giovedì 25 agosto 2016

TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA di Antonio Moscato





 TERREMOTO: A CHE SERVE LO STATO? QUALCHE DOMANDA
di Antonio Moscato



Una volta tanto, mi trovo volentieri d’accordo con lo sdegno del “Manifesto” di fronte all’oceano di parole vuote pronunciate su tutte le reti televisive e scritte a proposito del terremoto su quasi tutti i quotidiani. Anche se la contiguità di quello che si definisce ancora “quotidiano comunista” con la sinistra moderatissima interna o comunque adiacente al PD, fa dimenticare a Norma Rangeri quella che è la colpa maggiore di questo governo ipocrita e inetto: le spese militari, che hanno raggiunto il punto più scandaloso con la gita dei tre presidenti a Ventotene, che ha utilizzato la portaerei Garibaldi e un discreto numero di altre navi, giustificate da una misteriosa “operazione Sophia” di cui non si possono conoscere i cosiddetti “dettagli”, coperti come è ovvio dal “segreto militare”.

Ai giornalisti imbarcati (gradevolmente sorpresi dalla scoperta che a bordo della Garibaldi un caffè costa solo 10 centesimi!) il contrammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto spiega che non può raccontare praticamente niente, perché è al comando di un’intera flotta, che oltre a diverse navi italiane comprende una fregata spagnola, due navi ausiliarie tedesche, una nave oceanografica inglese e un sottomarino greco. Ma fa sapere che i tre elicotteri Agusta Westland che porteranno Renzi, Merkel e Hollande sulla Garibaldi sono stati modificati per renderli più comodi e confortevoli. Cito dalla corrispondenza del giornalista embedded Marco Galluzzo sul “Corriere della sera”.

Prima domanda: se era proprio necessaria questa escursione preelettorale, di superelicotteri non ne bastava uno? E a che serviva una simile flotta? È credibile che la “missione Sophia” sia davvero finalizzata “al contrasto e alla prevenzione del traffico di esseri umani”? E in che modo agirebbe? E cosa c’entra con questo la gita dei tre presidenti? E che dire dell’ipocrita omaggio alla tomba di Altiero Spinelli, del cui messaggio è evidente che i tre se ne infischiano completamente? Su questo rinvio all’articolo di Checchino Antonini su Popoff quotidiano, qui, che ha il pregio di riprodurre integralmente il cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, consentendo di valutarne i limiti e la scarsa possibilità di concretizzazione, ma anche la grande lontananza di quegli antifascisti di ieri dalle idee e dai progetti dei tre compari.

domenica 21 agosto 2016

LIBERTA' NON E' IL BURKINI di Giuliana Sgrena





LIBERTA' NON E' IL BURKINI
di Giuliana Sgrena



Perché Sì. Garantire, anche per legge, la parità, vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni subite soprattutto nel mondo musulmano



Il burkini è una scoperta recente, fino a 10 anni fa non esisteva e non si sentiva il bisogno di un burqa da bagno. La nuova moda di costumi da bagno per musulmane è nata in occidente: inaugurata in Australia per musulmane bagnino, si è poi diffusa nel paesi del Golfo per poi raggiungere gli Stati uniti e infine in Europa.

Il burkini si è ben inserito nel fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana, Valentino, Prada e da grandi magazzini come Mark & Spencer – che ha lanciato un proprio marchio -, H&M, Zara e Mango.

Una modest fashion il cui giro di affari nel 2013 ha raggiunto i 235 miliardi di dollari ed è in ulteriore espansione. Frequentando le spiagge di diversi paesi arabi e musulmani mi è capitato di vedere donne che si facevano il bagno con maglietta e pantaloni (Egitto) o con normali costumi da bagno in Algeria o Tunisia. Certo mi è capitato anche di vedere una saudita con velo integrale, calze e guanti, andare con un pedalò sul mar Morto mentre ascoltava i discorsi registrati di un imam.

sabato 13 agosto 2016

LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI? di Aldo Giannuli







LIBIA, DI NUOVO BOMBARDAMENTI?
di Aldo Giannuli




Non appartengo alla cultura pacifista che esclude pregiudizialmente, sempre e comunque, l’uso della forza, anche se considero questa eventualità come la misura estrema cui ricorrere, quando ci sia l’assoluta necessità di preservare beni e valori primari, non ci sia nessuna altra strada e ci sia la ragionevole possibilità di raggiungere lo scopo. Ma è questa la situazione in cui ci troviamo di fronte al caso libico?

Lasciamo da parte le questioni di principio e facciamo un ragionamento puramente politico. Da venticinque anni, l’Occidente ha perseguito, con costanza degna di miglior causa, una politica di brutale intervento militare in Medioriente che, fra l’altro, è costata cifre da capogiro e senza precedenti, causa non ultima del vertiginoso debito americano (Prima Guerra del Golfo 1991, Afghanistan 2001, Seconda guerra del Golfo 2003, Libia 2011, senza contare i casi “minori” di Somalia, Sudan, Mali o il ruolo coperto nella guerra civile Siriana) quale è stato il risultato?

