lunedì 28 febbraio 2011

LETTERE


           LETTERA ALLA CITTADINANZA


                                      verso il 1 marzo

Le immagini che ci giungono dai paesi del Mediterraneo sconvolgono la nostra normalità molto più delle immagini legate ai corpi delle “giovani amanti scellerate” del nostro presidente del consiglio, per mesi usate da contorno sulle le prime pagine dei giornali e dei siti d'informazione main-stream. Tunisia, Algeria, Egitto, Libia sono paesi in cui governi autoritari e corrotti tentano di contenere la crisi globale sperando nella cieca sudditanza dei propri popoli, a prescindere dalle condizioni materiali che vivono le persone.
Cosa c'è dietro queste immagini? A noi sembra che ci siano scarsi strumenti interpretativi, sono piuttosto didascalie vuote quelle che accompagnano sequenze mai viste prima. Finora abbiamo conosciuto la Libia italiana, ex colonia e grande bacino d'interesse economico, pian piano la Libia di Gheddafi e delle amazzoni quali alter ego del nostro premier.
Come reagiamo quindi di fronte a una rivolta così potente, a una richiesta laica di libertà, di diritti, di futuro?
Le prime notizie e le prime immagini delle rivolte le abbiamo apprese affidandoci alla Rete. Centinaia di giovani usano i social network per mostrare al mondo la ribellione, gli spari sulla folla, le fosse comuni sulla spiaggia.
Piazza Tahir in Egitto è stato il primo segnale di libertà. I paesi del mediterraneo si sono contagiati a vicenda. Ora è il momento della Libia di Gheddafi , il paese con il regime più lungo e un'intera generazione, la nostra, è scesa in piazza per costruire un futuro a partire dalla conquista della libertà.
Dai confini arrivano rinforzi per sostenere la lotta, i cittadini hanno deciso di abbattere i regimi e hanno capito che si deve lottare insieme per farlo. Non si tratta di una guerra civile, sono rivolte accomunate da una dura e sanguinosa repressione.
E pensare che la nostra principale preoccupazione sono gli “sbarchi imminenti” sulle coste italiane. Dovremmo forse sapere che prima di addentrarsi nelle acque insanguinate che portano alle nostre coste si fugge via terra nei paesi confinanti. Siamo un paese ostile che lascia gestire alla Lega le politiche migratorie. Siamo una città che nel 2009 ha invitato il Colonnello Gheddafi all’università La Sapienza per un incontro con gli studenti e in seguito lo ha accolto in Campidoglio (con il beneplacito Gianni Alemanno). Noi studenti lo abbiamo cacciato allora chiamandolo assassino e dittatore, oggi non possiamo tacere dif ronte a un massacro di queste dimensioni.
Questo ci chiama all’indignazione, a rifiutare questa nostra immagine degradante.
Ci sentiamo partecipi e "complici" delle lotte di questi mesi, ci sentiamo vicini ai giovani che si rivoltano e che ci aiutano a capire che non si può vivere di sole analisi, ma bisogna ribellarsi per incidere e determinare le proprie vite.
Il primo marzo, (giornata europea di sciopero dei migranti), partiremo dalla Sapienza, alle ore 16,30, per inondare le strade di Roma, per prendere parola contro lo sfruttamento del lavoro migrante e contro il massacro libico.
Non viviamo in Libia eppure noi giovani generazioni, studenti e precari lottiamo per combattere la stessa povertà di prospettive e assenza di diritti.
Chiediamo quindi a tutta la cittadinanza di scendere in piazza, perchè di fronte a donne, uomini, bambini a cui non è garantita alcuna libertà non si può rivolgere solo un'attenzione voyeuristica e virtuale, perchè crediamo che le immagini che ci giungono dalla Libia e da tutto il nordafrica ci possano insegnare che i governi autoritari non hanno lunga vita di fronte al desiderio di libertà, diritti e dignità di ogni singolo individuo che abita questa terra.


Isabella Pinto - Malvina Giordana
studentesse della Sapienza

DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA di Marco Ferrando


             DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA
                                ( comunisti e neostalinisti a confronto)

                                 di Marco Ferrando




Lo scenario della guerra civile in Libia, le ingerenze imperialiste, l'estrema incertezza informativa sui fatti in corso, sono diventati lo spunto d'occasione in alcuni ambienti della sinistra per mettere in discussione la stessa esistenza di una rivoluzione libica e abbellire la realtà del regime di Gheddafi.
“ E' una guerra civile, non una rivolta, men che meno una rivoluzione”. “ E' stato tutto organizzato dall'imperialismo, non c'è nulla di spontaneo a differenza che in Tunisia e in Egitto” “Non vi sono rivendicazioni sociali nel movimento contro Gheddafi, ma solo politiche”. “Gheddafi ha retto un regime antimperialista, per questo si vuole cacciarlo”.” A Bengasi si sventola la bandiera della vecchia monarchia di re Idris, sarebbe questa la rivoluzione?”. E via dicendo...
Queste posizioni- espresse in forme diverse da ambienti della vecchia guardia del Il Manifesto, dall'area stalinista della Fed, e dalla Rete dei Comunisti- sono emblematiche della totale confusione di merito e di metodo presente nel bagaglio teorico della tradizione stalinista . E soprattutto dei risvolti politici controrivoluzionari di questo bagaglio. E' bene dunque provare a fare chiarezza. Tanto più in un momento storico in cui l' ascesa della rivoluzione araba scuote l'intero ordine internazionale e pone al movimento operaio e ai comunisti rivoluzionari una nuova frontiera di intervento politico e di battaglia strategica.

IL REGIME DI GHEDDAFI ALLE SUE ORIGINI:
UN BONAPARTISMO “ANTIMPERIALISTA”

La prima considerazione è di carattere storico.
Il colpo di stato degli Ufficiali liberi nel 1969 in Libia ebbe sicuramente un connotato “antimperialista”, per quanto distorto dal suo carattere militare. Ma si può ignorare la natura reale del regime e, oltretutto, la sua dinamica storica regressiva negli ultimi 20 anni?
Il rovesciamento militare della vecchia monarchia libica di re Idris nel 69 si inserì nel movimento più generale di decolonizzazione sviluppatosi nel secondo dopoguerra: un movimento che trovò un varco nell'esistenza dell'Urss e nell'espansione internazionale della sua area di influenza all'interno della stessa nazione araba.
Al pari del regime di Ben Bellà e poi di Boumedienne in Algeria, e di Nasser in Egitto ( cui peraltro Gheddafi si ispirava),il nuovo potere degli ufficiali libici realizzò misure sociali indubbiamente progressive: cancellò le vestigia del colonialismo italiano, chiuse le basi militari straniere , nazionalizzò in parte le banche estere ( con l'acquisizione di pacchetti azionari maggioritari) ,prese possesso delle risorse petrolifere del paese, varò provvedimenti di protezione sociale. Era più che sufficiente per la condanna di Gheddafi da parte dell'imperialismo. Ma non si trattava né del “socialismo”- come affermavano i partiti stalinisti arabi per giustificare la propria capitolazione al nazionalismo- né del potere operaio e popolare. Al contrario.
Sul terreno sociale Gheddafi preservò un economia di mercato, sia pure con una forte presenza di controllo pubblico: peraltro la “terza teoria universale” come Gheddafi chiamò la propria dottrina sociale- con la tradizionale modestia- riconosceva apertamente il principio della proprietà privata ( “sancito dal Corano”) in polemica col “comunismo totalitario”.
Sul terreno politico eresse sulle rovine della vecchia monarchia un proprio regime militare e dispotico, basato sulla mistica del Capo; sulla negazione delle libertà democratiche più elementari dei lavoratori e delle masse ( niente libertà sindacale, niente libertà di sciopero, niente libero confronto delle opinioni politiche nello stesso campo antimperialista..); sulla irrigimentazione attiva della società libica attraverso specifiche strutture di controllo sociale e poliziesco ( i cosiddetti “comitati popolari” strettamente subordinati a Gheddafi, come una sorta di sua milizia privata ); sull'equilibrio con (e tra) i clan tribali ( mai messi come tali in discussione, ma anzi assunti come interfaccia del potere di regime); sul sistematico annientamento militare di ogni forma, anche larvata o potenziale, di opposizione all'assolutismo ( dal clero islamico tradizionale degli Ulema, alle debolissime componenti dell'opposizione politica interna) La stessa “nuova costituzione” solennemente promessa da Gheddafi al momento del rovesciamento della monarchia, è rimasta in 40 anni lettera morta: e rimpiazzata dal credo della Yamahiriyya ( 1976) e dalla religione messianica del Libro Verde, naturalmente scritto di pugno dal Capo.
E' dunque del tutto evidente che già negli anni 70 e 80 i comunisti rivoluzionari dovevano sicuramente difendere la Libia di Gheddafi ( come l'Egitto di Nasser, come l'Algeria di Boumedienne..) dalle minacce dell'imperialismo, ma non potevano in alcun modo né identificarsi nei regimi bonapartisti militari piccolo borghesi, né abbellire la realtà di quei regimi . Al contrario, dovevano porsi come opposizione proletaria al bonapartismo, attorno a un programma di rivoluzione sociale anticapitalista e di democrazia operaia e popolare: l'unica prospettiva capace di consolidare e portare sino in fondo la stessa rivoluzione democratica antimperialista. Questa era del resto la politica di rigorosa indipendenza di classe che Marx rivendicava nei confronti della democrazia rivoluzionaria piccolo borghese e di un suo possibile governo (v. Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850) e che l'internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky applicarono verso il nazionalismo “antimperialista” dei paesi coloniali o semicoloniali ( v.il 2° Congresso della 3° Internazionale sulla questione coloniale, del 1920).La burocrazia stalinista capovolgerà questa impostazione.
L'adattamento dello stalinismo, durante il secondo dopoguerra, al nazionalismo arabo di settori militari piccolo borghesi in Medio Oriente,fu un crimine nei confronti della rivoluzione araba e delle sue stesse aspirazioni antimperialiste. Tutti i regimi bonapartisti “antimperialisti” appoggiati da Mosca, e resi possibili dalla stessa esistenza dell'Urss, hanno finito uno dopo l'altro col ritornare nell'alveo dell'imperialismo, e col subordinarsi al sionismo. Un processo già iniziato negli anni 70 e 80 ( svolta di Sadat e poi di Mubarak in Egitto), e ultimato dopo il crollo del Muro di Berlino e dello stalinismo internazionale.

