domenica 27 marzo 2016

LA TRILOGIA DEI GIGANTI di Massimo Luciani






LA TRILOGIA DEI GIGANTI
di Massimo Luciani

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LO SCHELETRO IMPOSSIBILE






Il romanzo “Lo scheletro impossibile” (“Inherit the Stars”) di James P. Hogan è stato pubblicato per la prima volta nel 1977. È il primo libro del ciclo dei Giganti. Ha vinto il Seiun Award giapponese come miglior romanzo straniero di fantascienza. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 739 di “Urania” e all’interno del n. 74 di “Millemondi” “Le stelle dei giganti” nella traduzione di Beata Della Frattina. Quest’ultima edizione è disponibile anche in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS.

Lo scheletro di un essere umano in una tuta spaziale viene scoperto sulla Luna. Nessun membro del personale che vi lavora è disperso e la tuta non è di nessuno dei tipi utilizzati. Un primo esame mostra anche che gli strumenti della tuta sono di tipo sconosciuto e mostrano scritte in un alfabeto ignoto.
Lo scheletro, soprannominato Charlie, è apparentemente di un essere umano ma risale a circa 50.000 anni fa. Il mondo scientifico riceve un’ulteriore sorpresa poco tempo dopo con un’altra scoperta sensazionale. Gli scienziati Victor Hunt e Christian Danchekker dirigono le ricerche ma si trovano di fronte a dati che sembrano contraddirsi.

mercoledì 23 marzo 2016

SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO di Guido Viale







SOFFIA LA CACCIA ALLO STRANIERO 
di Guido Viale 


Migranti: l'accoglienza o il respingimento, una contrapposizione che rivede classi e forze sociali. I governi europei sono in gran parte lanciati all'inseguimento delle destre. Ma si tratta di una vana rincorsa



Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell'affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflittoverso i profughi che rende l'Europa così fragile e debole. L'urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la "caccia allo straniero"; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo che alimenta il rancore di cui si nutre il terrorismo. Per questo non c'è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi - e non solo la Siria - da cui cercano di fuggire.

martedì 15 marzo 2016

Françafrique: LO STILE FRANCESE DELL'IMPERIALISMO di Paul Martial




Françafrique: 
LO STILE FRANCESE DELL'IMPERIALISMO 
di Paul Martial


La “Françafrique”, il sistema di dominazione francese sulle sue ex colonie dell’Africa nera, continua ad essere ben presente, anche se le sue forme hanno conosciuto una serie di sviluppi.

All’inizio, si trattava soltanto di un rifiuto, quello di ammettere l’idea stessa di indipendenza delle colonie africane. Nel gennaio del 1944, nel Congo Brazzaville, mentre centinaia di migliaia di africani venivano mobilitati contro l’occupante nazista in Francia, de Gaulle respinse esplicitamente la prospettiva dell’indipendenza per le colonie africane: «qualunque idea di autonomia, ogni possibilità di sviluppo fuori del blocco francese dell’Impero, l’eventuale costituzione anche solo remota dell’autogoverno nelle colonie va esclusa».[1]

Dopo la guerra, Parigi si aggrapperà disperatamente alla sua politica di “Union Française” [Unità Francese], proclamata nel 1946. Il nuovo orpello dell’impero coloniale avrà fine nel 1958, sotto la pressione delle lotte anticoloniali che si sviluppano in Indocina, ma anche in Africa con la sollevazione del Madagascar, ferocemente repressa: «La repressione è quella tipica delle guerre coloniali: numerosi massacri che colpiscono ampiamente la popolazione civile, tra cui donne e bambini. Un alto funzionario evocherà un “Oradour malgascio” [in riferimento al massacro di Oradour-sur-Glane commesso dalle SS il 10 giugno 1944], a proposito del massacro perpetrato nella cittadina di Moramanga (nel centro-Est)».

In risposta, il governo gaullista proporrà il progetto di “Comunità francese”, accolto dall’insieme degli strati dirigenti africani. Solo Sékou Touré lo rifiutò e il suo paese, la Guinea, sarebbe stata oggetto di un sabotaggio, in cui i coloni distrussero archivi, scuole e ospedali. L’unico vantaggio di questo progetto nato-morto di Comunità francese sarà quello di guadagnare tempo per elaborare un piano di una efficacia spaventosa. L’idea è semplice: cambiare tutto perché niente cambi. Era nata la Franciafrica.

