lunedì 28 maggio 2012

L'AVVENIRE DELL'EUROPA SI GIOCA IN GRECIA





È urgente sostenere la sinistra radicale greca e lo slancio democratico, antifascista e unitario che la porta.


UN DOCUMENTO APPELLO 
di Etienne Balibar, Michel Lowy e Eleni Varikas


La situazione attuale della Grecia è senza precedenti dalla fine dell’occupazione tedesca nel 1944: riduzione brutale dei salari e delle pensioni. Disoccupazione giovanile al 50%. Imprese, piccolo commercio, giornali, case editrici in fallimento. Migliaia di mendicanti e senza tetto nelle strade. Imposte stravaganti e arbitrarie e tagli a ripetizione su salari e pensioni. Privatizzazioni in serie, distruzione dei servizi sociali (sanità, istruzione) e della sicurezza sociale. I suicidi si moltiplicano. La lista dei misfatti del «Memorandum» potrebbe continuare.
Al contrario, i banchieri, gli armatori e la Chiesa (il maggiore proprietario terriero), non sono tassati. Si decreta la riduzione di tutti i bilanci sociali ma non si tocca il gigantesco bilancio della «difesa»: si obbliga la Grecia a continuare ad acquistare materiale militare per miliardi di euro da quei fornitori europei che sono anche – pura coincidenza – quelli che esigono il pagamento del debito (Germania, Francia).

La Grecia è diventata un laboratorio per l’Europa. Si testano su cavie umane i metodi che saranno in seguito applicati al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda, all’Italia, e così via. I responsabili di questo esperimento, la Troika (Commissione europea, Banca centrale europea, FMI) e i loro associati dei governi greci non erano preoccupati: si sono mai visti porcellini d’India, topi di laboratorio protestare contro un esperimento scientifico? Miracolo! Le cavie umane si sono rivoltate: malgrado la repressione feroce condotta da una polizia largamente infiltrata dai neonazisti, reclutati nel corso degli ultimi anni, gli scioperi generali, le occupazioni delle piazze, le manifestazioni e le proteste non si sono fermate da un anno. E ora, colmo dell’insolenza, i greci hanno votato contro la continuazione dell’«esperimento», dimezzando i voti dei partiti di governo (la destra e il centrosinistra che contro il suo programma ha firmato il memorandum) e moltiplicando per quattro il sostegno a Syriza (coalizione della sinistra radicale).

Non c’è bisogno di far parte della sinistra radicale per vedere che i rimedi neoliberisti della Troika sono catastrofici; Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, non smette di dirlo: come «risanare le finanze» della Grecia se si mette il paese in ginocchio, in recessione, cosa che evidentemente non può che diminuire le entrate e squilibrare il bilancio? A che cosa sono serviti i «generosi» prestiti dell’Europa e del FMI? A pagare ... il debito verso le banche, per poi indebitarsi ancor più. Gli «esperti» della Troika hanno il capitalismo come religione (W. Benjamin 1921): una religione le cui divinità – i mercati finanziari dai decreti imprevedibili, arbitrari e irrazionali – esigono sacrifici (umani).

Facendo dell’arbitrio, del segreto e della paura un vero modo di governare, una tale politica di brutale asservimento di un popolo non poteva che provocare reazioni di rabbia, di smarrimento, di collera. Una parte della collera è stata canalizzata da una cupa forza razzista, antisemita, e xenofoba, il gruppo neonazista Alba Dorata. Ma gli indignati, dal canto loro, in grande maggioranza, hanno portato il loro sostegno, per la prima volta dal 1958, alla sinistra radicale. Questa sinistra è profondamente europea. Non ha alcuna intenzione di lasciare l’euro, ma rifiuta categoricamente il Memorandum imposto dalla Troika e accettato dai governi greci che si sono succeduti negli ultimi anni: il Pasok, la Nuova Democrazia e quello «di unità nazionale» con l’estrema destra. Propone alternative concrete, realistiche e applicabili immediatamente: una moratoria sul debito seguita da un audit internazionale, per verificare la sua legittimità, la messa sotto controllo delle banche, la soppressione delle misure antisociali prese dai governi firmatari del Memorandum. Appoggiata da un ampio spettro della sinistra democratica, dei movimenti sociali, degli indignati, dei lavoratori in lotta, delle reti di difesa degli immigrati, dei gruppi femministi, omosessuali , ecologisti, è riuscita a diventare la seconda forza politica del paese. «Non sapevano che era impossibile, e così lo hanno fatto», direbbe Mark Twain.

In giugno si terranno nuove elezioni. Alcuni sondaggi danno la sinistra radicale come prima forza politica del paese. Per noi è chiaro che l’avvenire dell’Europa si gioca in Grecia. Lo hanno capito i portavoce del capitale finanziario, Jose Manuel Barroso o Wolfgang Schäuble, che minacciano i greci con ogni sorta di rappresaglie se oseranno non votare per i candidati avallati dalle banche e dal FMI. Il nuovo governo francese, che si rinchiude in un prudente silenzio, dovrebbe affermare alto e forte che rispetterà le decisioni del popolo greco e respingerà qualsiasi proposta di escludere la Grecia dall’Europa o dalla zona euro.

È urgente sostenere la sinistra radicale greca e lo slancio democratico, antifascista e unitario che la porta. Essa è oggi alla testa della lotta per fare uscire la Grecia, e in seguito l’Europa, dall’incubo dell’austerità neoliberista.

L’avvenire dell’Europa si gioca oggi in Grecia.


Etienne Balibar, filosofo,
Michael Löwy, filosofo e sociologo,
Eleni Varikas, docente di teoria politica.

da Europe-Solidaire (traduzione di Gigi Viglino)



dal sito http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/

domenica 27 maggio 2012

IL SALTO IN LUNGO DEL GRILLO PARLANTE di Norberto Fragiacomo



IL SALTO IN LUNGO DEL GRILLO PARLANTE
di Norberto Fragiacomo





Alla pari di quello europeo (vedi Grecia, più che Germania o Francia, è non è un caso), il panorama politico italiano sta mutando ad una velocità che stordisce, e il solo Bersani, gioendo per vittorie e “non vittorie”, pare non volersene accorgere.
Il tempo non si computa più in mesi, ma in settimane: due sono quelle che separano il primo turno delle elezioni amministrative da un ballottaggio che, a sorpresa, rimescola selvaggiamente le carte.
Colpiscono il crollo dell’affluenza alle urne (dal 65% a poco più del 50, con “punte” del 39 a Genova) e l’exploit del Movimento Cinque Stelle, che in quindici giorni passa da sfidante a forza di governo.
La conquista, a inizio maggio, del primo sindaco in terra leghista ed il buon risultato di Genova non sono stati che l’antipasto del grasso banchetto emiliano: il trionfo di Pizzarotti in una città dell’importanza di Parma – con oltre il 60% di preferenze e contro un centrosinistra non coinvolto nella precedente, catastrofica gestione – rappresenta, per i “grillini”, il classico giro di boa, e suona, per partiti vecchi e nuovi, come una lugubre campana a morto.

Voto di protesta? Certo non di incoraggiamento a PD e PDL (disfatto), per non parlare della Lega (annichilita); ma se di protesta si tratta, non è detto che duri un giorno, perché ad essa si affianca un anelito di speranza facilmente percepibile… quasi una preghiera laica, sussurrata tra le macerie. Pizzarotti e i suoi colleghi sono oggettivamente “nuovi”, non compromessi con i poteri locali né con un esecutivo che ne serve altri, ben più minacciosi: “sparigliano” parlando di ambiente, democrazia diretta (attraverso la rete), competenza e curricula.
Sfruttano le devastazioni prodotte dalla crisi, che ha messo a nudo le vergogne, il servilismo e l’inettitudine dei politici; giovani e “senza storia”, si rivolgono all’elettore da pari a pari – in più, possono contare su un apripista straordinario: Beppe Grillo. Non siamo tra i suoi adoratori: ci infastidiscono il suo giocare su due tavoli (mai visto uno che si fa pagare per tenere un comizio, e quando viene attaccato per certe esternazioni sopra le righe guaisce: “ma io sono un comico, mica un politico!”), la distanza infinita tra dichiarazioni pubbliche e comportamenti privati, il qualunquismo urlato che spesso sovrasta proposte accettabili. Nel bene e nel male, Grillo è un arcitaliano, furbo, talentuoso e ondivago.
Però c’è riuscito: ha creato un mix vincente, in cui la c.d. gente si riconosce. Non è impresa da poco: il favore delle circostanze agevola il cammino, non costruisce la strada.

Ora per i 5 stelle arriva la prova del nove: specie nei momenti drammatici, la critica distruttiva affascina, ma riedificare una società con pochissime risorse è impresa al limite dell’impossibile.

Reggere un comune è oggi, infatti, più difficile che mai (v. patto di stabilità e tagli a ripetizione), ma specialmente sembra mancare, al movimento di Grillo, una chiara consapevolezza di ciò che gli succede intorno: schernire i politicanti corrotti è legittimo, ma ritenere che siano loro gli unici responsabili dell’odierno sfacelo è sintomo di ubriachezza da propaganda (propria e soprattutto altrui). Berlusconi è invotabile da sempre, e la politica italiana è piena di Lusi e Belsito – ma non sono state le loro cattive azioni, le loro omissioni a dar vita alla tempesta perfetta. I Nettuno della finanza stanno all’omino di Arcore come il Satana dantesco al gattone Behemot.

Matureranno in fretta, i “grillini”, o le aspettative verranno per l’ennesima volta tradite? Staremo a vedere – e non solamente a Parma -, ma è lecito dubitare del fatto che il Movimento 5 Stelle (ed il suo scialbo gemello, i Piraten tedeschi) abbia in tasca la ricetta per sfuggire ad una crisi di cui incolpa il maggiordomo sbagliato, e che somiglia ogni giorno di più a un noir; in ogni caso, i grillini hanno ancora ampi margini di crescita, perché sono visti (non del tutto a torto, sia chiaro) dalla popolazione come l’unica alternativa ad un sistema incancrenito e senza bussola, dove destra, sinistra e centro sono nomi appiccicati su un nulla impotente, disonesto e costoso. Che poi nel mucchio finiscano anche partiti e dirigenti seri fa parte del gioco, ed anzi, l’ambiguità è pienamente voluta: Grillo sa benissimo che i suoi concorrenti potenziali sono proprio i piccoli movimenti (di sinistra, aggiungiamo per amor di chiarezza) che dallo smottamento politico potrebbero trarre profitto.

In effetti, i soggetti “progressisti” – tra le quali non va annoverato, per forza di cose, il PD montiano - stanno perdendo la loro ultima occasione, e il risultato elettorale lo dimostra.

Se SeL, FdS e (magari) un PSI degno della sua storia avessero unito le risorse, mettendo sul piatto i problemi veri e proponendo una bozza di soluzione, forse – dico forse – sarebbero stati in grado di riempire il vuoto postberlusconiano, e di scrivere perlomeno la premessa di un futuro meno fosco.


Così non è stato: si continua a navigare a vista, anche se la manifestazione romana del 12 maggio – organizzata dalla FdS, e che ha visto la partecipazione di esponenti non settari di SeL, quali Alfonso Gianni e la Santarelli – può essere indicata, non senza ottimismo, come un punticino di (ri)partenza.


