martedì 31 marzo 2015

IL NODO GORDIANO DEI SOCIALISTI ITALIANI di Stefano Santarelli




IL NODO GORDIANO DEI SOCIALISTI ITALIANI
di Stefano Santarelli



Domenica 29 marzo si è tenuta l’Assemblea costituente del socialismo italiano, una assise molto attesa nel mondo socialista proprio perché frutto di un lavoro comune tra varie associazioni sia interne che esterne al Partito Socialista Italiano, una iniziativa estremamente interessante che verrà ripetuta tra tre mesi, il 27 giugno.
Indiscutibilmente ancora oggi il socialismo italiano non ha superato lo choc dello scandalo di tangentopoli del 1992 che provocò la decimazione del suo gruppo dirigente ed il suo tracollo elettorale che causò una diaspora che continua tutt'oggi. La sua successiva storia infatti si caratterizza per la disperata ricerca della sopravvivenza della sua gloriosa eredità storica.

Ma per sopravvivere invece di puntare ad una rifondazione autonoma e al conseguente rilancio di una prospettiva socialista per il nostro paese i socialisti hanno cercato invece in questi ultimi vent'anni tutta una serie di scorciatoie tramite varie alleanze politiche che non si sono rivelate fruttuose. Così nel 1995 si alleano con l'Alleanza Democratica di Mario Segni, nel 2005 con i Radicali nella lista “La Rosa nel pugno” ma con risultati francamente deludenti. Mentre nel 2008 nelle elezioni politiche i socialisti diretti da Enrico Boselli si presentarono da soli ottenendo un flop elettorale non raggiungendo neanche l'1% dei voti e senza ovviamente nessun eletto. Nel 2009 con la nuova segreteria di Riccardo Nencini insieme ai Verdi, a Sinistra Democratica e al Movimento per la Sinistra di Nichi Vendola presentano la lista “Sinistra e Libertà” alle elezioni europee che ottiene un incoraggiante 3,13% dei voti, ma senza nessun eletto.

Nel 2010 il PSI presenta alle elezioni regionali il suo simbolo in tre regioni (Lazio, Basilicata e Lombardia) mentre in altre quattro (Puglia, Veneto, Campania e Calabria) si presenta con SEL e in Toscana ed Emilia-Romagna i suoi candidati si trovano nella lista del Partito Democratico. Come si può vedere in questa tornata elettorale la linea (o meglio le linee) del PSI sono veramente oscillanti per non dire altro. Riesce comunque ad eleggere 14 consiglieri regionali, la metà dei quali nelle liste di SEL.
Nelle elezioni politiche del 2013 il PD inserisce nelle sue liste alcuni dirigenti socialisti, tra cui il segretario Nencini, che verranno eletti e che daranno la fiducia prima al Governo Letta per poi entrare direttamente nel successivo Governo Renzi.

giovedì 26 marzo 2015

CASO LUPI E DINTORNI di Aldo Giannuli




CASO LUPI E DINTORNI
di Aldo Giannuli



Con la gragnuola di scandali della scorsa settimana, sui quali primeggia il caso Incalza-Lupi, possiamo tranquillamente dire che siamo tornati in piena Tangentopoli. Per la verità, era ampiamente possibile dirlo già nel 2010, ma si era fatto finta di niente. Ora mi pare impossibile far finta di nulla ancora una volta.

Certo (lo abbiamo anche scritto più volte in questo blog) Tangentopoli non è mai veramente finita, al massimo ha avuto un momento di dissesto fra il 1992 e la fine del decennio, ma già nei primi del 2000 era di nuovo all’opera e riorganizzata. Qui però c’è una novità rispetto al passato più recente, che ci porta al clima del 1992: l’incombente conflitto fra potere giudiziario e potere politico. Un conflitto che, in questo ventennio, è andati avanti, ma fra magistratura (inquirente) e destra berlusconiana ed, anche se non mancavano gli avvisi di garanzia agli uomini del Pd (diversi dei quali sono finiti in cella), non investiva il ceto politico in quanto tale.

