sabato 28 dicembre 2013

DALLA VIGLIACCHERIA DEI DRONI AL CIBO, IN CHE MONDO VIVIAMO di Leonardo Boff




DALLA VIGLIACCHERIA DEI DRONI AL CIBO, IN CHE MONDO VIVIAMO 
di Leonardo Boff



Viviamo in un mondo in cui i diritti umani sono violati a tutti i livelli, familiare, locale,nazionale e planetario. Il Rapporto annuale di Amnesty International 2013, che copre 159 paesi con riferimento al 2012, fa esattamente questa constatazione dolorosa.
Invece di avanzare nel rispetto della dignità umana e dei diritti degli individui, dei popoli e degli ecosistemi stiamo regredendo ai livelli di barbarie. Le violazioni non conoscono confini e le forme di questa aggressione diventano sempre più sofisticate.
La forma più vigliacca è l’azione di droni, aerei senza pilota che da una base in Texas, guidati da un giovane soldato su un piccolo schermo come se stesse giocando, è in grado di identificare un gruppo di afgani che stanno celebrando un matrimonio, e all’interno del quale presumibilmente dovrebbe esserci qualche guerrigliero di al Qaeda. Basta questa ipotesi per lanciare con un piccolo click una bomba che distrugge l’intero gruppo, con molte madri e bambini innocenti.
Si tratta di una forma perversa di guerra preventiva, iniziata da Bush e criminalmente portata avanti dal presidente Obama. Il quale è venuto meno alle promesse elettorali con riferimento ai diritti umani, sia sulla chiusura di Guantanamo, sia sull’abolizione del Patriot Act, per cui chiunque negli Stati Uniti può essere arrestato con l’accusa di terrorismo senza il bisogno di avvisare la famiglia.
È un rapimento illegale che in America Latina conosciamo fin troppo bene. In termini economici così come sui diritti umani, si sta verificando una vera latino americanizzazione degli Stati uniti,nello stile dei nostri momenti peggiori. Oggi, secondo il rapporto di Amnesty, il paese che viola di più i diritti delle persone e dei popoli sono gli Stati Uniti. Con la massima indifferenza, da imperatore romano assoluto, Obama rifiuta di dare una giustificazione sufficiente allo spionaggio mondiale che il suo governo sta facendo con il pretesto della sicurezza nazionale, su settori che vanno dallo scambio di e-mail tra due amanti fino agli affari segreti emiliardaridiPetrobras, violando il diritto alla privacy delle persone e la sovranità di un intero paese.
La sicurezza annulla la validità dei diritti inalienabili.

lunedì 9 dicembre 2013

NELSON MANDELA GARIBALDI di Antonio Moscato




NELSON MANDELA GARIBALDI
di Antonio Moscato


Difficile sopportare la valanga di gossip con cui viene celebrato Nelson Mandela, presentato come una specie di Gandhi africano, e magari accostato a madre Teresa di Calcutta. Pochissimi hanno accennato allo stato del Sudafrica venti anni dopo la fine dell’Apartheid, alla gravi tensioni sociali, alle nuove barriere create dalle enormi sperequazioni. Uno solo, un britannico di cui non sono riuscito a capire il nome, intervistato da RAI News ha fatto un paragone illuminante: «Mandela è ammirato in tutto il mondo, come lo è stato il vostro eroe, Giuseppe Garibaldi».

Ed è vero. Ma non solo per l’ampio spettro degli elogi funebri: se ne fanno sempre fin troppi, per consuetudine e consolidata ipocrisia, valga come esempio la salva di elogi a Stalin nel 1953 da parte di statisti conservatori o reazionari o semplicemente socialdemocratici, ricordati oggi con devozione dai “nostalgici” come Losurdo. C’è un’analogia reale. Garibaldi, repubblicano, democratico socialisteggiante e anzi simpatizzante della Prima Internazionale, dopo un’impresa militarmente notevole come quella dei “Mille”, rinunciò a farla pesare politicamente sull’assetto dell’Italia unita, e offrì in dono – senza condizioni - a un reuccio mediocre e non alieno dal far sparare sui manifestanti l’intero Regno delle Due Sicilie conquistato con il sangue dei suoi volontari.

venerdì 6 dicembre 2013

RIFONDAZIONE ALLA PROVA DEL CONGRESSO di Franco Turigliatto





RIFONDAZIONE ALLA PROVA DEL CONGRESSO
di Franco Turigliatto


Rifondazione comunista svolge in questi giorni a Perugia il suo IX congresso. Nonostante una crisi endemica che si prolunga ormai da parecchi anni, l’ulteriore riduzione degli iscritti, scesi da oltre 40.000 del 2010 a poco più dei 30.000 di quest’anno e un corrispondente calo di partecipazione al congresso da 17.000 a circa 12.000, il PRC resta la formazione della sinistra più consistente, con una vasta presenza territoriale nel paese e nuclei militanti ed attivi che non si sono rassegnati nonostante i ripetuti insuccessi elettorali degli ultimi anni. E sappiamo quanto sia ritenuta importante e quasi strategica nei fatti, la presenza nelle istituzioni non solo da parte del gruppo dirigente di questa organizzazione, ma anche dai suoi militanti.
Per queste ragioni le sorti e le scelte di questo collettivo (donne e uomini) interessa tutti coloro che hanno a cuore la necessità di costruire una chiara opposizione ai due schieramenti politici della borghesia, centro sinistra e centro destra, aiutare il movimento dei lavoratori a far crescere ed unire le resistenze alle politiche dell’austerità, ricostruire una sinistra anticapitalista all’altezza della sfida epocale che pone la crisi del sistema e il tentativo delle borghesie europee di infliggere una sconfitta storica alle classi lavoratrici.
Per costruire questo nuovo soggetto anticapitalista c’è bisogno dunque anche delle/dei tante/i compagni del PRC che non vogliono rinunciare a un progetto di alternativa a questo sistema sociale.

giovedì 5 dicembre 2013

INTERNAZIONALISMO di Riccardo Venturi



INTERNAZIONALISMO
di Riccardo Venturi



Era piuttosto semplice essere internazionalisti.

A casa propria, naturalmente. A parte un pugno di quelli veri, che prendevano armi e bagagli e andavano a combattere realmente dove si combatteva, e ci morivano. Talmente pochi, che oggi ci scrivono dei libri sopra; quei pochi che andavano incontro alle cose.

Mi dicono, e mi ripetono, che allora tutti si sentivano coinvolti da tutto ciò che accadeva nel mondo, perché quel che accadeva nel mondo riguardava tutti. Se una data situazione era relativamente vicina, arrivavano magari gli studenti come quelli greci negli anni della dittatura dei Colonnelli; ma si mostrava solidarietà attiva anche nei confronti di avvenimenti lontanissimi, come quelli del Cile o dell'Angola. Ogni tanto si vedeva qualche esiliato.

E così, in questi giorni, mi sento fare spesso un discorso. Mi dicono che, di fronte a quel che è successo a Prato pochi giorni fa, la mobilitazione sarebbe stata immediata. Senza dubbio; il problema è che, allora, i sette lavoratori cinesi bruciati nel capannone non c'erano. Non c'erano né le Chinatown a due passi da casa, né le immigrazioni di massa. Lampedusa era una meravigliosa isoletta più vicina all'Africa che all'Italia, dove faceva sempre caldo. E c'era tanta solidarietà quotidiana, tanto coinvolgimento senza avere quei cazzo di coinvolti tra i coglioni nelle città, nelle fabbriche, nei campi di pomodori, nei mercatini, nelle case occupate.

lunedì 2 dicembre 2013

STORIA DI UNA OCCUPAZIONE




STORIA DI UNA OCCUPAZIONE
gruppo "sherkhan cerca casa"


Scegliere d'occupare è una scelta facile;difficile è scegliere di dormire per strada.

Occupare è anche,però,una decisione POLITICA;cioè quella di riprendersi una fetta di capitale che,in una delle sue tante forme,oggi,si palesa come rendita immobiliare.
Nasce su questi presupposti l'occupazione abitativa " Sher Khan",dedicata al compagno pakistano soprannominato,appunto, dai compagni di lotta Sher Khan che ha dedicato la sua vita alla causa degli sfruttati senza mai guardarne il colore della pelle o la bandiera nazionale.

 La palazzina che ci siamo presi,abbandonata da vent'anni, è sita in via Giusti n 13 e si affaccia sulla proletaria,multietnica piazza Vittorio dando invece le spalle alla nuova borghesia di via Merulana,che insediandosi lentamente nel quartiere ha speculato sulle case popolari di chi lì, già ci abitava.
Undici nuclei familiari, una trentacinquina di persone di diverse nazionalità, hanno cominciato con noi questo percorso politico.

sabato 30 novembre 2013

CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA di Antonio Moscato





CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA
di Antonio Moscato



La decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi ha occupato le pagine dei quotidiani per giorni, provocando una certa nausea. Ma sarebbe sbagliato ignorare del tutto questa vicenda, tanto più che potrà provocare mutamenti nella tattica dell’ex premier tutt’altro che insignificanti, ma non la sua sparizione. Ovvio che per alcuni aspetti non cambierà molto: prima di tutto perché Berlusconi non aveva partecipato quasi mai a sedute e soprattutto a votazioni del Senato, con buone ragioni: sapeva bene che le aule parlamentari sono solo un palcoscenico, e che è possibile usare altri strumenti e scegliere altri luoghi per dirigere un partito e il paese. Berlusconi potrà quindi continuare a farlo ancora tranquillamente, con in più solo qualche supplemento del suo solito vittimismo.