LA PARABOLA DI GHEDDAFI: DA BONAPARTE “ANTINMPERIALISTA” A SOCIO D'AFFARI (E DI CRIMINI) DELL'IMPERIALISMO

Il regime di Gheddafi non ha fatto eccezione. Oggetto ancora nel 1986 di un'aggressione militare imperialista ( col bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte americana), e ancora internazionalmente isolato nei primi anni 90 ( con le pesanti sanzioni internazionali del 92-93), il regime ha lavorato per una propria integrazione nel nuovo ordine internazionale, sino alla propria “riabilitazione” ufficiale nel 2003.
La fine dell'ombrello protettivo del Cremlino, l'aggressione imperialista all'Irak del 91, le crescente pressione minacciosa del fondamentalismo islamico ai confini ( Algeria) col rischio di una sua penetrazione in Libia, spinsero Gheddafi in breve tempo ad una radicale ricollocazione politica.
Si intraprese un piano di liberalizzazioni interne, si riaprirono le porte alle banche straniere,si offrirono all'imperialismo laute concessioni nello stesso campo petrolifero, si donarono sontuose commesse in campo infrastrutturale ai capitali italiani e francesi, si assunse il ruolo di spietato gendarme delle politiche xenofobe della U.E., si aprì alla distensione con l'Egitto e lo stato Sionista. Chiedendo in cambio non solo la rinuncia dell'imperialismo a rovesciare il regime, ma uno spazio di inserimento attivo nel capitale finanziario d'occidente: la Libia prima azionista della principale banca italiana ( Unicredit)si afferma in questo contesto.
Questa svolta ha avuto ricadute importanti in Libia. Al carattere oppressivo della dittatura si è aggiunta la crescita sensibile delle disuguaglianze sociali, a fronte di stipendi fermi già da ventanni. Da un lato liberalizzazioni e privatizzazioni, unite alle crescenti comunioni d'affari con i capitalisti europei, hanno accresciuto il privilegio sociale della casta di regime a partire dalla famiglia (larga) di Gheddafi, rendendo il sopruso politico ancora più odioso. Dall'altro il mantenimento dei sussidi sociali non ha potuto evitare l'aumento consistente della disoccupazione giovanile ( specie intellettuale), caratteristica comune a tutti i paesi del Maghreb.: Il reddito procapite in Libia è sicuramente più alto che in Tunisia e in Egitto, ma solo grazie alla tradizionale media del pollo. Infine il rimescolamento sociale innescato dalla crescente integrazione col capitale straniero ha corroso i vecchi equilibri tribali e territoriali, moltiplicando ataviche contraddizioni e tensioni ( in particolare tra Cirenaica e Tripolitania), a tutto danno della stabilità del regime e dell'unità dell'esercito.
La verità è che la storia libica e la sua parabola è un ulteriore lezione per tutti i sostenitori, più o meno acritici, dei regimi militari “progressisti” ( alla Chavez, per intenderci).
Non solo questi regimi non realizzano né possono realizzare, per definizione, il potere dei lavoratori e delle masse, ma la loro stessa autonomia dall'imperialismo è inevitabilmente parziale,fragile , transitoria, esposta prima o poi al riflusso della normalizzazione. Questa è la realtà attuale del regime di Gheddafi . Non vederlo, e continuare a riproporre 40 anni dopo, pur con qualche comprensibile prudenza, la vecchia mitologia del Leone del deserto, significa non fare alcun bilancio degli errori passati e disarmare la politica rivoluzionaria di fronte allo scenario nuovo della rivoluzione araba.

LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBIA:
“GUERRA CIVILE” O “RIVOLUZIONE”?
TANTA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

Ma c'è di più.
Dopo aver rimosso in sede “logica” la base materiale di una possibile rivoluzione libica ( Se Gheddafi è antimperialista e le masse vivono bene grazie ai sussidi, perchè dovrebbero fare una rivoluzione? ) gli intellettuali neostaliniani negano in sede empirica l'evidenza stessa della rivoluzione in corso: si tratterebbe tuttalpiù di una “guerra civile”, ordita e preordinata dietro le quinte ; e in ogni caso come si può chiamare “rivoluzione” l'innalzamento della bandiera monarchica?
Questa costruzione è un non senso. Che somma in sé l'assoluta incomprensione della realtà storica delle rivoluzioni, con l'assoluta incomprensione della concretezza degli avvenimenti in corso. Soffermiamoci su entrambi gli aspetti.
Non so come i compagni Burgio, Cararo o Dinucci immaginano una rivoluzione. Pare che la immaginino come un percorso rettilineo, segnato dalla coscienza di massa, illuminato da un chiaro programma, sorretto da un blocco sociale omogeneo.( E per questo..rinviabile alla notte dei tempi). Disgraziatamente una simile rivoluzione è sconosciuta alla storia dell'umanità. Le rivoluzioni reali, non quelle immaginarie, sono processi molto complessi. Non sono sospinte dalla coscienza ma dal bisogno e dall'odio contro l'oppressione. Proprio perchè mobilitano grandi masse ( altrimenti non sarebbero rivoluzioni) trascinano nell'arena della lotta i più diversi strati sociali, le più diverse culture e tradizioni, ragioni e interessi profondamente contraddittori. Così è stato sempre. E tanto più quando la rivoluzione si leva contro regimi dittatoriali pluridecennali, che per loro natura hanno bloccato per lungo tempo ogni forma di dialettica pubblica e di selezione delle rappresentanze politiche, unificando contro di sé un indistinto moto democratico per la “libertà”. E' appena il caso di ricordare che la prima rivoluzione russa contro lo zarismo del 1905 iniziò sotto le insegne del prete Gapon ( poi rivelatosi agente dello Zar)... Il compito dei comunisti non è quello di negare la rivoluzione perchè non corrisponde ad una forma pura ideale ( inesistente), ma di intervenire nelle rivoluzioni reali per sviluppare la loro coscienza , contrastare l'egemonia di forze politiche o culturali avverse ( inevitabile nella prima fase), ricondurre le aspirazioni sociali e politiche progressive delle masse ad uno sbocco di classe anticapitalista.
Le rivoluzioni arabe in corso contro regimi ventennali ( Tunisia), trentennali ( Egitto), quarantennali( Libia), pongono ai comunisti esattamente questo problema.
I processi in corso hanno caratteristiche diverse a seconda dei diversi contesti nazionali. In particolare sono diversi i canali organizzatori e politici della sollevazione, e la dinamica delle forze sociali. Ma ovunque la vera bandiera immediatamente unificante dei moti rivoluzionari non è stata sociale ma politica: la cacciata dei regimi, il rovesciamento degli oppressori. Proprio per questo la bandiera politica ha aggregato attorno a sé ragioni sociali profondamente contraddittorie, che tendono a conquistare la scena subito dopo il rovesciamento dei tiranni. La grande ascesa degli scioperi operai in Egitto, dopo la caduta di Mubarak in aperta collisione col “nuovo” potere militare provvisorio (e la borghesia egiziana che lo sorregge) è al riguardo emblematico.
La rivoluzione libica si colloca, con le sue specificità, in questo quadro generale.
La bandiera unificante di larga parte della società libica in rivolta è la caduta di Gheddafi, la punizione dei suoi crimini, il varo di una costituzione, libere elezioni. Sono le classiche rivendicazioni di una rivoluzione democratica.
La bandiera “monarchica”? E' semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia ( giustamente rovesciata nel 69) è un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. Oltretutto l'opposizione monarchica è quasi inesistente in Libia, e debolissima nell'emigrazione, come documenta lo stesso storico Del Boca. Quella bandiera rappresenta sul piano simbolico, nel deserto dei riferimenti culturali e politici, il punto di identificazione e aggregazione disponibile dopo 40 anni di regime contro il regime. Nella percezione di massa è il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si può non vederlo?
Un fatto “preordinato e organizzato”, a differenza che in Tunisia e in Egitto, e dunque longa manus di “forze straniere”?. E' una sciocchezza dietrologica tipica della mentalità staliniana, che ignora la realtà dei fatti. La cronaca della insurrezione di Bengasi, guida della rivoluzione, è ormai di dominio pubblico, persino nei particolari, confermati peraltro dalle più disperate fonti documentali e testimonianze. Le prime manifestazioni anti regime del 15 febbraio, convocate via internet, a base prevalentemente giovanile e studentesca, sono state aggredite a fucilate da forze mercenarie direttamente guidate da Karmis, figlio di Gheddafi, che ordinava all'esercito di partecipare alla repressione. L'orrore per la carneficina compiuta, in una città già colpita ripetutamente dalla violenza criminale del regime, ha prodotto la sollevazione popolare. Gli stessi comandi dell'esercito hanno a quel punto disertato gli ordini di Gheddafi, si sono ammutinati, e hanno aperto le caserme e i depositi d'armi, consentendo l'armamento popolare. Il giorno 20 Bengasi è stata liberata: e la sua liberazione ha prodotto un effetto domino in tutto l'est della Libia, con una dinamica analoga ( sollevazione popolare, ammutinamento di truppe, armamento popolare). Dov'è in tutto questo la regia occulta di un diavolo misterioso? Come si fa a non vedere che la rivoluzione libica è figlia della rivoluzione araba, sospinta dai fatti di Tunisia ed Egitto, animata dalla stessa volontà di libertà e di riscatto che sta attraversando, in forme diverse, tutti i popoli arabi? Dopo aver descritto il crollo dello stalinismo internazionale nell'89 come complotto dell'imperialismo, vogliamo rappresentare come complotto dell'imperialismo la stessa rivoluzione araba( contro regimi alleati.. dell'imperialismo)?
Ma in Libia c'è “una guerra civile, non una rivoluzione”, si afferma. Ma perchè, una rivoluzione non può forse trascinare con sé una guerra civile? Le grandi rivoluzioni della storia non sono state anche guerre civili? La rivoluzione inglese del 1640, la rivoluzione francese del 1789-93, la stessa rivoluzione russa dell'ottobre 17, non si sono risolte anche in guerre civili? La stessa guerra di liberazione in Italia nel 43-45 ( tradita nelle sue aspirazioni rivoluzionarie dal PCI di Togliatti) non ha forse intrecciato sollevazione popolare e guerra civile? Si potrebbe continuare. E' vero: in Tunisia e in Egitto il primo passaggio della rivoluzione, con la caduta di Ben Alì e Mubarak, non ha comportato la guerra civile, nonostante le centinaia di morti assassinati; per il semplice fatto che in entrambi i casi la forza popolare ha paralizzato l'esercito, la polizia si è disgregata, lo stesso imperialismo ha premuto dall'esterno su forze militari da sé finanziate e influenzate perchè evitassero un bagno di sangue dalle conseguenze imprevedibili, e cercassero di riprendere il controllo politico della situazione ( cosa come si vede non facile né a Tunisi né a Il Cairo).
In Libia è diverso, per un insieme di ragioni particolari: la famiglia Gheddafi non ha lo spazio di fuga disponibile per Ben Alì e Mubarak; il regime dispone, nella capitale, di uno spazio di arroccamento e tenuta militare superiore ; Gheddafi controlla forze mercenarie consistenti; lo spazio di influenza e condizionamento politico dell' imperialismo su Gheddafi e il suo apparato militare è, per ragioni storiche, molto minore di quello esercitabile sul regime egiziano. In questo quadro la volontà di Gheddafi di resistere a Tripoli può trascinare una guerra civile ( offrendo all'imperialismo uno spazio di possibile intervento esterno, proprio in assenza di una leva politica interna). Ma per quale ragione questa guerra civile annullerebbe il confine tra rivoluzione e controrivoluzione? Oppure si vuol suggerire, implicitamente, una linea politica di difesa del regime di Gheddafi contro la rivoluzione libica, in perfetta consonanza con la posizione assunta dal regime di Chavez e da Fidel Castro? In questo caso ne guadagnerebbe la chiarezza, e si avrebbe il coraggio di un'assunzione di responsabilità. Certamente molto impegnativa e rivelatrice.

