giovedì 29 dicembre 2011

VERSO IL 2012: LA CATASTROFE E' GIA' QUI di Leonardo Mazzei



VERSO IL 2012: LA CATASTROFE E' GIA' QUI
di Leonardo Mazzei

Passato il Natale, si avvicina a grandi passi il temuto 2012. Temuto non per le presunte profezie Maya, ma per l'inesorabile incedere di una crisi senza sbocchi. Ai semplici vien fatto credere che il capitalismo non abbia alternative, ma nessuno scommetterebbe un euro sul futuro.
In molti evocano una non meglio precisata «catastrofe», ma nel frattempo che nessuno metta in dubbio il Dio Mercato! Non ci sono più nemici da additare come capro espiatorio, o meglio ce ne sono tantissimi, troppi e dunque poco credibili.
Il giorno del solstizio d'inverno Draghi, il rettiloforme che presidia i forzieri di Francoforte, ha gentilmente donato alle banche europee (interesse al 1%) qualcosa come 489 miliardi. Lorsignori hanno l'acqua alla gola, e l'operazione si ripeterà a breve.

Ma chi si può accusare per un simile crac? I comunisti, gli islamici, i cinesi? No, non funzionerebbe. Ma neppure si possono accusare i salari troppo alti degli operai, o l'assenteismo di Pomigliano, o le baby pensioni. Hanno devastato tutto - salari, pensioni, diritti - ed ora non hanno più alibi.
Hanno vinto con punteggio rugbystico il trentennale ciclo della lotta di classe iniziato nell'ormai lontano 1980, nove anni dopo hanno vinto la Guerra Fredda, hanno narcotizzato i popoli, tramortito gli oppressi, ed ora nudi davanti allo specchio non sanno più a quale santo votarsi.
Il crac è il loro crac, ma di certo non hanno intenzione di pagare il conto. Un tempo erano i cantori delle magnifiche sorti e progressive, oggi sanno solo chiedere sacrifici. Ma sacrifici per che cosa? Qual è il fine a cui tutto sacrificare? Semplice: evitare la «catastrofe».
Ma chi sarebbe la causa di questa indicibile sciagura? Di nuovo: i comunisti, gli islamici, i cinesi? Non si sa, ma si sa che senza sacrifici la «catastrofe» prenderà forma. Nel Belpaese ne sono tutti convinti: Pdl e Pd, giornali e tv, l'ometto a stelle e strisce del Quirinale ed il professor Quisling che hanno messo a Palazzo Chigi.
Non avendo più nemici da additare, capri espiatori da condannare, oppositori da biasimare, non rimane che la «catastrofe». «Dopo di me il diluvio», disse Luigi XV, ed in effetti non ci andò troppo lontano. «Dopo di noi la catastrofe», dicono in coro i servitori del Dio Mercato, ubriachi del loro credo, al quale in tanti però stanno smettendo di credere.

Ma quali sembianze avrebbe la catastrofe? Quelle di un evento improvviso, un maremoto all'ennesima potenza, oppure quelle di un degrado progressivo e di un arretramento sociale senza fine, come un tunnel senza sbocchi e privo di aereazione? Non sarà che proiettano il film col maremoto per impedire di vedere che la catastrofe è già qui, tra di noi?

Con il massimo sprezzo del senso del ridicolo si è arrivati a dire che senza le ultime misure lo Stato non avrebbe avuto i soldi per pagare gli stipendi del mese di dicembre. Questi gli argomenti del sant'uomo che ha intronizzato il professor Quisling, facendolo pure senatore. Intanto l'altro salvatore della patria, il dirigente di Goldman Sachs incaricato di istruire i greci su come si imbrogliano i bilanci, ed ora inviato a Francoforte anche per vigilare sul loro rigore, ha dato il via alla costruzione del più gigantesco castello di carta della pur fantasiosa storia della finanza capitalistica.

Qualcuno ha parlato di «sistema Ponzi», o anche di «piramide albanese». Giudicate voi, ma seguite con un minimo di attenzione. Come abbiamo già detto, la Bce, guidata dal rettiloforme di cui sopra, ha prestato quasi 500 miliardi alle principali banche europee, le quali hanno fornito a garanzia titoli di ogni tipo, alcuni molto vicini al valore della carta straccia. Ma per raggiungere le enormi cifre richieste, le banche hanno dovuto emettere proprie obbligazioni al solo scopo di consegnarle come «collaterale» alla Bce.

Chi garantisce per questi titoli bancari? Ovvio, gli Stati, che hanno su questo legiferato con urgenza (in Italia proprio con il decreto Monti). Ma il loro Dio non era il mercato? Sì, ma non quando c'è da rischiare, che allora provvede lo Stato, che tanto cercherà di salvarsi con i sacrifici Salva-Italia. Ma il giochino non è finito. Alle banche, così rimpinzate, si chiede ora di tornare ad acquistare quei titoli del debito che la Bce non vuol più comprare.
Secondo alcuni una panacea per tutti: la Bce smette di riempire la propria cassaforte di titoli dei Piigs, facendo così contenta la signora Merkel; le banche speculano sul differenziale tra il tasso applicato dalla Bce e quello dei titoli del debito, guadagnando così senza sforzo alcuno; gli Stati (Italia in primis) vedono abbassarsi i tassi grazie agli acquisti bancari... E vissero tutti felici e contenti.

Può funzionare un simile schema? Gli Stati garantiscono le banche che garantiscono gli Stati: come tutti i giochini finanziari può reggere per qualche tempo, ma quanto? In questo caso - anche ammettendo che le banche rispettino davvero la parte assegnatagli, e la cosa è assolutamente improbabile, dato che le banche sembrano piuttosto intenzionate ad utilizzare il malloppo per finanziare i propri debiti - esso potrebbe reggere ad una sola condizione: che il tempo guadagnato da questi imbroglioni matricolati serva a drenare nel circuito Stati-banche-Stati dosi massicce di denaro estorto al popolo lavoratore, che è proprio questa l'impresa affidata al governo del professor Quisling.
Questa – non è un mistero per nessuno - la verità, ma dirlo in questo modo farebbe troppo male e la letargia delle masse verrebbe messa a dura prova. Meglio allora il catastrofismo interessato di questo strano periodo della storia nazionale. Fino a pochi mesi fa vigeva un ottimismo altrettanto interessato, cioè la negazione della crisi; oggi, che questo non è più possibile, il timore della catastrofe è l'unico argomento per far accettare il massacro sociale in atto.

Parlare di massacro sociale è forse un'esagerazione? Vediamo: i diritti pensionistici sono stati cancellati, il blocco del turn-over impedirà l'accesso dei giovani al mondo del lavoro, disoccupazione e precarietà troveranno alimento in una fase recessiva che si preannuncia profonda e soprattutto duratura, molti lavoratori anziani verranno espulsi dalle aziende e si ritroveranno per anni senza lavoro e senza pensione, licenziamenti e mobilità (anche nel pubblico impiego) diventeranno più facili per legge, e con la fine del contratto nazionale i salari caleranno ancora, specie nelle piccole aziende.

Cos'è questo se non un autentico massacro sociale? Questa è la vera catastrofe, ed è già iniziata. Essa non ha la forma di un evento improvviso, come una calamità naturale, ma bensì quella di una depressione economica senza fine, all'interno della quale le condizioni delle masse sono destinate a peggiorare sempre più, almeno fino a quando una sollevazione popolare non determinerà una radicale svolta politica, mutando gli indirizzi economici ed il loro segno di classe.

Lo ripetiamo, la catastrofe è già qui, ed è il prodotto del dominio delle oligarchie finanziarie che caratterizzano il capitalismo-casinò. Non si tratta dunque di fronteggiare una calamità naturale. Si tratta di impedire che il disastro causato dal capitalismo reale di questi ultimi decenni sprofondi l'umanità in una crisi di civiltà senza speranza. Per questo non bastano i mezzi della protezione civile, come se si trattasse di un maremoto; per questo è necessaria una rivoluzione. Rivoluzione democratica, diciamo noi, ma profonda e radicale quanto di massa e popolare.

27 Dicembre 2011

dal sito http://www.antimperialista.it/

mercoledì 28 dicembre 2011

#136 – STEFANIA, UNA COMPAGNA VITTIMA DI FEMMINICIDIO

Un fatto di cronaca ormai sempre più frequente con il quale rischiamo di abituarci e che riguarda la violenza sulle donne. 
A Licodia Eubea, piccolo comune in provincia di Catania, viene uccisa dal suo ex fidanzato una ragazza di 24 anni, Stefania Noce, insieme al nonno.
Pubblichiamo dal sito "Femminismo a Sud" questa accorata denuncia.

                                         [Foto da Riotclitshave]



#136 – STEFANIA, UNA COMPAGNA VITTIMA DI FEMMINICIDIO


Sono 136? Forse di più, perché ci sono corpi di donne uccise e ritrovate che se non c’è scritto che le hanno ammazzate gli ex, o i parenti prossimi, o i conoscenti, non le possiamo contare. Ricordarle si, quello lo possiamo fare comunque, su Bollettino di Guerra.

Stefania, così scrive il sito officina rebelde, era una compagna dell’onda studentesca, una che faceva movimento e manifestazioni, una di noi. E’ morta ammazzata, assieme al nonno che tentava di difenderla, con la nonna ferita per lo stesso motivo, lei, una ragazza di 24 anni, massacrata dal suo ex.

Perché la violenza maschile sulle donne arriva ovunque, non fa distinzioni e non è una questione di pelle, di etnia, di ceto, di censo, di religione, come vanno blaterando islamofobi ed islamofobe di ogni tipo.

La violenza maschile sulle donne è una costruzione culturale fatta di negazionismo, omertà, complicità, banalizzazione, depistamenti, tanti media che legittimano quelli che chiamano “folli” utilizzando parole sciocche e false come “raptus” o “delitto passionale”. Di passionale qui non c’è niente. Un coltello non è passionale. E’ un’arma utilizzata per ammazzare e il femminicidio non è passionale proprio per niente.

La verità è poi questa, che al solito noi cerchiamo gli sdoganatori e le sdoganatrici. Dei fascisti, dei razzisti e dei sessismi. Perché la comunicazione legittima di tutto. E qui davvero vale ricordare che non possiamo tacere di tutte le cosiddette “provocazioni” fatte da intellettuali o pseudo tali di questa italietta di fine ventennio dove le donne sono descritte come oggetti, fenomeni da baraccone, brutte e cattive, da impalare o alle quali dedicare viaggi educativi in Afghanistan e si ci riferiamo ai tanti che certo possono scrivere ciò che vogliono ma noi non capiamo perché certi misogini, per esempio, debbano essere coccolati da tante donne, perfino femministe, a fronte del fatto che chi scrive parole d’odio contro le donne legittima la mano di assassini che pensano di aver ragione quando ne ammazzano una.

Ragione perché ritengono che le donne siano una proprietà. Ragione perchè pensano che le donne siano cattive e che gli “abbandoni” siano realizzati per fare male a loro. Ragione perchè sono presuntuosi e profondamente sessisti e non colgono mai il fatto che le donne sono persone altre che hanno la libertà di scegliere con chi stare.

Diffidate sempre di chi dedica parole d’odio contro le donne perché chi ci odia è un integralista, probabilmente un fascistone, prescindendo dal fatto che dicano di essere più o meno di sinistra, di quelli che fingono di essere tanto libertari e poi in realtà sono solo dei poveri reazionari che hanno dei problemi a relazionarsi con le donne.

Abbiamo compagne e compagni al nostro fianco, tutt* assieme dobbiamo condurre una battaglia contro la violenza maschile sulle donne. Tutt* dobbiamo smettere di parlare di sorellanza con donne che in virtù del possesso della figa pensano di essere meno maschiliste di certi uomini.

Tutt* dobbiamo smettere di offrire alibi a chi criminalizza la radicalità di certe lotte che non perdonano coloro che considerano tutt* noi quali corpi di servizio di una fallocrazia.

Tutt* dobbiamo smettere di sputare merda sulle donne e dobbiamo considerare che stiamo dentro vite, lotte, precarietà e privazione di futuro senza alcuna distinzione. Donne, uomini, lesbiche, gay, trans, migranti…

Tutt* abbiamo il problema di essere inseriti in un meccanismo che ci rende gli uni di proprietà di altri, e giù giù a seconda di come procede la gerarchia del potere. Certi uomini immaginano di poter possedere le donne a loro piacimento e dunque farle diventare il loro psicofarmaco sociale, il palliativo che compensa tutte le frustrazioni, vigliacchi, e anche stupidi oltrechè sessisti.

Smettiamo di fare “movimenti” in cui si sputa merda contro il femminismo ovvero contro chi lotta per difendere le libertà di scelta, di espressione, di pensiero, e i diritti e i desideri e le esigenze di riappropriazione di futuro.

Per Stefania, per ciascun@ di noi. Perché ora basta, non è più il momento di raccontarsi balle!


