martedì 29 marzo 2011


                              SCIOPERO GENERALE


                                  di Ernest Mandel

Riproponiamo questo analisi del grande dirigente trotskista Ernest Mandel sull'arma dello sciopero generale anche in considerazione del fatto che per il prossimo 6 Maggio la Cgil  ne ha promosso uno di 4 ore.
E' questo uno sciopero certamente giusto nella sostanza e che bisognerà sostenere con tutte le nostre forze, ma è anche vero che si tratta in realtà di uno sciopero soltanto dimostrativo. Come sono stati  purtroppo soltanto dimostrativi gli scioperi generali  indetti dalla burocrazia sindacale negli ultimi anni. Scioperi che hanno contribuito ad indebolire il mondo del lavoro costando ai lavoratori soldi preziosi limitandosi ad essere delle inutili processioni rituali. E come afferma giustamente Marco Ferrando lo sciopero del 6 Maggio "è indubbio che non modificherà neanche di una virgola i rapporti di forza tra le classi".
Lo sciopero generale, come si evince anche dal testo di Mandel, è invece cosa troppo seria per essere così svilita.
Infatti ogni rivoluzionario sa perfettamente che dopo lo sciopero generale l'unica altra arma che resta è l'insurrezione armata. 


[Si tratta della trascrizione della relazione di E. Mandel a un seminario di formazione, di cui non si è riusciti a ricostruire la data, da collocare comunque nella prima metà degli anni Settanta, più probabilmente nel 1973. La sua traduzione e pubblicazione è stata stimolata dalla discussione sullo stesso tema riportata nell’articolo: : Sciopero generale  (da Archives Mandel:    http://www.ernestmandel.org/)]





Se affrontiamo questo tema è perché crediamo che lo sciopero generale sia il modello più probabile della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti. Naturalmente non è l’unico modello possibile: questo presuppone una serie di ipotesi di partenza comprovate, vale a dire l’assenza di una guerra mondiale nei prossimi anni, l’assenza di una vittoria del fascismo o di una dittatura militare semi-fascista nei paesi imperialisti, il mantenimento grosso modo degli attuali rapporti di forza tra i lavoratori e il capitale in questi paesi: rapporti di forza che sono schiaccianti, a favore della classe operaia, come non li si è mai conosciuti in passato, visto che l’80-85%, e in alcuni paesi fino al 90%, della popolazione è composta da lavoratori.
Queste ipotesi di partenza non sono, ovviamente, garantite una volta per tutte. I compagni conoscono quello che ha detto il nostro movimento nel corso del X Congresso Mondiale e le risoluzioni che sono state adottate, e comunque, se ci teniamo entro un limite di tempo ragionevole (i prossimi anni a cui ci prepariamo), crediamo che queste ipotesi di partenza probabilmente si manterranno. E nell’adottare queste ipotesi di partenza non c’è un’elucubrazione astratta ma un ragionamento, una logica interna: siamo convinti che un cambiamento qualitativo nei tre campi indicati sopra sia possibile solo se c’è prima una sconfitta molto pesante della classe operaia.
Il nostro ragionamento, quindi, è: questa sconfitta presuppone che l’ascesa attuale che procede verso uno sciopero generale si concluda in modo negativo. È allora del tutto giustificato analizzare, viceversa, quali siano le possibilità per cui questa ascesa operaia, sfociando in uno sciopero generale, si concluda in una vittoria, eviti la sconfitta. Ed è allora altrettanto giustificato analizzare i cambiamenti delle condizioni che consentono di trasformare uno sciopero generale in vittoria delle rivoluzioni socialiste.

Origine dello sciopero generale come modello della futura rivoluzione socialista

Non è la prima volta nella storia del movimento operaio che al centro della discussione sul modello della futura rivoluzione socialista si pone la problematica dello sciopero generale. Il primo dibattito in proposito si è svolto alla fine del XIX secolo ed è stato introdotto dalle tendenze anarchiche, soprattutto da quelle anarco-sindacaliste (sindacalisti-rivoluzionari); questo, in esplicita contrapposizione con la tattica socialdemocratica, adottata all’epoca dalla maggioranza dei marxisti, della lotta elettorale e parlamentare.
In quel momento, i marxisti hanno avanzato una critica delle tesi anarco-sindacaliste che conserva una parte di verità, e che noi non intendiamo abbandonare.
La parte essenziale di verità della critica marxista di quella tesi sindacalista-rivoluzionaria dello sciopero generale è che essa sottovaluta il problema del potere politico e crede che basti che la classe operaia arresti il lavoro sul piano economico e riprenda la direzione delle fabbriche, sotto la propria guida sul piano della vicenda economica, perché crolli la società borghese. C’è qui una grave sottovalutazione, addirittura catastrofica, del problema dello Stato, del problema del governo, del problema dell’armamento, dell’indispensabile trasformazione dello sciopero generale in insurrezione. Tutta questa parte della critica marxista della vecchia tesi dello sciopero generale rimane naturalmente giusta: non basta uno sciopero generale per rovesciare il sistema capitalista.
Tuttavia, uno sciopero generale può costituire l’inizio di una rivoluzione socialista. Su questo versante della tesi sindacalista-rivoluzionaria, la storia del X secolo nei paesi imperialisti ha emesso un verdetto oggi assolutamente perentorio: lo sciopero generale in un paese industrializzato può essere, e verosimilmente sarà, l’inizio di una rivoluzione socialista. E quello che hanno affermato al riguardo i marxisti, soprattutto i futuri riformisti, alla fine del XIX secolo e che era sintetizzato nella famosa formula dei sindacati socialdemocratici tedeschi: “Lo sciopero generale è l’idiozia generale”, vale a dire che la tesi secondo cui uno sciopero generale è impossibile in regime capitalista, è risultata completamente sbagliata. Tutta questa parte del ragionamento classico dei socialdemocratici si è rivelata completamente errato nel corso della storia del movimento operaio del XX secolo.
Qual era il ragionamento, ammesso che un ragionamento ci fosse, e non semplice malafede in figure ormai integrate nel sistema capitalistico? Quale ragionamento c’era dietro l’argomentazione socialdemocratica?
Si trattava di un punto di vista assolutamente meccanicistico sulla presunta simultaneità di tutta una serie di processi: i socialdemocratici sostenevano che, perché uno sciopero generale riuscisse, occorreva che tutti gli operai fossero organizzati, che già fossero socialisti; ma se tutti gli operai fossero già socialisti e organizzati, non avrebbero bisogno di uno sciopero generale: avrebbero la maggioranza in parlamento e il potere nello Stato. Il ragionamento comunque era quello. Naturalmente, la presunta simultaneità dei tre processi: capacità di lotta, organizzazione e coscienza, era completamente errata. Una classe operaia ancora organizzata in modo minoritario e che è socialista ancora in una minoranza relativamente esigua, si è dimostrata storicamente in grado di fare uno sciopero generale. Tra i tre fenomeni non vi è necessariamente coincidenza.
L’errore metodologico soggiacente a questa concezione meccanicistica sta nella sottovaluta-zione estremamente decisiva dell’azione come fonte di coscienza. Si tratta dell’idea che occorra prima convincere individualmente gli operai in base alla propaganda individuale per metterli in grado di raggiungere un determinato livello di coscienza, laddove l’esperienza ha dimostrato che è esattamente grazie a grandi scioperi politici di massa, grazie a scioperi generali, che tutta una frangia della classe operaia, che non può accedere alla coscienza di classe par la via individuale dell’educazione e della propaganda, si sveglia o si risveglia alla coscienza di classe, vi accede e diventa estremamente combattiva.
Quello che è l’approdo di questo errore ha costituito una costante nel dibattito tra la sinistra e la destra del movimento operaio in Europa fin dall’inizio del secolo XX. Un dibattito in cui Rosa Luxemburg ha svolto un ruolo decisivo, ancor più degli stessi Lenin e Trotsky: ha capito che quella della divisione della classe operaia tra avanguardia organizzata e retroguardia disorganizzata è una concezione molto semplicistica e angusta della realtà. È vero che esiste un’avanguardia organizzata ed esistono gli operai disorganizzati, ma per capire la realtà va introdotto nell’analisi almeno un terzo elemento: c’è questa parte di operai non organizzati che, nella lotta di massa, possono scavalcare tutta una parte della classe operaia organizzata che, per la burocratizzazione delle organizzazioni operaie, tenderà a seguire nella lotta le parole d’ordine della burocrazia, cessando così di essere avanguardia nella lotta.
Questa tesi di Rosa Luxemburg è stata fraintesa, considerata una tesi spontaneista, ma non è assolutamente così; c’è sì un elemento di spontaneismo, ma solo un elemento, e cioè la comprensione del fatto che “organizzato” non necessariamente coincide con “avanzato”, cosa che anche oggi è un dato evidente e nessuno si sognerebbe di contestarlo. Rosa Luxemburg non era in assoluto ostile all’organizzazione, era anzi favorevolissima ad essa. Si rendeva conto, semplicemente, che non necessariamente organizzazione e avanguardia coincidono in tutti i momenti, soprattutto al momento di uno sciopero generale.
Lenin ha impiegato alcuni anni per capirlo, ma lo ha capito a partire dal 1914. Ed è significativo che dei socialdemocratici lo abbiano attaccato dopo quella data, dicendogli: “Ma tu distruggi l’organizzazione, è la revisione di tutto quel che hai sostenuto per vent’anni”; e lui ha risposto in uno dei suoi articoli di polemica contro la socialdemocrazia internazionale: “A partire da un certo stadio di degenerazione, alcune forme di organizzazione burocratiche pos-sono costituire degli ostacoli effettivi, e operai non organizzati possono avere un livello di coscienza più alto di coloro che restano prigionieri delle organizzazioni burocratizzate. Allora occorre costruire una nuova organizzazione. La II Internzionale è morta, bisogna costruire la III Internazionale”. E Trotsky, una volta deciso che i partiti della III Internazionale erano diventati non-riformabili, dopo la vittoria di Hitler, ha trovato accenti praticamente identici a quelli utilizzati da Lenin dopo il 1914 e che Rosa Luxemburg aveva giù utilizzato negli anni 1905-1914 in Germania per sostenere la stessa tesi.
Passiamo ora al tema dello sciopero generale così come si pone attualmente. E procederemo subito in modo analitico e non storico. Cercheremo di analizzare il meccanismo di uno sciopero generale e di esaminare una decina di elementi che consentono di proiettarne idealmente lo sviluppo fino alla - e anche verso la – rivoluzione socialista. Nella parte finale dell’esposizione riprenderò alcuni grandi esempi storici, in particolare del movimento operaio belga, individuando ogni volta i fattori che sono mancati perché la transcrescenza avvenisse.

1. Che cos’è uno sciopero generale?

Primo tratto tipico di uno sciopero generale è, forse, quello più difficile da definire in modo del tutto preciso: che cosa distingue uno sciopero generale da un semplice sciopero di vasta dimensione? Difficile definirlo, perché non si può rispondere a questo interrogativo in maniera meramente quantitativa. Uno sciopero generale non è ovviamente uno sciopero cui partecipino tutti i lavoratori, cosa che non esisterà mai! Ed è assurdo aspettare che l’ultimo operaio partecipi allo sciopero per chiamarlo sciopero generale. Abbiamo a giusto titolo parlato di sciopero generale in Belgio nel 1960: diciamo che c’erano un milione di scioperanti (è la cifra che abbiamo indicato noi, e credo fosse un poco esagerata). Chiaramente, in Belgio ci sono più di un milione di lavoratori – ce ne sono 2,5 milioni –eppure termine era perfettamente giustificato.
Dove si separa uno sciopero generale da uno sciopero semplicemente ampio?
Alcune delle principali caratteristiche sono:

a) è vasto e largamente intercategoriale, non solo per quanto riguarda i partecipanti, ma anche per gli obiettivi;
b) va largamente oltre il settore privato, coinvolgendo elementi decisivi di tutti i lavoratori dei servizi pubblici, paralizzando così non solo le fabbriche, ma anche tutta una serie di enti statali: ferrovie, gas, elettricità, acqua, ecc.;
c) l’atmosfera che si crea nel paese – che è inafferrabile, ma che è forse il fattore principale – è quella dello scontro globale tra le classi, e cioè: non si tratta dello scontro tra un settore del padronato e un settore di classe operaia, ma del fatto che tutte le classi sociali hanno la sensa-zione che si tratti di uno scontro tra la borghesia nel suo complesso e la classe operaia nel suo insieme, anche se la partecipazione dei lavoratori a questo sciopero non è del 100% o del 90%.