23 maggio 2012


dal sito   http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/


mercoledì 23 maggio 2012

LA ROSSANDA E LA SCOPERTA DELLO STALINISMO di Antonio Moscato



LA ROSSANDA E LA SCOPERTA DELLO STALINISMO
di Antonio Moscato




Mi ero accorto da molti anni che gran parte del nucleo centrale originario del Manifesto aveva cominciato a fare i conti con lo stalinismo – e lo aveva fatto a metà – solo alla vigilia della sua esclusione dal PCI, mantenendo sulle vicende precedenti sostanzialmente la posizione ufficiale del partito. (Anche a loro pensavo scrivendo, pochissimo tempo fa, La necessità di non dimenticare).
Faceva eccezione Aldo Natoli, che aveva anche raccontato perché finché era stato nel PCI aveva perfino rifiutato di leggere il bel romanzo Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, che alludeva al processo a Bucharin, ma poi era diventato uno storico rigorosissimo e a volte insofferente di fronte alla superficiale rimozione di quelle tragedie.

Nelle loro memorie emergono spesso queste lacune. Un compagno bresciano, Felice Mometti, ha segnalato una nuova ammissione della Rossanda:

L'età conta, e io - che credevo di aver fatto il lutto dei comunisti impiccati ai lampioni di Budapest e degli operai che li guardavano ridendo - rimasi paralizzata un giorno dell'autunno 1988, o dell'estate 1989, leggendo all'aeroporto di Mosca, in attesa del volo per Roma, un articolo del Moskovskie Novosti sul Comitato centrale eletto dal Congresso detto dei Vincitori: degli eletti, poco più di un centinaio, si e no una decina avevano finito la vita naturalmente o in guerra. Misurai allora, stupefatta, la dimensione del Terrore al Partito dopo il 1934.”

Felice Mometti commenta ironicamente:
 “Per fortuna il Moskovskie Novosti, nel 1988 o ‘89, ha pubblicato quell’articolo e Rossanda lo ha letto all’aeroporto di Mosca, rimanendo colpita da improvvisa paralisi. In Valcamonica, sperduta valle della provincia di Brescia, queste notizie erano arrivate parecchi anni prima. Bastava fare un giro da quelle parti per scongiurare, con decenni di anticipo, pericolose paralisi... Aggiungo che si direbbe che la Rossanda non si è ancora accorta che i “comunisti impiccati” a Budapest per cui avrebbe “fatto il lutto” erano semplicemente gli agenti della polizia segreta presi dopo che avevano sparato sulla folla."

Un altro compagno, genovese, Aurelio Macciò, ha ripreso l’argomento ricordando che già il rapporto segreto di Kruscev al XX Congresso (febbraio 1956) indicava che “è stato accertato che dei 139 membri e supplenti del Comitato centrale del partito, eletti al XVII Congresso nel 1934, 98 erano stati arrestati e fucilati, cioè il 70% (per la maggior parte nel 1937-1938)”. Eppure era il congresso detto dei “vincitori”, perché tutte le opposizioni erano state allontanate dal partito, che era ormai al 100% nelle mani dei sostenitori di Stalin…

Vuol dire che Rossana Rossanda non ha mai letto il rapporto Kruscev? O lo ha rimosso con sufficienza come ha fatto per anni Luciano Canfora e fa tuttora Domenico Losurdo? È molto probabile. Quando nel 1979 la Longanesi – in un breve periodo in cui ebbe una direzione editoriale “liberal” – aveva deciso di ripubblicare la famosa trilogia su Trotsky di Isaac Deutscher in una nuova più rigorosa traduzione affidata ad Attilio Chitarin, la redazione propose di scrivere l’introduzione al primo volume proprio alla Rossanda, che nicchiò per un po’, e poi chiese… un anno di tempo.
Evidentemente non l’aveva letto nella precedente edizione del 1956 e, dopo una prima scorsa alle bozze, il libro non le era piaciuto. La prefazione fu poi scritta da Giuseppe Boffa, che era del PCI, ma aveva vissuto a lungo a Mosca come corrispondente de “l’Unità”, e aveva imparato parecchie cose...

Naturalmente c’erano infiniti modi per documentarsi: potrei anche portare come testimonianza quanto avevo scritto io stesso, non da una sperduta valle bresciana ma da un’università periferica e senza strumenti particolari (a partire da una biblioteca degna di questo nome): ricordo solo Il vicolo cieco e soprattutto in Intellettuali e potere in URSS , che è del 1986 e contiene un intero capitolo sul 1934 e l’ultimo tentativo di sostituire Stalin. Ma come pretendere che la Rossanda lo avesse letto? Al manifesto, per vecchia amicizia o per fede illimitata nell’intelligenza e onestà altrui, avevo sempre portato almeno una copia di ciascuno dei miei libri sulla crisi dello stalinismo, e tutti i numeri della rivista “Critica comunista”, che aveva pubblicato importanti saggi e documenti su quel periodo, senza che mai si siano degnati di fare almeno una breve segnalazione o di leggerli. Con una sola eccezione, che però conferma la regola: Tommaso di Francesco, che aveva molto apprezzato un mio libro sulla Primavera di Praga, riuscì a infilare sul quotidiano una sua recensione due anni dopo l’uscita del libro, in un’estate in cui poté aggirare le mafie che hanno sempre spadroneggiato nella pagine “culturali” del quotidiano segnalando libri vacui e assecondando le peggiori mode ben più dell’Unità.

Ma Aurelio Macciò segnala anche un testo di Trotsky del giugno 1936 che non conoscevo, con una serie di tabelle che ricostruivano già una contabilità (parziale, visto che il primo processo di Mosca è dell’agosto dello stesso anno) sulle liquidazioni fisiche e/o politiche dei componenti del Comitato centrale. Mi sembra molto efficace, anche se le tabelle allegate sono state evidentemente aggiornate da qualche redattore o traduttore (arrivano al 1939, mentre l’articolo è del 1936); giro comunque subito la segnalazione:

http://www.marxists.org/italiano/trotsky/1936/6/7-storia.htm

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PS
Se Il manifesto soccomberà alla crisi provocata dalla flessione dei lettori e aggravata dall’attacco proditorio di uno Stato che ha abbondantemente rifornito di milioni giornali inesistenti come l’Avanti di Lavitola, Europa, ecc. ecc., lo rimpiangerò sicuramente, perché mi mancheranno molto le preziose corrispondenze internazionali, e anche la tribuna aperta negli ultimi tempi ai dibattiti delle varie sinistre sopravvissute. Ma nella riflessione necessaria per poter ripartire sarà necessario anche un bilancio dell’arroganza con cui il suo gruppo dirigente ha liquidato chi aveva un’interpretazione diversa del mondo e magari si era accorto un po’ prima di loro che qualcosa non andava nel sistema sovietico…

20 maggio 2012

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/

martedì 22 maggio 2012

O.K. CORRAL: QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA di Stefano Santarelli



O.K. CORRAL:
QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA

di Stefano Santarelli


I trenta secondi più famosi nella storia del West si verificarono il 26 ottobre del 1881 a Tombstone, una città allora importante dell’Arizona, e sono stati ricordati come la celebre sfida dell'O.K. Corral.
Questo duello è stato celebrato in moltissimi film western alcuni dei quali sono dei veri e propri capolavori dell’arte cinematografica. Ricordiamo solo alcuni dei più famosi: Sfida Infernale di John Ford (1946), Sfida all’O.K. Corral di John Sturges (1957), L’ora delle pistole –Vendetta all’O.K. Corral sempre di John Sturges (1967), Tombstone di George Pan Cosmatos (1993), Wyatt Earp (1994) di Lawrence Kasdan, ma questo elenco ovviamente potrebbe continuare con altri film di buona qualità.
Sono film che però non rispettano la verità storica.
Il Wyatt Earp interpretato da Burt Lancaster nella Sfida all’O.K. Corral è un vero e proprio boy scout che non gioca nemmeno a poker mentre nella realtà storica era un giocatore d’azzardo le cui ricchezze economiche erano dovute anche al giro della prostituzione.
Ma ovviamente i film non devono essere per forza dei documentari storici.
Bisogna però sottolineare che nel celebre e bellissimo Sfida Infernale di John Ford vi sono grosse inesattezze come quella che fa morire in questa sfida il pistolero “Doc” Holliday che in realtà sopravisse a questa sparatoria, oppure la morte all’O.K. Corral del patriarca del Clan Clanton (interpretato dal bravissimo Walter Brennan) che in realtà era già deceduto di morte naturale prima di questo duello.
Oltre alla data sbagliata che si può trovare nella tomba di James Earp, morto secondo il film nel 1882 esattamente un anno dopo la mitica sfida dell’O.K. Corral.



Questi film hanno quindi completamente deformato i veri avvenimenti avvenuti a Tombstone e quasi tutte le versioni cinematografiche hanno capovolto l’ordine cronologico dei fatti. Infatti la sfida all’O.K. Corral non è avvenuta a causa dell’assassinio di uno dei fratelli Earp, ed è solo l’inizio, e non quindi la fine, di un micidiale conflitto dovuto a motivi politici che vedono contrapporre il locale Partito democratico a quello repubblicano.

Quindi cerchiamo di ricostruire la verità dei fatti.

Tombstone nacque grazie alla cocciutaggine di Ed Schieffelin, un giovane minatore di 32 anni. che riuscì nel giugno del 1879 a scoprire una miniera di argento nonostante gli sberleffi dei soldati di Fort Huachuca, l’unica guarnigione presente nel Sud-Est dell’Arizona, i quali sostenevano che “là fuori avrebbe potuto trovare solo una pietra tombale” e quando la registrò al distretto minerario gli diede proprio il nome di “Pietra tombale”.
Come era avvenuto precedentemente in altri luoghi del West la notizia della scoperta del metallo prezioso trasformò questo distretto minerario in una vera e propria città e dal centinaio scarso di abitanti arrivò nel 1881 ad ospitarne più di 7.000 divenendo così meta di migliaia di avventurieri provenienti da ogni parte degli Stati Uniti.
Ora contrariamente alla versione del celebre Sfida infernale di Ford i fratelli Earp non avevano bestiame a Tombstone e si trovavano in questa città già due anni prima della sparatoria essendo arrivati il primo dicembre del 1879.
I fratelli Earp erano guidati da Virgil, 36 anni, un veterano della guerra civile e sceriffo federale in carica, poi vi era Wyatt, 31 anni, che era indiscutibilmente il leader del gruppo e che era stato sceriffo a Dodge City ed infine Morgan, 28 anni, ex agente della Wells Fargo e anche lui pistolero e giocatore d’azzardo. Un altro fratello, James, il maggiore (38 anni) anche lui veterano della guerra civile non sarà protagonista di questa faida limitandosi a svolgere a Tombsone il suo lavoro di padrone di un saloon.
Bisogna citare per la cronaca altri due fratelli : Warren, il minore (26 anni) che verrà ucciso in un saloon nel 1900 e che non era invece presente a Tombstone, ma stava in California con il vecchio padre. E Newton, nato dal primo matrimonio del padre che però non svolge nessun ruolo in questa storia.
I fratelli Earp non erano giunti a Tombstone per caso, ma erano stati chiamati dal locale Partito repubblicano per riportare l’ordine nella città dove i mandriani, che si riconoscevano nel Partito democratico, erano protagonisti di innumerevoli risse e sparatorie. Questi mandriani non erano certamente favorevoli al rispetto della legge anche perché temevano che avrebbero finito per privilegiare la borghesia locale.
Queste due fazioni politiche si rispecchiavano anche nei rispettivi quotidiani, i Repubblicani stampavano il “The Tombstone Epitaph” mentre i Democratici avevano il “The Daily Nugget”.
Dal punto di vista puramente elettorale i Democratici erano più numerosi e riuscirono a fare eleggere un loro rappresentante, Johnny Behan come sceriffo della Cochise County il distretto a cui apparteneva Tombstone. Mentre i repubblicani ottenero per Virgil Earp la stella di sceriffo di Tombstone.
Ma questa situazione politica era veramente esplosiva ed è proprio questa la vera causa della sparatoria dell’O.K. Corral. Tra l’altro O.K. sta per Old Kinderhook un nomignolo dato all'ex presidente democratico Martin Van Buren. Il Democratic O.K. Club era infatti la sezione del partito democratico di Tombstone.