PER LO SVILUPPO ANTICAPITALISTA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Naturalmente il pieno sostegno alla rivoluzione libica non può affatto tradursi in un affidamento ingenuo agli eventi. Il rovesciamento rivoluzionario del regime di Gheddafi sarebbe un fatto assolutamente positivo ma non concluderebbe la rivoluzione: aprirebbe al contrario una sua nuova fase, ricca di incognite e di contraddizioni, e dunque una nuova agenda di problemi e di compiti.
Anche in Libia, come in Tunisia e in Egitto, - seppur con una debolezza e dispersione molto maggiore- sono all'opera forze diverse interessate a subordinare la rivoluzione libica ad uno sbocco limitato e parziale o ad una piena riconciliazione storica con l'imperialismo. Il pericolo non viene oggi dal panislamismo, la cui presenza nella rivoluzione araba è oggi complessivamente molto limitata, e che è molto marginale nella stessa Libia ( la tradizione Senussita della Cirenaica non è affatto integralista). Viene piuttosto dal lavorio degli ambienti tribali, interessati a riprendere il controllo della situazione dopo che la rivoluzione- specie tra i giovani- ha scosso il dominio dei clan travalicando i loro confini. Viene da settori militari del vecchio regime che hanno abbandonato la nave che affonda, ma che non sono disposti ad abbandonare i propri privilegi e il proprio status sociale. Viene dagli ambienti libici dei nuovi arricchiti, sviluppatisi nel decennio di apertura all'imperialismo, e spesso intrecciati col mondo degli affari occidentale. Queste forze non hanno oggi un asse di unificazione e un progetto univoco, anche in ragione dei loro interessi contrastanti. Ma hanno uno scopo comune: bloccare la rivoluzione popolare, ostacolare la piena realizzazione delle sue stesse rivendicazioni democratiche, impedire in ogni caso la sua trascrescenza in rivoluzione sociale, anticapitalista e antimperialista. Sono le stesse forze che possono essere interessate all'intervento dell'imperialismo in Libia, come fattore di stabilizzazione politica e restaurazione dell'ordine: un ordine senza Gheddafi- ormai fattore di guerra civile con tutti i suoi rischi- ma certo segnato dal pieno ristabilimento delle gerarchie dominanti.
Le masse libiche insorte hanno un interesse esattamente opposto, al pari delle masse tunisine ed egiziane: impedire il tradimento della propria rivoluzione. Da qui un programma d'azione conseguente: sviluppare sino in fondo le proprie rivendicazioni democratiche, a partire dalla rivendicazione di una Assemblea Costituente realmente libera e sovrana che sottragga a capi clan, generali, uomini d'affari la definizione del nuovo ordine politico; sviluppare i liberi comitati popolari che sono nati a Bengasi e Tabruk, allargare la loro base sociale, dar loro un carattere elettivo, coordinarli progressivamente su scala locale e nazionale, a partire dalla Libia già liberata: per farne gli strumenti dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo; rifiutarsi di consegnare le armi ai nuovi generali, come pretendono i comandanti militari a Bengasi: ed anzi estendere l'armamento popolare , integrare parallelamente rappresentanze militari elette dai soldati nelle strutture dei comitati popolari, organizzare ovunque la propria forza indipendente . Contemporaneamente, sul piano sociale, si tratta di affermare un programma autonomo e complementare: respingere ogni apertura alle liberalizzazioni di mercato, revocare le liberalizzazioni già effettuate, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e senza indennizzo tutte le leve vitali dell'economia del paese, annullare tutti i patti subalterni realizzati dal regime con l'imperialismo ( a partire dalla chiusura immediata dei campi di concentramento dei migranti d'Africa).
La lotta per questo programma non solo sancirebbe l'autonomia politica del movimento operaio e popolare da tutte le forze della borghesia libica , ma darebbe un importante contributo al dispiegamento in avanti della rivoluzione egiziana e tunisina, in un passaggio cruciale.

CONTRO OGNI INTERVENTO DELL' IMPERIALISMO IN LIBIA.
MA IN NOME DELLA RIVOLUZIONE NON DI GHEDDAFI

E' da questo punto di vista rivoluzionario, e non da quello opposto filo-Gheddafi, che va denunciata e respinta nel modo più netto ogni ipotesi di intervento imperialista in Libia.
Se l'imperialismo oggi ha allo studio un possibile intervento in Libia, non è perchè vuole rimuovere Gheddafi ( già peraltro dato per spacciato). Ma perchè vuole bloccare la rivoluzione libica e l'estensione ulteriore della rivoluzione araba. Questo è il suo problema.
L'imperialismo non ha mai avuto scrupoli democratici e scopi umanitari. Tutta la sua storia ha militato contro la democrazia e contro l'umanità. La sua unica vocazione è il dominio sui popoli e il controllo sul pianeta. Non sono oggi le crudeltà del regime di Gheddafi a colpire la sensibilità di chi bombarda l'Afghanistan ed appoggia le barbarie del sionismo. Ma piuttosto l'instabilità politica della Libia, la messa a rischio delle sue riserve petrolifere, la possibilità di un ulteriore espansione del contagio rivoluzionario in Medio Oriente a tutto danno degli interessi strategici dell'imperialismo e dello Stato sionista ,in uno scacchiere decisivo degli equilibri mondiali, presenti e futuri. Intervenire in Libia , dietro il pretesto ipocrita del soccorso umanitario, potrebbe voler dire riconquistare una leva di manovra nell'intero Maghreb, condizionare sviluppi e sbocchi dei processi politici in atto nella regione, far pesare sino in fondo la propria forza deterrente. Peraltro le stesse contraddizioni interimperialistiche spingono nelle stessa direzione. Stati Uniti e Gran Bretagna sono i più attivi nell'ipotizzare un intervento, perchè pensano a rimpiazzare gli interessi imperialistici europei maggiormente colpiti ( Italia e Francia), e ad aprire un più vasto canale di intervento diretto in Africa in funzione anticinese. La Francia vorrebbe evitare questa manovra, a difesa della propria vecchia area d'influenza in Africa. Ma non sa bene come fare. L'imperialismo italiano, principale vittima della caduta di Gheddafi ( e non solo per la questione profughi) cerca di recuperare in estremis il ritardo accumulato per non restare tagliata fuori da un eventuale ripartizione delle zone d'influenza. Qual'è l'unico vero elemento unificante dell'imperialismo, in questo sgomitamento di tutti contro tutti? La liquidazione della rivoluzione araba. Per questa stessa ragione la difesa e lo sviluppo della rivoluzione araba, senza defilamenti, deve costituire l'elemento unificante di tutte le forze coerentemente antimperialiste.
“Sia il popolo libico insorto a regolare i conti con Gheddafi, non le vecchie potenze coloniali contro il popolo libico ed arabo!”

Questa parola d'ordine è tanto più importante in Italia, vecchia potenza dominatrice sulla Libia: che oggi celebra il centenario esatto dell'invasione coloniale italiana da parte del governo liberale “progressista” di Giolitti ( 1911), sotto la pressione del Banco di Roma. “Giù le mani dalla Libia, pieno sostegno alla rivoluzione libica contro Gheddafi e l'imperialismo italiano”, è la rivendicazione doverosa del movimento operaio del nostro Paese. In continuità con l'opposizione all'invasione della Libia che il Partito Socialista Italiano sostenne nel 1911. E come vero atto di riparazione contro la barbara oppressione italiana sul popolo libico per quasi mezzo secolo ( sterminio della resistenza libica, uso dei gas asfissianti, varo dei campi di concentramento.., già all'epoca del “democratico” Giolitti).
Ma questa posizione ha un senso progressivo se muove dal sostegno alla rivoluzione, non alla controrivoluzione ( o a un insostenibile neutralismo tra regime libico e popolo insorto.)

COMUNISTI E STALINISTI DI FRONTE ALLA LIBIA:
UNA DISCUSSIONE RIVELATRICE

In conclusione. Questo confronto sulla questione libica tra rivoluzionari e forze neostaliste, non rappresenta affatto la semplice manifestazione di una divergenza occasionale, seppur importante, di “politica estera”. Al contrario: rappresenta, da un angolazione particolare, la cartina di tornasole di orientamenti programmatici contrapposti.
Un partito rivoluzionario che assume il comunismo non come etichetta ideologica, ma come programma per la conquista del potere da parte dei lavoratori e delle masse- in Italia come su scala internazionale- è portato da questo stesso programma a riconoscere i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, a difenderli, a intervenire sulle loro inevitabili contraddizioni, a cercare di sviluppare una loro direzione politica alternativa nella prospettiva del governo dei lavoratori e delle masse povere.
Gruppi o partiti che invece si richiamano al comunismo come eredità ideologica dello stalinismo, senza programma rivoluzionario, senza lotta reale per il potere, sono portati ad assumere come riferimento internazionale centrale non la dinamica reale della lotta di classe e delle rivoluzioni, ma il posizionamento politico e diplomatico del proprio “campo” statuale di riferimento: una volta l'Urss, anche quando nel nome degli interessi della burocrazia sovietica si trattava di tradire la rivoluzione spagnola o la resistenza italiana; oggi, più modestamente, la Cina o il Venezuela di Chavez, anche quando questo significa tradire ( in questo caso fortunatamente senza conseguenze dirette) la rivoluzione libica ed araba.
E ' la riprova, una volta di più, che la rottura con lo stalinismo e la sua scuola è la condizione necessaria per orientare la politica rivoluzionaria nel passaggio d'epoca che stiamo vivendo.