Avrete notato che non ho aggiunto un’altra caratteristica, che fin troppo spesso viene aggiunta da militanti, da teorici marxisti che si occupano dell’argomento. Non ho detto che uno sciopero è generale solo se avanza rivendicazioni politiche. Perché? Uno sciopero generale è oggettivamente politico, per il fatto di implicare lo scontro con la borghesia nel suo complesso e con lo Stato borghese, ma non è indispensabile che ne sia cosciente fin dall’inizio. C’è un grande esempio storico in Europa che lo conferma, forse tra i più importanti prima del maggio ’68: è l’esempio del giugno 1936, dove non si avanzava alcuna rivendicazione politica, dove gli operai occupavano le fabbriche e avanzavano, solo apparentemente, obiettivi di tipo eco-nomico (riduzione dell’orario di lavoro, ferie retribuite, ecc., al limite “controllo operaio”), ma dove Trotsky e tutti coloro che avevano un po’ di onestà hanno esaminato il movimento, rendendosi ben conto che quei lavoratori rivendicavano, al fondo, infinitamente di più di quel che erano in grado di articolare. E sarebbe un errore gravissimo giudicare la natura di uno sciopero generale in base alla capacità di espressione cosciente di coloro che lo conducono in un momento dato.
Pensare che uno sciopero sia generale solo se avanza obiettivi politici equivale a dire: “Uno sciopero è generale solo se coloro che lo dirigono e ne esprimono gli obiettivi sono coscienti di tutto quello che implica”. Questo restringe in modo assai pericoloso l’applicazione del concetto di sciopero generale. La conclusione che ne deriva è che l’avanguardia rivoluzionaria cerca fin dall’inizio del movimento di esprimerne il carattere politico, gli obiettivi che vanno oltre quelli economici o specifici di un determinato settore, e che il suo deve essere uno sforzo di politicizzazione essere continuo.

2. Lo sciopero generale passivo

Vi sono alcuni esempi di sciopero passivo nella storia, addirittura tra i più clamorosi. Lo sciopero generale più grande mai conosciuto in Europa occidentale, il più efficace, è lo sciopero generale della classe operaia tedesca contro il colpo di Stato del generale Kapp, nel 1920, che è stato assolutamente totale per la sua efficacia, il suo impatto, che ha bloccato l’intera vita economica e pubblica; era uno sciopero passivo: gli operai non hanno occupato le fabbriche, se ne sono tornati a casa loro, tranne in alcune zone e in alcuni casi eccezionali.
Va distinto uno sciopero generale ampiamente passivo, in cui gli operai si limitano ad arrestare il lavoro, da uno sciopero generale con occupazione di fabbriche, che chiaramente rappresenta un enorme passo in avanti (tralascio gli aspetti economici, vi tornerò subito dopo), perché consente di raccogliere la forza della classe. Uno sciopero generale passivo è uno sciopero che disperde la forza della classe: ogni singolo operaio se ne va a casa; non ha più contatti, non ci si può parlare. Uno sciopero generale con occupazione vuol dire centinaia di migliaia o, a seconda della dimensione del paese, milioni di operai concentrati nelle fabbriche, con i quali si può parlare continuamente, che hanno una forza e una coesione di classe qualitativamente superiore, ovviamente, a quella di uno sciopero generale in cui ognuno se ne sta a casa sua.
Qui la soluzione è pratica: noi diffondiamo sistematicamente – basta leggere del resto la nostra stampa – l’idea dell’occupazione, e il modello di sciopero generale di cui cerchiamo di convincere l’avanguardia è quello dello sciopero generale con occupazione delle fabbriche. Tornerò poi su alcuni aspetti organizzativi estremamente, importanti, derivanti dall’occupazione e che costituiscono anelli decisivi per trasformare uno sciopero generale con occupazione nel senso di una piattaforma di partenza per una vera e propria rivoluzione.

3. Lo sciopero generale attivo

Pure quella dello sciopero generale attivo è un’idea di origine anarco-sindacalista (va reso il dovuto a chi se lo merita), anche se possiamo dire che i sindacalisti-rivoluzionari hanno fornito, nella pratica, pochissime dimostrazioni della sua applicazione, tranne naturalmente in Spagna durante la rivoluzione del 1936.
Che cosa vuol dire questa idea? I lavoratori non si accontentano di occupare la fabbrica facendo festa, come praticamente è successo in Francia nel giugno ’36 o, in misura più ampia, nel maggio ’68; essi, cioè, non sono occupati solo in sessioni di dibattiti, cinema, o a giocare a carte - è quello cui abbiamo assistito arrivando alla Cockerill occupata dai lavoratori (per la prima volta nella storia belga, c’era uno sciopero con occupazione dei lavoratori: dicembre 1971-gennaio 1972): essi hanno accolto una delegazione ufficiale della LRT; quando li ab-biamo visti giocare a carte, siamo rimasti anche un po’ delusi. Bene occupare, ma è chiaramente il livello più elementare di occupazione.
Che cosa vuol dire invece “sciopero attivo”? Gli operai organizzano direttamente la produzio-ne sotto la propria direzione. Nel passato, a parte l’esperienza della rivoluzione spagnola del ’36 che era una vera rivoluzione, esistono pochissimi esempi. Attualmente, c’è una svolta estremamente importante nella classe operaia dell’Europa occidentale: la Lip in Francia, la Clyde in Inghilterra, Glaverbel in Belgio, dimostrano che settori d’avanguardia della classe operaia cominciano ad aprirsi all’idea che quando si occupa una fabbrica si può fare qualcosa di più dell’animazione culturale o di giocare a carte: dimostrano che possono organizzare da soli la direzione, ed è un grande passo in avanti (anche il 1920 in Italia).
Diamo talmente importanza a questi esempi non perché crediamo sia possibile costruire il so-cialismo in una sola fabbrica, ma perché siamo convinti che questi episodi, oggi ancora isolati, possano estendersi e generalizzarsi in caso di sciopero generale. E uno sciopero generale in cui i lavoratori di tutte le fabbriche fanno quello che hanno fatto i lavoratori di Lip o Glaverbel è una cosa completamente diversa. È un livello storico qualitativamente superiore a tutto quel che abbiamo conosciuto in passato come sciopero generale. Bisogna tuttavia diffidare di qualsiasi ragionamento meccanicistico e rendersi ben conto che il passaggio allo sciopero attivo parte da livelli di motivazione e di coscienza molto diversi. Il caso migliore è quello in cui questo esprime la volontà più o meno consapevole dei lavoratori di prendere nelle loro mani i mezzi di produzione, cioè di distruggere il capitalismo. Se succede questo, naturalmente siamo ben contenti.
Ma vi sono altre possibili varianti. Ne vorrei fornire due:

A. Il passaggio allo sciopero attivo può essere conseguenza di quella che potremmo chiamare la logica interna dello sciopero generale, vale a dire la semplice volontà di far riuscire meglio lo sciopero generale. È una motivazione di metodo di lotta, solo per rendere la lotta più efficace indipendentemente dai suoi obiettivi a più lungo termine, a poter rendere necessario lo sciopero generale. Cito alcuni esempio, spesso ricorrenti e che sono legati all’esperienza del maggio ’68 in Francia:

1) È chiaro che uno sciopero generale dei trasporti, che è uno sciopero passivo, in una grande città diventa un fattore di disorganizzazione dello sciopero, a partire da un certo momento: se metro, autobus, ferrovie della periferia smettono di funzionare in città come Londra, Parigi o Roma, vuol dire che la classe operaia non può radunarsi, che è impossibile che la gente faccia 20, 30, 50 chilometri per raccogliersi in una manifestazione. Può allora sorgere l’idea – e va sostenuta dai rivoluzionari – che si mantiene lo sciopero generale dei trasporti per disorganiz-zare e paralizzare la vita economica borghese; ma, quando la classe operaia chiama a una ma-nifestazione centrale in città, si fanno funzionare i trasporti solo per portare gli operai alla manifestazione, e sotto il controllo del comitato di sciopero che vigila che i trasporti funzioni-no solo a questo scopo.
2) Altro esempio, superiore in quanto riguarda il sancta sanctorum della società capitalistica: uno sciopero generale delle banche, delle casse di risparmio, degli uffici postali, ecc. È uno strumento vitale per paralizzare la vita economica borghese ma, se lo sciopero si prolunga, esso si ritorce contro gli operai, molti dei quali depositano i loro piccoli risparmi in una cassa, nelle casse di risparmio delle organizzazioni operaie (mutue, cooperative), o in banca, e se non possono prelevare quei soldi si riduce la loro capacità di resistenza finanziaria. In uno sciopero generale attivo, gli impiegati di istituti finanziari riaprono gli sportelli in certi momenti sotto controllo dei rispettivi comitati di sciopero e rilasciano una certa cifra agli scioperanti, dietro presentazione di un foglio che prova che sono scioperanti. Ed è molto importante: vuol dire che gli impiegati cominciano ad amministrare il sistema bancario e finanziario.

B) Altra motivazione dello sciopero attivo nel quadro dello sciopero generale: essa discende da quella che si potrebbe chiamare la logica economica dello sciopero generale. Questa logica paralizza l’intera vita economica. Ma l’intera vita economica paralizzata a lungo (pochi giorni sono niente) pone problemi vitali, immediati, agli stessi scioperanti. Facciamo l’esempio più terra terra che si cita sempre: uno sciopero generale assolutamente totale, che duri una setti-mana, vuol dire che non c’è più pane, che la gente non ha più niente da mangiare. Ovviamente questo diventa del tutto controproducente. Occorre che, a un certo punto, intervengano mec-canismi che consentano, sotto la direzione dei lavoratori, un minimo di funzionamento perché sia possibile la sopravvivenza fisica della classe operaia. Esempi al margine sono già stati pra-ticati, e sono noti e molto importanti: in Belgio, gli operai Gazelco (gas, energia elettrica) hanno da tempo applicato la norma che, in caso di sciopero, controllano essi stessi la distribu-zione della corrente, per tagliarla alle imprese, alle amministrazioni pubbliche, alle banche, ecc. e per evitare che si tagli la corrente alle famiglie, perché questo rischierebbe di dividere la classe operaia, giacché lo sciopero diventerebbe impopolare in alcuni settori di questa. Se invece continua la produzione, ma controllata dagli scioperanti che assicurano che l’effetto di paralisi della vita economica rimanga senza che sia troppo a lungo perturbato l’interesse della massa dei consumatori, allora l’efficacia dello sciopero aumenta notevolmente.

Lo stesso ragionamento è stato applicato durante il maggio ’68, su piccola scala, in particolare a Nantes (ma non va sottovalutata l’importanza di questi piccoli esempi), quando comitati di sciopero, gruppi di operai d’avanguardia, hanno voluto organizzare il rifornimento degli scio-peranti garantendo lo scambio di prodotti con i contadini: questo implicava la ripresa o il mantenimento della produzione, lo smaltimento delle scorte esistenti, ogni tipo di attività eco-nomica, sotto la direzione degli scioperanti, per avere da mangiare a sufficienza.
Si può ancora citare un caso marginale, che non ha ancora grande importanza per lo svolgersi di grandi lotte operaie ma che in futuro, data la tendenza generale dello sviluppo economico, può diventare sempre più interessante: è quanto sta accadendo in Inghilterra con lo sciopero delle infermiere. Si tratta di uno sciopero particolarmente delicato, perché dei pazienti potreb-bero essere curati male o morire, cosa che risulterebbe radicalmente impopolare agli occhi dell’opinione pubblica più larga, e la borghesia potrebbe approfittarne nella sua campagna contro il diritto di sciopero, contro i sindacati, contro l’impegno operaio militante. Le infer-miere hanno dovuto perciò inventare forme di sciopero che evitassero di nuocere ai malati e che al tempo stesso dimostrassero la loro capacità di colpire l’amministrazione del ministero della Sanità. Una delle soluzioni applicate (si sono già verificati altri casi analoghi) era quella di fare lo sciopero dei pagamenti, vale a dire curare tutti ma non registrare niente, non tenere la contabilità, non far pagare nessuno. Una cosa particolarmente popolare e, al tempo stesso efficace nel colpire, come si voleva, le finanze e l’organizzazione dell’amministrazione. Un altro aspetto, ancor più avanzato, è che in certe città inglesi gruppi di operai, tra cui metallur-gici e lavoratori dei trasporti, hanno sostenuto questo sciopero e hanno proposto agli operai di scioperare per la causa delle infermiere. Ecco un passo avanti molto importante in fatto di so-lidarietà di classe.
Che importanza ha tutto questo? Perché riporto questi episodi? Non per la loro rilevanza - non crediamo che la coscienza comunista sfondi in un ospedale, né nell’organizzazione del socia-lismo in una fabbrica sola - ma perché siamo convinti che il moltiplicarsi di questi esempi, la loro popolarizzazione, creino le condizioni che ne preparano la generalizzazione in uno sciopero generale.
Va precisato che non abbiamo conosciuto ancora un solo sciopero generale in Europa in cui questi esempi si siano effettivamente generalizzati e che quindi si tratterebbe di un cambiamento totale: occorre fare uno sforzo di immaginazione per visualizzare che cosa sarebbe uno sciopero generale più o meno totale come quello del maggio ’68 e in cui la maggior parte dei settori della classe operaia, nell’accezione più ampia del termine, applicassero tutte queste tecniche: sarebbe l’avvio di una rivoluzione sociale. Ed è per questo che prospetto tutti questi esempi piuttosto episodici e frammentari. L’importanza non sta nella frammentazione e nell’episodio specifico, ma nella popolarizzazione dell’esempio per ottenere un qualche mutamento di stato d’animo. Una volta che settori sempre più numerosi della classe operaia comprendono questa problematica, può nascere qualcosa di completamente nuovo, ed è in questo che ci spendiamo.


