giovedì 27 ottobre 2011

PRIME CONCLUSIONI DELLE ELEZIONI IN ARGENTINA



PRIME CONCLUSIONI DELLE ELEZIONI IN ARGENTINA
di Guillermo Almeyra



Cristina Fernández Kirchner (CFK) ha ottenuto quasi il 54 % dei voti in elezioni generali in cui si doveva scegliere non solo il presidente e il vicepresidente ma anche senatori e deputati nazionali e provinciali, governatori delle province e sindaci. È così la prima donna che è stata eletta due volte presidente, ma anche quella che ha ottenuto il maggior numero di voti nella storia delle elezioni presidenziali argentine, con il maggiore distacco (più del 35% dei voti) dal secondo.

CFK ha anche ottenuto in entrambe le camere una maggioranza assoluta, insieme agli alleati del suo partito, il Frente para la Victoria (FPV), e di conseguenza anche la direzione delle commissioni, cosa che le permetterà di presentare e fare approvare senza ostacoli le leggi che riterrà necessarie, mentre finora non riusciva a far approvare lo stesso bilancio. Ha conquistato ugualmente otto dei nuovi governi provinciali in palio, e ha ottenuto il controllo delle assemblee provinciali e dei comuni in cui ha presentato candidati.
Per quanto abbia ottenuto tutto ciò grazie all’appoggio diretto dei baroni e notabili del FPV, che sono di destra, e grazie all’incapacità e alla frammentazione dell’opposizione, originariamente appoggiata dalla maggioranza delle classi dominanti e del capitale finanziario internazionale, oltre che da tutti i loro mezzi “di informazione”, il successo elettorale è soprattutto suo.
Il grande capitale, che riteneva l’opposizione inutile e incapace, ha approfittato della sua relativa svolta a destra e pur senza appoggiarla ha avuto un atteggiamento aperto, possibilista, e cerca ora di ottenere più concessioni, in attesa di vedere chi saranno i nuovi ministri. Anche La Nación e il Clarín hanno ridotto i loro attacchi.
Per queste ragioni CFK avrà le mani libere, nel governo e nell’apparato del partito, nello stesso modo in cui questi – pur sottomessi ora al suo arbitrio – avranno comunque campo libero nelle istituzioni.
Cristina dunque sottomette il partito, il governo, le istituzioni alla sua volontà, mentre il FPV a sua volta domina l’apparato statale; formalmente l’Argentina sembra una specie di Cuba o di Venezuela, senza dichiarazioni “socialiste” e con una politica internazionale molto moderata su tutti i terreni, ma latinoamericanista, unionista e integrazionista.
Per capire meglio i risultati senza precedenti di queste elezioni, conviene tenere in conto che il paese sperimenta da otto anni una crescita economica rapida (8% dal 2010) che è al di sotto solo di quella della Cina e dell’India, cosa che ha permesso di ridurre la disoccupazione, il lavoro nero, la miseria, fornire sussidi ai consumi e ai servizi, investire e costruire opere pubbliche.
(Insomma, il “default” del 2001 non ha rappresentato una sciagura! Nota del traduttore)

Bisogna anche considerare che tutti gli argentini vedono con preoccupazione la crisi capitalistica mondiale e temono che possa propagarsi al paese attraverso crisi in Brasile o nel Mercosur, che danno per scontate. Di conseguenza nel voto, più che una speranza in un futuro migliore, c’è stato un poderoso e massiccio elemento di conservazione di quanto si è ottenuto in questi anni, esorcizzando la possibilità di retrocedere verso il neoliberismo più duro. Inoltre il voto per CFK è interclassista e ha motivazioni opposte.
Gli industrali e i grandi capitalisti, che sono stati molto favoriti dalle politiche governative che hanno assicurato loro sostegni di ogni genere, come i sostanziosi sussidi ai servizi e agli alimenti, ma soprattutto la pace sociale (attraverso il controllo burocratico-corporativo dei sindacati di massa), hanno votato per la continuità abbandonando i partiti di opposizione, anche perché il governo si propone di sviluppare, per esempio, un ambizioso piano di industrializzazione, che prevede la costruzione di un auto popolare molto economica (l’AIPA), fatta con componenti prevalentemente argentine, una progettazione nazionale, e che dovrebbe essere elettrica.
Da parte loro le classi medie urbane, soddisfatte dal boom delle costruzioni e dei consumi, si sono unite in un voto “cristinista” alle classi medie rurali, che non avevano mai guadagnato tanto, e che per questo hanno abbandonato la loro precedente opposizione, quando era state dirette dai grandi produttori di soja e mobilitate contro le trattenute di imposta sulle esportazioni di grani.
CFK ha naturalmente vinto anche nei settori operai, che hanno ottenuto in questi anni salari migliori, più lavoro, e che temono di perdere quello che hanno ottenuto, ma ha vinto anche nell’insieme della classe media del paese, cosa che spiega il 54% ottenuto. Invece la somma di tutti i partiti dell’opposizione ha ottenuto un 10% in meno della presidente rieletta.

CFK non è Perón: non ha un progetto, e, soprattutto, non si appoggia sui lavoratori organizzati controllando un apparato sindacale corporativo e facendo concessioni salariali, ma anche di potere, in tutte le imprese. Questo peronismo era morto già nel 1952, tre anni prima della fuga di Perón. Il “giustizialismo”, che lo rimpiazzò, già da decenni non supera il 30-33% dell’elettorato. Dunque, se CFK ha ottenuto il 54% vuol dire che quasi la metà dei suoi voti non sono tradizionalmente peronisti: sono kirchneristi, cristinisti, e li controlla lei, non la destra che controlla gli apparati dello Stato e del partito. Per questo lei imporrà la sua volontà su questi apparati, cercando di modificarli, o di sostituirli con un gruppo ad hoc di giovani burocrati fedeli.
I voti “extra” vengono dal disastro della Unión Cívica Radical, provocato dalla sua politica rabbiosa da “gorilla”, e dalla sua alleanza con il capitale finanziario, con i produttori di soja e la destra criminale peronista; o vengono dallo sprofondamento del gruppo di “Pino” Solanas, dai settori più poveri del movimento conservatore che appoggia Mauricio Macri nella capitale, dal settore “progressista” che seguva socialisti e comunisti (questi ultimi sono diventati kirchneristi-cristinisti senza alcun pudore). Insistiamo: non ha trionfato il peronismo, nonostante la stanca retorica di CFK e di quelli che ancora cantano l’inno che dice: “¡Perón Perón, qué grande sos…! ¡vos combatís al capital!” (Perón, quanto sei grande! Combatti il capitale!).

CFK comanda su un apparato che dipende da lei, ma non è fedele né a lei, né a nessuno, e si appoggia su una enorme maggioranza che le dà la forza, ma che non è riproducibile.
Non può neppure tentare di presentare una mistica o la caricatura di una dottrina (la cosiddetta “terza posizione” peronista, che offriva spunti per tante barzellette).
È l’espressione di una enorme e rilucente bolla, nata, per così dire, da due vuoti che si sommano: la carenza di una sinistra appoggiata su una coscienza di classe della maggior parte dei lavoratori e degli sfruttati, e la frammentazione e sterilità di un’opposizione che non può neppure dire quello che pensa, perché rimarrebbe ancor più ridotta e fatta a pezzetti. Il cristinismo è un “peronismo light”, e la sua egemonia ideologica è in realtà quella della versione locale di quell’aborto chiamato “progressismo” latinoamericano, che consiste in una miscela dell’estrattivismo e del neosviluppismo con le politiche neoliberiste, ma applicate dall’apparato statale come principale attore nel mercato nazionale e mondiale.
CFK assumerà ora, e più di prima, il ruolo di Grande Decisionista, concentrando nelle sue mani perfino la nomina di un bidello in una scuola. Come conseguenza si scontrerà con le resistenze di chi verrà spostato, e con le pressioni delle diverse camarille e “famiglie”, nel governo e nel FPV. Bisognerà poi vedere chi nominerà alla testa del gabinetto e, soprattutto, al ministero dell’Economia, per vedere se questo ruolo “al di sopra delle parti” lo avrà anche al di sopra dei settori e delle classi dominanti (come la UIA, Unión Industrial Argentina, la Coordinadora Rural, il settore finanziario) e se il suo nuovo potere le permetterà di imporre un controllo dei cambi per evitare la fuga di capitali, e fare votare il monopolio (o almeno il controllo) del commercio estero. Bisognerà vedere che farà sul piano internazionale per ottenere fondi per mantenere la crescita, creare nuove infrastrutture (soprattutto energetiche) e investire per mantenere l’occupazione senza indebitare il paese.