27 Febbraio 2011


dal sito  http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c1:o57:e1 


domenica 27 febbraio 2011

                   RISVEGLIO POLITICO IN NORDAFRICA
                             di Pier Francesco Zarcone


Finalmente in parte del mondo arabo sta accadendo quel che prima o poi doveva accadere. Nei mass-media di maggior diffusione inviati speciali e opinionisti vanno ripetendo che in Tunisia, Egitto Libia (ma anche Bahrein, Yemen ecc.) le situazioni sembravano sotto controllo da parte dei corrotti despoti locali e non ci si poteva aspettare che gli eventi d’improvviso sarebbero precipitati. Si tratta di una sonora banalità, per giunta infondata, poiché le sommosse e le rivoluzioni di rado scoppiano nel preciso momento in cui ce le aspettiamo; semmai quando esistono situazioni di “disagio” di massa, al limite della sopportazione (o oltre), si può solo nutrire la certezza (o la speranza) che prima o poi il popolo scenderà in piazza, determinato a non tornare alla vita quotidiana prima del radicale cambiamento delle cose. Di inatteso, quindi, non c’era nulla, al di là dell’ora X. Adesso ci si affanna a cercare di capire cosa potrà avvenire nell’immediato. Al riguardo va detto che ogni ipotesi al momento può essere considerata - per l’appunto - ipotetica, essendo prematuro formulare alcunché di sicuro. Non solo per l’oggettiva fluidità degli eventi in corso, ma anche per le differenze che esistono fra i vari paesi in cui le masse sono scese in campo. Pur tuttavia qualche considerazione – prudenziale – può essere fatta, ragionando sull’esistente.
In primo luogo è importante il fatto che ci si trovi di fronte a rivolte popolari spontanee e massicce, innescate da fatti considerabili come la classica scintilla che dà fuoco al pagliaio. Questa spontaneità era inevitabile a motivo dell’estrema debolezza delle opposizioni politiche classiche in quei paesi. Ci si poteva attendere una rivolta islamista, che invece non c’è stata, e nemmeno si sono visti i radicali islamici mettersi alla testa del popolo in rivolta. Almeno allo stato degli atti. Il che può fare sorgere dubbi sulla incidenza attuale dei “fondamentalisti islamici radicali”. E hanno destato sensazione le immagini della cairota piazza Tahir in cui, negli ultimi giorni della rivolta egiziana, venivano agitati insieme il Corano e la croce copta.Con ciò non si vuole certo affermare l’inesistenza del pericolo islamista. Semmai ci si chiede se non sia stato ipervalutato, in buona e/o cattiva fede, sia per come si sono sviluppati gli avvenimenti di questi giorni, sia per una considerazione che non pare aver goduto di spazio nei media: già quando alla fine del secolo scorso l’Algeria fu teatro di un’atroce mattanza islamista (a cui si aggiunse quella governativa), nel resto del Maghreb non si verificò nessun contagio significativo, né appoggi di rilievo ai jihadisti algerini. Al momento si potrebbe quindi parlare di un altro imbroglio diffuso dagli interessati difensori delle dittature arabe: cioè l’aut-aut che pone come sola alternativa a tali dittature l’estremismo islamista. Per come sono andate finora le cose non sembra che sia corretta una lettura degli avvenimenti alla luce della rivoluzione islamica dell’Iran. Ma c’è un “però”: è noto come nel corso degli eventi rivoluzionari spesso si verificano processi accelerati con l’esito di rendere egemoni minoranze prima poco considerate se queste, a differenza degli avversari, si sanno muovere interpretando le esigenze (almeno momentanee) delle masse. In atto, tuttavia, da queste masse non provengono istanze favorevoli a società radicalmente islamizzate. Anzi, in luogo della rivendicazione della sharía, abbiamo richieste di libertà democratiche e giustizia sociale. Sarà un caso che nelle società arabe in rivolta sia consistente la presenza di giovani acculturati e in fondo per vari aspetti inseriti anche nel mondo cultural/tecnologico dei giovani occidentali? Non ci vorrà molto tempo per capire se la domanda è giusta. Inoltre va demistificata la definizione di “laici” per i regimi diretti da Ben Ali, Mubarak, Bouteflika ecc., se con quel termine si devono intendere regimi impegnati in riforme di struttura per la modernizzazione dei rispettivi paesi e per una maggiore giustizia sociale. Si è trattato invece di regimi tirannici e corrotti, funzionali alle esigenze politico/economiche dell’imperialismo, sostenuti dalla brutalità militare e da borghesie compradoras. E proprio per queste caratteristiche quei regimi avrebbero potuto rappresentare una manna per il radicalismo islamista e i vari jihadisti. Ma, come già detto, non sembra che queste correnti abbiano potuto trarre vantaggi significativi dai movimenti sociali in corso. Ciò, almeno, per il momento. Su questo punto invito a leggere – per il valore di radiografia dell’Egitto di Mubarak – il romanzo di ‘Ala al-Aswani, Palazzo Yacoubian. Se attualmente mancano i segnali di un bis iraniano, tuttavia molto dipenderà dall’operato dei ceti politici locali e da come si “coniugheranno” con le intromissioni dell’imperialismo, che finora ha visto cadere ben tre dei suoi bastioni nell’Africa settentrionale. Ne cadranno altri? Ovvero, toccherà anche a Marocco e Algeria? Il Marocco sembrerebbe più stabile sul piano istituzionale, seppure non su quello governativo. Traduciamo: lì il popolo vuole il buon governo, ma la monarchia – che peraltro vanta la discendenza dal profeta Muhammad – non parrebbe a rischio. Per cui si tratta per ora di tenere la situazione sotto controllo. Un caso a parte – e di gran lunga più pericoloso – potrebbe essere l’Algeria, nei limiti in cui la società algerina non sia stata davvero decontaminata dal veleno islamista. Ma attualmente c’è scarsità di elementi valutativi. Pericolosa è invece la situazione libica una volta che si arrivi all’abbattimento del regime dittatoriale che è stato spesso contrabbandato, anche a sinistra, come una rivoluzione antimperialistica e nazionalistica, ispirata dal libretto verde del Gheddafi-pensiero. Infatti il rischio che la Libia diventi una Somalia mediterranea non è del tutto infondato. Non tanto per ragioni religiose (almeno per ora), quanto perché è un mondo ancora fortemente tribalizzato in cui – pur essendo reale la tirannia del colonnello – lo Stato invece è debolissimo, per non dire evanescente. Qui ogni scenario è possibile, nell’eventuale assenza del formarsi di una leadership politica solida (che comunque avrà il suo da fare per costituire uno Stato libico). Un evento da annoverare nel campo delle possibilità è per esempio una secessione della Cirenaica, dalle implicazioni oggi non determinabili. Dicevamo prima della persistente fluidità degli avvenimenti in corso in Nordafrica, per il semplice fatto che vale sempre il principio per cui abbattere un dittatore non significa instaurazione automatica di regimi di libertà e giustizia. Infatti su questo versante non è chiaro quali saranno gli esiti. In Egitto sono chiaramente i militari in posizione egemone, come è stato dalla caduta della monarchia nei primi anni ’50; e il giorno 18 febbraio circa due milioni di persone hanno manifestato a piazza Tahir sollecitando riforme democratiche tra cui la fine dello stato di emergenza, la liberazione dei prigionieri politici e la formazione di un governo provvisorio più affidabile.In Tunisia non sono finiti gli scontri di piazza. Volendo fare il punto della situazione – o almeno cercando di farlo – va rilevato che se per rivoluzione politica e sociale s’intende l’abbattimento del ceto dominante (politico ed economico), allora si è in presenza di una fase solo potenzialmente prerivoluzionaria: ma non è detto che si passi alla vera e propria fase rivoluzionaria. È stata abbattuta la parte più putrida dei regimi di Tunisi e del Cairo; ma solo quella. Abbattere il resto dell’edificio non sarà per nulla facile, in mancanza di un progetto che agglutini le masse. E mettiamo poi, tra i fattori di costo, il ruolo degli interessi dell’imperialismo (statunitense, europeo e, soprattutto in Libia, anche italiano). Potrà ancora accadere tutto e il contrario di tutto, tanto più che i ribelli del Nordafrica sono soli con se stessi, stante la sostanziale ostilità del “primo mondo” all’avvento di democrazie popolari nel sud del Mediterraneo. In queste brevi note ci siamo limitati a parlare solo della parte nordafricana del mondo arabo, rimandando a un successivo intervento i casi della parte asiatica. Qui, infatti – e a prescindere dai problemi del regime degli ayatollah in Iran – è in corso anche una fase ulteriore della “riscossa degli sciiti” contro i musulmani sunniti (che tanto confratelli non sono), non solo nella “Mezzaluna fertile”, ma anche nella penisola araba.

Pier Francesco Zarcone
 
27 febbraio 2011
 
dal sito http://www.utopiarossa.blogspot.com/

MARCHIONNE E LA MOZIONE UNO E MEZZO di Lorenzo Mortara

                                      

             MARCHIONNE E LA MOZIONE UNO E MEZZO

                                    di Lorenzo Mortara

Questo testo è già apparso in due altri siti (Utopia rossa e Sotto le bandiere del marxismo) qui è stato arricchito, rivisto e corretto. Può essere interessante riandare alle origini dello scontro Marchionne-Fiom, per affrontare meglio l'evolversi della situazione dopo il referendum su Mirafiori.



Lo scambio epistolare tra Marchionne e i lavoratori avviene in piena mattanza di delegati Fiom. La risposta più alta del massimo sindacato di categoria viene da Giorgio Cremaschi, nel bene e nel male il nostro dirigente migliore. Condivido la sostanza del suo articolo se si eccettua l’assunto iniziale: alla Fiat non c’è alcun fascismo, ma solo il volto più genuino del capitalismo. E bisogna batterlo. Tutto qua. Certo, abbatterlo sarebbe meglio, ma nelle condizioni in cui siamo oggi, è fondamentale una prima chiara vittoria dopo anni di sconfitte. Alla Fiat le premesse ci sono tutte: il flop del plebiscito referendario a Pomigliano, la repressione a Melfi e a Mirafiori e gli scioperi in risposta degli operai. Chiunque abbia anche solo la più pallida idea di cosa sia quella specie di lager della Fiat, sa che scioperi spontanei non sono facili da organizzare. Quando vengono fuori da soli vuol dire che il grado di consapevolezza e combattività dei lavoratori è relativamente alto. In effetti è proprio così, il problema è vedere se ai piani alti della Fiom saranno in grado di percepire il segnale e ritrasmetterlo, moltiplicato, a tutto il comparto decisivo dei metalmeccanici. Per ora, e non poteva essere diversamente, registriamo il ritardo dei nostri dirigenti sulla combattività dei lavoratori. Landini vuol difendere lo sciopero e la malattia, aprendo le porte ai turni massacranti  (1). Deve aver confuso il diritto alla mutua in caso isolato di malattia, con il dovere natural-durante di ammalarsi. Alla stessa maniera, fa fin sorridere la presa di posizione in favore del diritto di sciopero. L’unico modo per difendere il diritto di sciopero è farlo non appena qualcuno osi metterlo in discussione. Landini vuol difendere il diritto di sciopero dall’alto di una burocrazia che si riserva da anni il dovere di non proclamarlo praticamente mai. Tutta qua la Fiom barricadiera. Non parliamo poi dei massimi dirigenti della Cgil. Epifani  invita la Confindustria a ritornare sui suoi passi e a ritirare i licenziamenti perché teme il rischio di radicalizzazione. Chi rischia, s’è dimenticato di aggiungere, sono i padroni, noi infatti dalla radicalizzazione abbiamo solo da guadagnarci diritti epocali come lo Statuto dei Lavoratori eccetera. Radicalizzazione vuol dire mobilitazione, ed Epifani e la Mozione 1 da lui rappresentata non sono altro che la parte di Cgil contraria ad ogni mobilitazione. Normale quindi la posizione di Epifani. È la Mozione 2, quindi la Fiom in testa, che ancora non scioglie gli ormeggi e si attarda in sterili denunce. Essendo un coacervo di gente seriamente intenzionata a lottare per i propri diritti mischiate con tante altre trovatesi al suo interno per caso, la Mozione 2 non può che riflettere lo stallo delle contraddizioni interne alla Fiom. La Mozione 2 va ribattezzata col suo vero nome: Mozione uno e mezzo !    (2)
Parte della Fiom si limita a piagnucolare come una femminuccia di fronte alla repressione dei suoi delegati. Tocca ai più coscienti, stare alla loro testa, aiutandoli a migliorarsi. Quattro licenziamenti sono un buon segno, significa che i delegati Fiom si stanno muovendo abbastanza bene. È chi non viene licenziato che dovrebbe spiegarci che razza di delegato sia. Non è un disonore essere ancora al proprio posto, ma certo un sindacato come un delegato che non abbia mai rogne col padrone, prima o poi dovrà spiegare ai lavoratori a chi offra il suo servizio. E non sarà facile convincere gli operai della sua buona fede.
La parte più attiva della Fiom non stia lì a piangersi addosso, faccia reintegrare quanto prima i nostri eroici soldati, nel frattempo li metta a servizio della sua struttura perché affilino il loro spirito critico. Le lacrime isteriche vanno lasciate, al massimo, ai sostenitori della Prima Mozione! Saranno perfette, tra l’altro, per i loro occhi da coccodrillo.
La lettera di Marchionne, se confrontata con la risposta dei lavoratori, è emblematica: la coscienza dei padroni è ancora immensamente superiore rispetto alla nostra. Se i nostri massimi dirigenti non aiuteranno i delegati a colmare il divario, non saranno mai all’altezza dello scontro. E senza essere all’altezza dei padroni, non ci eleveremo mai al di sopra della schiavitù salariata.
Quella di Marchionne, è la solita lettera che tutti i padroni scrivono dal 1800. È ideologia borghese allo stato puro. Se le ideologie fossero davvero finite, sarebbe finita anche la loro. E se è viva e vegeta la loro, vuol dire che la nostra non è affatto morta, è solo assopita, sepolta tra le macerie delle innumerevoli sconfitte degli ultimi anni. Alla prima vittoria importante tornerà fuori più forte e robusta di prima.
Oltre ai soliti luoghi comuni riassumibili in “siamo tutti una grande famiglia”, Marchionne scrive che «non ci sono alternative». In effetti è proprio così: alternative non ce ne sono, ma per i padroni, non per i lavoratori. L’alternativa per i lavoratori sono loro stessi. Quest’alternativa si materializzerà non appena accetteranno di battersi senza compromessi, fino in fondo contro Marchionne. «Le regole della competizione internazionale – scrive ancora il vecchio idolo di tanti burocrati – non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono». Non male per essere l’ultimo arrivato tra i pompati grandi uomini del Paese! Tutti i più grandi uomini della Storia, dalle Alpi alla Sicilia come dalle Ande agli Urali, hanno fatto di tutto pur di poter cambiare anche solo di una virgola il mondo, lui è il primo che pretende entrare nella leggenda delle scimmie lasciandolo fermo e immobile, a immagine e somiglianza della giungla pietrificata che c’ha nella testa! È evidente, dunque, che quelle di Marchionne sono solo manie di grandezza, perché in concreto, dietro il maglioncino, c’è solo un’altra bestia dello zoo safari fiera d’essere entrata per sempre, alla prima lettera d’ammissione, nella pattumiera umana della Storia.
Per fortuna, solo Marchionne e quelli come lui non hanno la possibilità di cambiare le regole di una competizione senza regole, perché anche se fingono di non amarle, in realtà le adorano come il più ridicolo dei feticci. Quando Marchionne dice che nessuno può cambiare le regole del mercato, intende soltanto nessun padrone. E nessun padrone può cambiare le regole, perché ognuno di loro vuol sfruttare senza pietà gli operai. In effetti, dietro il carattere impersonale del mercato che Marchionne vorrebbe indipendente, oggettivo e assoluto, ci sta solo la volontà collettiva, di classe, degli interessi di tutti i padroni. Perché se volessero, nessuno vieterebbe loro di accordarsi per elevare salari e diritti su scala internazionale. Se non lo fanno non è perché è impossibile, ma perché gli è impossibile volerlo. E ci mancherebbe pure che i padroni volessero cambiare le regole di un gioco truccato che fa vincere sempre e solo loro. Sono i lavoratori e soltanto loro che possono e devono cambiarle. Anzi, a essere più precisi, non devono solo cambiarle, ma proprio farle sparire dalla circolazione per sostituirle con un socialismo eccezionale. Compito arduo per i lavoratori, del resto se fosse facile sarebbe simile in tutto e per tutto a quelli che si è imposto Marchionne, ma per quanto arduo sia non sarà impossibile se non si faranno più illusioni di fronte alla letteratura pubblicitaria degli amministratori delegati a liquidare la Fiat. La lettera dei delegati della Fiom, purtroppo, di illusioni, se ne fa ancora molte. È una pia illusione credere che in Italia manchi una politica industriale dagli anni ’60. Un’altra politica industriale non esiste, né esisterà mai. Per i padroni, una buona politica industriale è quella che dà buoni profitti. Basta guardare quanti ne hanno fatti negli ultimi vent’anni per capire che la loro politica industriale non è solo buona, ma ottima. Ed è per questo che a loro essere competitivi non basta. A loro, tagliare per primi il traguardo della competizione non frega un tubo se questa non porta profitti. Alto o basso che sia, il salario non mina la competizione di una fabbrica in grado di stare sul mercato come quella di Melfi. Dal salario, però, dipende il profitto. Più è alto il salario, più si abbassa il profitto e viceversa. Ecco perché Marchionne vuol schiacciare il più possibile il salario. Schiacciare il salario è la migliore delle politiche padronali e bisogna prenderne atto. Altre politiche sono un’eccezione che confermano le normali politiche di tutti i Marchionne del mondo.
Quello che manca, ad essere generosi dagli anni ’80, è una politica sindacale. Ma la politica sindacale, in assenza di un partito, è la politica stessa per quanto monca della classe operaia. Ai tempi belli ma tristi dei 35 giorni alla Fiat, qualche anima audace propose, inascoltato, la riduzione dell’orario di lavoro. Sono passati 30 anni da quella sconfitta, 30 anni di ritardo della classe operaia sulla necessità impellente dell’accorciamento della giornata lavorativa. E la riduzione dell’orario, è in sintesi la politica della classe operaia. Alla Fiat del 2010 ci sono di nuovo le condizioni per provare a metterla in pratica. Manca solo un piccolo sforzo. Basta che i delegati Fiom, per un po’ di inchiostro simpatico, non si sottomettano al Marchionne-pensiero. È la propaganda di Marchionne penetrata fin nelle loro teste, senz’altro le migliori che abbiamo, a fargli scrivere che “non si tratta di contrapporre lavoratori e imprenditori”. In realtà, si tratta proprio di contrapporre lavoratori e imprenditori. E sono proprio loro, i delegati della Fiom, che hanno la grande responsabilità di farlo. Gravissimo errore sarebbe non sobbarcarsela.
Quando i Marchionne scrivono le lettere che scrivono, non si rivolgono mai ai lavoratori, ma a sé stessi, agli altri azionisti e al cinismo che li tiene tutti uniti contro gli operai. L’Amministratore Delegato, ha in pratica scritto una lettera d’amore al suo portafogli.
Alla stessa maniera, la risposta dei delegati Fiom deve rivolgersi ai lavoratori, non ai Marchionne. Non è lui che deve essere invitato a venire in mezzo agli operai. Stia pure lì dov’è a raccontarsi allo specchio le sue favole. Sono i delegati che devono stare in mezzo ai lavoratori per stringersi assieme a loro nella lotta serrata contro di lui. Quando i Marchionne dichiarano guerra, infatti, non bisogna cercare mille scappatoie pur di evitarla, ma provare una buona volta a vincerla. Tutta la classe operaia aspetta una grande vittoria da più di trent’anni. I lavoratori della Fiat hanno una grande occasione per farle riprovare quell’ebrezza perduta. I delegati della Fiom non la sprechino con altre inutili chiacchiere. Coraggio, allora, audacia, audacia e ancora audacia...!
E noi, piccoli delegati di provincia? Non possiamo proprio fare niente per aiutare i delegati metropolitani? Di norma sono i grandi centri industriali a trascinarsi dietro le periferie meno importanti. Questo non vuol dire che dobbiamo starcene con le mani in mano ad aspettare che si muovano alla Fiat. Anzi, prima muoveremo il nostro “cantone”, prima i grandi centri industriali, alleggeriti dall’inerzia della provincia, accelereranno a razzo la lotta di tutta la classe italiana verso il traguardo della prima grande vittoria del nuovo millennio.


Lorenzo Mortara
Rappresentante Fiom-Cgil
Rete28Aprile

Vercelli, 18 Luglio 2010
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NOTE

1) Si veda La Repubblica di Venerdì 2 Luglio 2010


2) Debbo la paternità dell’espressione al genio di Roberto Massari. Non ho resistito e l’ho fatta subito mia, tanto la trovo calzante. Spero che questa nota basti a saldare il debito col compagno editore.

sabato 26 febbraio 2011



           CHI HA PAURA DELLA RIVOLUZIONE IN LIBIA? 
                           
                                     di Dario Salvetti



“I disordini mediorientali non devono culminare in regimi rivoluzionari .
Il loro idealistico romanticismo dei moti può venire rimpiazzato da un Robespierre o da un Lenin”
Barak, Ministro della Difesa israeliano