sabato 12 marzo 2016

MIGRANTI: UN ERRORE AFFIDARSI AL RICATTO DI ANKARA di Guido Viale






MIGRANTI: 
UN ERRORE AFFIDARSI AL RICATTO DI ANKARA 
di Guido Viale




Per anni l’Eurobarometro ha indicato negli italiani uno dei popoli più “europeisti”e favorevoli all’ulteriore integrazione dell’Unione. Ma diverse indagini mostravano anche che gli italiani sono tra i meno informati sulle istituzioni e le politichedell'UE. E’ una caratteristica della vita politica italiana: meno se ne sa e più ci si appassiona. Questo fenomeno ha toccato il grottesco nelle risposte date a una recente indagine pubblicata dal quotidiano Repubblica sull’atteggiamento verso il trattato di Schengen in quattro paesi europei. Ora, con una completa inversione di marcia, i più favorevoli al ritorno ai confini nazionali (e i più contrari all’UE) risulterebbero di gran lunga gli italiani.Un risultato in parte dovuto al modo bislacco in cui sono state poste le domande: nessuno ha spiegato agli intervistati che l’abolizione di Schengen avrebbe effetti tra loro molto diversi: per gli altri paesi europei sarebbe la soluzione “ideale”per tenere i profughi lontani dai loro territori; per noi significherebbe farsi carico di tutti gli arrivi, senza la possibilità di condividerne l’onere con il resto dell’Europa. Ma tant’è: una diffusa avversione per i profughi si mescola ormai in modo inestricabile con l’avversione per l’Europa, chiamata in causa dai nostri governanti, a volte anche a sproposito, per giustificare tutte le sofferenze e le malversazioni inflitte ai propri concittadini. Schengen è un’istituzione europea; quindi al diavolo anche lei… E’ una ventata di feroce stupidità che non si ferma ai valichi del Brennero e Ventimiglia.

lunedì 7 marzo 2016

LA FABBRICA DEI TERRORISTI di Antonio Moscato





LA FABBRICA DEI TERRORISTI
di Antonio Moscato



Irresponsabili dilettanti scherzano con il fuoco



È bastato poco per svelare l’avventurismo dei nostri governanti. Un incidente come tanti altri che accadono ogni giorno nel caos libico ha visto coinvolti in uno scontro a fuoco, quasi sicuramente per caso, due lavoratori italiani che erano finiti nelle mani di una delle tante bande che rapinano e sequestrano per ottenere un riscatto.
È bastato questo per rivelare la fragilità del progetto di intervento italiano solennemente discusso nei massimi organi che dovrebbero garantire la sicurezza del nostro paese. Dopo un giorno non si riusciva neppure a sapere con certezza chi erano i due caduti, a recuperarne il corpo, a capire chi li aveva uccisi scambiandoli per terroristi. Dietro una cortina fumogena di filmati sul dolore delle famiglie e di interviste ai sindaci dei loro paesi, subito approntati da giornalisti vili e ignoranti, si tentava di nascondere all’opinione pubblica italiana che i due tecnici erano caduti sotto il “fuoco amico” di un pezzo di quell’esercito libico che i nostri 007 dovrebbero andare a guidare. Per non rinunciare alla solita campagna di demonizzazione dell’islam si riproponevano poi particolari probabilmente inventati sulle vittime utilizzate come “scudi umani”.
Un giorno di chiacchiere televisive, da cui si poteva però capire facilmente che i nostri tanto decantati “servizi” non sapevano niente di preciso. Quanto è bastato in ogni caso per costringere il furbetto Renzi a far marcia indietro e a buttare un po’ d’acqua sul fuoco appiccato per conto suo dalla Pinotti e da altri irresponsabili ansiosi di affermare il “ruolo dell’Italia” nel mondo con una nuova “campagna di Libia”. Sorvolando tutti sul fatto che la partecipazione italiana alla guerra in realtà è già cominciata da almeno un mese alle spalle del parlamento, con la presenza sul terreno di vari corpi speciali, imbevuti di ideologia colonialista e la cui preparazione militare non è stata mai verificata sul campo. Lo abbiamo appreso dalla stampa internazionale e dal Segretario di Stato USA alla Difesa, non da dichiarazioni del governo in parlamento.

domenica 6 marzo 2016

ILLUSIONE LIBICA di Alessandro del Lago




ILLUSIONE LIBICA
di Alessandro Del Lago



Italia in guerra? Renzi vuole intervenire in Libia, ma senza che si sappia in giro. Ma stavolta si è infilato in un gioco ben più complesso e perioloso di quelli he ama giocare a colpi di alleanze variabili e discorsi fiume.



