sabato 30 novembre 2013

CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA di Antonio Moscato





CONSIDERAZIONI SUL BERLUSCONISMO E LA SUA DURATA
di Antonio Moscato



La decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi ha occupato le pagine dei quotidiani per giorni, provocando una certa nausea. Ma sarebbe sbagliato ignorare del tutto questa vicenda, tanto più che potrà provocare mutamenti nella tattica dell’ex premier tutt’altro che insignificanti, ma non la sua sparizione. Ovvio che per alcuni aspetti non cambierà molto: prima di tutto perché Berlusconi non aveva partecipato quasi mai a sedute e soprattutto a votazioni del Senato, con buone ragioni: sapeva bene che le aule parlamentari sono solo un palcoscenico, e che è possibile usare altri strumenti e scegliere altri luoghi per dirigere un partito e il paese. Berlusconi potrà quindi continuare a farlo ancora tranquillamente, con in più solo qualche supplemento del suo solito vittimismo.

Ma naturalmente ci sono molti altri aspetti da sottolineare, alcuni dei quali sono stati colti in un buon articolo di Tonino Perna apparso ieri sul manifesto, che ha il merito di inquadrare l’azione del cavaliere in un contesto internazionale caratterizzato dal reaganismo e dal thatcherismo, di cui Berlusconi aveva beneficiato prima di entrare direttamente in politica.

martedì 26 novembre 2013

USCIRE DALL'EURO? USCIRE DAL CAPITALISMO! di Jean-Philippe Divès




USCIRE DALL'EURO? USCIRE DAL CAPITALISMO!
di Jean-Philippe Divès


Mentre le minacce di esplosione della zona euro sono importanti, il Fronte nazionale francese fa precipitare nel dibattito pubblico il tema dell' «uscita dall’euro». Nel corso del suo primo meeting elettorale dell'11 dicembre a Metz, Marine Le Pen (presidente e leader di quel partito di estrema destra e figlia del suo fondatore Jean-Marie, ndt) l’ha fatto il maniera particolarmente aggressiva e demagogica, stigmatizzando i dirigenti di sinistra che «come volgari affaristi di destra, si sono sottomessi ai mercati finanziari, all'Europa ultraliberale, alla concorrenza selvaggia, hanno difeso le banche e la moneta delle banche, l'euro». Il ritorno al franco, che secondo lei permetterebbe di impedire le delocalizzazioni e la chiusura delle fabbriche, diventa così appannaggio dei «nazionali» opposti ai «francofobi ed europeisti» del Partito socialista e dell'UMP (il partito di centrodestra di Nicolas Sarkozy, ndt).

Due giorni dopo, il quotidiano Les Échos (l'equivalente francese del nostro Sole 24 ore, ndt) puubblicava un dossier speciale sull'uscita dall'euro, incaricato di dimostrare che una misura di questo tipo, necessariamente combinata con una svalutazione, comporterebbe una catastrofe economica molto peggiore di quella odierna, con la perdita di un milione di posti di lavoro in dieci anni e una caduta brutale dei salari. Ppoco importa che il «modello» utilizzato dall'Istituto Montaigne, celebre think-tank neoliberale, per operare queste previsioni sia stato messo a punto per misurare l'impatto economico di piccole fluttuazioni monetarie. L'importante era rispondere subito e di colpire forte. Questa reazione dà la misura della paura dei "mercati" di fronte alla prospettiva di una successione di default sul pagamento dei debiti pubblici. Secondo Les Échos, lo «scenario catastrofico» di un'uscita dall'euro provocherebbe su questo piano «un effetto domino quasi istantaneo: il conto da pagare diventerebbe allora molto salato per tutti, compresi gli investitori non residenti» e le perdite finanziarie sarebbero «concentrate sulle banche e sugli investitori istituzionali della zona euro»…

Abbiamo più volte sottolineato a più riprese la contraddizione fondamentale dell'euro e dell'Unione europea: una moneta unica senza stato, uno spazio di "concorrenza libera e non falsata" senza politica economica comune, cioè delle costruzioni largamente artificiali che servono solo a far vivere la legge del più forte, pur dando spazio a squilibri che a medio termine minacciano la stabilità di tutto l'insieme. Ora, per cercare di uscire da questa trappola, i capitalisti e i governi della zona euro e dell’UE propongono solo ulteriori fughe in avanti che ne aggravano le caratteristiche antisociali e antidemocratiche. Le diverse soluzioni in campo, come quella del "federalismo" con il relativo "abbandono della sovranità" non farebbero che sottrarre ancora di più ai popoli la possibilità di padroneggiare il proprio destino, mentre la «regola d'oro dei bilanci» che l'ultimo vertice europeo pretende di imporre comporterebbe ovunque ulteriore austerità e miseria.