La destra peronista (Rodríguez Sáa, Duhalde, Narváez) è eterogenea, ha troppi capetti che si scontrano tra loro, e si frammenterà. Alcuni resti andranno al FPV e altri vegeteranno. La Unión Cívica Radical ha perso i governi provinciali, ed è appena, e da lontano, il terzo partito; mantiene solo alcune amministrazioni in qualche capitale di provincia, e alcuni deputati, senatori e consiglieri, ma si sta avvizzendo a vista d’occhio. Hermes Binner, con il suo eterogeneo blocco (il Frente Amplio Progresista) anche se non è della destra, ma un uomo di centro o centrodestra, sarà il possibile candidato scelto dalla destra tradizionale neoliberista ai fini della propria ricostruzione. Molti “progressisti” sinistreggianti e intellettuali che si sono uniti a CFK saranno respinti quando costei, per mantenere la sua maggioranza, rinforzerà il suo autoritarismo e svolterà in direzione di un accordo più esplicito con gli industriali e con la finanza e, se la situazione economica provocasse tensioni, ricorresse alla repressione antioperaia.

Ci dovrebbe quindi essere un ampio margine per la sinistra.

Se il FIT (Frente de Izquierdas y de los Trabajadores), lasciata dietro di sé la campagna elettorale che gli ha consentito di essere ascoltato da larghi strati di lavoratori, capisse che non è ancora il vero Fronte di Sinistra di cui ci sarebbe bisogno, perché la sinistra va molto al di là di quelli che sono o si dicono trotskisti, se rafforzasse gli elementi che uniscono quelli che ne fanno parte, senza cadere per questo in un dottrinarismo settario, potrebbe fare un grande salto in avanti. Per questo dovrebbe aprirsi contemporaneamente all’azione comune con altri settori non trotskisti (come il Frente Darío Santillán, i diversi raggruppamenti studenteschi di sinistra, i settori della Gioventù Sindacale o altri che pure hanno votato per CFK) proponendo la lotta per obiettivi concreti. E dovrebbe presentare un programma d’azione che parta dalle necessità concrete dei lavoratori e degli sfruttati, con proposte credibili e praticabili, per creare una cultura di massa anticapitalista e per aiutare tutti a saldare la lotta per la liberazione nazionale con l’internazionalismo e il socialismo. Se il FIT si orientasse en questa direzione, facendo un salto teorico e organizzativo, quel mezzo milione circa di voti di persone che l’hanno ascoltato e appoggiato, potrebbe essere un seme fertile e fruttificare con abbondanza nel campo che si è aperto per i prossimi mesi e anni.

25 ottobre 2011

traduzione di Antonio Moscato

dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org

mercoledì 26 ottobre 2011

DEL MARXISMO, DI PREVE E DELLE SUE SCIOCCHEZZE


DEL MARXISMO, DI PREVE E DELLE SUE SCIOCCHEZZE
di Lorenzo Mortara



In una risposta al forchettone rosso Turigliatto,  Trotzkismo, populismo, mitologia progressista dell’unanimità delle masse, “primavera araba 2011”, Libia 2011, Siria , c’è tutta la pomposa vuotaggine dei professori di marxismo come Costanzo Preve che non sono mai usciti dall’accademia. Preve stima molto Turigliatto, addirittura onesto, a suo dire, «per avere osato votare contro i crediti di guerra, finendo espulso dal partito in cui il fantoccio Bertinotti saltabeccava nei salotti romani vaticinando che la parola “comunismo” era diventata “indicibile”». Preve vuol discettare sul trotskismo, lanciandogli la solita accusa di essere pura metafisica, tanto fuori dalla realtà da non toccarla mai. E certo chi vede in Turigliatto, fantoccio di Bertinotti e disonestà fatta a forma di compagno, chissà quale suo oppositore, la realtà la legge davvero in maniera impeccabile. Chi esalta Turigliatto per avere osato votare contro una volta, dovrebbe anche indignarsi contro lo stesso senatore per aver accettato di votare a favore tutte le altre. Soprattutto dovrebbe chiedersi cosa significhi un voto contrario in mezzo a un mare di voti a favore. Votando contro i crediti di guerra, i realisti che vedono solo la facciata delle cose, credono che Turigliatto abbia votato contro la missione di guerra in Afghanistan, in realtà Turigliatto ha votato solo a favore di sé stesso, della sua pubblicità (1).
Con queste premesse, già possiamo indovinare dove andranno a parare le critiche di Preve al trotskismo. L’istinto accademico gli fa scegliere Turigliatto come avversario perché Turigliatto non è un marxista o è solo un marxista delle balle. Preve non lo sa così come non sa cos’è il marxismo, per cui è incapace di orientarsi nel mare dei marxismi, finendo per scegliersi quello più adatto alla sua mediocrità intellettuale.

Preve comincia la sua critica al trotskismo piagnucolando come una donnicciola per la scarsa considerazione che ricevono i suoi scritti. Apparentemente sembra fare spallucce, in realtà senza il conforto di accademici e altri tromboni del pensiero critico, Preve sarebbe morto. Se invece è vivo è perché non è vero che non sia preso in considerazione. Al contrario, non c’è piccolo borghese di sinistra che non veda negli scarabocchi di Preve la quintessenza della genialità. La risposta di Turigliatto ne è la riprova. Perché allora Preve si descrive come un ex “eretico” trasformato ora in “apostata”? Perché gli serve questa posa da anticonformista per dare chissà quale tono alternativo ai suoi scritti. Se fosse sincera la sua indifferenza all’isolamento, sarebbe molto più preoccupato di essere preso in considerazione da Turigliatto che di rimanere da solo. In effetti solo i Turigliatto possono davvero prendere in considerazione Preve, l’idolo dei tanti Fusaro che crescono come funghi nella crisi del capitalismo. Preve cerca un dibattito tra idee, perché è fuori della sua portata ricercare la loro origine sociale, il loro interesse di classe corrispondente, per cui già solo per questo fatto, per il marxismo, discutere di Preve ha la stessa importanza che discutere se sia meglio avere un insignificante fiorellino in più o meno nel proprio giardino d’infanzia cerebrale.
Preve è più grato a chi lo trova “delirante” anziché “stimolante”. Purtroppo per lui non è né l’uno né l’altro. Preve in verità non è niente. Almeno per noi proletari. Purtroppo è qualcosa per i piccoli borghesi, e siccome spesso idee piccolo borghesi s’infiltrano nella nostra testa, ci tocca occuparci almeno una volta anche di questo parvenu, offrendo il nostro modesto contributo per disinfestare il nostro campo dalla sua gramigna.

In questa sua risposta a Turigliatto, Preve parla di un sacco di cose, siccome però non cita mai niente, non si sa bene dove se la prenda col trotskismo e dove invece le sue accuse siano rivolte ad altri. Perciò qui si prenderà in considerazione solo la parte espressamente dedicata a noi, lasciando da parte tutto il resto di critiche a non si sa chi, tanto più che sono di una noia mortale.