Ma naturalmente ci sono molti altri aspetti da sottolineare, alcuni dei quali sono stati colti in un buon articolo di Tonino Perna apparso ieri sul manifesto, che ha il merito di inquadrare l’azione del cavaliere in un contesto internazionale caratterizzato dal reaganismo e dal thatcherismo, di cui Berlusconi aveva beneficiato prima di entrare direttamente in politica.

martedì 26 novembre 2013

USCIRE DALL'EURO? USCIRE DAL CAPITALISMO! di Jean-Philippe Divès




USCIRE DALL'EURO? USCIRE DAL CAPITALISMO!
di Jean-Philippe Divès


Mentre le minacce di esplosione della zona euro sono importanti, il Fronte nazionale francese fa precipitare nel dibattito pubblico il tema dell' «uscita dall’euro». Nel corso del suo primo meeting elettorale dell'11 dicembre a Metz, Marine Le Pen (presidente e leader di quel partito di estrema destra e figlia del suo fondatore Jean-Marie, ndt) l’ha fatto il maniera particolarmente aggressiva e demagogica, stigmatizzando i dirigenti di sinistra che «come volgari affaristi di destra, si sono sottomessi ai mercati finanziari, all'Europa ultraliberale, alla concorrenza selvaggia, hanno difeso le banche e la moneta delle banche, l'euro». Il ritorno al franco, che secondo lei permetterebbe di impedire le delocalizzazioni e la chiusura delle fabbriche, diventa così appannaggio dei «nazionali» opposti ai «francofobi ed europeisti» del Partito socialista e dell'UMP (il partito di centrodestra di Nicolas Sarkozy, ndt).

Due giorni dopo, il quotidiano Les Échos (l'equivalente francese del nostro Sole 24 ore, ndt) puubblicava un dossier speciale sull'uscita dall'euro, incaricato di dimostrare che una misura di questo tipo, necessariamente combinata con una svalutazione, comporterebbe una catastrofe economica molto peggiore di quella odierna, con la perdita di un milione di posti di lavoro in dieci anni e una caduta brutale dei salari. Ppoco importa che il «modello» utilizzato dall'Istituto Montaigne, celebre think-tank neoliberale, per operare queste previsioni sia stato messo a punto per misurare l'impatto economico di piccole fluttuazioni monetarie. L'importante era rispondere subito e di colpire forte. Questa reazione dà la misura della paura dei "mercati" di fronte alla prospettiva di una successione di default sul pagamento dei debiti pubblici. Secondo Les Échos, lo «scenario catastrofico» di un'uscita dall'euro provocherebbe su questo piano «un effetto domino quasi istantaneo: il conto da pagare diventerebbe allora molto salato per tutti, compresi gli investitori non residenti» e le perdite finanziarie sarebbero «concentrate sulle banche e sugli investitori istituzionali della zona euro»…

Abbiamo più volte sottolineato a più riprese la contraddizione fondamentale dell'euro e dell'Unione europea: una moneta unica senza stato, uno spazio di "concorrenza libera e non falsata" senza politica economica comune, cioè delle costruzioni largamente artificiali che servono solo a far vivere la legge del più forte, pur dando spazio a squilibri che a medio termine minacciano la stabilità di tutto l'insieme. Ora, per cercare di uscire da questa trappola, i capitalisti e i governi della zona euro e dell’UE propongono solo ulteriori fughe in avanti che ne aggravano le caratteristiche antisociali e antidemocratiche. Le diverse soluzioni in campo, come quella del "federalismo" con il relativo "abbandono della sovranità" non farebbero che sottrarre ancora di più ai popoli la possibilità di padroneggiare il proprio destino, mentre la «regola d'oro dei bilanci» che l'ultimo vertice europeo pretende di imporre comporterebbe ovunque ulteriore austerità e miseria.

Con un massimo di demagogia, il Fronte nazionale cerca di galleggiare su questa situazione con risposte «semplici» come quelle del ritorno alle frontiere nazionali, alla moneta e al capitalismo nazionale, combinate con le sue abituali tematiche xenofobe e razziste. Spetta a noi dimostrare che queste presunte soluzioni significherebbero sostituire una forma di guerra economica con un'altra, non meno pericolosa perché i lavoratori di ciascun paese si ritroverebbero, come durante gran parte del 20° secolo, arruolati dietro la propria borghesia nazionale.

E' comunque un fatto che le devastazioni dovute alla «costruzione europea» operate dai capitalisti e dagli uomini della finanza minacciano oggi perfino l'idea europea.

Solo gli anti­capitalisti possono proporre l'alternativa di un'altra Europa, in rottura con i trattati e le attuali istituzioni, fondata sulla democrazia, la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, l’armonizzazione sociale verso l'alto, lo sviluppo dei servizi pubblici comuni. Un'Europa il cui scopo non sia quello di far pagare i debiti pubblici per arricchire ancora di più i ricchi ma di ripudiare quei debiti per difendere le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri; un'Europa che non si proponga di salvare le banche così come sono oggi ma di requisirle e di socializzarle, al fine di mettere l'economia al servizio della maggioranza della popolazione. In breve un'Europa che cominci a rompere con il capitalismo.



dal sito Sinistra Anticapitalista


mercoledì 20 novembre 2013

ALLUVIONE IN SARDEGNA: L'IMPUTATO E' IL CAPITALISMO di Gabriele Ara




ALLUVIONE IN SARDEGNA: L'IMPUTATO E' IL CAPITALISMO
di Gabriele Ara



“Ed è bizzarro che la natura ci costringa a rimpiangere le azioni che più accanitamente abbiamo cercato‏” (‎Antonio e Cleopatra di W.‭ ‬Shakespeare,‭ ‬atto v,‭ ‬scena I‭)‬.



Non c’è niente di bizzarro invece che gli stessi uomini politici,‭ ‬imprenditori e amministratori che hanno creato il disastro‭ “‬naturale‭” ‬ora versino lacrime di coccodrillo.‭
‬Come già dicevano Marx non possiamo illuderci di essere i proprietari e dominatori della natura,‭ ‬siamo‭ “‬i suoi possessori che debbono tramandarla migliorata,‭ ‬come buoni padri di famiglia,‭ ‬alle generazioni a venire‭” (‬Il capitale,‭ ‬III libro,‭ ‬cap.‭ ‬46‭)‬.‭
‬Il capitalismo mostra il suo volto criminale anche nel fatto che mentre servirebbero decine di miliardi per l’assetto idrogeologico in Sardegna e nel resto d‭'‬Italia,‭ ‬quasi cento miliardi all’anno vengono regalati alle banche come interessi sul debito pubblico e miliardi vengano investiti per opere come la Tav.‭ ‬Negli stessi giorni in cui si apre il processo per l’alluvione di Capoterra di‭ ‬5‭ ‬anni fa dove morirono‭ ‬4‭ ‬persone,‭ ‬a distanza di due anni dell’alluvione in Liguria in cui morirono‭ ‬11‭ ‬persona questa vicenda conferma che non è la fatalità,‭ ‬o l’imprevidenza della‭ “‬politica‭”‬,‭ ‬ma la logica stessa del sistema capitalista che crea periodicamente queste tragedie,‭ ‬col suo sfrenato consumo del territorio,‭ ‬spinto esclusivamente dalla logica del massimo profitto,‭ ‬anche contro le leggi che le istituzioni capitaliste a volte promulgano,‭ ‬poiché in un sistema mosso dal profitto,‭ ‬le leggi spesso sono solo un impaccio che impedisce la‭ “‬crescita‭”‬.‭

In Sardegna il settore delle costruzioni è da decenni un pilastro del capitalismo isolano‭ (‬il‭ ‬45%‭ ‬degli occupati dell’industria sarda sono nelle costruzioni,‭ ‬il,‭ ‬7,8%‭ ‬del totale‭)‬,‭ ‬basti pensare che in piena crisi,‭ ‬tra il‭ ‬2011‭ ‬e il‭ ‬2012‭ ‬il flusso di mutui per la investimenti residenziali era‭ ‬+151%,‭ ‬in netto contrasto col crollo generalizzato del resto d‭’ ‬Italia‭ ( ‬-20%‭) (‬Dati ANCE,‭ ‬Osservatorio congiunturale industria delle costruzioni,‭ ‬dicembre‭ ‬2012,‭ ‬pag.‭ ‬67‭)‬.‭ ‬A Olbia,‭ ‬la città più colpita in termini di morti,‭ ‬negli ultimi decenni,‭ ‬una sfrenata attività edilizia,‭ ‬spacciata come‭ “‬progresso e volano dell’occupazione‭” ‬ha compromesso l’equilibrio idrogeologico delicatissimo,‭ ‬a detta di architetti e geologi,‭ ‬di una zona che il cemento,‭ ‬i profitti e le consorterie elettorali hanno fatto diventare una trappola mortale.‭ ‬Ad Arzachena,‭ ‬che è in cima alle classifiche dei comuni con reddito pro capite una famiglia è morta‭ ‬perchè viveva in una cantina,‭ ‬che consiglieri regionali di centrodestra vogliono regolarizzare come abitazioni.
Ancora ad inizio di ottobre scorso l’Ordine dei geologi sardi avvertiva che l‭’ ‬81%‭ ‬dei comuni sardi è a rischio idrogeologico,‭ ‬questo anche in assenza della millantata‭ “‬piena millenaria‭” ‬del presidente della Giunta sarda Cappellacci.‭ ‬Solo‭ ‬3‭ ‬mesi fa,‭ ‬con la legge regionale‭ ‬2‭ ‬agosto‭ ‬2013,‭ ‬n.21‭ ‬la Regione Sardegna aveva revocato‭ ‬1,5‭ ‬milioni di euro‭ (‬cifra di per sé già ridicola‭!) ‬già destinati per la per il P.A.I.‭ (‬Piano assetto idrogeologico‭)‬,‭ ‬e oggi Cappellacci e i suoi sodali senza scomporsi minimamente piangono le vittime,‭ ‬e per di più confermano il nuovo piano paesaggistico avversato perfino dalla Direzione per i beni Culturali e il Paesaggio per la Sardegna.‭ ‬Questo piano suona come una beffa crudele per le‭ ‬18‭ ‬vittime e le migliaia di sfollati,‭ ‬dato che riporta in auge tutte la speculazione edilizia più dannosa e cinica con le sue norme.‭ ‬

La lotta per un territorio sicuro è indissolubile dalla lotta per la trasformazione socialista della società,‭ ‬solo un governo dei lavoratori,‭ ‬che abbia in mano i grandi capitali industriali e le grandi banche,‭ ‬che socializzi le imprese che licenziano può impedire da un lato i tagli alla sanità,‭ ‬all’istruzione e dall’altro investire per rendere‭ ‬più armonico il rapporto tra urbanizzazione e ambiente.