Con un massimo di demagogia, il Fronte nazionale cerca di galleggiare su questa situazione con risposte «semplici» come quelle del ritorno alle frontiere nazionali, alla moneta e al capitalismo nazionale, combinate con le sue abituali tematiche xenofobe e razziste. Spetta a noi dimostrare che queste presunte soluzioni significherebbero sostituire una forma di guerra economica con un'altra, non meno pericolosa perché i lavoratori di ciascun paese si ritroverebbero, come durante gran parte del 20° secolo, arruolati dietro la propria borghesia nazionale.

E' comunque un fatto che le devastazioni dovute alla «costruzione europea» operate dai capitalisti e dagli uomini della finanza minacciano oggi perfino l'idea europea.

Solo gli anti­capitalisti possono proporre l'alternativa di un'altra Europa, in rottura con i trattati e le attuali istituzioni, fondata sulla democrazia, la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, l’armonizzazione sociale verso l'alto, lo sviluppo dei servizi pubblici comuni. Un'Europa il cui scopo non sia quello di far pagare i debiti pubblici per arricchire ancora di più i ricchi ma di ripudiare quei debiti per difendere le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri; un'Europa che non si proponga di salvare le banche così come sono oggi ma di requisirle e di socializzarle, al fine di mettere l'economia al servizio della maggioranza della popolazione. In breve un'Europa che cominci a rompere con il capitalismo.



dal sito Sinistra Anticapitalista


mercoledì 20 novembre 2013

ALLUVIONE IN SARDEGNA: L'IMPUTATO E' IL CAPITALISMO di Gabriele Ara




ALLUVIONE IN SARDEGNA: L'IMPUTATO E' IL CAPITALISMO
di Gabriele Ara



“Ed è bizzarro che la natura ci costringa a rimpiangere le azioni che più accanitamente abbiamo cercato‏” (‎Antonio e Cleopatra di W.‭ ‬Shakespeare,‭ ‬atto v,‭ ‬scena I‭)‬.



Non c’è niente di bizzarro invece che gli stessi uomini politici,‭ ‬imprenditori e amministratori che hanno creato il disastro‭ “‬naturale‭” ‬ora versino lacrime di coccodrillo.‭
‬Come già dicevano Marx non possiamo illuderci di essere i proprietari e dominatori della natura,‭ ‬siamo‭ “‬i suoi possessori che debbono tramandarla migliorata,‭ ‬come buoni padri di famiglia,‭ ‬alle generazioni a venire‭” (‬Il capitale,‭ ‬III libro,‭ ‬cap.‭ ‬46‭)‬.‭
‬Il capitalismo mostra il suo volto criminale anche nel fatto che mentre servirebbero decine di miliardi per l’assetto idrogeologico in Sardegna e nel resto d‭'‬Italia,‭ ‬quasi cento miliardi all’anno vengono regalati alle banche come interessi sul debito pubblico e miliardi vengano investiti per opere come la Tav.‭ ‬Negli stessi giorni in cui si apre il processo per l’alluvione di Capoterra di‭ ‬5‭ ‬anni fa dove morirono‭ ‬4‭ ‬persone,‭ ‬a distanza di due anni dell’alluvione in Liguria in cui morirono‭ ‬11‭ ‬persona questa vicenda conferma che non è la fatalità,‭ ‬o l’imprevidenza della‭ “‬politica‭”‬,‭ ‬ma la logica stessa del sistema capitalista che crea periodicamente queste tragedie,‭ ‬col suo sfrenato consumo del territorio,‭ ‬spinto esclusivamente dalla logica del massimo profitto,‭ ‬anche contro le leggi che le istituzioni capitaliste a volte promulgano,‭ ‬poiché in un sistema mosso dal profitto,‭ ‬le leggi spesso sono solo un impaccio che impedisce la‭ “‬crescita‭”‬.‭