Berlusconi e la destra non perdevano occasione di suonare il ritornello delle “toghe rosse” e della “magistratura politicizzata”, minacciando la separazione delle carriere fra inquirente e giudicante e riforma del Csm, mentre il Pds-Ds-Pd difendeva (o faceva mostra di difendere) l’indipendenza della magistratura. Anzi, la sinistra passava per essere il “Partito dei magistrati” eleggendone a decine nelle sue fila.

BARBARIE E STRATEGIA di Franco Cardini






BARBARIE E STRATEGIA
di Franco Cardini



Nimrod era uno dei siti archeologici più incredibili del mondo, con le sue sculture ciclopiche erette al centro di un anfiteatro di cime montane desolate e bellissime. Dico “era”, eppure continuo a sperare che si possa continuar a dire “è”, che i danni arrecati alcuni giorni or sono al complesso storico-archeologico dai fanatici dell’IS non siano totali e definitivi. Si è ripetuto, quattordici anni dopo, l’innominabile e imperdonabile scempio dei colossali Buddha di Bamiyan in Afghanistan, voluto dai talibani: e anch’esso teso, attenzione!, formalmente a cancellare le tracce dell’”idolatria” dal mondo, sostanzialmente ad allibire e indignare gli occidentali.

Le ragioni teologiche e religiose dell’infamia sono tanto evidenti quanto fallaci: Il Corano, proseguendo in ciò la linea aperta della Torah ebraica, proibisce qualunque tentativo di rappresentazione materiale della divinità. La giurisprudenza musulmana, concorde sulla proibizione di rappresentare in sculture o in pitture l’immagine di Dio, si mostra discorde nel valutare la liceità delle immagini riproducenti figure umane o animali. La cultura musulmana ha prodotto notevoli rappresentazioni artistiche. Dalle pitture e addirittura dalle vere e proprie statue dei califfi umayyadi di Damasco (secc. VII-VIII) a quelle del mondo iberico medievale che era appunto in rapporto con la civiltà espressiva siriana umayyade (a sua volta debitrice all’arte bizantina) fino alle numerose e preziose scuole di miniaturisti persiani e indiani dei periodi abbaside, irano-tartarico e moghul. Non solo vi si rappresentano uomini e donne, ma lo stesso profeta Muhammad il volto del quale appare tuttavia coperto da un velo o fasciato da una fiamma.

martedì 24 marzo 2015

UN NUOVO LIBRO SU LEV TROTSKY




UN NUOVO LIBRO SU LEV TROTSKY
Rivoluzione e Internazionalismo di Michele Azzerri

Presentazione di Antonio Moscato



Poche figure storiche sono state colpite da una damnatio memoriae paragonabile a quella subita da Lev Trotsky. Per decenni – in URSS e in tutto il mondo in cui esistevano partiti comunisti – fu negato il suo ruolo nelle due rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, e perfino quello di organizzatore e condottiero tenace di un’Armata rossa creata dal nulla nel vivo di una guerra civile internazionale spietata. Le foto in cui appariva accanto a Lenin sono state per decenni ritoccate per cancellare ogni traccia del suo operato, mentre legioni di scribacchini compilavano libercoli denigratori che riversavano sul suo conto le più inverosimili calunnie, fino alla fine del sistema sorto dall’URSS staliniana e perfino dopo il suo crollo. A volte lo stesso storico di regime, come Dmitri Volkogonov, che sotto Breznev o Cernenko aveva ribadito le accuse staliniane di complicità di Trotsky con l’imperialismo britannico o giapponese, al tempo di Boris Eltsyn adeguava la condanna al nuovo clima presentandolo invece come un comunista estremista e “avventurista”, che avrebbe messo in pericolo la “patria sovietica” e sicuramente superato Stalin in crudeltà...

Naturalmente l’esistenza di una così abbondante letteratura denigratoria, poteva stimolare una risposta apologetica o comunque rivolta a smontare le accuse più inverosimili. Ma non è il caso di questo libro di Michele Azzerri, che non si dilunga troppo nella confutazione delle grottesche calunnie riversate su un uomo braccato da un paese all’altro, e osteggiato da governi di ogni genere, in una forma che non ha paragoni nel XX secolo.

LA COLPA D'ORIGINE DEL COLONIALISMO E L'INSORGENZA FONDAMENTALISTA di Aldo Giannuli





LA COLPA D'ORIGINE DEL COLONIALISMO E L'INSORGENZA FONDAMENTALISTA
di Aldo Giannuli



L’Europa è stata molto generosa con sé stessa, autoassolvendosi del suo passato coloniale: concessa l’indipendenza agli ex colonizzati, ha ritenuto che ogni problema fosse risolto e che una parentesi di storia si fosse chiusa senza strascico. Ma è così?

Per circa un ventennio, dagli anni venti ai quaranta, nelle facoltà di medicina francesi si insegnava che gli algerini hanno una conformazione neurologica particolare, che li rende fisiologicamente criminali, aggressivi, violenti. Delinquono perché sono delinquenti di natura e non possono far altro. Nel linguaggio coloniale francese ogni parola che indicava un algerino corrispondeva ad un insulto come “bicot” (capretto) sinonimo di nordafricano. Nelle scuole di primo e secondo grado delle colonie, i libri di testo –tutti di autori europei- parlavano della naturale superiorità razziale dei bianchi che le genti di colore, malgrè soi, dovevano sforzarsi di imitare. Sino a circa mezzo secolo fa, medici, antropologi, biologi, psicologi ecc davano per scontata l’inferiorità naturale delle popolazioni di colore.

Tutto questo gli europei lo hanno rimosso. Gli islamici no. La fine del colonialismo è di circa 60 anni fa, ma mezzo secolo, sul piano della storia, è un tempo trascurabile.

lunedì 23 marzo 2015

L'INTRECCIO TRA LIBERISMO E MALAFFARE AL TEMPO DELLA CRISI di Marco Bertorello





L'INTRECCIO TRA LIBERISMO E MALAFFARE AL TEMPO DELLA CRISI
di Marco Bertorello



Solo in questi ultimi giorni sono esplosi gli scandali che ruotano attorno al ministero dei trasporti e la corruzione di un imprenditore italiano realizzata in Congo, ma alcuni mesi fa c'è stato il caso Expo di Milano, poi Mafia-Capitale, prima ancora il Mose di Venezia, e l'elenco potrebbe andare avanti a lungo. Ogni volta che uno scandalo di questo tipo sale alla ribalta delle cronache per un po' strappa le prime pagine dei media alla noiosa politica politicante, come si dice. Un po' di dibattito tra giustizialisti e garantisti (i termini qui sono molto relativi o perlomeno imprecisi), si parla di quali potrebbero essere i provvedimenti che la politica può assumere in funzione deterrente (curioso affidare ormai tale ruolo a quella stessa sfera che è parte direttamente in causa del malaffare), fino a giungere ai ritornelli sull'indole umana oppure sul più circoscritto carattere italico, cioè la nostra presunta e congenita predisposizione all'illecito.
Tutto questo teatro mediatico finisce, seppur da direzioni e con moventi diversi, per condurre all'impotenza, contribuendo all'assuefazione e alla rassegnazione. Come potrebbe la politica prendere dei provvedimenti se il problema sono gli italiani oppure gli esseri umani in genere? In questi ragionamenti si potrebbe affermare che banalmente c'è una parte di vero, ma se vengono assolutizzati e oscurano altro diventano unicamente fuorvianti.

venerdì 20 marzo 2015

L'ATTENTATO DI TUNISI E L'INTERVENTO IN LIBIA di Aldo Giannuli




L'ATTENTATO DI TUNISI E L'INTERVENTO IN LIBIA
di Aldo Giannuli



Con l’attentato di Tunisi è ormai chiaro che siamo tornati alla situazione del 2004-2006, quando gli attentati terroristici si susseguivano a livello mondiale (Madrid, Londra, Bali, Sharm el sheikh ecc.), con la differenza che ora, oltre con Al Quaeda, ce la dobbiamo vedere con l’Isis e con la concorrenza fra i due che spinge a moltiplicare il loro attivismo.

L’illusione di aver sconfitto Al Quaeda (e, con essa, tutto l’armatismo islamista) con l’uccisione di Osama Bin Ladin e di molti altri dirigenti dell’organizzazione, è ormai dissolta. Al Quaeda è rinata nella penisola arabica, ha ricostruito quadri operativi e gruppo dirigente e, ad essa, si è aggiunta l’Isis, il suo vecchio braccio iraqueno, scissosi.

A quanto pare, questa volta la mano è dell’Isis o di qualcosa di collegato. E la reazione dell’Occidente è la solita: la spedizione militare che dovrebbe debellare, in questo caso, l’enclave Jihadista in Libia. Continuo a pensare che questa sia la peggiore bestialità che possiamo fare, ma voglio stare al gioco e ragionare sul piano dei nostri callidi strateghi. Va bene, mi avete convinto: A Tripoli!

Ma sappiamo cosa fare? Occupare il paese? Estendere ad esso la sovranità del Parlamento di Tobruk? Incoronare il generale Haftar nuovo Rais? Dividere la Libia fra Egitto, Tunisia e Algeria? Fateci sapere. In secondo luogo: se poi dovessimo trovarci di fronte una guerriglia nelle zone interne (e mi pare che noi italiani ne sappiamo qualcosa) che facciamo, ci andiamo ad impantanare in un nuovo Iraq, Mali, Afghanistan?

giovedì 19 marzo 2015

COALIZIONE SOCIALE: SENZA LOTTA NON C'E' PROGETTO di Alessandro Giardiello





COALIZIONE SOCIALE: SENZA LOTTA NON C'E' PROGETTO
di Alessandro Giardiello 



Molti a sinistra si interrogano sul reale contenuto della “Coalizione sociale” di Maurizio Landini.
Nella lettera rivolta agli altri soggetti, riportata dal Corriere della Sera del 13 marzo, il segretario della Fiom scrive: “dovremmo trovare il modo di dare forma e forza ad un progetto innovativo, individuando punti di programma condivisi (…) Le politiche della Commissione (europea) e della troika anche in Italia stanno mettendo in discussione la democrazia, il lavoro e i suoi diritti, l’istruzione e la formazione, la salute, i beni comuni e la cultura, la giustizia”. Di qui l’esigenza di “coalizzarsi insieme per una domanda di giustizia sociale sempre più inascoltata e senza rappresentanza. La coalizione sociale dovrà essere indipendente e autonoma: significa che per camminare dovrà potersi reggere sulle proprie gambe e pensare collettivamente con la propria testa”.

lunedì 16 marzo 2015

SETTANT'ANNI FA FINIVA LA SECONDA GUERRA MONDIALE di Diego Giachetti





SETTANT'ANNI FA FINIVA LA SECONDA GUERRA MONDIALE
di Diego Giachetti



La guerra mondiale che si concludeva settant’anni fa era, per dirla col titolo del libro di Antonio Moscato sulla Prima guerra mondiale, intitolato La madre di tutte le guerre (Edizioni La.Co.Ri. 2014), una filiazione di quel tragico evento. La Prima guerra mondiale lungi dall’essere, come la propaganda dell’epoca la descriveva per giustificarla, la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre, non conquistò affatto un mondo di pace. Appena due decenni dopo la sua fine, scoppiò la Seconda. Quella guerra, come si capirà dopo, aveva aperto il “secolo breve” novecentesco e gli anni trascorsi tra il 1914 e il 1945 furono teatro di una nuova “guerra dei trent’anni” in Europa, conclusasi con la fine del secondo conflitto mondiale. La Prima guerra mondiale infatti, per come si concluse, per i trattati di pace che i vincitori imposero ai vinti, per la crisi sociale e politica che lasciò sul campo sia nei paesi vinti che vincitori, sfociata in Russia nella rivoluzione bolscevica, consegnò uno scenario instabile in tutta Europa. Si generarono rivoluzioni e controrivoluzioni. La controrivoluzione prima fascista e poi nazista trionfò in Italia, in Germania e successivamente in Spagna. Il breve ventennio che separò le due guerre non fu affatto pacifico e, anche sotto l’impulso della crisi economica e finanziaria del capitalismo del 1929, fomentò le ragioni dell’esplosione di un nuovo conflitto mondiale, quello che si concluse nel 1945.