20 Novembre 2013


dal sito http://www.marxismo.net/


TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA A ROBERTO SARTI (FalceMartello)





TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA A ROBERTO SARTI (FalceMartello)



Dopo l'intervista ad  Antonello Badessi, esponente di SEL, riprendiamo l'approfondimento sulla drammatica situazione siriana ascoltando la voce di Roberto Sarti dirigente di FalceMartello, la storica tendenza marxista presente all'interno del Partito di Rifondazione Comunista
La sua chiave di lettura risulta interessante perché legata al recupero dell'internazionalismo classico, laddove nel dibattito a sinistra sulle "primavere arabe" e sul Medio oriente non è mancata sin qui una certa dose di improvvisazione.



1) FalceMartello, rispetto alla Siria, ha parlato d'una rivoluzione la cui direzione è col tempo passata a forze reazionarie. Quali ne sono state secondo te, però, le iniziali origini sociali?

 La descrizione è quella corretta. L'inizio della rivoluzione in Siria ha avuto dinamiche simili a quelle in Egitto e in Tunisia. Anche le cause scatenanti non sono affatto differenti. In Siria negli ultimi dieci-quindici anni vi è stato un aumento delle differenziazioni sociali, dovute a una serie di privatizzazioni e di tagli ai servizi sociali portate avanti dal governo di Assad. Dopo il crollo dello stalinismo, quest'ultimo ha progressivamente adottato una linea di transizione al capitalismo dal punto di vista economico. Alcuni esempi: nel 2007 il 70% dell'economia siriana era in mano a privati. La povertà è aumentata: nel 2005 5,3 milioni di persone (il 30% della popolazione) vivevano al di sotto della soglia di povertà.
Una pentola a pressione pronta ad esplodere, come è avvenuto nel marzo del 2011 sull'esempio delle rivoluzioni tunisina ed egiziana.

domenica 17 novembre 2013

SIRIA: UN PUNTO DI VISTA INTERNAZIONALISTA





SIRIA: UN PUNTO DI VISTA INTERNAZIONALISTA



Venerdì 8 novembre, presso la sede di via Efeso 2/a Roma, si è tenuta l'iniziativa Siria: la tragedia continua, organizzata dal Partito Comunista Internazionalista, importante espressione della corrente della sinistra comunista in Italia, che ha i suoi organi di stampa in Battaglia Comunista e nella rivista di approfondimento teorico Prometeo.
L'iniziativa si è incentrata su un'ampia relazione di Fabio Damen, cui sono seguiti interventi e domande.
Il punto di partenza del discorso di Damen è stata la constatazione del calo di attenzione nei confronti delle vicende siriane, una volta che il regime di Bashar al-Assad ha accettato lo smantellamento delle armi chimiche a sua disposizione, facendo rientrare il pericolo di un attacco franco-statunitense.
A questo proposito, si è specificato che si ritiene che il problema delle armi chimiche sia in realtà una mistificazione e per due precise ragioni. La prima è che non è chiaro chi le abbia usate: la scorsa primavera, Carla del Ponte, in qualità di membro della Commissione sulla violazione dei diritti umani in Siria, pur non fornendo certezze assolute al riguardo, sostenne che gli indizi a disposizione spingevano piuttosto a puntare l'indice contro alcune fazioni armate ribelli.
La seconda ragione, più importante della prima, riguarda il pulpito da cui viene la predica. Non dovrebbero poter usare questo argomento per giustificare minacce militari, quegli States che hanno impiegato il napalm e i defoglianti in Vietnam, o il fosforo bianco in Iraq.
Dunque, è certo che il tema sia stato agitato in maniera strumentale, ma per quali motivazioni reali?

lunedì 11 novembre 2013

CAMMINANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO di Miguel Martinez




CAMMINANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO
di Miguel Martinez



Quattro letture in pochi giorni, interessanti soprattutto perché somigliano a tante altre cose che altri avranno letto nello stesso periodo.

Uriel Fanelli, partendo dalla sua esperienza come informatico, ci parla di un meccanismo che tutti conosciamo: la stampante che costa poco, poi però ti salassano vendendoti le cartucce.
Soltanto che il fenomeno si sta estendendo a molti altri campi.

Uriel presenta vari esempi. E’ addirittura possibile che certe aziende costruiranno auto elettriche gratis, rifacendosi sulle batterie, la manutenzione e tutto il resto. Ciò richiede però investimenti iniziali giganteschi, che solo le banche statunitensi concedono – a ditte statunitensi.
Il risultato, secondo Uriel, sarà la distruzione di tutti quei sistemi industriali, a partire da quello europeo, cui simili finanziamenti saranno negati.
Non solo: l’elettronica è la componente decisiva di ogni innovazione dei nostri tempi, e l’elettronica fa sì che tutto ricada sotto il dominio cibernetico/militare statunitense:

Sarete felicissimi di avere il vostro cellulare gratis, e di avere anche l’abbonamento gratis. Meno felici sarete perche’ ad offrirvelo saranno Google e Facebook, che si rifinanzieranno vendendo i vostri dati ad NSA. E sarete ancora meno felici quando, siccome TUTTE le telco chiuderanno, rimarrete disoccupati. Sarete dei disoccupati col telefono gratis in tasca.”

sabato 9 novembre 2013

DAI TEMPLARI A MARIO DRAGHI di Eric Toussaint






DAI TEMPLARI A MARIO DRAGHI
di Eric Toussaint  *



Dal XII secolo agli inizi del XIV, l’Ordine dei Templari, presente in gran parte dell’Europa, si trasformò in banchiere dei potenti, contribuendo al finanziamento di varie crociate. Agli inizi del XIV secolo divenne il creditore principale del re di Francia, Filippo il Bello. Di fronte al peso del debito che gravava le sue risorse, Filippo il Bello si era sbarazzato dei suoi creditori e, al tempo stesso, del suo debito demonizzando l’Ordine dei Templari, accusandolo di svariati crimini.[1] L’Ordine fu sciolto, i capi giustiziati e i loro patrimoni confiscati. L’Ordine dei Templari mancava di uno Stato e di un territorio per tener testa al Re di Francia. Il suo esercito (15.000 uomini, 1.500 dei quali cavalieri), il suo patrimonio, e i suoi crediti sui dirigenti non lo hanno protetto dalla potenza di uno Stato deciso ad eliminare il suo principale creditore.

Nello stesso periodo (XI-XIV secolo), i banchieri veneziani finanziano anch’essi le crociate e prestano denaro ai potenti d’Europa, ma si muovono molto più abilmente dell’ordine dei Templari. A Venezia, prendono la direzione dello Stato dandogli la forma di Repubblica. Finanziano la trasformazione di Venezia in un vero e proprio impero comprendente Cipro, l’Eubea (Negroponte) e Creta. Adottano una strategia invincibile per arricchirsi stabilmente e garantire il rimborso dei loro crediti: decidono essi stessi di indebitare lo Stato veneziano con le banche in loro possesso. I termini dei contratti di prestito li stabiliscono loro, essendo proprietari di banche e dirigenti dello Stato a un tempo.

Mentre Filippo il Bello aveva interesse a sbarazzarsi fisicamente dei suoi creditori per liberarsi dal gravame del debito, lo Stato veneziano rimborsava il debito fino all’ultimo centesimo ai banchieri, che ebbero del resto l’idea di creare titoli del debito pubblico che potevano circolare da una banca all’altra. I mercati finanziari cominciarono a crearsi allora. [2] Questo tipo di prestito è il precursore della principale forma di indebitamento degli Stati così come lo conosciamo nel XXI secolo.

venerdì 8 novembre 2013

LA GENERAZIONE CHE NON C'E', MA CHE VUOLE ESSERCI di Alessandra Mangano




LA GENERAZIONE CHE NON C'E', MA CHE VUOLE ESSERCI
di Alessandra Mangano



Da mesi ormai, dovunque mi giri, vedo intere generazioni spazzate via. Una volta si diceva che il lavoro nobilita l’uomo. Poi si parlava della dignità del lavoro. E oggi, che lavorare è diventata una chimera, siamo tutti esseri umani cui è stata strappata quella dignità. Non importa che studi tu abbia fatto, né quante specializzazioni possiedi, non importa se sei bravo in quello che fai, né l’esperienza che hai, perché nessuno, in questo Paese, ti darà la possibilità di misurarti con te stesso e con le tue capacità, nessuno ti permetterà di vivere una vita normale. Perché è questo che ci è stato strappato: nulla di trascendentale, né più né meno che il diritto ad un’esistenza normale.
Questa aberrazione del lavoro che si trasforma da diritto in lusso che solo pochi possono permettersi, non è il risultato della crisi che ha avuto inizio nel 2008. Questo bisogna dirselo con franchezza. Questo scandalo inizia molto prima e porta la firma di governi sedicenti di centro-“sinistra”: inizia col pacchetto Treu che inaugura la stagione della “flessibilità”(così come Luigi Berlinguer inaugura la stagione della distruzione dell’Università). Ma cos’è la flessibilità? Perché ci sono due opinioni in merito: c’è quella di gente come D’Alema – solo per fare un esempio fra tanti – i cui figli, naturalmente, sono tutti sistemati e sereni, che ne tesse le lodi, dicendo che “l’epoca del lavoro fisso è finita” e che questa tipologia occupazionale è “l’unica via possibile per combattere la disoccupazione” (era il 1997). Oggi 2013, abbiamo il 40% della disoccupazione giovanile.

lunedì 4 novembre 2013

ANNULLARE IL DEBITO O TASSARE IL CAPITALE?



