lunedì 27 giugno 2011

C'ERA UNA VOLTA ... DEMOCRAZIA PROLETARIA




C'ERA UNA VOLTA ...
DEMOCRAZIA PROLETARIA

di Stefano Santarelli


in memoria di Dino Frisullo


Nel panorama non certamente ricco dell’editoria politica italiana sono apparsi in un breve lasso di tempo due interessanti saggi sulla storia di Democrazia proletaria, il partito che dal 1978 fino al 1991, anno della sua confluenza dentro Rifondazione comunista, è stato l’espressione politica di quei movimenti nati nel ‘68 e protagonisti degli anni settanta.
I due testi di cui consigliamo la lettura sono:

William Gambetta
Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi
Edizioni Punto Rosso 2010

Matteo Pucciarelli
Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia Proletaria
Edizioni Alegre 2011


Per il testo di Gambetta rimandiamo alla recensione di Fiammetta Balestracci pubblicata nel sito di Vento Largo  http://cedocsv.blogspot.com/2011/05/da-leggere-democrazia-proletaria-la.html



Il testo di Matteo Pucciarelli, edito dalla piccola ma combattiva casa editrice Alegre, è estremamente accurato dal punto di visto storico con il pregio di farsi leggere tutto di un fiato, un pregio certamente non secondario per un libro su questa organizzazione che puntava a fare rivivere lo spirito innovatore del ‘68.
Infatti Democrazia proletaria ha costituito un tentativo originale per un partito comunista nel fare convivere varie esperienze e sensibilità politiche: da un marxismo non ortodosso all'ambientalismo, dal cattolicesimo del dissenso al pacifismo.
Democrazia proletaria nasce in una prima fase come un semplice cartello elettorale per le elezioni regionale del 1975 di due delle più forti organizzazioni della cosiddetta Nuova Sinistra: il Partito di unità proletaria per il comunismo che contava circa 15.000 militanti ed Avanguardia operaia che ne contava 10.000.
A questo cartello si uniscono anche il Movimento lavoratori per il socialismo, i Gruppi comunisti rivoluzionari e la Lega dei comunisti.
Questa esperienza elettorale ha, in quegli anni che vedono lo strapotere del Partito comunista italiano, un discreto risultato. Infatti Dp si attesta sul 2% dei voti riuscendo a fare eleggere alcuni consiglieri regionali. Ricordiamo per dovere di cronaca i vari fallimenti elettorali alla sinistra del Pci che vi erano stati in precedenza: nelle elezioni politiche del 1972 il Psiup alla Camera prese 648.763 voti pari all'1,9% senza eleggere nessun deputato (al Senato si presentò unito col Pci), mentre il Manifesto che presentava nelle sue liste l'anarchico Pietro Valpreda incarcerato ingiustamente per la strage di Piazza Fontana raccolse soltanto 224.288 voti.
Questo discreto risultato favorì un anno dopo, nelle elezioni politiche anticipate, la formazione di un altro cartello elettorale che vede questa volta l'adesione di Lotta continua.
Democrazia proletaria prenderà 557.025 voti pari all'1,52% facendo così eleggere sei deputati. Queste elezioni che vedranno il trionfo del Pci con il 34% dei voti e il consolidamento della Democrazia cristiana con il 38,7% provocano una situazione di grave ingovernabilità che produrrà la nascita di un governo (il terzo Governo Andreotti) solo grazie all'astensione del Pci.
Per Lotta continua però questo suo primo impegno elettorale (dove riuscì ad eleggere un suo rappresentante, Mimmo Pinto) fu anche l’ultimo. Infatti la spaccatura profonda tra le femministe ed i fautori della lotta armata portarono alla decisione del suo gruppo dirigente di sciogliere l’organizzazione.
Al contrario il Pdup e Ao puntarono ad una proposta politica alternativa che coinvolgesse il movimento del ’77 evitando così la scelta suicida della lotta armata.
I tempi sembravano effettivamente maturi per una unificazione tra il Pdup ed Avanguardia operaia, ma questa unificazione non riesce o per meglio dire riesce solo a metà. Infatti si assiste ad un rimescolamento delle carte che vede la minoranza di Avanguardia operaia confluire nel Pdup mentre la maggioranza di Avanguardia operaia, la minoranza del Pdup diretta da Vittorio Foa e la Lega dei comunisti nella primavera del '77 danno vita alla costituente di Democrazia proletaria, come fase preparatoria per il congresso di fondazione per una nuova Dp che si terrà nell'aprile 1978 al cinema Jolly di Roma durante i giorni tragici del rapimento Moro.
Terrorismo a parte la nascita di Democrazia proletaria non avviene in un clima tra i più propizi. Infatti si veniva da una stagione di pesanti sconfitte inserite in un quadro politico caratterizzato dai compromessi tra la Dc ed il Pci.
Dp presenta una organizzazione incentrata su una collegialità abbastanza originale, frutto anche della critica della forma-partito caratteristica del movimento del ‘77: niente segretario generale, niente comitato centrale. Spicca in questo partito l’eccezionale figura di Vittorio Foa, un grande intellettuale dotato di un profondo carisma che manterrà insieme tutte le culture e sensibilità diverse di questo “piccolo partito delle grandi ragioni”.
L’autore a questo punto giustamente ricorda l’importanza nella storia di Dp, ma in realtà nella storia della società civile italiana, della figura di Giuseppe Impastato assassinato dalla Mafia il 9 Maggio del 1978.
Questo giovane rivoluzionario è certamente espressione della parte più bella di Democrazia proletaria e ne costituisce la sua figura più eroica.

In Dp esistono fin dalla nascita due anime: quella dei “partitisti” presente in forza a Milano e legata al classico operaismo contrapposta a quella dei “movimentisti” presente maggiormente a Roma e attenta alle varie sensibilità che vanno dal femminismo all’ambientalismo, dal pacifismo al cattolicesimo del dissenso.
Ma queste due anime devono fare i conti con una grave crisi organizzativa che caratterizza Dp già dalla nascita. Infatti esistono vecchie beghe legate alle antiche appartenenze (Ao, Pdup, Lega dei comunisti, ecc.), un tesseramento con grandissime difficoltà di centralizzazione combinato il tutto con la crisi del giornale (il Quotidiano dei Lavoratori) il quale nonostante le sue 15.000 copie non è assolutamente autosufficiente ed infatti chiuderà definitivamente le sue pubblicazioni nel giugno del 1979 in concomitanza con la più grave sconfitta che Dp subirà sul terreno elettorale.

Infatti nel giugno del 1979 si svolgono le elezioni politiche anticipate e Dp decide di presentarsi con il nome di Nuova sinistra unita avente il simbolo di un semplice pugno chiuso poiché la falce e martello con il mappamondo era di proprietà del Pdup. I risultati furono, come abbiamo detto, semplicemente fallimentari. La Nsu prese soltanto 295.000 voti pari allo 0,8% non portando in parlamento nessun deputato al contrario del Pdup che ne elegge sei.
Ma non vi è il tempo di leccarsi le ferite che una settimana dopo vi sono le prime elezioni per il parlamento europeo e grazie al meccanismo elettorale pur prendendo soltanto 250.000 voti riesce ad eleggere un deputato (Mario Capanna).
L’elezione di questo deputato permette la sopravvivenza di Dp, ma Vittorio Foa insieme a quadri di provenienza ex Pdup e Cgil, abbandona definitivamente il partito.

Si apre così una nuova fase nella sua storia.


Due anni dopo la sconfitta elettorale della Nsu, nel luglio 1982 al terzo congresso viene eletta per la prima volta una Segreteria dove tra gli altri entra Mario Capanna, il laeder del sessantotto studentesco, che due anni dopo diventerà il primo segretario di Dp.
Democrazia proletaria con Capanna inizierà ad assumere sempre di più un aspetto di piccolo partito politico che non aveva, come abbiamo visto, alle origini. Questo però contribuirà nell’elezioni politiche del 1983 a portare Dp ad un discreto successo elettorale (542.039 voti alla Camera, pari all’1,47% con sette deputati).
Giustamente Pucciarelli sottolinea l’originalità della linea politica che Dp porta avanti negli anni’80. Infatti vi è in questa organizzazione una grande sensibilità sul terreno ambientalista e pacifista.
Nel 1987 dopo il disastro di Chernobyl, in Ucraina, Dp è tra i promotori della raccoltà delle firme contro la costruzione di nuove centrali nucleari. Del milione di firme necessarie ben 600.000 mila sono raccolte da Dp che si dimostra una intransigente forza ecologista.
Infatti il suo dettagliato piano energetico alternativo mantiene, nonostante siano passati ben 25 anni, tutta la sua attualità: la riduzione delle fonti di energia non rinnovabili come petrolio e carbone, l’uso appropriato ed efficiente delle diverse fonti energetiche, l’utilizzo delle fonti rinnovabili, sono ancora oggi proposte valide.
La lotta per la pace ed il disarmo caratterizzano l’azione politica di Dp che diventa così un interlocutore privilegiato del movimento pacifista.
Ed è proprio nelle elezioni politiche del giugno 1987 che Democrazia proletaria raccoglie il massimo di consensi: 1,66% alla Camera, 641.091 voti con otto deputati eletti; al Senato, 493.667 voti con l’elezione di un senatore.
Ma proprio quando raggiunge l’apice dei consensi nella sua storia arrivano le dimissioni di Capanna dalla Segreteria nazionale. Al suo posto viene nominato Giovanni Russo Spena di provenienza cattolica.
Inizia in questo momento il declino definitivo di Democrazia proletaria.
Nel 6° Congresso che si tiene a Riva del Garda nel maggio del 1988 si consuma la rottura insanabile tra le tre anime del partito: la “sinistra” operaista di Vinci, la “destra” ambientalista di Ronchi pronta a fare il partito rosso-verde con gli ecologisti e il “centro” di Russo Spena.
Una situazione da “separati in casa” che scoppia proprio durante le elezioni europee del giugno 1989. Infatti vari dirigenti di Dp fanno campagna elettorale per i Verdi che sono divisi in due liste le quali ottengono un buon successo: i Verdi Arcobaleno che ottengono il 2,39% con cui si era candidato Ronchi il quale viene eletto e la Federazione dei Verdi (3,78%).
Nonostante ciò Dp riesce a mantenere il suo bacino elettorale: 449.639 voti pari all’1,29% con l’elezione di un parlamentare europeo, padre Eugenio Melandri, della congregazione dei Saveriani.
Da notare che il comunismo di Dp come sottolinea giustamente l’autore “era lontano mille miglia dall’ateismo intransigente da socialismo reale”.