Ernest Mandel, prima in un saggio del 1976 sui trotskisti e la Resistenza nella Seconda guerra mondiale (http://www.ernestmandel.org/fr/ecrits/txt/2005/les_trotskystes_et_la_resistance.htm) e poi in un suo libro sul significato di quella guerra (The Mening of the Second World War, London, Verso, 1986) indica le variabili che la caratterizzarono, suscitate dalla guerra stessa. Fu una guerra tra potenze imperialiste; fu una guerra di difesa da parte dei paesi soggetti alla volontà espansionistica dei paesi imperialisti; nelle colonie africane e asiatiche la guerra suscitò una guerra per l’indipendenza e la liberazione nazionale; dal 1941, con l’attacco all’Unione Sovietica, si aprì un fronte di guerra tra imperialismo tedesco e italiano e uno stato operaio; nell’Europa occupata dai tedeschi e dagli italiani si manifestò la guerra di Resistenza.

mercoledì 11 marzo 2015

UNA COSTITUZIONE DI MINORANZA di Massimo Villone







UNA COSTITUZIONE DI MINORANZA
di Massimo Villone




Un brutto giorno per la Repub­blica. Come era nelle pre­vi­sioni, la Camera approva la riforma costi­tu­zio­nale Boschi-Renzi, già votata in Senato. 357 sì, 125 no, 7 aste­nuti, che alla Camera non con­tano. Movi­mento 5 Stelle fuori dall’Aula. Numeri certo favo­re­voli a Renzi. Ma è facile vedere, richia­mando il con­senso ai sog­getti poli­tici real­mente espresso nel voto del 2013, che una Camera depu­rata dalla droga del pre­mio di mag­gio­ranza dichia­rato ille­git­timo con la sen­tenza 1/2014 della Corte costi­tu­zio­nale oggi avrebbe boc­ciato la pro­po­sta. Non è la Costi­tu­zione della Repub­blica. È la costi­tu­zione del Pd con escre­scenze. Una costi­tu­zione di minoranza.

Que­sto con­ferma tutte le cri­ti­che sulla man­canza di legit­ti­ma­zione a rifor­mare la Costi­tu­zione di un par­la­mento ful­mi­nato nel suo fon­da­mento elet­to­rale. E dun­que non abbiamo affatto un paese più sem­plice e giu­sto, come esulta Mat­teo Renzi. Invece, abbiamo in pro­spet­tiva una Costi­tu­zione che non riflette la realtà del paese.

Il voto della Camera ci con­se­gna quel che sarà, molto pro­ba­bil­mente, il testo defi­ni­tivo della riforma. Si richiede un nuovo pas­sag­gio in Senato per chiu­dere con l’approvazione di un iden­tico testo la fase della prima deli­be­ra­zione richie­sta dall’art. 138 della Costi­tu­zione. Ma è ragio­ne­vole pre­ve­dere che Renzi alzerà bar­ri­cate con­tro ogni ulte­riore modi­fica, che potrebbe del resto toc­care solo le parti ora emen­date dalla Camera.

lunedì 9 marzo 2015

TRA LEOPOLDA E SEDUZIONE: APPUNTI SU UN PROFILO DI MATTEO RENZI di Adriano Voltolin






TRA LEOPOLDA E SEDUZIONE: 
APPUNTI SU UN PROFILO DI MATTEO RENZI
di Adriano Voltolin



Una lettura psicoanalitica di un fenomeno oppure di un personaggio non ha la pretesa di dare una lettura vera di quanto preso in esame, ma solo l’ambizione di poter contribuire, assieme ad altri vertici osservativi, ad una interpretazione più completa di quanto viene preso in osservazione. Nello studio di un analista una persona porta se stessa in molti modi, tra i quali, l’opinione che esprime di se stessa, ha una notevole importanza sintomatica: vale di più ciò che non sa di sé e che emerge, per dirla con un famoso analista francese, come qualcosa che zoppica, che fa ostacolo e che marca un tratto della sua personalità.