Non si può rispondere più di tanto al Preve che pensa di aver scoperto chissà cosa nella soppressione della dicotomia Destra/Sinistra. Lo stesso dicasi al Preve che ci rivela che nelle rivoluzioni le masse si dividono in due (a volte anche in tre e più...). Noi marxisti non lo sapevamo e ringraziamo cotanta sapienza. Quello che Preve non sa, è che dopo aver scoperto masse rivoluzionarie e controrivoluzionarie, per sapere quali rappresentino le prime e quali le seconde, basta vedere da che parte si schieri il filosofo accademico, per schierarsi immediatamente dall’altra parte ed essere sicuri al 100% di stare dalla parte giusta. Indovinate, infatti, che posizione Preve ha preso sulla Rivoluzione Libica? Contro gli insorti ovviamente, a suo dire «controrivoluzionari razzisti linciatori di africani», in realtà semplici rivoltosi che non corrispondono mai allo schemino preconfezionato delle rivoluzioni che tutti gli idealisti hanno nella testa, per poterle bollare di non corrispondere ai loro sogni.


L’ESSENZA DI PREVE

La metodologia di Preve è quella solita della borghesia: non critica Trotsky per quello che ha detto ma per quello che ha capito lui dalla sua interpretazione per nulla originale. Il pensiero trotskista è sempre riportato indirettamente, sfido poi che nessuno di noi abbia mai voglia di prenderlo in considerazione, perché dover perdere tanto tempo dietro cotanta codardia intellettuale? Invece no, da insopportabile intellettualoide pressappochista di marxismo, Preve si incazza se non gli si risponde, convinto com’è di aver scoperto chissà quale nuovo filone del pensiero. Ne viene che alla fine Preve spaccia per critica al trotskismo quelle che in realtà sono solo le sue opinioni senza capo né coda su questo e su quello. Né più né meno di quello che uno può dire quando si alza al mattino leggendo le prime notizie sul giornale. La discussione è da bar, si scioglie come lo zucchero nel caffè e lascia il tempo che trova.
Secondo questo genio, la radice della critica di Trotsky alla burocrazia sovietica sta in Bakunin. E sta in Bakunin perché così ha deciso lui, non per altro. Fin qui, per umana pietà, potremmo quasi soprassedere, se non fosse per il resto:

" Davanti ad un negozio semivuoto si fa la coda, per regolare la coda ci vuole una guardia armata, e la guardia armata si serve per prima. Questo è il “paradigma” semplificato del trotzkismo. Esso suggerisce implicitamente la soluzione economicistica per cui in condizioni di sviluppo e di abbondanza delle forze produttive, la guardia armata diventa inutile.
Si tratta di un errore teorico profondo, che presuppone una concezione economica “finita” fondata sul Bisogno. Ma il capitalismo non si fonda sul progressivo esaudimento dei Bisogni, ma sulla produzione illimitata dei Desideri. Con una terminologia mutuata dalla Scienza della Logica di Hegel, il Bisogno fa parte della Logica dell’Essere in generale (la produzione e il consumo in generale), ma il Desiderio fa parte della Logica dell’Essenza, che è una negazione determinata dalla semplice Logica dell’Essere (si pensi al comunismo di Negri e Hardt, ricavato concettualmente dall’antropologia del desiderio di Deleuze).
Il succo del discorso è che non ci sarà mai un momento in cui lo sviluppo delle forze produttive renderà possibile l’estinzione dello Stato (tesi marxiana utopistica da me non condivisa) e renderà superflua la mediazione detta “burocratica”. "

Che guazzabuglio! E questo sarebbe, secondo il giovane Fusaro – perfetto erede di questo residuato preistorico – il più grande filosofo vivente?
Quello che per Preve è il succo del discorso, in realtà è la scorza del marxismo che lui non è riuscito nemmeno a scalfire. In effetti, il capitalismo si fonda sulla produzione illimitata di merci e, per induzione, di bisogni. Non solo, il carattere sempre più esclusivo dell’appropriazione privata della ricchezza e della contemporanea spoliazione di masse enormi di popolazione, renderà sempre più necessario lo Stato alla borghesia per costringere con la forza i proletari a sottostare all’autorità del suo ordine. Se il capitalismo fosse eterno, eterno sarebbe anche lo Stato. Gli è che lo Stato che deve estinguersi non è lo Stato capitalistico, bensì quello operaio. Lo Stato capitalistico proprio perché progressivamente non può estinguersi ma solo rafforzarsi, deve essere abbattuto in un colpo solo con la rivoluzione proletaria. Sostituito con uno Stato operaio la cui base è una produzione socialista, pianificata e abbondante ma non costretta per forza a crescere all’infinito, questo Stato potrà benissimo estinguersi. Anche perché non è la crescita infinita che costringe il capitalismo a servirsi del suo Stato, bensì l’infinito accaparramento privato delle risorse. Perché, col socialismo, ammesso si riesca a crescere all’infinito, anche la ripartizione sarà infinita. Infatti, una ricchezza infinita e illimitata, divisa per “N” numero delle persone, darà sempre una ricchezza illimitata e infinita per ciascuno. Invece, col capitalismo, una ricchezza illimitata e infinita limiterà sempre al salario minimo o poco più la ricchezza della razza proletaria, perché il resto dell’infinita ricchezza sarà sempre in mano all’illimitata ingordigia del borghese. Fa sempre una certa impressione scoprire come possa esserci qualcuno, come Fusaro, il quale crede che possa essere il più grande filosofo vivente un poveretto incapace di afferrare anche solo le prime nozioni di matematica elementare. Preve può mutuare da chi vuole l’essenza del Bisogno, ma come tutti i borghesi non si rende conto di eternare soltanto il suo concetto infinito di Bisogno, di Desiderio e dell’Essere, i quali sono in realtà solo l’essenza storica del profitto del Borghese. Il Bisogno illimitato del profitto, fa parte dell’essenza dell’Essere sotto il regno storico del capitalistico. Finito il suo regno, l’essenza dell’Essere avrà tutto un altro profumo. Anche la puzza dei Preve si estinguerà.

Naturalmente l’obiettore d’incoscienza marxista, ribatterà che siccome dopo la Rivoluzione in Russia, lo Stato non si è estinto, la tesi di Marx va rigettata. Noi marxisti abbiamo già risposto più e più volte a questo problema. Non è il caso adesso di ritornarci su. Chi vuole può leggersi i testi di Trotsky sull’argomento. Preve comunque ne deduce che «la classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria». Non si capisce bene perché dalle premesse sull’infinito bisogno si concluda col carattere non rivoluzionario della classe operaia. Tuttalpiù si potrebbe dire che il proletariato potrà fare la rivoluzione ma non potrà fare a meno del suo Stato. Per noi tutto questo strologare su estinzione dello Stato, classe rivoluzionaria e altre inutili fole è solo una perdita di tempo.
I marxisti fanno congetture su ciò che sarà, basandosi ciò che è attualmente e su ciò che era prima. I borghesi basano quello che è su ciò che sarà secondo le loro fantasie. Per cui non è rivoluzionaria l’unica classe che le rivoluzioni le sappia fare, in quanto lo Stato durerà all’infinito. E siccome il proletariato non è rivoluzionario nonostante sappia fare le rivoluzioni, per abbattere il capitalismo dovrà allearsi a spezzoni sociali più rivoluzionari di lui anche se le rivoluzioni non sanno manco cosa siano. Il fatto è che uno Stato che è infinito, è infinito sia in avanti che indietro, sia nel futuro che nel passato. Avveniristico com’è, Preve, filosofo fantascientifico, non si è accorto che il suo Stato futuribile infinito, è già semi-infinito per la Storia. La Storia non ha visto sorgere l’eterna essenza del Bisogno illimitato fino a quando gli uomini hanno vissuto nel comunismo primitivo, senza bisogno di dividersi in classi. E se gli uomini hanno già fatto a meno dello Stato nel passato, potranno farne a meno anche nel futuro. Questo comunque lo vedremo. Noi marxisti non siamo così preoccupati del futuro dello Stato operaio. Per ora ci basta abbattere quello capitalistico. Del resto ci preoccuperemo dopo. I Preve invece, fanno i marxisti del 3000 proprio perché attraversare mille anni di tempo, vuol dire allontanarsi così tanto dall’attualità bruciante della rivoluzione, da essere sicuri di non riuscire a farla nemmeno per sbaglio.