In Sardegna il settore delle costruzioni è da decenni un pilastro del capitalismo isolano‭ (‬il‭ ‬45%‭ ‬degli occupati dell’industria sarda sono nelle costruzioni,‭ ‬il,‭ ‬7,8%‭ ‬del totale‭)‬,‭ ‬basti pensare che in piena crisi,‭ ‬tra il‭ ‬2011‭ ‬e il‭ ‬2012‭ ‬il flusso di mutui per la investimenti residenziali era‭ ‬+151%,‭ ‬in netto contrasto col crollo generalizzato del resto d‭’ ‬Italia‭ ( ‬-20%‭) (‬Dati ANCE,‭ ‬Osservatorio congiunturale industria delle costruzioni,‭ ‬dicembre‭ ‬2012,‭ ‬pag.‭ ‬67‭)‬.‭ ‬A Olbia,‭ ‬la città più colpita in termini di morti,‭ ‬negli ultimi decenni,‭ ‬una sfrenata attività edilizia,‭ ‬spacciata come‭ “‬progresso e volano dell’occupazione‭” ‬ha compromesso l’equilibrio idrogeologico delicatissimo,‭ ‬a detta di architetti e geologi,‭ ‬di una zona che il cemento,‭ ‬i profitti e le consorterie elettorali hanno fatto diventare una trappola mortale.‭ ‬Ad Arzachena,‭ ‬che è in cima alle classifiche dei comuni con reddito pro capite una famiglia è morta‭ ‬perchè viveva in una cantina,‭ ‬che consiglieri regionali di centrodestra vogliono regolarizzare come abitazioni.
Ancora ad inizio di ottobre scorso l’Ordine dei geologi sardi avvertiva che l‭’ ‬81%‭ ‬dei comuni sardi è a rischio idrogeologico,‭ ‬questo anche in assenza della millantata‭ “‬piena millenaria‭” ‬del presidente della Giunta sarda Cappellacci.‭ ‬Solo‭ ‬3‭ ‬mesi fa,‭ ‬con la legge regionale‭ ‬2‭ ‬agosto‭ ‬2013,‭ ‬n.21‭ ‬la Regione Sardegna aveva revocato‭ ‬1,5‭ ‬milioni di euro‭ (‬cifra di per sé già ridicola‭!) ‬già destinati per la per il P.A.I.‭ (‬Piano assetto idrogeologico‭)‬,‭ ‬e oggi Cappellacci e i suoi sodali senza scomporsi minimamente piangono le vittime,‭ ‬e per di più confermano il nuovo piano paesaggistico avversato perfino dalla Direzione per i beni Culturali e il Paesaggio per la Sardegna.‭ ‬Questo piano suona come una beffa crudele per le‭ ‬18‭ ‬vittime e le migliaia di sfollati,‭ ‬dato che riporta in auge tutte la speculazione edilizia più dannosa e cinica con le sue norme.‭ ‬

La lotta per un territorio sicuro è indissolubile dalla lotta per la trasformazione socialista della società,‭ ‬solo un governo dei lavoratori,‭ ‬che abbia in mano i grandi capitali industriali e le grandi banche,‭ ‬che socializzi le imprese che licenziano può impedire da un lato i tagli alla sanità,‭ ‬all’istruzione e dall’altro investire per rendere‭ ‬più armonico il rapporto tra urbanizzazione e ambiente.


20 Novembre 2013


dal sito http://www.marxismo.net/


TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA A ROBERTO SARTI (FalceMartello)





TRAGEDIA SIRIANA: LA PAROLA A ROBERTO SARTI (FalceMartello)



Dopo l'intervista ad  Antonello Badessi, esponente di SEL, riprendiamo l'approfondimento sulla drammatica situazione siriana ascoltando la voce di Roberto Sarti dirigente di FalceMartello, la storica tendenza marxista presente all'interno del Partito di Rifondazione Comunista
La sua chiave di lettura risulta interessante perché legata al recupero dell'internazionalismo classico, laddove nel dibattito a sinistra sulle "primavere arabe" e sul Medio oriente non è mancata sin qui una certa dose di improvvisazione.



1) FalceMartello, rispetto alla Siria, ha parlato d'una rivoluzione la cui direzione è col tempo passata a forze reazionarie. Quali ne sono state secondo te, però, le iniziali origini sociali?