                                                                              "Doc" Holliday

Dobbiamo adesso fare entrare in scena il personaggio forse più emblematico di tutta questa vicenda: “Doc Holliday”.
Questo personaggio ha permesso a molti attori di ottenere nei film dedicati a questo episodio della storia americana performance superiori alla loro media proprio per la figura complessa e tragica di questo pistolero.
Victor Mature, in fondo un mediocre attore, offre nel film di John Ford una interpretazione eccelsa da lui mai più eguagliata. Kirk Douglas nella Sfida all’O.K. Corral da anche lui una delle sue migliori recitazioni meritevole di un Premio Oscar che questo straordinario attore non vinse mai dovendosi solo accontentare di quello alla carriera. E Dennis Quaid nel film diretto da Lawrence Kasdan ci offre forse il miglior “Doc” Holliday di tutti i tempi.
Infatti John Henry Holliday (28 anni) è un personaggio molto complesso rispetto ai fratelli Earp. Proviente da una famiglia della ricca borghesia della Georgia si laurea dentista nel 1872 presso il Pennsylvania College of Dental Surgery di Filadelfia. Quando si ammala di tubercolosi si rifugia nel Kansas dove vi era un clima più secco. Ed è proprio a Dodge City che conosce lo sceriffo Wyatt Earp. Effettivamente tra i due si stabilisce una profonda amicizia causa questa della sua decisione di stabilirsi anche lui a Tombstone. Gode di una fama di pistolero velocissimo che gli riconosce lo stesso Wyatt, ma storicamente prima della sfida dell’O.K. Corral sembra che non avesse mai ucciso nessuno.
Virgil Earp, coadiuvato dai fratelli Wyatt e Morgan suoi vicesceriffi, punta a ristabilire l’ordine a Tombstone e per questo emana un provvedimento che vieta l’uso delle armi nella città. E’ un provvedimento questo che crea un profondo malumore tra i mandriani peggiorato anche dal fatto che il Clan Earp ha preso nel frattempo un enorme potere all’interno di Tombstone. Infatti sono comproprietari di alcune miniere d’argento e lo stesso Wyatt diventa il proprietario del più importante saloon della città: l’Oriental Saloon.

E come tutte le storie degne di questo nome non possono mancare anche gli intrecci amorosi.
Infatti Wyatt Earp si fidanza con Josephine Sara Marcus che sposerà in seguito. La Marcus lascia quindi il suo precedente fidanzato che era proprio lo sceriffo distrettuale Johnny Behan.
Per questo motivo, per il peso crescente che gli Earp avevano preso in questa città, i malumori contro questo Clan aumentano e nel vecchio West questo era già motivo sufficiente per risolvere tali problemi con le pistole.

Il 26 ottobre 1861 nel recinto dell’O.K. Corral si radunano cinque mandriani armati spargendo la voce che avrebbero ucciso gli Earp i quali colgono immediatamente questa occasione per eliminare i propri nemici.
Alle 14.30 in un gelido pomeriggio autunnale quattro uomini, tutti quanti di altezza intorno al metro e 85, si dirigono silenziosamente attraversando Freemont Street verso questo recinto di cavalli.
Sono i tre fratelli Earp accompagnati da “Doc” Holliday, anche lui con il grado di vicesceriffo.
Sono tutti armati di Colt 45 “Peacemaker” ad azione singola, il cui percussore deve essere sollevato manualmente per potere sparare. Holliday dispone anche di una doppietta che gli aveva prestato Virgil Earp che nasconde sotto il suo pastrano grigio.
Lo sceriffo Behan tenta inutilmente di dissuadere i mandriani da questo scontro. Questo gruppo è formato dai fratelli Robert e Thomas Mc Laury (33 e 28 anni), William Claibourne (21 anni) e dai fratelli William Harrison Clanton (19 anni) e Joseph Isaac “Ike” Clanton (34 anni).
Lo sceriffo Behan vedendo Wyatt e Morgan Earp con già le pistole in mano, soltanto Virgil l’aveva nella fondina, tenta di dissuaderli dall’avviare questo scontro armato. Ma Virgil basandosi sul divieto di portare armi in città sostiene che è suo dovere disarmarli.
Behan comprendendo che non vi è nessun margine per una trattativa cerca subito un rifugio.
A neanche un metro di distanza Holliday spara con la sua doppietta a Frank McLaury iniziando così questa leggendaria sfida.
Dopo trenta secondi di una infernale sparatoria tre uomini giacciono a terra: sono i due fratelli Mc Laury ed il diciannovenne William Clanton.
Virgil e Morgan Earp sono feriti mentre Wyatt e “Doc” Holliday sono incolumi come “Ike” Clanton e Claiburne che si danno immediatamente alla fuga.
Per la cronaca anche due cavalli muoiono in questa sparatoria.
Josephine Marcus corre subito ad abbracciare il suo Wyatt mentre lo sceriffo Behan, uscendo dal suo rifugio, prova ad arrestare gli Earp e Holliday, ma in quella giornata era una impresa impossibile per un uomo solo.

Contrariamente a tutte le trasposizioni cinematografiche la città non offre nessuna solidarietà al Clan degli Earp e al funerale dei tre caduti un corteo di ben quattrocento persone con la banda in testa accompagna i feretri al cimitero di Boot Hill, la celebre collina degli stivali.
Wyatt Earp e “Doc” Holliday trascorrono in carcere l’attesa del processo che li vede comunque assolti con la motivazione che hanno compiuto una legittima azione di polizia.
La sera del 28 dicembre 1881 due colpi di fucile vengono sparati contro Virgil Earp il quale rimane gravemente ferito e dopo questo attentato perderà l’uso del braccio sinistro.
Tre mesi dopo, il 18 marzo del 1882, Morgan Earp viene colpito a morte da un colpo di pistola che gli spezza la colonna vertebrale mentre giocava a biliardo.
Oramai il clima a Tombstone rende impossibile la vita agli Earp che lasciano definitivamente la città con le loro famiglie.

Ed inizia a questo punto la vendetta di Wyatt Earp e “Doc” Holliday, una vendetta che solo poche versioni cinematografiche hanno raccontato.
Earp e Holliday insieme ad altri tre pistoleri si mettono sulle tracce di coloro che avevano ferito Virgil ed ucciso Morgan.
Frank Stilwell, l’assassino di Morgan viene raggiunto ed ucciso a Tucson.
Johnny Ringo, il pistolero più micidiale dei mandriani di Tombstone viene ucciso da “Doc” Holliday con un colpo di fucile.
William Claiborne e “Ike” Clanton trovano la morte poco dopo senza probabilmente la responsabilità di Wyatt Earp e “Doc” Holliday.
Lo sceriffo Behan lancia un caccia all’uomo contro Earp e Holliday, ma senza nessun esito poiché sono riusciti a rifugiarsi nel Colorado.

L’8 novembre del 1887 muore a soli 36 anni “Doc” Holliday in una misera locanda di Grenwood Spring . Era riuscito a sfuggire ai suoi nemici, ma non alla tubercolosi.
Wyatt Earp morirà invece il 13 gennaio del 1929 a novant’anni dopo essere stato una vera icona vivente. Al suo funerale parteciperanno migliaia di persone tra cui il celebre attore western Tom Mix.
Virgil Earp, nonostante la perdita del braccio sinistro, continuerà invece la sua carriera di sceriffo morendo il 20 ottobre del 1905 per una polmonite.

In modo molto sintetico è questa la vera storia della Sfida dell’O.K. Corral.

Ma come sostiene, in un altro celebre film di John Ford L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), il giornalista che intervista il senatore Stoddard (interpretato da James Stewart) che gli aveva appena confessato che non era stato lui ad uccidere il bandito Liberty Valance, impresa con la quale aveva costruito tutta la sua carriera politica, ma invece uno sconosciuto pistolero di nome Tom Doniphon (John Wayne), questo giornalista ammetterà che non potrà pubblicare questa confessione perchè:

"Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda".


                                                      I fratelli Earp



Bibliografia:

- R. Di Stefano- Resa dei conti all’O.K. Corral – STORIA e DOSSIER- Giunti Editore- settembre 2000

- P. Mitchell Marks – And Die in the West: The Story of the O.K. Corral Gunfight –University of Oklahoma, Press, Norma 1996

Si consiglia anche di visitare il bel sito  http://www.farwest.it/  che è storicamente molto preciso



16 maggio 2012

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/

domenica 20 maggio 2012

SYRIZA di Yorgos Mitralias



SYRIZA,
o lo sfondamento magistrale di un’esperienza unica e originale

di Yorgos Mitralias



Spauracchio per «quelli che stanno in alto», speranza per «chi sta in basso», SYRIZA fa il suo fragoroso ingresso sulla scena politica di quest’Europa in profonda crisi. Dopo aver quadruplicato la propria forza elettorale il 6 maggio, SYRIZA può ambire ora non solo a diventare il primo partito greco alle elezioni del 17 giugno, ma soprattutto a riuscire a formare un governo di sinistra che abrogherà le misure di austerità, ripudierà il debito e caccerà la Trojka dal paese. Non è quindi sorprendente che SYRIZA interessi molto anche al di fuori della Grecia e che praticamente tutti si interroghino sulla sua origine e la sua reale natura, sui suoi obiettivi e le sue aspirazioni.

Tuttavia, SYRIZA non è esattamente una novità del momento nella sinistra europea. Nata nel 2004, la Coalizione o Raggruppamento della Sinistra Radicale (SYRIZA, appunto) avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei politologi e dei mezzi di comunicazione di massa internazionali, non fosse altro perché era una formazione politica del tutto inedita e originale nel paesaggio della sinistra greca, europea ed anche mondiale. In primo luogo, per la sua composizione.

Sorta dall’alleanza di Synaspismos (a sua volta “coalizione”) - un partito riformista di sinistra di vaga origine eurocomunista e con alcuni esponenti parlamentari - con una dozzina di organizzazioni di estrema sinistra, che coprono l’intero spettro del trotskismo, dell’ex- maoismo e del “movimentismo”, la Coalizione della Sinistra Radicale costituiva, fin dai suoi inizi, un’eccezione alla regola che voleva – e continua a volere – che i partiti più o meno tradizionali a sinistra della socialdemocrazia non si coalizzino mai con le organizzazioni di estrema sinistra!

L’originalità di SYRIZA, però, non si ferma qui. Essendo stato concepito come una coalizione più che altro congiunturale ed elettorale (è stato fondato subito prima delle elezioni del 2004), SYRIZA ha resistito al tempo ed è sopravvissuto ai suoi alti e bassi, ai suoi successi e soprattutto alle sue crisi e ai suoi insuccessi, fino a diventare un clamoroso esempio di una realtà alla quale la sinistra radicale internazionale fatica sempre ad arrivare: la coabitazione di differenti sensibilità, tendenze e anche organizzazioni in una stessa formazione politica della sinistra radicale! A distanza di otto anni dalla nascita di SYRIZA, ora la lezione da ricavare balza agli occhi: sì, una simile coalizione non solo è possibile, ma fruttuosa e, alla lunga, anche garanzia di grandi successi.

