domenica 29 novembre 2015

IL FALLIMENTO DI HOLLANDE NELLA DECOLONIZZAZIONE ANDATA A MALE di Rino Genovese




IL FALLIMENTO DI HOLLANDE NELLA DECOLONIZZAZIONE ANDATA A MALE
di Rino Genovese

Con il trascorrere delle ore, si precisano i contorni della terribile notte parigina di venerdì 13 novembre. E sono i soliti: gli attentatori, i jihadisti disposti a farsi saltare in aria, sono giovani europei, francesi e belgi, usciti dalla immigrazione post-coloniale. Figli, a tutti gli effetti, di quella République con cui a Parigi ci si sciacqua la bocca, ma che ha allevato una generazione di paria.

Andate nelle banlieues, toccherete con mano che cos’è l’odio nei confronti del razzismo strisciante che pervade la Francia, e che sarebbe riduttivo riassumere con il nome di Marine Le Pen. Non sono solamente i dati statistici a dirlo (la disoccupazione giovanile, il fallimento scolastico: chi è nato e vissuto nelle periferie francesi ha il doppio delle possibilità di non terminare gli studi, e parliamo della scuola dell’obbligo); sono soprattutto i cappucci delle felpe perennemente alzati, gli sguardi torvi. Là c’è una numerosa schiera di arrabbiati, alcuni dei quali disposti a diventare dei kamikaze e a fare un macello.

Non bisogna credere che, da un punto di vista urbanistico, le banlieues siano un disastro – tutt’altro: a Scampia si sta molto peggio. Ma c’è uno scarto sostanziale tra le periferie delle grandi città italiane (soprattutto Roma e Napoli) e le periferie francesi. Si tratta della differenza culturale. In Italia, grosso modo, i giovani sono tutti controllati dalle famiglie, sono immersi nella stessa temperie familistica o familistico-criminale, quando si tratta della malavita organizzata. Nei paesi dalla storia coloniale e post-coloniale più complessa della nostra, invece, la differenza culturale è vissuta come una riappropriazione delle radici da parte di giovani per lo più allo sbando, provenienti da gruppi familiari numerosi e scombinati (c’è persino una psichiatria specializzata nel trattamento delle sindromi depressive derivanti dal passaggio da una cultura a un’altra).

CHE SUCCEDE IN LIBIA? di Aldo Giannuli




CHE SUCCEDE IN LIBIA?
di Aldo Giannuli



Le radici del gran pasticcio libico stanno in parte nella storia degli ultimi decenni del paese, ma, in altra parte, nella sua storia remota, perché la Libia, come noi la conosciamo, è una realtà molto recente.

Paese vasto (1.700.000 kmq) ma scarsamente popolato, con ampie zone desertiche, oggetto di ripetute scorribande di popoli vicini che spesso sedimentavano qualche insediamento locale, è stato caratterizzato da un accentuato ruolo delle tribù, e, pertanto, da un inesistente senso nazionale, un limitato sviluppo economico e culturale. Storicamente , si formarono tre aree geografiche dai confini assai labili ma ben separate dalle zone poco o per nulla abitate: Cirenaica ad est della costa, Tripolitania ad ovest della costa e Fezzan nell’entroterra a sud, abitate da diverse comunità tribali in rapporti di scambio commerciale e culturale fra loro: a differenza di altri paesi come la Siria, in Libia, anche per la diversa disponibilità di spazio, non c’è mai stata una accentuata conflittualità fra le varie tribù.

A dare unità al paese e confini precisi fra le tre regioni fu l’ occupazione italiana, in particolare con la “riforma” della colonia voluta da Italo Balbo. Dopo la fine della guerra e l’indipendenza (1949), la Libia assunse una conformazione federale rispecchiata nella bandiera de periodo monarchico (con il rosso della Tripolitania, il nero della Cirenaica ed il verde del Fezzan), cui seguì un tentativo di accentramento de Re Idris. Nel 1969. Il periodo repubblicano fu aperto dal colpo di stato di Gheddafi, sostenuto ed incoraggiato dall’Italia che protesse sempre Mu’ ammar da tentativi di assassinio e colpi di stato, in genere orditi dagli inglesi. Di fatto, Gheddafi, spesso atteggiato a leader terzomondista ed antimperialista, ha sempre agito all’ombra dell’imperialismo petrolifero italiano.

mercoledì 25 novembre 2015

LE NOSTRE RESPONSABILITA' DI FRONTE AL TERRORE di Pierre Rousset, François Sabado







LE NOSTRE RESPONSABILITA' DI FRONTE AL TERRORE
di Pierre Rousset, François Sabado


Gli attentati del 13 novembre a Parigi:
il terrore dello Stato islamico, lo stato d’urgenza in Francia, le nostre responsabilità



Solidarietà con le vittime!

Il 13 novembre segna un mutamento della situazione politica nazionale e internazionale. Lo Stato islamico (IS, Daesh) ha colpito ancora, e ancora più forte. In gennaio, i bersagli erano i giornalisti di Charlie Hebdo, la polizia e gli ebrei. Questa volta è stata la gioventù del paese ad essere presa di mira. Non hanno ucciso in luoghi qualsiasi o chiunque: hanno colpito i giovani, la gioventù di ogni tipo, di qualsiasi origine, appartenenza religiosa o meno, di qualsiasi opinione politica. Almeno 130 morti , oltre 350 i feriti – a dir poco un migliaio i testimoni diretti della carneficina. Molti di noi hanno amici o parenti tra le vittime o abbiamo amici che ne hanno. L’ondata di choc, l’emozione è profonda.