In nessuno di questi casi è stato raggiunto l’obiettivo di normalizzare la situazione dando vita ad un regime amico dell’Occidente in un paese pacificato.

domenica 7 agosto 2016

ALLA FINE SIAMO IN GUERRA di Antonio Moscato









ALLA FINE SIAMO IN GUERRA
di Antonio Moscato



Ogni tanto qualcuno ha rimproverato l’allarmismo sulla guerra del mio sito e di quello di Sinistra Anticapitalista. Silenziosamente, invece, si marciava davvero verso la guerra. Un passo avanti e una smentita, un altro passo e un’altra smentita, e soprattutto tante bugie. Ma alla fine siamo entrati in gioco, per ora solo come supporto logistico agli Stati Uniti, ma presto in altre forme, come “risposta difensiva” appena ci saranno le prime vittime tra i nostri militari già sul campo con poco verosimili compiti di addestramento e di intelligence

Naturalmente l’operazione (che è solo l’inizio) è stata possibile per l’inconsistenza di chi dice di fare opposizione. I vari pezzi della destra sono tutti da sempre e comunque (e per principio) favorevoli alla guerra, e al massimo denunciano l’impreparazione della maggioranza; i cinque stelle hanno altri inceneritori a cui pensare, mentre SEL-Sinistra Italiana grottescamente lamenta che non si sia passati per un voto del parlamento, fingendo di dimenticare che questo parlamento corrotto di nominati (loro inclusi) non rappresenta nessuno e che quindi la richiesta serve solo a simulare intransigenza senza preoccupare minimamente il governo.

Il sedicente “quotidiano comunista” (il manifesto…) ha dapprima chiesto il parere sull’intervento in Libia ad Angelo Del Boca, ben sapendo che se è stato un prezioso storico del colonialismo italiano, ha anche avuto spesso cattive frequentazioni politiche, da Giulio Andreotti al PSI: nel suo peraltro interessante libro di Memorie, Il mio Novecento (Neri Pozza, Vicenza 2008), se ne trovano ampie tracce in elogi fuor di misura a diversi titolari della Farnesina. Così sull’unico “quotidiano comunista” in circolazione è stato elogiato l’intervento degli Stati Uniti che a colpi di bombe aprirebbe “nuovi scenari”. Dopo alcune note di colore su al-Sarraj, descritto realisticamente come “uno che stava nella sua base in mare per scappare se le cose si fossero messe male”, Del Boca ha concluso sostenendo che l’appoggio degli Stati Uniti al cosiddetto capo del governo di Tripoli lo consolida “e fa pensare che gli americani abbiano un loro disegno”. Alla domanda dell’intervistatore, un po’ sorpreso, su cosa sarebbe questo disegno, Del Boca risponde candidamente “che al momento non si può capire , dipende da come hanno preparato questo intervento”…

sabato 6 agosto 2016

SE REGIMI POCO PRESENTABILI COMPRANO LA RISPETTABILITA' COL CALCIO di Fulvio Scaglione




 SE REGIMI POCO PRESENTABILI COMPRANO LA RISPETTABILITA' COL CALCIO
di Fulvio Scaglione


 

La Cina in Africa compra terre fertili, da noi calciatori. Perché noi ci stiamo? Per i soldi, ovviamente. Poi, certo, nel tempo libero ci raccontiamo che per la democrazia siamo disposti a tutto, per i diritti umani violati qua e là perdiamo il sonno e per la pace daremmo anche un braccio. Ma questo è un altro discorso. E certo non riguarda chi può pagarci bene.



Puff! Via anche il Milan, passato da Silvio Berlusconi&friends alla Sino-European Investment Management Chanxing che, per averlo, ha sborsato 740 milioni. Poco prima anche l’Inter, passando per l’indonesiano Thorir, era finita a un gruppo cinese, il Suning, un colosso dell’elettronica e degli elettrodomestici di consumo, 1.600 negozi in 700 città e interessi forti nel calcio cinese dopo l’acquisto dello Jangsu Football Club. Suning ha speso per l’Inter le solite centinaia di milioni di euro, ma che volete che sia per un gruppo che nel solo 2015 h ricavato dalle vendite 17,6 miliardi e che ha speso 2,3 miliardi (cinque volte quanto speso per l’Inter) per ottenere l’1,1% delle azioni di Ali Baba, il colosso cinese dell’e-commerce?

In certo senso bisognerebbe far festa. Inter e Milan passano di mano proprio come hanno fatto altri simboli della milanesità. Il quartiere Porta Nuova, per esempio, quello del grattacielo Bosco Verticale e di piazza Gae Aulenti, venticinque palazzi firmati da architetti di grido, l’area che è vanto e orgoglio della “capitale morale”: nel 2015 è diventato un investimento al 100% del Qatar. Questo dimostra che Milano è diventata un posto che conta, un posto dove chi ha contante vuole insediarsi.
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