ANNULLARE IL DEBITO O TASSARE IL CAPITALE?
Perché non le due cose insieme?
di Thomas Coutrot, Patrick Saurin, Eric Toussaint


In occasione della pubblicazione di due libri importanti -  David Graeber, Dette, 5.000 ans d'histoire [“Debito: 5.000 anni di storia”] e Thomas Piketty, Le Capital au XXIe siècle [“Il Capitale nel XXI secolo”], Mediapart (http://mediapart/fr) ha avuto la felice idea di organizzare un incontro con i due rispettivi autori.
“Come uscire dal debito?”, questa domanda centrale posta come premessa a questo dibattito sta anche al centro delle riflessioni e delle nostre rispettive attività militanti. Per questo abbiamo auspicato di prolungare questi scambi costruttivi, proponendo il testo che segue, frutto di una riflessione collettiva che esplicita, commenta, interroga e critica i punti di vista e le argomentazioni avanzate dai due autori.




Annullare il debito o tassare il capitale?


Gli scambi tra T. Piketty e D. Graeber ruotano essenzialmente attorno al confronto dei vantaggi rispettivi dell'imposta sul capitale e del ripudio del debito pubblico. D. Graeber, basandosi su una bella erudizione storica ad antropologica, pone in rilievo come l'annullamento del debito, integrale o parziale, privato o pubblico, costituisca un elemento ricorrente delle lotte di classe da 5.000 anni a questa parte. Tenendo conto del fatto che il debito è un meccanismo centrale del predominio capitalistico oggi, non vede alcun motivo per cui debbano andare diversamente le cose in futuro.

venerdì 1 novembre 2013

PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE




PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE
di Stefano Macera





Si potrebbe pensare che il libro PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE  (ed. Paoline, 2013), uscito nell’ aprile scorso, sia ormai superato dagli eventi. In effetti, nel frattempo, lo scenario è mutato: in Egitto si è consumato un colpo di Stato e il mondo intero ha vissuto con preoccupazione la minaccia, poi rientrata, di un intervento militare franco-statunitense in Siria.
In verità, tali circostanze non rendono inattuale il volume, curato da Vittorio Ianari e inclusivo di un breve scritto di Andrea Riccardi, rispettivamente esponente e fondatore della Comunità di Sant’ Egidio. Perché l’ ottica qui adottata non è quella delle previsioni geopolitiche, fatalmente smentite anche a breve distanza – dalle scelte di quei potenti della terra che spesso sembrano procedere senza strategie di largo respiro. Bensì, quella della raccolta di testimonianze dai vari paesi interessati da quel sommovimento che convenzionalmente viene definito “Primavera Araba”.
A parlare sono personalità di diverso orientamento culturale e religioso: spesso si tratta di voci di assoluto rilievo i cui interventi vanno, quindi, letti con la massima attenzione.
Di certo, l’ importante realtà del mondo cattolico che ha curato il libro, ha saputo crearsi una significativa rete di rapporti nel mondo arabo perché si è mossa secondo una precisa filosofia, esplicitata da Ianari nell’ introduzione del volume. Laddove si precisa che: “l’ Islam nonè rappresentato solo dalla sua componente più refrattaria al dialogo e all’ incontro con il diverso da sé. Proprio le rivolte arabe hanno mostrato come nella umma islamica sussistano diverse anime, tra le quali quelle capaci di immaginare un futuro insieme non sono certo minoritarie”.
In tali osservazioni convergono gli studi di Vittorio Ianari, stimato islamologo, che invita ad evitare i luoghi comuni, e la tradizionale propensione al dialogo interreligioso propria di quella che i media chiamano “Onu di Trastevere”.
A questa stimolante introduzione seguono il contributo di Riccardi e le testimonianze: 19 in tutto, disposte in quattro capitoli (Cittadinanza e Statuto dell’ altro, Nazione e pluralità religiosa, Una nuova pagina nei rapporti tra mondo arabo e Occidente, Non c’è futuro senza pacificazione).
Non potendole esaminare tutte in questa sede, ci limitiamo a confrontarci con gli spunti di quelle che più ci hanno interessato.

giovedì 31 ottobre 2013

GIOVEDI' NERO, MARTEDI' NERO: MA LA FED CONTINUA A STAMPARE... di Mike Whitmey





GIOVEDI' NERO, MARTEDI' NERO: 
MA LA FED CONTINUA A STAMPARE...
di Mike  Whitmey



Gli storici spesso indicano il 29 ottobre 1929 , come inizio della Grande Depressione , ma in realtà non fu così. Il Martedì nero, come lo chiamiamo oggi , fu la semplice capitolazione - la fase di un crollo del mercato azionario che era iniziata più di un mese prima. Il prezzo delle azioni era rotolato rovinosamente fin dall'inizio di settembre, scendendo sempre più in basso, intervallato tra deboli e infrequenti rialzi . Ottobre arrivò insieme ad un presagio tangibile che raggiunse il suo apice il giorno 24, quando il mercato fu colpita dalle prime titaniche “ sell-off – vendi tutto” , fu il Giovedì nero .

Il panico in quel giorno segnò la fine dei Ruggenti Anni Venti e il debito sostenne una esuberanza che fece triplicare il valore del Dow in soli 5 anni, tanto da portare il mercato alla più lunga corsa del “toro”, un record assoluto. Il caos di giovedì fu l'inizio della fine, lo scoppio di una gigantesca bolla dei prezzi che poggiavano precariamente sulla cima di una economia stagnante e sovradimensionata. Claire Suddath ricorda gli eventi di quel giorno in un articolo apparso sulla rivista Time dal titolo "The Crash of 1929 " . Eccone un estratto :

martedì 29 ottobre 2013

GRECIA, LA SITUAZIONE E I COMPITI DELLA SINISTRA




GRECIA, LA SITUAZIONE E I COMPITI DELLA SINISTRA


Intervista ad Antonis Ntavanellos, dirigente di SYRIZA e di DEA (Sinistra operaia internazionalista)

Con il consueto ritardo, l’Istituto greco di statistica (ELSTAT) ha pubblicato agli inizi di settembre i dati della disoccupazione per il mese di giugno 2013. Il numero di disoccupati registrati sale a 1.403.698, ossia 174.709 in più rispetto al giugno dell’anno precedente. In rapporto alla popolazione attiva, il tasso è del 27,9%. Si colloca ufficialmente, per i giovani tra i 15 e i 24 anni, al 58,8% e, per quelli della fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, al 37,4%. Se i mezzi di comunicazione di massa pongono l’accento soprattutto su Alba dorata (vedi la dichiarazione della DEA del 30 settembre 2013) e sulle misure prese dal governo, la disoccupazione resta uno tra i principali fattori sociali e politici della situazione greca. Numerosissimi servizi indicano come decine di migliaia di lavoratori/lavoratrici non vengano remunerati/e da 3-6 mesi. L’esempio di disoccupati qualificati cui si offrono salari di 490 euro netti per un lavoro settimanale di 54 ore sono ricorrenti, come lo sono le notizie su disoccupati di lunga data la cui famiglia è costretta a vivere della pensione dei genitori, che non supera un massimo di 500 euro mensili. Un disoccupato quarantacinquenne con due figli piccoli descrive una situazione analoga e la riassume così: “500 euro per cinque persone, e solo per il pane devo spendere ogni giorno 1,82 euro”. Ricordiamo che il salario minimo è sceso da 780 euro a 586 nel febbraio 2012. In termini di reddito netto, la somma è di 480-490 euro mensili.
È stato presentato agli inizi di ottobre un piano di riorganizzazione delle pensioni. La pensione base dovrebbe arrivare a un massimo di 360 euro mensili. Andrebbe integrata con un’ “assicurazione sulla vita obbligatoria” (di fatto un secondo pilastro), cui è interessato il gruppo assicurativo tedesco Allianz. Per quanto riguarda la sanità, il presidente del Sistema sanitario nazionale (EOPYY), Dimitris Kontos, membro di Nuova democrazia, ha segnalato a fine settembre che oltre 3 milioni di cittadini sono privi di assicurazione. Ricerche più approfondite dimostrano come la cifra sia sottostimata, non comprendendo i piccoli commercianti che hanno dovuto chiudere le loro attività, o i lavoratori dell’edilizia che perdono la copertura sanitaria quando non versano più i contributi a causa della perdita del posto di lavoro. La cifra più vicina alla realtà, senza evidentemente calcolare i/le migranti, supera i 4 milioni. Il dato va confrontato con il numero ufficiale di assicurati: 6,171 milioni.
L’esproprio degli alloggi di chi non ha versato le tasse sugli immobili, che hanno conosciuto un’esplosione, e/o di chi ha altri debiti con lo Stato è un argomento attualmente in discussione al parlamento greco. Il rapporto tra l’ammontare del debito e il valore dell’immobile suscita numerosi interrogativi rispetto o al trasferimento allo Stato del bene immobile per cancellare il debito, o al trasferimento a una parte terza che si accolla il debito residuo da saldare, a seconda del valore assegnato alla proprietà. Sta tra l’altro montando una vera e propria rabbia fra i numerosissimi proprietari d’alloggio, una quota rilevante dei quali non riesce a pagare le spese di riscaldamento, tanto più che una nuova imposta colpisce il gasolio per uso domestico. Un’indagine recente segnala che il 44% delle famiglie greche non riusciranno a riscaldare le proprie abitazioni quest’inverno. E tale percentuale è stata stabilita senza tener conto del successivo aumento dell’imposta. Non è difficile immaginare le conseguenze del freddo sulla salute di bambini piccoli e persone anziane. Uno degli argomenti cari a Samaras nel 2012 si riduceva a questa formula, tradizionalmente ricorrente: “Se arrivano al potere i comunisti, si prenderanno le vostre case…”
Su questo sottofondo sociale, qui presentato a grandi linee, va inquadrato il dialogo politico di Angela Klein (dirigente della rivista SoZ tedesca) con Antonis Ntavanellos, dirigente di SYRIZA e di DEA, che riportiamo di seguito.