Ma ci si chiederà: «Come hanno fatto questa dozzina di “componenti” così eteroclite di SYRIZA prima a incontrarsi e poi a mettersi d’accordo su una così prolungata e originale coabitazione organizzativa?». È una domanda pertinente e merita una risposta dettagliata e approfondita. No, il miracolo SYRIZA non è piovuto dal cielo, né è frutto del caso. È maturato a lungo e, soprattutto, è germogliato nelle migliori condizioni possibili, nei movimenti sociali e altermondialisti di quest’ultimo quindicennio.

Si potrebbe dire che tutto è iniziato 15 anni fa, nel 1997, con la costituzione del ramo greco del movimento delle Marce europee contro la disoccupazione. Non era solo il fatto che si trattava del primo passo verso quello che poi si è chiamato poco più tardi il movimento altermondialista dei Socialforum. Più specificamente, in Grecia, era il fatto che le Marce europee hanno avuto una funzione probabilmente un po’ più importante, quella di fare qualcosa che fino ad allora era assolutamente inconcepibile: unificare la sinistra nell’azione. È così che, grazie alle Marce europee, si sono visti sindacati, movimenti sociali, partiti e organizzazioni della sinistra greca (KKE incluso, almeno per una fase!) che non si erano mai incontrati, o che si ignoravano reciprocamente, mettersi insieme per partecipare a un movimento europeo del tutto inedito, a fianco dei sindacati, dei movimenti sociali e delle correnti politiche di altri paesi, fino ad allora completamente sconosciuti in Grecia.

Non a caso, quindi, quel primo colpo inferto al settarismo viscerale che ha sempre contraddistinto la sinistra greca dava luogo addirittura a scene commoventi di ritrovamenti, quasi psicodrammi, tra militanti che fino ad allora non si conoscevano e che all’improvviso scoprivano che l’“Altro” non era poi così diverso da loro. Evidentemente, la maionese era venuta bene, tanto più che i militanti greci uscivano dal paese e scoprivano una realtà militante europea in carne ed ossa di cui prima non sospettavano l’esistenza.

Forti di questo primo avvicinamento nell’azione, tanto più solido in quanto avveniva in un movimento sociale di tipo nuovo, la maggior parte delle varie componenti politiche delle Marce europee greche partecipavano, fin dal 1999, a una seconda originale esperienza che mirava ad approfondire la loro esigenza di unità. Era lo Spazio di dialogo e di Azione Comune che, mentre approfondiva l’indispensabile discussione politica e programmatica, preparava contemporaneamente gli animi alla prossima esperienza unitaria e movimentista dei Social Forum, che avrebbe profondamente segnato lo sviluppo della sinistra greca.

Grazie all’enorme successo popolare del Social Forum, il passo verso la costituzione della Coalizione della Sinistra Radicale è stato compiuto pressoché spontaneamente e con entusiasmo nel 2003-2004. I militanti delle componenti di SYRIZA, che avevano avuto modo di conoscersi nelle lotte e che avevano viaggiato e manifestato insieme a migliaia ad Amsterdam (1997) e Colonia (1999), a Nizza (2000) e Genova (2001), a Firenze (2002), a Parigi (2003), ecc., avevano avuto il tempo di sviluppare tra loro rapporti non solo politici ma anche umani prima di arrivare alla fondazione della loro Coalizione della Sinistra Radicale. Una coalizione che andava comunque controcorrente rispetto a quanto accadeva nel resto d’Europa, dove una simile coalizione tra un partito riformista di sinistra e gruppi di estrema sinistra era semplicemente inimmaginabile…

Tuttavia, dopo una nascita abbastanza riuscita, il seguito dell’avventura di SYRIZA è stato ben lungi dall’essere sempre felice, e a varie riprese ha anche dovuto interrompersi. Ovviamente, vi sono state una serie di crisi di fiducia tra il troncone di SYRIZA costituito da Synaspismos e i suoi partner di estrema sinistra, una cosa del resto abbastanza “logica”. Con il passar del tempo, tuttavia, l’omogeneizzazione di SYRIZA ha fatto sì che le crisi – come d’altro canto le discussioni – non solo attraversassero praticamente l’intera coalizione e ciascuna delle sue componenti, ma che si manifestassero soprattutto in seno a Synaspismos stesso, in cui infuriava lo scontro di tendenza in permanente ricomposizione.

Alla fine, SYRIZA ha trovato una certa serenità interna solo dopo l’uscita, nel 2010, dell’ala socialdemocratica di Synaspismos (che ha dato vita alla Sinistra Democratica) e l’allontanamento del suo presidente Alecos Alavanos, che, dopo avere insediato il suo “pulcino”, Alexis Tsipras, ne è diventato il nemico giurato. Ormai, la linea politica della Coalizione era più chiara (e più a sinistra), mentre il giovane leader Alexis Tsipras imponeva la propria autorevolezza e cumulava i primi successi, che avrebbero fornito a SYRIZA, sempre più radicalizzata, la credibilità indispensabile per riuscire a sfruttare le eccezionali circostanze create dalla crisi del debito. Ormai SYRIZA era pronta ad assumersi il ruolo della formazione politica che avrebbe potuto incarnare nel miglior modo possibile le speranze e le attese di interi settori della società greca in rivolta contro le politiche di austerità, la Trojka, i partiti borghesi e lo stesso sistema capitalistico!

La lezione da ricavare da questa storia quasi esemplare è evidente: tutto sommato, si tratta di un successo che solo incalliti settari (e in Grecia ce ne sono parecchi) potrebbero negare! Tuttavia, la storia di SYRIZA è ben lungi dall’essersi conclusa, e le cose serie stanno solo per cominciare. Insomma, il bilancio attuale può essere soltanto provvisorio. Ma, guai a chi non lo farà, in nome di un “grave errore” e di quel «tradimento» di SYRIZA che aspetta con impazienza per poter dire alla fine…«Io l’avevo previsto». No, il bilancio ancorché provvisorio e incompiuto va fatto perché, per i tempi (duri) che corrono, non ci si può permettere il lusso di non approfittare delle esperienze, dei successi e degli insuccessi altrui nella sinistra radicale europea.

Formazione politica dal programma permanentemente contraddistinto da “vaghezza” (flou) artistica, la Coalizione della Sinistra Radicale ha quasi sempre oscillato tra il riformismo di sinistra e un anticapitalismo conseguente. Del resto, forse è da questa eterna oscillazione che è riuscita a ricavare la propria forza. Ma occorre essere chiari: quel che è riuscito a funzionare piuttosto positivamente in periodi “normali”, potrebbe diventare un ostacolo se non un boomerang in periodi di acuta crisi e di inasprimento dello scontro di classe. In parole povere SYRIZA, che ha appena magistralmente ottenuto la sua affermazione, si trova trasformato nel giro di poche settimane (!) da piccolo partito minoritario in una sinistra greca già di per sé minoritaria, in partito dominante che può pretendere di governare. Il tutto, non in un paese qualsiasi e in una fase storica qualsiasi, ma in questa Grecia, «laboratorio» e caso/test per questa Europa dell’austerità in crisi di nervi…

Il cambiamento di scala è talmente improvviso da poter far venire le vertigini. Essendo diventato in tempi record l’incubo dei potenti e la speranza dei diseredati, SYRIZA è ora chiamato ad assumere compiti giganteschi e decisamente storici, a cui non è preparato né politicamente né organizzativamente. Allora, che fare? La risposta deve essere chiara e categorica: semplicemente, aiutare SYRIZA! Con ogni mezzo possibile. E soprattutto, non lasciarlo solo. Sia in Grecia, sia in Europa. In poche parole, fare il contrario di quel che fanno coloro che non abbinano alle loro critiche a SYRIZA la solidarietà e anche al sostegno a SYRIZA stesso, di fronte al comune nemico di classe. Sostegno anche critico, ma … sostegno comunque! E non domani, ma oggi. Perché, al di là delle divergenze tattiche o di altro tipo, la lotta che sta attualmente affrontando SYRIZA è di fatto la nostra lotta, la lotta di noi tutti. E tirarsene fuori equivale a mancata assistenza a chi si trova in pericolo. O meglio, a popolazioni e a paesi interi in pericolo!...



Atene, 19 maggio 2012

Traduzione di Titti Pierini.


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

giovedì 17 maggio 2012

INSOSTITUIBILE ROUSSEAU di Alberto Burgio




INSOSTITUIBILE ROUSSEAU
di Alberto Burgio

A 250 anni dalla pubblicazione, il «Contrat social» mette in luce le intuizioni del filosofo sui dilemmi della democrazia borghese

Il 2012 è un anniversario rousseauiano perfetto: Jean-Jacques nacque (a Ginevra) 300 anni fa e 250 anni sono trascorsi dalla pubblicazione del Contrat social e dell'Émile, le due opere che - insieme ai Discorsi e alle Confessioni - hanno consacrato il loro autore a una fama imperitura.

Teorie «empie e scandalose»

Rousseau è figura controversa per eccellenza. Uomo dei Lumi, «anticipò» secondo alcuni la temperie romantica. Amico di Diderot (e collaboratore dell'Encyclopédie), fu la bestia nera di tanti philosophes, che non gli perdonarono le invettive contro la «civilizzazione» e i suoi miti progressisti. Padre della Rivoluzione e icona dei giacobini che ne vollero traslare le spoglie mortali nel Pantheon, è non di rado accusato di conservatorismo per la tenace nostalgia verso l'arcadia e la riverente attenzione alla lezione di Montesquieu.

Il piano politico è centrale nella controversia, che coinvolge in particolare il Contrat social, pubblicato nel 1762 e subito messo all'Indice, insieme all'Émile, sia a Parigi che a Ginevra, dove il Piccolo Consiglio che governa la città ne definisce le teorie «temerarie, scandalose ed empie: tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo». Come ha mostrato in una preziosa analisi Louis Althusser, il capolavoro rousseauiano è un'opera complicatissima, labirintica, apparentemente contraddittoria. Non vi è traccia del geometrismo cartesiano, abbondano invece anacoluti logici, prolessi criptiche, iati e duplicazioni. Lo stesso Rousseau se ne avvede e chiede - esige - la pazienza del lettore, se non la sua complicità. «Tutte le mie idee si tengono, ma non posso esporle tutte in una volta» scrive, quasi a prevenire più che prevedibili critiche. Ma non è solo questione di difficoltà espositive. I problemi sono altri e ben altrimenti concreti.

Il plauso di Kant e di Hegel

Dove si può dire risieda il cuore del libro? Paradossalmente, nella critica del contrattualismo moderno. Anzi, nella sua decostruzione in omaggio a un criterio (il primato della ragione e dell'interesse comune) che susciterà il plauso di Kant (nel cui Olimpo Rousseau affianca Hume e Francesco Bacone) e Hegel (che gli riserverà uno dei rari elogi presenti nelle Lezioni berlinesi sulla storia della filosofia). Vediamo schematicamente come si svolge questa critica demolitrice dall'interno del paradigma contrattualista, già condotto alle più alte vette di precisione e potenza da due protagonisti del Seicento filosofico inglese, Hobbes e Locke.

In apparenza Rousseau condivide il punto di partenza del contrattualismo hobbesiano e lockeano: il problema politico sorge perché gli individui sono liberi per natura (ex jure naturali) e dotati di forza sufficiente a imporre il rispetto della propria libertà. Per di più sono egoisti: mirano ciascuno al proprio vantaggio particolare, secondo la nascente antropologia dell'homo oeconomicus.
Sulla base dell'influente sintesi contrattualistica della piattaforma ideologica borghese, avversa all'autocrazia di antico regime, il problema della legittimità politica può essere risolto soltanto con l'accordo tra tutti. Da qui l'idea che a dar vita alla sovranità debba essere un «contratto sociale», garante del rispetto dei diritti e degli interessi individuali.