27 dicembre 2011

dal sito   http://femminismo-a-sud.noblogs.org/


martedì 27 dicembre 2011

BORDIGA: IL FONDATORE DIMENTICATO di Giorgio Bocca

Un omaggio a Giorgio Bocca



BORDIGA: IL FONDATORE DIMENTICATO
di Giorgio Bocca




Per lunghi anni Amadeo Bordiga è stato il «diavolo» del nostro comunismo ortodosso, l'equivalente italiano di Trotsky, il nemico, l'eretico; e siccome il comunismo italiano ortodosso ha avuto ed ha il monopolio dei documenti e degli archivi, siccome anche la revisione critica su Bordiga è passata e passa, in gran parte, attraverso i canali storici del PCI, si corre anche oggi il rischio di dare di Amadeo Bordiga una immagine deformata, come del resto lo si corre con Gramsci e con Togliatti, Abbiamo cercato perciò, nei limiti dell'abbozzo biografico di tenere presente anche una conversazione con Bruno Maffi, uno dei «figli di Bordiga» e storico della sinistra comunista.

Come Togliatti, come Gramsci, come quasi tutti i dirigenti comunisti, Amadeo Bordiga è di estrazione borghese: nasce il 13 giugno 1889 a Resina dal professor Oreste, un piemontese sceso a Portici alla scuola agraria; la madre invece è fiorentina e nobildonna; ricorderà Ruggero Grieco nel 1923, nel saluto a Bordiga, arrestato dai fascisti, che «agli agi della sua famiglia di antica nobiltà... ha preferito farsi condottiero di masse». Non è qui il caso di ricostruire nei dettagli la fanciullezza e la gioventù di Amadeo; basterà ai fini di questo ritratto dire che egli è, naturaliter, una persona colta, abituata alla frequentazione degli intellettuali, il che gli consentirà fin dai primi anni della attività politica e giornalistica di guardare alla cultura del suo tempo con sufficiente distacco, senza infatuazioni e venerazioni, scegliendovi liberamente i suoi interessi: «Non aveva letto» ricorderà Giuseppe Berti «una pagina di Croce e di Gentile -se ne vantava , ed era vero - trovava il positivismo infastidente ed approssimativo, gli sembrava che come filosofia il marxismo largamente bastasse».
Gli studi universitari in ingegneria lo portano a Pavia e poi a Napoli e a 21 anni ha già fatto la sua scelta politica, si è iscritto alla sezione socialista di Portici, ha già iniziato la collaborazione adAvanguardia, il giornale della gioventù socialista, e al foglio intransigente La soffitta, assieme a Lazzari e a Serrati nonché al foglio locale La Voce di Castellamare.
Si può dire che sia proprio questa sua sicurezza nei confronti della cultura, questa sua conoscenza della cultura borghese, a fornirgli la prima occasione di affermarsi a livello nazionale. Nel 1912, al congresso giovanile socialista di Bologna, e per lettera su L'Unità di Salvemini, inizia infatti una polemica con Angelo Tasca che non passa inosservata nel partito. E' la polemica che va sotto il nome di «culturista». Raccogliendo una idea salveminiana, Tasca ha accusato il partito socialista. i giovani in particolare, di essere incolti ed ha attribuito a questa incoltura i ritardi del movimento. Bordiga rifiuta questa posizione: il problema del socialismo. dice, non è quello di una cultura che è e resta borghese e che nessun riformismo riuscirà a cambiare, il vero problema del socialismo italiano è di trovare una sua unità ideologica e di azione, è di sconfiggere «il localismo e il particolarismo».

Il Bordiga del 1912 ha dunque già sufficientemente chiara la visione critica del vecchio partito che poi Gramsci chiamerà il Barnum, il grande vaso in cui si raccolgono le forze più disparate, dai sindacalisti rivoluzionari ai riformisti di destra. Non è questo il partito che può piacere all'intransigente napoletano il quale, sempre nel 1912, ha fondato il Circolo Carlo Marx assieme a Ruggero Grieco e a Oreste Lizzadri, primo strumento di una opposizione che durerà fino alla scissione socialista: «In tutto il periodo compreso tra il 1912 e il 1919» osserverà Andreina De Clementi «la sua vicenda si identificò con la storia della sua progressiva presa di coscienza... della estraneità del PSI ai principi marxisti».

Nella storia del comunisti ortodossi Bordiga appare solo nel 1921 e come antitesi del gruppo torinese ordinovista di Gramsci e Togliatti. Diciamo piuttosto, secondo la verità storica, che Bordiga, come Tasca, sono già noti nel partito socialista nel 1914 mentre Gramsci e soprattutto Togliatti sono degli illustri sconosciuti. Ma a parte la notorietà, a parte il peso dentro il partito, vi è fra il Bordiga e il Gramsci del 1914 un certo parallellismo. Entrambi sono mussoliniani come lo sono molti fra i giovani, entrambi vedono in Mussolini l'uomo che ha sbancato i riformisti del partito e che sembra capace di guidarlo in senso rivoluzionario. «Anche Bordiga» ammette la sua biografa De Clementi «aveva dato credito alla irruenza mussoliniana e tra i due si era stabilita una corrente di viva, reciproca simpatia, sfociata nella collaborazione del giovane napoletano alla rivista teorica Utopia». Dal congresso socialista di Ancona alla settimana rossa il giovane Bordiga segue Mussolini nella sua lotta contro i massoni e contro i riformisti. E' solo nell'ottobre del 1914 che questa alleanza si rompe sul tema dell'interventismo. E' già in corso la guerra mondiale fra gli imperi centrali, descritti come reazionari e feudali, e le democrazie occidentali, che passano per le continuatrici della rivoluzione francese, per le sostenitrici dei principi di indipendenza nazionale e di autodeterminazione dei popoli. Si tratta di definizioni molto opinabili così come sono opinabili i giudizi che si possono dare del conflitto; ma è su esso che il movimento socialista italiano si spacca una prima volta. Il partito socialista ha fatto della neutralità, del rifiuto della guerra il suo ubi consistam ideologico, il suo comune denominatore; e fa scandalo che improvvisamente il 24 ottobre del 1914 proprio il direttore dell' Avanti!, Mussolini, la metta in dubbio, la discuta con un articolo che ha per titolo «Per una neutralità attiva ed operante» e qui finisce anche il parallellismo con Gramsci il quale invece commenta in modo quasi favorevole l'articolo mussoliniano e poi, con Togliatti, imbocca la strada dell'interventismo.

Bordiga, dicevamo, non ha esitazioni e non si limita ad articoli teorici. Scrive, con altri, Il soldo del soldato, un opuscolo destinato ai coscritti in cui si rifiuta ogni distinzione fra guerra offensiva e difensiva perchè la guerra, comunque, è imperialista e volta allo sfruttamento del proletariato. Una tale guerra va sabotata, osteggiata. Sono le idee che un Bordiga isolato a Napoli, tagliato fuori dal movimento socialista internazionale, svilupperà nel corso del conflitto riscoprendo in certo senso il disfattismo rivoluzionario di Lenin.

Alla fine della guerra, cadute le prudenze imposte dal conflitto la sinistra socialista riprende con rinnovato ardore l'opposizione dentro il partito, e la sorregge, la sprona l'entusiasmo per la rivoluzione russa, per la nascita del primo stato socialista del mondo. Si vive in un periodo, è bene ricordarlo, in cui l'attesa rivoluzionaria si è diffusa in tutta Europa, in cui la fine del vecchio ordine pare imminente; e i giovani premono perchè il partito si adegui, perchè sia pronto. Bordiga e la sua corrente hanno preso il sopravvento a Napoli, il sindacato che controllano ha 7000 iscritti, il 22 dicembre è uscito il giornale di corrente Il Soviet in cui il giovane leader espone le sue idee, sempre quelle: «il partito politico ... non è nel concetto nostro organo di conquiste elettorali per gli intellettuali che dirigono il movimento, ma è l'organo politico di una classe sociale che, solo affratellata in una collettività che superi gli individui, i gruppi, le categorie, le razze, le patrie, potrà dare e superare le sue definitive battaglie». L'eterno immutabile Bordiga del partito dei puri, rivoluzionario che farà dire a Zinoviev: «Voi siete come un palo telegrafico, siete sempre lì».

Cerchiamo di capire, per brevi tratti, la situazione del partito socialista nei primi anni del dopoguerra: la mobilitazione delle masse contadine ed operaie, le inquietudini della media e piccola borghesia, lo hanno ingigantito e al tempo stesso svuotato; ha conquistato moltissimi seggi nelle elezioni, è il partito con il maggior numero di iscritti ma è anche un partito che mira ai voti, ai municipi assai più che alla rivoluzione.
Non è questo partito che può piacere ai socialisti intransigenti riuniti attorno al Soviet di Bordiga, e neppure a quelli che leggono l' Ordine Nuovo a Torino e che hanno Gramsci come leader.
Ma i due gruppi hanno idee diverse su modo di uscire dalla crisi: Gramsci punta tutto sui consigli operai che prima si impadroniscono delle industrie e poi dell'intero Paese; Bordiga capisce invece che l'Italia non è Torino, che le avanguardie operaie non bastano a guidare le masse contadine, che bisogna creare un partito politico capace di arrivare alla conquista del potere politico. Posizioni polemiche, ma di reciproca stima intellettuale: Bordiga sale spesso a Torino per convincere Gramsci e gli ordinovisti e nasce fra i due un rapporto critico ma affettuoso. Bordiga non permetterà mai che si parli in sua presenza in termini spregiativi di Gramsci, e quando sarà al confino offrirà il suo aiuto disinteressato per la liberazione di Antonio.

Allorché finalmente, sotto la spinta di Lenin e della nuova internazionale comunista si arriva alla scissione di Livorno del 1921, Bordiga è l'incontrastato leader del partito e il dominatore del congresso. La storia sacra dei comunisti ortodossi arriverà a dire, come è noto, che Gramsci e Togliatti sono stati i fondatori del partito comunista, ma è vero il contrario; Togliatti è a Torino a fare il giornalista e Gramsci riesce a stento ad entrare nella direzione. E presto tutti gli ordinovisti, con la sola eccezione di Antonio, forse, sono degli accesi bordighisti, lo seguono nella sua linea intransigente. Impressiona, in questo Bordiga, la sicurezza in se stesso, il sentimento di indipendenza, la certezza di aver cercato e trovato una vita autonoma al socialismo. Gli dicono che Lenin è in disaccordo con lui sull'astensione dalle elezioni? Risponde: Lenin ed io siamo figli di Marx a parità di diritti. E la situazione russa non è quella italiana. Ai bolscevichi, ai rivoluzionari sovietici Bordiga appare come la personalità dominante del partito italiano. Dirà di lui Kamenev: «Amadeo è un leone».

Bordiga ha doti tribunizie, è un oratore trascinante. Gramsci è seguito soprattutto per la sua intelligenza, ma in Amadeo l'intelligenza si accompagna alla passione. E' uomo vivo, pieno, gran bevitore, gran mangiatore, quando capita in casa Maffi a Milano non dimentica di portare i dolci napoletani; ha sposato Ortensia, una compagna bella con occhi luminosi, grande combattente anche lei, pronta a «giustiziare» Mussolini quando tradisce il partito, capace di rifiutare la mano al comunista francese Cachin che giudica troppo spostato a destra. Bordiga non ha complessi di inferiorità neppure di fronte alla mitica Terza Internazionale meglio nota come Comintern. La divergenza compare quasi subito: l'Internazionale crede di poter pensare alla strategia generale del movimento a cui i singoli partiti devono adattarsi in modo tattico: il partito italiano per esempio tenga presente la situazione italiana di fascismo nascente e si adegui, cerchi una alleanza tattica con i socialisti. Bordiga non ci crede: per lui il fascismo non è che un aspetto del governo borghese; se viene il fascismo un buon comunista non deve rinunciare ai propri ideali gridando viva la democrazia che è l'altro aspetto del governo borghese; deve invece serrare le file, tenere in piedi l'organizzazione rivoluzionaria, e tenerla in piedi evitando le contaminazioni socialdemocratiche. E' certamente un errore: il fascismo passerà più facilmente con un antifascismo diviso e sarà in grado di distruggere tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Bordiga, va però sottolineato, espone questa tesi prima della esperienza fascista e non è giusto giudicarlo con il senno di poi, sul metro di un fascismo rivelatosi alla nazione e al mondo come un fenomeno nuovo. Si tratta comunque di due posizioni, quella della Internazionale e quella di Bordiga, difficilmente conciliabili. Ma non è giusto, come si è fatto da parte dei comunisti staliniani, presentare Bordiga solo come un cocciuto schematico e astratto: Amadeo ha una sua idea del partito rivoluzionario che non ha più avuto alcuna possibilità di essere verificata da quando il movimento comunista ha rinunciato a quel tipo di rivoluzione.