 La descrizione è quella corretta. L'inizio della rivoluzione in Siria ha avuto dinamiche simili a quelle in Egitto e in Tunisia. Anche le cause scatenanti non sono affatto differenti. In Siria negli ultimi dieci-quindici anni vi è stato un aumento delle differenziazioni sociali, dovute a una serie di privatizzazioni e di tagli ai servizi sociali portate avanti dal governo di Assad. Dopo il crollo dello stalinismo, quest'ultimo ha progressivamente adottato una linea di transizione al capitalismo dal punto di vista economico. Alcuni esempi: nel 2007 il 70% dell'economia siriana era in mano a privati. La povertà è aumentata: nel 2005 5,3 milioni di persone (il 30% della popolazione) vivevano al di sotto della soglia di povertà.
Una pentola a pressione pronta ad esplodere, come è avvenuto nel marzo del 2011 sull'esempio delle rivoluzioni tunisina ed egiziana.

domenica 17 novembre 2013

SIRIA: UN PUNTO DI VISTA INTERNAZIONALISTA





SIRIA: UN PUNTO DI VISTA INTERNAZIONALISTA



Venerdì 8 novembre, presso la sede di via Efeso 2/a Roma, si è tenuta l'iniziativa Siria: la tragedia continua, organizzata dal Partito Comunista Internazionalista, importante espressione della corrente della sinistra comunista in Italia, che ha i suoi organi di stampa in Battaglia Comunista e nella rivista di approfondimento teorico Prometeo.
L'iniziativa si è incentrata su un'ampia relazione di Fabio Damen, cui sono seguiti interventi e domande.
Il punto di partenza del discorso di Damen è stata la constatazione del calo di attenzione nei confronti delle vicende siriane, una volta che il regime di Bashar al-Assad ha accettato lo smantellamento delle armi chimiche a sua disposizione, facendo rientrare il pericolo di un attacco franco-statunitense.
A questo proposito, si è specificato che si ritiene che il problema delle armi chimiche sia in realtà una mistificazione e per due precise ragioni. La prima è che non è chiaro chi le abbia usate: la scorsa primavera, Carla del Ponte, in qualità di membro della Commissione sulla violazione dei diritti umani in Siria, pur non fornendo certezze assolute al riguardo, sostenne che gli indizi a disposizione spingevano piuttosto a puntare l'indice contro alcune fazioni armate ribelli.
La seconda ragione, più importante della prima, riguarda il pulpito da cui viene la predica. Non dovrebbero poter usare questo argomento per giustificare minacce militari, quegli States che hanno impiegato il napalm e i defoglianti in Vietnam, o il fosforo bianco in Iraq.
Dunque, è certo che il tema sia stato agitato in maniera strumentale, ma per quali motivazioni reali?

lunedì 11 novembre 2013

CAMMINANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO di Miguel Martinez




CAMMINANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO
di Miguel Martinez



Quattro letture in pochi giorni, interessanti soprattutto perché somigliano a tante altre cose che altri avranno letto nello stesso periodo.

Uriel Fanelli, partendo dalla sua esperienza come informatico, ci parla di un meccanismo che tutti conosciamo: la stampante che costa poco, poi però ti salassano vendendoti le cartucce.
Soltanto che il fenomeno si sta estendendo a molti altri campi.

Uriel presenta vari esempi. E’ addirittura possibile che certe aziende costruiranno auto elettriche gratis, rifacendosi sulle batterie, la manutenzione e tutto il resto. Ciò richiede però investimenti iniziali giganteschi, che solo le banche statunitensi concedono – a ditte statunitensi.
Il risultato, secondo Uriel, sarà la distruzione di tutti quei sistemi industriali, a partire da quello europeo, cui simili finanziamenti saranno negati.
Non solo: l’elettronica è la componente decisiva di ogni innovazione dei nostri tempi, e l’elettronica fa sì che tutto ricada sotto il dominio cibernetico/militare statunitense:

Sarete felicissimi di avere il vostro cellulare gratis, e di avere anche l’abbonamento gratis. Meno felici sarete perche’ ad offrirvelo saranno Google e Facebook, che si rifinanzieranno vendendo i vostri dati ad NSA. E sarete ancora meno felici quando, siccome TUTTE le telco chiuderanno, rimarrete disoccupati. Sarete dei disoccupati col telefono gratis in tasca.”