E' difficile credere che l’ambasciatore Usa Philips abbia parlato a vanvera, quando ha detto di aspettarsi 5000 uomini dall'Italia per l’intervento in Libia. Non sorprende perciò che Matteo Renzi, di solito oratore inarrestabile e sfiancante, taccia da giorni sulla questione, preferendo occuparsi dei sindacati della reggia di Caserta. Ma allora, che vuol fare Palazzo Chigi? Andare in Libia o no?

Tutto dipende, naturalmente, dal significato di “andare in Libia”. Per chiarire la questione dobbiamo tornare al decreto del 15 novembre 2015, con cui si ponevano i corpi speciali delle forze armate sotto il comando dell’Aise (servizi di sicurezza esterna), cioè di Renzi. Un decreto passato incredibilmente con 395 voti a favore, 5 contrari e 26 astenuti (tra cui Sel e M5S, che sarebbero gli “oppositori” di Renzi). Un decreto formalmente legale, come vuole il Quirinale, ma che sottrae al parlamento, con il suo consenso supino e preventivo, il controllo delle operazioni militari. Una carta in bianco al governo, insomma, per qualsiasi guerra presente o futura.

Successivamente, la parte attuativa del decreto è stata secretata in modo così maldestro, che tutti ne sono venuti a conoscenza. Di fatto, il solo D’Alema (che di guerra s’intende, avendone fatta una extraparlamentare nel 1999) ha parlato a suo tempo contro il decreto, sapendo come agiscono i nostri servizi, tra intrighi e inefficienza. La nebbia che circonda la morte dei due ostaggi di Sabrata e il ritorno degli altri due sembra proprio dargli ragione.

Ě chiaro ormai che Renzi vuole intervenire in Libia, ma senza che si sappia in giro. D’altronde, non è lo stesso “pacifista” che fa rifinanziare le missioni italiane all’estero e manda 500 uomini in Iraq a proteggere un’azienda italiana? Si direbbe però che questa volta si sia infilato in un gioco ben più complesso e pericoloso di quelli che ama giocare a colpi di alleanze variabili e discorsi fiume. Un conto è promettere ossessivamente un destino roseo a un paese prostrato dalla povertà e giocare sui decimali del Pil. Altra questione, ben più seria, è promettere agli Usa di intervenire e poi non mantenere le promesse, perché i sondaggi gli dicono che la stragrande maggioranza del paese non vuole nessuna guerra, e chiunque, da Berlusconi a Prodi, gli intima di non pensarci nemmeno. Gli americani, si sa, non si accontentano delle chiacchiere quando c’è da andare al sodo.

La verità è che la guerra in Libia c’è già e che americani, inglesi e francesi, senza avvertire nessuno, si stanno dando da fare da mesi tra il confine tunisino e quello egiziano. Appoggiando in sostanza il generale Haftar, sostenuto dall’Egitto ma odiato dal governo di Tripoli, che in sostanza è dei Fratelli musulmani. In queste condizioni, pensare che in Libia possa nascere un governo di unità nazionale, come vorrebbero le anime belle dell’Onu, e che l’Italia possa guidare la coalizione anti-Isis è una pia illusione, anzi fa francamente ridere.

L’Italia non guiderà nessuna coalizione diplomatico-militare, perché Usa, Francia e Inghilterra si fanno i fatti propri, oggi come nel 2011, e l’Italia ha ben poco peso nella faccenda, a onta degli squilli di tromba degli editorialisti con l’elmetto. D’altra parte, Renzi ha ben pochi alleati in Europa, non si può mettere contro Hollande e quindi dovrà ingoiare il rospo e accettare, al di là delle sparate propagandistiche, un ruolo subordinato, esattamente come Berlusconi nel 2011. Così, quello che farà l’Italia sarà mandare qualche decina di uomini a difendere i suoi interessi energetici, incrociando le dita e sperando che nessuno si faccia ammazzare. D’altronde il famoso decreto garantisce la necessaria riservatezza sulla faccenda.

Ma la guerra c’è, in un contesto in cui centinaia di bande e milizie, che fanno capo oggi a Tripoli e domani all’Isis, o viceversa, si sparano addosso senza tregua. E quindi le conseguenze si faranno sentire eccome, anche se l’Italia si nasconderà dietro il paravento della legalità internazionale o invierà un po’ di soldati alla volta. Sperando che l’Isis non se ne accorga. E sperando anche che con il tempo nessuno si ricordi più di Giulio Regeni, visto che l’Egitto è un nostro caro alleato.