4. Sciopero generale autogestito o diretto dalle organizzazioni operaie tradizionali?

Nuova problematica: occorre uno sciopero generale diretto in modo più o meno burocratico dalle organizzazioni operaie tradizionali, o uno sciopero generale autogestito, vale a dire che liberi l’autonomia operaia con la comparsa di organismi di base che dirigano lo sciopero? Non insisto, perché i compagni conoscono quest’ordine di problemi e noi li sviluppiamo con-tinuamente nella nostra propaganda e nella nostra stessa agitazione quotidiana. Bisogna insistere su un fatto: non è un partito preso settario quello che facciamo. Se interveniamo in favore dello sciopero generale (e di ogni sciopero in generale) gestito dagli stessi lavoratori, non è perché non ci piacciono i dirigenti della Federazione Generale del Lavoratori Belgi (FGTB) o della Confederazione dei Sindacati Cristiani (CSC). Anche se la direzione della CGT o della FGTB fosse esclusivamente composta di membri della IV Internazionale continueremmo ad essere favorevoli a forme di scioperi autogestiti, perché crediamo che dando vita a comitati di sciopero eletti nelle fabbriche, associando il massimo di lavoratori nella gestione dello sciope-ro, uno sciopero generale possa riuscire.
L’idea di uno sciopero generale diretto da un ristretto apparato, da un piccolo stato maggiore al vertice che pigia sui bottoni, anche se composto dalle persone migliori del mondo dal punto di vista politico, non solo è un’idea utopica, ma è anche profondamente sbagliata dal punto di vista politico e da quello sociale: non corrisponde alla comprensione di che cos’è la classe o-peraia e che cos’è la società borghese; presuppone, al fondo, la stessa concezione meccanici-stica dei socialdemocratici del Novecento cui ho accennato prima: la simultaneità di ogni sorta di processo, cosa che non corrisponde alla realtà.
Perché possa realmente riuscire in Francia uno sciopero di 10 milioni di operai, non basta che ci sia uno stato maggiore di 15-20 dirigenti geniali al vertice; occorre anche che vi sia la massima partecipazione del maggior numero di coloro che lottano alla direzione dello sciopero, e questo a tutti i livelli; è così che vediamo sorgere organismi di dualismo di potere e la stessa possibilità di vittoria di una rivoluzione socialista, infrangendo la divisione del lavoro tra i capi e la massa che la burocrazia ha reintrodotto nel movimento operaio mutuandola dalla società borghese, e riprendendo invece l’idea dell’organizzazione in soviet – la sostanza di fondo del pensiero di Lenin in Stato e rivoluzione sull’organizzazione sovietica - e cioè un’organizzazione cui la maggior parte dei lavoratori, della gente del popolo, immediatamente, direttamente, senza divisione del lavoro, partecipa alla gestione quotidiana delle faccende che li riguardano.

Conoscete il modello ideale che proponiamo:

1) elezione del comitato di sciopero tramite l’assemblea generale degli scioperanti;

2) riunione regolare di questa assemblea generale, che ha il diritto e la possibilità di revocare ogni membro del comitato di sciopero;

3) elezione di tutta una serie di commissioni da parte del comitato di sciopero, più ampie dei suoi membri, per associare il maggior numero di militanti che partecipano all’assemblea generale a ogni tipo di funzioni: propaganda, rifornimento alimentare, finanze, informazioni, animazione culturale, ecc. Sono tutte cose di cui si è già parlato molto.

Bisogna tuttavia diffidare di uno “schema ultimatista”: probabilmente non si riuscirà mai a re-alizzare il modello ideale tutto insieme e dappertutto; occorre la presenza di militanti rivolu-zionari con un livello di coscienza piuttosto elevato perché il modello si applichi nel modo ideale. Saremmo già molto contenti se venisse eletto in moltissime fabbriche il comitato di sciopero. È già un passo in avanti qualitativo.
Lo abbiamo detto spesso: se nel maggio ’68 ci fosse solo stata l’elezione di comitati di sciopero – e la loro federazione – in tutte le imprese, ci sarebbe stato l’inizio della rivoluzione, ci sa-rebbe stato un cambiamento qualitativo della situazione. Se spingiamo verso il modello ideale è perché i vantaggi di questo modello sono del tutto evidenti: rappresenta le condizioni ottimali per l’organizzazione, l’autorganizzazione e la partecipazione del massimo di lavoratori alla direzione dello sciopero e per il dischiudersi di una situazione rivoluzionaria nelle condizioni migliori per la classe operaia.
Si coglierà anche l’intimo nesso tra la spinta verso lo sciopero attivo e l’autorganizzazione dello sciopero. È chiaro che uno sciopero attivo non può più essere diretto da una segreteria sindacale o da un funzionario: un paio di persone non possono e non sanno più organizzare in una fabbrica la produzione, il rifornimento alimentare, i rapporti con le fabbriche fornitrici di materie prime, ecc.. È impossibile: appena si passa allo sciopero attivo si è obbligati a far par-tecipare alla direzione dello sciopero e a tutta una serie di decisioni autorevoli un gran numero di lavoratori. Lo sciopero attivo è di per sé uno fortissimo stimolo all’autorganizzazione dello sciopero, come dimostrano gli esempi di LIP, di Glaverbel-Gilly e di non poche altre imprese nel corso degli ultimi mesi.

5. Dai comitati di sciopero ai consigli operai

Il comitato di sciopero – anche il Comitato centrale di sciopero, su cui tornerò perché è stato oggetto della polemica con i compagni lambertisti in Francia nel maggio ’68 – ancora non va oltre i limiti di uno sciopero, cioè di una contestazione potenziale e non ancora effettiva del potere politico (lo Stato) della borghesia.
Come passare dai comitati di sciopero ai consigli operai? Qual’è la differenza qualitativa tra loro, anche se il consiglio operaio nasce 99 volte su 100 dal comitato di sciopero, come del resto il primo soviet di Pietrogrado. Ci sono due elementi che, finora, in base all’esperienza storica – e occorre essere cauti perché l’esperienza futura può essere più ricca di quella passata – sembrano determinanti in questa trasformazione:

1) la federazione, vale a dire: rompere la frammentazione dell’embrione di potere operaio che nasce a livello di una fabbrica. La Lip non è la contestazione dell’economia borghese o dello Stato borghese nel suo complesso; eppure, 50 Lip che si federano, che debordano in due o tre settori industriali, costituiscono un elemento qualitativamente diverso. Soprattutto se questo coinvolge in parte il sistema bancario, l’energia, i trasporti pubblici, ecc. La federazione oriz-zontale o verticale, vale a dire in una città o in una branca industriale – la città è più importante della branca, perché tende ad accentuare il carattere contestatario – implica per sua stessa logica la trasformazione dei comitati di sciopero in organi di dualismo di potere, se la federazione supera un determinato livello;

2) il secondo elemento, che semplicemente è contenuto come possibilità nella federazione ma non si è ancora realizzato, è altrettanto indispensabile: gli organi di federazione dei comitati di sciopero assumono poteri che vanno oltre quelli della gestione dello sciopero.

Un comitato centrale di sciopero che si limiti a organizzare lo sciopero, a distribuire i soldi o i viveri agli scioperanti e a pubblicare un giornale di agitazione dello sciopero può ancora essere compatibile con un potere non condiviso della borghesia. Diventa difficile, è un caso limite, ma ce lo si può ancora immaginare. Ma un comitato centrale di sciopero che assuma poteri che vanno oltre la sola organizzazione dello sciopero, che cominci a organizzare la produzione, che inizi a organizzare la distribuzione di credito o di finanze a partire dalle banche, a organizzare i trasporti pubblici, la distribuzione dell’energia elettrica, che in una parola assuma poteri di fatto, un comitato di sciopero del genere non è più un comitato di sciopero, ma è diventato un consiglio operaio, un organo di potere che comincia a funzionare.
La nascita di un organismo di dualismo di potere si manifesta con il fatto che poteri che, nella società borghese, sono normalmente esercitati o dalla borghesia e i suoi strumenti - ad esempio il sistema bancario - o dallo Stato borghese, cominciano ad essere assunti da questi organismi. Può essere un fatto minimale: tutti conoscono l’episodio che mi sono accanito a diffondere in Europa, se non nel mondo, e per il quale i compagni di Liegi ce l’hanno tanto con me: la direzione della FGTB di Liegi che, nei due scioperi generali del 1950 e del 1960 organizzava il traffico automobilistico in città e vietava la circolazione di vetture e di camion privi di un timbro della FGTB, assumeva di fatto un potere pubblico. I camionisti riconoscevano così un potere pubblico di origine operaia, che è totalmente diverso da quello dello Stato borghese. Un fatto estremamente embrionale, ma concreto.
Ancora una volta, l’episodio ha scarsa importanza da solo; quel che è importante è trapiantare esempi del genere nella memoria e nell’immaginazione collettiva della classe operaia, è imprimere una certa piega alla struttura mentale perché questo tipo di esempio si possa moltipli-care, generalizzare nel prossimo sciopero generale, cosa che avrebbe un’importanza pratica enorme nel far nascere veramente dei consigli operai, degli organi di potere della classe operaia contrapposti agli organi di potere della borghesia.