Nel 1923, a marcia su Roma compiuta, Bordiga venne arrestato dai fascisti. Il partito dei «puri», come lo ha voluto, non ha opposto resistenza al colpo di stato fascista; si impone in extremis, la necessità di rovesciare la sua politica, di cercare una alleanza con i socialisti. Nel giugno del 1923 l 'esecutivo allargato dell'Internazionale sconfessa Bordiga, e impone un rinnovamento della direzione in cui entrano i «destri» come Tasca e Vota. Amadeo, dal carcere, risponde con la abituale fierezza: «Non pretendo di rappresentare altro che il signor me stesso, ma dichiaro ... che non collaborerò in alcun modo al lavoro di direzione del partito. Dall'esecutivo sono lieto di essere già escluso ... Non mi dimetto da non so che cariche che mi hanno dato a Mosca, ma se dovessi uscire, non andrò laggiù neanche per poco tempo».

Il partito è lacerato, non vuole rompere con Mosca ma non vuole neppure ripudiare l'amato leader. L'operazione per estromettere Bordiga e i suoi fedelissimi dalla direzione sarà diretta da Gramsci, e durerà fino al 1925, con una lenta conquista dei quadri. Bordiga però non si dà per vinto e, se volesse, il suo ruolo all'Internazionale resterebbe di primo piano: il gruppo Bucharin-Stalin che dirige il partito russo non è sicuro di Gramsci, Bordiga potrebbe servire come carta di riserva. Ma Bordiga non è uomo da stretti calcoli di potere, Bordiga guarda alle questioni di fondo. Egli è il primo che abbia il coraggio di porre ai sovietici e a Stalin la domanda decisiva: «Dove sta andando l'Unione Sovietica?». Sta costruendo davvero il socialismo o sta fabbricando un colossale capitalismo di stato?

Il 1° marzo 1926 c'è fra Bordiga e Stalin un incontro storico. Bordiga chiede informazioni sui programmi industriali, sul modo socialista di industrializzare il paese e poi pone una domanda decisiva: «Il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del partito russo è legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale?». Come a dire: voi sovietici vi preoccupate ancora della rivoluzione mondiale o badate soltanto al socialismo nel vostro paese? E Stalin con sdegno, non sappiamo se sincero o simulato, risponde: «Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto».

Uno scontro duro, dignitoso, non lo Stalin che umilia e ridicolizza Bordiga come si leggerà nella storia sacra togliattiana. Bordiga è così poco umiliato che ventiquattro ore dopo al VI Plenum dell'Internazionale pronuncia il solo vero discorso di opposizione entrando nel merito della questione russa, nel merito dei metodi russi:

 «In questi ultimi tempi si impiega nel partito uno sport che consiste a colpire, intervenire, spezzare, aggredire; ed in questi casi i colpiti sono spesso degli ottimi rivoluzionari. Trovo che questo sport del terrore nell'interno del partito non ha nulla di comune con il nostro lavoro... L'unità si giudica dai fatti, non da un regime di minaccia e di terrore. Quando gli elementi deviano in modo evidente dal cammino comune bisogna colpirli, ma se in una società l'applicazione del codice criminale diventa la regola, ciò significa che la società è imperfetta... Ci occorre assolutamente un regime più sano nel partito, è assolutamente necessario che si dia al partito la possibilità di costruire la sua opinione... Il partito russo lottava in condizioni speciali cioè in un paese in cui l'aristocrazia feudale non era stata ancora sopraffatta dalla borghesia capitalistica. E' necessario per noi sapere come si attacca uno stato democratico moderno...»

E' difficile immaginare una critica più pertinente al sistema staliniano in formazione, e una formulazione più esatta dei problemi fondamentali della rivoluzione dei Paesi avanzati.
Togliatti, che rappresenta a Mosca il partito italiano di Gramsci, se ne avvede e deve dire:

«Avete sentito tutti Bordiga, e sembra che abbiate una certa simpatia per lui. Pone i problemi in modo sincero e pare avere la forza di un capo. Ma noi non crediamo che sia un grande capo rivoluzionario».

E magari è così, ma resta aperta la questione se ai fini del socialismo sia stata più utile la sua intransigenza, o il realismo togliattiano. Bordiga, arrestato jnel 1926, mandato al confino, viene espulso dal partito comunista nel 1930, dopo che Togliatti si è arreso senza condizioni a Stalin, e approfittando delle purghe che Stalin pretende in tutti i partiti dei presunti trotskisti. La identificazione di Bordiga con Trotsky è quanto mai approssimativa e vale come tutte le altre identificazioni fra i nemici dello stalinismo.


Le calunnie degli stalinisti

Bordiga torna a Napoli, si dedica alla sua professione di ingegnere, e sopporta l'isolamento politico e la calunnia a cui i comunisti ortodossi lo sottopongono dall'esilio. L'odio e l'indignazione dei togliattiani nei riguardi dell'ex-leader sono artificiosi, fatti per compiacere Stalin, per rafforzare nei militanti di base l'odio verso l'eresia trotskista. E nel periodo del peggiore stalinismo le requisitorie contro Bordiga si succederanno ossessivamente. Si arriva a scrivere che «l'avversione a Bordiga e al bordighismo è sempre stata profonda in Togliatti, direi quasi fisica». E poiché ha assistito al matrimonio di una nipote, a cui sono presenti anche dei fascisti, lo si accusa di essere «una canaglia trotskista, protetto dalla polizia e dai fascisti».

In verità Bordiga vive isolato nel suo alloggio di corso Garibaldi a Napoli, e i suoi unici amici sono i comunisti, pochi, che non lo hanno abbandonato. Egli è convinto che l'uscita dallo stalinismo prenderà un tempo molto lungo, e sa che un uomo come lui non ha il minimo spazio: o lo reprimono i fascisti, o lo eliminano gli stalinisti. Meglio dunque attendere, e intanto ripensare il marxismo, ripensare il partito rivoluzionario.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Bordiga prende atto che lo stalinismo non è finito, e che una sua uscita in campo aperto contro il partito togliattiano non avrebbe alcuna possibilità di successo. Ma è in questi anni fra il 1944 e il 1965 che svolge un enorme lavoro ideologico, scrivendo su Programma comunista e compilando saggi come il Dialogato con Stalin del 1953 e Dialogato coi morti del 1956, in polemica con Krusciov.
A Napoli egli ha più ammiratori che compagni di partito, i militanti più numerosi sono al nord. Negli ultimi anni Bordiga era stato colpito da una paresi, ma continua a pensare, a scrivere, a parlare come si è visto in una drammatica intervista televisiva trasmessa post mortem.

Il breve abbozzo biografico di Amadeo Bordiga si ferma qui. Certamente l'uomo non è stato mondo di difetti e di errori come pretenderebbero i suoi seguaci. Certamente alla prova del fascismo Bordiga ha compiuto errori gravi di analisi e di scelta tattica, ma da tutti i suoi scritti, da tutti i suoi atti emana una intelligenza sincera, generosa, nobile, che lo accomuna più a Gramsci che a Togliatti. E che comunque gli merita un giudizio più equo e una storia più onesta di quelli usciti fin qui dal partito comunista togliattiano.



GIORGIO BOCCA

collaboratrice alle ricerche Silvia Giacomoni

da "Storia Illustrata",  n. 189, agosto 1973

dal sito  http://www.avantibarbari.it/index.php

Si rigrazia la Sig.ra Mara Saba per avere segnalato questo articolo


MA COSA C’È, DIETRO AL RAZZISMO? di Dino Erba


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Un mondo che crolla Razzismo & Crisi: un nesso inscindibile

di Dino Erba

Non vorrei che in Italia si replicasse l’errore commesso in Norvegia dichiarando incapace di intendere e di volere il pluriomicida Anders Behring Breivik. Se questi figuri sono malati di mente, come minimo dobbiamo aggiungere che si tratta di un’epidemia perché tale morbo è assai diffuso in tutta Europa.
 (Gad Lerner)


Torino, 10 dicembre. Alle Vallette, la notizia di un falso stupro provoca un pogrom contro gli zingari, che si salvano solo grazie alla loro atavica sensibilità a schivar persecuzioni.

Firenze, 13 dicembre. Al mercato di Rifredi un italiano di cinquant’anni spara contro un gruppo di senegalesi, ne ammazza due; si reca poi al mercato di San Lorenzo, spara di nuovo e ferisce tre senegalesi. Poi si uccide. Entrambi gli episodi hanno destato grande sconcerto. Il primo, per la furia selvaggia del branco. Il secondo, per la lucida determinazione dell’assassino. Tutte le anime belle della democrazia si sono gettate in spiegazioni più o dotte; tutte politicamente corrette, ma assolutamente inconsistenti. Nessuna ha centrato l’obiettivo, ovvero la causa degli attuali rigurgiti razzisti; anche se, inevitabilmente, ci hanno corso intorno. E non potevano fare diversamente. Perché la causa vera è la crisi. Ma parlare di crisi significa mettere in discussione il modo di produzione capitalistico, che genera le crisi, il razzismo e tante altre nefandezze. È lo stesso «uovo di serpente» che, ieri, generò il nazismo, la guerra e la shoa. Da allora, nulla è mutato, se non in peggio. Nel ricco Occidente, giorno dopo giorno, la crisi sbriciola certezze costruite in mezzo secolo di benessere. I più turbati sono i ceti che maggiormente hanno creduto nella crescita economica e nel progresso sociale, e ci hanno anche marciato. E sono soprattutto coloro che hanno legato i propri destini ai commerci e alla finanza; costoro si sono immersi in un mondo che via via si è staccato dalla realtà della produzione materia-le, vivendo l’illusione che il denaro producesse denaro. Non è un caso che l’assassino di Firenze fosse un ragioniere, un commercialista fallito, e che le vittime fossero dei «vu cumprà», che tanto fastidio danno ai bottegai, e anche agli immobiliaristi, che in quelle aliene presenze vedono pregiudicato il valore, in gran parte fittizio, delle loro merci, case, negozi e servizi.

A questo punto, stendiamo un velo pietoso sulle sinistre sirene, che cantavano la produzione «immateriale» (il «cognitariato»!), offrendo un’estrema illusoria dignità al mondo in sfacelo della piccola borghesia intellettuale, che fa da contraltare alla piccola borghesia dei traffici e degli intrallazzi. Diversamente, gli operai e, in genere, i proletari da molti anni hanno dovuto fare i conti con situazioni sempre più disastrate. Che li hanno spinti a diretto scontro con la realtà – molto materiale – della produzione capitalistica: la realtà dei rapporti di lavoro salariato, la realtà dei rapporti tra operaio e padrone. E qui le furbe scappatoie si sono presto rivelate inconsistenti. Certo, anche gli operai italiani, soprattutto al Nord, hanno avuto qualche cedimento razzista. E hanno votato per la Lega. Ma anche quel tempo è finito. In vent’anni di governo – a Roma e negli enti locali –, la Lega ha sposato l’affarismo più smaccato. Ed era inevitabile. Proprio quando sono apparsi i primi segni della crisi, la Lega ha trascurato i lavoratori dipendenti, ma an-che i piccoli industriali, come Giovanni Schiavon, che si è ucciso per colpa di quelle banche, verso cui la Le-ga manifesta un crescente interesse. E privilegiando piccoli e grandi faccendieri, la Lega ha suonato sempre di più la gran cassa del razzismo. Un modo rumoroso, e fetente, per spostare l’attenzione dai problemi reali. E soprattutto dai reali nemici: pa-droni e padroncini, affaristi e speculatori. Sono mille le occasioni in cui la Lega ha soffiato sul fuoco razzista, trovando sempre appoggi compiacen-ti (anche a «sinistra»): la legge Bossi-Fini ha aperto la caccia all’extra-comunitario, che si è scatenata poi nelle amministrazione locali con le più luride iniziative. A Milano, si è distinta la coppia Salvini-De Corato, con l’esercito e il coprifuoco nei quartieri popolari; nel ricco Nord-est si sono sbizzarriti i discepoli di Hitler: a Verona quel bel tomo di Flavio Tosi, a Treviso Gian Paolo Gobbo, e così via. E intorno a loro cresceva la protervia dei fascisti di Forza Nuova, di Casa Pound e di tante altre piccole e ottuse congreghe. Ma tanto innocenti non sono neppure le amministrazioni «progressiste». Proprio a Firenze, dove in questi giorni i coccodrilli hanno pianto le vittime del razzismo, pochi anni fa (estate 2007), il sindaco PD Leonardo Domenici lanciò una schifosa campagna contro i lavavetri, e quindi contro i mendicanti. Trovando il consenso di molti compari «progressisti» della giunta. Poi si scoprì che costoro erano coinvolti in intrallazzi con l’immobiliarista Ligresti. Dietro al razzismo, c’è sempre qualche sordido interesse. A Roma, sempre nel 2007, il sindaco PD Walter Veltroni mandò le ruspe a distruggere i campi rom di Tor Pagnotta, di Tor Vergata e via via di altre borgate. L’esempio dei due sindaci «progressisti» ebbe poi numerosi seguaci nelle città «rosse», da Bologna a Livorno ...

C’è poco da stupirsi, dal momento che la deriva razzista fu aperta proprio da un governo di «sinistra», il governo Prodi, con la presenza di Rifondazione comunista e frattaglie; fu questo sinistro governo a varare la legge Turco Napolitano (1998), che istituì i Centri di Permanenza Temporanea, i piccoli lager che hanno a-perto la via alla Bossi-Fini e ai Centri di Identificazione ed Espulsione, dando poi la stura alle ordinarie vio-lenze dell’emergenza securitaria, accompagnate dai respingimenti-affogamenti in mare di migliaia di profu-ghi.

