mercoledì 20 aprile 2016

ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA di Giudo Viale




ANCHE RENZI VUOLE LA SUA TURCHIA
di Giudo Viale


Fin d’ora il degradante accordo con la Turchia sullo scambio di profughi rende evidente la nera notte in cui l’Unione europea ci sta trascinando. E’ un pugnale rigirato nelle ferite aperte di decine di migliaia di profughi che nel viaggio disperato verso l’Europa avevano intravisto l’unica possibilità di sopravvivere a guerra e fame; per garantirsi il più elementare dei diritti umani: quello alla vita. La risposta dell’Europa è chiara: per loro non c’è più posto a questo mondo; e affida ad altri (per ora) il compito di farli sparire.

E’ una risposta che viola tutte le convenzioni sottoscritte dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah e rende evidente il cinismo di quei governanti che hanno versato lacrime di coccodrillo sopra la foto del piccolo Aylan “spiaggiato” sulle coste della Turchia, ma che da allora hanno lasciato morire non meno di 450 suoi coetanei, insieme a tanti altri adulti. Poi l’accordo di “rimpatrio” di decine di migliaia di persone senza più “patria” è una scelta di governi e politici senza cuore e cervello, lanciati all’inseguimento delle destre razziste che hanno ormai conquistato la scena in tutta l’Europa (e non solo). Una risposta che li mette sulla loro stessa lunghezza d’onda, sperando così di neutralizzarne l’avanzata, mentre non fa che rafforzarle dando loro ragione. Ma il risultato più vistoso è la legittimazione del feroce regime di Erdogan, che lo autorizza a continuare sulla sua strada: guerra ai curdi, dentro e fuori i confini del paese, repressione di ogni libertà, a partire da quella di informazione e, soprattutto, libertà di proseguire nel disinvolto sostegno all’Isis, o alle fazioni che ne prenderanno il posto se l’Isis dovrà ritirarsi; purché continuino a impedire qualsiasi riassetto pacifico in Medio oriente; con l’obiettivo di contenere le forze che ostacolano la politica egemonica della Turcha sulla regione. Così Erdogan ha cominciato a “rimpatriare” in Siria, consegnandoli all’Isis un primo “lotto” di quei profughi che erano riusciti a sfuggirgli.

venerdì 15 aprile 2016

INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO di Ivan Cavicchi





INFERMIERI: LA SCHIAVITU' E' UN OBBLIGO DEONTOLOGICO
di Ivan Cavicchi


Sanità. L’articolo 49 della carta dell’Ipasvi (l’ordine degli infermieri) impone a tutti i lavoratori di «compensare» qualsiasi disservizio o disorganizzazione nell’assistenza sanitaria. Una norma che si presta a forme di sfruttamento davvero senza limiti



 *********

Articolo 49
L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale.


 *********

La notizia per i più non è una notizia ma per chi conosce la situazione degli oltre 400.000 infermieri italiani è un’autentica bomba . Si tratta di un atto politico di disobbedienza, un rifiuto eclatante fatto da un collegio di infermieri, l’Ipasvi di Pisa per sollecitare la politica e l’Ipasvi nazionale (Ipasvi, acronimo di Infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici di infanzia), a ritirare un articolo del codice deontologico che nei fatti ha legalizzato sinora una forma di schiavitù tanto assurda quanto inconcepibile.

Gli infermieri di Pisa (collegio Ipasvi) hanno deciso democraticamente di ricusare il loro attuale codice deontologico per «disapplicare» l’articolo 49 cioè una norma, difficile da credersi, che dà la possibilità alle aziende sanitarie a corto di risorse di sfruttare gli infermieri in ogni modo per sopperire a tutti i disservizi, le disorganizzazioni, le carenze dei propri sistemi sanitari.

L’art 49 è in realtà una trappola deregolatoria: da una parte stabilisce l’obbligo imperativo da parte degli infermieri di «compensare» tutte le forme di disservizio e di disorganizzazione, dall’altra prevede una possibilità del tutto teorica di rifiutare la compensazione nel caso in cui fosse pregiudicato il proprio mandato professionale.

IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI di Antonio Sciotto




IL FUNZIONARIO FIOM "LICENZIATO" CHE HA TOLTO IL SONNO A LANDINI 
di Antonio Sciotto



Il caso. La segreteria ritira l'aspettativa di Sergio Bellavita e lo rimanda al suo posto di lavoro: «Ha rotto l’unità del nostro sindacato e lo ha denigrato». La replica: «Al Congresso tutti pluralisti e adesso stop al dissenso?». Il contrasto è nato e si è sviluppato nelle fabbriche della Fca



«Ho subìto un ricatto da parte di Landini, un ricatto politico. E poiché non mi sono piegato sono stato licenziato dalla Fiom». «Bellavita non rappresenta più l’unitarietà della Fiom, quindi in maniera libera e trasparente la segreteria ha considerato conclusa la sua aspettativa sindacale. Per rispetto a tanti lavoratori che hanno perso il posto non usi il termine “licenziamento”: tornerà al suo posto di lavoro, all’azienda da cui era in distacco». In queste due accuse reciproche la bufera che sta attraversando la Fiom.

Sergio Bellavita, funzionario nazionale dell’organizzazione dei metalmeccanici ed esponente dell’area di minoranza in Cgil Il sindacato è un’altra cosa è stato destituito dal suo ruolo (ma non dal Comitato centrale e dalla Direzione Fiom) a causa di un contrasto con la segreteria che la squadra di Maurizio Landini ha giudicato insanabile. Bellavita, che è anche (e resta) componente del Direttivo Cgil, è l’erede di Giorgio Cremaschi alla guida dell’area di minoranza: lo scontro è finito su tutti i giornali forse perché in qualche modo ricorda il conflitto che per diverso tempo ha visto contrapporsi lo stesso Landini a Susanna Camusso.

sabato 9 aprile 2016

CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA di Guido Viale


 



CAMBIAMENTO CLIMATICO: UNA RIVOLUZIONE OBBLIGATA
di Guido Viale




Al vertice sul clima di Parigi i “capi” di 192 paesi hanno preso degli impegni enormi: mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto 2 e possibilmente vicino a 1,5 gradi centigradi. Per questo bisogna evitare di disperdere nell’atmosfera più di mille miliardi di CO2 equivalente di qui al 2100 (ne produciamo 35 miliardi all’anno). Per raggiungere l’obiettivo i contraenti hanno presentato dei piani nazionali (detti Indc) molto generici, perché non ne viene indicato il “soggetto attuatore” che, per il pensiero unico dominante, non può che essere “il mercato”; non gli Stati né i loro governi, né tantomeno il “popolo sovrano” e le sue comunità, ma la finanza. Il non detto di quei piani è questo: gli interessi dell’industria petrolifera sono talmente grandi che a metterli in forse in tempi rapidi, anche oggi che il prezzo del petrolio è ai minimi, si rischia il tracollo dell’economia mondiale. Solo a lasciare sottoterra le riserve di idrocarburi che non dovrebbero essere più briciati per non superare la quantità di emissioni climalteranti che ci separano dai due gradi in più di temperatura si mandano in fumo decine di migliaia di miliardi già quotati in borsa. Poi ci sono gli impianti (trivelle, pipelines, miniere, flotte, raffinerie, centrali termiche, ecc.): altre decine di migliaia di miliardi ancora da ammortizzare (e quando lo sono già, vere mucche da mungere per fare profitti, anche se vanno in pezzi). Quei piani sono comunque insufficienti a raggiungere l’obiettivo; per cui si è già stato stabilito che nel 2020 dovranno ssere rivisti al rialzo. E lo si dovrà fare per forza, perché il clima sta già precipitando verso un disastro irreversibile per il pianeta e per la vita umana su di esso, cioè per tutti noi, i nostri figli, i nostri nipoti.

mercoledì 6 aprile 2016

LA PARTITA DEL REFERENDUM di Annalisa Corrado

 



LA PARTITA DEL REFERENDUM
di Annalisa Corrado




«La vittoria del SÌ al referendum del 17 aprile potrebbe dare una spallata ad un castello di bugie e mostrare che la strada verso la democrazia energetica, verso una promozione sostenibile dei talenti sani dei nostri territori è segnata e che non si torna più indietro», 
Sbilanciamoci.info, newsletter 467, 31 marzo 2016




Pensavo fosse incompetenza o mancanza di visione. Fresca di laurea, folgorata sulla via dell’energia come “madre di tutte le battaglie” da combattere (contro le crisi internazionali, i ricatti dei potenti detentori delle risorse, contro le crisi sociale, ambientale e poi anche economica), ero ingegneristicamente innamorata dell’idea che sole, vento, biomassa, maree e calore della Terra, assieme alle intelligenti evoluzioni della tecnologia, avrebbero mostrato di lì a poco la via per costruire una nuova “democrazia energetica” e, ingenuamente, pensavo il freno fosse causato “solo” dalla manifesta incapacità strategica di un apparato politico/burocratico stanco, cinico e clientelare.

