupazione, di povertà infantile, di disperazione e barbarie, senza contare la minaccia del ritorno del fascismo, incarnato da Alba Dorata, trasformando in problemi attuali, mali e problemi che erano in apparenza superati in Europa.

Ma il popolo greco non è rassegnato a essere la cavia della Troika. Manifestazioni, scioperi, cooperative di lavoratori e solidarietà sono state le risposte alla dittatura del capitale finanziario e del mercato.

Ora esiste un’opportunità unica per cacciare i responsabili politici del saccheggio. Dall’annuncio delle elezioni, il Fondo Monetario Internazionale ha sospeso il suo “aiuto” (aiuto che ha dato solo al prezzo dei diritti del popolo) in attesa di sapere chi sarà a capo del prossimo governo greco. Questo dimostra che quelli che hanno approfittato della crisi a spese della maggioranza della popolazione diffidano della democrazia, e il loro rispetto delle urne è condizionato all’elezione di quelli che difendono i loro privilegi. Nessuno vota i mercati, ma questi decidono ogni giorno delle nostre vite e del nostro futuro.

Ma è chiaro che ci sono alternative alle loro politiche. La situazione del popolo greco non è il prodotto di leggi immutabili, ma di decisioni e interessi molto concreti. L’ascesa elettorale di SYRIZA è la prova che una vasta maggioranza sociale sta dicendo “basta!” alla corruzione e al saccheggio che ha subito negli ultimi anni. Una forza politica che è legata alle lotte nelle strade, e che si mostra pronta a condurre il cambiamento politico nelle istituzioni, cambiamento che sarà possibile solo se il popolo greco mantiene la mobilitazione nelle piazze, si organizza in tutti gli spazi della società e conta sulla solidarietà internazionale della cittadinanza europea.

Siamo convinti che il popolo greco caccerà i ladri tramite le urne. In questo caso, le difficoltà e i ricatti saranno enormi e il nostro obbligo come cittadini europei è – e sarà – solidarizzare con la democrazia e la volontà di cambiamento del popolo greco. La loro vittoria sarà la nostra, ma anche la loro sconfitta. Di conseguenza noi, firmatari/e di questo manifesto, facciamo appello a tutta la cittadinanza a solidarizzare con il popolo greco e a non permettere che la democrazia sia vinta dai mercati, e a dare vita ad azioni che non lascino soli i greci e le greche nel loro cammino verso la conquista della loro sovranità e dei loro diritti.



Gerardo Pissarello, Jaime Pastor, Ada Colau, Diego Cañamero, Teresa Rodríguez, Juan Diego Botto, Lola Sánchez, Xose Manuel Beiras, Yayo Herrero, Miguel Urbán, Martiño Noriega, Lidia Senra, Pedro Ibarra, Teresa Forcades, Vicent Navarro, Santiago Alba Rico, Arcadi Oliveres, Alberto San Juan, Ramon Zallo, Emmanuel Rodríguez.

9 gennaio 2015


dal sito Movimento operaio


NOI E I MUSULMANI: STORIA DI PREGIUDIZI E INCOMPRENSIONI






NOI E I MUSULMANI: 
STORIA DI PREGIUDIZI E INCOMPRENSIONI
Intervista al Prof.  Leonardo Capezzone a cura di Valerio Valeri


L’efferato assalto alla sede del giornale satirico francese Charlie Hebdo, condotto da due francesi di origine algerina e di religione musulmana, come musulmano sarebbe il terzo omicida, ha rilanciato in tutta Europa lo spettro dell’invasione islamica. La massiccia immigrazione dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, porterebbe con sé, infatti, i germi di un integralismo religioso pronto anche all’omicidio pur di affermare l’Islam come unica e vera fede.

Pochi giorni fa avevamo intervistato il professore Leonardo Capezzone, dell’Università La Sapienza, esperto di storia e cultura islamica, proprio per cercare di capire la vera natura della cultura islamica e i motivi dell’apparentemente insanabile frattura tra l’occidente e il mondo musulmano.


Professor Capezzone, è possibile che l’origine di questa profonda separazione tra due mondi sia da individuarsi nel fatto che quello islamico non ha vissuto l’Illuminismo e le rivoluzioni nazionali?

Non è del tutto corretto. Perché se loro non hanno avuto qualcosa come l’Illuminismo o un Giuseppe Garibaldi, non significa che non abbiano vissuto qualcos’altro. Sotto l’Impero Ottomano, per esempio, mancava il concetto di stato-nazione perché avevano una struttura politica differente. Ma nel XIX secolo emerse in Egitto una figura come Mehmet Alì (capo militare dal 1805 al 1848, ndr) che fece ritagliare al paese nordafricano una grossa fetta di autonomia e modernità.

venerdì 9 gennaio 2015

LA STRAGE DI PARIGI: CHE PUZZA DI BRUCIATO! di Aldo Giannuli





LA STRAGE DI PARIGI: 
CHE PUZZA DI BRUCIATO!
di Aldo Giannuli



Come in tutti i “grandi casi” (Kennedy, piazza Fontana, Palme, 11 settembre, morte di Osama bin Laden ecc. ec.), anche in questo di Parigi, i conti non tornano e ci sono un sacco di cose da spiegare:

1. come mai un obiettivo sensibile -come la redazione di Charlie Hebdo- era così debolmente protetto? Vista da questo angolo visuale, la vignetta che presagiva l’attentato appare come una cosa più sinistra di un semplice presentimento.

2. i servizi francesi sono fra i migliori del mondo ed hanno una scuola di pensiero molto avanzata, ma poi si fanno fregare in questo modo da tre ragazzi che vanno in giro armati di kalashnikov a fare strage di giornalisti? A quanto pare, sembra che non abbiano alcun controllo dell’ambiente jihadista presente sul proprio territorio, al punto di non essere capaci di monitorare neppure i reduci dalle guerre mediorientali.

3. E le armi, gli attentatori, dove se le sono procurate? Portate appresso dalla Siria? E i francesi se le sono fatte passare sotto il naso? Bella groviera sono i controlli! La mala vita, come suggerisce Loretta Napoleoni sul Fatto (8 gennaio)? Ma, da sempre la malavita è la cosa più infiltrata dalla polizia, per cui, se anche la cosa è sfuggita prima, ora dovrebbe essere relativamente (dico relativamente) agevole risalire agli attentatori.

LA MIA GRECIA NON DANNEGGERA' L'EUROPA di Alexis Tsipras





LA MIA GRECIA NON DANNEGGERA' L'EUROPA 
di Alexis Tsipras

(in appendice L'EURO NON GREXIT di Anna Maria Merlo)





Il leader di Syriza assicura che Atene rispetterà gli impegni con l’Europa, ma puntando sulla crescita e sulla cancellazione della maggior parte del debito pubblico



Il 25 gennaio, i greci sono chiamati a scrivere la storia con il voto, a tracciare un cammino di rinnovamento e di speranza per tutti gli europei, condannando le politiche fallimentari di austerità e dimostrando che quando il popolo lo vuole, ha il coraggio di osare e sa superare angosce e timori, la situazione può cambiare. Syriza non è un orco né una minaccia: è solo la voce della ragione, e saprà suonare la sveglia all’Europa, per riscuoterla da torpore e passività. Per questo Syriza non è più considerata un pericolo come nel 2012, ma come una sfida per il cambiamento.
Ma una piccola minoranza dei Paesi membri, stretta attorno alla leadership conservatrice del governo tedesco e di una parte della stampa populista, continua a far circolare vecchie dicerie a proposito di una GrExit (l’uscita della Grecia dalla zona euro). Proprio come Antonis Samaras in Grecia, tali voci non convincono più nessuno. Dopo aver sperimentato il suo governo, il popolo greco sa distinguere le menzogne dalla verità.

giovedì 8 gennaio 2015

NPA: NO ALL'UNIONE NAZIONALE DI HOLLANDE


 


NPA: NO ALL'UNIONE NAZIONALE DI HOLLANDE

Comunicato del NPA francese – Nouveau Parti Anticapitaliste



Ancora una volta, pur nel dramma, François Hollande non ha avuto niente da dire.
Nel paese si esprime dappertutto l’indignazione, la rabbia, la rivolta di fronte all’esecuzione pura e semplice di giornalisti indipendenti, liberi e satirici, anticonformisti, a questa messa a morte di Charlie Hebdo, e Hollande ci decanta la Francia unita, chiama all’unità nazionale. Coglie al volo l’occasione per giustificare le guerre che lui e il suo governo conducono contro i popoli delle regioni del mondo dove il saccheggio e gli interventi militari delle grandi potenze hanno seminato la miseria e il caos.

