venerdì 6 dicembre 2013

RIFONDAZIONE ALLA PROVA DEL CONGRESSO di Franco Turigliatto





RIFONDAZIONE ALLA PROVA DEL CONGRESSO
di Franco Turigliatto


Rifondazione comunista svolge in questi giorni a Perugia il suo IX congresso. Nonostante una crisi endemica che si prolunga ormai da parecchi anni, l’ulteriore riduzione degli iscritti, scesi da oltre 40.000 del 2010 a poco più dei 30.000 di quest’anno e un corrispondente calo di partecipazione al congresso da 17.000 a circa 12.000, il PRC resta la formazione della sinistra più consistente, con una vasta presenza territoriale nel paese e nuclei militanti ed attivi che non si sono rassegnati nonostante i ripetuti insuccessi elettorali degli ultimi anni. E sappiamo quanto sia ritenuta importante e quasi strategica nei fatti, la presenza nelle istituzioni non solo da parte del gruppo dirigente di questa organizzazione, ma anche dai suoi militanti.
Per queste ragioni le sorti e le scelte di questo collettivo (donne e uomini) interessa tutti coloro che hanno a cuore la necessità di costruire una chiara opposizione ai due schieramenti politici della borghesia, centro sinistra e centro destra, aiutare il movimento dei lavoratori a far crescere ed unire le resistenze alle politiche dell’austerità, ricostruire una sinistra anticapitalista all’altezza della sfida epocale che pone la crisi del sistema e il tentativo delle borghesie europee di infliggere una sconfitta storica alle classi lavoratrici.
Per costruire questo nuovo soggetto anticapitalista c’è bisogno dunque anche delle/dei tante/i compagni del PRC che non vogliono rinunciare a un progetto di alternativa a questo sistema sociale.

Una seconda precisazione è necessaria: in questo articolo verranno messe in evidenza soprattutto i punti di divergenza politica e le antinomie che secondo noi caratterizzano il PRC; questo non significa che i tanti punti espressi nei documenti sugli obbiettivi di lotta, le rivendicazioni sociali, l’opposizione al governo Letta e alle politiche del Fiscal compact, la necessità di unire i diversi settori sociali, ecc, non siano da noi condivisi e non siano la base per convergenze e concrete pratiche unitarie.

Una doppia ambiguità

Tratto distintivo del PRC è stato in questi anni, anche dopo la rottura con Vendola (ma è un retaggio che si porta dietro fin dalla sua nascita nel 1991), una doppia ambiguità politica di fondo: la forbice esistente tra la riaffermata volontà di essere forza alternativa al sistema capitalista, autonoma quindi dal centro sinistra e di porre la centralità della sua azione nella costruzione del movimento di massa da una parte e le scelte pratiche concrete nei momenti decisivi dall’altro. In realtà i “legami pericolosi” con il centro sinistra non sono mai stati sciolti del tutto e in ogni passaggio elettorale il punto di partenza non è mai stato quello di costruire un progetto conseguente che guardasse al futuro, ma la ricerca via via più maldestra di trovare una soluzione immediata che “garantisse” la presenza in Parlamento. Agli insuccessi che si sono susseguiti è seguita sempre una discutibile autocritica, che non ha impedito di fare le stesse scelte pragmatiche ed opportunistiche anche nella scadenza successiva. Lascia stupefatti l’attuale autocritica sulla vicenda della lista Ingroia, quando la direzione del PRC ne ha fatto di cotte e di crude per realizzarla in quelle forme verticiste oggi deplorate. Emerge in particolare la dicotomia tra la denuncia delle politiche dell’austerità del governo nazionale e la presenza diretta nel PRC nei governi locali (là dove è riuscita a praticarla); governi locali che sono oggi i gestori ultimi di queste politiche antipopolari e di cui quindi anche Rifondazione nelle Regioni e Comuni dove è in maggioranza è pienamente corresponsabile.

Questo comportamento non è solo una contraddizione, ma una scelta profondamente opportunistica che azzera tutte le buone dichiarazioni programmatiche e che rende questa organizzazione, data la sua relativa forza, una specie di tappo al dispiegarsi di una più coerente soggettività anticapitalista.