Ma la scissione con i Verdi Arcobaleno di Ronchi e Rutelli, al quale si aggiunge anche Capanna, è ufficiale e Dp alla Camera si ritrova soltanto con quattro deputati.
Il congresso straordinario di Dp che si svolge a Rimini nel dicembre 1989, un mese dopo la caduta del muro di Berlino, è inserito in un contesto che vede tutta la sinistra comunista affrontare un cambiamento epocale che porterà il Pci al cambiamento del nome e alla sua trasformazione in una forza socialdemocratica mentre i sostenitori della conservazione del nome e della tradizione comunista si organizzeranno costituendo il Movimento per la rifondazione comunista.
La scissione con i Verdi Arcobaleno ha ovviamente indebolito Dp specialmente sul piano istituzionale, anche se il risultato delle elezioni europee come abbiamo visto dimostra che il partito è ancora vitale e se nel 1988 gli iscritti erano 10.000 un anno dopo sono 7.000).
E’ importante sottolineare l’entrata nel 1989 dei trotskisti della Lega comunista rivoluzionaria diretta da Livio Maitan che giocheranno poi un ruolo importante nella storia di Rifondazione.
Con il crollo del muro di Berlino si chiude definitivamente un ciclo storico e Democrazia proletaria ha perso ormai la sua stessa ragione di esistenza.
Nel giugno del 1991 nell’8° Congresso che si svolge a Riccione si consuma l’atto finale della storia di Dp che confluisce con i suoi 8.000 iscritti dentro Rifondazione comunista che conta quasi ben 112.000 iscritti.
Si chiudeva così una esperienza, certamente originale, di un piccolo partito comunista che si è sempre caratterizzato per la sua forte ispirazione libertaria e come ricorda Eugenio Melandri:


“Ero contrario alla fine di Dp: era un partito meno ideologico di Rifondazione, che all’inizio era un Pci più chiuso e settario. Dp era tutto un’altra cosa, era un luogo effervescente e di dibattito, di riflessione e di elaborazione, di libertà di ricerca (…) L’identità di Dp era talmente varia che non te ne appiccicava addosso una vera e propria, e forse è per quello che non ha mai avuto un grande successo elettorale”.
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

24 giugno 2011

domenica 26 giugno 2011

GERALD HORNE E LA GRANDE GUERRA RAZZIALE


GERALD HORNE E LA GRANDE GUERRA RAZZIALE
di Miguel Martinez

Gennaio 1942, due mesi dopo Pearl Harbor. E’ l’epoca in cui folle sovreccitate di bianchi americani danno fuoco alle sale dei Testimoni di Geova, sospettati per il loro rifiuto del servizio militare di essere la quinta colonna dell’Asse.
I principali dirigenti delle comunità nere statunitensi si riuniscono e votano, 36 contro 5 e con 15 astensioni, una mozione moderata nei toni, ma che in sostanza nega il sostegno alla guerra contro il Giappone.
E’ una delle vicende che porta alla luce lo storico nero americano, Gerald Horne, in Race War! White Supremacy and the Japanese Attack on the British Empire (New York University Press, 2004).
Quando si parla di “storia” o di “memoria”, si intendono in genere unicamente i sei anni della Seconda guerra mondiale, e unicamente il fronte europeo di tale guerra.
Chiedete a bruciapelo a qualunque alunno dell’Istituto Tecnico per il Settore Economico Paolo Dagomari di Prato, cosa è stata la Seconda guerra mondiale.
All’incirca, vi dirà che c’era un pazzo di nome Hitler che voleva conquistare il mondo e uccidere gli ebrei; ma sono arrivati gli americani e ci hanno salvati.
Un racconto del genere non è frutto dei tanto criticati libri di storia della scuola. Si tratta piuttosto del deposito sedimentato in fondo ai cervelli da  film e spezzoni televisivi.   
Quel poco di storia che interessa alle masse, interessa solo per la lezione morale che se ne può trarre.
In questo racconto, la morale è molto semplice: gli Stati Uniti, grazie al loro ruolo messianico di redentori della specie umana, hanno il diritto di bombardare chiunque, per evitare che il mondo cada in mano ad altri pazzi estremisti.
Gerald Horne ci riporta a una verità che è stata radicalmente rimossa.
Gli Stati Uniti non sono entrati in guerra contro Adolf Hitler, ma contro il Giappone.
Pearl Harbor e non Auschwitz era in cima alle preoccupazioni simboliche della guerra. E fino al poco efficace sbarco in Italia, [1] e a quello tardivo in Normandia, “la guerra” per gli Stati Uniti era solo quella contro il Giappone.
Una guerra particolare, perché fu una guerra razziale.

Infatti, per la prima volta nella storia moderna, un popolo di “colore” riuscì a sconfiggere gli inglesi e a tenere testa per anni a tutta la potenza degli Stati Uniti.
Siccome la storiografia per molti consiste nella scelta della squadra del cuore per cui tifare, diciamo subito che Horne non ne trae affatto la conclusione infantile che bisogna simpatizzare per l’impero giapponese. L’impero giapponese all’epoca compiva saccheggi e stragi in Cina che avevano poco da invidiare a quelli compiuti dai nazisti in Europa orientale. Si  attribuiscono ai giapponesi   qualcosa come 4.000.000 di civili cinesi uccisi (contro oltre  5,7 milioni di civili polacchi, di cui la metà ebrei, e 9 milioni di civili russi uccisi dai tedeschi).

Nel caso giapponese non ci furono genocidi e 600.000 soldati cinesi combatterono a fianco dei giapponesi contro i propri connazionali. Ma certamente Germania e Giappone ragionavano allo stesso modo. Due paesi popolosi e industrializzati, ma privi di impero, dovevano ottenere attraverso il terrore e la rapina a mano armata ciò che l’Inghilterra riusciva ad ottenere attraverso il dominio dei mari e dei mercati.
Questo semplice fatto priva di ogni interesse il revisionismo in termini di ribaltamenti morali.

Horne fa qualcosa di molto più interessante dei revisionisti moralisti: esplora la guerra come conflitto razziale, scoprendone le infinite sfaccettature.

Infatti, qualche anno dopo l’uscita di Race War!, Gerald Horne scriverà la biografia del carismatico Lawrence Dennis, l’unico intellettuale serio del variegato movimento filo-Asse degli Stati Uniti e principale imputato nel grande processo del 1944, accusato di voler rovesciare il governo degli Stati Uniti. [2]

Il fatto interessante è che Lawrence Dennis era nero, anche se di sangue abbastanza misto per “passare”. E così, pur prendendo sempre posizione contro la discriminazione razziale nella società statunitense, poteva evitare di parlare delle proprie origini: i filotedeschi americani non potevano essere più razzisti dei loro avversari.
Persino i nazisti, pur accecati dal loro razzismo antiebraico e antislavo, seppero sfruttare l’esistenza di una minoranza di tredici milioni di oppressi negli Stati Uniti.
Horne riporta la testimonianza di Hans Habe, istruttore di guerra psicologica dell’esercito statunitense e creatore della stampa tedesca postbellica: tra i prigionieri di guerra statunitensi, dice,

solo ai neri veniva permesso di fare passeggiate settimanali nei villaggi vicini. Ricevevano un pezzo di sapone ogni quattro uomini, un privilegio mai concesso ai prigionieri bianchi. Avevano il cibo migliore… I tedeschi facevano il cambio della guardia con loro usando cerimonie elaborate”.

Gli Stati Uniti intervennero contro il Giappone, a difesa di un sistema interamente strutturato su basi razziali, l’impero britannico.
Horne descrive le elaborate gerarchie con cui quell’impero affermava il dominio delle persone di “pura discendenza europea”. Un dominio eminentemente psicologico, un tremendo bluff che permetteva a pochi uomini bianchi in perenne tensione di incutere paura in centinaia di milioni di esseri umani quotidianamente umiliati.
Un sistema che crollò miseramente al primo assalto: l’autore analizza l’attacco giapponese a Hong Kong, dove i bianchi abbandonati dai loro domestici cercvano di sopravvivere tra masse di insorti cinesi che facevano da guida agli invasori e truppe indiane (soprattutto Sikh) passate ai giapponesi.
A differenza dei tedeschi, più propensi a fucilare che ad armare i tanti sudditi sovietici pronti a combattere i loro oppressori staliniani, i giapponesi seppero cogliere l’occasione, umiliando pubblicamente i prigionieri inglesi e promovendo cinesi e indiani.
La borghesia cinese di Hong Kong si affermò nell’esproprio che seguì all’occupazione giapponese.

Frankie Zung, un mulatto dei Caraibi passato con i giapponesi, potè così ostentare qualcosa che in 30 dei 48 stati degli Stati Uniti dell’epoca gli sarebbe costato il carcere: una moglie bianca. Secondo le stesse leggi ammirate e imitate dall’alleato dei giapponesi, Adolf Hitler.
La vittoria cinese sull’impero inglese, secondo Horne, ebbe un impatto profondo sul sentimento di sudditanza psicologica dei “popoli di colore” nei confronti dei bianchi, che la successiva vittoria angloamericana non potè rovesciare, segnando così la fine dell’impero.

Negli Stati Uniti, già dalla vittoria giapponese sulla Russia nel 1905, i neri guardavano con profondo interesse al Giappone; sia perché condividevano con gli immigrati “gialli” una condizione di dura emarginazione, sia perché il governo giapponese aveva iniziato una stretta collaborazione con i nascenti movimenti neri.

Gerald Horne è membro del Partito Comunista. Un partito in quegli anni coraggiosamente impegnato contro il razzismo, ma contrario a ogni forma di nazionalismo nero in nome dell’unità della classe operaia e antigiapponese per solidarietà con i comunisti cinesi.
Ma Horne è il primo a dire che tra le due guerre, i filogiapponesi furono decisamente preponderanti tra i neri americani di tutte le correnti: il Giappone veniva immaginato come la nazione redentrice delle “razze di colore” e accanto all’Islam nero, si diffondevano sia il “buddhismo nero“, sia bizzarre teorie sulla comune origine di giapponesi e neri, opera di Elijah Muhammad della Nation of Islam (durante la guerra, Elijah Muhammad, arrestato per sedizione, avrebbe comunque fatto quattro anni di carcere per renitenza alla leva).
Mentre i pochi viaggiatori neri, abituati a terrificanti discriminazioni in tutto il mondo dominato dai bianchi, ricevevano un trattamento preferenziale in Giappone.

Una simpatia reciproca, come dimostra una diffusa letteratura nel Giappone dell’epoca sull’alleanza tra le “razze di colore” contro il dominio bianco, e direttamente fomentata da una schiera di agenti giapponesi negli Stati Uniti. Tanto che durante la guerra vi furono numerosi processi contro neri statunitensi accusati di tradimento e sabotaggio a favore dell’Asse. La polizia allarmata riferiva come a Harlem, i neri sostenessero che

l’attuale capo dei giapponesi ha una madre africana e un padre giapponese”, e che “quando vinceremo la guerra, manderemo Roosevelt a raccogliere il cotone e Stimson e Knox [rispettivamente segretario alla guerra e alla marina] a portarci in giro in risciò”.

In Race War!, Gerald Horne data l’inizio simbolico del conflitto al 1919, quando l’estrema destra (ambiguità di certe sigle) fondò la “Associazione Giapponese per l’Uguaglianza delle Razze“, che chiedeva al Giappone di porre il divieto di discriminazioni razziali come condizione per il proprio ingresso nella Società delle Nazioni.
Così, nello stesso anno, la delegazione giappponese propose alle potenze vincitrici riunite a Versailles di inserire l’abolizione delle disuguaglianze razziali tra le fondamenta del nuovo sistema mondiale. Una proposta che venne abilmente schivata dagli americani e direttamente respinta dagli inglesi.
La strategia giapponese ebbe successo nei luoghi più vari: il vasto movimento indigenista dei Maori neozelandesi, il Ratana, strinse un’alleanza mistico-politica con il Giappone; mentre gli abitanti della Papua accoglievano i giapponesi come liberatori dagli australiani. E tra i prigionieri di guerra indiani, i giapponesi reclutarono un intero esercito, la cui avventura è oggi entrata in pieno nella mitologia dell’India indipendente, accanto alla figura di Gandhi.
Mentre, come dicevano alcuni analisti dell’intelligence statunitense citati da Horne, “se si svolgesse un plebiscito nazionale, il popolo messicano voterebbe per entrare in guerra, ma come alleati del Giappone”.