Secondo la vulgata il marxismo è accusato di avere troppa fiducia nella natura umana. E' un'accusa che respingiamo cordialmente. Ci sforziamo di considerare l'essere umano nella sua materialità: spinto alla conservazione o al progresso dalle stesse condizioni sociali in cui sviluppa la propria coscienza.
Però, sì, una cosa è vera. Noi marxisti riteniamo fermamente che tali condizioni sociali possano mutare rapidamente l'inerzia, accumulata in decenni o addirittura secoli, in movimento. Riteniamo che questo processo possa essere in occasioni rare talmente forte da generare sbalzi improvvisi, nella coscienza degli individui, nei rapporti tra le classi, cancellando in pochi giorni Stati e regimi. Questi momenti sono rari, ma solo nel senso che hanno spesso bisogno di una lunga incubazione per il proprio sviluppo.
Sono le rivoluzioni, il reale motore della storia. Le rivoluzioni stanno al marxismo come un'eruzione sta alla vulcanologia, un terremoto alla teoria della tettonica a zolle. Un vulcanologo non cessa di classificare un vulcano perché non erutta da secoli, un sismologo registra le piccole scosse che preparano enormi terremoti. Così noi siamo rivoluzionari, comprendendo come i momenti di inerzia preparino le contraddizioni che portano ad un'esplosione rivoluzionaria. Il nord Africa che abbiamo conosciuto finora non esiste più. E non è stato cambiato da nessuna forza se non dal puro intervento delle masse sulla scena politica. Quelle stesse masse, grezze, disorganizzate, inconsapevoli, sono oggi la forza più viva sulla faccia della terra. E, sì, tutto questo conferma che la politica rivoluzionaria è la cosa più reale che ci sia al mondo.
Assistiamo però ad una strana distorsione. Una distorsione che altro non sappiamo che classificare come figlia delle sconfitte e preparatrice di nuove sconfitte. Per chi si è abituato a concepire il comunismo come puro spirito di apparato, come la parola del leader onnisciente, come i gradi di un generale pluridecorato o come un sistema tenuto in piedi da un potente apparato di servizi segreti, le masse sono semplicemente incapaci di autonomia, di coscienza propria, un proprio coraggio e perfino una propria capacità di costruzione. La distorsione consiste in questo: correnti di pensiero nominalmente comuniste nemmeno riescono a riconoscere una rivoluzione. La storia non è mossa dal movimento di massa, ma dal complotto di potenti apparati. Se un popolo si sveglia, qualcuno deve aver tramato perché questo accadesse. Se un apparato statale crolla, questo deve avvenire per il complotto di un altro apparato statale.
Così si spiega quindi cosa avviene in Libia. Così, però, cessa di essere spiegabile qualsiasi processo rivoluzionario, la cui caratteristica è proprio quella di distruggere il potere esistente senza possedere nessuna arma iniziale che non sia la mobilitazione delle masse.
Se poi si considera che ogni potere reazionario è in contraddizione con altri poteri altrettanto reazionari, la rivoluzione può sempre apparire come un gioco delle parti. La rivoluzione del 1905 indebolì la Russia contribuendo alla sua sconfitta contro il Giappone. La rivoluzione del febbraio 1917 diede il potere ad un Governo guidato da un principe zarista. E in fondo la rivoluzione dell'ottobre 1917 non favorì gli imperi centrali, Austria e Germania, liberandoli da un fronte di guerra? Per anni la vulgata nazionalista ha presentato l'intera rivoluzione russa come un complotto del Kaiser tedesco, con Lenin inviato appositamente a scatenare il crollo dell'impero nemico. Il paradosso è questo: Stati che non sono sufficientemente forti per sconfiggere i propri avversari, diventano onnipotenti al punto da telecomandare milioni di persone, tanto da preferire scatenare una rivoluzione piuttosto che vincere una guerra.
Noi non neghiamo che l'imperialismo abbia tra le sue armi la propaganda, né che questa propaganda in alcuni casi possa prevedere lo sviluppo di finti partiti, movimenti politici e persino proteste di piazza. E' il caso del movimento di opposizione a Chavez nel 2002 o della rivoluzione arancione in Ucraina. Ma la consistenza di questi movimenti si commenta da sola. I pagliacci anti-chavisti non avrebbero resistito ad un bombardamento di pernacchie, figuriamoci a quello dell'aviazione regolare. Il coraggio e l'isteria dei movimenti eterodiretti dall'imperialismo è proporzionale alla rete di soldi, squadracce malavitose, clamore mass-mediatico che li circonda. Senza questi elementi, si sciolgono come neve al sole. Tali movimenti hanno sempre e solo una regola: la massa deve rimanere passiva anche quando appare in mobilitazione. Deve manifestarsi rapidamente con clamore mediatico per poi sparire nel nulla lasciando campo agli specialisti del golpe. Se tra l'altro una intera popolazione fosse disponibile a farsi mobilitare alla morte contro una società o un Governo, rimarrebbe in ogni caso da spiegare come questa società abbia permesso simile sviluppo.

E' questo quello che vediamo in Libia?



                                   Lo Stato si disgrega

Questo articolo non ha la pretesa dell'ultima ora. Mentre scriviamo lo scontro è nelle strade di Tripoli. Il regime di Gheddafi non è ancora caduto, ma poco o niente lo potrebbe salvare. Gheddafi ha un maggior grado di indipendenza dall'imperialismo. Senza dubbio. Ma questo lungi dal rendere la situazione più controllabile per l'imperialismo stesso, l'ha resa più complicata.
Gli Usa da tempo tramavano per rimuovere Mubarak. I documenti di Wikileaks lo dimostrano. Ma lo facevano non per preparare una rivoluzione, ma per prevenirla. Dopo una serie di tentennamenti hanno pregato Mubarak di andarsene per non radicalizzare la rivoluzione stessa. Con Gheddafi questo non è stato possibile. Gli interessi economici della cricca di Gheddafi sono strettamente collegati al controllo del potere politico in Libia, alla possibilità di usare questo potere per contrattare gli accordi petroliferi o sul flusso migratorio.
Questo spiega la ferocia con cui il regime ha deciso di resistere. E l'ha dovuto fare basandosi su due elementi tipici di chi non ha appoggio tra la popolazione: l'aviazione e l'utilizzo dei mercenari. Il bombardamento aereo è tipico di chi non può sostenere lo scontro sul terreno. E' un'arma più consona in verità ad un esercito straniero di occupazione. Sono stranieri del resto i mercenari di cui il “patriota” Gheddafi si sta servendo. Ne sarebbero arrivati 4mila solo il 15 febbraio. Aviazione e mercenari sono accomunati da un elemento: per ragioni logistiche o di lingua non entrano in sintonia con la folla. Sono quindi gli ultimi settori repressivi su cui basarsi.
L'imperialismo comprende cosa significhi questo: sotto i colpi di questa resistenza insensata, Gheddafi non sta favorendo la difesa dello Stato ma al contrario ne sta accelerando la disgregazione. Gli Usa e l'Europa sono interessati a rimuovere Gheddafi, ma desiderano un apparato statale su cui appoggiarsi. Ecco perché tanta fretta nelle condanne, nel provare a stringere legami immediati con qualcuno degli insorti sul campo.
Ma per il momento l'apparato statale è in pieno disfacimento. Lo è ai vertici, dove addirittura si sta ammutinando la ristretta cerchia dirigente attorno a Gheddafi: martedì si sarebbe dissociato da Gheddafi anche il Ministro degli Interni.
Lo è soprattutto nelle zone liberate. Esiste quasi una legge. Tanto più settori dello Stato tardano a differenziarsi da un regime e a rimuoverne il vertice con una riforma o una congiura di palazzo, tanto più un movimento popolare tende a identificare il regime con lo Stato e rimuovendo uno, fa piazza pulita anche del secondo. Così si può dire che rivoluzione e semplice cambio di regime sono spesso due processi paralleli in cui uno cerca di battere l'altro sul tempo.
Tutti gli organi di informazione descrivono le zone dove il regime è crollato come prive di Stato. L'ordine è garantito da comitati rivoluzionari, le armi sono in mani ai civili che le usano al servizio delle decisioni collettive di tali comitati. Il Sole 24 Ore di oggi – venerdì 25 febbraio – descrive così Bengasi: “i comitati popolari che hanno assunto l'amministrazione di diversi quartieri del centro, riescono a mantenere l'ordine e la sicurezza. Numerosi i soldati e i poliziotti passati dalla parte degli insorti. (...) Alle porte della città ci si imbatte nel primo check-point di militari. Ci consegna due volantini: 'Cari fratelli mussulmani, sparare in aria spaventa donne, anziani e bambini ed è pericoloso.' Il documento avverte sulle conseguenze dell'uso improprio di armi leggere e pesanti in mano a giovani inesperti, consiglia di consegnare le armi ai comitati della rivoluzione e conclude dicendo di salvare le munizioni per fronteggiare un eventuale attacco. 'Ce lo aspettiamo ma saremo pronti' conclude un avvocato che, ancora vestito con la sua toga, da qualche giorno si è improvvisato vigile urbano.”


                               Gheddafi anti-imperialista?

Che ragione avrebbero gli imperialisti per mettere in moto un simile processo? Gheddafi non era – l'abbiamo già detto – un loro pupazzo. Li costringeva a pagare dazio per fare affari in Libia. Ma questi affari si facevano e mai come ora profumatamente. Dal 2003 la Libia ha stretto più che mai i propri legami con l'imperialismo, con piani per privatizzare 360 aziende statali. Nel 2006 la Libia ha chiesto di entrare nell'Organizzazione mondiale del commercio. La penetrazione del capitale straniero ha rapidamente accelerato negli ultimi due anni e mai come in questo momento necessitava della stabilità del regime per approfondirsi. I recenti trattati tra Italia e Gheddafi, inaugurati dal centrosinistra e resi folcloristicamente noti al grande pubblico da Berlusconi, ne sono solo una dimostrazione.
Il Pil libico dipende per il 60% dalla produzione petrolifera. Consulenti economici internazionali avevano iniziato a invadere la Libia per sviluppare gli altri settori dell'economia. In particolare il turismo aveva grandi margini di crescita. I rapporti economici erano reciproci e mutui. La famiglia Gheddafi si poneva come intermediaria della rapina del proprio paese da parte dell'imperialismo e investiva i guadagni “di commissione” nelle stesse imprese occidentali. Simile processo è ben visibile in Italia visto che, per una volta, il nostro imperialismo era ben sistemato al banchetto. Secondo la Marcegaglia, il capitale italiano esporta in Libia per 2 miliardi e mezzi di euro ed importa per circa 10 miliardi. L'Italia dipende per il 24% dal petrolio e per il 12% dal gas proveniente dalla Libia. Impregilo è impegnata per contratti per oltre 1 miliardo di euro nella costruzione di infrastrutture in Libia e Federmeccanica afferma che l'1% dell'intero settore dipende dalla Libia. A sua volta la famiglia Gheddafi attraverso il fondo di investimento Lia (Lybian Investment Authority) possiede il 2% del capitale di Finmeccanica, il 14% della Retelit -società di Telecom Italia -, il 7,5% della Juventus e ben il 21% di Olcese. Si calcola che solo un trentaseiesimo degli investimenti effettuati in Libia sarebbero assicurati. Per il capitale il regime di Gheddafi era una certezza priva di rischi.
Eppure il regime libico mantiene una confusa fraseologia rivoluzionaria e antimperialista a cui Gheddafi non ha rinunciato nemmeno in questi giorni. Ma questo, lungi dallo spiegare la natura attuale di questo regime, ne spiega le origini. Secondo la leggenda, il giovane colonnello dell'aviazione, Gheddafi, sarebbe stato incaricato di accompagnare in volo dei dignitari libici ad un ricevimento di una compagnia petrolifera nel deserto. Al ricevimento sarebbe rimasto colpito dallo sfarzo e dal servilismo dei funzionari libici, decidendo di effettuare un colpo di Stato. Così tra il 31 agosto e il 1 settembre 1969 depone Re Idris. Il nuovo regime è ispirato dal panarabismo progressista di Nasser e procede immediatamente alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere, costringendo negli anni tutte le grandi compagnie a ricontrattare sulla base di nuovi rapporti di forza la loro penetrazione nel paese.
Regimi come quello di Gheddafi rispondono in maniera distorta ad una legge storica. Nei paesi capitalisticamente meno sviluppati, lo sviluppo economico nazionale può essere assicurato solo nella lotta contro l'imperialismo. Ma quest'ultimo non è nient'altro che il mercato capitalista nella sua fase suprema di sviluppo. Ecco perché non vi può essere alcuna lotta contro l'imperialismo che non tocchi i meccanismi stessi del mercato. Ecco perché una rivoluzione anti-coloniale o anti-imperialista può vincere solo se si trasforma senza soluzione di continuità, in modo permanente, in una rivoluzione di natura socialista.
Gheddafi non è l'interprete cosciente di questo processo, ma ne è l'espressione distorta. E' il prezzo da pagare perchè la rivoluzione coloniale non sia stata portata avanti da forze classicamente comuniste. Ma se Gheddafi è solo la distorsione di una legge storica, a questa legge non può comunque sfuggire. Oggi il suo regime non crolla perché troppo avverso all'imperialismo, ma perché ad esso troppo legato. La maggiore penetrazione del capitale internazionale ha reso la Libia più dipendente dalla crisi internazionale del capitale.
Vi sono diverse tesi paradossali tra chi sostiene che gli Usa avrebbero preparato a tavolino la rivoluzione: le rivolte sarebbero causate dall'inflazione scoppiata a causa della stampa di carta moneta effettuata dalla Federal Reserve per far ripartire l'economia. E' vero, ma questo lungi dal dimostrare l'esistenza di un piano cosciente, dimostra che lo stregone imperialista ha perso il controllo delle forze da esso generate. Ogni rimedio alla crisi ne prepara un'altra.
Saremmo dunque di fronte alla preparazione di un intervento militare? Diversi commentatori lo affermano. Noi non siamo nella testa degli strateghi americani o europei, ma una guerra o un'occupazione militare della Libia sarebbero una follia, anche dal punto di vista imperialista. Innanzitutto nemmeno gli Usa hanno la forza o le risorse umane per sostenerla. Spendono 7 miliardi di dollari al mese solo per la propria presenza in Iraq e Afghanistan. Ma soprattutto lo sbarco di un solo reparto di soldati americani radicalizzerebbe la rivoluzione in tutto il nord Africa. È molto più probabile che vi sia un tentativo di penetrazione più mirato, mascherato da operazioni di polizia, difesa degli stabilimenti produttivi stranieri o con missioni umanitarie per portare beni alimentari o medicinali. Detto questo, i comunisti saranno in prima fila nell’opposizione ad ogni intervento imperialista in Libia, Tunisia, Egitto e in ogni altro paese del mondo arabo.
Un intervento della Nato, tuttavia, cercherebbe in prima istanza di reprimere l’insurrezione in Bengasie in tutte le altre città che si sono rivoltate contro Gheddafi, per ristabilire l’ordine capitalista.