L’obiettivo perseguito dai commandos dello Stato islamico non fa misteri: spaccare la società con il terrore. Creare una situazione in cui si impone la guerra degli uni contro gli altri; in cui la paura erge insormontabili barriere tra cittadini e cittadine in base all’origine, alle rispettive religioni, ai modi di vivere, alle loro identità – scavare un fossato di sangue all’interno stesso della religione musulmana, forzare i credenti alla scelta di campo: chi non è con noi fino all’inumano è contro di noi e diventa un bersaglio “legittimo”.

Gli attentati di Parigi sono stati tra i più sanguinosi perpetrati nel mondo dallo Stato islamico ed altro movimento analogo che risponda alla stessa logica distruttiva. La nostra solidarietà è internazionale, e si rivolge in particolare verso coloro che, in altri paesi, la combattono a rischio delle proprie vite: in Siria e in Iraq, in Libano e a Bamako, in Pakistan e in Turchia… Dobbiamo innanzitutto affermare la nostra compassione, il nostro identificarci, la nostra fratellanza con le vittime, con i loro cari.

domenica 22 novembre 2015

I FIGLI DELL'INVASIONE di John Wyndham




I FIGLI DELL'INVASIONE di John Wyndham
di Massimo Luciani



Il romanzo “I figli dell’invasione” (“The Midwich Cuckoos”) di John Wyndham è stato pubblicato per la prima volta nel 1957. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nei nn. 200 e 497 di “Urania”, nel n. 493 degli “Oscar”, nel n. 51 dei “Classici Urania”, all’interno del n. 5 de “I Massimi della Fantascienza” e nel n. 118 di “Urania Collezione”. Quest’ultima edizione è disponibile in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e come ebook compatibile con le applicazioni Kobo sul sito InMondadori.

Un giorno, per motivi misteriosi, in un emisfero che ha il suo centro nel villaggio inglese di Midwich tutte le creature viventi entrano in uno strano sonno. Chiunque entri in quell’area crolla al suolo e quando viene tirato fuori da qualcuno al di fuori dei confini di quello strano emisfero torna in sé. Dopo circa un giorno, tutti gli esseri viventi affetti dal fenomeno si risvegliano senza che nessuno sia riuscito a comprenderne la causa. Uno strano oggetto argenteo fotografato via aerea non viene trovato quando le autorità investigano nel villaggio.

Poco tempo dopo, tutte le donne fertili che erano a Midwich durante quello che è stato chiamato il “Giorno Perduto” scoprono di essere rimaste incinte. Quando i Bambini nascono, sembrano del tutto normali tranne che per gli occhi dorati e la pelle con una tonalità argentea. Gli abitanti del villaggio cercano di tornare ad una vita normale dopo quell’avvenimento inspiegabile ma col passare del tempo i Bambini cominciano a manifestare strane capacità e i rapporti con gli esseri umani “comuni” si fanno sempre più tesi.

sabato 21 novembre 2015

INTERROGATIVI INQUIETANTI di Antonio Moscato





INTERROGATIVI INQUIETANTI
di Antonio Moscato



È forte la tentazione di spegnere per qualche giorno la TV e di non comprare i quotidiani farciti di discutibili inchieste su particolari inutili, che vorrebbero dare l’impressione di una sovrabbondanza di informazioni mentre hanno spesso lo scopo di impedire una riflessione su quello che sta accadendo.

Ma bisogna reagire: non è possibile accettare che col pretesto della lotta al terrorismo si limitino diverse libertà, a partire da quella di manifestazione, vecchio obiettivo di tutti i governanti a prescindere delle circostanze, naturalmente legalizzando quel che si fa da sempre senza dirlo e senza autorizzazioni formali: controlli generalizzati di telefoni, computer ecc. Senza che serva minimamente a scoprire in tempo chi prepara un attentato.

Dobbiamo domandarci a che serve l’indicazione della religione nelle schedature di chi viaggia nell’UE, di cui si sta discutendo oggi a Bruxelles. Non avrebbe mai scovato Hasna, la cugina di Abdelhamid Abaaoud, la ragazza che si è fatta saltare in aria a Parigi: non solo per dissimulazione fino a poco tempo fa Hasna frequentava bar, beveva alcolici, si truccava e postava su Face Book una sua foto immersa nella vasca da bagno… Già si era visto dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato Kasher che i protagonisti erano generici sballati di periferia, coinvolti in piccole attività di spaccio, e conquistati da poco tempo alla Jihad. Come identificarli nella mole enorme di intercettazioni e segnalazioni?

venerdì 20 novembre 2015

ISIS: L'ERRORE DI PARTENZA di Aldo Giannuli






ISIS: L'ERRORE DI PARTENZA
di Aldo Giannuli



Tutta la questione dell’Isis e della conseguente decisione sulla guerra, si basa su un assunto di partenza: che l’Isis voglia distruggere l’Occidente cristiano, il nostro stile di vita, le nostre libertà e trasformare San Pietro in una Moschea, come si legge nei loro proclami che ci appaiono farneticanti. Dunque è l’Occidente il nemico principale della jihad da cui dobbiamo difenderci. Ma le cose stanno proprio così?

Indubbiamente questa è la versione propagandistica dell’Isis e non c’è dubbio che gli jihadisti “di base” (se ci si consente il termine) pensa esattamente questo ed è disposta ad immolarsi con gli attentati suicidi, anche per vendicare i morti dei bombardamenti occidentali.

Forse è il caso di ricordare che le imprese guerresche occidentali hanno fatto un milione di morti fra i civili irakeni, centinaia di migliaia fra gli Afghani, decine di migliaia fra libanesi, libici ecc. Senza contare i palestinesi nel conflitto con gli israeliani. Dunque, che ci sia un sentimento di forte ostilità nei confronti dell’occidente è del tutto plausibile e non solo fra gli estremisti della Jihad, ma anche fra la gente comune ed è proprio su questo risentimento che gli jihadisti fanno leva sia per allargare la loro sfera di influenza, sia per delegittimare, parallelamente le classi dirigenti nazionali dei paesi arabi o, comunque, islamici.

La “narrazione” della guerra Occidente-Islam è profondamente distorsiva ed impedisce di vedere una serie di aspetti di grande importanza. In primo luogo occulta il dato della guerra civile islamica che, come diremo, è prevalente sulla guerra con l’Occidente. In secondo luogo alimenta la leggenda di un islam moderato che si identifica con i pretesi alleati dell’Occidente (sauditi, quatarioti, Erdogan ecc.) che, al contrario, rappresentano la parte peggiore e più integralista dell’Islam.

LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA di Guido Viale






LA CULTURA DI PACE E' OGGI MINORITARIA
di Guido Viale




La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione e morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di “quinte colonne” e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. Quanto basta per capire che siamo già in mezzo a una guerra mondiale, anche se, come dice il papa, “a pezzi”.

Questa guerra, o quel suo “pezzo che si svolge intorno al Mediterraneo, è difficile da riconoscere per l’indeterminatezza dei fronti, in continuo movimento, ma soprattutto degli schieramenti. Se il nemico è il terrorismo islamista e soprattutto l’Isis, che ne è il coagulo, chi combatte l’Isis e chi lo sostiene? A combatterlo sono Iran, Russia e Assad, tutti ancora sotto sanzione o embargo da parte di USA e UE; poi i peshmerga curdi, che sono truppe irregolari, ma soprattutto le milizie del Rojava e il Pkk, che la Turchia di Erdogan vuole distruggere, e Hezbollah, messa al bando da USA e UE, insieme al Pkk, come organizzazioni terroristiche. A sostenere e armare l’Isis, anche ora che fingono di combatterlo (ma non lo fanno), ci sono Arabia Saudita, il maggiore alleato degli Usa in Medioriente, e Turchia, membro strategico della Nato. D’altronde, ad armare l’Isis al suo esordio sono stati proprio gli Stati uniti, come avevano fatto con i talebani in Afghanistan. E se la Libia sta per diventare una propaggine dello stato islamico, lo dobbiamo a Usa, Francia, Italia e altri, che l’hanno fatta a pezzi senza pensare al dopo. Così l’Europa si ritrova in mezzo a una guerra senza fronti definiti e comincia a pagarne conseguenze mai messe in conto.

giovedì 19 novembre 2015

ARMI PER TUTTO di Claudio Geymonat





ARMI PER TUTTO
di Claudio Geymonat


L'Italia è fra i maggiori esportatori al mondo di armamenti. Moltissimi di questi finiscono a nazioni che poi combattiamo. Vediamo dove



Terza guerra mondiale? Nuove forme di conflitto, striscianti e non dichiarate? Guerra del terrore?

L'attuale contesto geopolitico si presta a infinite disamine, che stanno riempiendo palinsesti e colonne di giornali. Difficile districarsi fra matasse che coinvolgono religione e denaro, territori e odi atavici. Un fattore comune, un fil rouge si può però scorgere, e agguantandolo possiamo rilevare da dove arrivano tutte quelle bombe che entrano nelle nostre case dalle televisioni, e sempre di più anche vicino a noi, in mezzo a noi.

I dati sono ufficiali, estratti dal rapporto annuale dell'Unione Europea sull'export di armi e dalle relazioni parlamentari del nostro paese: dal 2001 al 2011 l'Italia ha venduto armi, leggere e pesanti, equipaggiamenti e mezzi militari per un totale di 36,5 miliardi di euro, una bella fetta di mercato che non ha conosciuto la crisi economica che ha colpito il pianeta dal 2007 in poi. Anzi.

In alcuni rami di questo mega settore ci sono riconosciuti una serie di primati: siamo il maggior esportatore mondiale di armi comuni, pistole, il 19,5 % di tutto il commercio, prodotte soprattutto nel bresciano, nel distretto della val Trompia. Beretta in questo ambito il nome più noto, ma non certo l'unico.

mercoledì 18 novembre 2015

ALLORA, FACCIAMO LA GUERRA ALL'ISIS? di Aldo Giannuli





ALLORA, FACCIAMO LA GUERRA ALL'ISIS?
di Aldo Giannuli



D’Alema ha proposto una azione di guerra contro l’Isis per debellare il “Califfato”. Molti altri ancora non l’hanno detto ma lo pensano. E, d’altro canto è la risposta più facile da dare alla rabbia popolare.
Escluso che si possano bombardare i casermoni delle banlieu da dove provengono alcuni dei terroristi che sarebbero stati identificati, non potendo essere certi di identificare ed arrestare i clandestini dell’Isis presenti in Europa in tempi brevi, l’unico obiettivo visibile ed a portata di mano è quello, per cui la risposta immediata può essere quella. Ma sarebbe una mossa saggia?

Riflettiamoci un attimo: il nostro problema più urgente è stroncare la minaccia terroristica sul nostro territorio e radere al suolo il Califfato non azzererebbe quella minaccia. Se la memoria non mi inganna, aver abbattuto il regime dei talebani non eliminò la minaccia terroristica di Aq e dei gruppi più o meno collegati, visto che ci furono le stragi di Madrid, di Londra e così via. Quindi, Califfato o non Califfato, il problema di come sradicare la rete terroristica in Europa resterebbe.

Personalmente, essendo marxista, non sono un pacifista o un non violento e, pur odiandola, non escludo la guerra dal novero delle scelte politiche possibili (pur odiandola: ripeto), inoltre penso che il Califfato vada estirpato senza troppi complimenti e che questo sia possibile solo con la forza, prima o poi. Ma questo è un problema distinto dall’altro e lo terrei separato. Per ora il problema è quello di riattrezzare l’intelligence dei nostri paesi rendendola un po’ più efficace di quello che è stata sinora.

martedì 17 novembre 2015

GULLIVER DI MARTE di Edwin L. Arnold




GULLIVER DI MARTE di Edwin L. Arnold
di Massimo Luciani




Il romanzo “Gulliver di Marte” (“Lieut. Gullivar Jones, His Vacation”, foto copertina ©Simon Jones, o “Gulliver of Mars”) di Edwin L. Arnold è stato pubblicato per la prima volta nel 1905. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 282 dei “Classici Urania” e nel n. 154 di “Urania Collezione” nella traduzione di Riccardo Valla. Quest’ultima edizione è anche disponibile in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS. La versione in inglese è liberamente disponibile presso il Progetto Gutenberg.

Il tenente Gulliver Jones della Marina americana si è ritrovato su Marte in maniera inattesa, grazie a un tappeto magico. Lì scopre antiche civiltà e strani luoghi i cui abitanti sono in parte molto diversi dai terrestri ma per altri versi simili. Pian piano, riesce almeno in parte ad ambientarsi in una delle esotiche città marziane.

Tra le persone che Gulliver Jones incontra c’è la bellissima principessa Heru. Quando un gruppo di malintenzionati rapisce la ragazza per consegnarla al sovrano di un altro regno, il terrestre decide che la salverà a tutti i costi. Jones inizia un lungo e pericoloso viaggio per ritrovarla.

“Gulliver di Marte” è uno dei precursori delle storie “sword and planet”, un sottogenere di quello che oggi chiamiamo science fantasy. Si tratta di avventure ambientate su altri pianeti con caratteristiche più vicine all’avventura classica o alla heroic fantasy che alla fantascienza per cui i protagonisti usano armi come le spade invece che armi a raggi.

lunedì 16 novembre 2015

LA GUERRA TOTALE DELLA FRANCIA IN AFRICA E MEDIO ORIENTE di Antonio Mazzeo




LA GUERRA TOTALE DELLA FRANCIA IN AFRICA E MEDIO ORIENTE
di Antonio Mazzeo



Profondamente addolorati per le sanguinose stragi terroristiche in Francia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà alle vittime è però necessario riportare alla memoria alcune gravi vicende belliche che hanno visto protagoniste, recentemente - in medio Oriente e Africa - le forze armate francesi. Non fosse altro che da più parti è già stata invocata vendetta contro i terroristi islamici, Ue, Usa e Nato annunciano di voler intensificare raid e bombardamenti in Iraq e Siria e le forze politiche ultrarazziste del continente si preparano a nuovi pogrom contro rifugiati e immigrati.

Poco meno di una settimana fa, due cacciabombardieri Mirage 2000 dell’Aeronautica militare francese, decollati da una base della Giordania, avevano distrutto un sito per la produzione e il rifornimento petrolifero nella zona sud-orientale siriana di Deir ez-Zor. L’infrastruttura, secondo le autorità di Parigi, era sotto il controllo dell’Isis ed era utilizzata per l’approvvigionamento di carburante per i mezzi impiegati dallo Stato islamico. Per intensificare l’offensiva francese contro l’Isis, il 7 novembre il presidente Francois Hollande aveva annunciato lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare “Charles de Gaulle” al largo delle coste siriane. Imponente il dispositivo bellico a bordo della grande unità navale: 12 caccia Dassault Rafale e 9 Super Etendard, più 4 elicotteri. Essi si aggiungono ad i 6 caccia Rafale già schierati dai francesi negli Emirati Arabi Uniti, ai 6 cacciabombardieri Mirage in Giordania, a un aereo da pattugliamento marittimo Atlantique 2 e a un aereo cisterna C-135. Questi velivoli e più di 700 militari sono impegnati da un anno nell’ambito dell’Opération Chammal in Iraq (1.285 missioni aeree con 271 bombardamenti e la “distruzione di 459 target” secondo i dati forniti a fine ottobre dal ministero della difesa francese). Ai raid in Iraq, dal 27 settembre si sono sommati quelli in Siria, giustificati da Hollande con la “necessità di colpire terroristi che preparavano attentati contro la Francia”. I bombardamenti erano stati proceduti da decine di missioni ISR (Intelligence Surveillance and Reconnaissance) di ricognizione aerea e individuazione di obiettivi sul territorio siriano. A settembre, inoltre, secondo l’agenzia Associated Press, Parigi aveva avviato la fornitura di apparecchiature e di denaro a favore dei ribelli in lotta contro il regime di Bashar Assad che controllano cinque città siriane. Ufficialmente gli “aiuti” riguarderebbero attrezzature necessarie a ricostruire “pozzi d’acqua, panifici e scuole”, ma una fonte diplomatica del governo francese non ha escluso la consegna di sistemi radio e comunicazione e altre apparecchiature “non letali”. La Francia ha pure sottoscritto un accordo di cooperazione militare con le forze armate libanesi per la consegna entro il 2018 di sistemi d’arma (caccia, navi, veicoli blindati e pezzi di artiglieria da 155 millimetri) per il valore di tre miliardi di dollari. Nel quadro dell’intesa, la Francia invierà in Libano anche 60 militari per addestrare le forze libanesi all’uso degli equipaggiamenti consegnati.

domenica 15 novembre 2015

PARIGI COME KOBANE: LA GUERRA E' LA LORO, I MORTI SONO NOSTRI di Checchino Antonini



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PARIGI COME KOBANE: 
LA GUERRA E' LA LORO, I MORTI SONO NOSTRI
di Checchino Antonini



Dopo la strage di Parigi. Perché l’unità nazionale, invocata da Hollande e Le Pen (e quelli come loro) è l’altra faccia del terrore. Contro ogni fascismo barbuto o in felpa



Se i parigini, se tutti noi, pensassimo che stiamo vivendo lo stesso panico, la medesima angoscia e il lutto incolmabile di chi abita a Bagdad, Gaza, nel Rojava, a Tripoli, Kabul, Belgrado, vive e muore da anni come target di una guerra santa al contrario. Se fosse chiaro a tutti che la mattanza di Parigi è il rinculo drammatico della guerra globale, dei raid aerei, dell’azione dei contractor e delle truppe regolari della santa alleanza occidentale. Se fosse chiaro a tutti che ad armare i gesti folli di chi si lascia esplodere in uno stadio è anche la pressione delle multinazionali, degli apparati militari-industriali, sulle oligarchie politiche, da questa e da quella riva del Mediterraneo. La barbarie imperialista e islamista si alimentano a vicenda trascinandoci in uno stato di emergenza dove l’unità nazionale, proclamata da chi conduce quella barbarie, è la formula magica per legare le vittime ai carnefici, per limitare l’agibilità degli spazi pubblici, per soffiare ancora sul fuoco della guerra globale.

sabato 14 novembre 2015

STRAGE DI PARIGI: STIAMO PERDENDO LA GUERRA CON LA JIHAD di Aldo Giannuli






STRAGE DI PARIGI: 
STIAMO PERDENDO LA GUERRA CON LA JIHAD
di Aldo Giannuli




A distanza di 10 mesi dalla strage di Charlie Hebdo, gli Jihadisti mettono a segno un nuovo spettacolare colpo a Parigi, con una strage di cui non sappiamo neppure ancora il numero esatto dei morti che, sembra, si aggirino sui 160.

Istintivamente questo spinge ad una reazione di rabbia ed indignazione che reclama una reazione pronta e durissima, ma è molto meglio non farsi prendere dalla rabbia ed analizzare freddamente l’accaduto.

Il primo giudizio è relativamente semplice da dare ed è secco: è la Caporetto della sicurezza francese: se dopo dieci mesi da un evento di quelle proporzioni, si incassa una serie di sette attentati simultanei in pieno centro della capitale (fra les Halles, boulevard Voltaire e Notre Dame, sino allo Stadio) vuol dire che è meglio che quelli della Suretè si diano al giardinaggio e che il Presidente Hollande farebbe bene a destituirne in blocco l’intera dirigenza, sostituendola con una totalmente nuova (ammesso che abbia gli uomini per farlo).

LA BARBARIE IMPERIALISTA CREA QUELLA DEL TERRORISMO





LA BARBARIE IMPERIALISTA CREA QUELLA DEL TERRORISMO

Comunicato del Nouveau Parti Anticapitaliste




Gli orribili attentati che hanno avuto luogo venerdì sera a Parigi, con almeno 120 morti, centinaia di feriti, quella violenza cieca, suscitano rivolta e indignazione. l’NPA condivide questi sentimenti ed esprime solidarietà alle vittime e ai loro parenti. E’ un dramma tanto più rivoltante in quanto colpisce vittime innocenti, con gli attentati rivolti contro la popolazione.

Questa barbarie abietta nel centro di Parigi risponde alla violenza altrettanto cieca e ancora più omicida dei bombardamenti perpetrati dall’aviazione francese in Siria decisi da François Hollande e dal suo governo.

Si tratta di bombardamenti presentati come contro lo stato islamico, i terroristi jahadisti, ma, nei fatti, ancor più dopo i bombardamenti russi, proteggono il regime del principale responsabile del martirio del popolo siriano, il dittatore Assad.

E anche là è la popolazione civile ad essere la prima vittima, condannata com’è a cercare di sopravvivere sotto il terrore o fuggire a rischio della propria vita.

La barbarie imperialista e la barbarie islamista si nutrono a vicenda. E questo per il controllo delle fonti di approvvigionamento del petrolio.

In un penoso intervento, Hollande si è commosso in diretta e ha farfugliato qualche parola sulla Repubblica. Lui, che gioca alla guerra e porta un’immensa responsabilità in questo nuovo dramma, reclama “fiducia”. Ha decretato lo stato d’emergenza in tutto il territorio, pensando che la risposta da dare era quella di calpestare le libertà fondamentali. E’ stato immediatamente sostenuto da Sarkozy. Le autorità politiche possono così ormai proibire riunioni pubbliche e controllare la stampa.

Ancora una volta, i principali responsabili di questa esplosione di violenza barbara fanno appello all’unità nazionale. Cercano di rivolgere una situazione drammatica a loro vantaggio, per soffocare l’indignazione e la rivolta. E per fare ciò trovano un capro espiatorio, i musulmani. Noi rifiutiamo ogni unità nazionale con i responsabili delle guerre, la borghesia, Hollande, Sarkozy e Le Pen. Denunciamo il razzismo che lo stato distilla nel nome dei presunti “valori della repubblica” nello stesso momento in cui, con il pretesto della lotta contro il terrorismo, sono i diritti democratici ad essere minacciati. Chiediamo la revoca dello stato d’emergenza.

La sola risposta alle guerre e al terrorismo è l’unità dei lavoratori e dei popoli, al di là delle rispettive origini, del colore della pelle, della religione, al di là delle frontiere, per battersi insieme contro chi vuole farli tacere, sottometterli, per farla finita con questo sistema capitalista che crea la barbarie.

Per mettere fine al terrorismo, bisogna mettere fine alle guerre imperialiste che puntano a perpetuare il saccheggio delle ricchezze dei popoli dominati dalle multinazionali, imporre il ritiro delle truppe francesi da tutti i paesi in cui sono presenti, in particolare in Siria, in Iraq, in Africa.



dal sito Sinistra Anticapitalista




venerdì 13 novembre 2015

LA FORZA DI RENZI di Marino Badiale




LA FORZA DI RENZI
di Marino Badiale



Dopo Italicum e Jobs act, Renzi ha ottenuto anche la cosiddetta riforma del Senato. Senza grosse difficoltà, in questo caso come nei precedenti. A Renzi sta riuscendo, con una certa facilità, ciò che Berlusconi ha tentato inutilmente (o quasi) di fare per vent'anni.
Penso sia il caso si chiedersi le ragioni di questa forza. Per rispondere, bisognerebbe prima chiedersi le ragioni della “debolezza” di Berlusconi. Mettiamo“debolezza” tra virgolette, perché ovviamente la parola è da prendere cum grano salis. Berlusconi ha sempre avuto, ed ha tuttora, un grande potere, i cui vari aspetti diamo qui per noti.
Osserviamo solo che la sua vita politica copre gli ultimi vent'anni: in questi vent'anni egli è stato al potere per circa dieci, ed è stato comunque influente anche negli altri dieci. Ma sono proprio i dati oggettivi che mostrano la reale forza di Berlusconi a porre con evidenza il problema.
Come mai in vent'anni di attività politica ai massimi livelli egli non è riuscito a devastare la Costituzione, conculcare la democrazia e abbattere i diritti dei lavoratori in maniera così completa come è riuscito in pochissimo tempo a Renzi? La prima risposta che viene in mente è che Berlusconi era sì forte, ma ha anche suscitato contro di sé forti opposizioni. Il ceto politico si è sempre profondamente diviso, di fronte ai suoi tentativi di cambiamenti regressivi delle istituzioni. Ma perché? Non certo per motivi morali o ideali. L'attuale ceto politico non conosce né etica né idee. Poiché l'unica cosa che esiste, per l'attuale ceto politico, sono gretti interessi materiali, è evidente che il problema di Berlusconi stava nel fatto che egli non era in grado di soddisfare tutti questi interessi, o almeno una loro parte tanto consistente da dargli maggioranze capaci di fare ciò che ha fatto Renzi. In sintesi, non c'era trippa a sufficienza per tutti i gatti, o almeno per una loro parte consistente.

mercoledì 11 novembre 2015

LA CAPITALE IMMORALE di Alberto Asor Rosa




LA CAPITALE IMMORALE
di Alberto Asor Rosa



Adesso basta. Roma ha più del dop­pio degli abi­tanti di Milano (2.869.169 con­tro 1.342.385). Quanto ad esten­sione, il con­fronto non è nean­che pen­sa­bile (1.287,36 kmq con­tro 181,67; se si parla delle due città metro­po­li­tane, il diva­rio si allarga a dismi­sura: 5.363,28 kmq, con­tro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quar­tic­ciolo e arriva a Porta San Gio­vanni: non entra nean­che nella por­zione sto­rica e monu­men­tale della Capi­tale. Non si capi­sce quale senso abbia la vana chiac­chiera di tra­sfe­rire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.

Natu­ral­mente, si può gover­nare bene una città di medie dimen­sioni (come Milano) e male una metro­poli (come Roma), come anche vice­versa. Le dimen­sioni e i rap­porti, però, sono incom­men­su­ra­bili. Roma è al quarto posto fra le grandi città euro­pee, dopo Lon­dra, Ber­lino e Madrid, non a caso tutte capi­tali dei rispet­tivi Stati. Milano si col­loca nel campo delle città di medie dimen­sioni (al tre­di­ce­simo posto al livello euro­peo, credo). Se si deve ipo­tiz­zare un rap­porto a livello mon­diale, l’unica città ita­liana degna d’esser presa in con­si­de­ra­zione è Roma (per que­sti, e soprat­tutto per altri motivi, sui quali tor­nerò più avanti).
Milano “capi­tale morale”? Qual­che anno fa apparve un bel libro, Il mito della capi­tale morale, forse recen­te­mente ristam­pato, di Gio­vanna Rosa (non ci sono paren­tele, nean­che a metà, fra me e l’autrice): libro che nes­suno cita, e nes­suno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capi­tale morale”. Un lungo per­corso dal Risor­gi­mento a oggi, fatto di fatti, illu­sioni e disil­lu­sioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se pren­des­simo alla let­tera per Milano la defi­ni­zione di “capi­tale morale”, dovremmo chie­derci sul piano sto­rico come sia stato pos­si­bile che da sif­fatta realtà politico-urbanistico-civile siano pre­ci­pi­tate sull’Italia le due scia­gure politico-istituzionali ed etico-politiche più ter­ri­fi­canti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mus­so­lini e Sil­vio Ber­lu­sconi. Che Torino, culla della nostra unità nazio­nale, per que­sto e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?

martedì 10 novembre 2015

APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO di Stefano Santarelli -parte terza- IL MORENISMO




APPUNTI PER UNA STORIA DEL TROTSKISMO 
di Stefano Santarelli
 -parte terza- 


IL MORENISMO



Questa corrente trotskista prende il nome dal dirigente argentino Nahuel Moreno (pseudonimo di Hugo Bressano) che fu tra i fondatori nel 1943/44 del Grupo obrero marxista (GOM) che nel dicembre 1948 si trasforma nel Partido obrero revolucionario (POR) una piccola formazione che contava una cinquantina di militanti. Ed in quell’anno Moreno partecipa come delegato argentino al II Congresso della Quarta internazionale (1948) schierandosi subito al fianco del Revolutionary communist party (RCP) britannico contro le tesi catastrofistiche della maggioranza diretta da Pablo. E’ ancora presente come delegato al III Congresso mondiale (1951) che però riconosce come sezione ufficiale il gruppo diretto da Posadas, questa decisione ovviamente influisce sull’adesione del Por al Comitato internazionale fondato dal Swp e da Lambert e Healy.
Moreno per conto del CI costituisce il Comitato latino americano (Cla) costituito dai tre Por di Argentina, Cile e Perù e dove segue con particolare attenzione la politica del Por boliviano che, insieme al Movimiento nacionalista revolucionario  (Mnr) in una situazione rivoluzionaria era uno dei due partiti più influenti nel movimento operario e seguiva la politica pablista. Ricordiamo che il Por aveva fatto adottare dal sindacato nel 1947 le cosidette “Tesi Pulacayo” che altro non erano che una traduzione nella realtà boliviana del “Programma di transizione” di Trotsky. Queste tesi affermavano che “I paesi arretrati si muovono sotto il segno della pressione imperialista, il loro sviluppo ha un carattere combinato: riuniscono allo stesso tempo le forme economiche più primitive e l’ultima parola della tecnica e della civilizzazione capitalistica. Il proletariato nei paesi arretrati è obbligato a combinare la lotta per gli obiettivi democratico-borghesi con la lotta per rivendicazioni socialiste. Entrambe le tappe -quella democratica e quella socialista- non sono separate nella lotta da tappe storiche, ma sorgono immediatamente l’una dall’altra.” (…)
Ed i compiti della rivoluzione boliviana secondo queste tesi sono i seguenti:

venerdì 6 novembre 2015

BERNIE SANDERS: IL RITORNO DEL SOCIALISMO NEGLI USA di Yurii Colombo





BERNIE SANDERS: 
IL RITORNO DEL SOCIALISMO NEGLI USA
di Yurii Colombo



Sanders, 74 anni, è stato il primo politico americano di rilevanza nazionale dai tempi del leggendario tribuno Eugene Debs, a definirsi apertamente socialista. Di famiglia di immigrati ebrei polacchi, Sanders ha mosso i primi passi della sua carriera politica nei movimenti studenteschi e contro la guerra degli anni ’60 per poi essere eletto più volte sindaco della cittadina di Burlington nel Vermount per poi approdare al Senato degli Stati Uniti nel 2007 (Sanders è stato riconfermato nel 2012).