Per negare questa evidenza, ci vuole tutta quell’ipocrisia, tipicamente italiana, per cui basta cambiare il nome alle cose per cambiarne anche la sostanza.

Intanto, in questo brodo di cultura bipartisan (fatto di tanto comune «buon senso»!), il razzismo è cresciuto, e ha offerto una comoda sponda ai piccoli pesci dei commerci, degli affari e dei malaffari, che vedono in pericolo il loro benessere. Lo sfogo razzista gli consente di rimuovere ed eludere la vera causa dei propri mali, il capitalismo, perché questo vorrebbe dire sputare nel piatto in cui finora hanno mangiato, e vogliono ancora mangiare. E sarebbe anche pericoloso. Molto più rassicurante è vedere la causa dei propri mali in ambienti e persone che, ai loro occhi, appaiono destabilizzanti: i nuovi e i diversi, in poche parole gli immigrati. Ancor meglio se sono una facile preda.

E’ dalle viscere di questa società di classe che prende forma e sostanza il nesso inscindibile crisi e razzi-smo, contro cui le battaglie sul fronte dell’etica e della cultura sono perse in partenza. Anzi, sono fuorvianti. Non fanno altro che eludere il vero e unico obiettivo contro cui ha senso combattere: l’abbattimento del modo di produzione capitalistico.

 Milano, 21 dicembre 2011

dal sito http://connessioni-connessioni.blogspot.com/

lunedì 26 dicembre 2011

SCIOPERI INUTILI? DIPENDE... di Lorenzo Mortara



SCIOPERI INUTILI? DIPENDE...
di Lorenzo Mortara


                                                    È davvero un grande progresso
                                                    quando un governo non va più a puttane
                                                    perché ha risolto il problema
                                                    mandando direttamente noi!



La mobilitazione contro la manovra finanziaria del Governo Monti, parte oggi con due pericolosissime ore di sciopero proclamate da Fim & Uilm. A che servono, mi dicono gli operai? A niente si rispondono da soli mentre io annuisco dandogli piena ragione. Bisognava andare a Roma, bloccare le piazze con lo sciopero generale, continuano i miei operai. E qui non ci troviamo più molto d’accordo. In effetti, scioperi col contagocce che si ferma a due o quattro ore, non possono salvare neanche un goccia del nostro sangue dalle manovre succhia sangue dei banchieri e dei padroni. A Roma per ora non ci andremo, però la Fiom, anticipando quello del 16 Dicembre, ha proclamato per lunedì otto ore di sciopero in contemporanea con le quattro striminzite della Cgil, costretta a chiamarle per non fare la figura del fessacchiotto, in quanto la “compagna” Camusso si aspettava di essere contattata da Cisl & Uil, le quali ne hanno invece proclamate autonomamente due sempre per lo stesso giorno, fregandosene bellamente della nostra segretaria, dimostrando ancora una volta che ad andargli dietro come un cagnolino si ottiene solo di diventare ancora più ridicoli di loro.
Il numero di ore di sciopero proclamate dai vari sindacati hanno il pregio di mostrarci il loro peso reale: pressoché nullo quello di Cisl & Uil, quasi nullo quello della Cigl, dignitoso quello della Fiom. Infatti, siccome lunedì prossimo comincerà con quattro ore di sciopero della Cgil, per poi proseguire con due ore di lavoro e infine due ore di sciopero di Cisl & Uil, bene ha fatto da questo punto di vista la Fiom a proclamare l’intera giornata, sottraendola almeno al balletto ridicolo di Cgil-Cisl-Uil (Nota per il lettore – queste righe sono state scritte stanotte, poco prima che Cgil-Cisl-Uil si riunissero per mediare ed arrivare a tre miserabili ore unitarie di sciopero generale, cioè di fatto tre ottavi di sciopero generale. Il balletto è ora più sofisticato ma altrettanto ridicolo e non cambia la sostanza del discorso). Tuttavia la moltiplicazione delle ore di sciopero da destra a sinistra, mostra lo stesso identico difetto, per di più ingigantito. Infatti, se è vero che con due ore si spreca il 100% della propria mobilitazione, con otto ore se ne manda in fumo il 400%. Non due ore bisognava fare – mi ha detto addirittura il delegato Fim – ma due mesi. Come dargli torto quando ha pienamente ragione? Qui è infatti la radice del problema. Perché gli scioperi non servono a niente? Perché 2-4-8 ore non sono sufficienti per piegare Monti, perché di fronte a un attacco senza precedenti bisogna smetterla con difese che hanno fin troppi precedenti; perché l’unico sciopero sensato è quello che si pone un obbiettivo e lo persegue fino in fondo. Da anni i sindacati, anche quelli più agguerriti come la Fiom, purtroppo non lo fanno, hanno perso del tutto l’abc dello sciopero. Anche nei direttivi non si riesce a far ragionare le burocrazie che continuano a riproporre la stessa ricetta di scioperi inconcludenti senza mai tirare le somme della loro strategia, ed anzi al contrario prendendosela regolarmente con l’indifferenza del popolo addormentato, quando scoprono che nelle piazze, anche se gremite, di operai son venuti solo i delegati e pochi altri. Questa situazione, qualcuno l’ha sottolineata con una sentenza magistrale: le piazze son piene ma le fabbriche anche!

Sciopero dall'alto e sciopero dal basso

Le spiegazioni psicologiche date per l’attuale apatia del movimento operaio sono del tutto insufficienti ed errate, perché servono a coprire i tanti tradimenti sindacali che negli ultimi trent’anni, per non andare tanto più indietro, si sono consumati alle spalle dei lavoratori. Anche un sindacato come la Fiom, indubbiamente sulla via della guarigione, sconta l’enorme diffidenza che in questi anni i lavoratori hanno accumulato verso le loro organizzazioni di massa. Ripristinare la fiducia non è facile, ed è complicato dalla sordità della burocrazia che anche quando è in buona fede o comunque volenterosa, è strutturalmente incapace di ascoltare la base. La burocrazia continua dall’alto i suoi proclami di iniziative e di scioperi e non riflette sulle istanze spesso diametralmente opposte che emergono dalla base. La burocrazia si sente più avanti e matura rispetto agli operai e non si rende conto che un operaio che ti dica a bruciapelo «a cosa serve questo sciopero? Solo a perdere dei soldi», si dimostra invece infinitamente più adulto di una burocrazia che continua a non chiederselo. Il pericolo è enorme, anche perché non avendo conosciuto altro che scioperi testimoniali, le nuove generazioni corrono il rischio di convincersi davvero che gli scioperi non servano a niente. In realtà, gli scioperi servono, eccome se servono, ma esistono appunto due tipi di scioperi: gli scioperi dall’alto, burocratici, e gli scioperi dal basso, di lotta.

Le caratteristiche principali dello sciopero burocratico sono due: in primo luogo quella di essere diretto non contro i padroni, ma contro i governi, e in secondo luogo quella di indicare lo scopo ma mai la forza necessaria per raggiungerlo. Di qui la sua intrinseca inconcludenza. Tutto il contrario dello sciopero dal basso. Quando è determinato, lo sciopero dal basso non si rivolge contro i governi ma contro i padroni, indica un obbiettivo, ad esempio cento euro di aumento, e va avanti fino al raggiungimento. La burocrazia non capisce che scioperare semplicemente contro il Governo, senz’altro obbiettivo che denunciare l’iniquità di una manovra finanziaria, vuol dire farla passare. Conquistare cento euro con una lotta generale, al contrario, basta e avanza per far cadere qualunque Governo. Un Governo come le sue manovre cadono sempre dentro le fabbriche, mai fuori.
Da queste due tipologie, seguono anche due analoghe metodologie di sciopero: il metodo burocratico e il metodo di lotta.

Il metodo burocratico consiste nell’abbassarsi sistematicamente a una presunta immaturità dei lavoratori, quello di lotta nel tentativo di innalzamento della loro coscienza. La burocrazia giustifica i suoi scioperi burocratici dando la colpa ai lavoratori che non saprebbero resistere due giorni. Ammesso che sia così, la burocrazia non comprende che questo non la autorizza ad accodarsi alla scarsa resistenza dei lavoratori, illudendoli che una scampagnata di otto ore possa sostituire il coraggio che non hanno. Non comprendendo che in questo caso – sempre ammesso ripeto che sia davvero così – è necessario risparmiare le forze, la burocrazia finisce con lo sprecarle per poi lamentarsi quando di fronte alla mancanza di risultati concreti, gli operai si ritirano ancora di più di quanto non siano già chiusi nel loro guscio.
Il metodo di lotta è completamente diverso e radicalmente opposto. Se non si ha la forza sufficiente per vincere o quantomeno per avere buone probabilità di vittoria, il metodo della lotta prescrive di temporeggiare, di conservare le energie per meglio accumularle. Comincia un lungo periodo di propaganda, di spiegazione paziente ai lavoratori. Il metodo di lotta dovrà dire a brutto muso agli operai che se non hanno la forza di opporsi fino in fondo alle manovre padronali, è giusto che le subiscano, ma non è il caso che subiscano anche, dopo l’accorciamento della paga da parte dei Monti, anche quello dovuto alle scelte inconcludenti dei dirigenti sindacali. Se Monti ci fa cornuti, il sindacato non ci faccia anche mazziati.

Dallo sciopero come critica alla critica dello sciopero

Non si fa in queste righe la critica dello sciopero per invitare chi legge a non farlo. Chi ha letto queste righe in quest’ottica, se lo dimentichi perché non ha capito niente ed è fuori strada. È l’esatto contrario. Se la burocrazia proclama lo sciopero non ci sono scuse: va fatto. Chi non lo fa, oltre ad essere un crumiro, perde il diritto di critica alla burocrazia. Infatti, quando lo sciopero non serve a niente, serve almeno a scalfire le burocrazie. Sempre che lo si faccia. Bisogna armarsi di pazienza, perché ci sono interi periodi storici in cui non si può far altro che lavorare ai fianchi la burocrazia. Perché la burocrazia ti aspetta al varco. Se ad esempio un delegato non facesse gli scioperi inconcludenti, nel momento stesso in cui nei direttivi contestasse l’inutilità degli scioperi di due ore, sarebbe subito zittito dalla burocrazia con queste parole:
«Gli scioperi non servono a niente quando non vengono fatti. Prima di dire che non servono a niente bisogna farli».
 Una battuta del genere e la nostra critica alla burocrazia sarebbe spacciata.

Non sono solo, però, i delegati, che devono far gli scioperi burocratici, ma anche i lavoratori. Infatti qualora il delegato faccia il suo dovere e scioperi ma senza avere al seguito i lavoratori, quando nei direttivi chiederà di proseguire la lotta, si sentirà rispondere così:
«Eroico compagno, tu chiedi due mesi di sciopero quando gli operai non si muovono nemmeno per due ore».
La burocrazia vincerà un’altra volta con una scusa, ma intanto vincerà e uscirà rafforzata. Solo con la piena partecipazione agli scioperi la burocrazia non avrà stampelle d’appoggio per impedire il prosieguo della lotta. Aumentare l’intensità degli scioperi, strappandola alla burocrazia, sarà più semplice.
Bisogna ancora aggiungere che nel momento in cui la burocrazia proclama uno sciopero, non ci sono alternative perché uno sciopero anche piccolo è un momento di lotta. E quando si lotta non ci sono vie di mezzo, o di qua coi lavoratori o di là coi padroni. Non solo, lo sciopero dall’alto, per quanto disgusti, è pur sempre una risposta collettiva, organizzata, male ma organizzata. Non così la scelta di non farlo che è sempre individuale, cioè disorganizzata. Ecco perché sarà sempre irrimediabilmente perdente contro le burocrazie.
Non sapendo andare fino in fondo, la burocrazia con lo sciopero mette in campo una semplice critica, mentre la critica dello sciopero deve servire per mettere in campo una lotta. E una lotta che non sia solo lotta alla burocrazia, in fondo, si può mettere in campo anche con lo sciopero burocratico. Se gli operai non lo fanno è solo per abitudine, per scarsa iniziativa, perché nonostante sappiano nel loro profondo quale sciopero serva, finiscono per accodarsi per inerzia allo sciopero burocratico. Eppure che cosa significano otto ore di sciopero contro la manovra finanziaria di Monti? Significa che alla burocrazia non manca uno scopo, ma la volontà di raggiungerlo. Tocca quindi ai lavoratori metterci quel che manca alla burocrazia. È possibile? Certamente. C’è forse qualcuno che vieta alle RSU di agganciare allo sciopero burocratico nazionale, le loro richieste locali e proseguire fabbrica per fabbrica la lotta? Che cosa succederebbe se in ogni fabbrica, finito lo sciopero burocratico, cominciasse immediatamente e ad oltranza quello di lotta per un rialzo di 250 euro del salario? Nel giro di tre giorni Monti si metterebbe la sua finanziaria tra le gambe e ritornerebbe da dove è venuto. E se anche solo un pugno di fabbriche facesse quel che ho detto, almeno in quelle fabbriche le manovre padronali, pur passando in generale, peserebbero molto meno. Non sarebbero comunque risultati da scartare.