Andando a leggere i tre documenti congressuali sui quali si è manifestata la dialettica interna l’attenzione va dunque in primo luogo alla verifica se queste contraddizioni sono state risolte positivamente. Per quanto riguarda il primo documento, quello della direzione uscente, che ha ottenuto, pur con una riduzione dei consensi rispetto al congresso precedente, una larga maggioranza (intorno al 75%), la risposta è negativa. L’impressione che se ne ricava è che l’attuale gruppo dirigente punti a surfeggiare e sopravvivere sui marosi, a mantenere il partito e la sua direzione nella continuità, senza cambiamenti politici significativi al di là dell’enfasi retorica che caratterizza molte delle pagine del testo. Nonostante una critica reiterata al PD, l’individuazione in questo partito di uno dei gestori delle politiche liberiste, nonostante che in più parti del testo si raffermi “la necessità di una sinistra dotata di un proprio progetto culturale e politico autonomo, strategicamente alternativo al centro sinistra con una linea di massa”, nonostante che si rifletta autocriticamente affermando che “la crescente separazione d’istituzioni e politica dalla società ha prodotto un’oggettiva internità del PRC al sistema dei partiti fino a farlo apparire unicamente interessato alla collocazione istituzionale” (ma queste proposizioni si possono riscontrare anche in testi del passato), nonostante la riaffermazione molto fumosa ed ideologica sulla necessità del comunismo (il comunismo in termini di attualità ed orizzonte) e i riferimenti a Gramsci, l’impressione che si ricava è di non trovare nessun passaggio che segni una rottura definitiva con eventuali scelte del passato e con le forze del centro sinistra.
Anche quando, parlando delle difficoltà di unificazione col Pdci, si afferma che “ogni ipotesi di riunificazione non può essere presa seriamente in considerazione senza che sia sciolto in modo chiaro e netto il nodo politico dell’autonomia dei comunisti dal centro sinistra e la loro alterità al PD”, viene usato un termine abusato ed ambiguo di “autonomia”, che di per sé non significa affatto che sia maturata la scelta definitiva di rifiutare alleanze di governo col PD. Il caso Toscana è lì a dimostrarlo.

Inoltre resta sorprendente come le ragioni di fondo delle difficoltà del partito sarebbero da ricercare nei caratteri strutturali della seconda repubblica, e che questi avrebbe continuato ad operare come nella prima; in particolare non si sarebbe compreso che la “seconda repubblica era un territorio nemico avverso ai comunisti, alla sinistra di alternativa e al movimento operaio”. Come dire: “non abbiamo capito che si apriva un periodo di offensiva storica della borghesia”, ma vuol dire anche, implicitamente, che si dava per scontato un comodo quadro capitalistico consolidato, in cui godere delle presenze parlamentari grazie alle regole del proporzionale.

A questo proposito vengono indicati 7 punti che hanno modificato il quadro politico e sociale, che sono effettivamente dei punti oggettivi che hanno pesato molto negativamente sulla lotta di classe, ma che fanno parte esattamente dell’offensiva della borghesia contro il proletariato e che avrebbero dovuto essere tenute in debita considerazione a partire dalle scelte scellerate del PCI poi Pds e PD e delle direzioni sindacali.

Due passaggi

Ma soprattutto altri due passaggi, rivolti al presente e al futuro ci rendono inquieti sulle scelte del gruppo dirigente di Rifondazione.
Da una parte il ripetuto ed insistito riferimento strategico alla Sinistra Europea e alle forze che la compongono, forze la cui caratteristica è in molti caso proprio la non volontà di rompere con i partiti socialisti, cioè con partiti che, più pertinentemente vengono definiti in Europa, social-liberisti, gestori in prima persone dell’austerità; dall’altro la riaffermata volontà di far parte del progetto “La via maestra” di Rodotà e Landini, i cui limiti politici sono del tutto evidenti. Attraverso di esso passano i rapporti con Sel e attraverso Sel si ristabilisce il cordone ombelicale con l’articolata galassia del mondo PD.

Infatti la proposta finale consiste nell’ “avviare un processo fondativo di un soggetto politico unitario della sinistra sulla base della costruzione di una piattaforma antiliberista che delinei l’uscita a sinistra dalla crisi, che si connoti per l’autonomia e l’alterità rispetto al centro sinistra e al Partito democratico, per il riferimento in Europa al partito della Sinistra Europea e al Gue, per l’esplicito collegamento con le battaglie della Fiom, della sinistra della CGIL, del sindacalismo di base e dei movimenti di trasformazione”. E perché non ci siano dubbi si aggiunge poco dopo: “E’ questa la proposta che mettiamo a disposizione del confronto – a partire dallo spazio pubblico di sinistra che auspichiamo nasca dall’iniziativa “la via maestra” – nella convinzione che il popolo della sinistra debba e possa costruire un nuovo soggetto politico unitario per la lotta, la partecipazione, la trasformazione”. Questo schema naturalmente non corrisponde ai percorsi e al progetto avanzati da Ross@, che viene sostanzialmente ignorata.