sabato 26 ottobre 2013

TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA AD ANTONELLO BADESSI





 TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA AD ANTONELLO BADESSI


La conversazione con Antonello Badessi (esponente romano di Sel) che qui proponiamo, è la prima di un breve ciclo dedicato alle odierne, drammatiche vicende siriane. Il nostro intento è quello di far confrontare più punti di vista sul tema, nella consapevolezza che nessuno di essi potrà da solo sciogliere tutti i nodi della più intricata tra le grandi partite della politica internazionale. Naturalmente, queste premesse non rinviamo ad un relativismo assoluto. Intanto perché una volta sentite le diverse voci, ci prenderemo cura di mettere nero su bianco accordi e disaccordi con i nostri interlocutori. In secondo luogo, perché -a monte- abbiamo scelto di non prendere in considerazione quelle posizioni che risolvono la più che sacrosanta opposizione alle manovre degli imperialisti occidentali in un ritorno alla logica "campista". A quei discorsi, cioè, per cui bisogna vincolarsi agli input e alle linee di politica estera di blocchi geopolitici considerati alternativi a quello dominante. Di questo impianto, per fortuna non si trova traccia nelle risposte di Badessi che sembrano piuttosto rinviare alla ricerca di una "terza via" rispetto alle posizioni che hanno sin qui dominato il dibattito a sinistra sulla Siria.

venerdì 25 ottobre 2013

BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA di Antonio Moscato



BERGOGLIO E L’AMERICA LATINA
di Antonio Moscato 



Il primo compito del papa argentino è stato indubbiamente quello di mutare la percezione della Chiesa, affermandosi come protagonista di una svolta necessaria grazie a gesti che hanno colpito l’immaginazione popolare, a partire dal rifiuto di gran parte dei simboli del potere monarchico e dalla scelta un nome mai utilizzato dai predecessori. Il risultato ottenuto gli ha permesso di affrontare subito da posizioni più forti e con mezzi straordinari – compresa l’insolita scelta di un’affascinante e loquace trentenne italo marocchina, Francesca Immacolata Chaouquie, come membro della Commissione referente sui dicasteri economici della Santa Sede – il compito immane del risanamento della curia, e dei poco trasparenti organi finanziari. Ma non c’è dubbio che, in coerenza con la sua indelebile formazione nella Compagnia di Gesù, Jorge Mario Bergoglio si proponga anche la riconquista di settori del mondo in cui la Chiesa cattolica è arretrata, come l’Europa e l’America Latina, e un’offensiva missionaria per la penetrazione in continenti come l’Africa in cui è in gravi difficoltà di fronte all’espansione dei vari Islam, e come l’Asia in cui – se si escludono le Filippine – è assolutamente minoritaria.

C’è chi ha ricordato Matteo Ricci, anche lui gesuita, per ipotizzare che Bergoglio consideri prioritaria un’offensiva diplomatica verso la Cina, anche al prezzo di sacrificare Taipei, e chi invece ha previsto una particolare attenzione al conflitto palestinese, ma non ho dubbi che il suo primo e principale obiettivo sarà la sua Argentina, ed alcuni paesi chiave a cui questa è strettamente legata.

martedì 22 ottobre 2013

CGIL-CISL-UIL: 4 ORE DI SCIOPERO di Sergio Bellavita




CGIL-CISL-UIL: 4 ORE DI SCIOPERO
di Sergio Bellavita 
(Rete 28 Aprile-Opposizione Cgil)




I vertici di Cgil Cisl Uil hanno deciso i termini della mobilitazione sulla legge di stabilità del Governo Letta.
Sciopero di 4 ore a disposizione di iniziative territoriali più una serie di incontri con i gruppi parlamentari. Tutto bene quindi? Finalmente si è rotto il tappo della complicità con le politiche di massacro sociale dei governi dell'austerità? No, purtroppo.

Non è solo per l'estremo ritardo con cui si costruisce la mobilitazione o l'inadeguatezza delle 4 ore rispetto alla pesantezza della manovra economica. Le richieste di Cgil Cisl Uil di modifica alla legge di stabilità non mettono in discussione le compatibilità determinate dal rispetto del fiscal compact e dal rientro del debito imposto dall'Unione Europea. Senza la rottura di quelle compatibilità e di quei limiti nessuna politica di segno diverso può essere messa in campo. E questo è noto a tutte le organizzazioni sindacali. La stessa richiesta di riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori, in assenza di una contemporanea massiccia ripresa dell'intervento pubblico in economia e nel sociale, si risolverebbe con la progressiva liquidazione dello stato sociale. Forse non è un caso che Cgil Cisl Uil, attraverso la bilateralità, tentino di costruire il cosidetto welfare contrattuale a livello aziendale: sanità, malattia, previdenza, ammortizzatori sociali ecc ecc.

Per queste ragioni lo sciopero generale di novembre pare rappresentare più una forma di pressione per emendare la legge di stabilità che l'avvio di una vertenza del mondo del lavoro che davvero parli alla condizione delle classi popolari.

Ora più che mai, per la durezza dello scontro, è necessario invece ricostruire senso ed efficacia delle lotte. Non è più accettabile, come accaduto sulla cancellazione delle pensioni, che si organizzino mobilitazioni come puro atto testimoniale, come espressione di un dissenso che non mette in discussione il Governo, i suoi equilibri o peggio come forma di accompagnamento critico alle politiche del governo.

Le manifestazioni del 18 e del 19 ottobre sono state molto più di un disgelo, hanno dimostrato che esiste una vastissima disponibilità al conflitto, alla mobilitazione. Scioperare si può e si deve. La Cgil rompa davvero con ogni ambiguità, complicità e timore che negli ultimi anni hanno impedito una reale difesa del mondo del lavoro dagli attacchi dei governi e del padronato. Questo è un presupposto indispensabile per dare concretezza,efficacia e credibilità ai sacrifici che chiediamo ai lavoratori ed alle lavoratrici.



dal sito Sinistra Anticapitalista


domenica 20 ottobre 2013

LA SIRIA TRA RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONI




LA SIRIA TRA RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE


Gilbert Achcar, autore del nuovo libro "The People Want", è stato intervistato da Terry Conway per la rivista britannica “Socialist Resistance”.

Intervista tratta dal sito Socialist Resistance

 Qui  la versione originale in inglese.



Terry Conway: Potrebbe darci una valutazione sull’attuale stato delle insurrezioni arabe in generale prima di concentrarci specificamente sulla Siria?

Gilbert Achcar: Ciò che sta accadendo ora è la conferma di quello si poteva dire fin dall’inizio, ovvero che quanto è cominciato nel dicembre del 2010 in Tunisia. non era una ‘Primavera’ come è stata definita dai media, un breve periodo di cambiamento politico durante il quale vengono destituiti questo o quell’altro despota, aprendo la strada a una bella democrazia parlamentare, e basta. Le insurrezioni sono state descritte come una ‘rivoluzione di Facebook’, un’altra delle cosiddette ‘rivoluzioni colorate’. Io, da parte mia, ho insistito dall’inizio che questa era una rappresentazione errata della realtà e che quello che aveva iniziato a realizzarsi nel 2011, era un processo rivoluzionario di lungo periodo che si sarebbe sviluppato lungo molti, molti anni, se non decenni, specialmente se teniamo conto della sua estensione geografica.

lunedì 14 ottobre 2013

CATTIVE ABITUDINI di Sergio Cararo



CATTIVE ABITUDINI
di Sergio Cararo

Balza agli occhi la divaricazione tra le contraddizioni che presenta la fase storica e politica che stiamo attraversando, con la capacità soggettiva di volgerle a favore delle classi subalterne e dei loro interessi.
Sullo sfondo di una crisi che mette in discussione i rapporti di forza internazionali consolidatisi dal dopoguerra a oggi (vedi l’empasse dell’egemonia statunitense) la situazione nel nostro paese – la “anomalia italiana” – sembra ripresentarsi in tutta la sua pesantezza. La recessione sul piano economico-sociale e le difficoltà di avviare un governance adeguata agli standard gerarchici imposti dall’Unione Europea, continuano ad avvitarsi di passaggio in passaggio. A poco sembrano essere serviti i colpi istituzionali inferti dal Quirinale e dalle lettere-diktat della Bce.
Ma tutto questo non sembra ancora fornire materia sufficiente per una rivoluzione culturale nella sinistra italiana. Non possiamo nasconderci però che anche negli ambiti della sinistra antagonista si stenta non poco nel cercare di mettere al passo esperienze soggettive, anche importanti, con una sintesi più avanzata e ipotesi ricompositive.