Prendendo in esame la figura dell’attuale Presidente del Consiglio dei ministri, alcuni tratti del suo carattere emergono prepotentemente nelle sue interviste sulla stampa o in televisione.

Certamente appare disinvolto, a suo agio col pubblico, pronto alla battuta salace che è sempre ben congegnata, sufficientemente risoluto, pronto ad ascoltare e prontissimo nel controbattere le opinioni altrui. Il suo abbigliamento appare quello di un uomo che rispetta le convenzioni, ma che anche le evade con noncuranza sia elegante che volutamente involontaria.

La sua disinvoltura risulta sempre evidente e persino un po’ ostentata. In queste note prenderemo in considerazione quattro aspetti della personalità di Matteo Renzi che appaiono palesi ad un qualsiasi persona che legga i giornali o veda i telegiornali.

domenica 8 marzo 2015

MANDRAKE E L'UOMO MASCHERATO di Stefano Santarelli






MANDRAKE E L'UOMO MASCHERATO:
UN BREVE OMAGGIO A LEE FALK
di Stefano Santarelli



E' l'11 giugno del 1934 un giovane sceneggiatore americano di appena 23 anni, Lee Falk, ha il cuore gonfio di gioia: è riuscito a fare pubblicare nel New York Journal la prima striscia delle avventure di un personaggio che diventerà leggendario nella storia del fumetto: Mandrake, il mago.
Questo personaggio si ricollega ai fumetti avventurosi che negli anni '30 vedevano protagonisti Buck Rogers e Tarzan, Dick Tracy e Flash Gordon con storie che spaziavano dal poliziesco alla fantascienza, dall'avventura esotica allo spionaggio. In quegli anni i fumetti venivano pubblicati prevalentemente nelle strisce giornaliere che apparivano sui quotidiani e di solito in una striscia vi erano quattro vignette (talvolta tre) che finiva annunciando la vignetta successiva. L'abilità dello sceneggiatore era di far sì che la storia narrata fosse comprensibile al lettore distratto o che avesse perso qualche puntata ed in questo Lee Falk si rivelerà un vero maestro, le sue strisce infatti hanno la caratteristica di non essere mai ripetitive.
Queste strisce erano pensate in origine per un pubblico adulto che coincideva con i lettori di un giornale ed avevano abbandonato l'originario carattere umoristico (da cui il termine inglese comics) ed erano come nel caso delle storie di Falk dei veri e proprio romanzi a fumetti che si inseriscono a pieno diritto nei contemporanei racconti a puntate che apparivano sui pulp magazine.

sabato 7 marzo 2015

JOBS ACT, “THE DAY AFTER” – CHE SUCCEDE A SINISTRA E NEL SINDACATO? di Franco Turigliatto






JOBS ACT, “THE DAY AFTER” – CHE SUCCEDE A SINISTRA E NEL SINDACATO?
di Franco Turigliatto



C’è grande effervescenza nelle aree della sinistra, quella sociale e sindacale, ma anche quella politica, quasi una baraonda di proposte, di incroci, di suggestioni, che al di là dei lodevoli intenti esprimono anche molte confusioni e nascondono qualche cattiva coscienza.

Dietro infatti c’è una grave rimozione: la rinuncia ad un’analisi lucida, ad un bilancio obbiettivo di quanto è avvenuto negli ultimi mesi nel paese, cioè della nuova gravissima sconfitta subita dalla classe lavoratrice, quindi dall’organizzazione sindacale e pertanto anche, di riflesso, dalle forze della sinistra.