Per noi, è interessante il caso dell’Etiopia. La sciagurata invasione italiana di quel paese, tanto criminale quanto economicamente e strategicamente suicida, portò Mussolini a schierarsi a fianco di Hitler. Anche se non va dimenticato che poco dopo, Mussolini offrì invano alla Francia di permettere alle truppe francesi di attraversare l’Italia in caso di una guerra contro la Germania in difesa della Cecoslovacchia, in cambio del riconoscimento del suo bottino africano.[4]
L’Etiopia, vincitrice di Adua sugli aggressori italiani, aveva un’enorme valenza simbolica e mistica per milioni di neri americani. Mentre il principe etiope Lij Alaya Ababa, cugino dell’imperatore Hailè Selassiè, cercava addirittura una moglie giapponese per cementare i legami tra gli unici due imperi rimasti liberi dal dominio bianco, la Società del Drago Nero, organizzazione “leninista” del nazionalismo giapponese, organizzava manifestazioni a Tokyo contro l’attacco italiano; ma in Giappone prevalse la ragione di Stato, in nome dell’anticomunismo. Con lo stesso spirito opportunistico con cui il Giappone, “guida dei popoli di colore”, si alleò con il regime più apertamente razzista della storia, quello tedesco.

La guerra americana contro il Giappone ebbe un duplice aspetto.

Da una parte fu una guerra ferocemente razziale e razzista, in cui gli americani difendevano la “civiltà” contro il “pericolo giallo” e collezionavano teschi di scimmie gialle. Mentre in patria, l’intera comunità di origine giapponese veniva imprigionata (con un certo compiacimento da parte di molti neri, che vedevano l’occasione per occuparne la nicchia ecologica) – a differenza degli americani di origine tedesca, patriotticamente arruolati.

Non a caso, il più spaventoso esperimento di fisica della storia umana, la bomba atomica, ebbe come cavie due città giapponesi.

                                   


Life Magazine, 22 maggio 1944. “Foto della settimana. Quando due anni fa salutò Natalie Nickerson, 20 anni, operaia di guerra di Phoenix, Arizona, un tenente della Marina, alto e aitante, le promise un Jap. La settimana scorsa, Natalie ha ricevuto un teschio umano, autografato dal suo tenente e 13 amici, con le parole, “Questo è un Jap buono – uno morto, raccolto sulla spiaggia della Nuova Guinea”. Natalie, sorpresa dal regalo, lo ha soprannominato Tojo. Le forze armate disapprovano con forza cose simili”.

Allo stesso tempo, il governo degli Stati Uniti vedeva con un certo interesse la potenziale dissoluzione dell’impero inglese, contro il quale aveva condotto in passato dure guerre commerciali, e non avevano alcun interesse a riconquistare l’Oriente per gli sconfitti britannici e i loro mercati chiusi.
Il governo statunitense era anche cosciente del fatto che i giapponesi avrebbero potuto contare su un’immensa potenziale quinta colonna nel loro paese, costituita dalle minoranze oppresse.[3]

Il New Deal di Roosevelt, paradossalmente, era quanto di più simile al fascismo potesse germogliare negli Stati Uniti, e quindi il governo tendeva a bilanciare le divisioni etniche interne con un mito di unità nazionale, unica giustificazione dello strapotere del government nel paese dei liberi imprenditori.
Così, le autorità ordinarono di non enfatizzare le atrocità commesse dai giapponesi contro i prigionieri bianchi, che avrebbero potuto essere lette con una certa esaltazione dai neri americani. E ordinarono anche di evitare comportamenti particolarmente offensivi verso i neri nell’esercito e nelle fabbriche di armi in cui milioni di neri erano affluiti dal Sud.

L’esercito americano era razzialmente segregato in unità bianche e nere; ma durante la controffensiva tedesca del 1944, la penuria di soldati obbligò il generale Eisenhower ad arruolare soldati neri anche in alcune unità bianche, anche se mai in posizione di autorità su bianchi.
Quando nel 1948, il presidente Truman ordinò la desegregazione dell’esercito, la misura rimase lettera morta fino alla guerra di Corea, quando l’offensiva comunista obbligò l’esercito a integrare le unità bianche con leve nere.

Due casi che dimostrano come le grandi trasformazioni sociali avvengano più per necessità che per scelte ideologiche. Ma fu questa necessità, e non i presunti valori americani, a portare allo smantellamento del sistema razziale che era e restò ancora per qualche lustro uno dei pilastri degli Stati Uniti.

Gerald Horne fa vera revisione storica, nel senso che ci porta a rivedere integralmente il senso della Guerra.

“Revisione” è un termine che in Italia ha un significato che sfiora il ridicolo: lo scambio di insulti e di contabilità numeriche tra gli esaltatori di Giampaolo Pansa e i suoi detrattori, un tipico discorso obliquo per parlare di “destra” e di “sinistra”, con le solite strampalate conclusioni implicite – se i fascisti hanno ucciso degli innocenti, vuol dire che la riforma Gelmini è sbagliata; se i comunisti hanno fatto le foibe, vuol dire che la scuola pubblica va abolita.

Un dialogo tra sordi che permette a tutti, tra l’altro, di rimuovere le decine di migliaia di morti causati dai bombardamenti aerei. [5]

Certi conteggi sono molto difficili, ma se sommiamo le vittime delle foibe a quelle delle stragi naziste e fasciste in Italia , non arriviamo forse alla cifra delle persone uccise nei nove bombardamenti alleati sulla sola piccola città di Foggia  nell’estate del 1943.

Horne ci fa rivedere un aspetto della Seconda guerra mondiale, che però ne trasforma in gran parte il senso, guardandola – forse per la prima volta – dalla parte della grande maggioranza dell’umanità, sottoposta all’epoca a varie forme di dominio “bianco”.
Ci fa cogliere poi come il razzismo non sia la creazione di “pazzi con il mito della razza”, ma viceversa, i miti della razza sono il prodotto di vicende sociali.

I piantatori della Virginia non avevano schiavi perché erano razzisti; divennero razzisti perché erano inseriti, allora, nel mercato più grande del mondo e si accorsero che i neri costituivano una manodopera facilmente riconoscibile, a differenza degli  indentured servants e delle masse di orfani inglesi di cui si servivano all’inizio.
E il razzismo passò di moda, in larga misura, quando si scoprì che i lavoratori neri potevano essere usati come crumiri nelle fabbriche di Chicago contro irlandesi e italiani. Che a loro volta divennero razzisti…

Horne ci fa capire come poi siano infinitamente complessi i motivi dietro le scelte umane: cosa indusse ad esempio i soldati Sikh a schierarsi da quella che nella retorica si chiama “la parte del totalitarismo“, mentre i soldati musulmani del Punjab si batterono “dalla parte della libertà“?
Infine, Horne ci aiuta a capire il grande gioco di prestigio, per cui il razzismo – strumento universale del dominio occidentale sul mondo fino a metà Novecento – viene oggi scaricato su un unico attore, il baffuto Adolf Hitler, assolvendo i vincitori. E togliendo dalla storia la metà della guerra mondiale, ridotta a una faccenda tutta “tra bianchi”.

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Note:



[1] Disse Silvio Berlusconi : “E sarò sempre grato agli Stati Uniti di avere salvato il mio paese dal fascismo e dal nazismo a costo di tante vite americane.” Ora, in Italia, gli americani ci sono arrivati solo perché l’11 dicembre del 1941, Benito Mussolini aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. Lo so che lo sapete, ma fa bene ricordarlo.

[2] Gerald Horne, The Color of Fascism: Lawrence Dennis, Racial Passing, and the Rise of Right-Wing Extremism in the United States. A proposito del processo del 1944, è interessante mettere a confronto l’incredibile correttezza giuridica con cui vennero trattati i presunti “sovversivi nazisti” in piena guerra mondiale, e come vengono trattati oggi i sospetti “terroristi islamici” in epoca di sostanziale pace mondiale.

[3] Immagino che esistano molte fonti in merito, ma non sono un esperto. Ne ho letto in Gerd Schultze-Rhonhof, 1939 Der Krieg, der viele Väter hatte. Der lange Anlauf zum Zweiten Weltkrieg. L’episodio è comunque bello, perché permette di riflettere sul significato che avrebbe avuto il termine “fascismo” nell’immaginario mondiale, se Mussolini si fosse schierato contro Hitler.

[4] Non solo nere. Armin W. Geertz ha documentato il ruolo di Adolf Hitler nel messianismo degli indiani Hopi di quegli anni: nella “profezia” Hopi tanto cara ai seguaci della New Age e agli appassionati di 2012, il caporale austriaco veniva trasformato in un improbabile redentore dal dominio bianco. Comunque, il rapporto tra nativi americani e bianchi fu profondamente diverso, nei suoi risvolti immaginari, da quello tra bianchi e neri.

[5] Scoprire che sono esistite violenze antifasciste durante e subito dopo la guerra non dovrebbe costituire un’offesa per nessuno.
Innanzitutto, perché un conto è il giudizio sui sistemi politici e un altro il conteggio dei morti. Secondo, basterebbe uscire dalla provincia italiana e riflettere sul numero di morti per “mano antifascista” nei Balcani o nei Paesi Baltici alla fine della guerra, oppure pensare a conflitti più recenti come quello liberiano, per poter rispondere con un semplice, “e allora?” a Giampaolo Pansa.
La Resistenza italiana è stata certamente violenta, c’era una guerra in corso, se ricordate. Ma in misura molto contenuta, rispetto alla norma in simili conflitti.


dal sito  http://kelebeklerblog.com/





sabato 25 giugno 2011

GRECIA IN EBOLLIZIONE di Stathis Kouvélakis *


GRECIA IN EBOLLIZIONE
di Stathis Kouvélakis *




Il Parlamento greco ha votato, la notte scorsa, la fiducia al nuovo governo di Papandreu. Tutto questo nel contesto di una mobilitazione popolare imponente e che continua con l'obiettivo di impedire che governo e parlamento adottino il nuovo piano di austerità richiesto da Unione Europa, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale in cambio del versamento, entro fine mese, di un ulteriore prestito di 12 miliardi di euro. L'articolo che segue fa il punto sul movimento in Grecia, in particolare dopo le imponenti manifestazioni degli ultimi 10 giorni. (Red).



La Grecia torna ad occupare le prime pagine dell'attualità internazionale: un fatto ormai ricorrente da qualche tempo. Questa volta non si tratta solo del debito o di pagamenti dei cosiddetti "aiuti" da parte dell'Unione europea e del Fondo monetario internazionale; ma delle reazioni suscitate da questo tipo di realtà economiche su una popolazione già traumatizzata da un anno di "terapia shock "neoliberista.