La Storia dimostra che senza un coordinamento centrale, difficilmente la periferia può aggregarsi da sola con una simile coscienza. Tuttavia questo è lo spirito giusto con cui vanno affrontati gli scioperi che non servono a niente. Perché, in ultima analisi, non servono a niente per colpa nostra. Dipende sempre da noi non sprecarli. Perciò chi può, chi non ha da superare l’intralcio di Fim e Uilm, agganci agli scioperi nazional-burocratici prossimi venturi, le rivendicazioni necessarie per i suoi scioperi di lotta. E provi a vincere. Più scioperi di lotta vinceranno, meno scioperi burocratici vedremo.



Lorenzo Mortara
Delegato Fiom
Stazione Dei Celti
Mercoledì 7 Dicembre 2011


dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

giovedì 22 dicembre 2011

OMAGGIO A ROSA LUXEMBURG di Giuseppe Giudice


OMAGGIO A ROSA LUXEMBURG
di Giuseppe Giudice


E’ sempre restata nel mio cuore questa grande socialista rivoluzionaria, profondamente umanista e democratica. E’ rimasta nel mio cuore non solo perché aveva una intelligenza straordinaria, un modo fluido, avvincente e rigoroso di argomentare; ma per la sua grandissima sensibilità ed umanità di donna ebrea e minuta, qualità tipica delle grandi donne ebree come Simone Weil ed Hanna Harendt.
E quindi il suo socialismo era la sintesi di un grande rigore intellettuale, di un grande amore per l’umanità e di una straordinaria fede nella democrazia e nella libertà.

La sua tagliente ed intransigente opposizione al capitalismo era motivata proprio dal processo di disumanizzazione crescente che esso produce e di cui le ingiustizie sociali e la mercificazione del lavoro sono solo un aspetto. Era una pacifista convinta e militante; il capitalismo produce inevitabilmente guerra che per lei (e non solo per lei) era la più grande tragedia che l’umanità potesse vivere. Il suo radicale dissenso dalla ala destra della SPD derivò proprio da questo. Dal fatto che la SPD tradendo i suoi principi internazionalisti e pacifisti votò i crediti di guerra nel 1914.

Le prime letture approfondite che ho fatto in tema di socialismo e marxismo sono state “Umanesimo di Marx” di Rodolfo Mondolfo e gli scritti scelti proprio di Rosa Luxemburg (entrambi libri voluminosi e densi). Avevo 19 anni, appena maturato al Liceo Classico e da un anno militavo nel Psi.

Prima di allora mi era capitato di leggere Lenin e Mao (come tutti i miei coetanei adolescenti di sinistra). Di Lenin c’era il famoso cofanetto della “Editori Riuniti” con le quattro opere classiche: “Che Fare?” , L’Imperialismo, Stato e Rivoluzione, e l’Estremismo; lessi poi quello famoso con un titolo western: “ la Dittatura del Proletariato e il rinnegato Kautsky” il libro più brutto e fazioso che abbia letto (con tutto il rispetto per l’intelligenza di Lenin). Dopo aver letto qualcosa di Kautsky, feci fare un volo dalla finestra a quel libro pieno di insulti.

Percepiì subito che Lenin pur con il suo straordinario spessore era profondamente estraneo alla cultura occidentale ed era comunque il figlio di un paese che non aveva conosciuto né il Rinascimento, né l’Illuminismo.

Per quanto riguarda Mao ritenni che la Smorfia napoletana era infinitamente più seria dei suoi Pensieri.

Quindi il mio approccio serio con il marxismo (poi lessi con fatica Marx – Marx è molto meno fluido di Rosa Luxemburg nello scrivere) avvenne tramite Mondolfo e la Luxemburg . Che condividevano un approccio umanistico-libertario al pensiero di Marx anche se divergevano politicamente nel giudizio sulla Rivoluzione Sovietica. Mondolfo condivideva quello che diceva Kautsky e cioè che la rivoluzione avrebbe prodotto un regime terribile (e non il socialismo) e quindi andava contestata. La Luxembourg pur criticando i metodi dispotici dei bolscevichi (il suo dissenso con Lenin è datato dal 1905 ) riteneva che comunque quella rivoluzione andasse sostenuta (perché rappresentava una rottura storica) ma non poteva essere esportata in Occidente. In realtà molti socialisti occidentali fra i quali Turati ed Otto Bauer , che pure contestavano il bolscevismo, temevano che un fallimento o un rovesciamento violento dell’URSS avrebbero provocato una reazione di destra antisocialista ed antiproletaria in tutta Europa (su questo non avevano torto). Kautsky ed Hilferding invece erano convinti che in URSS si sarebbe trasformata in un dispotismo asiatico opposto al socialismo e quindi il comunismo andava condannato politicamente. Non c’è dubbio che la storia abbia dato ragione a Kautsky e Mondolfo sulla evoluzione dell’URSS, ma l’atteggiamento più prudente di Bauer e Turati va compreso in una fase in cui c’erano scarse informazioni su quello che effettivamente succedeva nel paese delle slitte a sonagli e sul giustificato timore che, nella prima metà degli anni 20, un crollo violento del regime sovietico avrebbe certo provocato una forte reazione di destra in Europa Occidentale.

Rosa fu critica sia con il revisionismo di Bernstein, che con il bolscevismo.

Bernstein riteneva che molte categorie marxiane andavano riviste. Quella del processo di concentrazione del capitale, quella della polarizzazione sociale tra una grande maggioranza di proletari ed un minoranza di borghesi. Pertanto i socialisti dovevano far propri fino in fondo, così come avevano fatto i socialisti fabiani in Inghilterra, gli istituti della democrazia parlamentare liberale ed utilizzarla per trasformare in senso socialista la società.

Rosa Luxemburg contestò radicalmente l’idea di Bernstein che il capitalismo si democratizzasse tramite l’avvento delle società per azioni. Anzi lo sviluppo del capitalismo finanziario (ben analizzato poi da Hilferding) accelerava e rendeva più forte il processo di concentrazione e centralizzazione capitalistici; e dava un forte impulso all’imperialismo ed al militarismo (il tema della guerra come dicevamo è sempre centrale in Rosa). Lo scoppio della I Guerra Mondiale è una conferma di queste tesi.

Bernstein era una persona di grande onestà intellettuale. Non può essere assolutamente considerato come un traditore. Aveva una sua impostazione che lo portava a sottovalutare certe tendenze aggressive del capitalismo. Bernstein ebbe perfettamente ragione nel considerare la democrazia quale mezzo e fine del socialismo. Ma la democrazia parlamentare degli inizi del 900 era ancora una democrazia troppo limitata e parziale. Essa riconosceva i diritti politici, non riconosceva i diritti sociali ed economici dei lavoratori. Era quindi una democrazia pienamente “borghese”. Del resto Rosa Luxemburg rivolge la sua critica alla democrazia borghese nel senso della sua limitatezza. Ma contro Lenin e Trotsky dice che i limiti della democrazia borghese vanno superati con più democrazia, estendendone il perimetro e non certo distruggendo ogni democrazia e sostituendola con la dittatura del partito unico. Da questo punto di vista il pensiero filosofico della Luxemburg (sia pur nel dissenso politico) è molto vicino a Kautsky e Bauer i quali vedono il socialismo quale processo di estensione permanente della democrazia dalla sfera politica a quella sociale ed economica.

E proprio il tema della democrazia e del suo rapporto con il partito e la rivoluzione che c’è forse il contributo più importante della Luxemburg.

Per Kautsky (di fine 800) e Lenin il movimento socialista è frutto dell’incontro tra gli intellettuali socialisti e marxisti con il movimento operaio. La coscienza dei fini ultimi è data al proletariato dagli intellettuali che portano dall’esterno la coscienza di classe. Ma Kautsky (a differenza di Lenin) non concepisce il partito come “avanguardia” composto da rivoluzionari di professione ed organizzato gerarchicamente e verticisticamente. Kautsky pensa ad un partito democratico di massa non avanguardia ma “memoria politica collettiva” della classe operaia.

Pure la Luxemburg vede nel partito la memoria collettiva del proletariato ma rifiuta ogni contrapposizione astratta tra spontaneità e coscienza (come fa Lenin soprattutto). Per Rosa la coscienza non è qualcosa che viene data dall’alto o dall’esterno da una elite illuminata, ma si forma nella esperienza storica concreta nelle battaglie quotidiane per l’emancipazione della classe lavoratrice. E’ un processo democratico di auto-emancipazione. In questo lei è molto vicina a Matteotti che vede nello sviluppo delle forme di auto-organizzazione democratica dei lavoratori il tessuto connettivo del socialismo.

Insomma per Rosa il socialismo è un processo aperto sorretto costantemente dallo sviluppo di forme sempre più avanzate di democrazia. Come la libertà è per lei un bene supremo. “La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente” “ l’eguaglianza senza libertà è oppressione- la libertà senza eguaglianza è sfruttamento”. E la democrazia è processo comunicativo (la Luxemburg anticipa Habermas) che ha una sua logica auto correttiva. E strumento di autoeducazione civile.

La morte della Luxemburg è certo colpa della destra socialdemocratica tedesca (Noske ed Ebert). Ma i comunisti hanno spesso confuso le acque attribuendo a “tutta” la socialdemocrazia tedesca questo atto infame.

In realtà nel 1916 (la Luxemburg è morta nel 1919) la SPD subì una scissione mentre era in corso la guerra. Un gruppo di deputati (più di 20) pacifisti della SPD (quasi tutti i capi storici: Kautsky, Haase, Hilferding e lo stesso Bernstein ) votarono contro il rifinanziamento dei crediti di guerra. E furono espulsi dal partito. Pertanto la SPD si divise in due partiti: La MSPD (socialdemocratici maggioritari) guidati da Ebert, Scheidmann e Noske, favorevoli alla guerra; e la USPD (socialisti indipendenti – socialdemocratici di sinistra) pacifisti guidati da Haase, Kautsky ed Hilferding.
La Lega Spartachista di Rosa Luxemburg si federò con l’USPD (di cui costituì la corrente più radicale).
Nel Novembre del 1918 fu rovesciata la Monarchia ed al governo andarono insieme MSPD e USPD in un governo fatto di soli socialisti (sia pur divisi) che fece cessare la guerra e rientrare i soldati dai fronti.

Sintetizzando: a Dicembre i dirigenti della MSPD Ebert e Noske fanno una alleanza con i militari, cacciando dal governo i socialdemocratici di sinistra. Nella speranza di riportare l’ordine e di evitare quello che era accaduto in Russia. Tutto precipita. La Lega Spartaco (contro l’opinione della Luxemburg) si stacca dai socialdemocratici di sinistra e forma il KPD (partito comunista tedesco). A gennaio a Berlino viene rimosso da Ebert il capo della polizia di Berlino che era della USPD. Gli spartachisti (diventati comunisti) con la Luxemburg nettamente contraria, proclamano una insurrezione che si risolve con un bagno di sangue. Oltre 500 morti e Rosa Luxemburg viene ammazzata (pur essendo contraria all’insurrezione) dai corpi paramilitari.

Una grave macchia sulla socialdemocrazia tedesca, ma che non coinvolge la sua grande tradizione. Pochi mesi dopo a Monaco vengono uccisi dai corpi paramilitari (che in segreto rispondevano a Noske) 3000 socialdemocratici di sinistra della USPD.

Una grave macchia certamente ma su questo episodio i comunisti “storici” hanno costruito un castello volto a demonizzare tutta la socialdemocrazia.

A parte il fatto che Rosa Luxemburg non ha niente a che vedere con il comunismo della III Internazionale (lei i 21 punti li avrebbe rifiutati) gridare agli “assassini socialdemocratici” da parte di chi ha esultato per il massacro (oltre 3500) di operai e marinai anarchici e socialisti perpetrato a Kronstad da Lenin e Trotsky ( e non parliamo degli orrori dello stalinismo) fa ridere. E soprattutto è ributtante che la Luxemburg sia stata strumentalizzata nella ex DDR (Germania Orientale) dagli aguzzini della SED e della Stasi. Veramente si sarà rivoltata nella tomba!

Da rilevare che nel partito comunista tedesco tutti i luxemburghiani furono espulsi (anche su ordine di Mosca). Paul Levi che fu il primo segretario del KPD nel 1923 rientrò nella SPD (che si era riunificata dopo che Ebert e Noske sparirono dalla scena politica) e fece il capo della sua ala sinistra.

Ma io mi sento di proporre (perché non vediamo quante firme raccogliamo?) ai compagni della SPD attuale di cambiare il nome alla loro fondazione che è intitolata ad Ebert. Ed intitolarla magari a Kautsky. Sarebbe un ottimo risarcimento per Rosa.