E, proprio perché il Npa è pienamente solidale coi giornalisti, i dipendenti, le vittime della barbara aggressione contro Charlie Hebdo e i suoi giornalisti, noi non ci associamo a questa unione nazionale, a questa chiamata a raccolta di tutta Francia.

E’ un no al raggruppamento attorno a questo governo che conduce una guerra contro i popoli e i lavoratori, al raggruppamento attorno a Sarkozy che dice, di nuovo, le stessa cose di Hollande o attorno a Marine Le Pen che ne approfitta per condurre la sua campagna razzista e xenofoba con il pretesto di lottare contro il fondamentalismo islamico.

É stata proprio la loro politica, la regressione sociale e democratica, la decomposizione sociale di cui sono responsabili a diffondere questa barbarie oscurantista, questa violenza abietta che punta a seminare il terrore, contro la libertà di espressione, la libertà di stampa in nome di pregiudizi reazionari e oscurantisti.
La risposta non è tanto l’unione nazionale, quanto piuttosto la ripresa dell’offensiva del mondo del lavoro, della popolazione lavoratrice per far uscire la società dalla regressione, dal caos nella quale la politica delle classi capitaliste la trascina.

Esprimiamo la nostra solidarietà con le vittime del terrore in tutta indipendenza dalla loro unione nazionale.


Montreuil, 7 gennaio 2015


dal sito Sinistra Anticapitalista


DISEGNO DI SANGUE di Tommaso Di Francesco





DISEGNO DI SANGUE
di Tommaso Di Francesco

Non solo libertà di stampa . Un crimine che non si può non definire fascista. I disastri dell'Occidente, con la Francia in prima linea dalla Libia al Mali e alla Siria, e i jihadisti di ritorno. Troppe le zone d'ombra



Scri­ve­vamo di «cru­deltà cre­scenti» con­clu­dendo il 2014 e non vole­vamo certo essere con­fer­mati nel giu­di­zio, invece ecco che da Parigi si annun­cia un 2015 altret­tanto feroce e di sangue.

La strage ter­ro­ri­sta nella sede di Char­lie Hebdo, pro­prio durante la riu­nione di reda­zione, ci feri­sce. L’uccisione a san­gue freddo di un agente ferito, l’esecuzione di tanti gior­na­li­sti, del diret­tore Char­bon­nier (Charb) e di altri tre tra i più grandi vignet­ti­sti euro­pei, Cabu, Tignous e Wolin­ski ci lascia sgo­menti. Pen­sare che qual­cuno, nel nome di Mao­metto, abbia voluto ucci­dere lo “sgua­iato” George Wolin­ski, forse tra i più grandi sati­rici del mondo e che fa sicu­ra­mente parte della nostra for­ma­zione imma­gi­na­ria dal ‘68, ci fa sol­tanto pian­gere. E ci riduce quasi al silen­zio. Pur restando con­vinti che riu­sci­remo a testi­mo­niare que­sto avve­ni­mento che non ha eguali, non con il solo sen­ti­mento di sco­ra­mento che rischia di scon­fi­nare nella reto­rica, né con la tra­di­zio­nale fred­dezza che usiamo per spie­gare il feno­meno del ter­ro­ri­smo di matrice islamista-integralista.

No, sta­volta non esi­tiamo a defi­nire que­sto orrore come fasci­smo puro. Già lo Stato isla­mico al potere in Siria e in Iraq mani­fe­sta que­sta ten­denza cru­dele punendo fisi­ca­mente o ucci­dendo in modo bar­baro ogni diverso, ogni essere umano che per i pro­pri com­por­ta­menti per­so­nali con­trad­dice le regole di quelli che si sono auto­pro­cla­mati i nuovi testi­moni del pro­feta. È un insop­por­ta­bile attacco non solo alla libertà di stampa e ai diritti occi­den­tali — spesso vili­pesi anche dai nostri governi — ma tout court al diritto di vivere. Un cri­mine quello di Parigi che intanto sem­bra fatto appo­sta per ali­men­tare il pro­ta­go­ni­smo della destra nazio­na­li­sta del Front Natio­nal, il clima isla­mo­fo­bico già latente in tutta Europa e ormai più che evi­dente in Germania.