Non rimuovere la disfatta del Jobs Act

In realtà questa sconfitta non viene completamente negata, ma è solo allusa e banalizzata al fine di nascondere le responsabilità dei gruppi dirigenti della CGIL (sul ruolo filopadronale delle altre Confederazioni non vale la pena di soffermarsi) e della stessa FIOM che è pur sempre un punto di riferimento a sinistra per significativi settori sociali.

E’ noto quanto avvenuto: un’accelerazione a tutto campo dell’attacco del governo al mondo e ai diritti del lavoro espresso in particolare con la legge delega sul Jobs Act, un movimento di resistenza e di lotta che si è attivato nel corso dell’autunno segnato da grandi mobilitazioni e da scioperi riusciti a cui, però, dopo la giornata del 12 dicembre, la direzione della CGIL non ha dato alcuna continuità, lasciando via libera all’azione di Renzi che ha cancellato lo Statuto dei Lavoratori.

venerdì 6 marzo 2015

SYRIZA E PODEMOS: LA STRADA VERSO IL POTERE DEL POPOLO? di Eric Toussaint







SYRIZA E PODEMOS:
LA STRADA VERSO IL POTERE DEL POPOLO?
di Eric Toussaint



L’esperienza dimostra che i movimenti di sinistra possono arrivare al governo ma di certo non a conquistare il potere. La democrazia, vale a dire l’esercizio del potere per il popolo e da parte del popolo, richiede ben di più. Oggi il problema si pone in Grecia con Syriza, in futuro si porrà in Spagna con Podemos, se vincerà le elezioni generali alla fine di quest’anno. Lo stesso problema si è posto anche in Venezuela, a partire dalle elezioni generali vinte da Hugo Chávez nel 1998, in Bolivia con la vittoria elettorale di Evo Morales nel 2005, in Ecuador con quella di Rafael Correa nel dicembre 2006, o anche, qualche decennio prima, con l’elezione di Salvador Allende in Cile nel 1970.[1]

La questione si porrà per qualsiasi movimento di sinistra arrivi al governo in una società capitalista. Se una coalizione elettorale o un partito di sinistra arriva al governo, non ottiene il potere reale, perché il potere economico (che dipende dal possesso e dal controllo dei gruppi finanziari e industriali, dei grandi mezzi di comunicazione privati, del grande commercio, ecc.) resta nelle mani della classe capitalista, vale a dire dell’1% più ricco, che anzi è, spesso, anche meno dell’1% della popolazione. Inoltre, questa classe controlla lo Stato, il potere giudiziario, i ministeri dell’Economia e delle Finanze, la Banca centrale, ecc. In Grecia e in Spagna, come in Ecuador, Bolivia, Venezuela o Cile,[2] un governo deciso ad operare trasformazioni strutturali effettive dovrà scontrarsi con il potere economico per indebolire e poi eliminare il controllo della classe capitalista sui principali mezzi di produzione, sui servizi, sulle comunicazioni e sull’apparato dello Stato.

Proviamo a fare una comparazione storica: Nel 1789, grazie alla Rivoluzione Francese, la borghesia ha preso il potere politico in Francia, ma aveva già il potere economico. Prima di conquistare il potere politico, i capitalisti francesi erano i creditori del re di Francia e i proprietari delle principali fonti del potere economico (la banca, il commercio, le manifatture e parte delle terre). Dopo la conquista del potere politico, estromisero dallo Stato i rappresentanti delle vecchie classi dominanti (nobiltà e clero), sottomettendole o fondendosi con esse. Lo Stato si trasformò in una ben lubrificata macchina al servizio dell’accumulazione del capitale e dei profitti delle classi dominanti.

giovedì 5 marzo 2015

LA CONTROFFENSIVA DEL CAVALIERE di Aldo Giannuli




LA CONTROFFENSIVA DEL CAVALIERE
di Aldo Giannuli


Che il Cavaliere non abbia un lungo futuro politico è cosa su cui è facile convenire: il partito si sta disfacendo, il cielo sui tribunali è tornato carico di nubi minacciose, la Lega lo snobba, il feeling con l’elettorato è definitivamente compromesso. Questo ha spinto diversi a pensare che anche lui se ne stia facendo una ragione e che la vendita di parte del pacchetto Mediaset sia un modo per “far cassa” e magari andare all’estero, prima che i giudici lo trattengano in patria.