6. Dualismo di potere economico e dualismo di potere politico

Tradizionalmente, il concetto di dualismo di potere è stato considerato – e la scuola “zinovievista-staliniana” ha esercitato una grandissima influenza al riguardo sul movimento operaio – esclusivamente come un concetto politico. Attualmente, i compagni maoisti ne sono il prodot-to caricaturale. Hanno uno schema semplicistico e assolutamente trasparente: “i trotskisti non hanno capito che i soviet esistono soltanto in una situazione rivoluzionaria e sono organi di potere rivoluzionario. Oggi non esiste una situazione rivoluzionaria, quindi chiacchierare di controllo operaio, di dualismo di potere, è parlare a vanvera o, peggio ancora, fare del riformismo”, ecc.
Ci rendiamo conto di cosa ci sia di caduco in questo ragionamento: esso svuota completamen-te il senso della situazione più tipica di una lotta operaia che si estende e si generalizza (cioè, una situazione rivoluzionaria) e di come i rivoluzionari possono e devono intervenire in una situazione prerivoluzionaria. Dietro il concetto maoista c’è in realtà la vecchia tradizione fatalistica, meccanicistica, kautskiana e antileninista di una situazione rivoluzionaria che cade dal cielo, che è determinata dalle condizioni oggettive, su cui l’intervento dell’avanguardia operaia non può avere alcuna influenza, Viceversa, noi sosteniamo che, spingendo verso esperienza di controllo operaio, generalizzando il controllo operaio, generalizzando la trasformazione dei comitati di sciopero in consigli operai, trasformiamo con questo intervento una situazione prerivoluzionaria in situazione rivoluzionaria, fungiamo da elemento di cristallizzazione, da catalizzatore del sorgere di una situazione rivoluzionaria. E Trotsky, rispetto alla Germania dell’inizio della grande crisi economica, ha espresso un pensiero più audace e innovatore: “Dobbiamo evitare di identificare il dualismo di potere con i soviet di tipo classico venuti dalla Rivoluzione del 1917. Non è escluso che, nella situazione concreta della Germania del 1930, i consigli di fabbrica (organi legali nel quadro della costituzione borghese di Weimar – E. M.) dominati dai sindacati potrebbero diventare oggettivamente organi di dualismo di potere”.
Per il momento, dovremo mantenere uno spirito di apertura in proposito. È sicuro che identi-ficare dualismo di potere e organi sovietici esattamente dello stesso tipo di quelli della Rivo-luzione russa o della rivoluzione tedesca sarebbe un errore da non commettere. Abbiamo avuto perlomeno un esempio storico su vasta scala: i comitati di milizia in Spagna nel luglio 1936, erano organi di dualismo di potere assolutamente evidenti, ma di origine e di impostazione diversa dai soviet. E – prendo l’esempio più probabile – non si può escludere che in Gran Bretagna, data la specificità della struttura del movimento operaio inglese, possano svolgere il ruolo di organi di dualismo di potere altri di tipo abbastanza diverso dal soviet classico.
I nostri compagni inglesi si basano su quella che oggi sta diventando una constatazione, perlomeno sul piano locale, in Inghilterra: ogni volta che si verifica una situazione di lotta molto tesa a livello locale, nascono organi di “fronte unico” ad hoc che raccolgono i delegati di fab-brica più combattivi, non necessariamente tutti, che convergono con le sezioni sindacali più combattive del posto, non tutte necessariamente, e che a volte raccolgono le sezioni locali del Partito laburista, non tutta necessariamente, oltre a rappresentanti di organizzazioni rivoluzio-narie localmente radicati ed influenti.
La prova del pudding, come dicono in Inghilterra, la si ha mangiandolo. Se quest’organo è in grado di mobilitare il complesso della classe operaia del posto, questo corrisponde alla stessa cosa di un soviet locale. Se si tratta semplicemente di un organo che mette insieme l’avanguardia e mobilita il 10-15% della classe operaia, è un fronte unico di sinistra (anticapitalista, come diciamo in Belgio). Non dobbiamo escludere la comparsa di organi di questo tipo in paesi in cui la stragrande maggioranza della classe operaia si trova ancora, in un modo o nell’altro, inquadrata in organizzazioni tradizionali; è evidentemente la condizione perché un tipo di convergenza del genere possa di fatto svolgere lo stesso ruolo di una struttura sovietica.
Vorrei porre l’accento sul fatto che ho parlato di “organizzato”, che è un caso molto eccezio-nale in Europa. Credo che al di fuori della Germania – forse la Svezia, che non conosco bene – non esista; non è certamente questo il caso in Francia. Se si dovesse raggruppare tutto quello che ho appena citato sopra, nella maggior parte delle città francesi, rappresenterebbe un terzo o un quarto della classe operaia. Idem per l’Italia, il Belgio. Questo presuppone un livello di organizzazione e di inquadramento della classe operaia – non il fatto di votare, ma il fatto di essere organizzata e seguire l’appello di… - del tutto eccezionale in Inghilterra: nella maggior parte dei grandi centri industriali, si può dire praticamente che tutta la classe operaia, in un modo o in un altro, è organizzata nei sindacati, e nel Partito laburista nella misura in cui sindacati sono in questo partito. E anche per l’Inghilterra, se dovessi esprimere il mio pensiero fino in fondo, sono piuttosto dell’opinione che in presenza di uno sciopero generale sarebbero comitati di sciopero eletti a sorgere anziché, organismi di questo tipo. Anche se non va completamente esclusa un’eventualità del genere, perché rientra in una determinata logica del movimento operaio inglese.
È dunque molto importante distinguere tra organi – siano eletti o meno, non è questo il punto decisivo – la cui funzione è quella di garantire certi poteri economici e il fatto di passare alla contestazione del potere dello Stato borghese. Perché il problema è tanto decisivo e tanto difficile? Perché ci scontriamo con la distinzione tra una tendenza oggettiva e un certo salto di qualità nella coscienza. Si può dire che per la forza delle cose, quasi impercettibile, per la semplice logica interna del movimento, operai socialdemocratici o educati nel chruscevismo possono essere trascinati a fare, loro malgrado, tutta una serie delle cose che ho prima descritto (punti 1-4), incluso lo sciopero attivo, inclusa la riapertura delle banche per pagare gli scio-peranti. Ma c’è un punto in cui questo diventa difficile, se non impossibile: quando occorre fare la scelta esplicita e consapevole di scontrarsi con, di negare, le istituzioni della democrazia borghese. È quanto finora, in Europa occidentale, ha causato la perdita di tutte le rivoluzioni.
C’è un esempio classico, il più noto, perché si tratta anche del paese in cui le cose si fanno nel modo più drastico: è il caso dell’Inghilterra. Nel momento in cui il movimento operaio inglese era al massimo della sua forza, poco dopo la Prima guerra mondiale nel 1921, quando c’era la famosa triplice alleanza tra i tre maggiori sindacati che decidevano di scioperare insieme (me-tallurgici, minatori e trasporti) – si darebbe arrivati a uno sciopero generale infinitamente più poderoso di quello del 1926, in un contesto storico completamente diverso – nel momento in cui il movimento degli “shop-steward” (di tipo semisovietico) era ampiamente diffuso nelle fabbriche inglesi, Lloyd Georges, il dirigente più intelligente della borghesia inglese, ha con-vocato i tre principali dirigenti dei sindacati della “triplice” e ha detto loro: “Sappiamo che siete in grado di paralizzare tutto il paese, sappiamo che siete molto più forti di noi e sappiamo anche che non potremmo ricorrere all’esercito contro di voi perché la maggior parte dei soldati si rifiuterebbero di attaccarvi, ma voi dovete scegliere: io rappresento la maggioranza della nazione, del parlamento; se siete disposti a fare uno sciopero generale contro la maggioranza della nazione e del parlamento, potete farlo solo se siete disposti a sostituirvi a loro e a creare un potere alternativo, una struttura statuale diversa da quella del parlamento e del suffragio universale. Siete disposti a farlo”? Non ho bisogno di dirvi quale sia stata la risposta di quei burocrati sindacali, lo avete capito tutti.
La traduzione più tragica (per l’Inghilterra si può parlare di tragi-commedia, perché non è successo niente, ed era quello che voleva Lloyd Georges) della medesima logica è il caso tedesco, dove c’erano consigli operai praticamente in tutte le fabbriche e in tutte le città, dove si era verificato quasi il tracollo dell’apparato di Stato borghese (cioè il potere era di fatto nelle mani della classe operaia) e dove la maggioranza socialdemocratica in questi consigli operai ha volutamente deciso di convocare elezioni generali per un parlamento borghese e di trasferire a questo il potere che aveva. Non solo criminale, ma idiota! Erano infatti convinti che avrebbero avuto la maggioranza alle elezioni legislative. Non hanno avuto neanche questa (44% dei voti). Non hanno neanche passato il potere dei consigli operai a un governo socialdemocratico, ma a partiti borghesi.
E fu così che la rivoluzione tedesca è stata liquidata nel giro di tre mesi (novembre 1918-febbraio 1919): dopo la convocazione dell’Assemblea costituente di Weimar, i soviet non c’erano più. Questo punto di non ritorno - trasformare consigli operai che hanno cominciato ad assumere una serie di poteri economici in organi che deliberatamente contestano il potere delle istituzioni parlamentari democratiche borghesi dello Stato borghese – richiede un salto di coscienza qualitativo; non si può portare la maggioranza degli operai a fare la rivoluzione socialista senza che se ne accorgano: è un’illusione completa.
Occorre dunque che vi sia una trasformazione decisiva del livello di coscienza della maggio-ranza della classe operaia, dal livello riformista al livello rivoluzionario o semirivoluzionario: esistono una serie di condizioni propizie per questo:

1) accelerazione generale dell’esperienza della consapevolezza degli eventi in una fase rivoluzionaria – e non è una faccenda da niente. Tutti conoscono le formulazioni di Lenin e Trotsky: “Durante una rivoluzione, gli operai imparano in un giorno più di quel che non imparino in uno o cinque anni in una fase non rivoluzionaria”. Imparano di più perché esistono più iniziative di massa (chiaramente, è quel che contraddistingue un periodo rivoluzionario);

2) assolutamente decisivo in queste circostanze è il ruolo del partito rivoluzionario. È incon-cepibile – ed è senza precedenti – che la maggioranza della classe operaia possa acquisire una coscienza anticapitalista e rivoluzionaria, senza il ruolo attivo e dirigente del Partito rivolu-zionario. E anche qui, in un periodo rivoluzionario il Partito rivoluzionario può trasformarsi e crescere a un ritmo infinitamente più rapido che non in un periodo di relativa calma;

3) tuttavia, per strano che possa sembrare, assegnerei comunque il ruolo decisivo in tutto questo processo a un terzo fattore: che cosa fa l’avversario.

L’unica situazione veramente difficile è quella in cui l’avversario non fa niente. Un esempio storico: quello della borghesia italiana allorché gli operai dell’Italia settentrionale avevano oc-cupato tutte le principali fabbriche della zona: il famoso grande sciopero del novembre 1920. Giolitti, l’allora Primo ministro, che come Lloyd Georges era uno dei dirigenti più astuti della borghesia italiana, disse: “Gli operai hanno occupato le fabbriche, sono armati (perlomeno quelli di Torino – E. M.): è una minaccia per la sopravvivenza dello Stato L’unica cosa che possiamo fare è non fare niente”. Bisogna aspettare, in altri termini, che anche loro non sappiano prendere le iniziative decisive per un passo avanti decisivo. È esattamente quello che è accaduto: ci sono state riunioni - per 1, 2, 5, 6 giorni - delle direzioni sindacali, della direzione del Partito socialista (i comunisti erano ancora nel Partito socialista), dei consigli operai: si è discusso su dove porre l’accento: controllo operaio o no, che cosa si chiederà ai padroni, al governo, ecc., e il movimento si è esaurito per discussioni interne, temporeggiamenti, paralisi, incapacità di prendere l’iniziativa decisiva per effettuare la trasformazione di cui sopra.
Se la borghesia italiana avesse commesso l’errore di scagliare contro le fabbriche le squadracce fasciste in quel momento, o di avviare la repressione militare, quasi sicuramente ci sarebbe stata la rivoluzione: gli operai erano armati, avevano la forza materiale di prendere il potere, di rispondere a qualunque provocazione proveniente dalla parte avversa. Ma per prendere loro l’iniziativa, senza provocazioni, per rompere direttamente loro con le istituzioni della democrazia borghese, non avevano né la coscienza, né la volontà, né la direzione.
Occorre perciò ricavare una conclusione molto importante, contestata, ma che emerge da tutti gli scioperi generali in Europa occidentale: è decisivo fare in modo che gli organi di potere operaio che nascono dallo sciopero generale ci siano ancora, che ancora esista una struttura di dualismo di potere e che si apra una fase di dualismo di potere. A partire dal momento in cui si riesce a conservarli, infatti, è pressoché inevitabile che l’avversario sia costretto prima o poi ad aggredirli e che le iniziative indispensabili per rispondere si possano preparare, centralizzare in maniera ben più efficace che non se si pretende che quegli operai che hanno appena compiuto un colossale balzo in avanti organizzativo capiscano immediatamente anche tutte le implicazioni politiche e rivoluzionarie delle loro decisioni; una cosa poco probabile, perlomeno nella maggioranza dei paesi in cui la classe operaia è sotto l’influenza riformista o neoriformista.
In altri termini, la variante più probabile è un vero e proprio dualismo di poteri: che esisteranno cioè fianco a fianco, per una fase transitoria, sia i consigli operai – embrioni di potere sovietico – sia il parlamento e le istituzioni borghesi. E si tratterà di sapere in quale momento, in quale forma e con quale pretesto si porterà la maggioranza dei lavoratori a rompere volutamente e consapevolmente con i secondi per basarsi sui primi.
Tutto questo vale quando i lavoratori sono ancora in maggioranza sotto l’influenza dell’ideologia riformista o neoriformista. Se la maggioranza degli operai è già comunista, anticapitalista, trotskista, rivoluzionaria, maoista, ecc., prima ancora che nasca il dualismo di potere, tutto questo non vale, gli operai trasformeranno i loro consigli operai apertamente in soviet ed andranno alla conquista del potere. Ma si tratta di un’eventualità molto improbabile nella quasi totalità dei paesi europei, con l’eventuale eccezione della Spagna e, anche qui, occorre andarci cauti.