Emblematica di questa situazione è la genesi e la proposta della manifestazione del 12 ottobre a difesa della Costituzione. Nata dall’appello di alcune personalità (Rodotà, Landini etc.) questa iniziativa si trascina dentro tutte le cattive abitudini che hanno portato la sinistra alla crisi e alla distruzione del “tesoretto” ereditato dallo scioglimento del PCI.

sabato 12 ottobre 2013

UNA GUERRA DI CLASSE CON FORME DI VIOLENZA MULTIFORME, VISIBILI ED INVISIBILI





UNA GUERRA DI CLASSE CON FORME DI VIOLENZA MULTIFORME, VISIBILI ED INVISIBILI


Intervista a Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, sociologi, autori del libro " La violence des riches


Gli autori hanno fatto della grande borghesia il centro d'interesse dei loro studi. Con questo nuovo libro s'impegnano a mostrare la violenza quotidiana della dominazione borghese. Questa violenza, spesso accompagnata da sorrisi e cortesia, punta a fare sì che i dominati rimangano "al loro posto", nell'impresa, per strada o a scuola. Il libro descrive i numerosi strumenti destinati a persuadere "quelli in basso" che «quelli in alto» meritano di stare dove si trovano perché sono i più intelligenti, i più colti, perfino i più belli. Mostra le connivenze e i punti d'intesa fondamentali tra la destra e i dirigenti di un Partito Socialista conquistato al liberismo.


Intervista realizzata da Henri Wilno


Henri Wilno - Perché il titolo la Violenza dei ricchi? Quali sono i suoi diversi aspetti?

Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot: Abbiamo voluto sintetizzare le diverse forme di violenze esercitate dalle famiglie più ricche del nostro paese. La violenza, non sono soltanto le aggressioni fisiche, ma anche l'insieme dei mezzi usati per mantenere gli uni nel bisogno e nell'incertezza, gli altri nella ricchezza. Prima la violenza economica con la condanna alla disoccupazione di milioni di persone per motivi di speculazione finanziaria. Poi, la violenza politica, ideologica, che manipola il pensiero.
Viene accompagnata dall'uso di un politichese particolarmente perverso che travisa la realtà: si può parlare d'imbroglio linguistico quando si dice ad esempio "partners sociali". Si sparano senza tregua cifre per giustificare delle politiche, senza che i Francesi abbiano gli strumenti per giudicare della loro pertinenza. C'è la violenza dello spazio: le classi popolari e le classi medie inferiori sono confinate alla periferia delle città.
Non siamo più nella lotta di classe in piena luce come prima; siamo passati a una guerra di classe con forme di violenza multiformi, visibili ed invisibili. I salariati ordinari sono rappresentati come un peso per il loro datore di lavoro, beneficiari di vantaggi nocivi alla competitività. Quanto ai disoccupati, sono parassiti, pigri, imbroglioni. L'immigrato viene promosso a capro espiatorio. Ciò provoca una forma di paralisi delle classi popolari, una perdita dei riferimenti, persino un'incapacità di pensare il cambiamento.

martedì 8 ottobre 2013

GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE di Douglas McNeil





GIAPPONE, LE LOTTE DEL POST-TSUNAMI E LA NUOVA GENERAZIONE MILITANTE
di Douglas McNeil 


La catastrofe ha dato vita a movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Il terremoto ha messo in evidenza problemi sociali profondi, come le insufficienze del welfare e il diritto alla casa. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.





Con circa 19.000 morti o dispersi, 150.000 abitanti della regione di Fukushima costretti alla fuga (la maggior parte dei quali non ha mai più potuto far ritorno alle proprie case) e la stima dei danni ambientali e sociali appena agli esordi, il sisma e lo tsunami del 2011 hanno causato dei disastri indicibili in Giappone. Le strutture della centrale nucleare Fukushima Daiichi sono state danneggiate in seguito al terremoto e le radiazioni hanno aggravato ulteriormente una situazione già disperata. Il futuro non è roseo: un rapporto evidenzia che “i livelli di cesio radioattivo nelle foglie di tabacco secche raccolte nella prefettura di Fukushima eccedono i limiti imposti dalle norme della Japan Tobacco Inc.”; livelli di cesio oltre i limiti sono stati riscontrati nella carne di manzo di Miyagi, mentre anomalie osservabili su farfalle raccolte nei dintorni di Fukushima suggeriscono che l’irradiazione sia all’origine di mutazioni. Lo stress e l’agitazione provocati dalle scosse di assestamento nel corso della prima metà del 2011, l’incertezza costante circa la sicurezza alimentare, le radiazioni e il trasferimento della popolazione evidenziano problemi manifesti della società giapponese.

Se il sisma e lo Tsunami sono catastrofi naturali, non c’è nulla di naturale nel loro impatto sociale. Le reazioni disordinate, caotiche e talvolta insensibili tanto del governo giapponese quanto della Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha dimostrato alla popolazione quali fossero le loro priorità e i loro princìpi. La catastrofe ha provocato una crisi nella classe dirigente giapponese e ha suscitato movimenti di protesta di un’intensità tale che il Giappone non conosceva da decenni. Le conseguenze della catastrofe nucleare hanno scosso una società già messa a dura prova da due decenni di stagnazione economica. La penuria di abitazioni causata dall’evacuazione della popolazione ha aggravato la crisi degli alloggi, cronica e occultata. Il movimento contro il nucleare assume così un significato che va oltre i suoi obiettivi immediati: è diventato un catalizzatore del malcontento riguardo una serie di questioni sociali e sarebbe in grado di sviluppare una energia anticapitalista ben più ampia. Questo movimento si trova ad affrontare problemi enormi, di organizzazione, prospettiva, analisi e direzione, ma rappresenta un’opportunità che il movimento operaio e la sinistra non hanno più avuto sin dagli anni Sessanta. Questa lotta gode di scarso interesse mediatico e merita un approfondimento.

Questo articolo descrive sia l’impatto politico del sisma e della catastrofe nucleare che il movimento di protesta che ne è stato il prodotto, e analizza le prospettive e alcune sfide che il movimento contro il nucleare in Giappone dovrà affrontare. Per quanto possibile abbiamo attinto alle fonti giapponesi per amplificare alcune voci del movimento e condividere l’interesse contagioso per questa campagna.

venerdì 4 ottobre 2013

BERLUSCONISMO ALLE CORDE, MA NON È FINITA di Luigi Vinci





L’ENNESIMO ZIGZAG DEL CAVALIERE E LA FIDUCIA PARLAMENTARE OTTENUTA DAL GOVERNO LETTA

BERLUSCONISMO ALLE CORDE
MA NON È FINITA

Il pericolo di un collasso istituzionale, con tutto quel che ciò comporterebbe sul piano economico-sociale,è ancora lontano dall’essere venuto meno



di Luigi Vinci


È prematuro, il giorno stesso in cui il governo Letta ottiene la fiducia parlamentare,tentare di delineare con una certa precisione l’evoluzione probabile della situazione italiana.
Qualche dato generale è tuttavia passibile di commento e di valutazione. Berlusconi e maggioranza del Pdl escono sconfitti
nel tentativo di far saltare il governo,ma non definitivamente messi fuori gioco, anche grazie all’invenzione in zona Cesarini del voto di fiducia al governo, capovolgendo la posizione negativa della vigilia.
Si è trattato dell’ennesimo zigzag di Berlusconi dopo la condanna definitiva in tema di “lodo Mondadori”,di conseguenza inattesa che si precisino termini e tempi dell’esclusione dal ruolo parlamentare, a opera o della commissione senatoriale che si occupa delle autorizzazioni a procedere o della definizione del periodo di interdizione dai pubblici uffici da parte del tribunale di Milano: e il fatto stesso degli zig zag richiede un commento.
Berlusconi è alle corde, può tentare di prendere tempo, e lo sta appunto facendo zigzagando,ma appare ormai molto improbabile che possa sfuggire all’esecuzione della condanna e all’esclusione dal ruolo parlamentare.
Quest’ultima inoltre apre la strada alla possibilità di mandati d’arresto, in presenza di procedimenti giudiziari che rischiano (come ha mostrato il processo Ruby) attività di inquinamento delle prove, come la corruzione di testimoni, da parte di Berlusconi. E se è evidente che l’ultimissimo degli zigzag è stato indubbiamente intelligente, non può essere ignorato che esso è avvenuto come tentativo di tamponare una frattura potenzialmente devastante del Pdl, e ancor meno può essere ignorato che, dalla condanna definitiva in fatto di lodo Mondadori in avanti,Berlusconi è apparso privo di lucidità.