E naturalmente viene riaffermato l’equivoco che da sempre ha caratterizzato la sinistra italiana (riaffermato in questo congresso anche dal terzo documento, che pure propone di tranciare col PD), cioè che l’alternativa al liberismo possa passare attraverso la Costituzione italiana, per altro già massacrata dalle modifiche intervenute negli ultimi anni e che diventa la chiave di volta strategica. Per essere ben chiari: noi siamo completamene in accordo sulla necessità di difendere i diritti democratici espressi nella Costituzione oggi rimessi in discussione dall’attacco borghese e dall’evoluzione negativa dei rapporti di forza tra le classi; questi strumenti sono utili e fanno parte della battaglia per l’emancipazione dei lavoratori. Ma anche la Costituzione “più bella del mondo” – e già non lo è più – è stata fin dall’inizio la costituzione di uno stato capitalista e borghese; non può assurgere a feticcio e tanto meno si può considerarla un grimaldello con cui “superare il capitalismo”, orizzonte che pure viene individuato come l’obbiettivo storico strategico. Non bisognerebbe mai dimenticarsi che alcuni principi positivi, ma astratti, espressi nella Costituzione, si sono materializzati solo a partire dalle grandi lotte degli anni ’60 e 70, cioè in un momento in cui, grazie a un movimento dirompente, le lavoratrici e i lavoratori hanno potuto imporre riforme di grande ampiezza, rimesse in discussione dai padroni appena il decennio della grande ascesa operaia è stato sconfitto con la disfatta del 1980 alla Fiat.

Per questo il testo introduce il concetto strategico di “Rivoluzione democratica”. Anche su questo bisognerebbe intenderci. Che ci siano aspirazioni a una reale democrazia in vasti settori sociali e che ci sia quindi la necessità per una organizzazione rivoluzionaria di suscitare tutte le energie per difendere gli spazi democratici e sviluppare nuove esperienze di autoorganizzazione democratica dei lavoratori e dei movimenti, per noi va da sé; ma questo va di pari passo con i contenuti sociali e in un progetto che ambisce a creare le condizioni per la battaglia per il potere dei lavoratori, cioè per una rivoluzione socialista che è anche democratica perché se no, non è. Resta un mistero che cosa pensino davvero coloro che hanno steso il testo; nel migliore dei casi pensano che una definizione indefinita possa essere più attraente e credibile che non una formula netta. Ma le ambiguità teoriche hanno poi il loro riscontro in discutibili scelte concrete.

Gli emendamenti dell’area Grassi

A confermare le ambiguità del testo si aggiungono gli emendamenti proposti dall’area Grassi, che, al di là dei tatticismi, indicano che questa corrente del PRC ritiene di potersi gestire il 90% dei contenuti di quel testo.
Le proposte emendatarie sono molto chiare: da una parte hanno il merito di indicare che il partito può avere una funzione positiva solo se opera una reale svolta politica e di mettersi in discussione, compreso un forte ricambio del gruppo dirigente a partire dal segretario; dall’altra hanno il demerito grande di concepire il cambio di rotta a destra, in una proposta di fusione rapida con il PdCI (sic..) e in un percorso ravvicinato di avvicinamento a SEL, preludio evidentemente del riaggancio con il PD. Hanno quindi un solo merito, quello della chiarezza della proposta sciogliendo le ambiguità nella direzione da noi considerata la più negativa.

Decisivo negli sviluppi delle dinamiche del partito è il rapporto di forza che si manifesta tra i due tronconi della “maggioranza” e se l’area del segretario potrà disporre di una vera maggioranza operativa.

La crisi capitalista

Tutti e tre i documenti dedicano ampi spazi all’analisi della crisi capitalistica, alle sue cause e profondità, nonché all’affermarsi delle violente politiche neoliberiste sul continente e quindi della necessità di una azione e mobilitazione di contrasto alle scelte antipopolari riassunte nel fiscal compact e nell’imposizione del pareggio di bilancio. Sul piano analitico si può disquisire su questo o quell’altro elemento, ma c’è una base reale di convergenza nell’azione politica e nei movimenti di massa per agire insieme contro la politica del governo Alfano Letta e contro le imposizioni della Troika. 
Il documento della maggioranza pone al centro della sua proposta la disobbedienza all’Unione Europea e alle sue norme. Il punto conseguente è che quindi serve una “rottura di questa Unione Europea come condizione per uscire dalla crisi economica e di civiltà e per aprire una percorso di pace, giustizia sociale e democrazia”.