Agli antipodi di Hobbes

Ma questa è solo l'apparenza, o l'avvio del discorso. A valle del quale Rousseau va per la sua strada, distaccandosi dai predecessori e muovendo loro contestazioni radicali. Quella prospettata nel De cive o nel Leviatano (Hobbes) e nel Secondo Trattato (Locke) non è una vera società né una forma legittima di sovranità, poiché l'accordo di tutti gli individui - pure indispensabile - di per sé non garantisce affatto il rispetto dei loro diritti né, tanto meno, la giustizia sociale, non meno decisiva ai fini della legittimazione.
L'egoismo è spesso miope e distruttivo. Nel perseguire il proprio vantaggio i più non esitano a danneggiare il prossimo. Inoltre spesso ci si sbaglia sul proprio interesse, poiché è facile sapere quel che serve nell'immediato, ma è molto difficile prevedere ciò che servirà in futuro. Senza contare che spesso si viene raggirati da chi, con pochi scrupoli, mente, simula o mistifica. Come presumibilmente avvenne all'atto della fondazione della «società civile», quando - per riprendere un celebre luogo del Discorso sull'ineguaglianza, dato alle stampe sette anni prima del Contrat - chi si era appropriato di un podere lo recintò (torna alla mente il resoconto marxiano della «cosiddetta accumulazione originaria»), se ne dichiarò proprietario («questo è mio») e realizzò l'usurpazione in quanto «trovò persone ingenue abbastanza da prestargli fede».

Il contratto sociale, dunque, non garantisce la legittimità del potere: da qui prende le mosse un lavoro ai fianchi del modello contrattualista che lo rovescia come un calzino e di fatto lo smonta e lo rottama. L'egoismo irrazionale (immorale, distruttivo) è un problema che deve essere risolto. Per questo la politica non può limitarsi a un'algebra delle forze, ha un compito di ben altra portata: deve trasformare gli individui nella loro moralità, estirpare alla radice ogni loro propensione anti-sociale.
Siamo agli antipodi di Hobbes (per il quale si era trattato di stabilire le condizioni della sicurezza dei corpi e dei beni) e di Locke (che aveva conferito legittimità all'accumulazione illimitata delle proprietà). Il contratto rousseauiano è chiamato a operare una mutazione antropologica nel segno del primato dell'interesse comune. Da qui la messa in discussione della stessa dimensione individuale: «all'istante, in luogo della persona particolare di ciascun contraente» il patto fondativo della nuova società deve generare «un corpo morale e collettivo» che «da questo atto riceve la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà».

Ma Rousseau non è un ingenuo. Non si illude che veramente un contratto (peraltro, in questo caso, una metafora, un semplice schema logico utile ad articolare l'istanza democratica nella lotta antifeudale) possa di per sé avere ragione di una forma concreta dell'individualità: estirpare come d'incanto il particolarismo consolidatosi nel corso del lungo processo di modernizzazione, luogo d'incubazione dell'antropologia proprietaria egemone nell'Europa borghese. Egli sa bene che il contratto serve a poco.
Se c'è una speranza, questa riposa sul concreto funzionamento delle istituzioni politiche, sulla sua coerenza con la loro ratio costitutiva. Quella che si tratta di giocare è una delicata partita a scacchi dentro il quadro dei poteri e nel corpo stesso della collettività. Gli egoismi vanno estirpati o almeno imbrigliati. E Rousseau le tenta tutte per vincere questa battaglia.

Qualità e quantità

Tenta, dapprima, la carta delle procedure. Stabilisce con puntiglio le regole del voto nell'assemblea legislativa, graduando il principio di maggioranza in base alla rilevanza e all'urgenza delle decisioni. Ma è sin troppo evidente (almeno a lui, visto che di questi tempi corre invece l'idea che la democrazia sia una questione di «regole del gioco») che le procedure di per sé non garantiscono nulla. Persino l'unanimità dei consensi non dimostra coesione o disinteresse personale, visto che domina anche nelle assemblee servili, quando «i cittadini non hanno più libertà né volontà».

È poi la volta della carta teoreticamente più ardita, intorno alla quale generazioni di lettori del Contrat si sono variamente rotte la testa: la definizione della volonté générale come sinonimo (a priori) del bene comune. L'insufficienza dei vincoli procedurali dimostra che non è possibile desumere la qualità delle decisioni dalla quantità dei consensi. Allora, per quanto bizzarro possa sembrare, il discorso andrà rovesciato di sana pianta. Posto che «ciò che generalizza la volontà» (ciò che garantisce la corrispondenza tra volontà e giustizia, tra volontà e bene comune) «è meno il numero dei voti che l'interesse comune che li unisce», bisognerà partire dall'interesse comune. Il quale (lo sappiano o no i cittadini riuniti nel corpo sovrano) risiede nella solidarietà, nella (relativa) uguaglianza, nella sobrietà, nella moderazione.

Una resa apparente

Ma così, che fine fa l'autonomia decisionale del corpo sovrano? E poi: nell'assemblea votano individui corrotti dallo spirito del tempo, i quali - come abbiamo visto - hanno tutt'altra idea dei propri interessi. Per questo spesso si formano consorterie e fazioni, intese, le une e le altre, a curare il proprio particulare. Quale ascolto daranno costoro alle indicazioni della volonté générale? Quando si dice «volontà», spesso e volentieri ci si fraintende: si vuole sempre il proprio bene, ma come lo si troverà se non si è in grado di vederlo?
Il risultato sembra una resa incondizionata: «come può una moltitudine cieca, che spesso ignora ciò che vuole poiché raramente sa che cosa è per lei bene, compiere un'impresa grande e difficile come un sistema di leggi?» Per parte sua, la volonté générale ha un bell'essere per definizione «retta e tesa alla pubblica utilità», «sempre costante, inalterabile e pura»: se il popolo è fuorviato, se nell'assemblea prevalgono i particolarismi, essa non verrà espressa («ammutolisce») e di certo sarà sopraffatta.

Dal tutto alla parte

Consapevole di ciò, Rousseau tenta, infine, l'ultima carta - sorprendente e fatale (se non altro perché sancisce il fallimento del modello contrattualistico, o quanto meno la fuoriuscita del Contrat dal suo quadro di riferimento). Nell'estremo tentativo di venire a capo del problema, constatata l'inemendabile miseria degli uomini («ci vorrebbero degli dei per dare loro un corpo di leggi»), Rousseau fa intervenire la figura platonica del legislatore, antitesi vivente della partecipazione democratica. Un dio profano, forte di un'autorità trascendente («di un'altra specie»), è in effetti «il meccanico che inventa la macchina» dello Stato. Ed è sin troppo evidente che la sua irruzione mette in mora il dispositivo contrattualistico, visto che il legislatore assolve esattamente il compito affidato al contratto: fonda la nazione e per questo cambia la natura umana, sostituendo «un'esistenza parziale e morale all'esistenza fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuto dalla natura» e «trasformando ogni individuo, che in se stesso è un tutto perfetto e isolato, in una parte di un tutto più grande».

Difficile immaginare una più esplicita affermazione dell'impossibilità di risolvere il problema politico attraverso il contratto sociale. Rousseau non ne formalizza il ripudio né rinuncia al carattere democratico della teoria; si preoccupa di circoscrivere le prerogative del legislatore («il suo ufficio non è magistratura, non è sovranità»); conserva il principio di maggioranza per le decisioni collettive e, soprattutto, riserva la sovranità all'assemblea dei citoyens. Ma in questo modo, come nel gioco dell'oca, i problemi che aveva cercato di risolvere si ripropongono tali e quali, nulla garantendo che il corpo sovrano dia voce alla volonté générale. Ce n'è abbastanza perché a uno sconsolato Rousseau il Contrat appaia ben presto «un libro da rifare».

La volontà «vera»

Nondimeno, quest'opera esplosiva rimane per noi, dopo due secoli e mezzo, insostituibile. Perché? Per almeno due buone ragioni. In primo luogo, proprio questo tormentato percorso rivela che gli interessi particolari sono qui e ora troppo forti perché sia possibile coniugare partecipazione (esercizio dell'autonomia individuale e collettiva) e giustizia sociale. Rousseau vede precocemente un dilemma-base della democrazia borghese: intuisce (sta qui un nesso profondo con Marx) che soltanto dopo che sarà cambiata la struttura sociale (e con essa la configurazione concreta degli interessi) sarà possibile produrre una forma politica realmente democratica. Sino a quel momento, la politica potrà tutt'al più ridurre i contraccolpi distruttivi del rapporto sociale capitalistico. Col senno di poi, comprendiamo che Rousseau affida, inconsapevolmente, questo insegnamento al Contrat social. Il quale è, per tale ragione, qualcosa di più di un classico del pensiero democratico. È anche un antefatto della critica marxiana della politica, una premessa indispensabile della denuncia dell'ideologia democratica che prenderà forma nelle pagine della Judenfrage.

La seconda ragione è sorprendente, forse paradossale. Abbiamo visto che Rousseau abbandona il quadro di riferimento del contrattualismo moderno imponendo alla scelta collettiva vincoli esterni e non negoziabili. Non basta che la decisione sia partecipata (formalmente democratica), dev'essere anche giusta: promuovere la solidarietà, la coesione, la giustizia sociale, l'uguaglianza, insomma l'interesse generale. Con ciò, a guardar bene, il Contrat non si limita a congedarsi dal contrattualismo, apre la strada - implicitamente - alla più complessa strategia discorsiva che di lì a poco (nel corso del XIX secolo) darà avvio alla ricerca teorica del costituzionalismo moderno, la cui ratio consiste nel distinguere tra gli orientamenti immediati delle assemblee legislative (non di rado condizionati da poteri forti) e la sua volontà «vera» - generale - in quanto frutto dell'esperienza storica di lungo periodo.

Perché questo è sorprendente, perché è paradossale? Perché la discussione sull'opera di Rousseau è andata perlopiù in tutt'altra direzione. Già all'indomani della Rivoluzione francese, e a maggior ragione nel secolo scorso, i suoi avversari di parte liberale gli hanno imputato gravi responsabilità, leggendo nel Contrat - in particolare nella teoria della volonté générale - un dispositivo liberticida, propedeutico al «totalitarismo». Ma a dimostrare che si tratta di accuse insensate basterebbe la sdegnosa risposta che Rousseau dette ai fisiocratici che speravano di arruolarlo tra i fautori del cosiddetto «dispotismo illuminato». No grazie, ribatté: o una collettività trova da sé la strada verso la giustizia, oppure «tutto è perduto»: niente e nessuno autorizza vie di fuga verso il leviatano di Hobbes.

Lezioni di cautela

E forse qui troviamo una terza ragione per non smettere di studiare la politica di Rousseau. La storia della fortuna del suo capolavoro ci insegna anche la distanza critica, la cautela, un po' di sana diffidenza nei confronti della vulgata storiografica, che - per citare ancora Althusser - è parte della lotta di classe. Demonizzare Rousseau (come Hegel, come la «filosofia classica tedesca») serve a criminalizzare l'intera storia delle rivoluzioni moderne, dal 1789 al 1917 e oltre. Anche quando si tratta di filosofia, la storia è scritta perlopiù dai vincitori, che impongono le loro ragioni, negazioni e rimozioni.



da "Il Manifesto"
 

lunedì 14 maggio 2012

Tesi politiche della LEGA DEI SOCIALISTI



Tesi politiche della LEGA DEI SOCIALISTI
documento del direttivo nazionale del 21/4/2012.