PREVE IL BUROCRATE

Il crollo dell’Urss è il trionfo teorico di Trotsky. Trotsky fin dagli anni ’20 previde le linee essenziali dello sviluppo dell’Unione Sovietica. Eppure per Preve, professore di realismo, al momento del crollo, i marxisti, che avevano compreso tutto da almeno sessant’anni, «non avevano capito niente». Sentiamo dunque Preve sul crollo dell’Urss. Non tema il professore, non sarò certo io a etichettarlo come stalinista, campista, fascista eccetera. Purtroppo per lui simili epiteti son fin benevoli, anche se la sua presunzione gli fa credere di essere superiore a queste ed altre fetecchie. Ecco comunque Preve:

"Immaginiamoci un bellissimo palazzo, la cui vista è però impedita da apparecchiature, strutture di sostegno, puntelli e ponteggi. Il suo contemplatore estetico, munito magari di una buona guida turistica (metaforicamente, un compendio di pensiero marxista), chiederà di togliere la fastidiosa struttura di sostegno, con i suoi antiestetici ponteggi e puntelli, per poter finalmente vedere il palazzo nella sua interezza. Bene, la struttura di sostegno viene tolta, ed immediatamente il palazzo crolla. Era infatti la struttura antiestetica di sostegno che lo teneva su, non certo le fondamenta e i muri maestri.
Chiunque abbia assistito alla fine dell’URSS nel 1991 e dei paesi fantocci dell’Europa Orientale sa benissimo che è avvenuto questo. Rimossa la burocrazia (in linguaggio trotzkista, lo stato operaio degenerato) l’intero baraccone è crollato, trasformando milioni di persone in mendicanti, esercito industriale di riserva, prostitute se donne giovani e/o badanti se donne di mezza età e anziane. Se ne sono accorti tutti, tranne i trotzkisti occupati a prendersela con il burocrate Fidel Castro (Dio lo conservi!) e con il bonapartista Chavez (Dio lo conservi!)."

Immaginiamoci un manicomio e vedremo apparire Preve davanti ai nostri occhi. Davvero è difficile riuscire a condensare tante cretinate in dieci righe. Innanzitutto chiariamo quel che ha detto Trotsky.

Trotsky sostenne che senza l’abbattimento della burocrazia, questa, facendo sempre più da freno alla pianificazione e impantanando sempre di più la Russia, prima o poi avrebbe cercato la sua salvezza nel ripristino dei rapporti di produzione borghesi capitalistici. Molti quadri dirigenti, paladini del socialismo fino al giorno prima, si sarebbero trasformati nella “nuova” burocrazia di rapina capitalista. La sostituzione dell’economia pianificata con quella di mercato avrebbe portato al crollo vertiginoso dell’economia e della cultura. È precisamente quello che è avvenuto (2). Quello che invece è avvenuto secondo Preve, è avvenuto solo nella sua testa vuota.
In linguaggio trotskista, Stato operaio degenerato non vuol dire affatto burocrazia. La burocrazia è solo la degenerazione dello Stato operaio, lo Stato operaio è la base produttiva, l’economia pianificata. Col crollo del 1989-91 – ormai lo sanno anche gli asini – è questo che è stato rimosso non la burocrazia che è ancora tranquillamente al comando. Il presunto sostegno dello Stato operaio è diventato il sostegno dello Stato capitalistico. E questo dimostra che il sostegno non sosteneva altro che sé stesso, altrimenti non avrebbe smesso di sostenere il suo Stato. È precisamente affondando lo Stato operaio che la burocrazia è rimasta a galla, sul suo cadavere. E l’ha affondato perché sempre più incapace di pianificarne l’economia, nemmeno a suo vantaggio. Eppure per Preve sono le masse ad essere incapaci ad autogestirsi. È davvero una beffa per le masse sapere che il fallimento del Socialismo Reale, non è dovuto a dei “socialisti” burocrati falliti, ma a loro che la gestione economica avevano cominciato a realizzarla anziché a distruggerla.

Non essendo in grado di autogestirsi, il proletariato sarebbe stato quindi salvato dal paternalismo della burocrazia piena d’amore per le masse. Gulag, purghe e tutto il resto sarebbero dunque l’ira per un amore tradito, tradito s’intende dalle masse. E perché la burocrazia si sarebbe presa così a cuore le sorti delle masse? Perché «su quelle basi, non si sarebbe comunque potuto “transire” da nessuna parte» tanto meno al comunismo. Preve, come tutti i dottrinari, è incapace di vedere le cose nel loro insieme, separa le parti come fossero compartimenti stagni. Le basi di cui parla Preve in realtà non esistono. Le basi su cui si è sviluppata l’Unione sovietica sono le lotte di classe nel mondo intero. Partita da una base arretrata, la Russia di Lenin avrebbe potuto tranquillamente allargarla se fosse venuta in suo soccorso una qualche rivoluzione in Occidente. La rivoluzione, purtroppo, non arrivò in tempo, perché sopraffatta prima dalla controrivoluzione. Questo però lo possiamo dire oggi, a giochi fatti, al momento della Rivoluzione Russa nessuno poteva essere sicuro delle pieghe che avrebbe potuto prendere su scala internazionale. Questo basta e avanza per giustificarla. Anche durante la controrivoluzione stalinista, però, non sono certo mancate occasioni per estendere la rivoluzione. Se non sono state sfruttate, è proprio perché il “socialismo in un Paese solo”, è appunto l’unica base necessaria per lo sviluppo della burocrazia e dei suoi privilegi. Quello che per Preve fu un esperimento storico di «ingegneria sociale autoritaria ed egualitaria sotto cupola geodesica (sic!) protetta» fu soltanto lo sviluppo di una società di una casta autoritaria e niente affatto ugualitaria sulla base di un’enorme massa di sfruttati. Tutto qua, non c’è bisogno di ricorrere ai paroloni...

Anche la metafora scelta da Preve è quanto mai infelice. L’impalcatura burocratica mica nascondeva il palazzo delle meraviglie. Tutto il contrario. Quanto più cresceva la burocrazia, tanto più il palazzo sottostante, lo Stato operaio, andava a rassomigliare alla miseria di una baraccopoli. Ecco perché alla fine è rimasta solo l’impalcatura burocratica, perché ormai s’era mangiata tutto comprese le fondamenta e i muri maestri.
Incapace di dare la colpa ai veri responsabili del crollo dell’Urss, Preve scarica la responsabilità su chiunque, marxisti compresi. Per sfortuna di Preve, col crollo del comunismo, noi marxisti c’entriamo ben poco, e se abbiamo contribuito a qualcosa, come pensa ingenuamente Preve, abbiamo contribuito come potevamo alla conservazione dello Stato operaio. L’Urss è crollata da sola, proprio perché senza intervento di alcuno, la burocrazia, come aveva previsto Trotsky, aveva dato inizio ad un processo che in un modo o nell’altro avrebbe riportato al capitalismo. Preve, come tutti i non marxisti, è incapace di vedere le cose in movimento. Il suo cervello schematico può comprenderle solo mummificandole. Non riesce a vederle in divenire, per cui la controrivoluzione avviene per colpa di “ceti medi infiltrati” nello stesso partito comunista sovietico. In effetti è pressapoco così, solo che gli infiltrati erano tutto il partito e si erano infiltrati da almeno 50 anni. Preve si illude che a un certo punto ci siano stati burocrati buoni, Gorbaciov, a difesa della rivoluzione, e burocrati cattivi, Eltsin, alla testa della controrivoluzione. In realtà Gorbaciov, un analfabeta di marxismo con una voglia di liberalismo sulla fronte e un’oca al guinzaglio per le trasferte mondiali, era solo l’altra metà di Eltsin e viceversa. Entrambi erano elementi di un processo più grande di loro. Se non fosse stato l’uno, sarebbe stato l’altro o un loro successore ancora a ripristinare il capitalismo, perché lo Stato operaio poteva sopravvivere solo abbattendo tutte le belle statuine ingessate nel Cremlino che lo soffocavano. La riprova migliore è la burocrazia cinese, mantenutasi al potere con meno scosse, ma come la sua sorella sovietica passata armi e bagagli dall’altra parte della barricata. Presto, di prove, il filosofo Preve potrebbe averne un’altra, a Cuba, destinata a fare la stessa fine di Russia e Cina, a meno che con la crisi del capitalismo, da qualche parte, sbuchi una nuova rivoluzione.