7. La centralizzazione

Ci troviamo qui di fronte a un fenomeno di grandissima importanza psicologica e che, indubbiamente, Lenin ha sottovalutato quando ha voluto trasporre all’Europa occidentale una serie di esperienze della Rivoluzione russa: la classe operaia europeo-occidentale è centralizzata da molto tempo in organizzazioni operaie, sindacali, politiche. E quando il compagno Posadas veniva in Europa e diceva ai lavoratori: “Ecco, dovete imparare a centralizzarvi”, insegnava loro qualcosa che conoscevano già da 75 anni.
Purtroppo, l’esperienza fatta dagli operai è duplice e, almeno in parte, negativa: la centralizzazione accresce incontestabilmente la forza, ma la forma concreta di centralizzazione ha raf-forzato anche la burocratizzazione; e più oggi un’organizzazione di massa è centralizzata, più è burocratica – in tutta Europa non c’è una sola eccezione alla regola.
Ora, abbiamo spiegato che, in larghissima misura, quel che è appunto positivo in uno sciopero generale è che questo è destinato a sprigionare forze di autonomia operaia che possono rimettere in discussione il controllo burocratico sulla classe operaia e il movimento operaio. È quasi inevitabile che l’autonomia operaia sarà contraddistinta in partenza da un non trascurabile grado di decentramento. Si tratta meno di ribellione contro la borghesia e il suo Stato che non di quella contro la burocrazia. Ma entrambe sono, per forza di cose, intimamente connesse.

Questo vuol dire che l’accentramento di tutte le iniziative che si prenderanno non sarà una cosa altrettanto chiara quanto in un discorso trotskista o in una scuola quadri. Prendiamo un esempio ricavato dalla rivoluzione spagnola (ci si deve riferire spesso a questa perché si tratta dell’esperienza più ricca tra quelle che abbiamo conosciuto finora nei paesi imperialisti): gli organi di tipo sovietico spontaneamente creati dai lavoratori nel corso dei primi giorni della rivoluzione non si chiamavano neppure nello stesso modo nelle varie città: in Catalogna, dove il movimento era più avanzato, si chiamavano in generale “comitati di milizia” (non dappertutto); in altre parti del paese si chiamavano diversamente: “comitato di produzione”, “comita-to locale”, “comitato di fabbrica”, “consiglio operaio”, “comitato di fronte popolare”, ecc. Cambiava da una città all’altra. E la denominazione non era solo una questione formale, ma nascondeva anche una funzione differente, una differente composizione, un’autocoscienza diversa delle persone che ci stavano dentro, di quel che rappresentavano. E federare tutti questi comitati nel giro di un giorno in un Congresso nazionale, non solo era impossibile, ma non lo si è neanche tentato, e non a caso.

Vorrei indicare alcune delle strade per le quali la centralizzazione può avanzare:

1) una strada molto importante è quella economica o economicistica di cui ho già parlato: nella misura in cui si passa allo sciopero attivo, c’è nella logica di quest’ultimo una colossale forza centralizzatrice che dobbiamo mettere in risalto. È impossibile cominciare a produrre in un’impresa senza prendere contatto con le imprese di trasporto, con quelle delle materie prime, della distribuzione, dell’energia. Vi è in questo una forza di centralizzazione e di coordinamento che non è affatto automatica. È un argomento in più per indicare l’importanza del passaggio allo sciopero attivo per trasformare uno sciopero generale in avvio del processo verso la rivoluzione socialista;

2) un altro fattore molto importante e che tendiamo ancora a sottovalutare è la centralizzazione della comunicazione. Sono attualmente presenti centri nevralgici della società che non sono più gli stessi di 60 anni fa. Non si tratta più della stazione; l’idea di occupare la stazione – che era logica per gli operai del 1917 – non verrebbe in testa a nessuno. Oggi, in non pochi paesi, gli attuali centri nevralgici sono quelli della telecomunicazione, della radio, della TV, con tutto quel che vi è connesso: le tipografie (da non sottovalutare, specie quelle che stampano denaro), le banche, gli uffici postali, ecc. Considerando questi elementi, ci accorgiamo delle forze di centralizzazione che possono nascere in uno sciopero generale. Dal punto di vista delle possibilità di una rivoluzione socialista, la svolta dello sciopero generale del maggio ’68 non è stata colta quasi da nessuno; i primi giorni dello sciopero, tutte le imprese erano occupate e controllate dai lavoratori, comprese quelle della telecomunicazione; a Parigi non vi era più un’antenna che non fosse controllata dagli scioperanti, compresa quella dei ministeri dell’Interno e della Difesa. Il solo intervento militare del governo gollista è stato quello di sgomberarne una per il ministero dell’Interno.
Se lo sciopero avesse avuto un’altra direzione – con i “se” si possono ovviamente fare tante cose - se vi fosse stata tra i lavoratori una diversa coscienza, se avessero capito l’importanza decisiva delle cose, si sarebbero opposti alla presa di quell’antenna e non serve spiegare cosa sarebbe venuto fuori da una resistenza del genere (indubbiamente vincente).

Occorre capire che il livello di paralisi che può imporre allo Stato borghese uno sciopero generale che prenda misure di centralizzazione del genere è qualitativamente superiore a tutto quel che si è conosciuto in passato. Su questo, emerge uno degli aspetti più clamorosi dell’incomprensione di tutti coloro che conducono una critica univoca e errata della tecnologia contemporanea, vedendola soltanto come una forza di oppressione e di sfruttamento – e in regime capitalistico lo è – senza capire che queste rendono la società borghese, che è appunto tecnologica, infinitamente più vulnerabile che in passato, di fronte all’intervento unanime e generalizzato dei lavoratori.

Cos’era la repressione borghese cinquanta o sessanta anni fa? Era alcune migliaia di mercenari armati scagliati addosso alla popolazione; in quel momento c’era una sola cosa da fare: opporre le armi alle armi. Oggi, la società è molto più vulnerabile; si impiegano unità particolarmente mobili, ma tutte collegate via radio, telex, telefono, ecc. a un numero ridotto di centri nevralgici. Se vi impossessaste di tutte le antenne di telecomunicazione tagliereste le possibilità di trasmissione e in un quarto d’ora la centralizzazione passerebbe nel campo del proletariato e della rivoluzione, mentre la controrivoluzione verrebbe completamente decentrata.
Nei primi giorni di sciopero generale del maggio ’68 in Francia, si è arrivati a una situazione in cui il ministero egli Interni non aveva più alcun mezzo di comunicazione con i prefetti e la situazione era spinta al grottesco, perché anche le segretarie, le dattilografe, gli impiegati di prefettura erano in sciopero, e allora il problema non era neanche che non si poteva comunicare con le prefetture, ma che farlo non sarebbe servito a niente. Bisognava parlare direttamente con il prefetto o con uno dei suoi vice, perché altrimenti le comunicazioni non venivano trasmesse.
Occorre rendersi conto dell’importanza di quei centri nevralgici che sono tutti gli strumenti delle telecomunicazioni, per trasferire la centralizzazione in campo operaio e paralizzare quello borghese e della controrivoluzione. Lo sciopero passivo trasformato in sciopero attivo in questi campi costituisce una centralizzazione automatica. Immaginatevi il passaggio allo sciopero attivo in occasione dello sciopero generale del personale radio-televisivo. Vuol dire che la radio e la TV vengono messe al servizio dello sciopero, con una forza di centralizzazione indescrivibile. La controrivoluzione lo capisce perfettamente: ogni colpo di Stato controrivoluzionario degli ultimi 15 anni mirava innanzitutto a impadronirsi di radio e TV. Sapevano bene che se la radio e la TV fossero nelle mani del popolo e dei lavoratori, questo avrebbe dato un impulso colossale, come mai esistita in passato, alla centralizzazione di un potere operaio.
Se ne possono sicuramente ricavare le implicazioni per il futuro: le prime prove di forza scoppieranno intorno a questi centri. I poliziotti belgi non si divertirebbero a espellere per prima cosa gli scioperanti da Cockerill o da ACEC – dovrebbero essere folli per farlo. Né si concentrerebbero alla stazione di Waremme, né in quella di confine di Haine-Saint-Pierre, ma andrebbero a presidiare i grandi centri nevralgici di telecomunicazione, la RTB, le poste, le grandi banche: là stanno i centri che, se controllati dall’uno o dall’altro campo, possono determinare il corso generale degli eventi per tutta una fase.
È probabile che, proprio sul problema dell’autodifesa di questo tipo di istituzioni, che per loro stessa natura fanno passare in buona parte il potere da un campo all’altro, possa accendersi la presa di coscienza di una massa molto maggiore di lavoratori e si possa capire la necessità di tutta una serie di cose, che non si capiscono se poste in modo alquanto astratto e generico.

8. Le fedeltà della classe operaia nei confronti delle organizzazioni tradizionali e il problema della presa del potere

Si tratta dell’articolazione di tutto ciò di cui ho appena parlato, rispetto allo sviluppo del dualismo di potere che nasce dallo sciopero generale, e delle fedeltà politiche, diciamo, tradizionali della classe operaia, che sfociano nella famosa questione della formula transitoria di governo. Siamo di fronte alla contraddizione di fondo, nella sua forma più pura ed elevata.
Oggettivamente, il problema dello sciopero generale pone il problema del potere politico. Og-gettivamente, comitati di sciopero federati sono organi di dualismo di potere. Oggettivamente, comitati di sciopero federati che comincino ad assumere poteri diversi da quelli di gestire lo sciopero generale, iniziano ad operare come organi di potere. Tuttavia, tutto questo è, purtroppo, compatibile con l’altro fenomeno: e cioè che la maggioranza dei lavoratori che eleg-gono questi comitati e li sostengono, continuano a sostenere al tempo stesso partiti riformisti i quali, proprio in una situazione del genere, manifestano la loro natura controrivoluzionaria nella maniera più dannosa nel corso della storia del movimento operaio.
E va detto che il verdetto della storia è assolutamente chiaro: è sempre successo così. Gli operai russi hanno eletto soviet dappertutto nel febbraio 1917, e vi hanno eletto una maggioranza di menscevichi e di socialisti-rivoluzionari di destra, vale a dire riformisti. Gli operai tedeschi anno eletto ovunque in Germania, nel 1918, consigli operai, e vi hanno eletto socialdemocratici. Gli operai spagnoli hanno creato ovunque comitati in Spagna, nel luglio 1936, ma la grande maggioranza dei membri di questi comitati erano dei socialdemocratici, degli anarchici e dei membri del Partito comunista, membri cioè di organizzazioni che non coglievano la natura del dualismo di poteri, per non parlare del bisogno della conquista del potere da parte dei comitati. Dobbiamo capire questa contraddizione e non possiamo negarla verbalmente.

Non possiamo dire: “Finché gli operai non avranno rotto coscientemente con il riformismo, non daranno mai vita ai soviet”. È sbagliato, e la storia lo dimostra. E non possiamo neanche dire: “Finché gli operai non avranno rotto con il riformismo, non devono dar vita a soviet”, cosa che è più o meno la teoria dei maoisti. Perché solo creando dei soviet, trovandosi in una situazione rivoluzionaria, essi finiranno per rompere in maggioranza con il riformismo. È lì che sta la vera difficoltà, la vera contraddizione, che si manifesta nel modo più limpido sul problema del potere. Non si potranno, infatti, convincere i lavoratori che quegli organi devono prendere tutto il potere, se si contrappone questo potere ai partiti ai quali sono ancora fedeli. E non ci si può neanche illudere che questi partiti, sotto la spinta dei lavoratori, alla fine prenderanno il potere. Non si può escludere in partenza questa eventualità marginale, ma è estremamente improbabile, e da escludere per l’Europa occidentale.
Finora, il movimento rivoluzionario, in genere, ha proposto due soluzioni per uscire da questa contraddizione. Queste soluzioni, che sono proposte per risolvere il problema, restano le uniche valide.