1 - Crisi di sistema e crisi delle società occidentali


La crisi di sistema del modello economico neo-liberista, iniziata ad esplodere a partire dal 2007, è ormai giunta, a causa dell’evolversi a catena dei cortocircuiti dei processi di finanziarizzazione e terziarizzazione delle economie avanzate, ad un punto di maturazione tale da compromettere la stessa tenuta, nel medio periodo, dei tessuti produttivi delle economie occidentali di fronte alle capacità di espansione globale dei nuovi grandi produttori emergenti .
Il modello di sviluppo attuale, vittima degli squilibri finanziari che ne hanno rappresentato uno dei fondamentali elementi propulsivi, si dimostra non più in condizione di garantire quei livelli di crescita necessari al mantenimento dell'equilibrio sociale su cui l'occidente democratico ha costruito il suo modello di società.
L'illusorio tentativo di rianimarlo, a cui stanno lavorando le classi dirigenti economiche e finanziarie responsabili della crisi, rischia di generare nelle società occidentali una crisi irreversibile dei propri modelli di garanzia sociale e della loro stessa articolazione democratica.
La Lega dei Socialisti ritiene che questa situazione drammatica costringa tutta la sinistra ad affrontare, con urgenza, la grande questione della trasformazione strutturale di un sistema di rapporti economici finanziari e sociali che distrugge la ricchezza sociale ed espropria il valore del lavoro e della vita degli individui, pensando di riattivare un processo di crescita attraverso nuovi processi di flessibilità nei processi produttivi, ed una compressione sistematica dei redditi da lavoro dipendente, quali condizioni indispensabili a sostenere un processo di crescita compatibile con il mantenimento della centralità decisionale del sistema finanziario, salvaguardata dalla garanzia della alta redditività dell'investimento finanziario, fondato sull'azzeramento delle residue politiche di intervento pubblico degli stati sovrani.
Questa nuova consapevolezza diffusa dei limiti di un sistema economico integrato a livello sovranazionale, in cui l'elemento finanziario agisce ormai in contrasto con gli interessi, reali e concreti, delle comunità dei produttori, dei lavoratori e degli stessi imprenditori, può infatti costituire la base sociale di un nuovo grande patto democratico, nei popoli e tra i popoli, verso un nuovo modello di rapporti economici e sociali, in cui l'economia reale, la qualità concreta dei rapporti interpersonali, sociali e produttivi, i parametri di valutazione della ricchezza sociale effettivamente goduta dai cittadini, la riqualificazione dei consumi all'interno di un più generale processo di maturazione culturale delle società sviluppate, e sopratutto la centralità dei meccanismi e dei sistemi redistributivi della ricchezza socialmente prodotta, anche come protezione sistemica al calo tendenziale dei tassi quantitativi della crescita, possono tornare ad essere le pietre angolari di un progetto di rinascita democratica della società.
Per la sinistra la soluzione alla crisi del sistema non deve quindi essere la concentrazione delle politiche economiche sulla sterilizzazione del debito sovrano, che porterebbe alla impossibilità di realizzare qualsiasi possibile intervento pubblico sui rapporti economici in grado di riprogrammare le scelte complessive di modello, ma la individuazione di un nuovo modello di sviluppo fondato su diversi criteri valutativi della crescita economica, che salvi l'equilibrio sociale attraverso il mantenimento di alti livelli redistributivi della ricchezza sociale diversamente prodotta, e valutata in base a differenti parametri di riferimento sociale a fronte di una restrizione tendenziale di una crescita fondata sui tradizionali parametri quantitativi.

Un nuovo modello di rapporto tra pubblico e privato, e tra sovranità, statuale o sovrastatuale, e finanza e mercati, che deve nascere dalla eliminazione di tutte le nuove norme costituzionali (vedi art. 81), o comunitarie (fiscal compact) introdotte a garanzia forzosa di un pareggio di bilancio degli stati che non distinguono tra spesa corrente e spesa per investimenti, che hanno solo la finalità di azzerare i poteri di intervento pubblico in economia e di generare una assoluta dipendenza dell’investimento produttivo dal sistema creditizio privato, ed in ultima analisi dagli organismi finanziari e bancari globali, che in qualità di tecnostrutture libere da condizionamenti statuali ne organizzano a livello superiore gli indirizzi di azione e la supervisione funzionale.

Un nuovo modello di sviluppo da realizzare nel quadro di una piena assunzione di poteri esecutivi e legislativi da parte degli organi di rappresentanza democratica della Unione Europea, le cui linee portanti possono fin da ora essere delineate, fondato sull’inversione delle regole che hanno governato le economie dei paesi sviluppati negli ultimi 20 anni, e sulla riforma radicale della struttura dei modelli sociali costruiti sulle compatibilità con un mercato pienamente sovrano funzionalizzato alla garanzia assoluta del profitto nell’investimento finanziario, assunto ad elemento centrale del processo di creazione della ricchezza sociale, strutturalmente destinato, direttamente o attraverso l’indebitamento diffuso dei consumatori, al sostegno della domanda, in sostituzione della crescita progressiva e tendenziale del reddito del lavoro che costituiva l’elemento centrale del precedente modello keynesiano.

In contesti sociali sempre più impoveriti e inquieti, potrebbero verificarsi derive antidemocratiche, oligarchiche e tecnocratiche, di cui già si avvertono i primi sintomi, come ad esempio in Italia con il governo dei tecnici, o una disperata recrudescenza di fenomeni terroristici .

Ma è, più in generale, in tutta Europa che si avverte lo scollamento fra le popolazioni e la tecnocrazia dell'Unione Europea, rappresentata dalla Commissione (organo non elettivo ma che di fatto detiene, oltre al potere esecutivo, anche quello di iniziativa legislativa) e della Bce, supportate dal capitale finanziario responsabile della crisi. Il sogno socialista novecentesco di un’Europa dei popoli rischia di diventare l’incubo di una euro-burocrazia neomonetarista, asservita agli interessi della finanza, con una rinascita degli antagonismi nazionali.
La politica, quindi, deve riacquisire dignità, coraggio e solidarietà per rompere le catene del degrado sociale ed umano del nostro presente e futuro, e proporre una alternativa di modello economico e di sistema sociale che sia punto di incontro, da una parte, ed opportunità politica, dall’altra.
Una alternativa che sia socialista, nel senso più nobile del termine, ed abbracci tutti coloro che hanno la determinazione di ricostruire Il socialismo e la sinistra in Italia ed in Europa.

2 - Un nuovo progetto sociale ed economico per il governo della sinistra

La Lega dei Socialisti vuole lavorare per un nuovo modello di societa' da costruire attraverso UNA POLITICA DI RIFORME DI STRUTTURA, concertata a livello europeo dalle forze del Socialismo Democratico e dalle altre forze della sinistra, fondata innanzitutto sul recupero di una sovranità delle istituzioni governative, europee o statuali, sul governo complessivo dell’indirizzo dei processi monetari comunitari, in grado di consentire, o il recupero di autonomia monetaria e fiscale delle autorità statuali in un quadro di rinnovata ed ampia libera contrattualità con gli istituti di controllo monetari sopranazionali e comunitari, all’interno di una logica espansiva delle capacità produttive dei paesi aderenti al sistema, o l’assunzione a livello comunitario del debito degli stati, con la liberazione delle economie nazionali dal peso di interessi determinati dal mercato dei capitali privati e dalle valutazioni speculative delle agenzie di rating e la contemporanea attribuzione al nuovo governo comunitario del compito di riprogrammare e attuare uno sviluppo omogeneo di tutta la realtà economica e produttiva europea in forma integrata e compatibile con le possibilità e le specifiche particolarità di tutte le aree omogenee che ad essa appartengono.
Una trasformazione strutturale del modello liberista che dalla riappropriazione delle politiche fiscali e monetarie passi alla costruzione, a livello comunitario e dei singoli stati, di un sistema istituzionale di programmazione dello sviluppo, intergrato e rappresentativo, di natura politica e non solo tecnica, dotato di poteri vincolanti per realizzare i piani generali di una programmazione comunitaria degli indirizzi produttivi , articolati in piani regionali contrattati con i singoli stati nazionali, vincolanti per gli operatori economici privati e le istituzioni finanziarie del credito, le cui scelte generali di investimento debbono essere oggetto di verifiche in ordine alle loro compatibilità di piano.

Un sistema di programmazione democratica degli indirizzi economici e delle conseguenti forme sociali, in grado di introdurre criteri di ridistribuzione interna delle risorse in ragione della loro finalizzazione alle scelte economiche programmate attraverso una riappropriazione sociale dei giudizi di valore sulla qualità dei processi di sviluppo economico, attraverso la realizzazione di nuove forme istituzionali di controllo delle scelte degli operatori e di verifica delle variabili economiche, orientate a garantire gli interessi generali della comunità civile.

Un nuovo modello di sviluppo che riassegnando ai poteri statuali, espressione della sovranità popolare democraticamente espressa, il diritto- dovere di dettare le regole dei rapporti economici e la selezione delle priorità sociali, attraverso il recupero di una politica di programmazione europea delle scelte economiche che qualifichi diversamente gli obiettivi della crescita economica, valutandone la congruità secondo nuovi parametri informati a criteri di qualità sociale dello sviluppo (es.: il QUARS), non più ancorati rigidamente ad indistinti criteri esclusivamente quantitativi connessi meccanicamente al tradizionale parametro del prodotto interno lordo (PIL).

Un modello economico che inverta il processo di privatizzazioni che ha caratterizzato l’esperienza neo-liberista, realizzando:

1) La RIPUBBLICIZZAZIONE DI TUTTE LE RETI ED INFRASTRUTTURE DI INTERESSE COLLETTIVO, I CUI INTROITI, FRUTTO DI UNA NATURALE TARIFFAZIONE DI TIPO MONOPOLISTA, DEBBONO TORNARE AD ESSERE UNA ENTRATA PUBBLICA, diretta a sostenere PROVVEDIMENTI DI SPESA di intervento pubblico in economia FINALIZZATI A SCELTE ECONOMICHE, SOCIALI e PRODUTTIVE DI INTERESSE PUBBLICO, assunte e coordinate in base alle soluzioni individuate dagli istituti di PROGRAMMAZIONE.

2) La NAZIONALIZZAZIONE di tutti gli istituti di credito coperti a garanzia, in quantità di molto eccedente i mezzi propri, dai fondi statuali, conferiti a copertura delle insolvenze accumulate in conseguenza della crisi dei derivati esplosa nel 2007/2008, e dai quantitave easing comunitari, in conseguenza delle speculazioni sui Bond nazionali comunitari realizzate nel periodo 2010/2011. parallela ad una riaffermazione del ruolo statuale delle Banche Centrali, come fulcro delle politiche monetarie Statuali ed Europee, le quali devono essere ristrutturate e riformate secondo moduli giuridici a partecipazione totalmente pubblica.

3) la RIFORMA, a livello sovranazionale, dei CONTRATTI FINANZIARI, attraverso l’adozione di una convenzione mondiale, che porti all’abolizione, in tutte le piazze finanziarie mondiali, dei contratti borsistici meramente aleatori, privi di utilità economica, e dei contratti lucrativi aventi causa nella perdita di valore di imprese non in condizioni di dissesto; il DIVIETO di CUMULO DI FUNZIONI tra banche di investimento finanziario e banche di credito produttivo e gestione di risparmio privato; la FISSAZIONE di RIGIDI PARAMETRI MASSIMI di grandezza delle banche private.