Riunita la burocrazia buona e quella cattiva nella sola burocrazia esistente, la teoria di Preve si riduce alla burocrazia che si è annientata da sola, suicidata. Ma perché avrebbe dovuto suicidarsi il grande sostegno allo stato operaio degenerato? Perché quello di cui Preve non si accorge è che a conti fatti, lui non sa dirci chi ha tolto il sostegno. La burocrazia non ha tolto il sostegno, ha solo cercato di riformarlo. Non è nemmeno detto che Gorbaciov non sia stato in parte sincero. Ma le intenzioni contano poco quando si è incoscienti di essere un semplice ingranaggio del processo storico. In questo, Preve, davvero va a braccetto degli stalinisti, i quali fin dai tempi di Chruščёv sostenevano l’autoriforma della burocrazia per salvare il sistema. Preve non è proprio uno stalinista, ovviamente, ma ha la loro stessa ottusità di pensiero. La burocrazia in effetti ha provato a riformarsi non per salvare il sistema, ma solo sé stessa. E alla fine per salvare sé stessa ha dovuto suicidare lo Stato operaio. Preve non riesce a capacitarsi di una simile perdita, convinto com’è che questo suicidio coincida con la perdita della sua amata burocrazia, per la quale in fondo ha fatto il tifo per mancanza di più ampie risorse intellettuali.

ALLA DESTRA E ALLA SINISTRA DI PREVE

Ricapitoliamo: la classe operaia non è rivoluzionaria perché incapace di autogestirsi. Lo Stato non può estinguersi perché infinito. Infine la burocrazia sovietica è crollata lasciando al potere non si sa chi, smentendo Trotsky. Che significa tutto ciò in termini marxisti? La classe operaia deve essere deficiente per chi è in cerca di una scusa qualsiasi per appiopparle un padrone qualunque. Lo Stato durerà all’infinito per chi sarà all’infinito un borghese. Ma un borghese gongola per il crollo dell’Unione Sovietica. Se Preve piagnucola per la povera burocrazia buona uccisa dai cattivi ceti medi, è solo perché lui un borghese vero e proprio non è. Preve è anch’esso un piccolo borghese di ceto medio. Come tutta la sua razza ibrida, sta un po’ di qua e di là. Per essere un borghese ben fatto, gli manca il capitale che gli faccia crescere il pelo sullo stomaco necessario per fare la sanguisuga a pieno servizio. Per essere invece un proletario gli manca l’abc della nostra teoria. È questa ignoranza assoluta di fondo che sta a garanzia della sua presunzione davvero insopportabile di avere qualcosa di nuovo da dire. Ma tutte le sue antitesi sono solo ipotesi dell’unica tesi che il marxismo ha appena dimostrato: Costanzo Preve è un controrivoluzionario. Supera la dicotomia destra/sinistra perché rimanendoci dentro rischierebbe di trovarsi in mezzo alla rivoluzione e di dover scegliere una delle due parti. In quel momento, schierandosi dall’altra parte, i suoi sofismi si smaschererebbero immediatamente. Già ora è schierato dall’altra parte nelle rivoluzioni arabe. Ma finché la rivoluzione non arriverà sotto casa sua, la sua eco reazionaria internazionale, non sarà di danno alla sua caratura di provinciale. Dentro la sua accademia, saltando a piè pari destra e sinistra, Preve potrà così continuare la sua opposizione di carta. Destra e sinistra continueranno per la loro strada, essendo solo la versione politica delle categorie economiche Capitale & Lavoro. Finché ci saranno queste due categorie economiche, ci saranno anche una destra e una sinistra. Dire che destra e sinistra sono superate, significa solo che il Lavoro in questo momento non è rappresentato, perché il Capitale sta vincendo. La crisi epocale del capitalismo, aprirà squarci per il riequilibrio dei rapporti di forza. A breve le teorie di Costanzo Preve saranno rimesse al loro posto dalla Storia. In attesa delle unghie della vecchia talpa, speriamo che articoli come questo servano a farle tacere almeno per un po’.

Stazione Dei Celti, Ottobre 2011
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NOTE
1) Tutta l’ipocrisia, l’opportunismo e tutto l’appoggio ai padroni dato in Parlamento dagli eroi della futura Sinistra Critica, Turigliatto compreso e soprattutto, è documentato nell’ottimo testo di Andrea Furlan, Oppositori... dalla parte del governo, contenuto a pag. 285 del libro I Forchettoni rossi, scritto a varie mani dai compagni di Utopia Rossa, e a cura di Roberto Massari – Massari Editore, Bolsena 2007.
Per la verità storica, bisogna ancora dire che Turigliatto non votò proprio contro, semplicemente si assentò. Il significato è lo stesso ma la malizia è doppia.

2) Nell’ultimo numero di N+1  (N°29, Aprile 2011), la rivista di alcuni bordighisti, possiamo leggere:

«Quando è caduta l'URSS vi è stata, all’interno del capitalismo sovietico, una transizione predatoria a cui la popolazione non ha potuto e saputo opporre una lotta conseguente; ebbene, l’assetto successivo ha causato finora almeno 20 milioni di morti. Si tratta di un calcolo propagandistico occidentale basato sulla diminuzione dell’aspettativa di vita, ma è esatto. Anzi, qualcuno sostiene che bisognerebbe aggiungere, alla cifra dei morti, quella dei non nati».

Prendiamo pure questi dati per indicativi, quel che conta è che anche questa è un’ulteriore prova del fatto che Trotsky abbia avuto ragione. Notare inoltre la vaghezza con cui i bordighisti parlano di transizione a non si sa che cosa dal “capitalismo sovietico”, segno che a vent’anni dal crollo dell’Urss non si rassegnano ancora ad aver avuto torto contro il marxismo.

dal sito  http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

lunedì 24 ottobre 2011

PEPPE FONTANA E' FUORI DEL CARCERE!!!!!



In questo blog abbiamo più volte parlato della storia di Giuseppe Fontana. Siamo quindi felici di apprendere del raggiungimento della sua libertà si pure ancora vigilata.

PEPPE FONTANA E' FUORI DEL CARCERE!!!!!
di Roberto Massari


Dopo rinvii e pretesti di ogni genere, Peppe Fontana ha finalmente ottenuto l'affidamento in prova e quindi da oggi è fuori delle mura carcerarie, si spera per sempre. Può tornare nella sua Selinunte, può dormire a casa e può anche recarsi per lavoro in altri comuni. Una sorta di libertà vigilata, che si concluderà entro due anni quando avrà finito di scontare l'intera condanna.
Contando i benefici di legge, il nostro caro e rossoutopico Peppe ha scontato quasi 27 anni di carcere, dei quali ne ha trascorsi effettivamente 17 quasi tutti in carcere duro e in condizioni ultrarestrittive. Due anni fa un suo sciopero della fame si concluse col suo trasferimento nel famigerato carcere di Badu 'e Carros, a Nuoro. Ma proprio in Sardegna Peppe ha trovato l'affetto e la solidarietà di compagni e compagne che gli sono stati molto vicini in questa fase finale della sua prigionia.
Ho seguìto personalmente la vicenda di questo allucinante atto repressivo dello Stato e del Para-stato mafioso dal 1999, facendo volta a volta ciò che mi è stato possibile fare, e non ho parole per condannare l'ingiustizia compiuta verso un uomo che nell'istituzione totale ha osato ribellarsi e sconvolgere le regole del "gioco". Così come non ho parole per esprimere la gioia che provo in questo momento.
A Peppe trasferisco l'abbraccio di tutti coloro che hanno seguìto il corso drammatico della sua vicenda e che, in un modo o nell'altro, chi più chi meno, hanno contribuito a non farlo sentire solo e abbandonato tra le mura del carcere, hanno cioè contribuito ad impedire che la disperazione prendesse il sopravvento sulla ragione.
Ed è in nome di quella ragione che possiamo dire a Peppe: benvenuto nel nostro sistema generalizzato di libertà… vigilata.