1) A livello della propaganda, si tratta della nota e classica tattica dei bolscevichi del 1917, che dice ai lavoratori: “Siete organizzati in consigli operai, volete che prendano il potere. Al tempo stesso, nutrite ancora illusioni nel partito socialdemocratico. Chiedete al vostro partito che prenda tutto il potere nel quadro dei soviet”.
Insisto sul fatto che un’agitazione di questo tipo ha, in una situazione rivoluzionaria in cui esistono già organi di dualismo di potere, una dinamica completamente diversa da una tattica che chiama gli operai a votare per i partiti operai, dalla tattica di chiedere che il Partito laburista arrivi al potere in Inghilterra per via elettorale, cosa che è anche utile a fini propagandistici, ma che ha una dinamica completamente diversa. Credo che, in futuro, non ci verrà risparmiato di ripercorrere la stessa strada. La sola possibilità in cui ci si potrebbe risparmiare questa tappa intermedia sarebbe il caso in cui le organizzazioni rivoluzionarie fossero già in partenza maggioritarie nella classe operaia, eventualità che escludiamo come poco probabile nei prossimi anni.
Occorre tuttavia fare attenzione alla formulazione precisa di questa parola d’ordine governati-va transitoria, perché deve corrispondere alla realtà della fedeltà della classe operaia. E questa può variare. Oggi vi è la tendenza in Europa occidentale – e l’abbiamo constatata in Belgio forse prima dei compagni di altri paesi – a un qualche trasferimento della fedeltà ai vecchi partiti tradizionali della classe operaia verso i sindacati. La forma riformista tradizionale clas-sica, in un paese come il Belgio, è molto più la FGTB che il PSB; in Italia, molto più i sindacati del PCI , per non dire del partito socialista.
Bisogna quindi tenerne conto nel formulare la parola d’ordine governativa: si devono comun-que includere i sindacati e, in certe situazioni, le organizzazioni sindacali prima di quelle politiche tradizionali. Ricordiamo che in Belgio, per tutta una fase a partire dallo sciopero generale del 1960, avevamo come parola d’ordine governativa transitoria “governo operaio basato sui sindacati”, cosa che corrispondeva alla realtà della classe operaia, del movimento operaio in Belgio. Non si deve predeterminare il futuro, perché questo è un problema molto concreto e muta con il mutare delle realtà della classe operaia e quindi non deve dipendere da uno schema o da un testo scritto quarant’anni fa, ma aderire alla realtà concreta della fase in cui questa si trova in ciascun paese.

2) L’altro aspetto della soluzione della contraddizione è quello organizzativo. Quando si verifica una crisi rivoluzionaria particolarmente acuta, quando si è in presenza di uno sciopero generale che paralizza davvero l’intero paese e crea organi di dualismo di potere, si verifica in seno alla classe operaia, al movimento operaio, un raggruppamento, una ricomposizione ultra-rapidi. È il grande momento del “centrismo” nella storia del movimento operaio. Vi sono forze centriste che sorgono da orizzonti vari, da vari punti di partenza e che, in generale, si ritrovano abbastanza rapidamente su un denominatore comune nella lotta, che è positivo – qui non parlo del centrismo in senso negativo ma positivo, perché si tratta di forze che vanno dal riformismo verso la rivoluzione.
Dunque, il compito di dar vita all’unità d’azione intorno ad alcuni problemi chiave per la na-scita del potere operaio tra i rivoluzionari e i centristi è, in generale, il compito organizzativo più importante. Nella rivoluzione spagnola, si trattava della sinistra anarchica, della sinistra socialista, del POUM e dei trotskisti. Nella rivoluzione tedesca, della sinistra del Partito socia-lista indipendente, del PC e di certe forze anarco-sindacaliste. Nella Rivoluzione russa, del partito bolscevico e della sinistra del partito socialista-rivoluzionario.
Evidentemente, la situazione ideale è – ancora una volta – la situazione in cui il partito rivoluzionario, fin dall’inizio, ha l’egemonia nel raggruppamento, e allora non esistono molti problemi ed è lo sviluppo russo quello che si può imitare. Ma mi permetto di enunciare un pronostico pessimista, Non credo che questo si ripeterà spesso in Europa occidentale. Non lo dico per pessimismo congenito, ma perché la situazione eccezionale in Russia era il prodotto di un passato che va spiegato: il partito bolscevico è riuscito a conquistare l’egemonia sull’estrema sinistra russa perché aveva l’egemonia su tutta la classe operaia già dieci anni prima.
Alla vigilia della Prima guerra mondiale, il partito bolscevico era assolutamente egemone nel movimento operaio russo, sia dal punto di vista elettorale, sia da quello della stampa, sindacale e del numero di membri. C’è una celebre inchiesta di Emile Vandervelde, pur feroce nemico dei bolscevichi, arrivato in Russia in nome del Bureau socialista internazionale agli inizi del 1914, che riconosce che i bolscevichi sono in maggioranza da tutti i punti di vista nella classe operaia russa.
Quello che si verifica in Russia è una cosa completamente diversa da quel che attualmente esiste in Europa occidentale. La corrente rivoluzionaria ha avuto l’egemonia in seno alla classe operaia russa quando questa era effettivamente poco attiva; ha perso temporaneamente l’egemonia, quando si è estesa all’intero popolo, nel febbraio-marzo 1917; l’ha riconquistata molto rapidamente sei mesi dopo. E poteva farlo perché aveva quadri operai in ogni fabbrica, e un patrimonio di radicamento nella classe operaia.
Questa non è assolutamente la situazione della sinistra rivoluzionaria oggi in nessun paese dell’Europa occidentale. In queste condizioni, è poco probabile che anche grazie a un’ascesa rivoluzionaria, e anche immaginando di aumentare le nostra forze di dieci o anche di cinquanta volte, quel che in quella fase d’ascesa è probabile è che saremo di colpo più forti di altre correnti centriste emerse da tendenze di massa, che avremo una forza molto più consistente. Il PC tedesco nel 1919, nel 1920 fino al Congresso di Halle, rappresentava da 15 a 20.000 iscritti, mentre la sinistra dei socialisti indipendenti ne rappresentava da 600 a 500.000. Questo il rapporto di forza. In Spagna, il POUM – con tutte le critiche che gli si possono fare - e i trotskisti rappresentavano da 4 a 6.000 persone, e la sinistra socialista e anarchica da 200 a 300.000. Lo stesso rapporto di forza.
È poco probabile che in futuro conosceremo rapporti di forza radicalmente diversi all’inizio di un’ascesa rivoluzionaria. Questo vuol dire che evitare ogni settarismo nei confronti di queste correnti di sinistra è una questione vitale per non mancare il successo della rivoluzione e che occorre trovare le forme organizzative per la creazione di un fronte unico dei rivoluzionari in senso al fronte unico delle organizzazioni operaie. Dicendo fronte unico dei rivoluzionari, in-tendo dire fronte dei partiti rivoluzionari e dei centristi, perché, per definizione, tutti quelli che non sono nel partito rivoluzionario sono centristi.
In Francia, questa cosa si è concretizzata durante il maggio ’68; ha funzionato una sorta di fronte dei rivoluzionari. Ed è questo ad aver preso tutte le iniziative d’azione, grandi manifestazioni, raduni, ecc. I nostri compagni vi hanno svolto un ruolo esemplare, senza alcun setta-rismo. Del resto, è stato l’avvio della loro penetrazione nell’estrema sinistra francese come una forza politicamente egemone. Credo sia un modello da applicare. In Italia, ad esempio, questo non si è fatto. Durante la grande ascesa degli scioperi del 1969 i vari gruppi e gruppuscoli rivoluzionari non sono mai riusciti a stabilire un minimo di fronte unico tra loro. Lo stanno realizzando ora, in una fase di riflusso e su una linea di destra, ma è un classico. E il tutto ha avuto conseguenze disastrose in Italia.
Prendo l’esempio più disastroso. Quando è stato creato alla FIAT il primo consiglio operaio, alla fine del 1969, per iniziativa di gruppi dell’estrema sinistra, una conferenza operaia nazio-nale ha raccolto 3.000 operai rivoluzionari; i nostri compagni, che erano una piccolissima mi-noranza, si sono battuti accanitamente su una questione: che tutti i rivoluzionari prendessero l’iniziativa di imitare in altre fabbriche italiane quel che aveva fatto la FIAT. C’era modo di farlo, perché le forze presenti ne erano in grado. Tutti i gruppi maoisti e spontaneisti si sono opposti con argomenti sciocchi e tipici dell’ultrasinistra: “non abbiamo bisogno di delegati”, “siamo tutti delegati”, “vogliamo emancipare la massa”, ecc.
Risultato: la burocrazia sindacale, alla fine, ha preso l’iniziativa di estendere la formazione di consigli di fabbrica in luogo dell’avanguardia rivoluzionaria, e così è riuscita a riprendere il controllo del movimento, che avrebbe potuto sfuggirle completamente di mano. La conclusione logica: gli stessi che nel 1969 gridavano “siamo tutti delegati” oggi appoggiano la buro-crazia sindacale nella sua manovra di integrazione dei consigli operai nell’apparato sindacale.
Questo esempio dimostra inoltre che la lotta per il fronte unico di estrema sinistra nel quadro della lotta per il Fronte unico operaio esige che non vi sia settarismo, ma che non ci sia neanche l’allineamento automatico e codista sulle posizioni estremiste e opportuniste che possono sostenere le diverse varianti reperibili in questa fauna.
Qual’è l’occasione che si offre dunque ai rivoluzionari? Vorrei fornire qualche esempio storico. L’associazione della sinistra del Partito Socialista Indipendente e del PC nel 1922 ha permesso in Germania di conquistare la maggioranza del sindacato dei metalmeccanici (il maggior sindacato tedesco), compresa la maggioranza nella sua direzione. Nei mesi di settembre-ottobre 1936, il POUM, la sinistra anarco-sindacalista e la sinistra socialista avevano l’incontestabile maggioranza nei comitati di milizia in Catalogna. E, se critichiamo il POUM o la direzione di destra del PC tedesco nel 1922-23, non è perché sono passati per questa tappe assolutamente indispensabile per conquistare la maggioranza della classe operaia, ma perché hanno perso le occasioni di porre e risolvere il problema del potere. Non vi sono altri modi per risolvere questo problema. Non lo si risolverà con una piccola minoranza contro la maggioranza della classe operaia nei paesi imperialisti.

9. L’armamento operaio e l’autodifesa

Anche quando l’estrema sinistra ha già la maggioranza nei consigli operai, anche quando la borghesia è profondamente demoralizzata e disorganizzata, anche quando i ceti medi passano sempre più dalla parte della classe operaia perché sono convinti che vincerà – sono tutte caratteristiche di una crisi che sta maturando – il problema della conquista del potere non si risolverà se non si sarà risolto il problema dell’armamento. E il problema dell’armamento ha due aspetti che occorre collegare per risolverlo:

1) la questione dell’armamento della classe operaia;

2) il problema della disgregazione dell’esercito borghese.

Le due cose vanno insieme. Senza l’avvio dell’armamento della classe operaia, la disgrega-zione dell’esercito borghese non supererà una soglia minima, Trotsky ha detto al riguardo tutto quello che andava detto, tutto quel che classicamente va detto sulla forza della disciplina in seno all’esercito borghese; che questo può completamente esplodere quando il singolo soldato trova altrove una difesa, inclusa una difesa armata. D’altra parte, l’autodifesa operaia non su-pererà una data soglia minima abbastanza primitiva se non vi è la disgregazione su larga scala dell’esercito borghese.
Si deve capire che si tratta di una questione eminentemente politica e non tecnica. Tutti quelli che tentano di porre questo problema in termini tecnici finiscono per dire, prima o poi, che la rivoluzione è impossibile. È la posizione di Régis Debray quando ricava le lezioni della rivo-luzione cilena: “Non abbiamo abbastanza piloti d’aereo (chi avrebbe potuto formare piloti? E. M.). Non ve ne erano abbastanza nel 1973, non abbastanza nel 1972, non abbastanza nel 1971. E se si fosse cominciato prima ad armare gli operai, i piloti avrebbero colpito prima”. In ultima analisi, è la spiegazione degli stalinisti nel dibattito che abbiamo avuto con i dirigenti del PC belga, non è questo il tema.
C’è stato un dibattito analogo, evidentemente accademico, su che cosa sarebbe successo nel maggio ’68 se i lavoratori avessero cominciato a porre il problema del potere. Il problema es-senziale è un problema politico, non tecnico. Ed è un problema difficilissimo, di cui va colta la difficoltà e va compreso che la maggior parte di coloro che prendono a pretesto soluzioni tecniche lo fanno in realtà perché cercano di eludere la difficoltà con una fuga in avanti.
Qual’è la difficoltà? La stessa di quella che ho segnalato prima a proposito del parlamento. Per l’intera tradizione del movimento operaio in Europa occidentale – con la probabile eccezione della Spagna – i lavoratori non sono preparati alla presa delle armi, che appare loro una preoccupazione completamente estranea alla loro concreta esperienza. Ed è così, senza alcun dubbio. Vanno quindi trovate le indispensabili mediazioni per portarli all’esperienza e alla comprensione. Di qui l’importanza del problema dell’autodifesa, del problema della lotta anti-fascista, delle esperienze puntuali di picchetti di sciopero e della loro estensione.
Solo attraverso queste esperienze, infatti, la questione diventa più concreta per una massa più ampia. Tralascio il problema della preparazione dei quadri e del ruolo dell’organizzazione ri-voluzionaria a questo riguardo, su cui si sono scritte parecchie cose. Ancora una volta, la difficoltà, che è molto grande, in parte è lo stesso avversario a ridurla.
Se la borghesia e lo Stato si comportano del tutto passivamente nei confronti di uno sciopero generale con occupazione di fabbriche, con consigli operai e avvio della produzione ad opera degli stessi operai, con occupazioni delle telecomunicazioni, in questo caso la coscienza non progredirà molto sulla via dell’armamento. Ma si capirà, riassumendo tutte queste condizioni, che sarebbe una cosa poco probabile: è assolutamente inevitabile una risposta piuttosto rapida della borghesia. Essa assume la forma di una provocazione armata, prima piccola, poi sempre crescente. C’è allora il problema del ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria per raccogliere o-gnuna di queste esperienze, per far compiere salti e nella coscienza e nell’organizzazione pra-tica dei lavoratori sul terreno dell’autodifesa armata.
È così che lo sciopero generale con occupazione di fabbriche e il sorgere di organi di doppio potere si accosta alla situazione in cui cominciano ad essere poste all’ordine del giorno l’insurrezione armata e la conquista del potere. E la preparazione dei rivoluzionari su questo è una preparazione in primo luogo politica, il cui aspetto tecnico non va trascurato, ma è secon-dario.
Tutti gli insuccessi delle rivoluzioni in Europa occidentale negli ultimi 50 anni non si sono verificati perché c’era troppo poca preparazione tecnica, ma perché c’erano difetti sul piano politico. Se la classe operaia spagnola è riuscita a disarmare praticamente tutte le caserme nelle principali città, non è perché fosse tecnicamente ricca, ma perché è riuscita a farlo con un assalto colossale. Se si è mancata la presa del potere non è perché non ci fossero a settembre i mezzi tecnici che c’erano a disposizione in luglio, ma perché è chiaramente mancata la com-prensione politica, l’avanguardia e la direzione politica su quel terreno.