Il secondo documento è complessivamente più preciso nell’individuazione delle cause della crisi capitalistica e colloca la critica all’Unione europea dentro una prospettiva che collega le lotte contro le sue politiche alla prospettiva socialista.

In questa ottica sviluppa una critica serrata alle posizioni politiche dei partiti della Sinistra europea, alle loro illusioni riformiste keynesiane e alle proposte di ripiegamento sulla moneta nazionale e più in generale su posizioni di nazionalismo. E’ in proposito necessario ricordare che sono stati proposti emendamenti al primo documento da Boghetta ed altri che hanno al centro della proposta politica e strategica l’uscita dall’euro e il ritorno a una moneta nazionale.

Per quanto riguarda ancora l’analisi internazionale del secondo documento appare interessante quanto viene scritto sulle rivoluzioni arabe, sui loro elementi propulsivi e la sottolineatura che ci troviamo di fronte solo all’inizio di un processo. Complessivamente tutto il testo di questa corrente è improntato a un forte ottimismo o, per meglio dire, vuole affermare la necessità di puntare sulle grandi potenzialità che possono esprimersi dalle contraddizioni del sistema capitalista e quindi dall’emergere di movimenti.

Per altro questa mozione fa una analisi impietosa delle scelte del PRC che definisce “una liquidazione di fatto” e definisce il gruppo dirigente come “irresponsabile”, denunciando la falsa maggioranza.

Queste compagne e compagni che in questo congresso hanno subito una notevole riduzione dei consensi, non solo collegato ai numeri dei votanti, ma anche a una reale erosione da parte delle altre due posizioni, segnatamente la terza, si trovano in difficoltà perché il loro approccio è sempre stato quello di un lavoro parzialmente entrista nel “partito della classe operaia”. Di fronte alla crisi del PRC logica vorrebbe una scelta di rottura; non è questa la loro scelta almeno per ora: l’asse della proposta è una formula più indefinita, riassunta nel capitolo “la crisi della sinistra e la necessità del partito di classe”. L’eventuale formazione di un partito che esca da qualcuna delle attuali direzioni sindacali (Landini?) potrebbe forse interessare questa corrente per costruire in quella sede il loro intervento e influenza.

Solo che nel momento attuale, di fronte alla crisi di Rifondazione, avendo sempre costruito la loro posizione sulla necessità di rafforzare il partito pur criticandolo fortemente, sono in difficoltà e il risultato congressuale lo conferma.

Il terzo documento è stato costruito dal basso, ed ha avuto una larga adesione con l’apporto non solo dei militanti della vecchio documento 3 ma di molti nuovi compagni e compagne provenienti da altre posizione politiche; è quello che può vantare un reale e consistente successo che l’ha portato intorno al 16%.
La necessità di una scelta definitiva di rottura con il PD è sottolineata con molta forza e l’analisi della crisi del capitalismo porta queste compagni e compagni alla conclusione che “l’unica via d’uscita a sinistra da questa crisi capitalista è l’uscita dal capitalismo stesso e l’adozione di un nuovo modello sociale e di produzione”.

Tuttavia, dal mio punto di vista, questo documento è complessivamente una delusione: la freschezza di posizioni del vecchio documento 3 è andata perduta e il testo sembra in molte parti senza data, con proposte, in gran parte di metodo, in cui l’asse di riferimento è l’attività e le posizioni del vecchio PCI. Risulta una proposta di pura autoaffermazione del partito, per di più identitaria e dentro la gabbia di lettura del PCI, con una palese nostalgia per l’azione e le modalità con cui questo partito costruiva l’egemonia nei diversi settori sociali. Qualche volta a questa impostazione si sovrappone la proposta della democrazia e dell’autoorganizzazione dei movimenti, ma essa risulta abbastanza posticcia di fronte alla totale centralità del partito. I termini “comunisti” e “comunismo” sono ripetuti incessantemente come un mantra che dovrebbe in qualche modo sopperire alle grandi questioni irrisolte e che di per se stesso dovrebbe dare soluzione dei problemi.

Un intero capitolo è dedicato al partito e alla presa del potere nonché alla democrazia comunista come pre-condizione necessaria, ma entrambi i capitoli, per essere generosi, appaiono, non solo eclettici, ma decisamente confusi.

Più in generale emergono nella terminologia possibili divergenze profonde, per esempio quando si parla della Germania in quanto paese e non in quanto classi sociali, il discorso del recupero della sovranità - presente anche nel primo documento - è al centro della proposta e così anche la questione dell’euro. C’è poi da rabbrividire quando si parla della “disgregazione del blocco comunista e la crisi di molti paesi socialisti”, senza alcun uso delle virgolette, mentre emerge la concezione campista e la nostalgia del vecchio fronte “comunista”.