In conclusione Rosa Luxemburg non ha eredi diretti. Ma la sua vita , anche con i suoi errori (e chi non li commette?) è un esempio difficilmente riproducile di fedeltà agli ideali socialisti. E molti suoi insegnamenti sono più che validi anche per il socialismo democratico odierno

 20 Dicembre 2011
 
dal sito http://www.legadeisocialisti.it/lds/

L'ITALIA E' UN PAESE RAZZISTA di Anna Curcio



L'ITALIA E' UN PAESE RAZZISTA
di Anna Curcio

L’Italia è un paese razzista. È inutile girarci intorno. Non bastano le dichiarazioni di Napolitano sulla necessità di concedere la cittadinanza ai figli e alle figlie dei migranti nati in Italia per metterlo in discussione; né può farlo il ministero per l’integrazione che Monti si è affrettato ad istituire per addolcire, almeno a sinistra e nell’area cattolica, la pillola amara dei sacrifici e dell’austerity. Benvenuti nel deserto del reale, ieri a Firenze è andata in scena l’Italia. E Casseri, tutt’altro che pazzo depresso, è prima di tutto un italiano, nel senso che riflette pienamente l’identità razzista di questo paese. È tutta la storia del paese, la sua identità e la costruzione della sua narrazione ad essere intrisa di violenza razzista. Ed è una storia lunga che affonda le radici nella costruzione unitaria di cui stiamo festeggiando il centociquantesimo anniversario. Una storia fatta di linciaggi ed esecuzioni sommarie: prima i “meridionali” poi l’”altro” coloniale, gli ebrei, oggi i rom e i migranti internazionali. Una storia che ci parla di sopraffazione e sfruttamento, di marginalizzazione e violenza. Una violenza cieca, brutale ma ahimè assolutamente reale, che ho già visto andare in scena ormai troppe volte.

Quello che è successo a Firenze, non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sistema, una modalità reiterata di relazione con i tanti e le tante migranti che lavorano in questo paese. È la costruzione del mostro, del diverso al cuore della narrazione nazionale che evoca paure irrisolte. “Guarda, un negro; ho paura!” ha riassunto efficacemente Franz Fanon. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per la marginalizzazione e subordinazione di alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, i neri sotto, punto.

Il razzismo, andrebbe detto più spesso, non è un vizio ideologico o una patologia mentale, è un sistema capillare di subordinazione, dominio e sfruttamento costruito sul terreno della razza. Il problema allora non riguarda solo la retorica razzista e fascista della Lega Nord e di altre forze politiche, che costituisce senz’altro un’atroce aggravante e uno spazio di legittimazione, specie quando proferite dai banchi del parlamento. Il problema è più complesso e riguarda un preciso sistema di dominio e sfruttamento che alimenta atteggiamenti e comportamenti largamente diffusi.

Ha un sapore diffusamente razzista che ieri nei Tg, la notizia della strage di Firenze sia stata data tra le ultime e fanno rabbrividire i commenti che, per la gran parte, la hanno accompagnata. Mi ha indignato in modo particolare Enrico Mentana che al Tg delle venti su La7 ha parlato di un “safari”. Eppure Mentana aveva assunto una mimica triste, corrucciata. Era, a suo modo, addolorato da quello che era accaduto ma non per questo aveva potuto tenere a freno quell’equazione senegalese uguale animale che passa con l’idea del safari. No comment! O meglio, la cosa si commenta da sola. La questione, allora, è che, al di là del razzismo istituzionale, esiste un razzismo diffuso spesso anche tra chi si considera antirazzista, tra i tanti che premettono sempre “io non sono razzista ma …”. Tra chi si adopera in distinguo, individuando buoni e cattivi, i senegalesi sono lavoratori, i cinesi non pagano le tasse, i rumeni sono fascisti. Bah!

Il razzismo è subdolo. È annidato ovunque, dove meno te lo aspetti. E fa da sfondo ad atteggiamenti e comportamenti profondamente violenti, proprio come qualche giorno fa a Torino, come ieri a Firenze, negli anni passati a Rosarno o a Castel Volturno, proprio come la violenza quotidiana che abbiamo visto in questi anni, che non sempre raggiunge la grande attenzione di stampa e tv ma che miete vittime, accuratamente selezionate in base al colore della pelle o all’appartenenza geografica. Qualche mese fa a Civitavecchia un funzionario di polizia ha ucciso a fucilate il vicino senegalese perché non voleva vederlo nel giardino attiguo alla sua abitazione. A Brescia un altro lavoratore originario dell’Africa Sub Sahariana è stato ucciso dal suo datore di lavoro che non voleva dargli gli stipendi arretrati.
C’è poi da dire che molti degli episodi di violenza razzista hanno come sfondo il mondo del lavoro. E anche Casseri non ha colpito a caso le sue vittime. È andato a prenderle dove lavoravano. Dei lavoratori tartassati da questa crisi, i migranti sono senza dubbio i più colpiti. I primi ad essere espulsi dal lavoro che si riduce, i primi a dover accettare ricatti, malversazioni e soprusi e ad adeguarsi alle condizioni inique del lavoro nero. E, nel substrato razzista che fa da sfondo al nostro presente, sono i primi contro cui si scaglia la rabbia cieca di chi subisce la crisi e i programmi di austerity. D’altra parte, che siano soprattutto i migranti a pagare i costi della crisi e a raccogliere la rabbia sociale, va bene a tutti. Quando il razzismo gestisce l’organizzazione sociale e del lavoro è sempre possibile mantenere una classe di lavoratori razzializzati, ovvero marginalizzati e dequalificati, disposti a lavorare a qualunque condizione, con un chiaro vantaggio per imprese e datori di lavoro che, in tempo di crisi, sono più che mai alla ricerca di profitti.
Tra le tante cose dette sui fatti di Firenze, mi ha anche colpito chi si è stupito che un tale episodio capitasse proprio a Firenze, “la Firenze di La Pira” commentava con sorpresa il vice direttore del TG3 Giuliano Giubilei. Certamente Firenze, nel 1962, sindaco Giorgio La Pira, aveva accolto Léopold Senghor, presidente del Senegal indipendente invitandolo a lanciare al mondo “il messaggio dell’Africa, madre dei continenti”, un messaggio dunque di resistenza e lotta anticoloniale. Ma negli anni Sessanta, il razzismo italiano, impegnato contro gli operai meridionali nelle fabbriche del nord, non aveva ancora alcun interesse per i popoli dell’Africa, ancora sufficientemente lontani e distanti. Solo negli anni Novanta l’atteggiamento mutò, quando le migrazioni internazionali divennero una realtà e Firenze si riscoprì razzista. Tutt’altro che pronta ad accogliere il messaggio dell’Africa lanciato da Sengor, fu tra le prime città italiane a dare il via alle violenze organizzate contro i lavoratori migranti. Nel febbraio del 1990, i commercianti del centro storico sponsorizzarono, approfittando della folla in strada l’ultima notte di carnevale, una vera e propria “caccia agli ambulanti”– prevalentemente giovani senegalesi – con pestaggi di gruppo e razzia delle mercanzie. Un episodio che indignò profondamente la “borghesia illuminata” fiorentina senza tuttavia che questa indignazione si traducesse mai in una reale elaborazione di quei fatti. La reazione fu dunque vuota, inconsistente, come per altro vuote e inconsistenti appaiono oggi le parole di circostanza di Matteo Renzi e il peloso contributo per il rimpatrio delle salme delle vittime.

Più in generale, allora, la lunga storia del razzismo italiano ci pone anche di fronte alla sua mancata elaborazione. In Italia, il razzismo ha anche una storia di rimozione. E non è solo la rimozione della scomoda eredità del fascismo: dell’olocausto e delle violenze coloniali. È più precisamente la mancata elaborazione del razzismo sistemico che attraversa l’intera storia del paese. Perché il razzismo non è un effetto contingente, legato ad altri fenomeni sociali ma un profondo sistema di diseguaglianze che ha storicamente fratturato lo spazio nazionale, con pesanti implicazioni sull’organizzazione sociale e del lavoro.
Lottare contro il razzismo, allora, vuol dire fare i conti con questa storia e con queste implicazioni, vuol dire ripercorrere criticamente la storia del paese evidenziando il sistema di diseguaglianze e sfruttamento celati dietro al razzismo. Solo con un lavoro critico di questo tipo, e solo mettendo in discussione tanti degli assunti che ritornano nei nostri discorsi e nel nostro immaginario sarà possibile provare a cambiare le cose, a rendere questo paese, almeno un po’, meno razzista. Detto altrimenti la lotta al razzismo non può essere mera solidarietà, per quanto sia sacrosanto esprimere solidarietà ai rom di Torino o ai senegalesi di Firenze. La lotta la razzismo deve essere un progetto radicale di cambiamento che investe la società nelle sue fondamenta e interessa tutte e tutti, bianchi e neri, migranti e non. Nessuno può restarne escluso. È una lotta più complessiva contro lo sfruttamento e l’imbarbarimento della vita sociale e politica. Altrimenti, semplicemente, non è.

14 dicembre 2011
 
dal sito http://uninomade.org/

martedì 20 dicembre 2011

LA GRANDE CRISI, LA GERMANIA E GLI STATI UNITI di Miguel Martinez


LA GRANDE CRISI, LA GERMANIA E GLI STATI UNITI
di Miguel Martinez

In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.
Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.
La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.
Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.
Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…

Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?

La versione ufficiale della crisi, accettata trasversalmente da destra e da sinistra in Italia, è che si tratta dell’inesorabile decreto del Dio Denaro, che solo i suoi sacerdoti stipendiati sono autorizzati ad applicare, mentre noi ci dobbiamo accontentare di discutere delle accompagnatrici di Silvio Berlusconi o frivolezze simili.

C’è però un’altra versione, non ufficiale. E come quella ufficiale è trasversale a sinistra e destra, lo è anche quella non ufficiale, e questo dovrebbe farci riflettere sul vero problema nell’uso di simili termini.

La versione non ufficiale, di sinistra   e  di destra è che il sistema politico-bancario tedesco, appoggiato con molta esitazione da quello francese, avrebbe deciso di far pagare la crisi a tutto il resto del Continente; e siccome la cosa è comprensibilmente impopolare tra i paganti, un danno collaterale è l’abolizione della sovranità popolare in quei paesi.

A me non piace l’abuso dei paralleli storici, ma si tratterebbe evidentemente di un ritorno all’elemento essenziale della politica di Hitler durante la Seconda guerra mondiale.
Il fatto che sia meno cruenta riguarda i mezzi, ma non i fini.
E il governo di Mario Monti, in tal caso, svolgerebbe lo stesso ruolo del governo di Pétain in Francia, ad esempio, che in cambio della pace ha agevolato il saccheggio delle risorse nazionali.

In Grecia, il parallelo tra la politica tedesca attuale e quella di settant’anni fa appare chiarissimo alla popolazione. Un motivo che si lega a un fortissimo senso nazionale (anch’esso trasversale a destra e sinistra) e al ricordo di un’invasione prima italiana e poi tedesca che comportò sofferenze terribili.

In Italia, dove stanno succedendo cose molto simili, la versione ufficiale passa invece con scarsa opposizione. Non perché manchi l’antifascismo, ma perché manca il senso nazionale.

Un simbolo di due antifascismi opposti: i manifestanti greci che portano cartelli con il ritratto della Merkel con i baffi alla Hitler; i manifestanti italiani – il giorno della caduta del governo Berlusconi – che attaccano i giovani di Forza Nuova, gli unici che si sono permessi di criticare Mario Monti, capo di un governo gemello di quello contestato dai greci.
Per la maggior parte degli elettori di destra in Italia, infatti, i ricchi hanno ragione, e questi banchieri sono certamente ricchi; per la maggior parte di quelli di sinistra, questi banchieri sono salvatori della patria, perché hanno cacciato l’orco Berlusconi (che sia vero o no, è irrilevante).
Anche nell’ala più estrema della sinistra, molti ritengono che il solo dire nomi di paesi, invece di parlare di inesistenti classi operaie planetarie, sarebbe roba da “nazionalisti“.

Ora, se le cose stanno veramente così, la posizione dei greci è politica, quella degli italiani simbolica: il “fascismo”, per questi ultimi, è una faccenda esclusivamente di croci celtiche e di abbigliamento. Eppure quando ero ragazzo, sentivo quelli di sinistra dire che il fascismo aveva cercato di disarmare le lotte dei lavoratori in modo da non far cadere il peso della crisi su quelli che una volta chiamavano i padroni. Che è esattamente ciò che il governo attuale cerca di fare, senza croci celtiche.

Un giro di economisti, più accademici che funzionari di banche, ci ricorda però che la questione potrebbe essere più complessa.
Anche la tesi antitedesca, come sostiene giustamente  Alessandra Colla , sarebbe una tesi politica che riflette altri interessi.

Pierluigi Fagan è un brillante amico, che nell’ambito di una discussione interna al Laboratorio Politico Alternativa (raccolto attorno a Giulietto Chiesa) ha scritto un messaggio, in cui spiega la posizione di questi economisti in modo così chiaro, che gli ho chiesto di poterlo riportare qui.
La parte che segue è tutta opera di Pierluigi – lo stile informale è dovuto al fatto che si tratta di un semplice messaggio su una mailing list.
Citarlo non vuol dire affermare che Pierluigi Fagan abbia ragione in tutto. Però la sua è un’analisi più ricca di quella dei critici semplicemente “antitedeschi”.