sabato 9 novembre 2013

DAI TEMPLARI A MARIO DRAGHI di Eric Toussaint






DAI TEMPLARI A MARIO DRAGHI
di Eric Toussaint  *



Dal XII secolo agli inizi del XIV, l’Ordine dei Templari, presente in gran parte dell’Europa, si trasformò in banchiere dei potenti, contribuendo al finanziamento di varie crociate. Agli inizi del XIV secolo divenne il creditore principale del re di Francia, Filippo il Bello. Di fronte al peso del debito che gravava le sue risorse, Filippo il Bello si era sbarazzato dei suoi creditori e, al tempo stesso, del suo debito demonizzando l’Ordine dei Templari, accusandolo di svariati crimini.[1] L’Ordine fu sciolto, i capi giustiziati e i loro patrimoni confiscati. L’Ordine dei Templari mancava di uno Stato e di un territorio per tener testa al Re di Francia. Il suo esercito (15.000 uomini, 1.500 dei quali cavalieri), il suo patrimonio, e i suoi crediti sui dirigenti non lo hanno protetto dalla potenza di uno Stato deciso ad eliminare il suo principale creditore.

Nello stesso periodo (XI-XIV secolo), i banchieri veneziani finanziano anch’essi le crociate e prestano denaro ai potenti d’Europa, ma si muovono molto più abilmente dell’ordine dei Templari. A Venezia, prendono la direzione dello Stato dandogli la forma di Repubblica. Finanziano la trasformazione di Venezia in un vero e proprio impero comprendente Cipro, l’Eubea (Negroponte) e Creta. Adottano una strategia invincibile per arricchirsi stabilmente e garantire il rimborso dei loro crediti: decidono essi stessi di indebitare lo Stato veneziano con le banche in loro possesso. I termini dei contratti di prestito li stabiliscono loro, essendo proprietari di banche e dirigenti dello Stato a un tempo.

Mentre Filippo il Bello aveva interesse a sbarazzarsi fisicamente dei suoi creditori per liberarsi dal gravame del debito, lo Stato veneziano rimborsava il debito fino all’ultimo centesimo ai banchieri, che ebbero del resto l’idea di creare titoli del debito pubblico che potevano circolare da una banca all’altra. I mercati finanziari cominciarono a crearsi allora. [2] Questo tipo di prestito è il precursore della principale forma di indebitamento degli Stati così come lo conosciamo nel XXI secolo.

venerdì 8 novembre 2013

LA GENERAZIONE CHE NON C'E', MA CHE VUOLE ESSERCI di Alessandra Mangano




LA GENERAZIONE CHE NON C'E', MA CHE VUOLE ESSERCI
di Alessandra Mangano



Da mesi ormai, dovunque mi giri, vedo intere generazioni spazzate via. Una volta si diceva che il lavoro nobilita l’uomo. Poi si parlava della dignità del lavoro. E oggi, che lavorare è diventata una chimera, siamo tutti esseri umani cui è stata strappata quella dignità. Non importa che studi tu abbia fatto, né quante specializzazioni possiedi, non importa se sei bravo in quello che fai, né l’esperienza che hai, perché nessuno, in questo Paese, ti darà la possibilità di misurarti con te stesso e con le tue capacità, nessuno ti permetterà di vivere una vita normale. Perché è questo che ci è stato strappato: nulla di trascendentale, né più né meno che il diritto ad un’esistenza normale.
Questa aberrazione del lavoro che si trasforma da diritto in lusso che solo pochi possono permettersi, non è il risultato della crisi che ha avuto inizio nel 2008. Questo bisogna dirselo con franchezza. Questo scandalo inizia molto prima e porta la firma di governi sedicenti di centro-“sinistra”: inizia col pacchetto Treu che inaugura la stagione della “flessibilità”(così come Luigi Berlinguer inaugura la stagione della distruzione dell’Università). Ma cos’è la flessibilità? Perché ci sono due opinioni in merito: c’è quella di gente come D’Alema – solo per fare un esempio fra tanti – i cui figli, naturalmente, sono tutti sistemati e sereni, che ne tesse le lodi, dicendo che “l’epoca del lavoro fisso è finita” e che questa tipologia occupazionale è “l’unica via possibile per combattere la disoccupazione” (era il 1997). Oggi 2013, abbiamo il 40% della disoccupazione giovanile.

lunedì 4 novembre 2013

ANNULLARE IL DEBITO O TASSARE IL CAPITALE?