E vorrei chiudere con due esempi della rivoluzione tedesca, che sono i due momenti in cui si è posta concretamente la questione del potere. Il primo, lo sciopero generale contro il colpo di Stato del generale Krupp, nel 1920. L’emozione suscitata e l’enorme autostima nata dal fatto che il golpe fosse fallito dopo tre giorni di scioperi generali, sono sfociate nel fatto che lo stesso partito socialdemocratico e soprattutto il sindacato, per la prima e unica volta in Germania, hanno posto la questione di un governo operaio.
Legin, il segretario generale del sindacato tedesco, poneva il problema della formazione di un governo composto dai sindacati, dal partito socialdemocratico, da quello socialista indipen-dente e dal partito comunista. Il PC ha commesso l’errore enorme di non cogliere al balzo l’occasione e di non lanciare la campagna di agitazione per l’immediata applicazione di questa rivendicazione. Soprattutto, non ha approfittato del fatto che in una parte della Germania (la Ruhr e la Sassonia) gli operai erano di nuovo armati per opporsi al colpo di Stato. In quel preciso momento, lo sfondamento era possibile. Non è stata dunque la mancanza di armi e di forze tecniche, ma l’assenza di saggezza politica a far sì che quell’occasione non sia stata colta.

Il secondo esempio è quello del settembre-ottobre 1923. Ho già parlato parecchio e non posso descrivere il 1923, che è l’anno di svolta della storia europea. Nell’estate di quell’anno, la classe operaia tedesca, grazie a uno sciopero operaio, rovescia il governo conservatore del cancelliere Kuno: In quel momento il PC è occupato a conquistare la maggioranza nei grandi sindacati e in numerosissimi consigli di fabbrica. Il dirigente del PC, Brandler, ha un progetto di conquista del potere. È un progetto azzardato, ma non stupido. È un progetto in tre tempi. Prima il PC forma un governo di coalizione in due province (Sassonia e Turingia) con la sini-stra socialista. In secondo luogo, usa le posizioni in seno a questi governi per formare milizie operaie armate e, in terzo luogo, si basa su queste “guardie rosse” per preparare l’insurrezione in tutta la Germania.

Ovviamente, non si tratta di un progetto segreto; ne sono venuti a conoscenza tutti, compresa la borghesia: se ne discuteva alla luce del sole sulla stampa comunista, Ciò che rendeva vulnerabile il secondo punto era, ovviamente, che la borghesia avrebbe reagito appena i ministri comunisti avessero fatto mettere in applicazione l’armamento degli operai. Ed è quello che è successo! Appena si è applicata la prima misura per istituire la “guardia rossa”, la Reichwehar è entrata in Sassonia e in Turingia e ha sciolto i due governi. È un aspetto tecnico della que-stione; se ne può discutere.
Quale è ora l’aspetto politico, che è di gran lunga decisivo? Sassonia e Turingia erano due Länder governati da Primi ministri socialdemocratici di sinistra. I due governi avevano il totale sostegno dei sindacati. L’offensiva militare dell’esercito contro questi due governi era un affronto, un vero e proprio attacco scagliato contro il movimento operaio organizzato in Germania. Era possibile estendere questo piccolo successo tattico, del resto secondario, nei due Länder, purché si fossero sistematicamente preparati il PC e l’avanguardia operaia a una prova di forza a livello nazionale, incluso sul piano dell’armamento.
Questo il compagno Brandler non lo aveva fatto. Era esitante su questo punto e soprattutto su quello di sapere se la situazione fosse matura per una prova di forza. Ha risolto la difficoltà nel classico modo centrista: ha convocato un congresso dei consigli operai, dei comitati di fabbrica e ha posto loro l’interrogativo: “Siete disposti a rispondere con le armi alla Reichwehr?”. La risposta era scontata in partenza. Devo dire, perché è una prova della straordinaria maturità della situazione, che c’era circa un 40% a favore della resistenza armata in un congresso del genere.
Ma, come Trotsky ha sintetizzato la situazione: “Se una massa di militanti operai esitanti si trovano davanti un dirigente esitante che dice loro: ‘Sono pronto a seguirvi; che iniziativa prendete?’, ovviamente non c’è da aspettarsi che correranno alla conquista del potere. Ci sarebbe chiaramente stato bisogno del rapporto inverso: una direzione molto decisa, che doveva convincere una massa ancora esitante che esisteva un unico sbocco e indicarlo in modo molto chiaro, prendendo le iniziative indispensabili in questa direzione. È ciò che avevano fatto i bolscevichi nel 1917.
Ciò che è assolutamente decisivo è la preparazione delle condizioni soggettive indispensabili per rendere consapevole la classe operaia nella sua maggioranza della necessità di una prova di forza decisiva con la borghesia.
L’intera logica di questa relazione è che uno sciopero generale attivo, uno sciopero generale che dà luogo all’elezione di consigli operai, prepara questa prova di forza che ha tutta una serie di carte decisive dal lato operaio. Più un paese è industrializzato, più la tecnicità dei processi sociali è avanzata, più carte decisive si trovano nel campo operaio.
Ma il fattore decisivo, in ultima analisi, resta il campo che prende l’iniziativa dell’azione. Prendere l’iniziativa dell’azione, anche solo un giorno prima, battere l’avversario in un momento decisivo, è la cosa che cambia i rapporti di forza. Là si vede tutta l’importanza del partito rivoluzionario e del fattore soggettivo per cambiare il corso della storia!



[Traduzione di Titti Pierini, 14/11/10]

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

domenica 27 marzo 2011

I VICERÉ di Lorenzo Mortara




I VICERÉ

di Lorenzo Mortara


È del 1894, I Viceré, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, uscito fuori dalla penna verista di De Roberto. Al suo apparire e per molto tempo, il romanzo non ebbe fortuna, anche, ma non solo, per la stroncatura senza appello che gli appioppò l’estetica da governante del Croce. La retorica risorgimentale, di cui oggi festeggiamo i 150 anni della sua puntuale riproposizione, non poteva sopportare molto un romanzo che faceva piazza pulita del mito unitario.
Il romanzo si snoda a cavallo dell’impresa garibaldina dei mille e narra le vicende della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, i Viceré appunto dei Borboni, il cui destino, senza che vi sia del fatalismo, perlomeno in chi scrive, è quello di governare sia prima che dopo il passaggio di consegne tra la monarchia spagnola e quella sabauda.
A livello dei personaggi, l’opera è imperniata sull’apparente contrasto tra Don Giacomo Uzeda, Principe di Francalanza, e il principino Consalvo, suo figlio. Contrasto che De Roberto segue fin dall’infanzia del principino, smussandone via via gli angoli, per scioglierla nell’ultima parte del romanzo in una sostanziale continuità. Consalvo, in effetti, è il vero erede di Don Giacomo, e il contrasto col padre, apparentemente di valori e di ideali, non può che essere alla fine solo un banale scontro generazionale tra il vecchio e il nuovo modo di difendere gli stessi interessi.
Sullo sfondo dell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e l’aristocrazia terriera del Sud su cui s’imperniava la nascente industrializzazione capitalistica italiana, il romanzo non concede spazio a sentimenti, emozioni o altre pose romantiche. Tutto è calcolo, cinismo e arrivismo, comprese fede e superstizioni che fanno solo da supporto. I rapporti sono bloccati. Le donne non contano. L’interesse costringe alla capitolazione ogni timido tentativo che i personaggi fanno, qua e là, di ribellarsi.
Per il pessimismo senza speranza, ma anche senza rimpianti, con cui De Roberto narra i primi passi dello Stato unitario, il romanzo è stato associato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Il paragone è più che pertinente, anche se va detto che è De Roberto ad anticipare Tomasi di Lampedusa. La famosa frase in cui si riassume Il Gattopardo, «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è anticipata da De Roberto nella parodia che fa del motto del D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri». I Viceré son tutti qua, immobili nella loro sete di dominio. La ribellione di figli e figliastri non riesce mai perché in fondo è finta, troppo compromessa e assoggettata a un mondo che tutto sommato accettano e condividono. La prosa di De Roberto, lenta e sicura come la vita oziosa di questi nobili, segue tutte le incoerenze dei personaggi, ben conscio che l’unica coerenza che possa dare solidità alla narrazione, è la fedeltà assoluta all’interesse personale della famiglia Uzeda.
La modernità dell’opera, oltre al suo indubbio impianto laico, merce rara all’epoca e non troppo disponibile nemmeno ora, si può anche trovare in alcune felicissime trovate dell’autore che non possono non stupire il lettore d’oggi. Si resta ad esempio sbalorditi, nello scoprire come rassomigli a qualcuno il modo in cui Consalvo si comprerà un seggio in Parlamento. I Viceré dei Borboni, cambieranno subito bandiera, non appena Consalvo capirà che basterà un po’ di demagogia per entrare nelle grazie dei Savoia. Per convincere i suoi concittadini a votarlo, sarà a favore della proprietà privata e contro lo sfruttamento, per la laicità e al tempo stesso per la religione, ma soprattutto sarà per la pubblicità di sé stesso. Non convinto del tutto dalla sua retorica, infatti, Consalvo aggiungerà una specie di opuscolo da regalare a tutti i suoi “sudditi” poco prima del giorno delle elezioni. Come non vedere in questa campagna, il precedente letterario che anticipa lo stucchevole analfabetismo sottoculturale con cui il Viceré, Uzeda-Berlusconi, ha chiesto alla nazione di mandarlo al potere? In effetti, a ben guardare, Una Storia italiana non è che la riedizione aggiornata con cui si è conclusa la preistoria borbonica.
Oggi che il successo e la grandezza del romanzo di De Roberto, sono finalmente riconosciuti, si corre però il rischio opposto di sopravvalutarne lo spirito nichilista. L’immobilismo eterno con cui De Roberto e Tomasi di Lampedusa guardano alle cose umane, è spesso associato al presunto carattere dei siciliani, ma almeno per De Roberto si può forse ipotizzare che fosse più che altro dovuto al contesto storico-culturale da cui proveniva. Ai tempi de I Viceré, il socialismo in Italia muoveva i suoi primi passi, e Marx ed Engels erano ancora sommersi tra il positivismo, l’idealismo piccolo borghese e l’anarchismo. Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni prima che attecchisse la concezione scientifica del moderno progresso socialista. E una volta attecchita, poco più di un lustro bastò per sommergerla di nuovo nel medioevo stalinista da cui ancora non è risorta.
Perciò, anche se apparentemente la Storia sembra aver dato ragione al pessimismo senza speranza di De Roberto, noi operai non possiamo unirci al coro disfattista con cui a 150 anni dall’unità borghese d’Italia, parecchia intellighenzia ha riproposto, con rabbia, la “quistione meridionale”. Per chi è armato del metodo storico marxista, non dicono niente di nuovo le lamentele in forma di libro contro l’occupazione, l’assoggettamento e la repressione con cui i briganti del Nord si annettevano i contadini del Sud, in vista della loro proletarizzazione da immettere nell’incipiente mercato nazionale.
La mancata rivoluzione del Risorgimento, era in realtà l’unico modo possibile ai borghesi per rivoluzionare i rapporti di produzione in Italia. L’aumento del divario Nord-Sud, non è l’indice del fallimento unitario, al contrario mostra il suo strepitoso successo, dietro al quale si cela la vera contrapposizione, tra padroni e salariati, che permea l’Italia come tutto il resto del mondo.
Solo col completo dispiego del capitalismo è possibile portare pienamente allo scoperto il contrasto fondamentale tra padroni e operai e liberarsi degli ultimi Borboni senza corona che infestano l’Italia. Tornando indietro, al Regno Delle Due Sicilie, è impossibile.
Tuttavia, se questo non è ancora avvenuto, non è per l’immutabilità delle cose o perché il nichilismo dei senza speranza alla De Roberto, abbia avuto ragione. Il motivo è meno metafisico e più terra terra, e va ricercato nel fallimento secolare, storico della sinistra. Infatti, mentre borghesi industriali, proprietari terrieri, preti e altri redditieri, si alleavano per difendersi coi denti e con le unghie dall’ascesa del proletariato, in 150 anni di Storia, la sinistra tutta, invece di sentirsi intimamente legata alla nostra sorte, ha finito in un modo o nell’altro, specie nei momenti decisivi, a farsi anch’essa – purtroppo! – gli affari loro.