Ormai, non è retorica dire che tutto il Sahara è in fiamme, dall’Algeria all’Egitto, grazie al genio politico di Sarkozy e Cameron, di Bush e di Blair (i comandanti dell’Isis in Libia vengono dall’Iraq). In questa situazione, l’abilità politica che funziona con Verdini e Alfano, o per tenere a bada la sinistra Pd, serve a ben poco. Giorno dopo giorno, scivoliamo in una guerra senza strategia e che gli altri hanno deciso per noi.

L’unica consolazione, ma è ben poca cosa, è che questa volta, diversamente dal 2011, nessun sessantottino pentito vuole la guerra in nome dei diritti umani.



5 Marzo 2016

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

da "Il Manifesto"




sabato 5 marzo 2016

"TRIPOLI BEL SUOL D'AMORE" di Aldo Giannuli




"TRIPOLI BEL SUOL D'AMORE": 
LO SAPETE CHE QUEST'ANNO CADE IL 120° ANNIVERSARIO DI ADUA?
di Aldo Giannuli



A quanto pare ci siamo: italiani, francesi ed inglesi si preparano ad un intervento di terra in Libia con il supporto aereo dalla costa e del solito codazzo di droni. In teoria l’intervento dovrebbe avere carattere chirurgico contro il Califfato di Derna, ma le cose forse non sono così semplici come si dice.

A quanto pare, l’idea di una Libia riunificata, con un governo di unità nazionale, è andata a farsi benedire e non se ne parla più. Sin qui è solo la constatazione di quello che era chiaro già dalla prima metà del 2012 ed aver insistito sull’idea di una Libia riunificata ha fatto solo perdere tempo. Si poteva lavorare sin da allora ad un progetto di confederazione, salvando l’indipendenza. Adesso viene fuori non solo che la Libia si divide ma che ciascuna delle tre parti sarà posta sotto il protettorato di uno dei tre partecipanti a questa gloriosa impresa: “Tripoli, bel suo d’amore, sarai italiana al rombo del cannon”.

Infatti è abbastanza chiaro che la Cirenaica toccherà agli inglesi e realisticamente la Tripolitania all’Italia mentre il Fezzan servirà ai francesi da retrolinea per gli interventi in centro africa (Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana ecc.).

Insomma un patto Skypes-Picor cento anni dopo. Una grottesca impresa coloniale fuori tempo. Ed una cosa molto più pericolosa si quanto non si creda: intanto la cosa coincide con una situazione difficile del regime egiziano nel quale il caso Regeni ha fatto intuire spaccature interne al regime stesso. E se l’intervento facesse da detonatore ad una forte ripresa dei Fratelli Musulmani? Sai che allegria con il Califfato in Siria ed Iraq, isole in giro come Boko Haram e poi un Egitto che torna in mano alla fratellanza!

Lascia sbalorditi che in questa situazione non si sia neppure tentato di coinvolgere quel paesi africani (dal Senegal alla Costa d’Avorio, al Ghana) dove la Libia era un tradizionale investitore di prima grandezza e dove la cosa sta producendo una marcata destabilizzazione.

Tutto quello che i nostri eccelsi decisori sono stati capaci di escogitare è un intervento delle più tradizionali potenze coloniali, chiaramente interessate a spartirsi i pozzi petroliferi. E’ una operazione di una imbecillità politica senza limiti.

Ma non è neppure detto che l’operazione militare abbia poi effettivamente successo. Quest’anno cade il 120° anniversario della disfatta di Adua… meditate gente, meditate.






3 marzo 2016


da sito http://www.aldogiannuli.it/




venerdì 4 marzo 2016

PERCHE' NESSUNA AUTORITA' VUOLE GIUSTIZIA PER GIULIO di Antonio Moscato





PERCHE' NESSUNA AUTORITA' VUOLE GIUSTIZIA PER GIULIO
di Antonio Moscato



Continuano le dichiarazioni vuote che auspicano “giustizia per Giulio”. Nessun argomento serio in quelle quotidiane dell’inconsistente ministro degli Esteri, ma anche in quelle dell’amministratore delegato dell’ENI, Claudio Descalzi, che astrattamente potrebbe pesare un po’ di più.

Minacciare oggi di richiamare l’ambasciatore fa solo ridere: se si voleva raggiungere qualche effetto su un’opinione pubblica pochissimo informata (in Italia e ancor più in Egitto) bisognava non solo minacciarlo ma farlo clamorosamente subito, appena verificato che i nostri poliziotti dopo una settimana non avevano ricevuto la pur minima informazione. Allora aveva ancora un senso chiedere i filmati prima che venissero cancellati e i tabulati.