ANNULLARE IL DEBITO O TASSARE IL CAPITALE?
Perché non le due cose insieme?
di Thomas Coutrot, Patrick Saurin, Eric Toussaint


In occasione della pubblicazione di due libri importanti -  David Graeber, Dette, 5.000 ans d'histoire [“Debito: 5.000 anni di storia”] e Thomas Piketty, Le Capital au XXIe siècle [“Il Capitale nel XXI secolo”], Mediapart (http://mediapart/fr) ha avuto la felice idea di organizzare un incontro con i due rispettivi autori.
“Come uscire dal debito?”, questa domanda centrale posta come premessa a questo dibattito sta anche al centro delle riflessioni e delle nostre rispettive attività militanti. Per questo abbiamo auspicato di prolungare questi scambi costruttivi, proponendo il testo che segue, frutto di una riflessione collettiva che esplicita, commenta, interroga e critica i punti di vista e le argomentazioni avanzate dai due autori.




Annullare il debito o tassare il capitale?


Gli scambi tra T. Piketty e D. Graeber ruotano essenzialmente attorno al confronto dei vantaggi rispettivi dell'imposta sul capitale e del ripudio del debito pubblico. D. Graeber, basandosi su una bella erudizione storica ad antropologica, pone in rilievo come l'annullamento del debito, integrale o parziale, privato o pubblico, costituisca un elemento ricorrente delle lotte di classe da 5.000 anni a questa parte. Tenendo conto del fatto che il debito è un meccanismo centrale del predominio capitalistico oggi, non vede alcun motivo per cui debbano andare diversamente le cose in futuro.

venerdì 1 novembre 2013

PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE




PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE
di Stefano Macera





Si potrebbe pensare che il libro PRIMAVERA ARABA: DALLE RIVOLTE A UN NUOVO PATTO NAZIONALE  (ed. Paoline, 2013), uscito nell’ aprile scorso, sia ormai superato dagli eventi. In effetti, nel frattempo, lo scenario è mutato: in Egitto si è consumato un colpo di Stato e il mondo intero ha vissuto con preoccupazione la minaccia, poi rientrata, di un intervento militare franco-statunitense in Siria.
In verità, tali circostanze non rendono inattuale il volume, curato da Vittorio Ianari e inclusivo di un breve scritto di Andrea Riccardi, rispettivamente esponente e fondatore della Comunità di Sant’ Egidio. Perché l’ ottica qui adottata non è quella delle previsioni geopolitiche, fatalmente smentite anche a breve distanza – dalle scelte di quei potenti della terra che spesso sembrano procedere senza strategie di largo respiro. Bensì, quella della raccolta di testimonianze dai vari paesi interessati da quel sommovimento che convenzionalmente viene definito “Primavera Araba”.
A parlare sono personalità di diverso orientamento culturale e religioso: spesso si tratta di voci di assoluto rilievo i cui interventi vanno, quindi, letti con la massima attenzione.
Di certo, l’ importante realtà del mondo cattolico che ha curato il libro, ha saputo crearsi una significativa rete di rapporti nel mondo arabo perché si è mossa secondo una precisa filosofia, esplicitata da Ianari nell’ introduzione del volume. Laddove si precisa che: “l’ Islam nonè rappresentato solo dalla sua componente più refrattaria al dialogo e all’ incontro con il diverso da sé. Proprio le rivolte arabe hanno mostrato come nella umma islamica sussistano diverse anime, tra le quali quelle capaci di immaginare un futuro insieme non sono certo minoritarie”.
In tali osservazioni convergono gli studi di Vittorio Ianari, stimato islamologo, che invita ad evitare i luoghi comuni, e la tradizionale propensione al dialogo interreligioso propria di quella che i media chiamano “Onu di Trastevere”.
A questa stimolante introduzione seguono il contributo di Riccardi e le testimonianze: 19 in tutto, disposte in quattro capitoli (Cittadinanza e Statuto dell’ altro, Nazione e pluralità religiosa, Una nuova pagina nei rapporti tra mondo arabo e Occidente, Non c’è futuro senza pacificazione).
Non potendole esaminare tutte in questa sede, ci limitiamo a confrontarci con gli spunti di quelle che più ci hanno interessato.
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