mercoledì 7 gennaio 2015

CHARLIE HEBDO: ATTENTATO IN REDAZIONE, DODICI MORTI di Checchino Antonini





CHARLIE HEBDO: 
ATTENTATO IN REDAZIONE, DODICI MORTI
di Checchino Antonini



Gridavano di voler vendicare il Profeta, in tre hanno fatto irruzione nella sede di Charlie Hebdo con un kalashnikov. Tra i morti Wolinski e il direttore Charb





Charb – il direttore di Charlie Hebdo – aveva voluto farci una vignetta: «Ancora nessun attentato in Francia», si legge nel disegno, mentre un talebano armato risponde: «Aspettate. Abbiamo tempo fino a fine gennaio per farci gli auguri». Charb è uno degli undici morti nell’attacco di questa mattina alla sede del giornale satirico francese da parte di terroristi islamici, probabilmente. Ci sono anche il celebre vignettista Georges Wolinski, molto famoso anche in Italia, e il suo collega Tignous tra le vittime dell’attacco a Charlie Hebdo.

Anche se in queste ore è più difficile che mai, dobbiamo trovare la forza di dire che una risata seppellirà il potere, anche quello dei barbuti fascisti infami. Per trovare un precedente di fumettista ucciso bisogna risalire fino alla campagna di terrore scatenata dai militari argentini per conto della Cia e della loro borghesia nazionale e anche allora in nome della cristianità minacciata dal marxismo. Era la seconda metà degli anni ’70 e uno dei desaparecidos si chiamava Héctor Germán Oesterheld. Fu l’autore de “L’eternauta”. Scomparve il 21 aprile del 1977 a La Plata, prelevato da una squadra armata. Desaparecide anche le sue tre figlie. Per questo non ha alcuna credibilità chi ora, dopo aver alimentato il clima dentro cui sono cresciuti i rancori e l’oscurantismo islamico, grida all’unità nazionale in Francia e a quella europea-occidentale qui da noi contro un terrorismo speculare alle brutalità della guerra globale del liberismo.

GUERRE SANTE: NON SULLA NOSTRA PELLE






GUERRE SANTE: 
NON SULLA NOSTRA PELLE



L'attacco a Charlie Hebdo, "journal irresponsable", è un dramma terribile, un attacco diretto alla libertà d'espressione e di stampa, oltre che una tragedia che è costata la vita già a 12 persone


Chi ha sparato le raffiche di kalashnikov dentro la redazione del giornale e poi in strada appartiene alle frange dell'islamismo radicale e armato? Jihadisti di ritorno? Terroristi fatti in casa o di importazione? Non lo sappiamo ancora ma abbiamo altre certezze.

Charlie Hebdo è un giornale di satira, espressione di una cultura libertaria che ha sempre rifiutato l'idea che possa esserci un qualsivoglia argomento tabù su cui esercitare la satira. Già immaginiamo le reazione a quanto accaduto, come la morte di giornalisti che si sono battuti, in maniera spesso controversa, per la libertà d'espressione, sarà strumentalizzata da chi dirà "siamo sotto attacco", "siamo in guerra", "tornano le crociate". E noi dovremmo usare tutto il fiato che abbiamo in corpo per dire: no, non siamo in guerra, o almeno non siamo in guerra noi "europei e bianchi" contro le comunità migranti che vivono con noi nelle metropoli europee. Dovremmo dire siamo in guerra contro ogni fascismo di ogni matrice, e per questo ad esempio siamo al fianco dei partigiani del Rojava che si battono contro l'Isis e siamo stati a fianco dei giovani delle piazze delle primavere arabe.

Urlare che l'unica guerra che si combatte nelle nostre città è quella di chi impone la povertà e la miseria a tutti, migranti e indigeni, nelle periferie delle metropoli e nelle province di tutta Europa. Vedremo sciacalli come Salvini e Le Pen lanciare i loro slogan truculenti, i loro sgherri agire nell'ombra o alla luce del sole per lanciare le loro crociate. Dovremo lottare per non fare arruolare i giovani proletari delle banlieues delle nostre città in qualsiasi guerra santa, sia quella di qualche califfo o imam o quella dei fascio-leghisti e degli islamofobi.


dal sito http://www.dinamopress.it/



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