Ecco cosa scrive Pierluigi Fagan:

" La questione Berlino o Washington introdotta da M.Pianta questo articolo sul Manifesto   è emersa anche nel recente incontro di Roma tra alcuni economisti ( Vasapollo, Gattei, Giacché con contributo scritto ) organizzato dal Comitato No Debito per approfondire l’analisi sulla Grande Crisi.
Messa così come la mette Pianta ( impostazione emersa ad un certo punto anche nell’incontro romano ) ci sarebbe una nuova forza imperiale ( i tedeschi ) con chiare mire egemoniche sul continente, una forza austera e depressiva; e un forza non meglio definita ( gli americani, gli anglosassoni ) crescista ed espansiva. Alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi, qualcuno ha prontamente fatto la battuta “allora ci alleiamo con gli americani come nel ’44?”.

Attenzione. La questione in ballo è il confronto tra due concezioni dell’economia che assegnano ruoli diversi alla moneta. C’è chi come gli americani e gli inglesi usano la moneta attivamente per determinare l’economia, strategia da cui discende la finanziarizzazione, finanziarizzazione da cui discende la frattura a Bruxelles con gli inglesi che di questo vivono e che questo vogliono proteggere in tutti i modi possibili ed immaginabili ( essendo ciò costituisce il loro modo di stare al mondo ).
Questo interesse per le monete è probabilmente ciò che spinge il potere politico americano ed anglosassone ad “ispirare” la cosiddetta sfiducia dei mercati, mercati dei compratori di bond stato nazionali.
S&P che non credo rimarrà impressionata più di tanto dagli accordi di Bruxelles ( ed è di oggi, lunedi 12 Dicembre l’allarme lanciato da Moody’s sul fatto che i mercati vogliono rassicurazioni chiare, semplici, forti ed immediate ) incarna in pieno questa sfiducia.
E’ da settimane che si svolge questo dialogo tra sordi con i cosiddetti mercati che chiedono una cosa e i governi di Eurozona che rispondono in altro modo.

Cosa vogliono i mercati e i loro mandanti politici, qual è l’oggetto di questo mandato ?

Il mandato politico spinge a convincere i governi europei – con le buone ( Geithner, Obama, Cameron, tutti i professori universitari anglosassoni, Financial Times, The Economist, Wal Street Journal e compagnia varia ) o con le cattive ( la messa in credit watch negative dell’ Esfs, di tutti i debiti pubblici europei, di tutte le istituzioni locali, di tutte le banche e di tutte le assicurazioni continentali ) - ad adottare l’unica soluzione che possa far smettere questa pressione: avere una BCE prestatore di ultima istanza.

La vulgata vuole che con BCE come ultimo baluardo, tutti i titoli di debito, i bilanci, la liquidità sarebbe appunto garantiti e così sarebbero tutti felici e contenti. Ma attenzione, significa anche che se la speculazione si mette a prender di mira quei titoli e BCE è chiamata a stampare denaro, cresce sia il rischio d’inflazione, sia quello ben più importante di svalutazione.

Chi sostiene che tutta questa storia inizia per un preciso disegno Made in Washington ( già qualche mese fa si formò questa interpretazione ed è in effetti strano che solo qualche mese fa tutti noi vivevamo felicemente nel debito, ignari di spread e default e che tutto ciò abbia preso “improvvisamente” a far un gran baccano senza che ci fossero reali fatti nuovi ),sostiene che l’obiettivo dell’operazione è appunto quello della svalutazione dell’euro, non certo la sua distruzione.

Perchè gli USA dovrebbero esser contenti della svalutazione dell’euro che oltretutto faciliterebbe le esportazioni europee ( e quindi la ripresa, la crescita ecc. ) ?

Appunto perchè così ci sarebbe crescita e quando c’è crescita loro fanno soldi ( con la finanza ) sulla tua crescita. Ma anche perchè pagherebbero meno le importazioni europee che gravano in rosso sulla loro bilancia dei pagamenti o potrebbero smetterla di comprare così tanto dai cinesi riprendendo a dirottare flusso finanziario in una Europa più a buon mercato. Ma anche e sopratutto perchè

a) una moneta non solida non è un moneta che può ambire a ruolo internazionale ( lascerebbe così “soli” dollaro e yuan e ridurrebbe il temuto multipolarismo ad un bipolarismo in cui gli americani si sentono più confident sin dai tempi della Guerra Fredda ),

b) una moneta sensibile può essere manipolata dalla speculazione per mettere in difficoltà la razionalità della struttura economica dei paesi che su questa si basano ( vi ricordate le incursioni di Soros sulla Sterlina e sulla Lira ? ).

Esattamente per i motivi simmetrico inversi, i tedeschi sono contrari avendo la loro economia base sulla produzione e non sulla finanza, avendo la loro economia una alta e complessa razionalità economica che si riferisce ad una moneta senza inflazione e senza oscillazioni svalutative ( ciò che i giornali chiamano “cultura della stabilità” ), una economia pianificabile con quel vetusto strumento che ormai pochi usano: l’economia politica ( o politica economica ). Impossibile pianificare une economia ( e la società che ad essa si riferisce ) su una moneta ballerina.

Se questo è vero, da ciò si desume come sia difficile, molto difficile trattenere la nostra ansia di capire subito da che parte schierarsi perchè in questo caso, o siamo fottuti subito ( via tedesca che porta prima recessione poi depressione ed in un certo senso decrescita non gestita, inclusa la rinuncia coattiva a far crescita con debito ) o siamo fottuti dopo ( via americana che porta instabilità ed eterodirezione da parte della tanto odiata bancofinanza più perversa con crescita drogata e bolle che scoppiano come palloncini alle feste di compleanno ).

L’economia reale è la via tedesca, la via finanziaria e monetaria è la via anglosassone.

E’ da vent’anni ( ed anche più ) che è così.
Noi ci stiamo accorgendo che i sistemi hanno bisogno di una strategia complessa solo ora e forse dovremmo prenderci il tempo di capire meglio e di più ciò di cui non ci siamo occupati negli ultimi 20 anni invece di improvvisare visioni chiare e nette che rischiano di scegliere solo tra le opzioni che quelli più svegli di noi, ci offrono come uniche alternative. Inclusa l’idea di sottrarsi al bivio riprendendosi i propri giocattoli per andar via con risentimento a giocare a casa da soli, ovvero quel ritorno alla piena sovranità che si ha solo quando si è soli.
Le relazioni portano sempre ad una cessione di sovranità, ma ancor più, presentarsi a questo gioco della Grande Guerra delle Megamacchine Economiche e Bancofinanziare con la nostra ingenua liretta sarebbe come se i piccoli mammiferi da cui discendiamo, avessero abbandonato le loro tane prima che il gigantesco meteorite, con il suo deflagrante impatto, avesse liberato il pianeta dai grandi sauri ...".

13 dicembre 2011
dal sito http://kelebeklerblog.com/

lunedì 19 dicembre 2011

LA MISERIA DELLA POLITICA



LA MISERIA DELLA POLITICA
di Riccardo Achilli



Premessa

La triste vicenda di Termini Imerese è il paradigma dell'asserzione marxista di base, secondo la quale i movimenti storici sono dettati esclusivamente dai rapporti economici, mentre le dinamiche politico-sindacali sono soltanto sovrastrutturali, e subordinate ai rapporti di forza economici. Nel presente articolo, con il supporto di fatti della cronaca politica ed economica italiana, cercherò di evidenziare due elementi:

a) che la politica è completamente dominata dagli interessi economici borghesi;

b) che la crisi profonda del sistema capitalistico impedisce alla politica di raggiungere, autonomamente, obiettivi minimi che dovrebbero essere sue priorità, come la capacità di mettere in campo una politica industriale strategica o la capacità di governare i cambiamenti profondi nelle relazioni industriali. Questo perché gli interessi economici della borghesia, alle prese con una drammatica caduta del saggio di profitto medio, la portano a sostituirsi ai tradizionali meccanismi di programmazione ed azione politica, per governare direttamente la politica industriale e le riforme del sistema delle relazioni industriali, distruggendo definitivamente l'illusione democratica, ovvero l'apparenza di una autonomia di manovra delle istituzioni politiche elettive, dietro la quale si nascondono i sistemi democratici liberali. In una fase di crisi, quando la borghesia prende direttamente il controllo dei processi politici, emerge nel modo più drammatico possibile l'evidenza dei fatti, ovvero che le istituzioni politiche democratiche non agiscono in nome del popolo che elegge i suoi rappresentanti, ma in nome della classe dominante.

Di fatto, l'apparato politico-sindacale italiano ha delegato a Marchionne, in quanto capo del più grande gruppo industriale italiano, che ha una leadership sull'intera industria manifatturiera nazionale (si stima che il fatturato generato dalla Fiat mobiliti, direttamente e tramite l'indotto, circa 63 miliardi all'anno, ovvero il 73% del valore aggiunto manifatturiero del Paese, P. Bricco, 2010) la riformulazione delle priorità di politica industriale e la riforma del sistema delle relazioni industriali, limitandosi poi a tradurre semplicemente in norme i suoi comportamenti, mentre ha delegato ai mercati finanziari globali la sua politica monetaria e fiscale, tramite la Bce, la Commissione Europea, il FMI e lo stesso Governo nazionale, specie se “tecnico”, tutti strumenti in mano ai grandi potentati finanziari. Quindi il fatto che il Paese stia rapidamente retrocedendo nelle classifiche della competitività e dello sviluppo, e stia smantellando l'intero impianto del welfare e dei diritti del lavoro di cui si era dotato in tanti anni di dure battaglie sociali e sindacali, non è principalmente il frutto, come si crede, di una classe politica particolarmente incompetente o delinquenziale (lo è pure, ma non è questo il problema principale) ma è il prodotto, soprattutto, degli interessi del grande capitale, industriale e finanziario, cui la classe politica, e purtroppo anche gran parte di quella sindacale, sono asservite.

La delega sulla politica industriale

In materia industriale, nessuno, in sede politico-sindacale, se la sente di disturbare seriamente Marchionne, a.d. di un gruppo automobilistico che perde quote di mercato a un velocità superiore a quella dei principali concorrenti, per manifesta incapacità di investire su qualità ed innovazione nei nuovi modelli, e che resta a galla solo grazie ai risultati della Chrysler (che in teoria avrebbe dovuto salvare dal fallimento, e che oggi salva lui) per chiedergli qualche lume sui contenuti del fantomatico piano "Fabbrica Italia". Però tutti sono pronti a corrergli dietro per consegnargli patenti di modernità quando propone accordi sindacali, come quello Pomigliano-Mirafiori-Bertone-Melfi, che in realtà di moderno non hanno niente, poiché prefigurano soltanto il ritorno al fordismo più elementare, nascosto dietro un bell'acronimo inglese (si sa, noi italioti, nella nostra subalternità culturale, siamo molto esterofili): WCM, ovvero World Class Manufacturing (che poi altro non è che un sistema di tempi e metodi per ottimizzare l'efficienza del ciclo produttivo, con l'aggiunta di un sistema di “ergonomia sul posto di lavoro”, teoricamente progettato per ridurre i tempi delle singole fasi di lavorazione e gli infortuni sul lavoro, in pratica pensato per massimizzare la produttività, senza che nessuno studio scientifico indipendente abbia chiaramente delineato i rischi di lungo periodo sull'incolumità fisica dei lavoratori che vi sono sottoposti).
Nessuno, in sede politico-sindacale, ha la forza di discutere con Marchionne per scongiurare l'evento, sempre più evidente, che i centri direzionali e di ricerca e sviluppo, ovvero il cervello ed il know-how dell'azienda, vengano definitivamente trasferiti a Detroit, trasformando di fatto un pezzo fondamentale dell'industria manifatturiera italiana in un mero terminale di produzione, svuotato di capacità progettuali e tecnologiche, con drammatiche ripercussioni sulla capacità innovativa e progettuale dell'intero sistema-Paese. Ciò benché la difesa della autonoma capacità innovativa e progettuale sia, in teoria, una priorità di politica industriale. Nessuno si preoccupa più di tanto di fare qualcosa, di fronte alle dichiarazioni di Marchionne, che prefigurano uno spostamento della direzione del gruppo Fiat negli USA, e non è certo con le telefonate e con i colloqui fatti a margine dei convegni, o con le rassicurazioni lanciate dalle pagine dei giornali, senza alcuna base oggettiva, che si evita tale evento. Nessuno ha la forza politica di discutere del fatto che parti essenziali della nuova generazione dei veicoli Fiat, come ad esempio il pianale Compact che equipaggia la Nuova Giulietta, e che dovrà rappresentare la base di tutti i successivi veicoli del segmento C del gruppo, sia stato, sia pur solo in piccola parte, co-progettato a Detroit. Nessuno sembra preoccuparsi del futuro industriale del Paese, se dobbiamo diventare una sorta di Paese del Terzo Mondo che si occupa soltanto della parte manifatturiera, o se possiamo ancora rimanere un'economia basata sul cervello, la creatività ed il know how. Si lascia che tali problemi strategici per il futuro del Paese siano risolti da un uomo solo, ovvero Marchionne, il quale fornisce una soluzione nell'interesse dei suoi azionisti e del grande capitale, non certo del Paese.