                                           E dopo?

Tutti i principali commentatori borghesi denunciano la possibilità che sulle macerie del regime libico avanzi il fondamentalismo islamico e la disgregazione statale della Libia.
Il sociologo Khaled Allam, ex esponente del Pd e ora in odore di Terzo Polo, con diverse apparizioni su Libero e Il Giornale, tuona dalla colonne del Sole 24 Ore: “La frammentazione tribale ed etnica può portare alla secessione e favorire l'infiltrazione di Al-Qaeda”. Curiosamente è ciò che va dicendo anche Gheddafi. L'organo di stampa della Confindustria si dichiara preoccupato per il fatto che il nuovo che avanza nei paesi arabi si possa intrecciare con il vecchio: lo scisma millenario tra Islam sunnita e sciita.
Noi non neghiamo in assoluto questa prospettiva. Solo diciamo questo: in bocca della borghesia, queste non sono preoccupazioni ma minacce. La borghesia gioca qua un doppio ruolo. Con una mano suona l'allarme e con l'altra è pronta ad appiccare il fuoco. La disgregazione territoriale, con la scissione della Cirenaica dalla Tripolitania, il fanatismo religioso o tribale sono esattamente le carte che l'imperialismo giocherà per deviare questa rivoluzione dalle sue basi sociali. Questi scenari non si affermerebbero come figli legittimi di questa rivoluzione, ma come prodotto di una sua sconfitta.
In diversi a sinistra in questi giorni agitano il rischio di un modello 1979 iraniano: una rivoluzione sociale scippata e dirottata da un mostruoso regime teocratico. Ci si permetta di notare di sfuggita il cortocircuito logico. Gli stessi gruppi stalinisti che sostengono il regime iraniano in nome del suo ruolo antimperialista, denunciano in Libia il rischio di un nuovo 1979. Ciò che successe nel 1979 non fu il portato naturale di quella rivoluzione, ma il risultato degli errori del partito comunista iraniano nel corso della rivoluzione stessa. Nel nome della teoria delle due fasi, delle unità anti-imperialiste, il partito si alleò e aprì la strada alle forze fondamentaliste.
Oggi queste rivoluzioni fanno ulteriormente piazza pulita di queste teorie. La rivoluzione partita in Tunisia non si è riflessa in un rafforzamento di Gheddafi o del Governo iraniano, ma in un loro indebolimento. Questi regimi tremano di fronte alla rivoluzione alla pari dei fantocci americani in Arabia Saudita o in Baharain. E questo la dice più lunga di qualsiasi trattato di geopolitica. E Israele? Non dovrebbe forse gioire nel vedere la Lega Araba scossa da simili convulsioni? Israele è impaurita tanto quanto la monarchia saudita. Prova a esorcizzare la paura gridando al pericolo iraniano. E l'Iran attraversa il canale di Suez con proprie navi militari. Ma entrambi i paesi cercano solo di tornare alla propria normalità, dirottando l'attenzione dal fronte sociale a quello militare.
Riconoscere la rivoluzione per quello che è non ci serve a vincere una disputa teorica, ma a imbastire un'azione e una prospettiva pratica. Tutte le forze mondiali si getteranno sulla rivoluzione libica per spingerla su un sentiero piuttosto che un altro. Sarebbe paradossale che i comunisti non facessero altrettanto. Dopo la liberazione politica, i movimenti in nord Africa inizieranno a porsi il problema della liberazione sociale. Chi ha messo in discussione la propria vita non l'ha fatto per tornare in quartieri con il 70% di disoccupazione, privi di scuole e università, con stipendi che arrivano a 400 dollari mensili per un ingegnere. La rivoluzione passerà in maniera permanente dalla lotta contro il vecchio regime, a quello contro l'imperialismo e contro la propria stessa classe dominante.
In Tunisia ed in Egitto questi sviluppi appaiono sicuramente più classici ed evidenti che in Libia. Noi non sappiamo se queste rivoluzioni vinceranno. L'ostetrica non sa fornire le analisi del bambino durante il parto e tanto meno ipotizza il suo futuro scolastico o lavorativo. Si preoccupa innanzitutto di favorire il parto

25 Febbraio 2011
dal sito  http://www.marxismo.net/


      LE VERE CAUSE DELLE RIVOLTE IN NORD AFRICA
                               di Domenico Moro

Le rivolte che, partite dalla Tunisia, si sono estese in tutto il Nord Africa sono state spiegate dai media nostrani, secondo l’ideologia democratica occidentale, come rivolte contro il dispotismo. Tale categoria, però, non spiega perché “despoti” al potere da quaranta anni siano stati messi fuori gioco in poco tempo, né la diffusione rapidissima del contagio in un’area molto vasta. Le cause di quanto sta avvenendo sono senza dubbio molteplici e complesse, ma certamente vi giocano un ruolo importante il modo in cui sono state gestite la crisi mondiale e la globalizzazione.
Il centro del sistema capitalistico mondiale, gli Usa, ha scelto di risolvere la crisi, di cui è stato epicentro nel 2007, mantenendo i tassi d’interesse sul denaro vicini allo zero e procedendo all’immissione di una massa enorme di denaro nel sistema economico mediante il cosiddetto “quantitative easing”. Questo consiste nell’acquisto di titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari da parte della Banca centrale Usa, cui è stata aggiunta la proroga, per 800 miliardi di dollari, degli sgravi fiscali dell’epoca Bush. In questo modo lo Stato Usa ha rilanciato il Pil (nel 4° trimestre 2010 al 3,2%) e i profitti delle imprese (+35%) e delle borse, specie di Wall street, che non chiudeva in rialzo per nove settimane di fila dal ’95. [1] Si tratta però, come accaduto a seguito della crisi del 2001, di una crescita drogata che non risolve la crisi, anzi la aggrava, aumentando il gigantesco debito pubblico, e lasciando inalterata la forte disoccupazione (10%). [2]

Il quantitative easing non risolve la crisi ma soprattutto la estende agli altri paesi, essendo gli Usa al centro del sistema finanziario internazionale. L’effetto più importante della manovra del governo Obama è la diffusione a livello mondiale dell’inflazione. Infatti, l’enorme liquidità creata trova impiego nelle attività speculative di borsa, che garantiscono profitti maggiori, anziché nell’attività produttiva. Infatti, l’industria manifatturiera Usa non ha neanche lontanamente risolto la forte sovrapproduzione alla base dello scoppio della crisi e, del resto, negli Usa è sempre meno importante. La liquidità in eccesso si è così diretta verso il mercato speculativo dei contratti futures sulle materie prime, di cui si è evitata accuratamente la regolamentazione promessa all’epoca dello scoppio della crisi. La speculazione sui contratti futures, come avvenuto già nel 2008, ha innescato un aumento esponenziale di tutte le materie prime, delle quali molte, specie quelle cerealicole, hanno il loro centro di scambio mondiale proprio al Chicago Mercantile Exchange, che è la roccaforte della finanza Usa e la borsa dove si scambiano più opzioni e futures.

Tra gennaio 2010 e gennaio 2011, le materie prime energetiche sono aumentate del 20,4%, i metalli del 28,3%, e le materie prime alimentari del 32%. I maggiori aumenti sono stati registrati dal grano (62%) e dal frumento (58,7%). [3] In particolare, i prezzi di mercato del grano sono passati da 177,5 dollari a tonnellata del 2° trimestre 2010 ai 326 dollari del gennaio 2011. [4] Pur essendo vero che il mercato del grano è stato influenzato dalle pessime condizioni atmosferiche e dai cattivi raccolti di alcuni paesi esportatori, come Russia e Australia, è però altrettanto vero che la volatilità dei mercati è la condizione migliore per chi specula con i futures. Del resto, persino il caffè, che non c’entra nulla con l’Australia e la Russia, è cresciuto ai massimi da tredici anni.

L’aumento delle materie prime alimentari ha avuto un impatto maggiore nei paesi più poveri, dove una quota molto maggiore del reddito viene spesa in alimenti. Mentre in Italia la spesa alimentare ammonta al 17,5% dei consumi, in Egitto raggiunge il 48,1%. L’impatto peggiore si è avuto proprio in Nord Africa, perché è l’area più lontana dall’autosufficienza alimentare e la maggiore importatrice di grano mondiale (21,4 milioni di tonnellate), seguita dal Medio Oriente (18,72 tonnellate). In particolare, l’Egitto, verso il quale la Russia ha recentemente interrotto i rifornimenti, è il primo importatore mondiale, e l’Algeria, che prima di essere convertita alla monoproduzione energetica era un esportatore netto di cerali, il secondo. [5] Di conseguenza, in queste aree i prezzi dei generi alimentari sono incrementati vertiginosamente (del 20% in Algeria).