Magari l’idea della “gita all’estero” gli sta effettivamente passando per la testa (un accenno lo ha fatto anche lui tornando a citare Antigua), anche perché, in caso di condanna stavolta sarebbe proprio grigia, non potendosi ripetere la farsa dei lavori sociali. Certo, in galera non andrebbe per l’età, sarebbero gli arresti domiciliari, che però non sono una cosa tanto dolce: non puoi muoverti da casa ed, anche se la casa ha un parco quanto la Valtellina, non è facile da sopportare, poi non puoi telefonare o ricevere telefonate se non con permessi specifici, non puoi ricevere chi vuoi se non con permesso del giudice di sorveglianza volta per volta e, in queste condizioni, non puoi nemmeno darti al tuo sport preferito. Soprattutto se è uno sport di massa..

Insomma, la “gita” può essere nelle intenzioni, così come è possibile che si stia convincendo anche lui che l’avventura politica ormai è proprio conclusa. Sin qui ci siamo, quello che non mi convince è che tutto questo coincida con un suo disarmo.

mercoledì 4 marzo 2015

I PROFUGHI AUMENTERANNO di Guido Viale






I PROFUGHI AUMENTERANNO
di Guido Viale




Come era prevedibile – ma non previsto dall’establishment italiano ed europeo – la situazione dei profughi generata dai conflitti nei paesi del Medio Oriente, del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana è diventata esplosiva. Giorno dopo giorno i flussi in arrivo aumentano e non sono destinati a fermarsi. Ci sono più di sei milioni di profughi che non potranno restare a lungo in paesi devastati da bombe ed esposti a continue incursioni da parte di eserciti e milizie ogni volta diversi. Poi ci sono anche quelli che fuggono da paesi devastati non solo dalle guerre, ma anche da un’estrazione incontrollata di risorse naturali.

Si è giustamente rivendicata l’istituzione di “corridoi umanitari” per permettere a tutte queste persone di raggiungere i paesi europei senza affrontare un viaggio che li espone a rischi mortali, che provocano vere e proprie stragi, e a costi enormi, frutto dei risparmi di una vita o di una grande famiglia, che vanno ad alimentare le casse di scafisti e bande armate. Dopo l’istituzione di un sistema di sorveglianza delle coste come Triton, che ha il solo scopo di respingere e dissuadere coloro che tentano, o sono ormai anche costretti ad affrontare la traversata del Mediterraneo – in sostituzione di Mare Nostrum, che aveva lo scopo di salvarli – la risposta dell’Europa è quella di intercettare almeno una parte di quei flussi prima che raggiungano i paesi – soprattutto la Libia – da cui imbarcarsi. Niente viene detto su quale possa essere il destino delle persone in fuga che verranno fermate e internate con questo sistema. Ma è chiaro, quale che ne sia l’esito, che si tratta solo di una goccia nel mare dei profughi che premono e premeranno alle frontiere della fortezza Europa. Che sono milioni.

lunedì 2 marzo 2015

FASSINA E LA GRECIA di Antonio Moscato





FASSINA E LA GRECIA
di Antonio Moscato




Il dibattito su Syriza prosegue e raggiunge perfino la letargica sinistra del PD. Ad esempio Stefano Fassina è intervenuto qualche giorno fa con un articolo abbastanza onesto nel ricostruire la posizione di Syriza. Tuttavia le dava alcuni suggerimenti sul da fare, senza porsi nessun serio interrogativo sulle ragioni per cui Syriza si è trovata così isolata nelle trattative.

La tesi di Fassina è che “nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso.” È l’unica volta che nomina il capitale… Ed è assurdo che veda il nemico della Grecia e dei popoli europei nella moneta unica, anziché nel capitalismo.
Print Friendly and PDFPrintPrint Friendly and PDFPDF