24 ottobre 2011

domenica 23 ottobre 2011

GANGSTER IMPERIALISTI di Guillermo Almeyra


GANGSTER  IMPERIALISTI
di Guillermo Almeyra



Un video, pubblicato da Le Monde, mostra Muammar Gheddafi catturato vivo e linciato dai suoi nemici. Quindi non è morto in un bombardamento della NATO mentre era in un convoglio in fuga, né in un’ambulanza come conseguenza delle ferite riportate. È stato semplicemente e tranquillamente assassinato, per non portarlo davanti a un qualsiasi tribunale, dato che lì avrebbe potuto raccontare tutto quel che sapeva sulle relazioni tra il suo governo e la CIA, i servizi segreti britannici, Sarkozy e i suoi agenti, o Berlusconi e la mafia; avrebbe potuto anche ricordare chi sono Jibril e Jalil, principali leader attualmente visibili del CNT, e precedentemente suoi fedeli servitori e collaboratori.
La lista dei “limoni spremuti” è lunga: il panamense Noriega, agente della CIA diventato ingombrante, si salvò dal bombardamento che cercava di assassinarlo a Panama e una volta catturato non è mai stato presentato a un tribunale credibile.
Saddam Hussein, agente degli Stati Uniti durante la lunga guerra di otto anni contro i curdi e l’Iran, ha avuto sì un processo davanti a un tribunale, che era però composto solo da servitori e da carnefici. Non è stato possibile conoscere qualcosa della sua difesa politica, e alla fine è stato impiccato in modo oltraggioso. Bin Laden, agente della CIA insieme ai talibani durante la guerra in Afganistan contro l’invasione sovietica, e socio del presidente George Bush nell’industria petrolifera, fu assassinato inerme in una grande operazione gangsteristica e poi gettato in mare perché non parlasse in un processo, e perché neppure la sua tomba potesse servire come punto di riferimento per coloro che in Pakistan e Afganistan rifiutano il colonialismo dei criminali imperialisti. Adesso gli imperialisti franco-anglo-statunitensi hanno utilizzato la barbarie e l’odio intertribale per sbarazzarsi di Gheddafi, che come prigioniero era un pericolo per loro. Il nuovo governo libico, che nascerà dopo una lotta feroce tra i diversi interessi e clan che compongono l’attuale CNT, potrà in questo modo ricontrattare i rapporti di forza tra le differenti regioni e tribù senza il gheddafismo e il tentativo imperialista di sottometterlo, ma ha intanto affogato il passato in un bagno di sangue, e nasce quindi coperto di orrore e di infamia davanti al mondo.
Gheddafi non sarà ricordato dai libici come un nuovo Omar Mukhtar, il leader della resistenza all’imperialismo italiano che fu impiccato dai fascisti. A differenza di quell’eroe, prima di venire assassinato dai suoi ex soci e servi, Gheddafi è stato responsabile anche di molti crimini e di enormi tradimenti. Ma il suo linciaggio ricadrà come una macchia in più sugli esecutori e sui mandanti di quella muta feroce che lo fatto a pezzi applicandogli la selvaggia pena di morte che gli imperialisti riservano ai loro agenti di cui devono disfarsi...

traduzione di Antonio Moscato

21 ottobre 2011

dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/

15 OTTOBRE: UNA FERITA APERTA


15 OTTOBRE: UNA FERITA APERTA

di Stefano Santarelli


La manifestazione degli Indignati, diretta espressione di un movimento internazionale che contesta le scelte di austerità e di tagli alle spese sociali che il grande capitale finanziario vuole imporre alle popolazioni del pianeta, ha prodotto il 15 ottobre a Roma un corteo numeroso e partecipato (probabilmente dalle 250/300 mila persone) come non si vedeva da anni.
Oltretutto le problematiche degli Indignati si intrecciano strettamente con le particolarità della situazione italiana dove si assiste alla crisi di una democrazia borghese malata che non riesce ad espellere dalla guida del paese neanche una figura, ormai anche per lei, totalmente screditata e controproducente come quella di Berlusconi.
Ma una esigua minoranza ha trasformato questa giornata in un vero e proprio incubo espropriando questo movimento del diritto di potere scendere in piazza e di potere gridare le proprie ragioni trasformando così questa manifestazione in un assurdo gioco di guerra con azioni stupidamente violente e con effetti politici totalmente deleteri.
Un metodo politicamente inaccettabile perché compiuto sulla testa di migliaia di manifestanti e che è stato deciso solo da poche centinaia di persone. Un settore questo certamente molto organizzato, molto determinato, ma che non può essere definito come veramente rappresentativo del movimento o di una sua parte e che ha deciso unilateralmente di avviare uno scontro fisico completamente fine a se stesso mettendo in pericolo tutti gli altri manifestanti.
Questa ferita inferta alla manifestazione degli Indignati rischia di essere mortale non solo per lo sviluppo del movimento, ma anche per la stessa sinistra nel suo complesso ed il primo effetto del clima che si è venuto a creare è il divieto per la FIOM di svolgere il sua corteo nazionale che era previsto per il 21. Ed è inutile ricordare che la FIOM ed i lavoratori metalmeccanici rappresentano la punta più avanzata della nostra classe.
Bisogna altresì segnalare la sottovalutazione oggettivamente criminale che il comitato promotore ha avuto nei confronti di questo corteo non preoccupandosi di creare alcun sistema di controllo come un servizio d’ordine per la difesa delle più che prevedibili infiltrazioni di questi Black bloc.
Un vuoto di direzione da parte del comitato promotore che non è stato solo organizzativo, ma anche politico.
Molti manifestanti hanno tentato spontaneamente e coraggiosamente di espellere questa ala violenta, ma con nessun risultato. Infatti non si poteva certamente pretendere da pacifici dimostranti che questi potessero neutralizzare centinaia di uomini armati e ben organizzati i quali si sono mossi come veri parassiti – azzeccatissima questa definizione di Bernocchi- che si nascondevano dentro il corteo.
Come d’altra parte bisogna anche denunciare il ruolo della polizia che si è solo preoccupata di difendere i palazzi del potere permettendo così la violenza incontrollata dei Black bloc in tutto il tragitto del corteo e a San Giovanni dove si doveva concludere la manifestazione ha caricato con i blindati i manifestanti che si erano nel frattempo lì radunati con lo scopo di dare la mazzata definitiva a questa manifestazione.
Sinteticamente questo è quanto è accaduto nella giornata del 15 ottobre.

Ma è necessario a questo punto porre alcune brevi considerazioni.
Negli scontri avvenuti a San Giovanni si sono visti giovani che, di fronte ai pericolosi caroselli che i blindati della polizia hanno attuato contro i manifestanti non hanno avuto nessun timore ad affrontare lo scontro fisico. Provocando per un po’ di tempo una alleanza, non prevista ed inedita, tra i Black bloc e questa ala giovanile.
Infatti è emerso, anche in questa circostanza, il problema di fondo di un malessere giovanile che li porta oggi non solo a protestare perché non vogliono accollarsi il debito delle generazioni precedenti, ma che denunciano il fatto che i debiti e le ricchezze in Italia non sono distribuiti equamente.
Questi giovani a cui è chiuso il mercato del lavoro e che non hanno nessun futuro di fronte a loro vedono la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi i quali oltretutto si guardano bene dal pagare le tasse, caratteristica questa fondamentalmente italiana, al contrario dei loro genitori che sono lavoratori dipendenti o pensionati e che si trovano obbligati a mantenerli.
Un settore giovanile che non è rappresentato in nessuna maniera dalle forze politiche e sindacali della sinistra.
Ed è questo il problema principale che la sinistra tutta deve porsi.
Ma bisogna essere estremamente chiari: la sinistra ed il movimento degli Indignati devono condannare senza nessuna esitazione i Black bloc ed i loro metodi. Essi non sono altro che vari gruppetti caratterizzati da un estremismo inutile e dannoso che non ha un minimo di progettualità rivoluzionaria con la totale assenza di una visione classista.
Non si può non essere preoccupati di un certo giustificazionismo che in alcuni settori di sinistra emerge nei confronti di tali gruppi. Ed è emblematico l’editoriale di Valentino Parlato apparso sul Manifesto il giorno dopo la manifestazione:

A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero stati, ma nell'attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero. Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati.”