Anche in questo caso, nulla di sorprendente: la Grecia ha una ricca tradizione di protesta sociale e di rivolta. Resistenza di massa contro l'occupazione nazista, feroci battaglie contro lo stato di polizia seguito alla guerra civile del 1944-1949, rivolta degli studenti e dei lavoratori contro il regime militare nel novembre del 1973, tutti elementi che hanno costituito la memoria popolare. Nel dicembre 2008, annunciando gli attuali movimenti, i giovani di Atene e dei centri urbani si ribellano dopo l'assassinio di uno studente da parte della polizia, rivelando così la profondità del disagio sociale, ben prima dello scoppio della crisi del debito .
Gli eventi della scorsa settimana, soprattutto le grandi dimostrazioni di piazza del 15 giugno 2011, che hanno fatto vacillare il governo, si spiegano alla luce della concomitanza di due fenomeni. Da un lato, una mobilitazione sindacale classica che si conclude con uno sciopero generale del settore privato e il pubblico a seguito dell'appello di confederazioni sindacali burocratizzate ma ancora relativamente potenti. Certo, dopo il voto dal Parlamento, il 6 maggio 2010, del famoso "Memorandum" tra il governo greco, l'UE e il FMI, il paese ha vissuto almeno in 11 occasioni giornate simili, spesso con una significativa partecipazione ma con risultati del tutto inconsistenti. Se questa ultima giornata del 15 giugno è stato un successo impressionante (secondo fonti sindacali la partecipazione avrebbe oscillato, a seconda del settore, tra l'80 e il 100%), e le manifestazioni sono state tra le più imponenti mai vista, la ragione fondamentale va ricercata nell'entrata in campo, a partire dallo scorso 25 maggio, di un nuovo attore.

Quel giorno, a seguito di un appello su facebook, ispirato al movimento degli «indignati» in Spagna, decine di migliaia di persone affollano i luoghi principali del paese e rimangono lì fino al mattino. Una folla eterogenea, principalmente costituita da elettori delusi da entrambi i maggiori partiti (conservatore e socialista) che si alternano al potere da più di tre decenni, scendono per la prima volta per le strade a gridare la loro rabbia contro il governo e il sistema politico.
Le parole d'ordine si concentrano soprattutto contro il "Memorandum" al quale abbiamo qui sopra fatto riferimento, contro la "troika" (UE, BCE, FMI) e le misure di austerità da essa volute che, in meno di un anno, hanno ridotto di un quarto i salari e le pensioni (tradizionalmente i più bassi di tutta l'Europa occidentale, dopo il Portogallo), aumentato il tasso ufficiale di disoccupazione al 16,2% e portato alla bancarotta ospedali, università e servizi pubblici di base.
Poco seguito dai media internazionali, malgrado abbia dimensioni e radicamento sociale di gran lunga più significativi rispetto al suo "cugino" spagnolo, questo "movimento delle piazze", come si è autodefinito,è sicuramente assai diverso da tutte le altre precedenti forme di azione collettiva.
Da qui sono nati, probabilmente, alcuni malintesi: questo movimento non può in nessun modo essere, essenzialmente, ricondotto a una qualsivoglia forma di protesta morale. È invece indicativo di una profonda crisi di legittimità non solo del partito di governo, ma di tutto il sistema politico e dello Stato in quanto tale. Sventolando bandiere greche, a volte con l'aggiunta di quelle tunisine, spagnole e argentine, il " movimento delle piazze ", annuncia la propria secessione e dà sfogo alla sua rabbia di fronte alle revoca in atto del "contratto sociale" fondamentale tra lo stato e i cittadini. Come proclama il grande striscione che campeggia da diverse settimane nella piazza centrale di Atene, Syntagma, la "Piazza della Costituzione": "Non siamo indignati, siamo determinati".
Il vero motore dell'attuale movimento è l'esigenza di vera democrazia, combinata con la consapevolezza che non è compatibile con le politiche di demolizione sociale. Tutte le sere, per le strade di decine di città in tutto il paese, si tengono assemblee popolari, seguite da un nuovo tipo di attività: circolazione della parola, discussione sulle proposte preparate dalle commissioni di lavoro, decisioni su modalità ed obiettivi delle azioni future.
Lo spazio urbano così recuperato diventa il luogo della protesta e il simbolo di questa riappropriazione popolare della politica. Malgrado la messa a parte delle identificazioni partitiche, per paura di manipolazione e di sterili divisioni, i militanti delle formazioni della sinistra radicale accorrono velocemente. Le manifestazioni del fine settimana, come ad esempio quella del 5 giugno, vedono confluire centinaia di migliaia di manifestanti in tutto il paese, quasi 300'000 ad Atene. A questo punto si opera un processo di decantazione politica: in un'atmosfera che ricorda i Forum Sociali Europei della grande epoca, le assemblee invitano all'unificazione delle lotte con quelle sindacali, nella prospettiva di accerchiare il parlamento (ad Atene) ed altri edifici pubblici (in provincia) in vista della votazione, prevista per la fine del mese, sul nuovo pacchetto di austerità negoziato con l'UE. Questo è esattamente ciò che accade durante questa giornata cruciale del 15 giugno quando l'incontro tra i cortei sindacali e il " movimento delle piazze " assume un carattere insurrezionale e si scontra con la repressione della polizia, soprattutto intorno al parlamento e a piazza Syntagma.
La più grande confusione regna ai più alti livelli dello Stato. In una capitale in pieno caos, il primo ministro George Papandreou negozia a lungo con l'opposizione di destra per formare un governo di "unità nazionale" di cui egli stesso non farebbe parte. In tarda serata, davanti ad un'opinione pubblica e ai media in uno stato di grande confusione, annuncia il fallimento di questi tentativi e la prospettiva di un semplice rimpasto [il Ministro della Difesa prenderà il posto del ministro dell'Economia].
Ma è troppo tardi: dopo aver riconosciuto egli stesso l'illegittimità del proprio potere, messo in discussione dalla defezione di membri del suo partito, Papandreou prende tempo, principalmente interessato a far passare ad ogni costo l'accordo con l'UE.
Un accordo a cui un movimento più rinvigorito e determinato che mai tenterà di opporsi. La crisi sociale ed economica si è ormai combinata con una crisi politica generale, che non potrà essere risolta semplicemente con la convocazione di elezioni anticipate. Il calderone greco è in ebollizione: ci avviciniamo al momento dell'esplosione? Le prossime settimane saranno decisive. Una cosa è certa: l'onda d'urto partita da questo paese ha già scosso a fondo l'attuale struttura europea.



* Insegna al King's College di Londra.
   È autore, tra l'altro, di La France en révolte
   (Textuel,  2007).
   Traduzione a cura di Mps-Solidarietà-Ticino




dal sito  http://www.ilmegafonoquotidiano.it/

lunedì 20 giugno 2011


I TUPAMAROS
La figura di Raùl Sendic

di Riccardo Achilli




Il MLN (Movimimento de Liberaciòn Nacional, meglio conosciuto come Movimiento Tupamaro) è un movimento di guerriglia, che alla fine della dittatura militare uruguagia, avvenuto nel 1984, si è democratizzato, travasandosi nell'attuale MPP (Movimiento de Participaciòn Popular) passando ad una partecipazione attiva alle istituzioni della Repubblica. In effetti, l'attuale MPP appartiene (peraltro in qualità di partito con il più alto numero di voti) all'attuale centro-sinistra di governo di quel Paese, il cosiddetto “Frente Amplio”, un vero e proprio esempio di fronte popolare, nel quale, accanto a partiti che si proclamano comunisti, vi sono versioni più o meno radicali della socialdemocrazia, nonché partiti che rappresentano spezzoni della “borghesia progressista”. Senza farsi mancare la partecipazione del locale partito democristiano.
In questo breve saggio, cercherò di delineare la storia dei tupamaros alla luce della storia dell'Uruguay di quegli anni e della figura del suo leader più prestigioso, ovvero Raùl Sendic. Con ciò forse saranno più chiare le ragioni della sua attuale involuzione (basti pensare che l'attuale Presidente della Repubblica, José “Pepe” Mujica, un ex guerrigliero tupamaro, incarcerato per un periodo di 13 anni dalla dittatura militare, oggi tentenna incomprensibilmente di fronte alla proposta di abolire la vergognosa ley de caducidad, che concede l'impunità a molti torturatori del regime militare). Ma occorre prima di tutto ricordare il contesto storico.