4) Un generale processo di REINDUSTRIALIZZAZIONE, ecocompatibile ,dei paesi europei, finalizzato anche ad un potenziamento della domanda interna , programmato ed assistito tecnicamente e finanziariamente a livello comunitario , ed attuato anche attraverso il rientro progressivo delle delocalizzazione di impianti produttivi effettuate a fine di profitto nei paesi caratterizzati da bassi costi del lavoro e privi di garanzie normative del lavoro dipendente.
Un processo di riqualificazione e riposizionamento sul territorio dei sistemi industriali ,e produttivi ,da realizzare al fine di ricostruire livelli occupazionali , riconsolidare la domanda interna attraverso la ricostruzione di monte salari, e recuperare una piu’ complessiva rifocalizzazione sulla base produttiva reale da parte di economie , tuttora ricche di formidabili conoscenze industriali , sospinte nell’ultimo ventennio dai modelli di finanziarizzazione a spostare risorse impressionanti dai redditi reali del lavoro ad un monte profitti , non reinvestito per l’allargamento della base produttiva, o in innovazione tecnica dei sistemi , ma impiegato in maggior parte in speculazione finanziaria o immobiliare, o al piu’ diretto ad incrementare fenomeni di terziarizzazione delle economie occidentatali fondato su una induzione/omologazione sociale verso una crescita delle propensioni ai consumi in campi di esperienza della vita delle persone precedentemente non oggetto di attivita’ commerciale ed imprenditoriale

Questo processo di ricostruzione delle strutture produttiva deve essere accompagnato dalla trasformazione del ruolo degli organismi internazionali di cooperazione economica (es. l’OMC o l' OCSE), fInalizzata a creare condizioni tendenziali di equilibrio sui diritti del lavoro e dei lavoratori contemporanee alla garanzia del diritto al libero scambio di merci e servizi, utile a riequilibrare le condizioni di competizione internazionale attraverso una elevazione dei diritti sociali nei paesi emergenti che porti alla riconversione de facto dei processi di delocalizzazione delle produzioni.

Un generale processo di RIACCULTURAZIONE che investa tutti i campi dell’universo culturale delle società europee, ed in particolare della nostra, come premessa di una più generale riconversione dei modelli di consumo e di riqualificazione della domanda sociale, finalizzata a considerare l’investimento sui livelli culturali del paese come una scelta di priorità all’interno di un più generale disegno di riaggregazione sociale, in cui la capillarizzazione della vita culturale, la diffusione dei saperi e l’accesso ai processi formativi, come vero e proprio diritto pubblico soggettivo, possano concretamente rappresentare fattori determinanti di una ricostruzione qualitativa del tessuto civile del paese, ed una opportunità di creazione di nuova ricchezza sociale, reale e pulita, fondata sulla tutela delle capacità creative degli individui. Un processo generale di riacculturazione dell’intero sistema paese necessario a riacquisire una complessiva capacità di innovazione sociale, tecnologica e produttiva, necessaria ad evitare che il nostro sistema produttivo, confinato prevalentemente a gamme di produzioni di bassa qualità e ridotto valore aggiunto, rimanga prigioniero delle logiche soffocanti di un confronto con nuovi produttori mondiali che poggiano la propria estrema competitività su un quadro di arretratezza sociale di fondo, in cui la contrazione dei costi del lavoro e la mancanza di garanzie segnano livelli incompatibili con un normale sviluppo democratico. Un modello di sviluppo che consideri l’attività culturale, diffusa ed autoprodotta in modo autonomo, o associato, da operatori liberi ed indipendenti , come una attività sociale da riconoscere, promuovere, e garantire, pone le basi di un nuovo elemento strutturale di creazione di reddito, che in un paese sviluppato, in cui la soddisfazione dei bisogni secondari rappresenta una enorme voce di consumo dei cittadini, andrebbe a coinvolgere un numero di attori di notevole entità, attraverso attività svolte con forme, tempi e modi di lavoro pressoché liberamente autoregolati, secondo moduli settoriali di flessibilità lavorativa socialmente accettabili in quanto strettamente inseriti in una logica di apprendistato finalizzata alla diretta acquisizione di competenze su cui costruire nel futuro una propria iniziativa autonoma.

La Lega dei Socialisti vuole, quindi, lavorare ad un nuovo progetto sociale della sinistra che affermi :

il LAVORO, inteso come asse centrale dell’ essere sociale, in tutte le diverse forme in cui concretamente si esplica nella economia reale ed in cui concorre alla creazione di valore nei processi produttivi ed organizzativi, d’impresa o autonomi, ed in tutte le sue differenti rappresentanze sociali ed articolazioni produttive, come l’ elemento strutturale di riferimento di un nuova aggregazione maggioritaria di interessi e di valori che identifica un nuovo modello di sviluppo alternativo, in cui il rispetto del rapporto reale tra crescita della ricchezza sociale prodotta e crescita del reddito dei lavoratori e dei cittadini evolva da imprescindibile esigenza di giustizia sociale a fattore essenziale dello stesso equilibrio dei processi di crescita e fattore di certezza della solidità di una economia che torna a valorizzare ed incentivare i processi produttivi reali.

Un nuovo sistema di crescita della economia reale in cui LA REDISTRIBUZIONE DEI REDDITI e DELLA RICCHEZZA SOCIALE, intese su un piano di valore come elementi di garanzia reale della qualità di base della convivenza civile, e della qualità sociale dei processi di produzione della ricchezza, divengono elementi strutturali di un modello sociale che rovescia una interpretazione della flessibilità come strumento di compressione dei costi del lavoro finalizzato al recupero di profitti in gran parte sottratti al reinvestimento diretto nel circuito produttivo, o non utilizzati per innovazione e ricerca finalizzata al rafforzamento della capacità produttiva.

Un nuovo modello di sviluppo che considera quindi LA GIUSTIZIA SOCIALE l’elemento di qualificazione morale e civile assoluta dei parametri del sistema di vita associata, ed assume a valore di riferimento la garanzia di uguali diritti ed opportunità per tutti, senza discriminazione alcuna, dal diritto all’istruzione all’assistenza sanitaria, ad un equo trattamento fiscale, all’assistenza sociale in rapporto ai bisogni dei singoli, all’accesso alla cultura ed ai processi formativi diffusi, ed alla fruizione di tutti i diritti sociali connessi con una concezione sostanziale della democrazia.

Un progetto di rafforzamento della DEMOCRAZIA, come regola suprema e fondante di tutti i processi istituzionali, decisionali, gestionali, amministrativi, esecutivi e giudiziali, e quale metodo di impostazione e regolazione dei processi sociali di interesse generale, attraverso la difesa della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, e la affermazione assoluta dei principi di legalità, di libertà, di partecipazione, di integrazione, di solidarietà e di eguaglianza.

Il compito dei socialisti, diviene quindi sempre più, la costruzione di una nuova sinistra impegnata a lavorare ad un modello alternativo di sviluppo fondato sulla priorità degli interessi generali delle comunità dei produttori e dei consumatori, in grado di svincolare la vita delle società dal totale assorbimento nelle logiche di mercato raggiunto nell’attuale fase di finanziarizzazione integrale della economia, ed in grado, su un piano globale di rappresentare un potenziale alternativo sistema di riferimento per gli stessi paesi emergenti e per il resto del mondo in via di sviluppo, e la base strutturale economica su cui fondare un nuovo sistema di relazioni internazionali, in cui i processi di integrazione economica e commerciale vengano governati da istituzioni, anche sovranazionali, legittimate esclusivamente delle sovranità democratiche dei popoli e degli stati.

Per la Lega dei Socialisti diviene quindi fondamentale lavorare per nuovo sistema di rapporti tra i popoli e gli stati in cui LA PACE e LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, divengano sistema vincolante e regola prima di riferimento delle relazioni internazionali, garantite da una riforma democratica degli Organismi di Rappresentanza delle Nazioni Unite, finalizzata a consolidare e difendere i diritti umani in tutti gli stati aderenti , garantire il diritto di autodeterminazione dei popoli e tutelare la sovranita' degli stati-nazione ,e degli altri Organismi Sovranazionali di natura economica, finanziaria, sociale e commerciale, che ne rafforzi il carattere multipolare ed affermi e garantisca nei loro processi decisonali la piena rappresentatività delle comunità sociali e nazionali che ne costituiscono la base di legittimazione, potenziandone ed estendendone i compiti fino a garantire, oltre al corretto svolgimento delle relazioni politiche internazionale, anche l’espressione di una superiore capacità di governo e di controllo degli stessi processi economici globali, con efficacia vincolante rispetto alle funzioni ed ai compiti delle stesse tecnostrutture finanziarie e monetarie sovranazionali, che allo stato costituiscono il nocciolo decisionale delle attuali istituzioni economiche sovranazionali, che agiscono e condizionano le politiche nazionali con logica propria fuori da ogni vincolo di mandato , o di semplice rappresentanza, con i paesi ad esse aderenti.

3 - Limiti della sinistra italiana, socialismo democratico e sinistra europea

La Lega dei Socialisti ritiene che nella sinistra italiana si riscontrano due particolari debolezze di fondo, costituite dal permanere della confusione sulla reale identità del PD, connessa al suo abbandono, ormai strutturale, di qualsiasi velleità di riformismo di sinistra, direttamente derivato dal ruolo ricoperto nella II repubblica e riconfermato dalla sua subordinazione al governo Monti, e l’estrema debolezza della capacità di proposta dei partiti di sinistra alternativi al PD, unita ad una loro frammentazione rispondente più a inutili logiche di difesa di posizione che all’esigenza di ricostruire un rapporto organico con la società sulla base di una chiarezza di programmi.

La Lega dei Socialisti ritiene che questo stato di cose costituisca un gravissimo limite della sinistra italiana, fortunatamente in via di superamento in tutta la sinistra europea che va ricostruendo una maggiore ampiezza delle sue capacità di rappresentanza , messe a rischio dalla dissoluzione sociale prodotta dalla crisi, riorganizzandosi attorno a due entità distinte, destinate a collaborare attorno a programmi comuni, costituite dalle grandi maggioritarie tradizionali forze socialdemocratiche e dalle nuove consistenti formazioni socialiste di sinistra, che ricollocano la vecchia sinistra radicale su un nuovo terreno di rapporti politici unitari.

Per questo, anche in Europa, ci schieriamo con forza affinché le forze socialiste tradizionali legate al PSE ed all'Internazionale Socialista, grandi forze sempre centrali e decisive dello schieramento di progresso, non si chiudano al rapporto con esperienze e sensibilità diverse e nuove (dai partiti raccolti attorno al gruppo GUE/NGL, ormai quasi tutti diretti da compagni provenienti dalle file delle sinistre socialiste europee, ai Verdi, fino ai più ampi settori progressisti), e sopratutto prendano in considerazione quello che è un elemento nuovo della società europea: il sentimento di rivolta generazionale di quei giovani cresciuti con la speranza (o l'illusione) di un impiego nel terziario avanzato e nel settore dei servizi, oggi schiacciati dalla crisi verso prospettive di disoccupazione e precariato spaventose.

Questi giovani, che vivono in prima persona il fallimento della grande illusione neo-liberista di una società di mercato in cui la garanzia di una ampia e progressiva mobilità sociale, costruita alimentando i processi di crescita con la leva finanziaria, avrebbe dovuto costituire la grande contropartita della compressione degli spazi di potere e di ripartizione della ricchezza del lavoro dipendente, costituiscono la base sociale ed elettorale di nuovi movimenti che esprimono insofferenza e voglia di cambiamento, come i grillini italiani o i Pirati nordici, seppure con le dovute grosse differenze, e vanno coinvolti, con le loro istanze, nella realizzazione di un nuovo progetto di ricostruzione democratica delle nostre società.