lunedì 30 settembre 2013

IL NEMICO DEL MIO NEMICO NON E' NECESSARIAMENTE MIO AMICO di Guillermo Almeyra




IL NEMICO DEL MIO NEMICO NON E' NECESSARIAMENTE MIO AMICO
di Guillermo Almeyra



La vecchia idea che il nemico del mio nemico è mio alleato se non addirittura mio amico ha una vita altrettanto lunga di quella, altrettanto nefasta, che in nome della lotta contro il “nemico principale” sostiene che bisognerebbe tollerare i peggiori crimini dell’alleato o del “nemico secondario”. Quelli che pensano in termini di nazioni senza tener conto dei diversi settori in lotta tra loro che le compongono, e ancor meno dei lavoratori che all’interno di esse sono vittime dei “loro” governanti, non possono capire che è essenziale distinguere e separare “gli statunitensi”, ecc., contrapponendo gli sfruttati agli sfruttatori, e togliendo agli agenti del grande capitale tutti i pretesti possibili per portare avanti la loro politica bellicista. Di conseguenza, sostenendo la tesi aberrante che Bashar al Assad rappresenta il popolo siriano e nascondendo la sua dittatura, quelli che pensano solo in bianco e nero e vedono solo due campi, disarmano l’’opposizione interna a Obama e gli permettono di parlare in nome della “democrazia”. Non ci sono solo due opzioni, l’imperialismo, in tutte le sue varianti, e la “nazione aggredita”, presumibilmente rappresentata dal suo governo, anche se questo è criminale: c’è, al contrario, una terza opzione antimperialista e al tempo stesso antidittatoriale e socialista.

venerdì 27 settembre 2013

SESSO, POLITICA E AFFARI di Nicola Tranfaglia




SESSO, POLITICA E AFFARI
di Nicola Tranfaglia



Non fanno ormai più molta notizia le rivelazioni giudiziarie su quel che ha fatto l'ex presidente del Consiglio Berlusconi negli anni del suo maggior potere in Italia che si collocano, a mio avviso, nel 2009-2010 quando i canali televisivi fremevano per le sue apparizioni, la Protezione civile era nelle mani salde del fido Bertolaso e anche le holding pubbliche, come ad esempio Finmeccanica, presieduta da Guarguaglini. Dovevano tener conto di un dominio che durava da quasi un decennio e non sembrava tramontare. Ricordo in quegli anni che anche molti editori di insospettabile fede democratica tremavano di fronte all'uomo di Arcore anche a causa dei fidi bancari di cui non potevano fare a meno per andare avanti. Ora in questi ultimi stiamo vedendo i frutti del ventennio populista e viviamo in città piccole o grandi che sono piene zeppe di supermercati, povere di librerie e caratterizzate da fondazioni culturali che ricevono soltanto pochissimi contributi da enti locali e regionali ridotti a bilanci che definire magri sarebbe ancora troppo.
Ma allora in quegli anni 2008, 2009, 2010 tanti politici e imprenditori non riuscivano a prevedere che il durare del populismo berlusconiano avrebbe portato l'Italia alle condizioni che oggi si vedono nelle strade di grandi città del nord come Milano o Torino percorse da troppi mendicanti e percorsi da veri e propri cortei di giovani disoccupati e di vecchi senza i mezzi per arrivare alla fine del mese. Per carità, i mali del paese Italia - come lo chiamava lo storico Ruggiero Romano - sono antichi, basta pensare all'insoluta questione meridionale o alla povertà angosciante delle nostre classi politiche per esserne convinti e non da oggi.

sabato 21 settembre 2013

MEDIO ORIENTE, SIRIA. Intervista a Noam Chomsky




MEDIO ORIENTE, SIRIA. 
Intervista a Noam Chomsky
gli 11 settembre pesano nella politica estera USA


 ... la mia idea è che dovremmo concentrarci sul primo 11 settembre, quello in Cile, che fu un attacco molto peggiore, in molte dimensioni.




Pubblichiamo questa intervista, raccolta da Democracy now! a N.Chomsky, sul Medio Oriente e la situazione in Siria in rapporto alla politica estera degli USA, che apre uno squarcio inedito sul portato degli 11 settembre sulle scelte messe in atto dall'amministrazione americana.

AMY GOODMAN: Il nostro ospite per quest’ora è il professor Noam Chomsky. Nel 2007, Noam, Democracy Now! ha intervistato il generale Wesley Clark, il generale pensionato a quattro stelle che era il comandante supremo della NATO durante la guerra del Kosovo. Il generale Clark ha descritto come un ufficiale non nominato del Pentagono, appena dopo gli attacchi dell’11 settembre, aveva parlato di un documento che affermava che gli Stati Uniti avevano programmato di far fuori sette paesi in cinque anni, Siria compresa.

GENERALE WESLEY CLARK: Circa dieci giorni dopo l’11 settembre ho visitato il Pentagono e ho incontrato il Segretario Rumsfeld e il Vicesegretario Wolfowitz. Sono sceso al primo piano giusto per salutare alcuni dei membri del personale congiunto che aveva lavorato per me e uno dei generali mi ha chiamato nel suo ufficio. Ha detto: “Signore, deve entrare a parlare con me un secondo”. Io ho detto: “Beh, lei è troppo occupato”. Ha detto: “No, no”. Dice: “Abbiamo preso la decisione di entrare in guerra con l’Iraq”. Era il 20 settembre o giù di lì. Ho detto: “Entriamo in guerra con l’Iraq? Perché?”. Lui ha detto: “Non lo so”. Ha detto: “Immagino non sappiano cos’altro fare.” Così io ho detto: “Beh, hanno scoperto informazioni che collegano Saddam ad al-Qaeda?” Lui ha detto: “No, no”. Dice: “Non c’è nulla di nuovo al riguardo. Hanno semplicemente deciso di dichiarare guerra all’Iraq.” Ha detto: “Immagino sia, tipo, che non sappiamo cosa fare a proposito dei terroristi, ma abbiamo un buon esercito e siamo in grado di abbattere governi.” E ha detto: “Immagino che quando l’unico attrezzo che hai è un martello, ogni problema deve sembrare un chiodo”.
Così sono trovato alcune settimane dopo e all’epoca stavamo bombardando in Afghanistan. Ho detto: “Stiamo ancora per entrare in guerra con l’Iraq?”. E lui ha detto: “Oh, è anche peggio”. Ha detto … si è chinato in avanti sulla scrivania. Ha raccolto un pezzo di carta e ha detto: “Ho appena ricevuto questo da sopra”, intendendo dall’ufficio del segretario alla difesa, “oggi”. E ha detto: “E’ un documento che descrive come faremo fuori sette paesi in cinque anni, cominciando con l’Iraq, e poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, per finire, Iran.” Ho detto: “E’ segreto?” Ha detto: “Sì, signore.” Ho detto: “Beh, non me lo mostri.” E l’ho rivisto un anno fa, o giù di lì, e ho detto: “Si ricorda?” Ha detto: “Signore, io non le ho mostrato quel documento, non gliel’ho mostrato!”

venerdì 20 settembre 2013

IL DIRITTO DI FARE JOGGING




IL DIRITTO DI FARE JOGGING
di Laglasnost 



Faccio sport praticamente da sempre. Da piccola le arrampicate sulla casa in costruzione, ‘u cchiappareddu, la palla matta, e poi ginnastica, la corsa, la bicicletta, il nuoto, la danza. Ricordo le volte che sfidavo la sorte perché da femmine fare un percorso in bicicletta, pare fosse sconsigliato. Eppure io volavo e non c’era nessuno che potesse fermarmi. Arrivavo in bici al bosco e poi facevo chilometri di corsa, non sempre in compagnia. Ci fu la volta che sbagliai la scelta della scarpa e andarono in frantumi i capillari delle caviglie. Danni collaterali. Chi fa sport sa di cosa parlo. Poi c’erano le avventurose passeggiate in spiaggia, per chilometri, perché tra rocce e insenature, riuscivi a superare paesi e paesini a partire dal mare e questo dava una sensazione di grande libertà. E poi la corsa, cadenzata, per arrivare in fondo, cercando la battigia che risulta meno problematica da attraversare, ché quella inclinata che scivola verso il mare è veramente pessima. Ho sempre familiarizzato con posti sconosciuti, scoperto angoli di mondo che sicuramente non erano nuovi per nessuno, ma l’esperienza di “scoprire”, respirare aria buona, osservare la natura, non dovrebbe essere qualcosa di precluso alle persone, perché lo è, precluso, quanto meno per le donne.

Le mie uscite erano sempre accompagnate da tante raccomandazioni. I miei vicini dicevano, ovviamente, che ero matta. Invece che cucirmi il corredo partivo, bevanda e nutrimento, libro in borsa, e bici per andare chissà dove. Donna perduta che pretendeva di fare quello che faceva suo fratello.

giovedì 19 settembre 2013

NON CI SONO SOLO LE LARGHE INTESE di Antonio Moscato




NON CI SONO SOLO LE LARGHE INTESE 
di Antonio Moscato


A volte si da la colpa alle “larghe intese” di tutto quel che fa di male il governo Letta, e cioè si attribuisce ogni colpa come al solito a Berlusconi. Il quale, naturalmente, anche se ha un po’ di guai, si può consolare pensando che il governo Letta realizza integralmente il suo programma come a lui non sarebbe riuscito se avesse governato da solo, e gli lascia per giunta la possibilità di fare un po’ di fronda per tenere in forma i muscoli in vista di elezioni comunque non lontane (l’anno prossimo, anche senza crisi del governo, ci sono comunque le europee, qualcosa di più di un semplice test di mezzo termine). Così ha fatto agitazione sull’IMU e l’ha spuntata, mentre nessuno si è preoccupato delle centinaia di migliaia di “esuberi”… Se finora ha mantenuto la fiducia al governo non è certo per generosità o senso civico (che non ha), ma perché un governo così non lo potrebbe riavere facilmente. Quando ricatta, lo fa per poter cantare vittoria, dopo aver costretto il partito concorrente (avversario non si potrebbe proprio dire) a screditarsi difendendo goffamente questa o quella tassa, e apparendo inoltre un governo dei rinvii o delle “lunghe attese”.