Il contesto storico

A partire dal 1955, l'Uruguay, che sino ad allora era il Paese più ricco, e con la più equilibrata distribuzione del reddito, dell'America Latina, entrò nella spirale di una lunghissima crisi economica che ne minò profondamente gli assetti sociali e di conseguenza quelli politici. Quella che un tempo era la “Svizzera dell'America Latina” vide venire al pettine i nodi di uno sviluppo squilibrato e basato su fattori di fragilità. La fine del periodo di grandi esportazioni di carne, pelli, lana e cereali verso l'Europa disastrata dal secondo conflitto mondiale si dileguò man mano che la produttività agricola dei Paesi europei si rafforzava, e trovò la porta definitivamente sbarrata con l'avvio della CEE e della politica agricola comune, che si tradusse in un forte incremento del protezionismo nei confronti dei produttori extra europei, subito imitato dagli Stati Uniti.
L'Uruguay si trovò a vivere il dramma di una monocoltura economica, e le fragilità che ne avevano sostenuto uno sviluppo basato su una dipendenza pressoché totale dagli investimenti esterni per il funzionamento dei servizi essenziali, da una mancanza di autosufficienza energetica, dall'insufficiente sviluppo di una industria nazionale diversificata, da una burocrazia parassitaria e corrotta, alimentata da metodi clientelari, da un mercato interno troppo piccolo. La svalutazione selvaggia del peso indotta dal deficit di bilancia dei pagamenti importò una super inflazione, che gettò nella miseria i titolari di reddito fisso, ovvero operai e ceti medi. I piccoli proprietari agricoli si ritrovarono spesso sul lastrico per via della compressione delle esportazioni, vendettero le loro terre e si trasferirono a Montevideo, andando ad ingrossare un sottoproletariato urbano che aveva sempre più le caratteristiche tipiche delle grandi metropoli del terzo mondo.
L'impoverimento delle classi lavoratrici spezzò il compromesso storico di stampo batllista (dal nome del Presidente Batlle y Ordoñez che costruì tale sistema) che, da quarant'anni, sorreggeva il Paese. Tale compromesso si reggeva sulla concessione, da parte della borghesia dominante, di un welfare pubblico estremamente generoso ed inclusivo (che venne addirittura studiato da Keynes per elaborare le sue proposte). In cambio di tale esteso welfare, e di un tenore di vita, per le classi lavoratrici, senz'altro superiore rispetto a qualsiasi altro Paese sudamericano, il proletariato uruguagio veniva di fatto escluso dall'agone della lotta politico-sindacale. Sosteneva infatti Batlle (erroneamente) che “in Uruguay non ci sarà mai lotta di classe, perché il sistema politico, quando sorge un conflitto, corre a mediarlo”. La vita politica del Paese era infatti dominata dai due partiti borghesi, ovvero il partido nacional (blancos), di ispirazione nazionalista e liberale, ed il partido colorado, orientato verso un moderato riformismo. Di fatto, i due partiti dominanti rappresentavano le 600 principali famiglie della borghesia nazionale detentrici dell'intera economia del Paese, che gestivano la politica del Paese in una ottica nepotistica, paternalista e clientelare. La sinistra politica era principalmente extraparlamentare, e debole, ed il movimento sindacale frazionato in una miriade di sigle, spesso rappresentative di un solo settore o autonome, molto spesso con un numero molto esiguo di iscritti. La natura consociativa del sistema era poi rafforzata da una presidenza della repubblica di tipo collegiale, che garantiva ad entrambi i principali partiti, quali che fossero gli esiti elettorali, una rappresentanza ai vertici del Governo.
Quando la crisi si acuì, e divenne chiaro che il vecchio compromesso storico, con i suoi protagonisti e le sue forme istituzionali, non era più in grado di far uscire il Paese dal tunnel, la sinistra politica e sindacale si riorganizzò ed avanzò la pretesa di far sentire la sua voce. Sul versante sindacale, inizia un processo di riavvicinamento e coordinamento fra tutte le sigle sindacali del Paese, che sfocia, nel 1964, nel primo vero sindacato unitario del Paese, la CNT. Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative di lotta, che testimoniano dell'esistenza dell “otro Uruguay”, quello che si immiserisce. Particolarmente intense sono le iniziative dei lavoratori del settore dello zucchero (i cañeros), da cui scaturisce la figura politica di Sendic, e del settore dei frigorificos (gli stabilimenti di refrigerazione della carne destinata all'esportazione) che arrivano a forme molto esplicite (sciopero della fame del 1956) o ad eventi di grande partecipazione (marcia a piedi da Fray Bentos a Montevideo nel medesimo anno), fino allo sciopero generale, il primo della storia di quel Paese, verificatosi nel 1965. Anche in sede politica, la sinistra radicale si riorganizza. Il partito comunista inizia a raccogliere fuoriusciti da micro formazioni della sinistra radicale e dai partiti tradizionali, per formare il FIDEL (Frente Izquierda de Liberaciòn), che si presenterà alle elezioni del 1962.
In questo contesto, la borghesia nazionale, minacciata dalla marea montante della sinistra politico-sindacale, poteva cercare di contrastarla o con aperture socialdemocratiche e di rappresentanza politica, o con un irrigidimento autoritario. Come spesso accade quando i rimedi socialdemocratici tradizionali falliscono e la borghesia si sente direttamente minacciata, si scelse la seconda strada. La svolta autoritaria si manifestò già dal 1958, con la vittoria elettorale dei blancos, che conquistarono la maggioranza del collegio presidenziale e del parlamento, dopo 93 anni di dominio dei colorados. I blancos arrivarono al potere con una alleanza reazionaria fra il settore herrerista (così chiamato dal suo dirigente, Luis Alberto de Herrera), propugnatore di ricette neoliberiste, suggerite dal FMI, e consistenti nel progressivo smantellamento dello Stato sociale pubblico, e nella liberalizzazione completa del tasso di cambio del peso, e il settore ruralista (rappresentato da Benito Nardone, soprannominato Chico-Tazo) che garantiva gli interessi dei piccoli e medi proprietari agricoli, tipicamente reazionari. Il risultato di tali politiche fu un tasso di inflazione che arrivò al 49%, ed una ulteriore fase di impoverimento di larghi strati della società.
La controffensiva borghese si sostanziò anche in una recrudescenza dell'autoristarismo politico. La vecchia Costituzione parlamentarista fu riformata nel 1966, con una svolta fortemente presidenzialista, che eliminò il collegio presidenziale in favore di un Presidente della Repubblica unipersonale, titolare esclusivo del potere esecutivo. Cosa molto importante, fu respinta la proposta del CNT e del FIDEL di togliere al Presidente i poteri di sicurezza immediata, in pratica il potere di sciogliere manifestazioni con la forza pubblica. La scelta di conferire al Presidente tali poteri aprirà al porta all'incremento dell'autoritarismo nel Paese, ed infine al colpo di stato militare del 1973.
In realtà, ed è un fatto costante lungo l'intera parabola di crescita del livello di repressione e violenza politica che culminerà nel regime militare, la preoccupazione costante della borghesia e dei vertici militari che la sostenevano fu sempre quella di nascondere, dietro a parvenze di legalità e di regolarità istituzionale, la crescente repressione. Pertanto, questa assunse, inizialmente, la veste di gruppi paramilitari di estrema destra, appoggiati dalla CIA e dai servizi segreti militari, per non coinvolgere in modo esplicito le istituzioni. Fu così che, nel 1961, in occasione della visita di Che Guevara, l'Escuadròn de la Muerte ed il MEDL uccisero il professore di storia Arbelio Ramirez. E' importante notare come le violenze del terrorismo di destra furono precedenti all'avvio delle operazioni militari dei tupamaros, che trovarono forma organica solo con la creazione ufficiale del gruppo, che secondo Fernandez Huidobro, uno dei suoi principali leaders, avvenne solo nel 1965. Ciò avvalora la tesi secondo cui, a differenza di quello che afferma la destra, le violenze nel Paese non furono iniziate dai tupamaros, ma dai movimenti paramilitari di destra, legati al potere. Mentre i primi non fecero altro che difendere il proletariato da tali attacchi.
Nel frattempo, il peggioramento del clima sociale del Paese, e la crescente riorganizzazione della sinistra, indussero un progressivo coinvolgimento politico dei militari, anche se sempre preoccupandosi, ipocritamente, di nascondersi dietro la facciata delle istituzioni democratiche. Così, nel 1966, per i colorados, fu eletto alla presidenza un generale dell'Aeronautica, Oscar Gestido, ma preoccupandosi di specificare che era in pensione. Gestido morì pochi mesi dopo, e il mandato fu portato avanti dal suo vice presidente, Antonio Pacheco Areco, un losco figuro che di fatto avviò la sovversione del sistema democratico, utilizzando più volte i poteri di sicurezza immediata per reprimere manifestazioni, censurando diversi giornali di sinistra, sciogliendo di autorità il partito socialista e quattro organizzazioni di estrema sinista, condannandole alla clandestinità, e, con il famigerato decreto 566 del 1971, autorizzando esplicitamente le Forze Armate a condurre operazioni antisovversive, ivi compresi arresti e perquisizioni domiciliari non autorizzate dal giudice, istituendo al contempo il coprifuoco sulle principali città del Paese. Nel frattempo, in ottemperanza alle direttive del FMI, promulga una legge di congelamento dei salari che, con una inflazione all'88%, provoca un ulteriore immiserimento dei lavoratori e dei pensionati.
Il terreno era pronto per il colpo di Stato militare. Il successivo Presidente, Juan Maria Bordaberry, eletto con forti sospetti di brogli, portò a conclusione ciò che i militari volevano: un colpo di Stato che fosse condotto non con la brutalità dei carri armati, ma con la parvenza della legalità. Fu infatti lui, ultimo Presidente democratico, a deliberare, per decreto del 1973, lo scioglimento del Parlamento e la sospensione della Costituzione del 1966, creando un Consiglio di Stato, che cumulava il potere legislativo, esecutivo e di controllo amministrativo, ed i cui membri, per somma ipocrisia, erano tutti civili (prevalentemente ex parlamentari blancos e colorados di destra), anche se la loro nomina era di fatto decisa dalle Forze Armate. Il culmine di questa enorme storia di ipocrisia fu il discorso con il quale Bordaberry giustificò il colpo di Stato davanti al Paese: “affermo oggi, di fronte a circostanze trascendenti per il Paese, la nostra profonda vocazione democratica, e la nostra adesione senza reticenze al sistema di organizzazione politico-sociale che presiede alla convivenza fra gli uruguagi. Questo implica respingere ogni ideologia di natura marxista che, approfittando della generosità della nostra demcorazia (sic...) si presenti come dottrina di salvezza e finisca per divenire un sistema oppressivo”.
Il dispositivo repressivo adottato, come si è visto, in modo progressivo e sempre più soffocante, portò allo smantellamento dell'operatività militare e politica dei tupamaros entro il 1975.


La figura di Raùl Sendic

In questo quadro storico va analizzata la figura di Raùl Sendic Antonaccio, soprannominato “Bebé”, il principale leader ed ideologo dei tupamaros. Nasce nel 1925 nel dipartimento rurale di Flores, quinto figlio di una famiglia di mezzadri molto poveri. Fino all'età di 6 anni, non uscirà mai dalla misera fattoria in cui era nato. Nel 1943 si trasferisce a Montevideo per studiare giurisprudenza, in condizioni di miseria. Non terminerà gli studi, anche se conseguirà l'abilitazione procuratore legale.
Con tale titolo, si trasferì nella città di Paysandù, dove avviò l'attività di difensore legale dei lavoratori dell'industria dello zucchero (e finì ripetute volte in carcere, ritrovandosi non di rado in gattabuia con i suoi stessi assistiti) maturando quindi una profonda conoscenza delle condizioni di grande sfruttamento di tali lavoratori. Divenne ben presto un idolo dei cañeros, nei turbolenti anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1963, organizzò la marcia a piedi dei lavoratori dello zucchero verso Montevideo, sotto lo slogan “Por la tierra y con Sendic”. Ispiratore del sindacato dei cañeros, ruppe progressivamente con il partito socialista, nel quale era un dirigente del Comitato Centrale, per adottare posizioni sempre più radicali, partecipando ad azioni armate che furono l'anticamera della formazione dei tupamaros (famosa fu la battaglia che guidò, alla testa dei lavoratori portuali, contro l'Esercito, nel quartiere popolare El Cerro di Montevideo).
Negli anni Sessanta, la necessità crescente di difendersi dalla repressione del governo e dai gruppi di estrema destra, si traduce nella creazione spontanea, nei quartieri popolari, di “gruppi di autodifesa”. Iniziano a circolare le armi. Nel 1964, Sendic pubblica un articolo intitolato “Aspettando il guerrigliero”, che segna di fatto la sua uscita dal partito socialista.
Nel 1965, a Montevideo, insieme a Fernandez Huidobro, Zabalza, Mujica, Marenales, Rosadilla, Rosencof e altri fondò l'MLN-Tupamaros. Ne divenne il leader e l'ispiratore ideologico, tanto che non è possibile separare il suo pensiero politico da quello dei tupamaros in generale.
Nel 1970, viene catturato insieme a tutto il vertice dei tupamaros, ma nove mesi dopo fugge dal carcere di Punta Carretas insieme a 110 altri detenuti politici, in una delle più massicce evasioni carcerarie della storia. Nel 1972, viene nuovamente catturato, in un appartamento di Montevideo, dopo una lunghissima trattativa e una sparatoria, causata dal suo rifiuto di arrendersi. Da quel momento, e fino alla fine della dittatura militare nel 1984, rimane detenuto in condizioni sub umane, sottoposto a torture con la “picana” elettrica ed in totale isolamento.
Quando esce dal carcere, con il ritorno alla democrazia, è un uomo anziano, minato da una malattia neurologica degenerativa causata forse dalle torture subite, e con una mentalità completamente diversa da quella del Sendic degli anni Sessanta e Settanta. Elabora infatti un concetto completamente diverso, e per certi versi distorsivo della realtà storica, del MLN. Questo periodo coincide con il ripudio della violenza armata e la democratizzazione dell'MLN, e quindi il suo ingresso nell'agone politico democratico del Paese. La lettura che Sendic, nei suoi ultimi anni di vita, dà della vicenda tupamara fino al 1975, è funzionale a tale disegno. Il punto di partenza è che i tupamaros furono costretti a prendere le armi per difendere il proletariato del Paese dalla crescente repressione dei governi borghesi, perché ogni forma democratica di lotta era stata impedita. E questo coincide con la verità. Dopodiché, la tesi storicamente revisionista è che i tupamaros furono un movimento che cercò non una rivoluzione socialista, ma molto più semplicemente un programma di cambiamenti sociali, e che nel farlo cercò di limitare al massimo l'uso della violenza politica, al fine di rispettare al massimo le tradizioni democratiche e pacifiche del popolo uruguagio.
Quindi, di fatto, il programma socialdemocratico che l'MLN (e successivamente l'MPP) portarono avanti dalla fine della dittatura in poi, secondo tale lettura ex-post, sarebbe già insito nella natura fondativa dei tupamaros. Di fatto, la guerriglia urbana era stata soltanto una forzatura in un movimento socialista pacifico, costretta dalla repressione feroce operata dai governi borghesi. Con tale rilettura storica, nel 1985 Sendic dichiarò la fine della lotta armata, e nel 1989 i tupamaros entrarono ufficialmente nel Frente Amplio, con un programma basato sul ripudio del pagamento del debito estero, la riforma agraria, la nazionalizzazione del sistema bancario, la riforma della Costituzione. Nello stesso anno, a causa della sua malattia degenerativa, Sendic morì a Parigi.

L'elaborazione teorica dei tupamaros

In questo paragrafo, si ricostruirà la base teorica dei tupamaros, per dimostrare la falsità della lettura revisionista che Sendic diede del movimento, dal 1984, ovvero per confutare la tesi della cosiddetta “guerriglia in guanti bianchi”. Si dimostrerà quindi la natura profondamente rivoluzionaria dei tupamaros negli anni Sessanta e Settanta. Non è semplice ricostruire organicamente il pensiero dei tupamaros, movimento più spostato sul versante dell'azione che dell'elaborazione teorica. Chi lo vuole conoscere, deve coordinare fra loro i diversi comunicati emanati lungo la vita di tale movimento, il più importante dei quali è il primo, del 1967. In tale comunicato si esprimono i seguenti concetti:

- la lotta di liberazione nazionale non può essere disgiunta da quella dell'intero continente, perché le radici dell'oppressione dell'Uruguay sono da rintracciarsi nelle politiche reazionarie che USA e FMI impongono all'intero continente;

- la rivoluzione su scala continentale sarà la leva fondamentale per indurre una rivoluzione anche negli Stati Uniti, e per distruggerne la credibilità come “cane da guardia” internazionale del capitalismo;

- l'azione rivoluzionaria del MLN non può che essere armata e violenta, non potendosi dare miglioramenti reali delle condizioni del popolo per via parlamentare. La priorità dei tupamaros è quindi quella di costruire una organizzazione militare. Ciò consentirà (in questo richiamadosi a Che Guevara) di rompere l'equilibrio dittatura-oligarchia-pressione delle classi popolari, costringendo l'oligarchia a mostrare il suo vero volto repressivo, al di là delle ipocrisie democratiche;

- in un Paese caratterizzato da una popolazione urbana che rappresenta il 65% del totale, e con una orografia pianeggiante, la guerriglia va condotta in ambito urbano;

- la lotta sarà di lungo periodo e basata su una strategia di vietnamizzazione del Paese;

- nel Paese esistono le condizioni oggettive per una rivoluzione (date cioè dall'elevato sfruttamento classista nei rapporti sociali di produzione) ma devono essere costruite le condizioni soggettive (mancando ancora una coscienza di classe, nonché la capacità di organizzazione e direzione di una lotta rivoluzionaria). Il MLN-T si propone di costruire tali condizioni soggettive;

- il movimento si propone di unificare la sua lotta con quella del sindacato, portandola al di là della mera rivendicazione economica ed estremizzandola;

- il movimento riconosce l'esigenza di generare un sostegno popolare, anche se tale obiettivo viene indicato soltanto in modo generico, e non approfondito.

Da quel momento, lo sviluppo delle azioni armate dei tupamaros è vertiginoso. Attentati, sequestri di persona, rapine di autofinanziamento, in cui però la parte del bottino eccedente le esigenze dell'organizzazione viene distribuita alle popolazioni dei quartieri più poveri della città. Fra le azioni più eclatanti, il sequestro del direttore dell'UTE (l'azienda di telecomunicazioni), la “conquista” temporanea del villaggio di Pando, il sequestro e successivo omicidio dell'agente della CIA Dan Mitrione che addestrava le formazioni paramilitari di destra, l'assalto all'hotel Casino Carrasco.
Nei documenti successivi, l'elaborazione teorica tipica di un movimento chiaramente rivoluzionario fa un passo avanti. Nel documento nr. 3, si discute in modo più organizzato del coinvolgimento delle masse e del ruolo dei tupamaros di avanguardia rivoluzionaria. Lo schema è: un gruppo armato inizia la lotta. A quel punto il resto della sinistra e del popolo si trovano di fronte ad un'alternativa secca: o partecipare alla lotta armata, oppure restare passivi, tramutandosi in “soldati tranquilli” della controrivoluzione. Traspare la fede, cieca, nel fatto che la sola iniziativa militare possa trascinare automaticamente le masse a sostenere il movimento, il che è ovviamente un tragico errore, anzi l'errore fatale che distruggerà il tentativo rivoluzionario dei tupamaros. Ma di questo parleremo nelle conclusioni. Per adesso, basta osservare che l'elaborazione teorica del MLN, contrariamente a quanto affermerà Sendic negli anni Ottanta, fa un passo avanti nella definizione di un metodo chiaramente rivoluzionario.
Nel documento nr. 4, del 1969, ovvero a ridosso della fase in cui il movimento tupamaro sarà definitivamente smantellato dalla repressione, ci si lancia in una eccessivamente ottimistica sottolineatura del grado di conoscenza crescente che il movimento sta acquisendo presso le masse, per poi ammettere, più realisticamente, che le masse rimangono perlopiù apatiche e passive, scontente per la situazione attuale, ma incapaci di comprendere la necessità storica di fornire appoggio alla lotta armata. Inoltre, si ammette realisticamente che il lavoro di intelligence del nemico sta facendo passi molto importanti nello smascherare l'organizzazione e nello schedare i suoi membri. Si cerca pertanto di rilanciare (e sarà l'ultimo tentativo serio, e peraltro fallimentare) un maggiore raccordo con le masse. C'è la comprensione del fatto che l'esaltazione dell'aspetto puramente militare del movimento non ha consentito di dialogare più intensamente con le masse, e guadagnarne l'appoggio. Però si imputa la colpa di tle situazione alla mancanza di evoluzione della situazione soggettiva necessaria per la rivoluzione. Si è quindi rimasti alla situazione espressa nel documento nr. 1, quella cioè di assenza delle condizioni soggettive. Anziché analizzare i propri fallimenti nel condurre una efficace azione di educazione e comunicazione delle masse (basti pensare che ancora nel 1969 il movimento non ha pubblicato il suo manifesto programmatico), e costruire un partito organizzato, in grado di dirigere le masse verso la rivoluzione (condizione fondamentale sottolineata da Lenin stesso) il documento 4 se la prende con la cultura democratica del Paese, con la sua lunga abitudine all'assenza di conflitti, con le proposte formulate dai partiti riformisti, che farebbero presa sul proletariato.
E' vero che il documento riconosce l'esigenza di passare dalla lotta armata ad una organizzazione di partito, in grado di svolgere un ruolo direttivo nei confronti delle masse, tuttavia questa constatazione non ha alcuna conseguenza pratica. Il prosieguo del documento si occupa infatti della sola organizzazione militare, che necessariamente, operando clandestinamente, deve essere fortemente decentralizzata, con ogni colonna che deve essere virtualmente in grado di operare su tutti gli aspetti politici e militari autonomamente, mentre invece, come Lenin insegna, un partito rivoluzionario, che non sia solamente una organizzazione armata, deve basarsi su principi di forte centralizzazione, necessaria per inquadrare e guidare efficacemente le masse. Di conseguenza, mai verrà seriamente discusso il “salto di qualità” dalla lotta armata all'organizzazione politica rivoluzionaria, e questo fatto impedirà ai tupamaros di collegarsi con le masse, e di funzionare da avanguardia per trascinare dietro un appoggio convinto delle masse (come lo stesso Zabalza, in un'autocritica a posteriori, ammetterà).
Va tuttavia sottolineato che, come è evidente, l'elaborazione del pensiero e l'azione pratica dei tupamaros, qui riassunti, valgono a smentire la ricostruzione storica opportunistica fatta da Sendic negli anni Ottanta.

Conclusioni: le ragioni di una sconfitta

L'Uruguay degli anni Sessanta aveva, come gli stessi tupamaros compresero, assommato gli elementi oggettivi di una rivoluzione. Per utilizzare Lenin, aveva sicuramente ottemperato alla prima condizione per il riconoscimento di una situazione rivoluzionaria, ovvero l'impossibilità da parte della classe dominante di mantenere il suo potere senza determinare cambiamenti in direzione di una maggiore repressione (il compromesso storico batlllista su cui il Paese si era retto fino a quel momento era crollato). Aveva anche soddisfatto la seconda condizione, ovvero un incremento senza precedenti delle necessità e delle calamità a carico delle classi oppresse ( il Paese aveva infatti intrapreso una strada di rapidissimo impoverimento e di aumento delle differenze economiche fra le sue classi), e la terza (ovvero una elevazione senza precedenti dell'attività e delle iniziative delle masse, come dimostra l'incremento rapido della conflittualità sociale negli anni Cinquanta e Sessanta). Però i tupamaros non riuscirono a soddisfare le ulteriori condizioni soggettive, chiaramente esposte da Lenin, per trascinare il Paese verso una rivoluzione vittoriosa, ovvero:

- non riuscirono a trasformarsi in un partito rivoluzionario centralizzato e dotato di una élite preparata anche sotto il profilo teorico, in grado di guidare le masse in una direzione prestabilita;

- non riuscirono ad uscire da una logica militarista, e quindi non effettuarono un lavoro di educazione, preparazione e istruzione delle masse, che rimasero così passive, benché profondamente scontente della loro condizione, e non fornirono appoggio ad un movimento che, alla fine, si ritrovò isolato, e finì, in questo isolamento dominato da una mistica militarista eccessiva, per compiere atti ostili allo stesso popolo che voleva difendere (un esempio lampante è l'omicidio del peòn Pascasio Baèz, la cui unica colpa fu di aver scoperto per errore un nascondiglio di armi del movimento) che furono poi utilizzati propagandisticamente dalla destra;

- questo isolamento dalle masse fu fatale per un movimento comunque molto grande (si stima che contò fra i 6.000 ed i 10.000 membri, in un Paese di 2 milioni di abitanti) che quindi non poteva operare clandestinamente efficacemente senza l'appoggio diffuso della popolazione civile;

- non di rado il movimento fu infiltrato da elementi di criminalità comune, con cui i tupamaros avevano relazioni, specie per la fornitura di armi. Ciò fu un ulteriore elemento di allontanamento del favore delle masse proletarie.
 
3 giugno 2011
 
dal sito   http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

venerdì 17 giugno 2011

"LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE"... E OLTRE


"LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE"... E OLTRE

E’ il titolo eloquente di un interessante contributo di  Lorenzo Mortara , da cui prendiamo spunto per svolgere alcune considerazioni sui più recenti sviluppi della vicenda sindacal-politica italiana, dove è per noi chiaro che le vittorie elettorali del centro-sinistra, al pari di quelle giudiziarie della Fiom, lasciano inalterati i rapporti di forza tra capitalismo e proletariato che, nella realtà sociale e nei posti di lavoro, sono attualmente molto sfavorevoli alla nostra classe, con tendenza al peggioramento.
Nelle elezioni amministrative, a dispetto di “trionfi” destinati a evaporare, vediamo riflesso questo quadro reale sfavorevole nella misura in cui, secondo il copione della più moderna democrazia, del tutto assente vi è stato ogni barlume di riferimento (figuriamoci il resto...) alla questione di classe, presentandosi il centro-sinistra, in linea con tutta la sua azione precedente e in ogni sua componente (soprattutto in quelle supposte “estremiste” che hanno conquistato la poltrona di sindaco a Milano e a Napoli), per quel che esso effettivamente si propone di essere, ovvero una diversa opzione offerta essenzialmente alla borghesia “progressista” che vuole infine sbarazzarsi dell’ingombrante uomo di Arcore.

Più che mai opportuno ci sembra, quindi, richiamare l’articolo di Mortara. La sua analisi conferma una volta di più la necessità di dare battaglia a fondo contro l’ “opposizione” del centro-sinistra (bancarottiera per gli interessi della nostra classe) come unica strada percorribile per quanti vogliano contribuire alla ripresa di un vero movimento di lotta che sia esso a mandare a casa il governo Berlusconi, a contrastare realmente la generale offensiva antiproletaria del capitalismo. Lo abbiamo detto nel modo più netto sin dall’inizio di questa legislatura a maggioranza centro-destra, articolando il nostro intervento sui meriti conseguenti e deprecando lo spettacolo di quanti “rivoluzionari, per prendersi in carico il pericolo che incomberebbe sulla democrazia e sulla costituzione “antifascista...”, hanno lasciato cadere o hanno attenuato la denuncia dell’accozzaglia centro-sinistra per accodarsi all’union sacré antiberlusconiana.

Cosa scrive Mortara?

Dopo aver fatto la conta delle nove sentenze favorevoli alla Fiom, che è andata per vie legali contro l’accordo separato di rinnovo del CCNL metalmeccanico, e dell’unica sfavorevole, egli conclude che tutta questa guerra di carte non ha cambiato proprio niente “né dove si è vinto né dove si è perso”. Né può escludersi, aggiunge, che gli sviluppi ulteriori della contesa giuridica ribaltino gli esiti iniziali, essendo il codice “interpetrabile più o meno come la Smorfia napoletana” (ben detto! per un potere di classe che è istituzionalmente preservato e giammai contraddetto dalla costituzione “bellissima”, dalle leggi “uguali per tutti”, dalla “neutrale” magistratura, dove peraltro è per noi davvero assodato che un Guariniello non fa primavera).
Soprattutto, egli scrive, le vittorie legali a nulla servono se i padroni possono farsene un baffo “davanti all’impotenza calabrache di sindacalisti Fiom modello ex-Bertone”, quando i trionfi tribunalizi si accompagnano a sonore sconfitte in fabbrica. I padroni possono incassare tranquillamente le sentenze a loro avverse, se al tempo stesso possono vincere contro i lavoratori nelle aziende.
La tesi di una sofisticata “mossa del cavallo” concertata (per “mettere spalle al muro” la Fiat “obbligandola all’investimento”) tra una dirigenza Fiom tutta d’un pezzo che non firmerà l’accordo... per andare avanti con le cause, e i delegati della RSU che avrebbero dato indicazione per il SI in esecuzione di questo comune disegno, viene sbugiardata da Mortara per quel che merita.
Spalle al muro sono purtroppo i lavoratori e non la Fiat. Mentre la sintonia tra i dirigenti nazionali e gli RSU va colta non sul piano di geniali ed efficaci “strategie”, bensì su quello della comune debolezza.
La realtà è che la Fiom non ha mai messo in campo alcuna difesa reale per i lavoratori, sicché quelli registrati alla ex-Bertone (e ancora a Melfi, dove i delegati Fiom hanno chiesto pur essi al proprio sindacato nazionale di firmare gli “accordi” capestro della Fiat) sono gli esiti conseguenti e inevitabili. “Dietro la capitolazione dei delegati della ex-Bertone (leggiamo ancora da Mortara e condividiamo) ci sta la sostanziale accettazione di una sconfitta da parte dei dirigenti Fiom”.

La Fiom, lo abbiamo scritto in precedenti note, ha preteso rispondere all’attacco durissimo di Chrysler-Fiat “con argomenti che non offrono una alternativa ai lavoratori”. Se questa verità, a pochi giorni dal primo referendum di Pomigliano, gli veniva rinfacciata da un centinaio di operai campani che, insufflati dai sindacati firmatari, scrivevano al Giornale per criticare la Fiom che “con il suo NO si salva l’anima ma non aiuta in niente i lavoratori nella difficoltà estrema...”, adesso toni e contenuti analoghi li vediamo emergere direttamente in casa Fiom, sia nella pantomima della ex-Bertone e sia nei pronunciamenti dei delegati di Melfi.

Ai suoi NO (reali NI, come abbiamo chiarito fin dal primo intervento e come ha rimarcato un nostro lettore sia pur con argomenti a nostro avviso non decisivi) la Fiom non ha fatto seguire alcuna credibile prospettiva nella cui visione affrontare lo scontro imposto dal padronato. Questo deficit d’origine ci consegna oggi una sequela di sentenze che nulla dirimono, mentre la realtà dello scontro fa velocemente il suo corso e, dopo i primi due referendum persi con onore, ora, alla ex-Bertone e a Melfi, sono direttamente quelli del NO a votare in massa SI e a chiedere che si firmi ciò che la Fiat pretende.
Intanto il padronato accenna qua e là a voler passare all’incasso generale. Abbiamo letto sul Manifesto del 24/05/2011 della Festa Srl (call center romani che lavorano in concessione dello Stato per scommesse e giochi) che impone ai lavoratori la rinuncia al CCNL a favore di fantomatici contratti in deroga (sottoscritti da Fistel Cisl) pena il “trasferimento a Lucca” o l’accettazione di “volontarie” dimissioni.
I fatti dimostrano che la politica della Cgil e quella della stessa Fiom sono votate, pur con diverse accentuazioni, alla bancarotta dei lavoratori, i quali, fintanto ad esse daranno credito o lasceranno spazio, sono destinati a restare con le mani legate di fronte all’aggressione del capitalismo. E’ ora di iniziare a reagire. Solo la battaglia a fondo contro la visione e i contenuti della complessiva opposizione portata avanti con mortifera costanza dal fronte sindacal-politico centro –“sinistro” (con certe ruote “rivoluzionarie” al seguito: cosa non si fa in nome della democrazia “da salvare”!) può fungere da propedeutico e corroborante per risalire la china. Ciò sarà dato solo abbandonando finzioni e illusioni sulla “democrazia super partes” che dovrebbe proteggerci contro padroni “anticostituzionali e reazionari”, solo impedendo che si trasfiguri in questa pantomima della “democrazia in pericolo” la sostanza evidentissimamente antiproletaria dell’attacco in corso, solo ricominciando a prendere in carico seriamente e con l’indispensabile ri-orientamento verso il programma di classe i problemi che l’attacco del capitalismo in crisi ci pone.

In sostanza noi imputiamo al vertice Fiom di aver voluto opporre una difesa grettamente nazionale (e nazional-corporativa) contro un attacco la cui portata e il cui campo di riferimento è palesemente mondiale. Gli imputiamo di aver voluto eludere lo scontro di classe, quando è questa l’indiscutibile sostanza dell’attacco di Chrysler-Fiat, per rispondere sul crinale evanescente della “democrazia italiana violata”, delle cause legali, dell’unità di tutti “per la difesa della costituzione” (in piena alleanza, e anzi al seguito, di un Fassino – tanto per dire – favorevole ai piani Fiat e ora supervotato sindaco di Torino...).

Cosa si deve fare quando una borghesia imprenditoriale italo-americana, supportata fino a ieri dallo Stato italiano e ora dai governi americano e canadese, sferra attacchi decisivi contro gli operai statunitensi, imponendo ad essi con ricatti diecimila volte maggiori accordi capestro a fronte dei quali i nuovi contratti separati di fabbrica-Italia sono rose profumate e ghirlande di fiori? Cosa si deve fare quando, assestato l’attacco nella nuova casa madre, si passa a ricattare i lavoratori italiani (tuttora più tutelati rispetto ad altri) e si mettono in concorrenza spietata tutti gli stabilimenti Chrysler-Fiat dei diversi paesi? Quali difese efficaci possono e devono apprestare i lavoratori che vedono le proprie vite appese al calcolo delle migliori attese di profitto di ristretti circoli imprenditoriali, finanziari, statuali, i quali dominano un gioco (che, beninteso, è effettivamente di sopravvivenza tra squali di pari appetito) dove il profitto è tutto e le vite di decine di migliaia di lavoratori nulla?

Qui non ci sono ricette facili e siamo i primi a dire che non vale declinare a pappardella i principi di un astratto internazionalismo, perché occorre invece esser pronti (volendolo fare, però!) a contrastare tutti i contraccolpi, a voler superare tutti gli ostacoli che ci provengono dalla rimozione pluridecennale di ogni idea di solidarismo verso i lavoratori degli altri paesi (di fatto identificati come “concorrenti” insieme ai loro padroni e ai rispettivi capitalismi), di ogni concreto collegamento e prima ancora di qualsivoglia educazione ed orientamento classisti e internazionalisti, non solo di dirigenze sindacali sostanzialmente integrate nei rispettivi borghesissimi Stati, ma nella stessa massa operaia dimentica di se stessa e per lungo tratto ancora lanciata a muoversi contro i suoi stessi interessi.

Della Fiom, che con i suoi avvocati ha promosso decine di cause davanti ai tribunali italiani, mai si è letto che nei mesi passati abbia inteso promuovere una iniziativa comune dei lavoratori Chrysler-Fiat dei diversi paesi, una riunione internazionale che non fosse la replica di riti stantii e inutili (e comunque neanche di questo genere di incontri si è sentito parlare), che non risultasse sterilizzata e preclusa dalle consegne di allineamento agli interessi competitivi della propria “economia nazionale” da parte di burocrazie sindacali che in realtà si pongono come ulteriore ostacolo a un effettivo passsaggio in questa direzione.
Sappiamo benissimo che i coordinamenti europei e internazionali dei gruppi multinazionali e le varie confederazioni sindacali mondiali presenti sulla scena traducono i livelli più squallidamente “istituzionali” di apparati tanto interessati al “prestigio di ruoli internazionali” (e relative trasferte “tutto pagato”) quanto inservibili al fine in questione dieci volte di più di quanto già non lo siano per la difesa immediata dei lavoratori alle rispettive scale nazionali. Ci vengono in mente certi resoconti deprimenti di Rinaldini (finalizzati a escludere una volta di più ogni proposito di solidarietà internazionalista e a riproporre la visione di una lotta centrata sulla “specificità italiana”...) su quel che si registra in consessi del genere, con “rappresentanti dei lavoratori” (del calibro di un Rinaldini, appunto, sicchè il “risultato è garantito”...) che, invece di collegare e unire l’organizzazione e le lotte, rilanciano la competizione tra lavoratori nella misura in cui anche i “migliori” non sanno far altro che spendere gli argomenti corrispondenti agli interessi del proprio capitalismo nazionale e a quelli (suppostamente tali) dei “propri” lavoratori in quanto subordinati ai primi.

Mai ci siamo sognati di pensare che il proletariato che si risvegli ai suoi compiti debba riconquistare istanze del genere alle proprie necessità, perché sappiamo da tempo che dovrà dotarsi di propri efficaci strumenti di collegamento e di organizzazione delle proprie forze presenti in tutto il mondo scontrandosi anche contro questa impalcatura, non solo inservibile ma estranea e nemica.
Dunque non di questo si tratta. Più semplicemente si vuol chiedere ai molti che con i Landini e i Cremaschi si sono spesi per la resistenza dei lavoratori metalmeccanici, per la lotta contro i ricatti “di Marchionne”, in critica inoltre alla linea camussiana sulla Fiat, sugli accordi separati, sui tentativi di ricucire con Confindustria e con Cisl-Uil, etc. etc., se l’attacco Chrysler-Fiat, che ha colpito i lavoratori americani, italiani, polacchi, serbi, etc., con l’obiettivo, finora centrato, di metterli gli uni contro gli altri o comunque di tenerli ben separati e gli uni agli altri indifferenti se non – preferibilmente – ostili, non meritasse almeno il tentativo di un’interlocuzione in questa direzione.