E invece sbagliavo di grosso. La strategia esiste. Esiste e appare dettata da un potere apartitico (evidente se si analizza l’assoluta continuità nelle scelte fossili degli ultimi 4 governi, dalla destra di Berlusconi/Romani, ai tecnici Monti/Passera, passando per la “sinistra” di Letta/Zanonato, fino al governo del partito della “nazione” di Renzi/Guidi, il più fossile di tutti) gestito attraverso schiere di azzeccagarbugli che usano la normativa contro i cittadini, contro la partecipazione, contro le migliori idee ed energie del Paese.

L’ascolto è riservato esclusivamente ai soliti noti, per i quali un varco nel ginepraio della burocrazia si riesce sempre ad aprire (le autostrade, gli inceneritori, il cemento, le trivelle dello “sbloccaItalia” ne sono la manifestazione plastica).

La “strategia” esiste, e ci sono almeno due campi di gioco.

martedì 5 aprile 2016

CASO REGENI: E' IL MOMENTO DI TIRARE LE SOMME di Aldo Giannuli



 


CASO REGENI: 
E' IL MOMENTO DI TIRARE LE SOMME
di Aldo Giannuli




Dopo la conferenza stampa dei giorni scorsi dei genitori di Giulio Regeni, martedì 5 dovrebbero giungere a Roma i rappresentanti della polizia egiziana che promettono di portare finalmente la verità sul caso Regeni. Non sappiamo se fanno sul serio (ne dubitiamo) o verranno a raccontare chissà quale altra bufala (come fortemente sospettiamo). Di una cosa siamo sicuri: questa volta bisogna passare ai fatti.

Ragioniamo: lo stato italiano, anche per un minimo di rispetto di sé stesso, non può incassare l’assassinio di Stato di un suo cittadino senza reagire adeguatamente. Non può farlo, prima di tutto per rispetto dei diritti dei suoi cittadini cui deve giustizia e, di debiti di giustizia per i propri delitti di Stato, la Repubblica ne ha già troppi almeno per quelli attribuibili ad altri Stati, magari, non allunghiamo la lista.

Perché questo è un delitto di Stato (non essendoci alcuna altra ipotesi plausibile) e lo conferma l’impossibilità di dare spiegazioni e la serie di spudorate menzogne di questi due mesi che aggravano l’offesa.

venerdì 1 aprile 2016

IPOCRITE SMENTITE E CONCRETI PREPARATIVI DI GUERRA di Antonio Moscato





 IPOCRITE SMENTITE E CONCRETI PREPARATIVI DI GUERRA
di Antonio Moscato



Il misero trucco di Matteo Renzi non convince nessuno. Anche i maggiori quotidiani italiani, in genere tutt’altro che ostili al premier, hanno ammesso che dicendo: “non faremo nessuna invasione della Libia con 5.000 uomini” Renzi non garantisce proprio niente. Per una vera invasione non basterebbe neppure un contingente di 30.000 (che per il momento non c’è), e quindi si può tranquillamente promettere di non farla, ma la presenza di piccoli nuclei di forze speciali sul territorio libico senza autorizzazioni condivise da tutte le forze in campo può innescare una tragica spirale; ad esempio la morte di alcuni militari italiani potrebbe fornire il casus belli attraverso un’ondata di emozione e di orgoglio nazionale per i “nostri eroi”. Se si pensa al battage che è stato fatto sui due marò, presentati come vittime innocenti anziché come arroganti assassini di inermi pescatori, si può immaginare quanto sarebbe facile giustificare una ritorsione, spacciata naturalmente per legittima difesa. Naturalmente sottraendo alla valutazione delle responsabilità quell’incompetenza dei nostri presuntuosi generali emersa clamorosamente dalla mancata protezione della base di Nasiriya, ma su cui le commissioni di inchiesta hanno steso un velo di silenzio.
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF