lunedì 29 novembre 2010

ECONOMIA




CON AMICI COME QUESTI…. 


di Michael Burke




LO SMEMBRAMENTO DELL'ECONOMIA IRLANDESE

La discussione mainstream in Gran Bretagna sulla crisi economica e finanziaria che ha travolto l'Irlanda è dominata dalla questione se i contribuenti britannici dovrebbero partecipare a un salvataggio degli 'irlandesi'. Il Cancelliere George Osborne afferma che 8 miliardi di sterline saranno resi disponibili come parte del pacchetto di salvataggio in quanto 'aiutare un amico in difficoltà' è l'interesse nazionale della Gran Bretagna mentre l’estrema destra del partito Tory obietta che vengono fatti tagli in Gran Bretagna mentre ' il paese paga 'per aiutare un membro della zona euro.
L'incapacità dell’ establishment britannico di discutere su cosa fare per l'Irlanda senza tirare fuori una serie di pregiudizi è ben noto – e ci sorprende ancor di più l'incapacità di distinguere tra un finanziamento fruttifero e un bel regalo. In realtà al prestito di 8 miliardi di sterline sarà sicuramente applicato dalla Gran Bretagna il tasso di interesse più elevato (5% o più) mentre essa stessa sta pagando il 3% o meno, rendendo di conseguenza il “regalo” un ritorno vantaggioso.

Ma lo Scacchiere britannico non è entrato nel business finanziario e nemmeno un centesimo degli 8 miliardi di sterline saranno utilizzati per mantenere l’occupazione di un lavoratore irlandese, o per evitare che una scuola o un ospedale vengano chiusi. Infatti è ampiamente riferito che il prossimo bilancio irlandese, che sarà condizionato dal prestito multilaterale in cui la Gran Bretagna partecipa con la quota più modesta, comprenderà un ulteriore taglio di 8 miliardi di € relativi ai posti di lavoro ed al welfare, così come ulteriori tagli ai posti di lavoro, gli investimenti e la spesa per servizi essenziali. Verrà tagliato probabilmente anche il salario minimo e ci sarà ulteriore compressione dei redditi e tagli nell'arco di 4 anni per un totale di almeno € 15 miliardi.

L'usura dei prestiti internazionali

Come è accaduto alla Grecia, la popolazione irlandese sperimenterà la vera natura del piano di salvataggio, una forma di prestito internazionale ad usura. Le finanze governative e di tutta l’economia subiscono una spirale verso il basso a causa degli enormi trasferimenti di ricchezza e di reddito, operati dalle banche, a favore dei ricchi per ammorbidire loro gli effetti della recessione. Questi trasferimenti sono stati prelevati dai poveri.
La spirale economica discendente è andata naturalmente fuori controllo, i redditi sono crollati mentre nuovi debiti montano. Questi ultimi sono il riflesso dei crescenti costi del debito pubblico sui mercati obbligazionari e viene visto dagli investitori suscettibile di un sempre più probabile default . Ora i contribuenti irlandesi sono costretti ad assumere sulle loro spalle debiti sempre maggiori ed accettare il peso di ulteriori misure di 'austerità' e condannati a ripagarli. Il governo di Dublino è il mutuatario - ma i fondi saranno offerti ai creditori effettivi. Come Martin Wolf, commentò sul Financial Times la precedente crisi greca, questa è peggiore della crisi del debito argentino, in quanto i creditori vengono pagati per scappare, e non c'è nessuno che prenda il loro posto.

Chi ne beneficia?

I titolari del debito pubblico irlandese sono soprattutto le istituzioni finanziarie europee, i gestori di fondi, banche, fondi pensione e fondi assicurativi. Come mostra il grafico seguente, circa l'84% del debito pubblico irlandese è detenuto dagli stranieri.



Grafico 1



Se consideriamo le recenti emissioni obbligazionarie questa posizione dominante delle istituzioni finanziarie europee è semmai aumentata e solo il 9% sono detenute in Irlanda. Le istituzioni finanziarie europee e britanniche stanno giocando un ruolo di primo piano.

Grafico 2



In effetti, la RBS (Royal Bank of Scotland) posseduta dallo stato britannico è il più grande possessore di titoli di Stato irlandesi, per un totale di € 4,9 miliardi alla fine del 2009 e di € 53 miliardi in asset sul debito complessivo dell’ Irlanda E 'il rischio di default su questi asset, insieme agli investimenti delle altre finanziarie britanniche nel debito del governo e delle Banche irlandesi, che rivela quale sia realmente il cosiddetto ' interesse nazionale 'che spinse George Osborne ad utilizzare il denaro dei contribuenti britannici ' . Questo è un altro piano di salvataggio per le banche inglesi, con il governo di Dublino che aggrava i contribuenti irlandesi con nuovi debiti per poterlo pagare. Questo processo sarà riprodotto in tutte le maggiori economie dell'Unione Europea.

Come ci siamo arrivati?

Gran Bretagna e Irlanda sono paesi molto diversi, anche perché la prima ha occupato per i secoli tutto o in parte quest'ultima. Ma una cosa unisce il governo di Londra e quello di Dublino: l'ideologia neo-liberale appresa stando in ginocchio a Margaret Thatcher. Una delle caratteristiche di tale ideologia è l’ impegno per un continuo abbassamento della imposizione fiscale e della spesa pubblica . In realtà, questa è una politica che va a vantaggio del capitale e a scapito dei lavoratori. La politica del governo irlandese e britannico è una sorta di ' Robin Hood al contrario' - prendere ai poveri per dare ai ricchi.

Dal 1992, le entrate statali nell'UE sono state in media del 44,8% del PIL, rispetto al 39,8% per la Gran Bretagna e il 35,6% per l'Irlanda. Di conseguenza, la Gran Bretagna è anche un paese a bassa spesa, dove le uscite del governo sono di circa un ottavo al di sotto della media UE, in percentuale del PIL.  (1)
Ma il governo di Dublino ha portato agli estremi la politica di 'bassa tassazione-bassa spesa '. Infatti la spesa pubblica irlandese in quel periodo era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso, corrispondete a quasi un terzo inferiore alla media.

In Gran Bretagna si fece anche eccessivo affidamento sulle entrate fiscali provenienti dal settore bancario e dalla speculazione finanziaria, mentre le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia. In entrambi i casi la ristrettezza della base imponibile rese l’ economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla Grande Recessione.. La Gran Bretagna ha vissuto la più grave recessione delle grandi economie europee, mentre l'Irlanda ha subito la perdita più grave di output di ogni economia della zona euro. Nel mese di gennaio 2011 la recessione irlandese sembra destinata ad entrare nel suo quarto anno consecutivo.

Eccezionalmente, il governo di Dublino ha risposto alla crisi aggravando la recessione attraverso una serie di tagli alla spesa e aumenti di imposte, ma soprattutto i primi. E 'qui che nasce la lezione più importante per la politica in Gran Bretagna e altrove. La politica in Irlanda è basata sul sound orwelliano di1984 ripetendo la frase 'Contrazione della Espansione Fiscale' (CEF), il che implica che l'economia può crescere mentre la spesa pubblica si riduce o, di fatto, perché è ridotta.. Questo concetto si basa sul presupposto che una riduzione della spesa pubblica farà scendere i tassi di interesse e, quindi, incoraggiare le imprese ad investire e i consumatori a spendere. Anche The Economist ha riferito il recente sostegno degli accademici a tale politica e, in maniera meno rigorosa, da Goldman Sachs che la definisce 'gravemente carente'.. In realtà la SEB (Skandinaviska Enskilda Banken, una delle banche leader d’Europa NdT) ha già messo in evidenza una ricerca del FMI nella quale si sostiene che ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni . (2)

Il governo di Dublino ha introdotto alla fine del 2008 cinque tipi di bilancio o pacchetti di emergenza, per un totale di € 14.6 miliardi, e ora intende ripetere l'attacco per altri quattro anni.. Nella fase iniziale il progetto era pari al 7,7% del PIL, ma ora è al 9,3% - a causa della crisi economica che ne è seguita. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite ei profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società “ultra-basse” pari al 12,5% che sono le più basse dell'area OCSE. Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure del governo sono ora pari al 11,5% del PNL.

L'impatto delle misure adottate dal governo irlandese è chiaro, le imprese hanno ridotto ulteriormente i loro investimenti in modo che il crollo della formazione di capitale fisso lordo equivale al declino in tutto il PIL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31bn nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. 3 Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà .

In Gran Bretagna, la coalizione dei Tory ha formulato dei piani che tra il 2014/15 sotrarranno all'economia 111 miliardi di sterline l’anno 4 che secondo le previsioni dell' Office of Budge Responsibility dovrebbe equivalere al 6,2% del PIL. Naturalmente, se i thatcheriani inglesi dovessero emulare i loro soci di Dublino, ogni nuovo bilancio verrebbe accolto con espressioni di disappunto in quanto i tagli non porterebbero a risparmi, e i tagli dovrebbero poi essere aumentati. Dato che il deficit di bilancio in Gran Bretagna è attualmente in declino, per gentile concessione di un aumento modesto dei Laburisti per la spesa del 2009, sarà difficile giustificare dei tagli in un futuro immediato.

Ma resta un punto cruciale per cui 'il risanamento di bilancio' si fonda sul concetto illogico, e poi smentito, del 'CEF' che è un miraggio, in realtà esso porta ‘a deprimere la contrazione fiscale’. Ciò vale anche per i tagli selvaggi dei Tories 'così come tutti un po' più mite, una versione più lenta, più angusta della stessa emanata dall’opposizione Laburista

L’Operazione di Salvataggio non è la fine

I rapporti suggeriscono che il pacchetto di salvataggio irlandese sarà poco meno di € 100 miliardi, raddoppiando così immediatamente lo stock del debito estero del governo irlandese. Contrariamente alle affermazioni diffuse, anche dal ministro delle finanze irlandese Brian Lenihan, questo non è solamente o principalmente conseguenza del piano di salvataggio straordinario delle Banche, che secondo gli osservatori porteranno a perdite per i contribuenti irlandesi di € 76 miliardi, in quanto queste per lo più sono già state soddisfatte. Invece Barclays Capital e Goldman Sachs stimano che oltre i due terzi del salvataggio serve per coprire il deficit del settore pubblico per i prossimi tre anni. E 'la combinazione tra politica fiscale e bancaria che ha portato al salvataggio, e la fuga dalle banche potrebbe essere bloccata dalla rimozione delle garanzie bancarie e dal falò delle obbligazioni.

Un piano di salvataggio simile non è risultato efficace per la Grecia Anche se il debito pubblico greco non verrà richiesto dal mercato per i prossimi tre anni, i rendimenti dei titoli a lungo termine della Grecia sono ancora al 12%, che riflette la crescente percezione di un possibile default in futuro. Dalla più mite recessione del 2009 nella zona euro (ad eccezione di Cipro), l'economia greca subisce ora un declino accelerato secondo le statistiche dell’agenzia greca Elstat che afferma: "la significativa riduzione" della spesa pubblica ha contribuito all'approfondirsi della recessione nel paese.

.Il piano di salvataggio irlandese è generalmente associato al FMI, ma solo un terzo circa dei fondi è probabile che provengano da quella fonte. Il grosso verrà dal Fondo Europeo per la Finanza e la Stabilità. Questo differisce dal solito pacchetto del FMI principalmente perché include qualche default limitato o "ristrutturazioni" e riconoscendo le perdite per gli obbligazionisti, in considerazione delle perdite nel mercato già sostenute. Il ruolo del FESF e della Banca Centrale Europea è proprio quello di garantire il totale pagamento alle banche europee. Il ruolo specifico del Fondo Monetario Internazionale, che rappresenta gli Stati Uniti, è quello di opporsi a qualsiasi tentativo di un eccessivo abbassamento delle tasse delle Corporation..

Il piano di salvataggio dell’ economia irlandese avrà esito negativo. Aumentare i debiti e riducendo i redditi attraverso misure di 'austerità' non basterà a risolvere la crisi del debito in Irlanda. . Moody's , una delle principali 'agenzie di rating l'ha già indicato che il trasferimento di qualche banca allo Stato e le prospettive di una crescita inferiore porteranno ad un peggioramento del debito governativo irlandese, che implica una maggiore probabilità di default.. Questa non è certo la fine della crisi, sia per l'Irlanda o più in generale per l’Europa.

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Fonti

1. EU, Euro Area Report, Winter 2010, Statistical Annex.

2.. Farà male?, IMF, World Economic Outlook, ottobre 2010, capitolo 3.

3... Dipartimento delle Finanze, nota informativa sulle prospettive economiche e di bilancio 2011-2014, novembre 2010.

4. UK Treasury, Comprehensive Spending Review, October 2010.



23 novembre 2010

da Antonio Pagliarone



HUGO CHAVEZ, 
LA QUINTA INTERNAZIONALE E L’OMBRA DI TROTSKY


di Nil Nikandrov



Parlando al congresso dei 55 partiti di sinistra e di centro a Caracas, nel novembre del 2009, Hugo Chavez ha presentato l’iniziativa per costituire la V Internazionale. La sua dichiarazione è stata ampiamente citata dai media e dai biografi del leader: il suo appello per la creazione della V Internazionale è stata udita in tutto il mondo, e la richiesta di unire tutti i partiti di sinistra e rivoluzionari, desiderosi di lottare per il socialismo del XXI secolo, è diventata veramente popolare nel crearsi di una crisi globale del capitalismo e della minaccia di una guerra totale. Chavez ha invitato i delegati ad unirsi alla sua iniziativa. e ha promesso di dedicare tutta la sua energia personale alla sua attuazione. Gli ascoltatori hanno salutato il discorso Chavez con un lungo applauso.
L’impegno di Caracas prodotto dal forum, non contiene alcuna menzione della V Internazionale. Il documento delinea il compito generale dell’unificazione degli sforzi per salvaguardare le conquiste sociali e la libertà dei popoli, contro l’offensiva capitalista, e rinfaccia agli Stati Uniti il suo comportamento sempre più aggressivo: “… nuove minacce si sviluppano sulla nostra regione e sul mondo intero, con la creazione e il rafforzamento delle basi militari nelle repubbliche sorelle di Colombia, Panama, Aruba, Curacao, Antille olandesi, così come l’aggressione contro il territorio ecuadoriano e le invasioni di Iraq e Afghanistan. Riteniamo che il sistema capitalistico mondiale stia attraversando una delle sue crisi più gravi, che l’ha scosso dalle fondamenta e porta con sé conseguenze che mettono a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Allo stesso modo, il capitalismo e la logica del capitale, distruggono l’ambiente e la biodiversità, portando con sé le conseguenze dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale e della distruzione della vita“.
Come deciso dai partecipanti alla riunione, l’impegno di Caracas è “una guida rivoluzionaria per le sfide future dell’umanità“. Eppure, la proposta di Chavez relativa alla V Internazionale, sembra aprire orizzonti politici completamente nuovi. Oltre agli impegni, il forum ha approvato una decisione speciale, sulla V Internazionale come posto di comando supremo dei partiti socialisti e dei movimenti socialmente orientati, incaricato della missione di “armonizzare una strategia comune per la lotta contro l’imperialismo, il rovesciamento del capitalismo con il socialismo e la solidarietà a base dell’integrazione economica di nuovo tipo”. Le formulazioni possono apparire diluite, ma non trasmette un senso di allarme: la filosofia di fondo è che la rivoluzione venezuelana è avvenuta sotto gli attacchi lanciati da ogni parte dagli Stati Uniti, utilizzando i mezzi più sofisticati a disposizione di Washington. Per Washington, risolvere “il problema Chavez” con la forza non è mai stato fuori discussione. Questa è la spiegazione dietro il proliferare di basi militari USA intorno al Venezuela, e la corrente intensa attività cospirativa. Solo un movimento di massa potente, con basi d’appoggio in America Latina, Asia, Africa e, potenzialmente, l’Europa e gli Stati Uniti (dove Chavez può anche trovare sostenitori abbastanza influenti, soprattutto fra le minoranze nazionali) possono contribuire a neutralizzare i piani degli Stati Uniti.
Chavez ha implementato il suo piano per la V Internazionale ufficialmente alla cerimonia di apertura del Primo Congresso Straordinario del Psuv – Partito Socialista Unificato del Venezuela – che ha costituito un gruppo di lavoro per avviare i preparativi per il congresso che dovrebbe costituire la nuova alleanza internazionale. Il Psuv ha scelto di includere il supporto alla Internazionale nella sua Carta.
Gli impegni sono aperti a nuovi firmatari. L’iniziativa ha incontrata il supporto entusiasta in Nicaragua, dove il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (Fsln) al governo, sta aiutando il Venezuela nell’organizzazione del forum per costituire la V Internazionale. In Salvador, seri sforzi hanno contribuito alla realizzazione del piano da parte del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí (Flnfm).
Cuba risponde all’iniziativa di Chavez con una misura di riserva. Il paese è troppo gravato da problemi legati alla riorganizzazione e alla modernizzazione della sua economia, per migliorare gli standard di vita della popolazione e per lottare contro le attività sovversive degli Stati Uniti. Senza dubbio, Cuba si schiera dalla parte di Chavez in ciò che riguarda la V Internazionale, ma il suo ruolo sarà più o meno implicito.
Non mancano i critici dell’Impegno di Caracas. I partiti social-democratici respingono l’idea di una internazionale anti-imperialista. Ad esempio, il Partito dei Lavoratori (il partito di Luiz Inácio Lula da Silva) brasiliano sostiene che il Forum di San Paolo e il Forum sociale mondiale, sono tutto ciò che è necessario per portare avanti la causa socialista e per organizzare proteste e manifestazioni. La verità, tuttavia, è che i forum hanno perso il filo ideologico e sono attualmente utilizzati per l’auto-espressione di varie organizzazioni marginali, ONG sponsorizzate dalla CIA, e gruppi di difesa dei diritti dei gay.
La decisione ha fatto eco specialmente alle attività esaurite dei gruppi trotskisti di tutto il mondo, che chiaramente sperano di vedere una qualche forma di continuità tra la V Internazionale di Chavez e la IV Internazionale di Trotsky. In realtà, a volte Chavez ha provocato tali aspettative descrivendo se stesso come un trotskista e un sostenitore della rivoluzione permanente, nel corso di dibattiti particolarmente accesi. Chavez ha tratto deliberamente dal lascito di Trotsky, per mettere insieme la carta e il programma del Psuv, le cui previsioni saranno sicuramente prese in considerazione quando la V Internazionale sarà formata.
È interessante notare che la leadership venezuelana ha scelto di sincronizzare il forum di sinistra a Caracas e le attività di commemorazione dedicate al 70° anniversario dell’assassinio di Trotsky. Il nipote di Trotsky, V. Volkov, direttore del Museo Trotsky in Messico, è stato invitato a Caracas, ha preso parte a varie conferenze e dibattiti, e ha generosamente dispensato consigli e raccomandazioni alla leadership del Psuv.
I gruppi, in precedenza marginali, trotskisti hanno zelantemente infiltrato il Psuv. Il loro livello di formazione ideologica supera di gran lunga quella della maggioranza dei quadri del Psuv. In passato, Chavez ha cercato di attirare l’adesione del Partito comunista Venezuelano al Psuv, ma ha incontrato una resistenza totale: i comunisti temevano di essere assorbiti dall’amorfo e abbastanza inefficiente Psuv, in cui un futuro potrebbe essere desolante.
I dubbi diffusi, riguardanti la quantità di realismo politico nelle file dei gruppi trotskisti, è del tutto giustificata. Tuttavia, le prospettive per connettersi con Chavez, è in grado di dimostrarne la rivitalizzazione e la trasformazione in soggetti attivi, sia nel Psuv che nella V Internazionale. Gli analisti politici sono consapevoli dell’amicizia tra Chavez e Alan Woods, che è un importate teorico trotskista e figura chiave della Tendenza Marxista Internazionale (1). Woods loda occasionalmente Chavez nei suoi scritti, ma il fatto di essere preso sul serio, è che per Woods la rivoluzione bolivariana è un elemento di quella globale, e quindi automaticamente merita il sostegno di tutti i gruppi trotskisti.
I comunisti sono preoccupati per la collaborazione sempre più stretta dei venezuelani e dei troskisti, ma al momento Chavez è scettico sul Partito Comunista del Venezuela. Quanto sopra può essere il motivo per cui il leader dei comunisti, Jerónimo Carrera, critichi l’idea della V Internazionale. Carrera ha respinto l’iniziativa di Chavez in un’intervista a El Nacional, un organo del campo degli avversari del leader venezuelano, che descrive Chavez come “un raro animale su tre zampe – una bolivariana, una cristiana e in parte una marxista” che manca del background teorico necessario per mettere il progetto in pratica, e “che cambia il suo pensiero e si lascia influenzare da letture frettolose o dalle persone che si avvicinano a lui“. Carrera ha detto che il Venezuela non è il centro del mondo, e la sua rivoluzione è un fenomeno di proporzioni relativamente modeste. Sconfessando le dichiarazione in una riunione plenaria del suo Comitato Centrale, non ha aiutato il Partito Comunista Venezuelano a ricostruire i rapporti con Chavez.
Il convegno che intende costituire la V Internazionale, avrebbe dovuto essere convocata lo scorso aprile, ma finì per essere rinviata sine die. Non ci sono commenti provenienti dal gruppo di lavoro incaricato della missione. Evidentemente, gravi difficoltà si sono incontrate e la situazione generale in Venezuela, dove le elezioni parlamentari (si sono svolte -NdT) il 26 settembre, si stanno facendo sentire. E’ naturale dato che, al momento, le massime priorità devono essere attribuite al mantenimento del controllo del Psuv sull’assemblea nazionale del Venezuela.

11/09/2010
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Note
(1) La sezione italiana della Tendenza marxista internazionale è FalceMartello corrente interna di Rifondazione comunista

Traduzione di Alessandro Lattanzio



dai siti:     http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/?author=1

               http://www.strategic-culture.org/

domenica 28 novembre 2010

LETTERE





Humberto Vázquez Viaña



lettera di Roberto Massari
a Utopia rossa









Cari compagni e care compagne,
posso finalmente darvi la conferma definitiva di una notizia che covava sotto la cenere.
Qualche settimana fa, con una lunga lettera, avevo chiesto a Humberto Vázquez Viaña di entrare a far parte del progetto di Utopia rossa sulla base dei sei punti etico-politici che abbiamo assunto come base comune e internazionale. Humberto ha risposto affermativamente, dicendo che considera "un onore" far parte della nostra iniziativa e del comitato di redazione di Utopia rossa (Ricordiamo che non esiste una struttura organizzativa vera e propria alla quale aderire, perché Utopia rossa non è un gruppo, ma un'associazione politica libera e libertaria).
Il suo nome è stato inserito nel blog e io gli ho già risposto che l'onore è tutto nostro.
Ricordo, per chi sia troppo giovane per saperlo, che Humberto ha fatto parte della guerriglia del Che in Bolivia (rete urbana, insieme a Loyola e Saldaña); che è ormai uno dei pochi guerriglieri sopravvissuti di quella vicenda; che di lui parla il Diario del Che alla giornata del primo gennaio 1967 (e non di Humberto Rhea, come si era creduto erroneamente); che fu lui ad accompagnare Tania fino alla guerriglia; che suo fratello Jorge ("El Loro") fu uno dei guerriglieri più celebri del gruppo boliviano; che per anni, benché profugo, Humberto si è battuto per la ricerca della verità su quella ed altre vicende delle guerriglie latinoamericane senza farsi intimidire da nessun governo o partito; che le sue ricerche sono raccolte in un primo volume (altri seguiranno) che ho pubblicato anche in italiano; che Humberto è ormai considerato il massimo studioso boliviano del Che, a fianco del carissimo Carlos Soria Galvarro.
Aggiungo che Humberto è diventato quasi cieco, ma continua a leggere e scrivere grazie a delle moderne attrezzature che gli ha fornito il governo svedese. Anche in questo è un esempio di coraggio e tenacia per tutti coloro che gli occhi ce li hanno ancora, ma non vedono al di là di un palmo del loro naso.
Dire che per Utopia rossa la notizia è fonte di gioia, è dire poco. In realtà stiamo avendo un'altra significativa conferma del fatto che la metodologia e l'onestà che stiamo utilizzando per raccogliere unitariamente le poche energie rivoluzionarie sopravvissute agli scempi di questi ultimi decenni, non hanno solo una forte rilevanza teorica (vedi i libri da noi fin qui pubblicati), ma possono conseguire anche dei risultati pratici: modesti quanto si vuole, ma concreti e di qualità.
Fuori da opportunismi elettoralistici, fuori da narcisismi individualistici, fuori da meccanismi gruppettari personalistici, fuori da disturbi della personalità mascherati come militanza politica (in realtà psicopatologia politica), stiamo riuscendo a mettere e a tenere insieme energie vitali di diversa matrice ideologica e di diversa esperienza storica: marxisti, marxisti libertari, femministe, anarcocomunisti, anarcosituazionisti, guevaristi, trotskisti, credenti rivoluzionari, atei anticlericali e via di seguito, costituendo uno spettro ideologico che speriamo diventi sempre più ampio, all'altezza delle sfide che ci lancia lo sviluppo del capitalismo contemporaneo, al momento più che vincente sull'intera faccia terrestre.
La presenza di un membro della guerriglia boliviana è per noi un simbolo di continuità con l'esperienza storica del Che, e in quanto tale ci onora. Allo stesso tempo ci offre una conferma sulla qualità del nostro modo veramente nuovo di praticare l'impegno politico rivoluzionario e internazionalistico.

Nell'abbracciare Humberto e nel dargli il benvenuto, non si può fare a meno di gridare tutti insieme
Hasta la victoria!
Roberto

sabato 27 novembre 2010

DRAQUILA di Pino Bertelli





DRAQUILA
L’Italia che trema (2010),
di Sabina Guzzanti

recensione di Pino Bertelli








per Antonio Gasbarrini,

critico d’arte, amico di derive libertarie e situazioniste…
che ha preso la carriola e (insieme a tanti aquilani)
ha fatto dell’arte delle macerie o delle macerie dell’arte un atto d’amore per la sua città
e ricordato ai ciechi e ai sordomuti della politica istituzionalizzata e dei saperi mercantili
che con il primo gesto di disobbedienza è nato anche il primo gesto di libertà...



I. LA DEMOCRAZIA DELLA MERDA

Bertold Brecht*

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari...
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
Berlino, 1932.

*Da una poesia di Martin Niemöller (Lippstadt 1892 - Wiesbaden 1984)
rivisitata da Bertold Brecht (Augusta 1898 - Berlino 1956)


«Non si può dire che sia propriamente dittatura, quella dove non c'è la tortura. Ma è la dittatura della merda.
Della quale si continua a dire: non può durare. Ma non è vero. Dura, invece. Durerà».

Dal film, Draquila. L’Italia che trema (2010), di Sabina Guzzanti



Prologo sulla tirannia dell’informazione.

La democrazia italiana uscita dalla Resistenza è costata oltre 60.000 morti... molti dei quali erano giovani che non arrivavano a trent’anni… avevano imbracciato il fucile, si erano legati al collo degli straccetti rossi (Pasolini, diceva) ed erano andati a combattere per una rossa primavera che non c’è mai stata… la democrazia è stata tradita, svenduta, buttata nelle discariche della politica istituzionale (dall’oligarchia dei partiti). I buffoni aggrappati agli scranni del parlamento sono conniventi con il crimine organizzato e il fascio dei politici continua a calpestare i più elementari diritti dell’uomo. E il popolo… il popolo guarda la propria storia sfigurata sui marciapiedi dell’imbecillità elettorale. Eppure tutti sanno bene che la povertà di molti produce la ricchezza di pochi. “I partiti sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia” (Simone Weil). Tutto vero. La soppressione dei partiti
politici è necessaria. I burocrati e i servi che li sostengono sono nocivi alla nascita di una società di liberi e di uguali. Nessuno che abbia in animo un’umanità della bellezza verserà una lacrima per la loro amena sorte di garrottati. Ai traditori della sinistra sono riservate le punte dei cancelli dei giardini pubblici nell’ora del tè. Il capo dello stato e il papa sono destinati alla pulitura dei cessi nei centri di accoglienza. Violenza aiuta dove violenza regna!
I professionisti della politica, gli untori della chiesa e i saprofiti dell’economia globale hanno costruito un sistema di consenso che legittima l’impero della soggezione generalizzata.
La rivolta libera da ogni colpa l’azione della disobbedienza civile e fa della critica radicale dell’ingiustizia, il principio di distruzione della società consumerista. Lascio agli scrupolosi la cura di stabilire il numero dei politici da prendere a calci in culo… la singolarità di una generazione in rivolta come quella del Maggio ’68 è stata quella di avere preso i propri sogni per la realtà, iniziato a sparare sui pubblici orologi e avuto il coraggio di danzare sulla testa dei re. Quella stagione formidabile non è mai finita… sotto la brace della storia della disuguaglianza sfavillano le idee di amore e libertà dell’uomo per l’uomo e al di là del bene e del male sono sempre più larghe le richieste e i rimedi dei nuovi soggetti sociali che vogliono mettere fine alla ferocia di
governare ed essere governati a questo modo e a questo prezzo.
Digressione sull’utopia anarchica. Solo l’utopia anarchica ci salva dal Nulla e dal Vuoto. “L’anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi radicato nell’esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle” (Colin Ward). Tutto vero. Il pensiero anarchico interviene contro gli atti osceni del potere e ne disconosce ogni ragione e legittimità… ogni parola dei parassiti del governo è una congiura contro i propri sudditi... l’autocrazia
che hanno ordito in ogni anfratto della società è l’espressione e l’immaginario (lo spettacolo) di una civiltà senza domani.
La democrazia dei ladri e dei buffoni (tutta italiana) impedisce la gioia, il desiderio, il piacere, la felicità… produce “corpi” malati dove la merce è la misura di tutte le cose e la fraternità, la solidarietà e l’accoglienza si arrestano davanti ai cimiteri dell’ordine costituito. Basterebbe essere risoluti a non servire mai più per riconoscere i luoghi (o eterotopie, diceva Foucault) di nuove libertà quotidiane… a dispetto di tutti gli errori
di ortografia o i calcoli gelidi della matematica che non hanno impedito agli uomini di spirito di mettere quel magnifico brulotto di verità sotto gli altari e i dogmi dell’impero dell’indifferenza… la sola realtà che conta è quella da inventare. I “corpi” in utopia si creano spazi altri, luoghi aperti, derive che aprono varchi, sentieri, linguaggi e differiscono dal “comune sentire”… contestano tutto ciò che rappresenta la società dei privilegi… combattono e dissipano l’eternità delle illusioni fabbricate dai partiti e dalle chiese per addomesticare gli ingenui e gli stolti.
L’innocenza del divenire (della quale parlava Nietzsche, Bakunin e anche la Banda Bonnot) dei “corpi” in utopia o — dell’uomo in rivolta — denuda l’inviolabilità del potere, mostra i crolli delle “buone cause” dell’opposizione e le menzogne del “buon governo” del fare… l’uomo in rivolta manifesta la forza della coscienza sul mondo, figura l’intelligenza e le ragioni degli sfruttati, degli oppressi, dei violentati… nella seminagione di verità applicate contro l’entusiasmo della politica, il cammino dei profittatori di ideologie e fanatici dell’obbedienza è segnato… i congiurati della bellezza non difettano di eresie e si preparano a ben vivere come a ben morire… sanno che la maggior parte della politica è riconducibile a un crimine di lesa libertà, a un crimine del Verbo come ragione unica. L’urgenza della bellezza interviene negli atti dell’uomo in
rivolta e non c’è storia della bellezza che non sia dell’anima. L’uomo in rivolta delegittima l’esercizio del potere e la sua azione inquieta i professionisti della politica… i “corpi” in rivolta sono “segnali” di un’umanità in trasformazione che smascherano le convenienze dei mercati internazionali, la mistica delle elezioni, il genocidio pianificato delle democrazie autoritarie e dei regimi comunisti… e con ogni mezzo necessario
lavorano alla caduta dell’epoca del disastro.

II. DRAQUILA. L’ITALIA CHE TREMA

La macchina/cinema, l’abbiamo già detto altrove, è un dispositivo dal quale si esce o più stupidi o più intelligenti. Un film può essere il non-luogo dove l’utopia si sostituisce al reale dato e cancella il consolatorio e il tragico televisivo. Draquila. L’Italia che trema è un documentario politico e intelligente. L’ha diretto Sabina Guzzanti, irriverente cabarettista e fustigatrice degli squallidi costumi, valori e morali che la casta dominante(inclusa la sinistra, s’intende) smercia attraverso la dittatura della comunicazione.
È vero, il film-documento di taglio “civile” non sempre riesce nell’impresa di demistificazione dei funesti demiurghi del potere. E ha fatto vittime illustri. Joris Ivens, Oliver Stone, Michael Moore... sono caduti o inciampati su una pretesa “oggettività” politica e qualche volta i ritratti di tiranni e tirannelli (come Castro, Chávez) che sono usciti dai loro film, non erano poi quelle immacolate colombe della rivoluzione, ma espressione di feroci o languide dittature. Con il documentario (girato a caldo) sull’uragano Katrina in Louisiana, Spike Lee ha riscattato non solo la superficialità dei suoi ultimi film, ha restituito alla dignità dei neri la storia e la cultura calpestate da quello sbronzo con gli stivali da texano che faceva il presidente degli americani (George Bush) e organizzava guerre con l’indecenza degli stupidi... I docu-film di Raymond Depardon, Frederick Wiseman o della Guzzanti, appunto, maneggiano bene l’impudore del potere e lo scarnificano delle sue seduzioni. Draquila. L’Italia che trema è il balzo di tigre del quale scriveva Walter Benjamin… esprime, raffigura, grida l’urgenza e la forza di un pensiero liberato e libertario capace di travolgere il falso e trasformare l’esistente.
Draquila. L’Italia che trema è una metafora documentata sul governo, i partiti, i vip di ogni causa devota al consenso… che si sono affratellati e hanno versato copiosi lamenti televisivi su una città e una popolazione devastati da una catastrofe — che se non poteva essere evitata — non avrebbe dovuto subire le violenze, le rapine, le umiliazioni della cosca istituzionale. La Guzzanti lavora su materiali poveri, diversi, occasionali… intreccia tutto come se scrivesse un diario di bordo… non cade nella caricatura del presidente del consiglio (solo una volta lo sostituisce e riporta negli occhi degli spettatori tutta la spregievolezza di questo abile fantoccio mediatico) e lascia alle immagini l'autodisvelamento (sono un mafioso, dice Dell’Utri… ho speso più di duecento milioni di euro in giudici [per comprarli?!], dice Berlusconi) che lo rendono più nudo e più stupido.
La storia però insegna che i tiranni e gli stupidi sono sempre stati uccisi troppo tardi.
Le interviste agli adoratori del premier sono ridicole… muovono paure e pene in quella piccola parte di persone che hanno ricevuto la casa di cartone pressato, i piatti, i bicchieri e anche lo spazzolone per pulire il cesso… cronaca politica e malaffare giudiziario si confondono… i caimani della protezione civile ridono sui morti del terremoto e la tenda del Pd resta vuota in ogni stagione… D’Alema e compagni stanno alla larga dai problemi reali della gente, preferiscono albergare nel tanfo del capitalismo rosso e rimbalzare in altre connivenze, non meno criminali, che non riescono più a seppellire…la voce fuori campo è il filo rosso che collega l’intero film e la Guzzanti è davvero scarna, austera, vera e si affranca commossa alla tragedia infinita degli aquilani. Il suo silenzio accusa… disvela lo stato di polizia che regna all’Aquila e mostra il vero volto di
una democrazia di merda.
Draquila. L’Italia che trema è un documento sull’orrore della politica, sui vampiri Berlusconi, Dell’Utri, Bertolaso, Balducci e della loro banda di mafiosi che hanno il covo anche nelle stanze olezzanti del Vaticano… è “di una sorta di esercito in mano alla presidenza del consiglio — dice Sabina Guzzanti —, con licenza non di uccidere ma di spendere, di dare, di assumere senza concorso di andare in deroga a tutte le leggi, di autorizzare costruzioni abusive, di elargire fondi extra al Vaticano”. Non tutti però stanno al gioco. Il prof. Colapietro è l’unico aquilano rimasto nella sua casa semidistrutta, “fra le mie pareti, i miei gatti, i miei libri”, dice. Nessuno può comandare sul suo destino. Nel film appare anche Massimo Ciancimino, che confida ai giudici ciò che gli aveva detto (e scritto) il padre Vito, mafioso di razza, e cioè che Silvio Berlusconi i soldi per costruire Milano  li aveva ricevuti dalla mafia.
La Guzzanti è andata all’Aquila con una piccola troupe e una videocamera… ha messo insieme 700 ore di girato e lavorato un anno all’assemblaggio di centinaia d’interviste, incontri, analisi dei documenti… ha avuto in dono le lacrime degli aquilani e ricevuto rifiuti o bruschi allontanamenti da parte delle “forze occupanti”… la sceneggiatura (Guzzanti) è una “costruzione di situazioni”, sovente rovesciate... il montaggio sapiente di Clelio Benvenuto intreccia campi di accoglienza, la città distrutta, frammenti televisivi, proclami elettorali e smuove rabbia e ilarità da commedia dell’arte. La fotografia di Mario Amura e Clarissa Cappellani è “grezza”, efficace, adatta a un pamphlet di notevole bellezza etica… importanti le sottolineature musicali
di Riccardo Giagni… le macerie dell’Aquila, Onna, San Gregorio, Paganica… espongono la vergogna di un’intera classe politica che suscita nei proni a tutto l’adorazione, nei ribelli contro ogni forma d’ingiustizia, l’indignazione. La rivolta delle carriole non c’è… il film, forse, è stato chiuso prima che il popolo aquilano
mostrasse alla stampa internazionale il coraggio e la dignità della disobbedienza civile. Il popolo delle carriole ha espresso (ed esprime) il dissidio contro la sottomissione, la profanazione, la violazione del diritto a vivere a misura d’uomo … una razza di demoni che alberga nei Palazzi del potere è responsabile delle ingiustizie e delle sopraffazioni avvenute all’Aquila e nell’intero paese… la disobbedienza civile degli aquilani non è destinata a scomparire… ha gridato che il sistema di governo rappresentativo e l’appropriazione delle istituzioni nelle mani di pochi specialisti dell’informazione e della contraffazione, esclude la partecipazione reale dei cittadini alla cosa pubblica… i partiti rappresentano i loro apparati e basta… ma perché gli uomini siano protagonisti della loro storia o lo divengano, occorre che tra di loro si sviluppi, cresca, insorga l’arte dell’associazione e si perfezioni “in maniera proporzionale alla crescita dell’uguaglianza delle condizioni” (Alexis de Tocqueville, ma anche John Stuart Mill,  Pierre-Joseph Proudhon o Hannah Arendt). L’eccellenza della “povertà” e il “mutuo godimento” sono ancora da inventare. Tuttavia, la libertà della comunità che viene supererà tutti gli ostacoli e i soprusi dei potenti sono destinati a cadere nelle cloache della storia, insieme all’aspersorio e al fucile.
Il naufragio delle istituzioni è un bene che va coltivato e disfare ciò che è stato fatto in modo arbitrario o imposto, riporta ai nobili sogni di abbattimento di ogni forma di totalitarismo e imperialismo che hanno reso l’uomo schiavo. L’ottusità delle istituzioni è una malattia comune… ma non inguaribile… la consumazione dei deliri di onnipotenza dei quali sono capaci gli uomini della burocrazia politica e le violenze che giustificano il loro operato, richiedono immaginazione e trasgressione… ogni testa politica caduta sul sagrato della verità è un evento che consideriamo come un inizio. La disobbedienza civile non ha né inizio né fine… è il rovesciamento delle politiche di persuasione e di controllo sulle folle… è il capovolgimento della situazione… è la limpidezza della verità che si contrappone alla menzogna edulcorata… pensare la disobbedienza civile è in qualche modo dare voce a chi non ce l’ha, né l’ha mai avuta sulla sabbia della storia.

27 volte maggio 2010

dal sito  www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 26 novembre 2010





STATI UNITI, 
UNA STORIA COSTRUITA SULLE BUGIE 


di Howard Zinn








In ricordo del grande storico americano riproponiamo il testo di un suo intervento pubblicato da Peacereporter il 21 marzo 2006.


Ora che la maggior parte degli americani non crede più nella guerra, ora che non si fida più di Bush e della sua amministrazione, ora che la prova del suo raggiro è diventata schiacciante (così schiacciante che persino il maggiore dei media, sempre in ritardo, ha iniziato a registrare indignazione), potremmo chiederci: com’è che tanta gente è stata ingannata così facilmente?
La domanda è importante perché potrebbe aiutarci a capire perché gli americani - i media così come i normali cittadini, nonostante i presunti modi sofisticati dei giornalisti - si siano precipitati a dichiarare il loro supporto appena il presidente ha mandato le truppe in giro per il mondo fino all’Iraq.
Un piccolo esempio dell’innocenza (o servilismo, per essere più precisi) della stampa è il modo in cui questa ha reagito alla presentazione di Colin Powell nel febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza, un mese prima dell’invasione. Un discorso che può essere registrato come il primato di falsità dette in un sol colpo. In esso, Powell, in confidenza, ha sparato la sua “prova”: fotografie satellitari, registrazioni audio, relazioni di informatori, con statistiche precise di come esistessero litri e litri di questo e quello apposta per una guerra chimica.
Il New York Times rimase senza parole per l’ammirazione. L’editoriale del Washington Post fu intitolato “Irrefutabile” e dichiarò che dopo il discorso di Powell “è difficile immaginare come si possa dubitare che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa.”
Mi sembra che ci siano due motivi, che hanno radici nella nostra cultura nazionale, e che aiutano a capire la vulnerabilità della stampa e dei cittadini davanti a bugie oltraggiose le cui conseguenze hanno portato alla morte di decine di migliaia di persone. Se riusciamo a capire questi motivi, possiamo salvaguardarci contro l’essere raggirati ancora.
Una causa è nella dimensione temporale, ed è l’assenza della prospettiva storica. L’altra è nella dimensione spaziale, ed è un’incapacità di pensare fuori dai confini del nazionalismo, è la convinzione di pensare, arrogantemente, che questo paese è il centro dell’universo, ed è eccezionalmente virtuoso, ammirevole, superiore.
Se non conosciamo la storia, siamo carne pronta per i politici carnivori, gli intellettuali e i giornalisti che forniscono il coltello più affilato.
Non parlo della storia che si impara a scuola, una storia che favorisce i nostri leader politici, dagli ammirati Padri Pellegrini, ai presidenti più recenti.
Intendo una storia che sia onesta sul passato. Se non conosciamo quella storia, allora qualunque presidente si può alzare alla batteria dei microfoni, dichiarare che dobbiamo andare in guerra, e noi non avremo le basi necessarie per confutarlo. Dirà che la nazione è in pericolo, che sono in gioco la democrazia e la libertà, e che dobbiamo quindi mandare navi e aeroplani per distruggere il nostro nemico, e noi non avremo motivo di non credergli.
Ma se conosciamo un po’ di storia, se sappiamo quante volte i presidenti hanno fatto dichiarazioni simili al paese, e come queste si siano rivelate bugie, non saremo ingannati.
Sebbene alcuni di noi possano vantarsi di non essere mai stati ingannati, comunque dovremo accettare, come dovere civico, la responsabilità di difendere i nostri concittadini dalle menzogne dei nostri alti ufficiali.
Ricorderemo a chiunque possiamo, che il presidente Polk ha mentito alla nazione sulle ragioni per andare in guerra contro il Messico nel 1846; non è successo che “il sangue americano è stato versato sul suolo americano” ma Polk, e l’aristocrazia schiavista, desideravano ardentemente metà del Messico.
Puntualizzeremo che il presidente McKinley mentì nel 1898 sui motivi per l’invasione di Cuba: dissero che volevamo liberare i cubani dal controllo spagnolo, ma la verità è che volevamo la Spagna fuori da Cuba cosicché l’isola potesse aprirsi alla United Fruit, e ad altre grandi imprese.
Mentì anche sui motivi della guerra nelle Filippine, dichiarando che volevamo “civilizzare” le Filippine, mentre la vera ragione era possedere un prezioso pezzo di terra nel lontano Pacifico, anche se dovevamo uccidere centinaia di migliaia di filippini per realizzare quell’obiettivo.
Il presidente Woodrow Wilson - così spesso descritto nei nostri libri di storia come un “idealista” - ha mentito sui motivi per entrare nella prima guerra mondiale, dicendo che era una guerra “per rendere il mondo sicuro nella democrazia”, quando in realtà era una guerra per rendere il mondo sicuro per i poteri imperiali dell’occidente.
Harry Truman ha mentito quando ha detto che la bomba atomica fu lanciata su Hiroshima perché era “un bersaglio militare”.
Tutti hanno mentito sul Vietnam: Kennedy sull’estensione del nostro coinvolgimento, Johnson sul golfo di Tonkin, Nixon sui bombardamenti segreti in Cambogia, dichiarando che era per tenere il Vietnam del Sud libero dal comunismo, ma in realtà volendo tenere il Vietnam del Sud come avamposto in fondo al continente asiatico.
Più recentemente. Reagan ha mentito sull’invasione di Grenada, dichiarando falsamente che era una minaccia per gli Stati Uniti.
Bush padre ha mentito sull’invasione di Panama, portando alla morte di migliaia di civili di quel piccolo paese. E ha mentito di nuovo sui motivi per attaccare l’Iraq nel 1991. E' dura pensare che fosse per difendere l’integrità del Kuwait (si può immaginare Bush afflitto per la presa del Kuwait da parte dell’Iraq?), piuttosto lo fece per affermare il potere degli Stati Uniti nel Medio Oriente, così ricco di petrolio.
Dato lo schiacciante primato di bugie dette per giustificare le guerre, come si può ascoltando Bush figlio credergli quando racconta i motivi per invadere l’Iraq? Non ci dovremmo istintivamente ribellare contro il sacrificio di vite per il petrolio?
Un’attenta rilettura della storia può darci un’altra tutela contro l’essere raggirati.
Renderebbe chiaro che c’è sempre stato, e c’è oggi, un profondo conflitto di interessi tra il governo e il popolo degli Stati Uniti.
Questo pensiero spaventa la maggior parte della gente, perché va contro tutto quello che ci hanno insegnato. Siamo stati portati a credere che, fin dall’inizio, quando i nostri Padri Pellegrini lo scrissero nel preambolo della Costituzione, fu “noi, il popolo” a stabilire il nuovo governo dopo la rivoluzione.
Quando l’eminente storico Charles Beard suggerì, cento anni fa, che la Costituzione rappresentava non i lavoratori, non gli schiavi, ma gli schiavisti, i mercanti e i detentori di obbligazioni, diventò l’oggetto di un editoriale indignato da parte del New York Times.
La nostra cultura esige, nel suo stesso linguaggio, una comunità che ci leghi l’uno con l’altro. Non dobbiamo parlare di classi. Solo i marxisti lo fanno, anche se James Madison, “padre della Costituzione”, disse, trent’anni prima che Marx nascesse, che c’era un’inevitabile conflitto nella società tra chi possedeva proprietà e chi no.
I nostri attuali leader non sono così candidi. Ci bombardano con frasi come “interesse nazionale”, “sicurezza nazionale”, “difesa nazionale” come se tutti questi concetti venissero applicati ugualmente a tutti noi, di colore o bianchi, ricchi o poveri, come se General Motors e Halliburton avessero gli stessi interessi del resto ddelle persone, come se George Bush avesse gli stessi interessi del giovane uomo o donna che lui manda in guerra.
Di sicuro, nella storia delle bugie dette alla popolazione, questa è la più grande menzogna.
Nella storia dei segreti tenuti nascosti agli americani, questo è il più grande segreto: che in questo paese ci sono diverse classi con diversi interessi. Ignorare questo, non sapere che la storia del nostro paese è storia di schiavista contro schiavo, proprietario contro affittuario, impresa contro lavoratore, ricco contro povero, ci rende indifesi di fronte alle bugie minori che ci vengono dette da coloro che sono al potere.
Se noi come cittadini cominciamo a capire che quella gente lassù - il presidente, il congresso, la corte Suprema, tutte queste istituzioni che fingono di essere “controllo e bilancio”- non ha a cuore i nostri interessi, noi ci avviamo verso la strada della verità.
Non saperlo ci rende indifesi contro bugiardi risoluti.
C’è ancora un altro motivo per cui il pubblico è vulnerabile ai raggiri del governo, ed è la convinzione profondamente radicata - no, non dalla nascita ma dal sistema educativo e dalla nostra cultura in generale - che gli Stati Uniti sono un paese particolarmente virtuoso. Inizia presto, alle elementari, quando veniamo obbligati a “promettere obbedienza” (prima di saperne il significato), forzati a proclamare che siamo una nazione con “libertà e giustizia per tutti”.
Poi vengono le innumerevoli cerimonie, al campo di baseball o ovunque, dove ci si aspetta che noi stiamo in piedi e inchiniamo la testa durante l'inno dell'alzabandiera , lo Star-Spangles Banner, ad annunciare che siamo “la terra della libertà e la dimora dei coraggiosi”. (I bambini che non recitano la promessa avranno dei problemi, e alle persone che non stanno in piedi durante l’inno nazionale vengono lanciate delle occhiate ostili).
C’è anche l’inno nazionale non ufficiale, “God Bless America”, e sei guardato con sospetto se chiedi perché ci dovremmo aspettare che Dio scelga esclusivamente questa nazione - che è il 5% della popolazione mondiale - per la sua benedizione.
Se il tuo punto iniziale per valutare il mondo intorno a te è la ferma convinzione che questa nazione è in qualche modo dotata dalla Provvidenza di qualità uniche che la rendono moralmente superiore a ogni altra nazione sulla terra, allora probabilmente non dubiterai del presidente quando dice che stiamo mandando le nostre truppe qui o lì, o stiamo bombardando questo o quello al fine di diffondere i nostri valori - democrazia, libertà, e non dimentichiamo libera impresa - in qualche posto nel mondo (letteralmente) abbandonato da Dio.
Diventa necessario affrontare alcuni fatti che disturbano l’idea di un’unica nazione virtuosa, se abbiamo intenzione di proteggere noi stessi e i nostri concittadini contro le politiche che saranno disastrose non solo per altra gente, ma anche per gli americani.
Questi fatti sono imbarazzanti, ma vanno comunque affrontati se vogliamo essere onesti. La nostra lunga storia di pulizia etnica, nella quale milioni di nativi americani vennero portati via dalle loro terre attraverso massacri ed evacuazioni forzate. E la nostra lunga storia, non ancora dietro di noi, di schiavitù, segregazione e razzismo.
Dobbiamo affrontare il nostro passato di conquiste imperiali, ai Caraibi e nel Pacifico, le nostre guerre vergognose contro paesi grandi un decimo del nostro: Vietnam, Grenada, Panama, Afghanistan, Iraq.
E il ricordo permanente di Hiroshima e Nagasaki.
Non è una storia di cui possiamo andare fieri.
I nostri leader l’hanno dato per scontato, e hanno inculcato nella mente di molta gente la convinzione che abbiamo il diritto, per la nostra superiorità morale, di dominare il mondo.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Henry Luce, con un’arroganza appropriata al proprietario di Time, Life e Fortune, ha stabilito che quello scorso era “il secolo americano”, dicendo che la vittoria nella guerra ha dato agli Stati Uniti “il diritto di esercitare sul mondo tutto l’impatto della nostra influenza, per i propositi che riteniamo opportuni e con i mezzi che riteniamo opportuni.”
Questa nozione è stata accolta sia dai partiti repubblicani che da quelli democratici.
George Bush, nel suo Discorso Inaugurale del 20 gennaio 2005, ha detto che “Diffondere la libertà nel mondo… è la missione del nostro tempo”. Anni prima, nel 1992, il presidente Bill Clinton, parlando alla cerimonia per il conferimento delle lauree dell'accademia militare di West Point, ha dichiarato che “i valori che avete imparato qui… saranno quelli da diffondere nel paese e nel mondo”.
Su cosa si basa l’idea della nostra superiorità morale? Sicuramente non sul nostro comportamento verso i popoli di altre parti del mondo. Si basa su come vivono bene gli americani?
L’Organizzazione Mondiale per la Sanità fa una classifica del mondo in termini di risultato complessivo della sanità, e gli Stati Uniti sono al 37esimo posto, sebbene spendano pro-capite più di ogni altro paese nel mondo. Un bambino su cinque, nel più ricco paese del mondo, nasce in povertà.
Ci sono 40 paesi che hanno un risultato migliore del nostro nella mortalità infantile. Cuba è migliore in questo.
E c’è un chiaro segnale di malessere nella società che supera tutte le altre nel numero di persone in prigione: più di due milioni, negli Stati Uniti.
Una stima più onesta di noi come nazione ci preparerebbe per la prossima serie di bugie che accompagneranno la prossima proposta di infliggere il nostro potere su alcune parti del mondo.
Ci potrebbe anche convincere a crearci una storia diversa, a prendere il nostro paese ai bugiardi e agli assassini che lo governano, e a rigettare l’arroganza nazionalistica, cosicché potremmo unirci al resto della razza umana nella causa comune per la pace e la giustizia.


da "MicroMega"

giovedì 25 novembre 2010

ECONOMIA




EUROPA: LA CRISI POLITICA
DELLA CRISI ECONOMICA

di Pier Francesco Zarcone








La devastante crisi economica in Europa occidentale contiene altresì una crisi politica non indifferente, proprio in quella parte di mondo dove si è formato lo Stato liberal/democratico del capitalismo, poi nel XX secolo accettato a pieno titolo dalle stesse “sinistre” istituzionali (all’epoca dell’auge dello “Stato sociale”), tanto ormai c’era il suffragio universale e in parlamento erano presenti partiti socialisti e comunisti. Il peggio che deve ancora venire già si profila all’orizzonte. Non causalmente su certi media si comincia a definire con un neologismo il regime politico/economico imposto dai centri di potere finanziario transnazionali e dall’Unione Europea, diligentemente fatto proprio dai governi nazionali (ormai tutti dello stesso colore, sfumature a parte): regime “austeritario”. Il termine esprime la fusione fra il concetto di austerità e quello di autoritarismo.
Sulla crisi economico/finanziaria si è scritto tutto e il contrario di tutto, anche sugli aspetti che “non tornano” (almeno per i non specialisti) ma senza fornire adeguati chiarimenti ai lettori-cittadini: ci si riferisce a contemporanei fenomeni di banche sull’orlo del fallimento che hanno richiesto il dispendioso salvataggio statale (a spese della collettività), e di crescita abnorme dei lucri del sistema bancario nel suo complesso. Per esempio, in un paese a rischio come il Portogallo nei primi 9 mesi di quest’anno le quattro maggiori banche private hanno conseguito lucri per 1.222 milioni di euro (4.000.000 al giorno). Sul versante bancario abbiamo poi che varie finanze statali sono sull’orlo del collasso per fare fronte a spese sempre più rilevanti per il salvataggio delle banche in crisi, spese aggravate dal ricorso a prestiti a tassi via via crescenti fino a correre il rischio di una vera e propria bancarotta. Non sempre viene spiegato che alla fine del discorso i veri beneficiari di questi aiuti sono proprio le banche, sia in quanto erogatrici dei prestiti stessi, sia quelle salvate. E con questo ci approssimiamo alla discorso sulla crisi politica.
Nella presente situazione il ruolo primario e assorbente dello Stato risulta essere - in modo ormai del tutto scoperto - quello di mandatario della tutela della riproduzione del capitale; tutto il resto non conta. È un ruolo assunto in termini totalizzanti tali da essere diventato un elemento cardine della crisi politica della crisi economica. Viene colpita in profondità la sostanza medesima della “formula politica” di cui lo Stato liberal/democratico ha assunto di essere espressione. Si potrebbe obiettare che, in fondo, non si tratta di una grande novità, se non per il fatto che ormai è ben difficile sostenere il contrario. Tuttavia siffatta conclusione non è condivisibile, poiché porta a fare grossolanamente di tutt’erba un fascio, un po’ come i massimalisti di una volta per i quali governi fascisti o liberal/democratici erano la stessa cosa; oppure come l’anarchico da barzelletta che per coerenza estrema evita di usare il participio passato del verbo “essere”.
Al riguardo si devono considerare vari aspetti, il primo dei quali è l’essere esistito un tempo (non eccessivamente lontano) in cui il governo del partito X o di quello Y significava aspettarsi la concretizzazione (magari imperfetta) di un determinato programma politico ed economico/sociale. L’esempio classico è stato il voto ai laburisti nella Gran Bretagna del secondo dopoguerra, dietro il quale c’era una data consapevolezza e volontà. E poi esiste un fattore da considerare nella giusta misura: è da un pezzo che nell’Europa continentale quando si parla di Stato non ci si riferisce più né al modello prussiano né a quello zarista. Non solo, ma l’organizzazione statale era entrata in processi di sviluppo di una certa ampiezza con l’esito di avere acquisito funzioni ulteriori rispetto al passato, sovente in senso più sociale e non sempre negative. Senza dilungarci troppo diremo che – sia pure sulla spinta di specifiche caratteristiche congiunturali – erano entrate a fare parte delle nuove funzioni la redistribuizione dei redditi attraverso apposite politiche fiscali progressive e, soprattuto, la regolazione dei cicli economici mediante interventi diretti nell’economia, anche con l’assunzione del ruolo di imprenditorie.
Che in una prospettiva di compiuta rivoluzione sociale rimanga sempre valido e necessario indicare gli obiettivi dell’abbattimento dello Stato e della sua sostituzione con un assetto fondato sulla democrazia socialista è un altro discorso. Fino a quel momento vale il vecchio aforisma di Malatesta sull’essere ovvio che anche un anarchico chiami la polizia se rapinato. Tra i comunisti anarchici maggiormente avveduti (ma sconosciuti ai più) è da tempo condiviso la consapevolezza del non essere lo Stato il nemico primario, bensì la borghesia (quella vera, s’intende, e non i patetici imitatori salariati); e che cosa succederebbe in una società senza Stato ma senza totale cambiamento dei rapporti proprietari, di produzione e di sfruttamento in genere, già ce lo hanno detto i fautori dell neoliberalismo radicale: dominio sfrenato del capitale e, di conseguenza, ferreo controllo poliziesco e repressivo della società.
Nell’odierno radicale cambiamento del quadro politico, la regressione del ruolo dello Stato trova il suo aspetto più appariscente nel solco incolmabile che separa le politiche realizzate dagli Stati e i programmi presentati dalle classi politiche alla cittadinanza per ricevere i suffragi e governare: quindi fra volontà popolare e azione di governo. Il che vuol dire crisi ormai patologica della rappresentatività democratico/borghese, poiché - indipendentemente dalla scelte effettuate dai corpi elettorali sulle politiche presentate sulla carta – a stabilire cosa bisogna fare sono i portavoce e gli esecutori del mercato privato della globalizzazione. A costoro è passato in modo visibile l’esercizio della sovranità. Il nesso fra azione di governo e opzioni effettuate dagli elettorati si è alterato di fronte all’assunzione da parte dei governi europei di impegni di gran lunga più forti di quelli assunti con i cittadini, sacrificabili con politiche economiche tahnto antisociali quanto recessive. Con questo si sancisce anche formalmente il carattere fisiologico – cioè irrimediabile - delle disparità sociali.
Per inciso una notazione linguistica: l’uso del termine “mercati” è mistificante, giacché fa pensare a una realtá impersonale e, nel suo operare, assimilabile a fenomeni naturali rientranti nella sfera della “necessità”. In concreto cela un gruppo di multinazionali finanziarie private di cui si sanno i nomi, come pure si sanno i nomi (e volendo anche gli indirizzi) dei loro maggiori azionisti.
La scompaginazione della presenza pubblica nel sociale (per quanto insoddisfacente per i suoi limiti e suscettibile di critiche) e la recessione economica che ne deriva, hanno l’effetto di fare apparire sempre più vuoto e formale lo status di cittadino, privato in concreto della possibilità di partecipare realmente alla vita sociale, politica e culturale della società di appartenenza. Con nocumento per l’esercizio delle libertà civiche, giacché come si fa a essere liberi – e quindi a partecipare – se ci si trova abbandonati a sé stessi nella precarietà, per molti anticamera dell’indigenza? Se Luigi XIV poteva dire “lo Stato sono io” oggi, in rapporto ai soggetti denominati “i mercati” e i loro esecutori nazionali, si deve dire “lo Stato sono loro”, e i cittadini sono tornati sudditi. Ovvia conclusione è il ridursi delle Costituzioni a polverosi orpelli di un passato da irridere come velleitario.
Un deficit di democrazia, quindi, che contribuisce alla realizzazione di una deriva autoritaria voluta e programmata. Infatti sarebbe sciocco pensare che fautori e autori di brutali misure economiche ignorino che l’effetto sarà di forte recessione della domanda interna, e quindi delle condizioni di vita. Tutto questo “lor signori” lo sanno e lo vogliono, si chiamino conservatori, liberali o socialisti. Se è dai tempi della deregulation di Reagan che si fa in modo di arricchire sempre di più i ricchi e impoverire i lavoratori, oggi anche in Europa si comincia ad attaccare pesantemente le classi medie (i disastri provocati in America latina dalla stessa politica non costituiscono una lezione storica di fronte alle esigenze del capitale). E anche qui non è possibile credere che i governanti abbiano dimenticato che proprio le classi media sono il più sicuro sostegno dello Stato liberal/democratico: almeno fino a che le cose vanno in certo modo. Dopo saranno le prime a chiedere un “salvatore” autoritario che sia ben più autoritario.
Nell’ottica del dover essere è innegabile che si avrebbe bisogno di una rivoluzione culturale, concentrata innanzi tutto sui feticci del momento. Se il sistema capitalista è fisiologicamente tale che – laddove e quando non trovi ostacoli – fa del male anche a se stesso, se ne deve ricavare una conclusione alla luce del buon senso (magari dottrinariamente poco ortodossa): finché non si riesce ad abbatterlo, tutti gli sforzi politici e sociali devono essere rivolti a governarlo rigidamente e finalisticamente. Conclusione poco entusiasmante, ma – al di là dei vari dogmatismi – è un dato che, senza la contro-azione della “mano pubblica”, i guai arrivano fino alla catastrofe sociale. Se agli inizi il sistema capitalista vinse grazie al contributo dello Stato moderno, è necessario che una rinnovata cultura dello Stato contemporaneo spinga perché esso contribuisca ad affrontare la presente crisi.
Abbiamo detto che nell’attuale corso degli eventi non c’è nulla di “naturale”, tant’è vero che le contromisure sono individuabili, e tali da portare fuori dallo schema “o rivoluzione o niente”; anche perché dietro l’angolo non c’è nessuna rivoluzione (non foss’altro per la mancanza di un presupposto “tecnico” fondamentale: la debolezza o il collasso degli apparati repressivi, i quali appaiono più forti e attrezzati che mai). In un’Europa in cui anche su media niente affatto radicali ormai abbondano critiche e controcritiche ai mercati, non ha più senso limitarsi ad auspici e raccomandazioni per un capitalismo “migliore” (grande ossimoro) e dal volto umano. Al punto in cui si è arrivati (per non parlare di quello che si prospetta) chi se ne frega se le possibili contromisure alternative non aprirebbero la via alla rivoluzione sociale, e restano nella sfera delle tamponature. Il fatto è che ridurre tutto a “riformismo” – attribuendo a questo termine una valenza negativa – non significa proprio niente, se non per i seguaci dell’idolatria dottrinaria. La pratica riformatrice può assumere connotazioni varie, fino a ricomprendere riforme socialmente indispensabili (semprecché si abbia a cuore la sorte delle persone) non escludendo quelle idonee a fare esplodere contraddizioni di fondo all’interno del sistema.
Al di lá della bugia circa l’incompatibilità fra politiche sociali e globalizzazione, in ordine alle alternative possibili si pensi - tanto per fare alcuni esempi - a una forte imposizione sulle cosiddette grandi fortune (per lo meno quelle superiori a 1.500.000 euro) e sui guadagni bancari; all’istituzione di organismi pubblici di credito non speculativo con tassi agevolati per le inziative di rilievo sociale; a una massiccia ed effettiva azione contro il lavoro nero e l’evasione fiscale; alla modifica degli attuali modelli per il consumo energetico (con riduzione dei costi di importazione d’energia); al controllo e alla fiscalizzazione dei movimenti di capitali, con limitazione delle attività speculative del sistema bancario; azione sulle spese pubbliche mediante la loro razionalizzazione; fissazione di limiti precisi al debito pubblico.
A questo si potrebbe aggiungere la battaglia per ottenere la democratizzazione dei vertici dell’Unione Europea, la formazione di una fiscalità europea, la creazione di un regime monetario intraeuropeo (sul modello dei “bancor” a suo tempo proposti da John Maynard Keynes), l’attribuzione alla Banca Centrale Europea del compito di finanziare gli Stati dell’Unione a tassi di interesse più che ragionevoli, la regolamentazione dell’ingerenza delle agenzie di valutazione finanziaria, la creazione di una Banca di Compensazione per coordinare i prestiti fra paesi europei. Nonché, e non da ultimo, la lotta per la rifondazione (quanto meno) dell’Unione Europea su altre basi e con altri obiettivi..
Ma obiettivi siffatti trovano ostacoli in alcuni dati di fatto, di cui il primo è che il sistema non ha alcuna intenzione di lasciar passare spontaneamente anche una minima parte, perché se lo facesse si metterebbero in discussione le sue strutture e quelle dello Stato borghese nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo; giacché la cosiddetta crisi del sistema capitalista attuale è effetto dell’essere libero di agire il sistema capitalista medesimo.
Tuttavia c’è vita oltre l’economia di mercato. Dopo il fracasso dell’ideologia che propagandava i grandi e sicuri benefici sociali derivabili dall’arricchimento dei super-ricchi (che invece hanno collocato somme enormi in paradisi fiscali, e hanno investito in settori finanziari altamente speculativi da cui l’economia reale non trae stimoli di crescita), visibilmente il “re è nudo”, ma alla base resta da far capire a livello diffuso che non riuscirà mai a vestirsi e tale resterà; che lo slogan “socialismo o barbarie” mantiene del tutto la sua validità; e che celava un grande inganno il detto di Deng Tsiao Ping sull’ininfluenza del colore del gatto purché acchiappi i topi, poiché un certo tipo di gatto piglia i topi solo per sé.
Da un altro lato esiste la barriera data dall’evidentissima crisi delle sinistre europee, termine che comprende sia gli epigoni dei partiti comunisti sia le socialdemocrazie. Le sinistre parlamentari (laddove ancora esistono), se e quando elaborano proposte in qualche modo alternative alle attuali politiche dette “anticrisi” – ma che in realtà sono pro-crisi, a motivo dei loro sicuri e pesanti effetti recessivi – ormai per prassi si limitano a dibatterle nelle aule parlamentari (dove si sa che non passano) e a farne oggetto di articoli sui fogli di partito. La coscienza è salva e con militanti e simaptizzanti si fa una bella figura). Non pare che finora sia passato per la mente di farne oggetto di massicce campagne di propaganda e mobilitazione politica di massa, che all’inizio avrebbero l’effetto di far capire, oltre cerchie ristrette e già convinte, che i progetti governativi non sono gli unici possibili né sono determinati dalla necessità.
Il deficit di azione della sinistra diventa un elemento del deficit di democrazia che abbiamo di fronte. Non ci si può rifugiare dietro alla tesi per cui alle sinistre parlamentari si devono riconoscere i limiti derivanti dalla loro collocazione (cioè dal fatto di essere parlamentari), poiché l’elementare buon senso ci diceche c’è modo e modo di fare le cose quando non vada nel dimenticatoio quanto deve essere fatto. Talché la collocazione istituzionale non va chiamata a discolpa. Il fatto è che si tratta di sinistre (socialdemocratiche e comuniste) accomunate dal fatto di non esseri mai battute – nemmeno quando erano al governo - affinché al popolo spettasse anche un minimo di potere decisionale (oltre la sfera dell’elettoralismo per gli organismi pubblici assembleari o i vertici dello Stato) per dimensionare la sfera della cosiddetta “democrazia economica”: vale a dire l’ambito delle scelte sul merito della produzione nazionale e sul modo di essere dei rapporti sociali produttivi. di mercato e il suo Stato.
Non è difficile delineare oggi la situazione di queste sinistre. I partiti comunisti (siano o no rappresentati in parlamento) si concentrano sul perseguimento di interessi elettoralisti, tutto sommato di piccolo cabotaggio, e in linea di massima – con l’alibi di condizionare sinistra i socialdemocratici – sono felici di andare al governo con essi, salvo poi contare ben poco e subire perdite elettorali. E oggi una presenza più o meno vivace degli epigoni comunisti si ha solo in Germania e Portogallo.

In termini numerici ancora è diverso il caso dei partiti socialdemocratici, ma il panorama politico è desolante. Sono transitati sulla sponda del neoliberalismo i partiti francese, spagnolo, portoghese tedesco, italiano, inglese e – cosa in genere poco sottolineata – sono stati e sono presenti ai vertici dell’Unione Europea con correità piena. Un elettore di quei partiti può anche prendersela con l’Ue, il patto di stabilità e quant’altro, ma deve ricordarsi dei socialdemocratici Jean-Claude Trichet nientedimeno che governatore della Banca Centrale Europea, nonché di Pedro Solbes, Joaquín Almunia, Dominique Strauss-Khan e via dicendo. La corresponsabilità della socialdemocrazia è totale a ogni livello: nazionale e sovranazionale.
È quindi comprensibile, di fronte a questa deriva opportunistica - che sarebbe più esatto definire “tradimento” - la progressiva uscita di campo di moltissimi militanti delusi. Si deve però fare un’osservazione, da cui peraltro non deriva una discolpa: in vari paesi questo tradimento è avvenuto con la complicità delle stesse classi lavoratrici di riferimento; il che ha facilitato le cose. Con lo “Stato del benessere”, vale a dire, laddove si era meglio sedimentata una cultura (o dimensione mentale) socialista di massa, la resistenza all’ondata neoliberale è stata maggiore (per quanto oggi si avvertano falle); mentre nei paesi in cui più forti erano le idee della classe dominante, il conseguimento di maggiori margini di benessere (ma spesso anche la sola apparenza di averli raggiunti) ha avuto come conseguenza che molti lavoratori pensassero di avere effettuato il salto sociale che li inseriva pleno iure nella classe media, abbracciando anche formalmente le idee della parte più conservatrice di esse. In questo modo attestando che in precedenza si erano limitati ad aderire a un socialismo dell’invidia, in luogo del socialismo della giustizia.
La resa all’ideologia neoliberale ha comportato un contributo di tutto rispetto al radicale e diffuso mutamento di cultura socio/politico/economica rispetto al periodo precedente. L’esaltazione del privato e delle privatizzazioni a scapito dell’intervento pubblico è stata facilmente metabolizzata dal corpo sociale, diventando una specie di “patrimonio comune” nelle nostre società e oggetto di spettacolarizzazione. Un mix di interessi forti, mala fede, opportunismo e ignoranza ha fatto sì che passasse sotto silenzio (o inavvertito) il fatto delle rilevanti perdite patrimoniali subite da ogni collettività a seguito della svendita a privati di beni pubblici, senza averne esiti minimamente vantaggiosi.

Alla crescente disaffezione degli elettori di sinistra dobbiamo aggiungere – per le paure indotte dalla crisi economica – il transito, sovente massiccio, di voti da partiti di sinistra a quelli di destra. Poiché nessuno è perfetto, non stupisce che persone scarsamente acculturate si sentano (o dalla propaganda siano indotte a sentirsi) minacciate dalla mano d’opera immigrata confluendo anche nel razzismo più becero. La conclusione è che nel quadro del capovolgimento politico/culturale delle funzioni dello Stato contemporaneo, favorito e spesso attuato dalle forze di sinistra, la regressione dello Stato a guardiano del mercato deregolato è ormai un dato di fatto con un certo grado di sedimentazione.
Nel mondo del lavoro qualcosa si sta muovendo, come si è visto in Grecia, Francia e in Portogallo. E si può dire che queste ondate di scioperi e manifestazioni oggi hanno il valore politico di una forte rivendicazione democratica nei confronti di scelte sociali imposte non solo da governi ormai autisti e privi di rappresentatività sostanziale, ma altresì da istituzioni europee che la rappresentatività non l’hanno mai avuta, e non l’hanno, neppure formalmente. È il concetto stesso di “contratto sociale”, o di patto politico fondamentale, a finire alle ortiche. In certi paesi i sindacati sono costretti a svegliarsi un po’, e a dare luogo a manifestazioni in comune superando tradizionali divergenze: ne è esempio lo sciopero generale del 24 novembre in Portogallo, con la novità di vedere insieme la comunista Cgtp e la socialdemocratica Ugt.
Iniziative del genere dovrebbero segnare l’inizio di un nuovo ciclo di lotte, innanzi tutto a livello continentale, poché il tempo lavora in favore del nemico di classe: infatti, l’aumento della precarizzazione lavorative non è stata certo idonea a fare crescere la consistenza numerica dei sindacati tradizionali, né ad aumentare la loro forza sociale e politica. Ancora manca un primo e indispensabile passo per quanto tardivo sia: un impegno serio e programmato - a partire dalla forza attuale derivante dai settori lavorativi protetti e sindacalizzati - in favore dei settori non tutelati. Ma ancora si tratta di un’aspettativa, sperando solo che non sia solo una scommessa. Inoltre, se per i giovani non si intravede futuro, il tempo sta giocando a sfavore per i lavoratori protetti, a cui non si prospetta una gran vita sia dentro sia fuori dal lavoro. Non si può escludere che – sindacati o no – questi due ordini di tragedie umane e sociali esplodano e si saldino. Le mie conoscenze più immediate riguardano il Portogallo in cui vivo, ebbene – per quanto la notizia sia stata silenziata dai grandi organi di informazione, il 10 novembre è accaduto che due organizzazione di precari con circa due anni di vita si sono unite e nel quadro del loro slogan “precari ci volete, ribelli ci avrete” mediante l’occupazione del call-center del Banco Espírito Santo (cioè di uno dei più importanti organismi finanziari del paese) dopo aver realizzato inziative del genere. Un altro dato sintomatico delle preoccupazioni esistenti nelle sfere governative è dato dalla fretta con cui si vanno comprando mezzi blindati da usare nelle manifestazioni più calde, e la pubblicità di cui è diventata improvvisamente oggetto - come se nel paese si trattasse di una novità - una certa abbondanza di armi nei quartieri riservati ai meno abbienti e/o emarginati (i bairros sociais).

A questo punto una riflessione personale con inerente assunzione di responsabilità. Per il momento i lavoratori greci e francesi non hanno vinto. In Grecia le recenti elezioni amministrative hanno registrato un’astensione enorme, il partito comunista (Kke) è arrivato al 10%, ma il socialdemocratico Pasok ha avuto più voti degli altri, e quindi ha vinto di nuovo. In Francia la riforma delle pensioni è stata varata dal parlamento. A questo punto si può essere pensati da una domanda di fondo sulla possibilità di azione dei movimenti e delle proteste dal basso. Ciò tenuto conto che in base alle regole del gioco istituzionale – proteste o no – le leggi le fanno i parlamenti, e poi c’è la polizia antisommossa a reprimere nelle strade i protestatari. E altresì si può essere pensati dalla domanda su cosa accadrebbe se si riuscisse a convogliare buona parte dell’astensione (che ha un segno ben preciso) su un’entità di sinistra diversa da quelle attuali, in ragione del fatto che (finora almeno) la conquista di un partito dall’interno, ad opera di una base scontenta della deriva della sua dirigenza, non si è rivelata fattibile. E per il momento ci fermiamo qui.
Staremo a vedere cosa accadrà in Irlanda a seguito del programmato smantellamento dello Stato sociale che fa pagare ai poveri l’enorme buco di bilancio per salvare le locali banche; e vedremo anche, in seguito, che accadrá della grande protesta greca – ora in stato di quiescenza - con le ulteriori strette finaziarie del governo greco, poiché è fuori discussione che alla scadenza dei prestiti ottenuti la Grecia non sarà in grado di restituirli.
Certo, ribellioni popolari non sono totalmente da escludere ma, al di là del discorso sulla repressione, potrebbero esserci anche effetti effimeri vanificati dal corso delle cose. Sarà pure una fissazione di chi scrive, ma la devastazione neoliberista dell’America latina è un brutto precedente attestante che l’impoverimento di massa non porta alla rivoluzione sociale ma alla micro e macrocriminalità diffusa. Che il tempo stringa – e siano necessarie lotte durissime, e da vincere – lo dimostrano fatti molto semplici: il recente comportamento di Angela Merkel pare fatto apposta per fare fibrillare i mercati a danno dei paesi europei deboli, e accreditati esponenti del mondo finanziario sostengono che l’uscita dall’euro di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna costituisce a scadenza più breve che media un evento realistico. Molto suadentemente si fa presente che non si tratterebbe di catastrofe per i fuorusciti giacché essi – con le loro risorte vecchie monete, o con nuove create ad hoc, tutte dallo scarso potere di acquisto – si troverebbero favoriti nel turismo e nelle esportazioni.
In realtà gli effetti sarebbero catastrofici, e ancora una volta in modo particolare per le masse popolari. Quei signori non dicono che lo scenario verrebbe caratterizzato da monete nazionali svalutate all’origine, crescita immediata e pesante dei tassi di interessi sui debiti, impennata dell’inflazione, innalzamento dei costi delle importazioni (ovviamente se ne avvantaggerebbero in primis le esportazioni tedesche), caduta del potere di acquisto dei salari, e per quanto concerne le esportazioni i fuoriusciti dall’euro finirebbero col fare concorrenza ai pesi del terzo mondo. Detto in altre parole, siamo sull’orlo dell’abisso. E possiamo davvero escludere l’avvento di regimi politici autoritari nel senso massimo del termine?


dal sito  www.utopiarossa.blogspot.com

LE TENDENZE ELETTORALI REALI

di Michele Nobile





Pubblichiamo la quarta parte del saggio di Michele Nobile  "La postdemocrazia internazionale e la crisi di legittimità strisciante del sistema dei partiti in Italia". Le prime tre parti sono apparse il 17 e 18 ottobre mentre la quinta è stata pubblicata l'11 novembre.
(Vedere anche "Etichette" sotto la voce Nobile Michele).
In appendice pubblichiamo dati e grafici sulla partecipazione elettorale in Europa, Giappone e Stati Uniti.
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IV. Le tendenze elettorali reali: una crisi strisciante di rappresentatività e di legittimazione.

1. Quando si ragiona su una «società berlusconizzata» e su un possibile «regime berlusconiano», ritengo si pongano due questioni.
La prima è la possibilità che il centrodestra costruisca un blocco elettorale stabilmente maggioritario, in modo che esso diventi effettivamente il «partito dominante di massa» italiano. In tal caso, il 2008 risulterà l’equivalente del 1948, e la vittoria elettorale del centrosinistra nel 2006 una mera parentesi, un incidente di percorso.
La seconda è la caratterizzazione del fenomeno politico Berlusconi e dell’eventuale «regime» che potrebbe risultare, qualora si verifichi quanto sopra: ed è oggetto dell’ultima sezione.
In questa sezione discuto quantitativamente le tendenze elettorali, sulla base delle percentuali di voto calcolate sull’insieme dei cittadini aventi diritto al voto (adv) delle elezioni politiche, europee e regionali; esamino anche tre casi delle recenti regionali, quelli della Lombardia, del Lazio e della Puglia. Questo ci dà una misura del consenso reale per i partiti, che può tradursi, dato il sistema elettorale, in una posizione istituzionale forte, molto più del consenso reale. Questa, però, è ben altra cosa dal consenso reale ed egemonico: semmai, esprime la crisi del parlamentarismo italiano.

2. Il grafico che segue mostra la serie dei risultati elettorali calcolati sugli adv, per tutte le elezioni politiche (Camera), europee e regionali dal 1994. Le serie delle aree politiche di centrosinistra e centrodestra sono costruite sommando i risultati dei partiti a prescindere dal fatto che essi fossero o meno coalizzati. Queste serie mostrano dunque la massima estensione raggiunta dalle aree politiche in termini di consenso elettorale, ma non sono utili, a causa delle distorsioni prodotte dalle leggi elettorali, ad esprimere i seggi acquisiti e il potere acquisito nelle istituzioni elettive; inoltre, sia i fascisti che l’Udc o la sinistra arcobaleno o «radicale» possono, volenti o nolenti, «giocare» in proprio nella competizione elettorale. Per distinguere il consenso espresso per le aree politiche uso le espressioni «centrodestra allargato» e «centrosinistra allargato»; per centrodestra e centrosinistra devono invece intendersi le vere e proprie coalizioni elettorali e governative.
La linea del PdL rappresenta i risultati congiunti di Forza Italia e di Alleanza nazionale anche prima della loro fusione; le distanze tra la linea del Centrodestra e quella del PdL+LN esprimono il contributo portato all’area dai democristiani «di destra», Ccd-Cdu-Udc, dai forchettoni neri e fascisti e altre liste (particolarmente rilevanti nelle regionali); le distanze tra le linee del PdL e del PdL+LN esprimono il contributo specifico della Lega nord.



Da notare che, quanto a consensi, in questi sedici anni il «centrosinistra allargato» ha vinto veramente solo le regionali del 2005: infatti, nelle politiche del 1996 «vinse» solo perché la Lega nord non si coalizzò con Fi e An; e nel 2006 la «vittoria» consistette in una differenza di 25 mila voti a suo vantaggio. Eppure, il picco di massimo consenso per il «centrodestra allargato» risale al 1996, e quel livello è stato da esso riconquistato, e superato di un solo punto di percentuale (41,7%), soltanto nel 2008: in mezzo ci sono dodici anni nei quali il consenso medio del «centrodestra allargato» fu il 30%, con un minimo, per il blocco PdL+LN, del 20% nelle regionali del 2005. Nelle regionali del 2010 il «centrodestra allargato» si attesta a poco più del 30%, il blocco PdL+LN al 25%. Siamo, dunque, molto distanti dal livello del 50-55%, al quale potrebbe giungere nel caso il calcolo fosse effettuato sui voti validi; e siamo anche molto distanti da una «società berlusconizzata», se ci si basa sui dati elettorali.
Quel che salta agli occhi è che, in tre lustri di cosiddetta «videodittatura», l’incremento del nucleo del centrodestra (Pdl+Lega) è modestissimo in punti di percentuale e identico in valore assoluto, 16,6 milioni di voti nel 1994 e nel 2008. In termini assoluti, su un corpo di elettori della Camera che in quell’intervallo di tempo si aggirava sui 47-48 milioni, il nucleo del centrodestra (Pdl+Lega) oscillò tra un massimo di di 17,4 milioni di voti nel 1996 e un minimo di 15,5 nel 2006: le variazioni più ampie furono in massima parte funzione della distribuzione dei voti tra Forza Italia-Pdl e Lega nord; nelle europee e nelle regionali i suffragi scendono: il record minimo fu nelle elezioni delle Regioni statuto ordinario del 2005, 8,6 milioni di voti.
Nel 2006 le coalizioni di centrosinistra e di centrodestra ottennero esattamente lo stesso risultato: il 40,4%; ma nel 2008, mentre il consenso alla coalizione berlusconiana (essendo venuta meno l’Udc) si ridusse al 36,2%, quello per la coalizione veltroniana, già al governo, precipitò al 29%. Nel 2008 il nuovo Pdl si limitò a conservare i voti di Fi+An del 2006, mentre la Lega, dopo un periodo di stagnazione a suffragi dimezzati, tornò al livello massimo del 1996. L’anno più brillante per Forza Italia (e il PdL) fu il 2001.
Osservando il grafico si possono distinguere quattro fasi elettorali (in questo mi distinguo dall’analisi di Filippo Tronconi e Francesco Marangoni, ottima e consigliabile come gli altri lavori a cura dell’Istituto Carlo Cattaneo, che ne distinguono tre: Elezioni regionali 2010. Le tendenze di lungo periodo (1996-2010), www.cattaneo.org; in occasione delle elezioni del 2008 preparai dei documenti con delle aggregazioni volte a isolare i pesi specifici di Fi+An+LN e del Pds-Ds dagli altri partiti, e a evidenziare la posizione dei forchettoni rossi e verdi nell’area di centrosinistra).
Nella prima fase, dal 1994 al 2000 (regionali), il «centrodestra allargato» e PdL+LN mantennero il «centrosinistra allargato» ad una distanza costante, sia pur variabile nei livelli: nelle elezioni europee e regionali di fine secolo il consenso per le due aree politiche cadde significativamente rispetto alle politiche del 1996 (nove punti di percentuale nelle regionali del 2000 su quelle del 1995), ma per il centrosinistra più che per il centrodestra. In questo caso più che la «videocrazia» sembra pertinente, come causa del diverso andamento del consenso calante tra l’una e l’altra coalizione, il fatto che quello fu il periodo in cui il centrosinistra governò l’Italia (e governava anche nella maggioranza delle 15 regioni a statuto ordinario).

Nella seconda fase, coincidente con il governo Berlusconi, il «centrosinistra allargato» tendeva ad aumentare il consenso elettorale, e viceversa l’area opposta, fino al disastro, per il centrodestra, delle regionali del 2005-6 (con le quali il centrosinistra ottenne il governo di 13 delle regioni a statuto ordinario) e alla sconfitta, per un pelo nelle politiche del 2006: che fu decisamente inferiore alle aspettative del centrosinistra, in questo caso grazie a un tour de force mediatico di Berlusconi nell’ultima parte della legislatura, e moderata, in termini di seggi, a causa di una nuova legge elettorale.

La terza fase si riduce all’anno 2008 ma, per quanto transitoria, essa ha una sua caratteristica distintiva che va evidenziata: il centrodestra continuò la rimonta, grazie alla ripresa della Lega nord, mentre il centrosinistra perse voti verso l’astensione, specialmente alla sua sinistra, azzerando la nutrita schiera di parlamentari che era riuscito a garantire a Prc, Pdci e Verdi nelle precedenti elezioni. Ancora una volta, e in modo politicamente più chiaro e mirato, nel 2008 gli elettori di sinistra fecero pagare cara, attraverso la crescita dell’«astensionismo asimmetrico», la disillusione nei confronti delle aspettative nutrite verso il governo Prodi e la «sinistra radicale».

La quarta fase è quella in corso, contraddistinta dalla veloce caduta del consenso per entrambe le aree politiche e per tutti i partiti maggiori dei due schieramenti: adesso l’astensionismo tende a farsi simmetrico, malgrado una leggera rimonta del «centrosinistra allargato».

Le regionali del 2010 possono essere presentate dalla coalizione di Berlusconi come una vittoria, ma in realtà sono solo una correzione rispetto al disastro del 2005, coerente con la successiva rimonta 2006-2008. In termini di consenso sono però un crollo: il PdL perde oltre 4 milioni di voti sulle politiche del 2008 (-40,3%) e 2,4 sulle europee del 2009 (-28,9%); il peso della Lega nord nella coalizione cresce, in termini di voti, dal 22,1% del 2008 al 31,4% del 2010, ma essa perde 117 mila voti sul 2008 (-4,1%) e 195 mila sul 2009 (-6,6%) (dati in Giancarlo Gasperoni, Regionali 2010: confronto con le europee del 2009 e le politiche 2008, dell’Istituto Carlo Cattaneo).
In queste regionali l’astensionismo ha superato tutti i limiti precedenti in una consultazione elettorale non referendaria (il record dell’astensione, oltre il 74%, fu nei referendum del 2003 e 2005), sicché la partecipazione è scesa al 63,5%, ben al di sotto della soglia «fatidica» del 70%, 8 punti al di sotto delle regionali del 2005, continuando un trend iniziato già nelle politiche del 2008 e che potrebbe anche aggravarsi, se è vero il sondaggio per cui, in questo momento, in eventuali elezioni politiche si asterrebbe il 40% degli elettori. Rispetto alle precedenti regionali la crescita media dell’astensione è stata l’8%, massima nel Lazio (11,9%) e Toscana (10,5%), seguite da Liguria, Emilia Romagna e Marche (8,7%) (per il confronto con le regionali del 2005, Elezioni regionali 2010. Chi ha vinto, chi ha perso, di quanto e dove?, dell’Istituto Carlo Cattaneo). Da notare che se la crescita dell’astensione è generale, i picchi interessano regioni dove è al governo il centrosinistra.

3. Per prendere le misure del «berlusconismo» e dell’attuale centrosinistra è utile la comparazione storica.

Nelle elezioni per la Camera tra il 1953 e il 1979, in percentuale degli adv, la Dc oscillò intorno al 35%, il Pci intorno al 24%. Negli anni Ottanta la Dc scese al 27-28%.

Nelle politiche del 1987, i partiti del vecchio centrosinistra (quello del Caf) ottennero il 48% dei voti sugli adv, il Pci il 22%. Nelle politiche del 1992, il vecchio centrosinistra ottenne il 44% del consenso del corpo elettorale; la somma delle percentuali della Dc, del Msi-Dn e della Lega è di un paio di punti superiore al risultato del centrodestra nel 2008. Ma nel complesso, astraendo dalla successiva frantumazione della Dc, il voto per i partiti «borghesi», inclusi quelli decisamente di destra, nel 1992 raggiungeva come minimo il 55%. Questo da confrontarsi con il 13,3% del Pds e il 4,6% di Rifondazione comunista, a cui possono aggiungersi il 2,3% dei Verdi e l’1,5% de La rete: un fronte «progressista» pari al 21,5% del corpo elettorale. Risultati delle prime politiche dopo la mutazione del Pci e giusto un paio di settimane prima che il «caso Chiesa» divenisse «tangentopoli».
La prima considerazione che si può trarre da questi dati è che tutti insieme i tre principali partiti del centrodestra esprimono, nell’arco di 18 anni, una tendenza del livello di consenso inferiore a quello medio della Dc nel 1953-1979.

La seconda considerazione è che nel biennio 2006-2008 il Pdl era 6 punti di percentuale sugli adv al di sotto della media della Dc tra il 1953 e il 1979, collocandosi grosso modo al livello di consenso della fase declinante della Dc, quella degli anni Ottanta. Analogamente, il Pd ha raggiunto il livello medio del Pci nel periodo 1953-79 solo nel 2006-2008.

Il quadro del consenso espresso alla Dc ed al Pci tra il 1953 (o il 1948, caso limite) e il 1979 esprime quella situazione che è stata definita di «bipartitismo imperfetto». Insieme, tra il 1953 e il 1979 Dc e Pci ottennero mediamente il consenso del 59% del corpo elettorale, con un massimo del 66,6% nel 1976; nelle politiche degli anni Ottanta le percentuali furono invece 52% e 51%.
Come è noto, la riforma del sistema elettorale ha mirato e mira, nelle argomentazioni pubbliche, a costruire un sistema di «bipartitismo perfetto» come panacea politica. Ma tra il 1994 e il 2001 la somma dei voti di Forza italia e del Pds-Ds è andata decrescendo, dal 51% al 46,7%; solo con la formazione de L’ulivo e poi del Pd essa raggiunse il 58% nel 2006 e poi, con la formazione del Pdl, il 61,8% nel 2008. E nelle ultime regionali PdL+Pd totalizzano insieme un terzo del consenso del corpo elettorale, diviso esattamente a metà.
Salta agli occhi che, con l’eccezione del periodo 2006-2008, in termini di consenso per i partiti maggiori, possibili candidati alla posizione di «partito dominante di massa», il sistema dei partiti odierno si presenta meno e non più bipartitico che ai tempi della Dc e del Pci, risultato del tutto opposto a quel che i fautori del maggioritario e gli «ingegneri» istituzionali dicevano di attendersi. Il bipolarismo si è invece affermato per le coalizioni nel voto delle elezioni politiche, ed è totale nell’assegnazione dei seggi parlamentari. Minima o nulla appare la speranza di ottenere rappresentanti per terze forze.

4. Se si considerano attentamente i dati del voto e del non-voto, dovrebbe essere chiaro che dopo la crisi del «regime democristiano» non si è ricostituito un singolo «partito dominante di massa».

Per quanto riguarda l’asse verticale dei rapporti tra partiti ed elettorato, se i voti espressi dall’insieme dei cittadini sono una misura della legittimazione a governare, bisogna dire che a 20 anni dalla «bolognina» e a 18 da «tangentopoli», forse solo nell’ultimo biennio si delinea una tendenza, in particolare per quel che riguarda il Pdl, a livelli di consenso avvicinabili a quelli della Dc degli anni Ottanta del secolo scorso.
Ma si tratta, comunque, di una costruzione fragile. Forza italia fu in pratica un non-partito, privo di iscritti fino al 1997, con un’organizzazione inizialmente fornita dal gruppo economico del leader, interamente gestita dall’alto, con un quadro dirigente cooptato; è sempre rimasta sostanzialmente un comitato elettorale, fiancheggiato da clubs (in numero decrescente nel tempo). Un partito post-moderno, nato in un’emergenza, efficace in campagna elettorale, del tutto inadeguato a costruire, come partito, il tipo di egemonia ideologica e di controllo del territorio che era proprio della Dc. Si dirà che nella società dello spettacolo la televisione e internet possono sostituire gli apparati burocratici e militanti dei partiti di massa classici. Vero, ma fino a un certo punto: ci sono i fatti elettorali a dirci che la storia del consenso al centrodestra non è quella di un’ascesa lineare e progressiva. Come dimostrano in modo inoppugnabile le sconfitte elettorali del centrodestra e il livello di consenso, inferiore a quello della Dc, l’oligopolio mediatico berlusconiano non garantisce affatto la vittoria elettorale né l’egemonia politica. Il problema fondamentale posto dalle comunicazioni di massa non riguarda tanto e principalmente la propaganda politica a favore di un determinato partito ma l’atmosfera «culturale» nella quale, per quel che è diventato, naviga a suo agio anche il «centrosinistra».
Il successo elettorale appare frutto più della capacità di costruire e tenere insieme una coalizione di partiti, che pur entro un sistema maggioritario ripropongono una logica proporzionale (o più che proporzionale) nella designazione dei candidati «sicuri» e nei contrasti intracoalizionali, che della massiccia egemonia di un partito.

Non pare che con la formazione del Pdl la situazione sia qualitativamente cambiata.

In termini di consenso il Pdl è pur sempre ben al di sotto dei risultati di cui era capace la Dc prima del 1983; e i risultati di entrambe le coalizioni, anche di quelli del centrodestra, che pure è più omogeneo e coerente del centrosinistra, non possono essere meccanicamente trasformati in quelli di un «partito dominante di massa» (anche volendo considerare la vecchia Dc come una federazione di correnti). La ragione è manifesta qualora si guardi alla Lega nord, partito congenitamente non-nazionale e che, proprio nella stessa misura in cui si sforza di creare una identità «padana», introduce una contraddizione strutturale nel centrodestra; ma anche nella posizione della Udc.

Per concludere: la tendenza reale non è costituita da una inesorabile crescita del «centrodestra»: entrambi i poli tendono a perdere voti, ma il centrosinistra, sicuramente nel 2008-2009, perde più del centrodestra. Nel 2010 il Pd ha perso il 43,3% dei voti sulle politiche del 2008 e il 15,9% sulle europee del 2009; i voti per Idv sono aumentati rispetto al 2008, ma diminuiti sul 2009; la «sinistra radicale» ha recuperato qualcosa sul disastro elettorale del 2008 (quando venne punita con una riduzione del consenso pari al 61,5%, a favore dell’astensione, non del voto «utile»), il +10,9%, ma ha perso ancora sul 2009 (-26,1%).
Il PdL è ora quasi al livello del minimo storico del 2005: come dire che la fusione con An non ha portato alcun guadagno, mentre la Lega migliora i risultati in percentuale ma perde voti sia sul 2008 sia sul 2009; anche l’Udc perde voti. Per i dati elettorali piuttosto che in fase di «berlusconizzazione della società», siamo, invece, in una fase di deberlusconizzazione.
Ma non si tratta solo di questo. In effetti, quel che si delinea in queste tre tornate elettorali è una crisi di rappresentatività dell’insieme del sistema dei partiti, che esprime una razionale disillusione nei confronti di entrambe le aree politiche. Non si tratta di «antipolitica» ma di un giudizio politico: quel che sta accadendo è che l’«astensionismo asimmetrico», che è un giudizio sull’operato dei governi, adesso opera sia sul piano nazionale che regionale, colpendo l’intero sistema dei partiti. Non siamo in presenza del consolidarsi di un «regime» ma di una crisi strisciante di legittimità del sistema dei partiti.

5. I risultati delle regionali in Lombardia.

In Lombardia Formigoni stravince su Penati: 56% sui votanti, 23 punti più del rivale, 3 punti più del 2005. Spettacolare la crescita della Lega nord, in Lombardia più di 10 punti di percentuale sul 2005, tanto da far scrivere a Dino Martirano, sul Corriere della sera del 30 marzo (p. 3), «la Lega Nord è senza freni». I commenti insistono sull’asse Berlusconi-Bossi e sul maggior peso della destra xenofoba leghista dentro la coalizione berlusconiana. Il Popolo viola è costernato. Per Annamaria Rivera, non aver compreso che «la Lega Nord andava esercitando una pedagogia di massa e per le masse è il peccato più grave della sinistra» (Il Manifesto, 31 marzo 2010).
Ma queste valutazioni si basano su calcoli effettuati sui voti validi, non sull’insieme del corpo elettorale lombardo. In Lombardia gli astenuti sono stati 600 mila in più che nel 2005, nel complesso il 35,4% del corpo elettorale, contro il 28,6% delle precedenti regionali (con riduzione delle schede bianche e nulle dal 5% al 2% sugli adv).
Si tratta dello spostamento in blocco della decisione di voto di quasi l’8% dell’elettorato: quanto dovrebbe bastare a indurre prudenza nella valutazione comparativa delle tendenze politiche sulla base dei calcoli sui soli voti validi elettorali.
Calcolato sugli adv, quindi in termini di consenso reale, il trionfo di Formigoni si ridimensiona al 35%, due punti in meno che nel 2005 (e non 3 punti in più), nove meno del 2000.
Nel decennio il trend elettorale di Formigoni è dunque calante, ma ancor più veloce è la «decrescita» dei suffragi per i candidati del centrosinistra, che passano dal 30% del 2005 al 21% del 2010 (sempre sugli adv): Formigoni perde ca. 137 mila voti, Penati ca. 675 mila. E’ per questo che, nonostante Formigoni perda voti, il divario tra i candidati dei due poli aumenta invece che ridursi.

Sulle politiche del 2008 il Pdl ha perso in Lombardia 705 mila voti, ca. 500 mila sulle europee 2009, e ca. 162 mila sulla somma dei voti di Forza Italia e An nelle regionali del 2005.

Si può opporre a questo il successo del voto per la Lega nord, in Lombardia come in Veneto.

Ma quel che può vantare Bossi è di essere finalmente riuscito a rinverdire, grazie a 424 mila voti in più sul 2005, lo strepitoso successo delle regionali di venti anni prima, quando la Lega lombarda ottenne 1.183.493 voti (record ancora insuperato), «sfondando» effettivamente sulla scena nazionale; nelle successive regionali lombarde la Lega si attestò intorno ai 700-800 mila voti. Nel 1990 la Lega lombarda ottenne il 16% sugli adv, nel 2010 il 14,5%.

La crescita del voto leghista è indubbia, ma non è una novità del 2010 bensì, su scala nazionale, del 2008-2009: è stato in questo biennio che i voti per la Lega sono aumentati di 1,3-1,4 milioni, riportando il partito di Bossi ai livelli dei primi anni Novanta del secolo scorso. I risultati della Lega nord nelle elezioni della Camera dei deputati tra il 1994 e il 2008 sono questi, in milioni di voti: 3,2; 3,7; 1,4; 1,7; 3,0. Si vuole seriamente sostenere che tra il 1994 e il 2006 si sia dimezzata l’intensità xenofoba o destrorsa dell’opinione pubblica e che, viceversa, essa si sia raddoppiata tra il 2006 e il 2008? C’è qualcosa che non quadra.

Ma il fatto congiunturalmente più interessante è che la Lega perde voti sulle europee (-195 mila) e sulle politiche del 2008 (-117 mila). Quel che è successo in queste regionali è che il livello amministrativo si è allineato al preesistente trend nazionale iniziato nel 2008, ma quasi fermandolo piuttosto che conferendogli nuovo impulso. Il citato apprezzamento di Martirano sul Corriere suona troppo retorico, un’iperbole non giustificata dai fatti. Ha più senso se riferita, piuttosto che al dato «nazional-padano», al Veneto, dove la Lega più che raddoppia i voti; ma anche qui, guardando ai risultati complessivi, quel che emerge con forza è che mentre il candidato del centrodestra nel 2010 ottiene 162 mila voti in più del 2005, il candidato del centrosinistra ne perde 400 mila, il 35%.

Il voto aggregato di Sel, Prc-Pdci e Verdi nella consultazione del 2010 rappresenta il 43% del voto per le corrispondenti formazioni nelle regionali del 2005 e il 34% dei voti ottenuti nelle politiche del 2006.

Se nel 2005 il voto aggregato per Prc, Pdci, Verdi era pari al 6,3% degli adv, nel 2010 il valore è il 2,7%. Tutti insieme questi partiti ottengono 27 mila voti in più sull’Arcobaleno; ma bisogna precisare che nel 2008 Pcl e Sinistra critica (assenti nelle regionali 2010) ottennero complessivamente 59 mila voti. E resta il fatto che sul totale degli elettori Agnoletto ha ottenuto l’1,13%. Inoltre, a differenza di quanto accade altrove, in Lombardia Sel non guadagna voti sulle europee del 2009 ma li perde: da 106 mila a 59 mila (e li perde, ma molti di meno, anche sommati a quelli dei Verdi).

Assolutamente ingiusto prendersela con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo e i suoi 144.588 voti: il crollo della «sinistra radicale» lombarda, come nel resto d’Italia, viene da lontano, è ha dato il suo contributo all’arretramento complessivo del centrosinistra.

6. I risultati delle regionali in Puglia.

Anche in Puglia l’astensionismo è aumentato, dal 30% del 2005 al 37% del 2010 (ca. 235 mila adv, senza contare bianche e nulle, in riduzione).
Nel caso pugliese il centrodestra lamenta la divisione dello schieramento su due candidature. Sulla base dei risultati effettivi, i suffragi per un unico candidato di centrodestra avrebbero superato quelli per Vendola per poco meno di 50 mila voti: in tal caso la vittoria elettorale sarebbe stata molto più netta di quella di Vendola nel 2005, che fu sul filo di esattamente 3 mila voti. Sul 2005 Vendola ha perso ca. 30 mila voti, il centrodestra nel suo complesso ne ha guadagnati ca. 22 mila. Nel 2010 Vendola ha il consenso del 29% degli adv, mentre i candidati di centrodestra arrivano insieme al 30,5%; nel 2005 si giocò tutto sui decimali.

Calcolate sui voti validi, le percentuali di Vendola e di Palese sono invece rispettivamente il 48,7% e il 42,3%.

Che un candidato come Vendola ottenga il consenso di un terzo degli elettori non è cosa da poco. E’ un successo personale notevole, tanto più significativo considerando che lo scarto tra voto per il Presidente e voto di lista nel caso del centrosinistra è 5 volte più ampio che nel caso del centrodestra (126 mila voti contro 25 mila). E’ anche un successo per Sel, che guadagna ben 50 mila voti sulle europee del 2009. E’ esclusivamente grazie al risultato del neonato partito del Presidente che il voto aggregato per Sel-Prc-Pdci-Verdi in Puglia cresce sia sul 2005 (+67 mila voti) che sul 2006 (+20 mila voti). Ma se nel 2010 Sel ottiene in Puglia più voti di Idv e quasi la metà dei voti del Pd, si conferma il trend declinante della combinazione elettorale Prc-Pdci, che perde il 67% dei voti sulle politiche del 2006 (ca. 130 mila voti) e il 60% dei voti sulle regionali del 2005. Infine, Michele Rizzi, candidato del Pdac, ottiene in Puglia 7376 voti, lo 0,2% sugli adv; nelle politiche del 2008 la somma dei voti del Pcl e di Sinistra critica era 21014.

7. I risultati delle regionali in Lazio.

Nel Lazio l’astensione dal voto nelle regionali del 2005 fu pari al 27,3% (1259532 adv); a questo va aggiunto il 3,6% di voti nulli e schede bianche.

Nelle regionali del 2010 si sono astenute quasi 600 mila persone in più (1846686): l’astensione dal voto è stata pari al 39%: 12 punti di percentuale più della precedente consultazione regionale, ca. 20 in più sulle politiche del 2008. Aggiungendo schede bianche e nulle (4%) il non-voto sale dal 30,9% degli adv al 43%.

A causa delle note vicende in sede di presentazione della lista del Pdl alla Provincia di Roma si ritiene che nel Lazio l’astensione possa aver danneggiato specialmente il centrodestra.

Con 1,4 milioni di voti, la candidata del centrodestra alla Presidenza regionale ha riscosso il consenso del 29,8% dei cittadini aventi diritto al voto: il che corrisponde a ca. 100 mila voti in meno rispetto ai voti espressi a favore del centrodestra (essenzialmente il Pdl) nelle politiche del 2008, ma anche rispetto alla candidatura di Storace nelle regionali del 2005, che ottenne il consenso del 33,1% degli adv.

Guardando al risultato elettorale del Lazio non è affatto possibile sostenere una crescita del «consenso reazionario» al centrodestra: al contrario, il consenso aggregato a questa coalizione si è ridotto.
Il punto, in termini di risultati elettorali, è che anche in questa regione la contrazione del consenso aggregato è stata più ampia per la coalizione di centrosinistra che per quella di centrodestra.
Emma Bonino, la candidata del centrosinistra, ha ottenuto 1,3 milioni di voti, pari al 28,2% degli adv, sicché lo scarto reale tra le candidate dei due poli è di 77693 voti, contro i 106 mila che correvano tra Marrazzo e Storace. Ma rispetto al risultato di Marrazzo, Bonino ha perso esattamente 300 mila voti, il triplo di quelli persi dalla Polverini rispetto a Storace.

In quale direzione sono stati persi?

Se dai risultati complessivi del voto per le liste del centrosinistra nel 2005 e nel 2010 si sottraggono i voti a favore di Prc, Pdci, Fed. dei Verdi e Sel, si vede che il «resto del centrosinistra» ha guadagnato voti sulle precedenti regionali. Nel 2010 l’ U.d.eur ha cambiato bandiera, schierandosi con il centrodestra (più che dimezzando i voti, ora a 21 mila), ma Idv ha moltiplicato per sette i voti del 2005, superando i 211 mila.

Per Prc, Pdci e Fed. dei Verdi le regionali del 2005 furono un grande successo: complessivamente ottennero giusto 300 mila voti (6,5% degli adv).

Viceversa, nel 2010, questi stessi partiti hanno quasi dimezzato il consenso elettorale in valore assoluto e percentuale, rispetto alle precedenti regionali: complessivamente 174.202 voti, pari al 3,7% degli adv.
Non sembra, dunque, che l’astensionismo in Lazio abbia danneggiato in modo particolare la coalizione di centrodestra. Al contrario, rispetto al 2005 il dimezzamento dei voti a Prc, Pdci e Verdi può spiegare circa metà della caduta dei suffragi alla candidata del centrosinistra.

La Federazione della sinistra (Prc più Pdci) ha perso 126 mila voti sul 2005, 48 mila sulle politiche del 2008 (insieme ai Verdi), 294 mila sulle politiche 2006 (conservando dunque solo il 20% del voto di quell’anno). Il trend sostenuto alla riduzione dei voti vale anche per i Verdi, che perdono più del 60% dei suffragi sul 2006 e il 60% sul 2005. Sel invece mantiene la posizione sulle europee del 2009

E’ da ricordare che nel 2008 il Pcl e Sc, assenti in questa tornata elettorale, ottennero ca. 35 mila voti.
 
 
 

ALLEGATO
Dati e grafici sugli iscritti ai partiti e la partecipazione elettorale. Europa, Giappone, Stati Uniti.



Esaminando i dati della tabella 1 è chiaro che in quasi tutti i paesi europei è emersa, durante l’ultima decade del XX secolo, una tendenza comune, ma di diversa intensità, alla riduzione della partecipazione elettorale e alla militanza e fedeltà elettorale ai partiti. Quelli che alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta nel rapporto tra partiti e cittadinanza erano scricchiolii, più o meno allarmanti, dagli anni Novanta sono diventati crepe, in alcuni casi larghe e profonde.



Tabella 1 – Iscritti ai partiti in % dell’elettorato; Variazione % nel numero degli iscritti ai partiti – Paesi europei, 1980-2000.

                         Iscritti in %          elettorato        Variazione negli iscritti ai partiti
                          Inizio                      Fine                                in %
                          periodo                 periodo

Austria               28,48                            17,66                                    -30,21
1980-1999

Belgio                  8,97                              6,55                                    -22,10
1980-1999

Danimarca           7,30                           5,14                                       -25,5
1980-1998

Finlandia            15,74                           9,65                                       -34,03
1980-1998

Francia                  7,30                          5,14                                       -64,59
1978-1999

Germania              5,05                          1,57                                         -8,95
1980-1999

Grecia                    3,19                          6,77                                      166,67
1980-1998

Irlanda                   4,00                           3,14                                      -24,27
1980-1998

Italia                       9,66                          4,05                                       -51,4
1980-1998

Olanda                   4,29                          2,51                                       -31,67
1980-2000

Norvegia               15,35                         7,31                                       -47,49
1980-1997

Portogallo               4,28                          3,99                                        17,01
1980-2000

Svezia                     8,41                          5,54                                       -28,05
1980-1998

Svizzera                10,66                          6,38                                      -28,85
1977-1997

Regno Unito           4,12                           1,92                                     -50,39
1980-1998

Spagna                   1,20                           3,42                                     250,73
1980-2000


Fonte:
Peter Mair e Ingrid van Biezen, «Party membership in twenty european democracies, 1980–2000
Peter Mair, «Ruling the void», in New left review, n. II/42, novembre-dicembre 2006, e «Democracy Beyond Parties», UC Irvine, Center for the Study of Democracy, 2005. http://www.escholarship.org/uc/item/3vs886v9



Per quel che riguarda il rapporto tra iscritti ed elettori, all’inizio degli anni Ottanta era facile distinguere paesi con un rapporto alto e paesi con un rapporto basso. Tra i primi spiccavano i paesi più «corporativi» e nordici: l’Austria (con il massimo), la Finlandia e la Norvegia, nonché la Svizzera; tra i secondi, comprensibilmente, i paesi mediterranei appena usciti da lunghe dittature: la Grecia, il Portogallo, la Spagna (con il minimo), ma anche la Francia, la Germania, l’Irlanda, l’Olanda, il Regno Unito. Danimarca, Italia e Svezia erano in una posizione centrale.
All’inizio del nuovo secolo i rapporti si sono decisamente ridotti in tutti i paesi, in alcuni casi quasi dimezzati, ad eccezione di Grecia e Spagna. Riduzioni consistenti si sono verificate nei paesi «corporativi» e nordici, ma in proporzione la caduta del rapporto iscritti/elettori in Germania, Italia e Regno Unito è anche più grande, e consistente in Francia. Spagna e Grecia hanno invece aumentato il rapporto, ma partendo da livelli più bassi.
Nello stesso periodo si ridussero gli iscritti ai partiti: tra circa un quarto e la metà in tutti i paesi, con l’eccezione dei notevoli incrementi della Spagna e della Grecia e di quello, minore, del Portogallo. Molto marcati, invece, i crolli degli iscritti in Germania, Italia e Francia, Norvegia.
I tempi della variazione del rapporto tra elettorato e iscritti e della contrazione degli iscritti mostrano la medesima tendenza, con intensità diverse: riduzione graduale della partecipazione negli anni Ottanta, più decisa nei Novanta. Questo andamento è particolarmente marcato per i partiti di sinistra. Ad esempio, il Pcf contava 632 mila iscritti nel 1978, 604 mila dieci anni dopo, ma 210 mila nel 1999; negli stessi anni il Psf passò da 200 mila a 180 mila e a 148 mila iscritti; il Spd tedesco da 986 mila a 921 mila a 755 mila, il Spö austriaco da da 719 mila a 620 mila a 400 mila. In Italia gli iscritti al Pci caddero da 1,7 a 1,4 milioni tra il 1980 e il 1989, ma i Ds erano 621 mila nel 1998.
I dati sulla partecipazione elettorale puntano nella stessa direzione. La tabella 2 mostra che a partire dal 1950, 10 su 18 paesi presentano tutti i casi minimi di partecipazione elettorale dal 1990 in avanti, e altri tre dal 1979.



Tabella 2 - Anni di minore partecipazione elettorale - Paesi europei, 1950-2008.

Austria                         1994, 1999, 2002; 2007

Belgio                          1968, 1974, 1999, 2007

Danimarca                   1950, 1953, 1953, 1990

Finlandia                     1991, 1999, 2003, 2007

Francia                        1988, 1997, 2002, 2007

Germania                    1990, 1994, 2002, 2007

Grecia                         1952, 1956, 2000, 2007

Islanda                        1995, 1999, 2003, 2007

Irlanda                        1992, 1997, 2002, 2007

Italia                           1994, 1996, 2001; 2008

Lussemburgo             1989, 1994, 1999

Olanda                        1994, 1998, 2002

Portogallo                   1999, 2002, 2005, 2009

Norvegia                    1993, 1997, 2001, 2005

Spagna                       1979, 1986, 1989, 2000

Svezia                         1952, 1956, 1958, 2002

Svizzera                      1995, 1999, 2003

Regno Unito               1970, 1997, 2001, 2005

Fonte: Peter Mair, «Democracy Beyond Parties», UC Irvine, Center for the Study of Democracy, 2005. http://www.escholarship.org/uc/item/3vs886v9; dello stesso, «Ruling the void», in New left review, n. II/42, novembre-dicembre 2006; database dell’International institute for democracy and electoral assistance (International IDEA), http://www.idea.int/. La tabella di Mair è integrata da me per gli anni successivi al 2003 e con l’aggiunta di Grecia, Portogallo (dal 1975), Spagna (dal 1977).

Nei grafici da 1 a 5 sono rappresentati i livelli di partecipazione alle elezioni parlamentari dei paesi europei per l’intero periodo postbellico; solo per l’Italia sono stati inseriti i dati delle elezioni regionali, a partire dal 1970. La prima colonna rappresenta sempre le medie tra le prime elezioni dopo la guerra mondiale e il 1979; le tre colonne seguenti rappresentano le medie nei tre decenni fino al 2010: lo scopo è evidenziare la differenza tra i livelli di partecipazione medi nel primo periodo post bellico e la tendenza prevalente negli ultimi decenni. Con ritmi e intensità diverse, nel corso degli anni Ottanta e più marcatamente nei Novanta si palesa una tendenza quasi generale alla riduzione della partecipazione elettorale.
Sia esaminando i movimenti della partecipazione elettorale di ciascun paese sia confrontando i livelli in un momento dato, è evidente che permangono le particolarità nazionali e forti differenze. La partecipazione elettorale in Belgio si mantiene stabile nella forchetta del 90-95% per l’intero periodo postbellico, la Danimarca è stabile tra l’85-87% dal 1960; la periodizzazione dei movimenti della partecipazione è distinta in ciascun paese.
Ad esempio: per le elezioni parlamentari la Francia è passata da una media del 78-80% nel 1945-1973 al 73% del 1978-1986 e al 64% 1988-2007; le elezioni del 1978, 1988 e del 2002 marcano le cadute maggiori (presidente Mitterand 1981-1995, Chirac 1995-2005); per le presidenziali la norma della partecipazione dal 1965 è intorno all’83-84%, ad eccezione delle cadute al 79% nel 1995 e nel 2002, nelle quali l’astensione sembra aver favorito il candidato Chirac. In Germania, nei trenta anni dopo il 1953 la media della partecipazione fu l’88%; nel 1987 cadde all’84% e nel 1990 al 77%: da quell’anno fino al 2005 la media è il 79% (durante i governi di Kohl, 1982-1998, e Schröder, 1998-2005). Nel Regno Unito la partecipazione cadde tra il 1950 e il 1955 dall’83% al 76%, mantenendosi a quel livello fino al 1992; ma tra le elezioni del 1997 (vinte da Blair) e quelle del 2005 la media è il 64%.

In Svezia la partecipazione elettorale crebbe progressivamente tra il 1952 al 1982, anno in cui raggiunse il 91%; da allora e fino al 1994 la partecipazione rimase nella media del trentennio precedente, ma nelle elezione successive è caduta all’80-81%. Dopo la caduta della dittatura e fino al 1993 la media della partecipazione in Grecia fu l’82%; ma dalle elezioni del 1996 si mantiene intorno al 75% (governi del Pasok, 1981-1989, 1993-2004). Dopo la fine del franchismo e il periodo di «transizione», il livello minimo della partecipazione elettorale in Spagna fu il 68% del 1979 (governi Ucd 1977-1982) e quello massimo il con il 79%,delle elezioni del 1979, la prima delle quattro vinte consecutivamente dal Psoe; cadde al 70% nelle elezioni del 1986 e del 1989, e al 68% in quelle del 2000 (vinte da Aznar), per poi attestarsi al 75% (governi di Zapatero dal 2004).



Grafico 1 - Partecipazione elettorale, % - Francia, Germania, Regno Unito,
1945-2007.



Grafico 2 - Partecipazione elettorale, % - Finlandia, Norvegia, Svezia,
1945-2007.



Grafico 3 - Partecipazione elettorale, % - Grecia, Spagna, Portogallo, 1974-2009.


Grafico 4 - Partecipazione elettorale, % - Olanda, Belgio, Danimarca, 1946-2007
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Grafico 5 - Partecipazione elettorale, % - Svizzera, Irlanda, Italia, 1946-2010.


Legenda: Ch: Svizzera; Ir: Irlanda; It: Italia. Nel caso dell’Italia sono stati inseriti anche i dati della partecipazione nelle elezioni per le Regioni a statuto ordinario, a partire dal 1970.
Fonte: database dell’International institute for democracy and electoral assistance (International IDEA), http://www.idea.int/.



Il grafico 6 mostra i livelli di partecipazione alle elezioni per il Parlamento europeo tra il 1979 e il 2008: i dati sono interessanti per la simultaneità delle stesse e per il livello di legittimazione delle istituzioni europee. L’orientamento di fondo è coerente con i dati sulla partecipazione elettorale e la volatilità a livello nazionale: prevale la tendenza alla crescita dell’astensione a partire dalle elezioni del 1994. In tre decenni la percentuale di votanti è caduta di circa 20 punti in Germania, Francia, Italia, Olanda. Nella maggior parte dei paesi dell’Europa centro-orientale la percentuale dei votanti è molto al di sotto della media generale: Repubblica Ceca, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria si collocano tra il 20% e il 36%. Tra le elezioni del 1979 (9 paesi) e quelle del 2009 (27 paesi), considerando i paesi interessati come un unico aggregato, i votanti nelle elezioni europee si sono ridotti progressivamente dal 62% al 43%. La contrazione più forte nella partecipazione elettorale si verificò tra le elezioni del 1989 (58%, 12 paesi) e quelle del 1999 (49,5%, 15 paesi).

Grafico 6 - Partecipazione alle elezioni europee - Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, 1979-2009.


Fonte: database dell’International institute for democracy and electoral assistance (International IDEA), http://www.idea.int/.



Grafico 7 - Partecipazione elettorale - Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera, 2000-2009.

Fonte: database dell’International institute for democracy and electoral assistance (International IDEA), http://www.idea.int/.

Legenda: Ch, Svizzera; Uk, Regno Unito; Fr, Francia; Prt, Portogallo; Irl, Irlanda; Fnl, Finlandia; Sp, Spagna; Gr, Grecia; Nrv, Norvegia; Nl, Olanda; Sv, Svezia; Ita, Italia; Dk, Danimarca; Blg, Belgio.


Nel grafico 7 sono rappresentate le medie della partecipazione alle elezioni legislative di 15 paesi europei nel primo decennio del XXI secolo, almeno due elezioni per paese: se si fa eccezione per la Svizzera, tra il minimo (Regno Unito) e il massimo (Belgio) c’è una differenza di 31 punti di percentuale. Si possono però distinguere tre fasce, quasi eguali: sotto la soglia del 70% (Svizzera, Regno Unito, Francia, Portogallo, Irlanda, Finlandia); tra il 70% e l’80% (Spagna, Grecia, Norvegia, Germania, Olanda); tra poco sopra l’80% e il 90% (Svezia, Italia, Danimarca e Belgio). Se includiamo le ultime regionali, la media della partecipazione italiana è il 75,6%.
Si può dire che non solo sia stata varcata la fatidica soglia inferiore all’80%, ma che il limite medio inferiore tenda a spostarsi, nei paesi europei a capitalismo avanzato, verso il 70%: la media di 14 paesi (esclusa la Svizzera) è il 74%.

Il livello di partecipazione media alle elezioni legislative in Europa resta elevato rispetto al Giappone e agli Stati Uniti: nel primo è ora intorno al 62% e nei secondi al 56% (con forti oscillazioni tra un’elezione e l’altra negli Usa, 45-68% nel 2000-2006). Il grafico 8 mostra però anche in questi paesi la stessa tendenza prevalente in Europa: riduzione della partecipazione negli anni Ottanta e ancor più marcata dagli anni Novanta; i record di partecipazione minima si sono verificati in Giappone, sull’intero dopoguerra, nel 1995, 1996, 2000 2003; negli Usa, a partire dal 1968, nel 1986, 1998, 2002, 2006.



Grafico 8 - Partecipazione alle elezioni legislative –
Giappone 1947-2005, Usa 1968-2006.

Fonte: database dell’International institute for democracy and electoral assistance (International IDEA), http://www.idea.int/.
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