L’aumento dei prezzi alimentari è stato, però, il detonatore che ha innescato una situazione già esplosiva. A questo proposito dobbiamo farci una domanda: perché le rivolte avvengono nel Nord Africa, che, secondo l’Ocse, ha fatto registrare negli ultimi anni uno dei tassi di crescita maggiori del mondo? Proprio l’Egitto, ad esempio, è cresciuto nel 2010 del 5,4%. Il vero problema di questi paesi non è il mancato sviluppo, bensì il modello di sviluppo che vi si è affermato. Quello del Nord Africa è un boom economico senza diffusione del benessere. In Algeria, ad esempio, c’è povertà e disoccupazione sebbene il paese galleggi sopra enormi riserve di petrolio e soprattutto di gas, e lo Stato, grazie alle esportazioni, detenga ben 150 miliardi di riserve. Nonostante gli investimenti produttivi esteri e le risorse naturali possedute, in questi paesi il divario sociale si è aggravato, perché lo sviluppo si è fondato sui bassi salari e sulla mancanza di diritti per i lavoratori, mentre i ricchi, in Egitto ad esempio, sono stati beneficiati con un’aliquota massima sull’imponibile del 20%, una tassazione da paradiso fiscale. Le delocalizzazioni occidentali e la globalizzazione del mercato mondiale, dunque, hanno beneficiato solo le imprese e le banche straniere e ristrette élite locali. La funzione di queste ultime è stata quella di garantire ai capitali occidentali, specie francesi, italiani e britannici, un impiego conveniente e l’accesso allo sfruttamento delle materie prime. Proprio la contraddizione tra lo sviluppo e la realtà di povertà ha creato il terreno favorevole alla rivolta, che ha avuto contenuti sociali ed economici molto evidenti.

In definitiva, negli ultimi anni si è verificato uno sviluppo dipendente, subalterno a quegli stessi Paesi occidentali che oggi parlano ipocritamente di democrazia e che condannano la violenza di “despoti” fino a ieri appoggiati in tutti i modi e considerati controparti affidabili. La debolezza e la repentina caduta di queste élite è dovuta proprio al fatto di essere pressoché semplici intermediari degli interessi esteri. In qualche caso, saliti al potere con il concorso decisivo dei servizi segreti europei, come Ben Alì in Tunisia grazie ai servizi italiani. Se “a parte le forze armate lo stato egiziano ha fondamenta fragili come la sabbia” [6], è per via della natura dipendente dello Stato egiziano. Se le forze armate, il nocciolo di ogni potere statale, in Egitto sono l’unico potere rimasto è perché sono strettamente collegate all’esterno del Paese, in particolare agli Usa, che le hanno finanziate per trenta anni con 40 miliardi. [7] Non a caso il capo di stato maggiore egiziano, dopo aver dimissionato Mubarak d’accordo con gli Usa, si è impegnato “a rispettare tutti i trattati internazionali e regionali”, senza neanche sognarsi di eliminare la legge di emergenza in vigore da 30 anni. [8] Altro che democrazia. Del resto, sono stati molti i leader occidentali ed europei a esprimere l’opinione secondo cui gli egiziani non siano ancora pronti per la democrazia.

Oggi, il tentativo occidentale in Nord Africa e soprattutto in Egitto è quello di gestire i sommovimenti in corso dandogli uno sbocco che, proprio attraverso l’esercito, garantisca un trapasso indolore per gli interessi della Ue e degli Usa. Questi ultimi, poi, possono far valere come leva egemonica sui Paesi dell’area, oltre alla loro potenza militare, il loro ruolo di principale esportatore mondiale di cereali. In particolare, nel 2010 l’Egitto è stato la quinta destinazione dell’export Usa di grano e la quarta di frumento, rispettivamente con incrementi del 129% e del 59% rispetto al 2009. [9] In questa fase, con molta probabilità, da parte degli Usa c’è anche la volontà di sfruttare la situazione per ridefinire gli equilibri nell’area mediterranea, riaffermando un ruolo egemonico appannatosi negli ultimi anni.

Il principale nemico dei popoli arabi e nord-africani è chi sta dietro i “despoti”, ovvero quello che possiamo chiamare neoimperialismo, che non si basa sul controllo diretto del territorio, come il vecchio imperialismo colonialista. L’imperialismo odierno si fonda sul controllo per procura dell’economia e delle materie prime e scarica, attraverso i mercati finanziari, le sue contraddizioni, la crisi in primo luogo, sui paesi periferici. Il punto, dunque, non è la rivendicazione di una democrazia astratta, ma la rivendicazione di rapporti sociali e internazionali di tipo diverso.
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NOTE

1. Marco Valsania, “Wall street festeggia e sfora quota 12mila”, Il sole24ore, 27 gennaio 2010.

2. Morya Longo, “Alta liquidità e profitti doping di Wall Street il Dow a quota 12mila”, Il sole24ore, 30 gennaio 2010.

3. International Monetary fund, Indices of Market Prices for Non Fuel and Fuel Commodities, 2007-2010. http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table2-020911.pdf

4. International Monetary Fund, Actual market prices for Non Fuel e Fuel Commodities, 2007-2010. http://www.imf.org/external/np/res/commod/Table3-020911.pdf

5. United States Department of Agricolture. In Roberto Bongiorni, La minaccia del grano incombe su Cairo e Algeri, Il sole24ore, 27 gennaio 2011

6. Alberto Negri, “Egitto paralizzato Ondata di scioperi per salari e lavoro”, Il sole24ore, 15 febbraio 2011.
7. Alberto Negri, Esercito arbitro del nuovo corso, Il sole24ore, 2 febbraio 2011.

8. Alberto Negri, L’esercito egiziano rassicura il mondo: rispetteremo I trattati, Il sole24ore, 2 febbraio 2011.

9. United states Department of Agricolture. Top 10 U.S. export market for wheat, corn, soybeans and cotton by volume. www.ers.usda.gov./Data/Fatus/

dal sito  http://www.marx21.it/

venerdì 25 febbraio 2011

COMUNICATO STAMPA


                       "SOSTENERE LA TRANSIZIONE
                       DEMOCRATICA NEL MEDITERRANEO,
                  ACCOGLIERE E PROTEGGERE I RIFUGIATI"



                                   Comunicato stampa del Tavolo Asilo

Gli enti e le associazioni di tutela riuniti nel Tavolo Asilo ritengono che quanto stia avvenendo in Libia e in altri paesi del Maghreb costituisca un evento storico di enorme portata che va considerato non solo in relazione al probabile intensificarsi di arrivi di rifugiati verso l’Europa, ma in primo luogo guardando alle enormi potenzialità positive, sul piano economico, sociale e culturale che si aprono, per l’Europa nel suo complesso e per i paesi del Mediterraneo in particolare, a seguito della caduta di quei regimi corrotti e violenti che per decenni hanno dominato l’area.
L’Europa e l’Italia hanno il dovere di sostenere concretamente l’avvio dei processi di trasformazione democratica in questi paesi e, con senso di responsabilità debbono evitare allarmismi e il possibile diffondersi, nella popolazione italiana ed europea, di sentimenti di paura verso coloro che fuggono dalle violenze in atto. Al contrario, è il momento di realizzare, anche con il concorso delle istituzioni locali e della società civile, iniziative di accoglienza e di solidarietà e l’avvio di programmi di aiuto ai paesi interessati per un ritorno il più rapido possibile alla democrazia.
In particolare è necessario garantire un efficiente sistema di soccorso in mare, anche in acque internazionali, come avvenuto in passato seguendo la migliore tradizione del nostro Paese, evitando tassativamente ogni operazione di contrasto e respingimento in mare degli arrivi, attuata direttamente, con uomini e mezzi italiani, o indirettamente, con appoggi logistici a unità militari e di polizia dei paesi interessati dalla crisi. Una simile ipotesi costituirebbe una scelta foriera di tragedie.
Va naturalmente garantito l’accesso alla procedura ­di asilo, nel rispetto rigoroso del principio di non refoulement. Si preveda inoltre una forma di protezione temporanea per tutti coloro che fuggono dalle aree di crisi .
Va certamente sollecitata una concertazione europea per evitare che l’Italia ed altri paesi della sponda sud dell’Unione si trovino a dovere gestire da soli una situazione di crescente emergenza. Tuttavia va anche ricordato che l’Italia ha avuto nel corso del 2009 e del 2010 un numero modestissimo di domande di asilo e che è nelle condizioni di potere fare fronte ai propri obblighi internazionali in materia di protezione dei rifugiati rispetto ad un numero di arrivi di gran lunga maggiore rispetto alle attuali presenze.
E' indispensabile garantire una protezione immediata e adeguata accoglienza alle persone in fuga, nel rispetto degli strumenti previsti dalle leggi vigenti.
L’attuale scenario di crisi va gestito predisponendo dei piani di accoglienza straordinari senza però stravolgere l’attuale procedura di asilo, preservando il buon funzionamento di un sistema di accoglienza, nel rispetto dei principi minimi previsti dalle direttive comunitarie in materia.
Inoltre, va evitata un’applicazione generalizzata di misure di detenzione, specie se arbitrarie, a chi chiede protezione poiché ciò stravolgerebbe il principio fondamentale del diritto dei richiedenti asilo ad un’accoglienza in condizioni di libertà.
In particolare va evitato di ricorrere solo o prevalentemente a strutture di grandi dimensioni, poiché l’esperienza ha ampiamente dimostrato come la gestione di dette strutture risulti assai costosa e comprometta in partenza una buona relazione con il territorio. Si ritiene vi siano invece tutte le condizioni per privilegiare un’accoglienza diffusa, facilmente attivabile in tempi brevi e a costi contenuti anche ricorrendo alle esperienze già consolidate nel sistema degli oltre 130 comuni italiani aderenti allo SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)
Le associazione e gli enti che sottoscrivono questo appello esprimono altresì una profonda preoccupazione per l’annunciato trasferimento nel nuovo centro di Mineo (Catania) dalla natura giuridica non definita, dei richiedenti asilo già presenti presso gli attuali Cara (centri di accoglienza per richiedenti asilo). Tale misura, che minerebbe alle fondamenta il buon funzionamento del sistema asilo costruito faticosamente nel corso degli ultimi anni, non appare conforme alle vigenti normative sulle procedure di esame delle domande di asilo, neppure alla luce della decretazione d’urgenza.
Chiedono infine che l’Italia, anche in ragione del suo ruolo privilegiato di partner con la Libia, assuma un maggiore e più incisivo ruolo internazionale per fare cessare immediatamente l’attuale massacro in quel Paese e comunque sospenda l’efficacia del Trattato di amicizia tra Italia e Libia non sussistendo più nessuna delle condizioni per la sua attuazione.

Acli, Arci, Asgi, Casa dei Diritti Sociali, Centro Astalli, Cir, Comunità S. Egidio, Fcei, Senza Confine

Roma, 25 febbraio 2011
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