Chiediamo ai lavoratori di ragionare assieme e discutere se l’incontro e il collegamento con i lavoratori Fiat degli altri paesi (tanto per cominciare da dove il capitalismo ci impone un passaggio obbligato e finora eluso alla grande, non solo dalle leadership...) siano necessari o se si tratti di optional di cui poter fare a meno. Quindi poi se i contenuti portati avanti dalla Fiom nella sua piattaforma e negli appelli contro “i ricatti di Marchionne” siano di quelli che predispongono l’incontro e la comune iniziativa, o non piuttosto ignorano i lavoratori degli altri paesi, considerandoli come soggetti estranei alla propria partita e disconoscendoli come parte di un unico fronte sotto attacco le cui forze avvicinare e unificare per resistergli.

Ecco il senso della nostra critica alla Fiom. Chrysler-Fiat, con una terna di Stati e relativi governi (e buona parte di opposizioni) iper-capitalisti al seguito, parte all’attacco di qualche centinaia di migliaia di lavoratori sparsi in tutto il mondo con effetti a cascata certo non circoscritti ai dipendenti di quel gruppo, e voi, signori dirigenti della Fiom, cosa avete da dire e cosa avete detto?
Che il ricatto “di Marchionne” ha violato la costituzione dell’Italia, che Marchionne vuole tenere fuori dalle fabbriche-Italia la nostra costituzione, la nostra democrazia, che accordi e referendum del genere non sono votabili (e pur adesso li avete votati e votati per il SI...).
Cosa significa questo lo abbiamo già scritto. Significa che non vi siete mai sognati di pensare all’offensiva antioperaia di Chrysler-Fiat come a un problema unitario che colpisce i lavoratori di tutto il gruppo, le cui forze quindi tendere a collegare e unificare per poter respingere insieme un attacco comune. Significa che non vi siete mai disposti a considerare questo più ampio scenario, non avete mai né cercato né usato argomenti idonei a promuovere fosse anche un solo piccolo passo iniziale in questa direzione. Avete semplicemente detto: “negli Stati Uniti, in Serbia e in Polonia accada quel che deve accadere, ma qui in Italia queste cose non si possono fare, a noi lavoratori italiani ci dovete preservare i diritti garantitici dalla nostra costituzione”. Argine di fango, illusione destinata – come merita – a cadere, lasciando i lavoratori nudi di ogni difesa! “Noi non siamo polacchi” ha gridato in assemblea un operaio di Pomigliano, che evidentemente ha inteso per il verso giusto i vostri appelli.
Ma su queste basi viene negata ogni prospettiva internazionalista di classe (le due cose viaggiano assieme e la vostra pseudo –“resistenza” ne dà la conferma in negativo) e ci si getta anima e cuore in una battaglia dai richiami e dai contenuti nazional-corporativi, in nome della “nostra democrazia da difendere” (come avete piagnucolato in decine di stucchevoli “appelli unitari”), dell’alleanza antiberlusconiana “da Vendola a Fini”, dell’interclassismo a tinte tricolori con inni di Mameli a suggello, del CLN di salvezza nazionale contro i reazionari Berlusconi-Marchionne che sparuti drappelli finora senza masse (ma il peggio, di questo passo, non possiamo escluderlo...) pretendono di incalzare cantandogli contro “Fratelli d’Italia” (dalla pena... al vomito!).
E non dite che una diversa prospettiva era preclusa dalle decisioni dei sindacati statunitensi dell’auto (con tutto il male che giustamente di essi può e deve dirsi) e dai lavoratori da essi rappresentati, perché invero non vi abbiamo mai visti prendere in carico i problemi di quei lavoratori quando la Chrysler rischiava di chiudere insieme ad altri colossi multinazionali spazzati via dalla crisi, non vi abbiamo mai visti interessarvi alle vicende che avvenivano oltre Atlantico e che vi illudevate che mai ci avrebbero riguardato. E, d’altra parte, non avete forse allo stesso modo declinato nel disinteresse più totale le poche, ma non per questo insignificanti, parole di altro segno che vi/ci sono provenute in questi anni (invero anche di recente come abbiamo potuto registrare sul nostro sito) da rappresentanti sindacali e da sia pur ristretti nuclei di lavoratori degli stabilimenti Fiat in Polonia e in Serbia, parole che richiamano la necessità di un collegamento tra lavoratori dei diversi paesi e non certo inneggiano, come le vostre, alla difesa separata e nazional-corporativa?

I fatti ci danno conferma. Come scrive Mortara, oggi la Fiom, mentre “festeggia le sue nove vittorie di carta”, intanto “si appella a Fim e Uilm e a Federmeccanica per definire regole cogenti sulla rappresentanza e sulla democrazia capaci di impedire la pratica degli accordi separati...” (“è come chiedere al lupo, che si è divorato Cappuccetto Rosso, di restituirlo!”). Quindi: cause a tutto spiano da un lato, ma sostanziale marcia indietro alla ex-Bertone e a Melfi, come anche nelle proposte di composizione del disaccordo con Confindustria e Cisl-Uil a partire dalle “regole sulla rappresetanza”.
Un decorso che, con tutta la (non irriducibile) distanza tra maggioranza e minoranza della Cgil, tra segreteria camussiana e Fiom, di fatto le accomuna: sia l’una che l’altra stanno procedendo in modo più o meno dichiarato verso la sostanziale accettazione degli accordi inzialmente rifiutati e questo è il dato centrale della loro azione, deleteria per la nostra classe che peraltro, e anche questo va detto, poco o niente finora vi ha opposto.
La Cgil ha indetto lo sciopero soltanto il 6 maggio, data sufficientemente lontana dallo sciopero metalmeccanico del 28 gennaio e sufficientemente vicina alle elezioni amministrative, in prossimità delle quali sta bene riempire le piazze e creare aspettative con tutti gli argomenti antiberlusconiani possibili. Che lo sciopero del 6 maggio sia stato uno “sciopero elettorale” lo conferma non solo il fatto che esso ha individuato come sua esclusiva controparte il governo di centro-destra (che controparte, ma non certo esclusiva, lo è a pieno titolo), ma anche l’iniziativa della Camusso che proprio in quei giorni ha presentato a Confinudustria e Cisl-Uil una “proposta di riforma della contrattazione” che ricalca nell’essenziale (ovvero nello svilimento del CCNL, ammettendo recuperi al di sotto dell’inflazione e ampia possibilità di deroga a livello aziendale e locale) quanto già sottoscritto separatamente da quegli altri. Lo sciopero del 6 maggio non ha visto al centro né la denuncia di Confindustria (e della Fiat), né quella degli accordi separati che nelle varie categorie stanno sancendo condizioni sempre più deteriorate per i lavoratori. Tutti gli strali della Cgil sono stati indirizzati contro Berlusconi, mentre la Camusso proprio in quei giorni ha accentuato l’iniziativa volta a ricucire gli strappi con Confindustria.
Il tutto in vista e in prossimità della tornata elettorale, a suggello del fatto che questa politica, che si riempe la bocca di democrazia mentre arretra continuamente sugli interessi di classe, non sa far altro che eludere la presa in carico delle necessità dei lavoratori sul terreno della lotta per convergere, prima o poi, sulle istanze del fronte avverso, puntando a finalizzare gli accenni di mobilitazione che si sono dati e quelli che in forma ultra-controllata è stato utile chiamare in campo al mero scopo di una favorevole conta di voti, così certificando ancora una volta il proprio mestiere di sempre: quello di pompieri della lotta di classe, votati a spegnere nelle urne del potere borghese (così come nelle aule dei suoi tribunali) ogni (anche solo potenziale) energia di lotta della classe operaia e lavoratrice.
Una politica che è foriera di gravi ulteriori arretramenti “nelle fabbriche”, cioè nella realtà dei rappporti di forza tra capitale e classe lavoratrice, anche quando, a detta di costoro, “si vincerebbe”, nei tribunali e nelle urne.

Abbiamo letto su Liberazione del 21/05/11 l’articolo di Cremaschi (“Nei ballottaggi di Milano e Napoli la differenza la può fare il lavoro”) che si arrampica sugli specchi per affermare che nelle candidature di Pisapia e De Magistris sarebbe stata messa in primo piano la questione del lavoro. A Milano, in particolare, sarebbe stata la lotta della INNSE a dare il là alla riscossa operaia che ha portato sulla poltrona di sindaco il candidato del centro-sinistra.

Niente ci sembra più fasullo e francamente ridicolo. Le vittorie di Pisapia e De Magistris sono state possibili su terreni dove la questione di classe, lo abbiamo detto in apertura, oltre a non essere centrale, vi è stata e vi è francamente del tutto assente, se non esorcizzata. Chi ritiene che questo sia soltanto il portato di sapienti strategie elettorali avrà modo di ricredersi. Intanto vada a leggersi alcuni esplicativi editoriali della stampa borghese, uno per tutti quello di Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 26/5/11, “Una città due borghesie”, dove si legge, tra altro, che “Letizia Moratti e Giuliano Pisapia hanno come grandi elettori le due borghesie nelle quali è (apparentemente) divisa la upper class nazionale. L’una di (centro)destra, si dichiara ’moderata’; l’altra, di (centro)sinistra, ’progressista’...”. O legga ancora sullo stesso numero Massimo Moratti, petroliere presidente dell’Inter, per il quale: “Giuliano mi sembra una persona perbene. Si rivolge a tutti e incarna i valori e la tradizione della borghesia milanese...”.

Chi sbaglia a fare i conti: Ostellino/Moratti o Cremaschi? Noi non abbiamo dubbi. Nella canditatura di Pisapia e nella sua campagna elettorale abbiamo visto riflesso l’ulteriore percorso compiuto da Federazione della Sinistra e SEL nella “ri-affondazione” definitiva di ogni velleità di “comunismo” ridotto a barzelletta dai suoi stessi ex-rappresentanti pur di poter essere riammessi nel gioco, almeno in quello delle amministrazioni locali.
Rispetto alle arrampicate sugli specchi di Cremaschi ci sembra molto più sensato e veritiero registrare una linea di continuità tra il SI espresso dagli operai alla ex-Bertone e la plebiscitaria elezione di Piero Fassino a Torino al primo turno. Nella elezione di Fassino, esponente del centro-sinistra notoriamente schierato con Marchionne e in generale contro le “rigidità” sindacali della Fiom e della stessa Cgil, vediamo riflessa “la questione del lavoro” di cui parla Cremaschi, ma non nel senso di inesistenti riscosse (poi tradotte in voti...), sì invece in quello di un reale arretramento della classe operaia che, deprivata (e deprivatasi) di ogni sua propria prospettiva – distinta e contrapposta a quelle di tutti i Fassino e della upper class nazionale in ogni suo fazione e componente –, si piega oggi al SI sui ricatti in fabbrica e vota in massa il candidato del centro-sinistra che quei ricatti giustifica e sostiene.

Da questa non confortante realtà si riparte. Questi i meriti su cui dare battaglia perché ripartenza e lotta contro il capitalismo possano darsi, superando in avanti le attuali indubbie e gravi difficoltà del nostro fronte.

4 giugno 2011

Nucleo Comunista Internazionalista

dal sito IL PANE & LE ROSE             

9 giugno2011
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