La delega sulla riforma delle relazioni industriali

La stessa delega fatta a Marchionne sulle politiche industriali, la ritroviamo, in modo anche più pesante, sul tema delle relazioni industriali. Anche qui, nessuno trova niente da dire se Marchionne esce da Confindustria, condannando di fatto, ed unilateralmente, il sistema delle relazioni industriali italiano ad un cambiamento genetico, subito in modo totalmente passivo dalla politica e dalle parti sociali, ovvero dai soggetti istituzionalmente deputati a gestire l'architettura di tale sistema, in rappresentanza degli elettori e dei lavoratori, cioè del popolo. La fuoriuscita del più grande gruppo industriale dal sistema di concertazione su cui tradizionalmente si fondano le relazioni industriali nel nostro Paese, avrà ripercussioni enormi, perché sarà una scelta imitata, presto o tardi, anche dalle altre grandi imprese. In tale nuovo sistema, disegnato in solitudine da Marchionne, si realizzerà con ogni probabilità una contrattazione diversificata in tre grandi canali: uno per le grandi imprese e i loro fornitori di prima fascia, un altro per i distretti produttivi e le reti e polarità organizzate di PMI, un terzo per le PMI che operano in solitudine al di fuori di tali polarità.
Le grandi imprese ed i loro fornitori di prima fascia adotteranno un modello di relazioni industriali americano, ovvero con sindacato aziendale “collaborativo” e cogestore, eliminando i sindacati che difendono i lavoratori realmente, come la FIOM. Il tutto per giungere, sempre nelle grandi realtà produttive, ad un modello di cogestione all'americana, con rappresentanti dei sindacati aziendali nel Cda, e lavoratori retribuiti pro-quota con una parte degli utili. Un modello che, come è evidente, è disegnato per estinguere la lotta di classe e per legare, in una forma di neo-schiavitù, i lavoratori al management aziendale, asserviti, sia nel livello remunerativo che nella stessa sopravvivenza del loro posto di lavoro, a risultati aziendali che non hanno potuto determinare, poiché sul ponte di comando dell'azienda, dove si decidono le strategie che determinano i risultati aziendali, assieme ai rappresentanti della proprietà, siedono le burocrazie sindacali, interessate prioritariamente al loro ruolo, ed al loro potere, all'ombra del padronato. E dove la solidarietà di classe si perde, perché il sindacato si frantuma in tante isole aziendali in concorrenza fra loro.
Viceversa, nel mare delle piccole e medie imprese, laddove queste siano organizzate in distretti produttivi, prevarrà la contrattazione territoriale, altro metodo per frantumare la solidarietà di classe e per creare una insana concorrenza fra territori e fra polarità produttive locali, per stabilire chi è in grado di imporre le condizioni contrattuali più penalizzanti in termini di rapporto fra produttività e costo del lavoro, generando quindi una perversa competizione di costo fra aree territoriali, ovviamente al ribasso, che laddove il costo della vita è più basso, come nel Mezzogiorno, creerà i presupposti per il ripristino delle gabbie salariali.
Laddove, infine, le PMI non siano organizzate in distretti, o non appartengano alla fascia di subfornitura di grandi imprese con sindacato e contratto aziendale, rimarrà il riferimento ad una forma indebolita di contratto collettivo di comparto, che però non potrà che essere competitivo rispetto ai contratti aziendali e territoriali stipulati dalle grandi imprese, o dalle PMI distrettuali, del medesimo comparto, perché altrimenti le PMI “a contratto collettivo” subirebbero una penalizzazione competitiva che potrebbe condurre al loro fallimento. Di fatto, quindi, anche la libertà negoziale delle parti firmatarie di tale contratto collettivo “residuale” sarebbe fortemente condizionata e vincolata dalle altre due tipologie di relazioni industriali sopra esaminate. Guarda caso, soltanto dopo l'affermazione del modello-Mirafiori, la politica, ossequiosa, e con la benedizione anche dei professori e dei politici della cosiddetta sinistra riformista, oltre che con il via libera dei sindacati confederali, vara uno Statuto dei Lavori che prevede la possibilità di derogare al contratto collettivo con contratti aziendali o territoriali, persino sugli aspetti normativi (la disciplina del lavoro e del licenziamento) oltre che su quelli salariali e di organizzazione del lavoro, e limita il diritto di sciopero, per consentire a tale nuovo modello di entrare in vigore con il minimo di attrito sociale. Di fatto, il disegno del sacconiano Statuto dei Lavori non è altro che la trasposizione normativa fedele di un modello imposto nei fatti da Marchionne.

L'assenza anche di uno spazio di autonomia residuale “compensativo” della politica

In pratica, politica e sindacati, in una fase di crisi che accentua i caratteri oligopolistici, e quindi autoritari, del capitalismo, demandano ad un solo uomo, ovvero Marchionne (e quindi di fatto al grande capitale industriale), la strategia di politica industriale del Paese e la riforma della politica del lavoro. E non sono nemmeno capaci di assicurare un ruolo marginale alla politica ed alla mediazione sindacale, ovvero lo spazio della compensazione dei danni produttivi ed occupazionali generati dal modello-Marchionne.
Lo si vede chiaramente nella triste vicenda di Termini Imerese. La decisione unilaterale della Fiat di chiudere lo storico impianto produttivo, che infligge un colpo mortale ad un'economia particolarmente debole e in ritardo di sviluppo come quella siciliana, che per certi aspetti è ancora caratterizzata da tratti pre-capitalistici, è talmente grave che ci si sarebbe aspettati un colpo di reni da parte della politica e dei sindacati. Di fatto, con tale decisione la Fiat non influisce soltanto sul destino di circa 1.900 lavoratori e delle loro famiglie, ma sta condannando un'intera regione di più di cinque milioni di abitanti a rinunciare ad ogni prospettiva di rivoluzione industriale e di sviluppo che, come si sa, non si fa senza il ruolo propulsivo, in termini di peculiare capacità di generare un'accumulazione di capitale originaria, ad opera della grande industria e delle grandi banche (queste ultime di fatto, in Sicilia come nel Mezzogiorno, distrutte ed asservite al sistema creditizio del Nord, grazie alle riforme del mercato bancario messe in campo, nei primi anni Novanta, da un altro servo degli interessi del grande capitale oligopolistico come Giuliano Amato).

Di fronte a tale problema grande come una montagna, il sistema politico-sindacale ha generato un topolino. Il cosiddetto piano di reindustrializzazione di Termini Imerese, sbandierato dal Governo-Berlusconi, e da ben tre Ministri del Sottosviluppo Economico (Scajola, Berlusconi ad interim e Romani), ad oggi appare incerto e indefinito. Mentre la Fiat ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento per il 23 novembre prossimo, ancora una volta tradendo unilateralmente la promessa di tenerlo in funzione almeno fino al 31 dicembre, ad oggi il piano di reindustrializzazione del sito è affidato, per più del 90% del suo successo, ad un imprenditore di media dimensione, il molisano Di Risio, che con la sua DR Motors, finora, ha fatto soltanto il piccolo assemblatore, ed il venditore, di automobili da lui progettate, e realizzate con componenti importate dal gruppo automobilistico cinese Chery. Tramite l'acquisizione dello stabilimento di Termini Imerese, la DR Motors dovrebbe arrivare a produrre ben 60.000 automobili all'anno, e trovare le risorse per finanziare un fabbisogno di investimento pari a 130 milioni di euro, in pratica il valore di una legge finanziaria di una piccola regione! Nessuno è informato, perlomeno nel dibattito pubblico, sul fatto che tale imprenditore, che prevede di passare dalla sua attuale produzione di 36.000 veicoli all'anno ad una complessiva di quasi 100.000, abbia le risorse, il mercato e le capacità imprenditoriali per realizzare un simile salto di qualità, nonostante un precedente che avrebbe dovuto far scattare qualche campanello di allarme: Di Risio ha infatti, nei mesi scorsi, avviato una negoziazione con Fiat per rilevare lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, che IVECO intende chiudere, e poi, quando le trattative erano giunte a buon punto, ha improvvisamente abbandonato il progetto, dirigendosi subito su Termini Imerese.
Poiché l'iniziativa di Di Risio dovrebbe assorbire l'87% dei 1.500 addetti ex-Fiat che dovrebbero essere riassunti con il piano di reindustrializzazione, potrebbe anche verificarsi l'ennesimo fallimento delle politiche di industrializzazione o reindustrializzazione di stampo borghese, condotte nel Mezzogiorno. Evidentemente, i fallimenti dei piani di reindustrializzazione di Ottana, di Manfredonia, di Bagnoli, di Gioia Tauro, della Valbasento, ecc. ecc. non hanno insegnato niente. E Termini Imerese potrebbe aggiungersi alla già lunga lista. Ma d'altra parte, la serietà dell'impegno dei nostri policy makers nel risolvere il problema di Termini Imerese, si è vista sin dal 2009, quando, prima dell'entrata in scena di Di Risio, il Ministero del Sottosviluppo Economico si era messo nelle mani di tale Simone Cimino, a capo di una società finanziaria siciliana, finito agli arresti a Giugno per manipolazione informativa del mercato ed intralcio alle attività di vigilanza. Costui, che avrebbe dovuto addirittura creare a Termini Imerese il polo europeo dell'auto elettrica e delle energie rinnovabili, calamitando gli investimenti del colosso indiano Reva, era già finito nei guai nel 2009, quando un’interrogazione parlamentare gettò un’ombra pesante su una impresa da lui partecipata, la T-Link, amministrata da Salvatore Errante Parrino, già membro del collegio di difesa dell’imprenditore Michele Aiello, coinvolto nel processo contro Totò Cuffaro. Evidentemente, al grande capitale, lo sviluppo industriale della Sicilia non interessa. Quindi la politica se ne occupa a margine (avete sentito parlare, dal neo-premier Monti, del problema di Termini Imerese? Io no. Gli ho solo sentito parlare di bilancio dello Stato) e quindi, occupandosene marginalmente, lo fa in modo dilettantistico, improvvisato ed avventuristico.
Lo stesso asservimento della politica agli interessi economici vale sul campo delle politiche fiscali e monetarie. La Bce, prodotto del sistema-euro, ovvero di un apparato creato ad hoc per realizzare un mercato finanziario di scala europea, particolarmente appetibile per gli investitori perché privo di rischi di cambio e di barriere aministrative alla circolazione dei capitali speculativi, ed il Governo-Monti, altro prodotto dei mercati finanziari, sono lì per fare le politiche monetarie e di bilancio richieste dai mercati, non per rispondere alle esigenze dei popoli.

Conclusioni

La verità è una sola, e cioè che, come insegna Marx, la struttura dei rapporti sociali di produzione determina la sovrastruttura politica, culturale e sociale, e che questa è asservita alle dinamiche strutturali dei rapporti di produzione. Basta citare il celebre passaggio di Marx, contenuto nella Critica dell'Economia Politica del 1859:

nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini inevitabilmente entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalle loro volontà, in particolare relazioni produttive appropriate ad un dato stadio nello sviluppo delle loro forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, il vero fondamento, su cui sorge una sovrastruttura politica e sociale ed a cui corrispondono forme definite di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo generale di vita sociale, politica ed intellettuale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un certo stadio di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con le esistenti relazioni di produzione o - ciò esprime meramente la stessa cosa in termini legali - con le relazioni di proprietà nel cui tessuto esse hanno operato sin allora (...) A quel punto inizia un’era di rivoluzione sociale. I cambiamenti nella base economica portano prima o dopo alla trasformazione dell’intera immensa sovrastruttura. Nello studio di tali trasformazioni è sempre necessario distinguere tra la trasformazione materiale delle condizioni economiche di produzione, che può essere determinata con la precisione propria delle scienze naturali, e le forme legali, politiche, religiose, artistiche o filosofiche – in una parola: ideologiche – in cui l’uomo diviene conscio di questo conflitto e lo combatte. Così come non si può giudicare un individuo da ciò che egli pensa di sé stesso, questa coscienza dev’essere spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto esistente tra le forze sociali di produzione e le relazioni di produzione”.

Nella fase oligopolistica del capitalismo, ci spiega inoltre Sweezy, il peso della struttura nel determinare la dinamica della sovrastruttura politica diviene ancor più forte, perché la capacità di influenza sulle decisioni politiche delle grandi concentrazioni di capitale, prive di sostanziali contrappesi concorrenziali, quindi di fatto operanti in oligopolio o monopolio, diviene preponderante, e passa per il tramite del potere finanziario, di quello mediatico, di quello più strettamente produttivo ed occupazionale (quanto pesa la minaccia di Marchionne di delocalizzare i suoi impianti produttivi, se non si fa come si dice, considerando le centinaia di migliaia di persone il cui posto di lavoro dipende dalla presenza della Fiat?)
 
17 novembre 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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