In tal senso riteniamo che il Manifesto di Parigi e il Manifesto per l'Alternativa Socialista Europea, che hanno spianato la strada alla vittoria del compagno Hollande, costituiscano i primi passi per ridefinire una forte identità riformatrice delle forze del socialismo europeo, aperto a tutte le altre forze della sinistra europea.

In Italia, ancor più che nel resto d'Europa, la sinistra deve avere un punto di riferimento socialista nuovo e forte, al momento mancante, sopratutto di fronte ad un Partito Democratico che rifiutando una chiara identità socialista continua a scaricare sull'intera sinistra tutti i suoi limiti di rappresentatività e la sua subalternità culturale, ed a volte esplicitamente politica, ad un insieme di poteri ed interessi economici, finanziari ed internazionali , tradizionalmente estranei all'area di rappresentanza della sinistra, la cui legittimazione per il PD continua a costituire tuttora elemento ineludibile delle proprie necessità politiche.

Di fatto, fra i grandi paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere un partito di sinistra unitario, in grado di fare sintesi fra il marxismo, il socialismo democratico, l’ecosocialismo, il libertarismo e le dottrine del socialismo del XXI Secolo, e che dia uno sbocco politico ai movimenti sociali ed alle forme di aggregazione spontaneistica della società civile.

Questa assenza, costituisce un elemento di gravissimo indebolimento delle possibilità di difesa delle classi subalterne, e di logoramento di tutto il nostro sistema democratico.

C’è una enorme domanda di sinistra insoddisfatta all’interno dell’elettorato, e che può essere calcolata non soltanto aggregando il consenso attribuito a partiti come SEL , la FdS o il PSI, ma che si rivolge anche a soggetti politici che non sono di sinistra, ma sanno gestire bene la fase comunicativa con tali frange di elettorato (si pensi ad IdV o al Movimento 5 Stelle, che pur essendo lontani da una visione ed una tradizione di sinistra, catalizzano voti di elettori di sinistra, o alle componenti di elettorato ex-DS presenti ancora nel PD) oppure che, in assenza di riferimenti politici validi, si rifugia in un astensionismo in forte crescita, che oramai supera il 30% dell’elettorato, e che secondo i principali studi demoscopici è composto perlopiù da elettori con orientamento politico a sinistra.

La Lega dei Socialisti, convinta che il logoramento e la sfiducia verso il sistema politico non riguardi solo lo schieramento conservatore, vuole intervenire con il proprio progetto su questo terreno di crisi delle rappresentanze e di perdita di credibilità della politica come veicolo della domanda sociale, per evitare che la sinistra italiana, in assenza di un progetto per la ridefinizione di una sua forte identità come forza di cambiamento reale della società, venga inghiottita dalla crisi di questo sistema politico e dalla sua inevitabile ristrutturazione.

4 - La Lega dei Socialisti ed il suo progetto per la ricostruzione della sinistra italiana

E’ in questo quadro generale di analisi della crisi e di individuazione delle linee portanti di un modello alternativo dello sviluppo, che la Lega dei Socialisti, consapevole dei limiti della iniziativa politica del PSI, duramente critica del ruolo e della natura del Partito Democratico, preoccupata per la fragilità delle attuali alternative politiche che ad esso tentano di contrapporsi , vuole esercitare un ruolo importante di attrazione, coesione e sintesi di tutte le anime del socialismo italiano fuori dal solco neo-liberista, e, di conseguenza, proporsi in prospettiva, qualora fosse necessario, anche come autentico soggetto politico autonomo socialista, portatore di una alternativa di modello economico, e di una concezione diversa dei processi di crescita della ricchezza e di sviluppo dei rapporti sociali.

La Lega dei Socialisti è un soggetto strutturato a livello nazionale, organizzato sulla base di leghe regionali e cittadine, che ha il compito di sviluppare l'azione di promozione politica necessaria ad aggregare tutti i socialisti, attualmente dispersi in diverse forze della sinistra, che condividono l'idea di superare la pretesa di autosufficienza del socialismo italiano, per rifondare la sinistra attraverso la costruzione di una nuova forza socialista e democratica che abbia come cardini di riferimento, come deciso al congresso del giugno 2011, i seguenti punti:

La ricostruzione nella sinistra di una prassi politica fondata sulla rappresentanza democratica degli interessi reali dei cittadini come vincolo ineludibile della propria legittimazione sostanziale, e su una interpretazione critica dei processi sociali, economici, e culturali in atto, necessaria a definire un nuovo progetto programmatico che traduca in proposta politica concreta una visione alternativa dello sviluppo economico e dei suoi nuovi modelli culturali e sociali di riferimento, che renda concreto, a partire dalla nostra realtà nazionale, un processo ineludibile di rifondazione a sinistra di tutto il socialismo democratico europeo.

La necessità di tradurre in un progetto politico conseguente la constatazione che la crisi delle economie dei paesi sviluppati abbia assunto i caratteri di una crisi di sistema, tale da incrinare la fiducia collettiva in un futuro caratterizzato dai livelli di garanzia sociale finora conosciuti, e possa quindi rendere possibile il superamento definitivo di quella egemonia delle idee-forza liberiste, neoconservatrici e tecnocratiche, attorno a cui l'Occidente ha consolidato gli equilibri di potere responsabili dei processi economici, finanziari e sociali oggi entrati in crisi, sul cui altare, nella fase storica trascorsa, la socialdemocrazia europea e l'Ulivo italiano, di cui il PDS-DS-PD rappresenta la forza chiave, ha purtroppo, per acquiescenza, sostanziale logorato la propria credibilità.

La convinzione che la sinistra italiana debba quindi necessariamente ripensare la propria impostazione culturale e programmatica rispetto alla profondità della crisi che sta coinvolgendo il capitalismo a livello globale, recuperando appieno una concezione del riformismo socialista fondata sulla affermazione della superiorità del momento della decisione politica rispetto alla centralità degli interessi del mercato, nuovamente proiettata a perseguire una trasformazione strutturale degli assetti economici e sociali, ed in grado di individuare un diverso modello di sviluppo, diversi parametri di riferimento della qualità della vita della società, e nuove regole di controllo sociale delle variabili economiche.

L'idea che il superamento della autosufficienza del socialismo italiano passi conseguentemente attraverso una ristrutturazione di tutta la sinistra, in cui il pensiero e l'esperienza storica, culturale , e politica , del Socialismo Italiano assuma in termini unitari una nuova centralità a sinistra, essendo evidente che la straordinarietà della crisi implica il superamento della distinzione tra coloro che provengono dalle file del socialismo europeo e chi si è finora riconosciuto in esperienze politiche nominalmente più radicali, che possa consentire alla sinistra di recuperare la propria piena autonomia politica, fuori dai condizionamenti e dalle necessità di legittimazione esterna da parte di forza estranee alla sua area sociale di riferimento.

Sulla base di questi punti fermi di riferimento la Lega dei Socialisti intende dialogare e lavorare con tutte le organizzazioni politiche della sinistra storica che continuano a voler mantenere la loro alter natività al PD, e vuole porsi come soggetto costituente di un nuova forza della sinistra italiana, di ispirazione e caratteri chiaramente socialisti, all'interno della quale i socialisti sappiano essere nelle condizioni di FAR VALERE, COME AUTENTICO VALORE AGGIUNTO, la propria IDENTITA' RIFORMATRICE COME ELEMENTO DECISIVO DELLA EVOLUZIONE di tutta la SINISTRA verso una concezione della propria azione politica in cui il governo dei processi economici rappresenta la soluzione naturale della propria opera di ricostruzione della rappresentanza sociale delle classi subalterne, ed il lavoro di individuazione di un programma alternativo di modello diviene l'asse portante della propria proposta politica alternativa, e la garanzia sostanziale della ripresa di una piena autonomia politica e culturale della sinistra italiana, al pari delle migliori esperienze del socialismo democratico, e nel solco della elaborazione teorica compiuta nel tempo dalle sinistre socialiste europee.


In questo processo di ristrutturazione , ricostruzione e riunificazione della sinistra la Lega dei Socialisti ritiene propri iniziali interlocutori naturali il PSI, SEL e la stessa FdS, qualora il suo progetto di superamento unitario della identità comunista venga mantenuto, i grandi movimenti per la legalità, la pace, i diritti civili e sociali, il rinnovamento della politica, la critica della globalizzazione finanziaria , e naturalmente il sindacato, ed è naturalmente aperto alle forze che, all'interno del PD, condividono e si battono per un suo esplicito approdo al socialismo europeo e lavorano per l'abbandono di una politica di unità nazionale, finalizzata, nell'immediato, al sostegno del governo Monti ed in prospettiva elettorale ad un accordo di Grosse Koalition.
Una sinistra nuova di questa natura, costruita con la nostra determinante partecipazione, in grado di ottenere un buon risultato, avrebbe la possibilità concreta di produrre un ripensamento complessivo della natura e delle scelte del PD verso un programma comune della sinistra, che potrebbe sostenere i progetti innovativi per un nuovo ben più equilibrato modello di crescita, una ricostruzione democratica dello stato e della sua sovranità sui processi sociali, e per la riprogrammazione di una vera politica industriale, propri di una vera sinistra socialista di governo di rango europeo, in grado di rispondere alla crisi di sistema in atto con un modello di sviluppo alternativo.

In questo senso vogliamo lavorare alla costruzione di una nuova forza politica della sinistra che sia parte sostanziale della storia del movimento socialista europeo ed internazionale, al di là di appartenenze formali che in Italia sono rese impossibili dalla ambiguità della scelta identitaria della forza di riferimento centrale del PSE costituita dal PD, convinti della necessità di liberare la sinistra italiana dalle contraddizioni e dei limiti del PD, e della sua tendenza costante a scaricare le sue difficoltà di rappresentanza elettorale e sociale sulla rappresentatività del sistema politico.


La Lega dei Socialisti ha, quindi, la necessità di essere un soggetto politico che abbia dignità di interlocutore nel quadro politico, per poter lavorare alla nascita di un nuovo, grande, soggetto della sinistra che abbia una forte identità socialista e sia portatore di una alternativa di modello, sociale ed economico, alla crisi di sistema che sta travolgendo le nostre democrazie.

La Lega dei Socialisti lavora, in questo senso, come realtà di cerniera e proposta, ad un progetto di fondamentale importanza per la sinistra italiana, fondato sulla necessità di ricostruire una unità tra i socialisti di sinistra, come condizione necessaria per affrontare un percorso di riunificazione a sinistra nel solco del processo di rifondazione e ridefinizione degli obiettivi in atto in atto nel socialismo democratico in tutta Europa.

In tale contesto, le compagne e i compagni socialisti che operano in questa prospettiva e ne fanno parte, hanno piena dignità indipendentemente dalla eventuale adesione a questo o quel partito.


La Lega dei Socialisti avvierà il percorso di adesione dei singoli attraverso una campagna nazionale di tesseramento, necessaria a consolidare la propria identità associativa ed a reperire i necessari mezzi di autofinanziamento.


La Commissione per il Documento politico: Camagni Pierluigi ( Presidente ), Santoro Manuel , Trovato Paolo, Santarelli Stefano , Ferro Michele , Ricciuto Enrico , Manfredi Mangano.Franco Bartolomei (Segretario nazionale ), Augusto da Rin( Vice Segretario Nazionale)



14 Maggio 2012
 
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