(a Giovanni Forti chiunque sia la sua governante)

Stazione dei Celti, Domenica 27 Marzo 2011



QUALUNQUEMENTE (2011) di Pino Bertelli



                            QUALUNQUEMENTE (2011)
                             di Pino Bertelli




“La stupidità, in generale, non è una qualità naturale, ma un prodotto sociale e socialmente rafforzato”. Theodor W. Adorno



I. Il cinema della stupidità

Il cinema italiano ai tempi della stupidità spettacolare ha il successo che si merita... frotte di imbecilli decretano il consenso (non solo) economico ai cinepanettoni di Neri Parenti, Aldo Giovanni e Giacomo o ai deliri calcolati di Antonio Albanese, diretto (male) da Guido Manfredonia in Qualunquemente. A vedere bene queste operazioni commerciali è difficile non accorgersi che tanta sciatteria espressiva è figlia dello spettacolo televisivo che imperversa nelle case degli italiani... puttane, papponi, politici e ruffiani circolano impunemente nell’immaginario collettivo e fanno dimenticare le lotte sociali degli studenti, dei precari, dei disoccupati, dei migranti... attanagliati nell’infelicità della nostra epoca. Il linguaggio dell’humour, l’ironia o il cinismo intelligente non sembra conosciuto a questi vassalli dello spettacolo integrato e nulla emerge dai loro film, se non l’apoteosi del vuoto o la promessa obbligatoria di ridere sul crepuscolo della comicità che morde il potere e non l’assolve dai suoi peccati seriali. La società dello spettacolo celebra la demenza accettata e i mezzi di comunicazione di massa organizzano magistralmente l’ignoranza con pseudo-avvenimenti mondani... l’impero della comunicazione accresce i propri sudditi nel mercantilismo globale e solo i poeti, i bambini o gli insorti della Rete... si chiamano fuori dal dominio dell’economia spettacolare, che ridotto gli uomini a merce.

Il cinema giovanilista e quello demenziale segnano i parametri ricettivi dell’analfabetismo cinematografico dei nostri tempi... il peggio non sta nell’ignoranza, ma nell’illusione di sapere... poiché il cinema degli imbecilli è innanzitutto un verminaio di sciocchezze e strumento di lusinga ininterrotta del potere (specie quando finge di morderlo alla gola), l’ubriacatura delle masse continua a riprodurre l’ineguaglianza sociale e il trionfo del dispotismo non teme incrinature. In questo senso i buffoni con la faccia da boia in attività, come Sergio Marchionne, possono avere ragione sui diritti calpestati dei lavoratori, in buona pace (e complicità) della sinistra (tutta) connivente con i crimini della politica istituzionale. Chi controlla la memoria degli ultimi, controlla il futuro... chi controlla il presente, alza la ghigliottina della disoccupazione, della carcerazione e dell’esclusione delle giovani generazioni. Una minoranza di caimani in doppio petto mercanteggia sulla sopravvivenza di una maggioranza asservita e non sono mai abbastanza le ondate di rivolta che scuotono alla base l’intero edificio sociale e vogliano dare fuoco ai palazzi del potere, non per cambiarlo, ma per distruggerlo dalla faccia della terra.Qualunquemente è un film stupido... molto stupido... i loro realizzatori lo sanno di certo... gli interpreti anche. L’ambientazione “sudista” è congeniale... circoscritta a un piccolo comune della Calabria... il che vuol dire che in altri posti, altre città, la politica si fa con altri mezzi... tutto falso... i politici dell’italietta berlusconiana (sinistra inclusa), com’è nel costume di questo paese catto-fascista, sono sempre stati intrecciati e complici con mafierie d’ogni sorta... del resto, anche i loro elettori sono ben coscienti di sostenere questi pagliacci dell’ordine e contenti di sostenere il crimine nell’alveo del “buon governo”.La stupidità è il pane quotidiano degli oppressi che permettono a chi dispone dei mezzi di produzione di trattarli da schiavi e non da uomini liberi... i padroni si sono accorti di valere quanto i loro porci, soltanto quando una rivoluzione sociale li ha appesi per il collo ai cancelli delle fabbriche... la sottomissione è gradita al potere. La paura, il disagio, il silenzio crescono in base alle costrizioni, alle limitazioni imposte e all’assurda continuazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I fautori della tolleranza sono sempre inclini alla sopraffazione verso i dominati che non si adattano alla servitù volontaria... partiti, sindacati, chiese... invitano alla cancellazione della personalità e la sola coerenza che allevano è quella della genuflessione... la storia del terrorismo è scritta dallo Stato (l’assassinio di Giuseppe “Pino” Pinelli è un esempio per tutti) e la disinformazione è il cattivo uso della verità.Il governo dello spettacolo canta le sue armi e falsifica l’immondezzaio dei bisogni... è padrone assoluto della memoria storica e terrorista incontrollato dei progetti vessatori che plasmano il divenire della sopravvivenza... i regnanti sono aggrappati agli scranni del parlamento e senza mezzi termini eseguono le loro sentenze sommarie... chi non sta al giogo è escluso dai banchetti e dai festini, la potenza della merce organizza magistralmente il falso di ciò che succede e, nel contempo, trasferisce tutto ciò che è menzogna e putridume, in una rappresentazione televisiva che tutto assolve e tutto conferma. Nessuno vive più secondo i propri piaceri o la propria creatività, ma è oggetto speculare della merce o della politica che consuma... i dominatori hanno bisogno della miseria per perpetuarsi e la mantengono per dare sempre più forza e risalto ai loro crimini impuniti... solo il ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato ha la capacità di fare uscire gli sfruttati dal proprio stato di sottomissione e proiettarli verso la ricerca della felicità... non ci sono poteri buoni, ci sono servi imbecilli! La vera libertà è al di sopra delle leggi, del diritto e delle istanze sociali... si chiamino, patria, religione, stato o famiglia... si è uomini prima di essere studenti, precari, disoccupati, migranti o sfruttati... violenza aiuta dove violenza regna.



II. Qualunquemente

Qualunquemente celebra il qualunquismo e la politica mafiosa... a una lettura superficiale sembrerebbe il contrario... non è così. Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) si candida sindaco di un paesino calabrese, è appoggiato dalla mafia locale... i cittadini lo vedono come l’“uomo della provvidenza” e lui, appena uscito di galera, è fiero delle sue amicizie criminali. Ha una moglie italiana un po’ stupida e un figlio idiota... una compagna brasiliana bella e inutile, e una bambina vestita come una bambola... ha una casa deliziosamente kitsch (di cattivo gusto) e un’azienda turistica tenuta (in sua assenza forzata) dalla cosca. I mafiosi scelgono Cetto La Qualunque per le elezioni a sindaco della città... per avvertire l’altro candidato di che pasta sono fatti, fanno saltare in aria la sua auto... Cetto La Qualunque, tra frizzi e lazzi insopportabili, elogia l’inquinamento del mare, saccheggia reperti archeologici, si appropria di terreni demaniali... fa comizi nelle strade, in chiesa, al bar... per vincere le elezioni ricorre a brogli elettorali e infine assume uno specialista del “nord” (Sergio Rubini) che lo educa all’acquisizione del consenso... non mancano nemmeno il bagno in piscina con un nugolo di ragazze nude e la carcerazione del figlio in sua vece... si vede, e bene, che Albanese e il regista allungano a dismisura gli spazi-temporali delle gag televisive e ne viene fuori una noia im/mortale.La comicità di Albanese è ripetitiva, anche volgare... e il personaggio è piuttosto svilito e ugualmente futile di quello televisivo... non ci sono battute fulminanti né le facce dei comprimari sostengono Albanese nella sua furibonda sequela di luoghi comuni... non si ride né si piange, viene voglia anzi di uscire dal cinema, e in fretta. Il qualunquismo impera. E pensare che qualche critico lo ha scambiato per un film “impegnato”, di “denuncia” che ha scelto la via della satira anziché quella della tragedia. Vero niente. Qualunquemente è una bassa operazione commerciale che va ad alimentare la mediocrità splendente del cinema italiano, più ancora, e questo ci addolora, raffigura la gente del “Sud” alla stregua di coglioni al servizio della mafia. La regia di Manfredonia è banale, adatta all’indirizzo televisivo per il quale il film è stato fatto... gli interpreti principali sono poco più di bozzetti, macchiette che poco hanno a che fare con l’afflato cinematografico... non c’è cattiveria epica ma solo artifici di benevolenza dispensata e dosata per il pubblico domenicale... Albanese esprime quanto di più triviale si possa vedere sullo schermo o in politica, ma non fa ridere... ci pare perfino la brutta copia di “Fantozzi”... ma l’intelligenza autoriale di Paolo Villaggio è su altri piani della comicità surreale. La sceneggiatura di Albanese e Piero Guerrera è sciatta e lo schermo la rigetta impietosamente... la fotografia di Roberto Forza è inesistente, sovraesposta, scialba come lo sono la scenografia, i costumi e il montaggio... la musica della Banda Osiris è roba da campeggiatori... gli autori si sono guardati bene di indirizzare il film nella provincia calabrese e non andare a sfiorare la casta dei politici... non si ride di Berlusconi, né di Fini, né di D’Alema e nemmeno del cane di La Russa... questa è gente senza scrupoli, buona per tutte le stagioni della politica autoritaria, sono capaci di farti sparare in bocca se qualcuno attenta alla loro apparente dignità... tuttavia l’assenza di talento non giustifica tanta cretineria vezzeggiata, né l’abuso di una presunzione estetica che non c’è... basta cambiare mestiere... tutti i lavori sono buoni, e specie in Calabria la mafia sa come utilizzare a basto costo e con il fucile puntato ad altezza d’uomo i migranti d’ogni arte... proprio quella mafia che Qualunquemente assolve in piena regola... ci vuole coraggio a vedere per intero questo film... o una buona dose d’inedia o d’imbecillità. Qualunquemente, va detto, esprime tutto il male del cinema d’intrattenimento italiano... il cinema è un’altra cosa... un film che vale — comico, drammatico, documentario — lega il piacere col dolore, la gioia con la malinconia, la bellezza con la verità... e si accorda con l’inguaribile epifania del meraviglioso che lo contiene... l’ammirazione e lo stupore della “Lanterna magica” abitano i nostri sogni e nel dispendio magnifico della sala buia ci restituiscono l’incanto di un’infanzia eidetica mai perduta. Il cinema non è altro che il linguaggio simbolico delle passioni o un dispositivo mercantile che uccide il ludico senza grazia. Il cinema o mostra l’innocenza del divenire o non è niente. Col cinema non si fanno le rivoluzioni, ma il cinema può contribuire a crescere uomini migliori!
 
26 volte gennaio 2011


da Utopia rossa




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