La sospensione dell’incontro di imprenditori italo-egiziano a cui partecipava il ministro Guidi sarebbe stata ben più efficace se associata a una minaccia di bloccare tutti i contratti, ma nessun capitalista italiano poteva condividere una simile misura dato che l’interesse dei nostri è ben maggiore di quello dei partner egiziani.
Quanto ai giacimenti di Zohr, difficile immaginare che l’ENI possa minacciare seriamente il proprio ritiro dall’affare per motivi morali. Non siamo gli unici interessati ai giacimenti scoperti dall’ENI e se avessimo avuto la minima volontà di ottenere davvero giustizia per Giulio, il governo italiano avrebbe dovuto sollevare la questione con i governi ugualmente interessati al giacimento di Zohr (come la Spagna e Israele), per chiedere di avere un atteggiamento comune, e diffidandoli dal ricorrere a giochi sporchi con Al Sissi. Tuttavia l’ENI ha un tale curriculum di crimini ambientali e di corruzione di governanti, che è difficile immaginare che sia credibile una sua protesta.
Le lamentele del governo italiano sono state fievoli e inconsistenti, perché hanno rinunciato subito a un’altra leva: il ritiro clamoroso dei super investigatori italiani (teste di cuoio di polizia, carabinieri, servizi, ecc.). Per giunta la loro passività di fronte al prolungato rifiuto di collaborare delle autorità egiziane ha fatto pensare che tra loro ci potesse essere qualche collega e complice dei torturatori della scuola Diaz o di qualche altra impresa più modesta ma dello stesso genere, e che comunque non si trovassero così male al Cairo senza far niente.
Il ministro della Difesa Roberta Pinotti che nella questione poteva pesare, si è sprecata in frasi generiche come: «Ci aspettiamo in questo senso la massima collaborazione da parte dell’Egitto» oppure «Il governo italiano chiede all'Egitto un’azione molto approfondita e sincera».
Lo spettacolo di rappresentanti dei governi europei che agiscono come venditori senza scrupoli che fanno la fila per incontrare dei dittatori (non solo Al Sissi) è abituale e già di per sé disgustoso, ma sappiamo che in particolare le forniture di armamenti (da usare prevalentemente contro il proprio popolo) sono un ottimo affare economico soprattutto per i produttori. Comunque la sospensione o interruzione del rifornimento di armi a un regime fondato sull'esercito potrebbe essere una minaccia più convincente del richiamo di un ambasciatore.

martedì 1 marzo 2016

LA SINISTRA E I REFERENDUM di Antonio Moscato





LA SINISTRA E I REFERENDUM
di Antonio Moscato




Alcune considerazioni sui problemi posti alla sinistra dall’intrecciarsi a breve distanza tra referendum dal significato assai diverso.
Il primo è quanto rimane di un complesso sistema referendario che affrontava aspetti diversi della devastazione dell’ambiente da parte di trivellazioni alla ricerca di idrocarburi, e di cui - dopo gli interventi di governo, Cassazione, Corte costituzionale - è rimasto solo il quesito sulla fine delle trivellazioni a mare entro 12 miglia dalla costa. Privato degli altri quesiti, questo referendum riguarda quindi un problema che tocca direttamente solo una parte abbastanza piccola della popolazione italiana, e rischia di rimanere perciò molto al di sotto del quorum necessario, anche perché le regioni che l’hanno formalmente proposto non hanno poi fatto nessuna campagna informativa, ed è mancata la sensibilizzazione dell’opinione pubblica che c’era stata nel caso di campagne referendarie organizzate dal basso raccogliendo le firme. Pesa il fatto che le motivazioni che hanno spinto alcune regioni ad accogliere una proposta che partiva da movimenti ambientalisti erano diverse, e la forma scelta insidiosa, perché dava l’impressione che il più fosse fatto.
Il governo (con l’avallo del presidente della Repubblica) ha fatto il resto anticipando la data al 17 aprile ed evitando che coincidesse con le elezioni amministrative (parziali ma con risonanza nazionale) allo scopo di ridurre ulteriormente la possibilità di informare gli elettori almeno dell’esistenza del referendum.
L’obiettivo di Renzi e della Guidi, la più diretta rappresentante di Confindustria nel governo, è ovviamente quello di utilizzare il mancato raggiungimento del quorum per sostenere che gli elettori hanno sconfessato gli ambientalisti.
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