La conclusione è che i comunisti devono “rilanciare le categorie dell’internazionalismo e dell’antimperialismo costruendo reti di solidarietà nazionale e dandosi un’adeguata consapevolezza geopolitica“(?). E si aggiunge: “La mancanza di un blocco esplicitamente comunista non ci deve indurre alla rassegnazione e alla mera lotta testimoniale”.

Per altro in tutto il testo si fa un riferimento in modo indistinto ai PC di tutto il mondo.

Avendo come riferimento le posizioni del PC italiano, anche questi compagni confondono la necessaria difesa degli assetti democratici con la mitologia della Costituzione, equivoco da sempre pilastro delle concezioni togliattiane della nuova democrazia. A merito del testo c’è invece la forte sottolineatura della necessità di costruire l’unità tra lavoratori italiani e migranti.

Il sindacato

Per quanto riguarda l’attività sociale nei movimenti popolari e tra i lavoratori i tre documenti sono strapieni di formule e di impegni assolutamente condivisibili, ma già il primo documento non non riesce a costruire una riflessione adeguata tra l’obbiettivo della riunificazione del lavoro e l’azione degli apparati sindacali. E’ proprio sulla questione sindacale che la mozione 1 mostra i suoi maggiori limiti; dentro un formale richiamo alla inadeguatezza dell’azione del partito in tal senso, e a una critica del tutto fiacca alla CGIL, il testo è complessivamente reticente per quanto si è prodotto nel corso dell’ultimo anno dall’accordo del 31 maggio, al patto sociale con la Confindustria; manca un giudizio sulle attuali politiche del gruppo dirigente della Fiom e la conclusione è la più generica possibile: “auspichiamo quindi la costruzione di una sinistra sindacale che possa aprire una battaglia politica per rilanciare il ruolo di classe della CGIL”. Segue un giudizio egualmente positivo e vago sui sindacati di base.

Il testo si tiene quindi lontano dallo scontro attuale e dalla scelta della FIOM di partecipare alla maggioranza della CGIL segnando solo la sua presenza di apparato; la dialettica interna a questa confederazione rischia un ritorno indietro, cioè a 30 anni fa prima che si rompesse il quadro delle tre componenti interne e si cominciasse a costruire una sinistra dal basso su una base programmatica.

Le altre posizioni sono molto critiche delle scelte sindacali della direzione del partito nel passato, incapace, secondo loro, di sostenere adeguatamente le sinistre sindacali che si erano formate. Il secondo documento parla di “codismo” deteriore rispetto alla CGIL e dice che il gruppo dirigente del partito si è sempre rifiutato di orientare i militanti del PRC .

La linea che viene proposta dell’autoorganizzazione dal basso, il collegamento delle RSU, un nuovo movimento dei consigli, è del tutto condivisibile. Risulta strano che un’area che con i suoi militanti partecipa oggi attivamente alla battaglia per il documento alternativo nel congresso della CGIL non ne faccia menzione.

Il terzo documento svolge una forte critica all’incapacità del partito di avere un ruolo sindacale, accentua le critiche al ruolo della CGIL e sottolinea anche il fatto che gli attacchi subiti dalla FIOM “stanno spingendo la FIOM verso il riposizionamento interno alla CGIL”.

Pur senza fare riferimento al documento alternativo il testo sottolinea positivamente che in CGIL “è importante tenere aperta la contraddizione con una opposizione netta e riconoscibile, che faccia tesoro delle esperienza e degli insuccessi della sinistra sindacale storicamente presente nella Confederazione.”

La questione sindacale è non meno decisiva che la scelta della collocazione rispetto al centro sinistra. Nei prossimi mesi dentro la CGIL si verificherà se avranno spazio solo i giochi di posizionamento dei diversi apparati sindacali e della lotta per il potere interno, o se resterà aperta la possibilità di raccogliere attivisti e militanti in un progetto di ricostruzione di una linea e di un sindacato di classe.

Alle compagne e ai compagni di Rifondazione, al di là di quello che “non deciderà” il congresso su questa materia, spetta di fare la cosa giusta, costruire i rapporti dal basso tra coloro che vogliono costruire le lotte e la resistenza, darsi piattaforme adeguate e sostenere a fondo e in prima persona la battaglia sociale e sindacale che è animata dalla piattaforma di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”.

Oggi questo tema è una delle divergenze principali tra Sinistra Anticapitalista e le scelte maggioritarie del PRC.



5 dicembre 2013

dal sito Sinistra Anticapitalista



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