La sua decisione di partecipare alle primarie del Partito Democratico per la Presidenza degli Stati Uniti come indipendente, partita un po’ in sordina sta ora stupendo tutti gli osservatori. Sanders che ha lanciato la sua candidatura senza avere il sostegno economico dei grandi gruppi economici americani, nei sondaggi ha raggiunto il 24% dei consensi secondo solo alla potente Hillary Clinton data al 49%.

Il programma di Sanders (15$ paga oraria minima, riduzione delle tasse universitarie, sistema sanitario nazionale, parità salariale tra uomo e donna per citare solo alcuni elementi qualificanti) ha scosso le soporifere primarie democratiche. La sua campagna ha attratto l’attenzione e il sostegno di ampi strati della popolazione americana non solo degli operai o dei giovani che avevano partecipato al movimento di Occupy ma dei lavoratori ad alta qualifica e del ceto medio.I suoi vibranti comizi tenuti un po’ in tutto il paese ha visto la partecipazione spesso entusiasta di migliaia di persone.

mercoledì 4 novembre 2015

SEGRETI DEL VATICANO E VERGOGNA DELLO STATO di Antonio Moscato






SEGRETI DEL VATICANO E VERGOGNA DELLO STATO
di Antonio Moscato




C’è un’incredibile assuefazione dell’opinione pubblica alla sempre più esplicita subordinazione delle istituzioni statali alle esigenze della Chiesa cattolica. La maggioranza degli italiani è solo formalmente cattolica, ma non è praticante se non esteriormente e in un paio di scadenze annuali legate alla tradizione più che a intime convinzioni; soprattutto si è verificato più volte che non ubbidisce affatto alle prescrizioni del clero: si pensi al numero altissimo di coppie formatesi dopo un divorzio alla faccia delle intimazioni sull’indissolubilità dei matrimoni, o all’aumento progressivo dei matrimoni solo civili, e soprattutto alla disobbedienza massiccia – già quarant’anni fa – nei confronti delle indicazioni di voto clericali nei referendum che avrebbero dovuto cancellare il diritto appena conquistato al divorzio e all’aborto. Eppure in ogni cerimonia pubblica, civile o militare, il posto d’onore è assegnato al vescovo locale, e a Roma non a caso il prefetto arrivato come commissario al municipio ha fatto la sua prima visita al papa.

Nell’opposizione tenace alla semplice trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati in altri paesi d’Europa si ripete ossessivamente un leitmotiv clericale, che parla di famiglia basata su un presunto diritto naturale, cancellando almeno un paio di secoli di scoperte etnologiche sulle diverse forme che tale istituzione assume in società diverse. È vero che il pilastro fondamentale di questa opposizione è un partito pressoché inesistente nel paese come il Nuovo Centro Destra, ma è vero anche che questo partito occupa posizioni chiave come il ministero degli Interni solo grazie al deciso e incondizionato appoggio del premier, che invece non tollera la minima voce di dissenso nel “suo” partito. Né possiamo dimenticare che la fine di un sindaco sicuramente non peggiore di tanti altri come Marino è stata di fatto decretata dalla pesante esplicitazione dell’ostilità del papa nei suoi confronti.

lunedì 2 novembre 2015

SUL VERTICE DI PARIGI di Guido Viale




SUL VERTICE DI PARIGI
di Guido Viale




Il mondo arriva decisamente impreparato al prossimo vertice di Parigi.
Se i ripetuti allarmi di tanti scienziati, e non solo di quelli IPCC, ha fatto breccia sulla parte più avvertita, ma non certo sulla maggioranza, dell’opinione pubblica, inconsapevolezza e irresponsabilità dominano a livello planetario l’establishment politico. Il quale è stato sì edotto del problema e non può più far finta di ignorarlo (anche se al suo interno le lobby negazioniste continuano a esercitare una massiccia influenza); ma continua per lo più a trattare i cambiamenti climatici, che sono già in corso, come tutti possono constatare, e non riguardano solo un remoto futuro, come una “grana” di cui ci si deve occupare quando viene messo all’ordine del giorno, e che richiede tutt’al più qualche misura e qualche investimento ad hoc; non un cambiamento radicale, e in tempi brevi, di tutto l’assetto non solo economico produttivo ma anche sociale.

E’ quello che evidenzia Naomi Klein nel suo ultimo libro Una rivoluzione ci salverà, quando scrive che “ha ragione la destra”. La quale, soprattutto negli USA, dove è strettamente legata al mondo del petrolio, ha capito che liberarsi dei combustibili fossili non significa solo sostituire una tecnologia con un’altra, petrolio, metano e carbone con fonti rinnovabili; ma che per farlo occorre ridisegnare “dal basso”, e in modo democratico, cioè partecipato, tutta l’organizzazione sociale: una cosa che la destra non è assolutamente disposta ad accettare, costringendola ad allinearsi ad oltranza con le posizioni negazioniste. Ma altrove, cioè al centro, tra coloro che tengono le redini dei governi (la sinistra è quasi ovunque scomparsa dalla faccia della Terra), ci si continua a comportare come se il problema non fosse questo: a parlare di crescita e di sviluppo come se, chiuso il dossier cambiamenti climatici, il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il PIL. Tipica di questo atteggiamento, è la strategia energetica nazionale (SEN) dell’Italia varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono col programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale e di trasformare il paese in un hub per distribuire metano a tutto il resto d’Europa.
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