lunedì 16 settembre 2013

RAZZISTI PER TRADIZIONE di Maaza Mengiste




RAZZISTI PER TRADIZIONE 
GLI INSULTI CONTRO CÉCILE KYENGE DERIVANO ANCHE DALL'INCAPACITÀ ITALIANA DI FARE I CONTI CON IL PASSATO COLONIALE

di Maaza Mengiste 




Il 4 settembre, di fronte alla sede del X municipio di Roma, dove era attesa la visita di Cécile Kyenge, prima donna nera alla guida di un ministero italiano, sono stati trovati tre manichini coperti di sangue finto. Accanto c'erano dei volantini su cui si leggeva: "L'immigrazione è il genocidio dei popoli. Kyenge dimettiti". È l'ultimo di una serie sconvolgente di attacchi e minacce contro la ministra. Un ex ministro ha detto che somigliava a un orango e un vicesindaco l'ha paragonata a una prostituta. Infine, qualcuno le ha lanciato delle banane durante un discorso. La sua nomina a ministra dell'integrazione non ha solo scoperchiato i problemi dell'Italia con la tolleranza razziale, ma ha anche smentito il luogo comune degli "italiani brava gente". È questo luogo comune che mi ha spinto a scegliere l'Italia come argomento del mio nuovo libro. Un'idea che contraddice le esperienze di mio nonno, e della sua generazione, che combatté contro l'invasione fascista dell'Etiopia e subì cinque anni di occupazione italiana. Il partito fascista e Benito Mussolini governarono a Roma dal 1922 al 1943, e durante quel periodo l'Italia ampliò il suo impero oltre la Libia, l'Eritrea e la Somalia. Nel 1935 invase l'Etiopia con una miscela devastante di guerra aerea e attacchi terrestri. Gli etiopici dovettero subire il gas mostarda, i campi di concentramento e i massacri, tattiche che l'Italia mise a punto in Libia, dove si svolse per trent'anni una lotta brutale che gli italiani definirono "campagna di pacificazione".
I resoconti della guerra in Etiopia erano censurati e si parlava invece della missione civilizzatrice portata avanti dall'Italia. Inoltre, si sottoponeva la lingua ad accurate manipolazioni per convincere gli italiani non solo che avevano diritto di prendersi la terra di un altro popolo, ma anche che si trattava di un gesto di benevolenza. La cosa che più colpisce è che la vicenda coloniale italiana è quasi assente dai libri di storia e dal dibattito nazionale. Solo nel 1996, sessant’anni dopo, il ministero della difesa ha ammesso l'uso del gas mostarda nella campagna d'Etiopia. La Germania ha avuto i processi di Norimberga, il Sudafrica la sua Commissione per la verità e la riconciliazione. Nell' Italia del dopoguerra è mancato un dibattito simile che avviasse il paese sul difficile cammino verso la pacificazione.

TRASFORMAZIONE

Questi momenti di presa di coscienza ci hanno dimostrato che affrontare gli eventi dolorosi del passato cementa la memoria collettiva e contribuisce a creare un vocabolario del pentimento. Riavvicina quanti ebbero il potere di ferire e quanti hanno il potere di perdonare. Il compito dell'Italia dal 1861, l'anno dell'unificazione, è stato quello di accomunare gruppi di persone molto diverse e spesso in conflitto fra loro. Si attribuisce a Massimo d'Azeglio la frase: "Abbiamo fatto l'Italia. Ora dobbiamo fare gli italiani". L'identità collettiva dell'Italia, ammesso che esista, è stata costruita con cura. Un'identità che ha avuto tra le sue componenti la pelle bianca. E che oggi si sente messa in discussione dalla presenza della ministra Kyenge. Ma l'Italia, volente o nolente, sta subendo una trasformazione. Gli immigrati di prima o di seconda generazione, e altri italiani, stanno tentando di modificare le leggi discriminatorie, combattono per una maggiore consapevolezza del passato e delle potenzialità per il futuro. Ricordo una cena a Roma con amici e colleghi. Da un altro tavolo è stato fatto un commento ad alta voce sul colore della mia pelle, il cibo, e certe volgari allusioni sessuali. Gli amici che mi stavano accanto sono rimasti esterrefatti. Poco dopo un signore anziano mi ha fatto l'occhiolino, e quando ho protestato ha allargato le braccia e si è messo a ridere. Se non avessimo sentito tutti quel che aveva appena detto, sarebbe sembrato un tipo allegro che era stato frainteso e ingiustamente accusato. Un esemplare degli "italiani brava gente".
Invece gli insulti a Cécile Kyenge sono stati molto più virulenti, non c'era la decantata giovialità degli italiani. Un mito che resiste solo perché non ci sono sanzioni severe contro i politici e i gruppi responsabili di certe violenze verbali. Occorre fare i conti con il proprio passato, coinvolgendo tutti gli italiani. Ho chiesto a una mia amica italiana di origini somale cosa ne pensasse degli insulti a Kyenge. "Questo è il mio paese", mi ha risposto. "Stiamo lavorando per migliorarlo. Oggi più che mai, l'Italia ha bisogno di persone come me".


16 Settembre 2013

The Guardian, Regno Unito
Dalla rubrica "Come ci vedono gli altri"


Maaza Mengiste è una scrittrice etiopica-americana che vive negli Stati Uniti.

dal sito Il pane e le rose




mercoledì 11 settembre 2013

LA TRAGICA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIENZA DI UNIDAD POPULAR IN CILE di Diego Giachetti




LA TRAGICA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIENZA DI UNIDAD POPULAR IN CILE
di Diego Giachetti



Porque esta vez no se trata
de cambiar un Presidente
sera el pueblo quien construya
un Chile bien diferente!…

Echaremos fuera al yanki
y su lenguaje siniestro
con la Unidad Popular
ahora somos Gobierno

Inti-Illimani
Cancion del poder popular



La mattina dell’ 11 settembre 1973 reparti della marina cilena si sollevano a Valparaiso e occupano la città. Contemporaneamente nella capitale soldati e mezzi militari circondano il palazzo presidenziale della Moneda chiedendo le immediate dimissioni del Presidente Salvador Allende. La richiesta è firmata dal generale Pinochet, comandante in capo dell’esercito, dall’ammiraglio Merino, dal generale Guzman Leigh e dal comandante del corpo dei carabineros Mendoza. Dal palazzo, Allende risponde dichiarandosi “pronto a resistere con tutti i mezzi, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione”.
Verso mezzogiorno le truppe golpiste sferrano l’attacco finale al palazzo con bombardamenti aerei e cannoneggiamento. Poco dopo viene mostrato il corpo di Allende morto suicida, secondo i generali, caduto combattendo secondo altre fonti. Nel frattempo soldati e carabineros circondano e perquisiscono a Santiago tutte le sedi dei partiti democratici, dei giornali, le banche e le fabbriche. Sacche di resistenza si stanno organizzando in alcuni quartieri proletari della città. Nel primo pomeriggio la giunta militare rilascia un proclama nel quale si afferma che le forze armate e la polizia sono unite per lottare “per la liberalizzazione del paese dal giogo marxista”. Viene proclamato il coprifuoco in tutto il paese, vengono messi fuori legge il Partito Comunista, il Partito Socialista e tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Ventisette giornali vengono soppressi, non compariranno più nelle edicole.
L’indomani, il 12 settembre, nelle vie di Santiago e in quelle di quasi tutte le maggiori città si segnalano scontri tra gruppi di resistenti e le truppe golpiste che procedono ai rastrellamenti. La giunta militare trasmette di continuo bandi e proclami invitanti a cedere le armi, a fare opera di delazione nei confronti dei dirigenti delle organizzazioni di sinistra e del sindacato. Nel bando numero 32 si dichiara esplicitamente che “sono passabili di fucilazione coloro che si renderanno comunque colpevoli di propaganda sovversiva”. Le esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e dei carabineros si succedono per le strade.
Il 13 settembre si forma il nuovo governo composta da militari e due civili. Il parlamento viene sciolto; la DC cilena, in un suo comunicato, inneggia ai generali quali “salvatori della patria”. Dopo aver ricordato la tradizionale fiducia nelle istituzioni, dimostrata delle forze armate cilene, nel comunicato si afferma che l’esercito si è assunto il compito di governare il paese onde “evitare grandi pericoli di distruzione e di totalitarismo”; per questa ragione “meritano la cooperazione di tutti i settori”, al fine di contribuire al ristabilimento della “normalità… della pace e dell’unità tra i cileni”.
Notizie sulla sanguinosa repressione in corso e sulla resistenza alla giunta militare cominciano a trapelare su alcuni giornali argentini. Si apprende così che i minatori delle miniere di Chuquicamata e di El Teniente hanno bloccato gli impianti e resistono con le armi all’esercito. Anche nelle città di Los Andes, Conception, Arica, Las Cuevas la resistenza è sostenuta. A Santiago, dopo una lunga resistenza, costata centoventiquattro morti e oltre seicento arresti, i militari occupano l’università tecnica. Anche la fabbrica Suma dopo una battaglia di viarie ore cade in mano all’esercito lasciando sul terreno i corpi di cinquanta lavoratori e centinaia di feriti. A questo punto la repressione assume sempre più le caratteristiche di un vero e proprio massacro indiscriminato che colpisce non solo i militanti di sinistra, ma le loro famiglie, i parenti i conoscenti e tutti quelli che si trovano nelle vicinanze del luogo dove il compagno o la compagna vengono individuati. I giornali dell’epoca, nei loro resoconti, riferiscono di interi palazzi fatti saltare con la dinamite e di quartieri bombardati a tappeto.
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