Sono le parole che solo un intellettuale che non ha nessun rapporto con la classe dei lavoratori poteva dire.
I fatti di Roma non possono permettere nessun tipo di ambiguità e di giustificazionismo nei confronti di questo settore che si è posto con tali atti vandalici fuori dal movimento e dalla sinistra (semmai ne avessero mai fatto parte).
Non ci troviamo di fronte a “compagni che sbagliano”, ma a nemici di classe e come tali devono essere trattati.


20 ottobre 2011

http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

martedì 18 ottobre 2011

CHI LOTTA PUO’ PERDERE CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO di Antonio Pagliarone



CHI LOTTA PUO’ PERDERE CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO


(una scritta sui muri di Roma 15 Ottobre 2011)
Ovvero: Sull’uso sistematico e razionale della violenza

di Antonio Pagliarone



La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non
è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con
tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia.
La Rivoluzione è un atto di violenza.
Mao Zedong





Era previsto. Tutti sapevano che la manifestazione del 15 Ottobre sarebbe sfociata in scontri di piazza soprattutto gli “indignati” (che dovrebbero essere incazzati) una parte dei quali applaudiva la polizia per incitarla a reprimere quegli odiosi Black Block che stavano devastando la città. Strani questi Black Block, all’inizio erano poche centinaia ma in Piazza S Giovanni si sono viste migliaia di persone aggredire i blindati della polizia che facevano caroselli come quelli visti molti anni fa quando avevo la stessa età dei “giovani teppisti”. Eppure la Grecia è poco lontana, tutti hanno visto i ripetuti scontri di Piazza dei giovani ateniesi ormai ridotti alla fame- per loro il precariato è diventato un sogno. Cosa credete… che i giovani italiani prima o poi non avrebbero capito che per loro non c’è più un futuro in una economia ormai devastata da una speculazione senza fine? Erano pochi, in verità sono sempre stati pochi, ma pochi cosa vuol dire? Ma erano decisi e sprezzanti, avevano vinto la paura innestata da quel maledetto G8 di Genova dieci anni fa. A sentirli parlare i giovani “teppisti” avevano gli accenti più disparati delle regioni italiane eppure sono riusciti a produrre quella “geometrica potenza” tanto cara agli estremisti del passato. Attenzione qualche migliaio di giovani duri non esprimono l’apertura di una fase “rivoluzionaria” ma il fatto che in più di 900 città del pianeta si mobilitassero masse considerevoli di persone che spesso non hanno avuto a che fare con lo spettacolo del gruppuscolarismo del passato, con le gravi responsabilità di aver introdotto le ideologie dell’800 trascinatesi fino alla fine del millennio, o con la miseria dei partiti istituzionali che blaterano di lavoro e di lavoratori, è cosa di non poco conto. Il crollo del sistema economico, che i lavoratori stessi hanno contribuito a sostenere fino ad ora ha generato, come sempre, una spaccatura tra le generazioni ma questa volta credo che la rottura sia insanabile in quanto non esistono più le risorse per poter integrare questi nuovi strati sociali da decenni posti ai margini della società. Allora la reazione è conseguente, solo un imbecille non poteva prevederla oppure un politico criminale esaltato dal suo protagonismo e illuso di essere divenuto un intoccabile. Come al solito le Cassandre cominceranno a pontificare sullo spontaneismo, sulla jaquerie e quant’altro.. poiché manca, secondo loro, quel pugno di “rivoluzionari di professione”, riuniti allo Smolny, pronti a prendere le redini del movimento rivoluzionario. Costoro sono paragonabili proprio a quei “responsabili” democratici che intendono governare la protesta indirizzandola verso i binari del parlamentarismo così prenderanno i loro voti e potranno falciare ulteriormente lo stato sociale con il convinto appoggio di tutte le organizzazioni sindacali. A voglia ad innalzare cartelli contro la politica ed i politicanti, al momento opportuno la massa degli “indignados” andranno a Canossa e voteranno “ob torto collo” per coloro che completeranno l’opera di devastazione in atto. Come al solito il ricatto è “scegliere il male minore” senza rendersi conto che quello minore potrebbe essere fatale quanto quello maggiore.

Fenomeni di rivolta più o meno di massa saranno inevitabili nel prossimo futuro ed avranno una cadenza scandita dagli andamenti dello spread e dai comovimenti di Borsa. Il problema che molti non hanno sottolineato è che si sono già verificati comportamenti violenti da parte di “normali” lavoratori in lotta qua e là sul pianeta, persino nel paese di Pulcinella. La bruttissima abitudine degli intellettuali di sinistra nel dare importanza solo a coloro che sono in grado di prevedere il futuro, come delle vecchie mammane che vanno dalle maghe a farsi leggere le carte, ha ridotto il dibattito e l’analisi della situazione ad una mera ripetizione di luoghi comuni che ormai comuni non sono nemmeno più. Il capitalismo è morto ma non sappiamo come sostituirlo e allora tutti cercano di trovare una “soluzione”; persino i sedicenti marxisti che aspettano come la manna la Rivoluzione purificatrice senza capire che purtroppo soluzioni non se ne vedono. I governi con i loro politicanti navigano a vista ed ogni tipo di intervento porta sempre ad un danno maggiore. La cura della malattia non fa che accelerarne il decorso e allora sarebbe il caso di cominciare a pensare seriamente e con coraggio, dote veramente rara di questi tempi, ad un nuovo sistema economico e sociale superiore al capitalismo che ci aiuterà ad essere pronti al momento opportuno, non come quegli intellettuali chiusi nello Smolny che discutevano di politica quando fuori le masse si scontravano con le guardie zariste.

Oggi i lavoratori e soprattutto i giovani senza lavoro non hanno creato ancora delle forme organizzative efficaci in grado di mostrarci la direzione che un movimento ha intrapreso ma sento che si stiano ripristinando quei rapporti sociali “comunisti” che una volta si manifestavano all’interno delle fabbriche ma che oggi finalmente possono svilupparsi all’intera società. Per poter dare vita a possibili manifestazioni di rapporti sociali di tipo nuovo occorre che coloro che sono più impegnati nel combattere questo sistema irrimediabilmente malato si muovano indirizzando gli strali verso i responsabili di tale sfacelo. I manifestanti di New York non si sono scontrati con la polizia –nonostante ciò sono centinaia gli arrestati in tutte le città degli Stati Uniti - ma si sono concentrati presso Wall Street simbolo della finanza internazionale indicando ai lavoratori americani ciò che rappresenta una minaccia per il loro futuro. Non bisogna andare a manifestare nel centro delle città, nelle strade dello shopping, o di fronte ai Palazzi della politica ma nei quartieri di quei proletari che ogni giorno subiscono pesantemente i provvedimenti dei governi. E’ qui che si possono stabilire quei nuovi rapporti che possono portare ad una riproduzione allargata dei comportamenti cosiddetti “antagonisti” secondo il linguaggio dei militanti. In effetti qualunque fosse stato l’esito del 15 Ottobre sarebbe stato inevitabilmente digerito dal sistema politico. Se la manifestazione avesse avuto un decorso pacifico il governo si sarebbe vantato di garantire democraticamente ogni tipo di opposizione e sicuramente ci sarebbe stato qualche trombone pronto ad appoggiare la contestazione. Gli scontri hanno dato il pretesto di screditare il corteo ponendolo in secondo piano accusando i facinorosi di essere o provocatori, con l’immancabile infiltrato, o addirittura sovversivi pericolosi tanto da giustificare una legislazione di emergenza (non è che si siano spaventati troppo?). In ogni caso l’esito del 15 Ottobre sarebbe stato gestito dal sistema politico in maniera adeguata. Ma forse tutto questo casino ci prepara a qualcosa di diverso così per concludere vorrei riportare una considerazione molto attuale di Ken Knabb, un situazionista americano:

Una situazione radicale è un risveglio collettivo… In tali situazioni le persone si aprono sempre più a nuove prospettive, sono sempre più pronte a mettere in discussione le assunzioni precedenti, sono più celeri nel comprendere il conservatorismo comune… Le persone imparano molto di più sulla società in una settimana che in anni di “studi accademici” o dalla “coscienza sempre crescente” propagandata dai sinistri… Tutto sembra possibile – ed è possibile molto di più. Gli individui ricordano a mala pena ciò che abitualmente esaltavano nei “ giorni passati” … il consumo passivo viene rimpiazzato dalla comunicazione attiva. Strane persone animano accese discussioni agli angoli delle strade, dibattiti continui, nuovi individui prendono il posto di coloro che sono impegnati in altre attività o che cercano di dormire per qualche ora, benché siano di solito troppo eccitati per dormire a lungo. Mentre alcuni soccombono ai demagoghi, altri insistono con le loro proposte e prendono le loro iniziative. Gli spettatori vengono ingoiati in questo vortice e subiscono in maniera sorprendente rapidi cambiamenti … Le situazioni radicali sono rari momenti nei quali possono avvenire dei cambiamenti effettivamente qualitativi Contrariamente dall’essere anomale, esse rivelano quanto siamo continuamente repressi in maniera anomala; esse rendono la nostra vita “normale” come fosse sonnambulismo”.

lunedì 17 ottobre 2011

SEMPRE PIÙ INDIGNATI


Le scene di autentica guerra che hanno contraddistinto la manifestazione degli indignati rendono quasi superfluo ogni commento. Erano anni che Roma non ospitava un corteo così numeroso e partecipato, caratterizzato dal pacifismo dei dimostranti venuti da tutta Italia.
Ma questo nuovo movimento probabilmente è stato spazzato via sul nascere. La rabbia e la protesta impotente dei manifestanti contro la violenza bestiale dei Black bloc ne è stata la triste conferma.
L’intero centro romano è stato teatro di scene di guerriglia senza precedenti: Chiese saccheggiate, vetrine infrante, edifici dati alle fiamme, la storica Piazza di San Giovanni protagonista delle manifestazioni sindacali e politiche della sinistra profanata da una cieca violenza.
Non si può non denunciare la sottovalutazione oggettivamente criminale che il comitato organizzativo (Cobas, Arci, Cgil, Sel, ecc.) ha avuto nei confronti di questa manifestazione. Non si possono portare migliaia e migliaia di persone in piazza senza uno straccio di servizio d’ordine lasciando tutti i pacifici manifestanti e la città di Roma in ostaggio di poche centinaia di teppisti.
Come non si può non denunciare la latitanza della polizia che si è soltanto limitata ad impedire al corteo di deviare verso i palazzi della “politica” rimanendo totalmente assente durante la manifestazione e lasciando quindi campo libero ai Black bloc.
La mancanza di una direzione politica ed organizzativa di questa manifestazione ha provocato quasi sicuramente la morte prematura di questo movimento. Un’altra pagina dell’impotenza della sinistra italiana di fronte alla grave crisi politica ed economica che attanaglia il nostro Paese.

16 ottobre 2011

La Redazione di "Bentornata Bandiera Rossa!"

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/


venerdì 14 ottobre 2011



ALCUNE NOTE SULL'ARTICOLO "TORNARE ALLA LIRA E CANCELLARE IL DEBITO"
di Riccardo Achilli




L'articolo recentemente comparso su Utopia Rossa, a firma di Michele Nobile, intitolato “Tornare alla lira e cancellare il debito?” illustra una posizione attenta, che va al di là delle banalità e degli slogan, e nell'insieme interessante e condivisibile. Nella sostanza, l'articolo in questione, che può essere letto al seguente link 
http://utopiarossa.blogspot.com/2011/09/tornare-la-lira-e-cancellare-il-debito.html confuta l'efficacia, e persino la praticabilità concreta, di provvedimenti animati da spirito rivoluzionario, ma condotti in modo parziale e a livello nazionale, come la recenta proposta di far uscire l'Italia dall'area-euro e di nazionalizzarne il sistema bancario, lanciata dall'appello dell'assemblea di Chianciano.
L'articolo di Nobile sostiene, a mio parere fondatamente, la tesi secondo cui tali provvedimenti, se condotti isolatamente e su base nazionale, finiscono per favorire la stessa borghesia e per far pagare il conto ai proletariati degli altri Paesi.

La posizione assunta da tale articolo è quindi interessante, e fa piazza pulita di luoghi comuni e facili soluzioni. Ma, come tutte le posizioni interessanti, stimola anche ulteriori riflessioni, e apre la porta ad ulteriori affinamenti dell'analisi, mirati ad arricchirla, introducendo necessari elementi di complessità, rispetto ad un tema, come quello dell'euro e della crisi dei debiti sovrani, estremamente complesso. E' sempre opportuno, a mio parere, partire dall'assunto che la costruzione dell'euro è stata una invenzione del capitalismo finanziario europeo, al suo esclusivo e totale servizio. Di fatto, un'area monetaria unica favorisce in modo straordinario l'investimento finanziario, eliminando il rischio di cambio e stabilizzando le aspettative inflazionistiche verso il basso. Va evidenziato infatti che la consistenza totale di titoli non azionari denominati in euro passa dai circa 6.000 miliardi di inizio 1999 ai 14.000 miliardi di inizio 2010; i prestiti bancari ad intermediari finanziari non bancari (tipicamente erogati a fronte di investimenti finanziari) nell'area euro crescono costantemente dal 2000 fino al 2009, a tassi tendenziali che raggiungono anche il 25% . La costituzione dell'euro si rivela quindi un ottimo viatico per gli affari conclusi dagli operatori finanziari globali. Peraltro, l'introduzione dell'euro ha anche ocnsentito una maggiore integrazione del mercato finanziario europeo in quello globale. Il saldo netto degli investimenti di portafoglio, nella bilancia dei pagamenti dell'area-euro, che fino a fine 2000 era negativo per circa 2 punti di PIL, dall'inizio del 2001 diviene strutturalmente positivo, raggiungendo valori pari al 3,5% del PIL dell'area-euro nel 2007, e segnalando quindi un crescente interesse per il mercato finanziario europeo da parte di investitori finanziari esterni (fonte dei dati: Banca d'Italia).

Oltre agli interessi legati ai mercati finanziari, la realizzazione dell'euro ha risposto anche ad interessi industriali dei Paesi forti, Germania in primis. Il progetto di moneta unica è stato realizzato, superando le resistenze tedesche nel rinunciare al marco ed alle politiche monetariste austere della Bundesbank, offrendo in cambio la possibilità di far cessare le politiche di svalutazione competitiva attuate dalle economie più deboli, sotto il profilo della disciplina di finanza pubblica ed inflazionistica, che avevano consentito a tali economie di conquistarsi posizioni vantaggiose sul mercato interno tedesco. La condizione posta dalla Germania (ma in realtà posta dai grandi operatori finanziari globali, i veri beneficiari dell'introduzione dell'euro) per far partire l'euro è stata chiara: mai più un utilizzo allegro del tasso di cambio, che avrebbe alimentato tensioni inflazionistiche controproducenti per il rapido sviluppo degli investimenti sui mercati finanziari europei. La volatilità dei prezzi induce infatti indesiderabili elementi di incertezza e rischio nelle transazioni finanziarie di medio termine. La riconduzione, con l'introduzione dell'euro, delle politiche valutarie di tutti i Paesi aderenti verso il paradigma della “valuta forte” che ha da sempre guidato il dogma monetarista Bundesbank, richiede politiche fiscali e monetarie austere, mirate alla fissazione di target inflazionistici decrescenti, con tutto ciò che tali politiche austere comportano sugli assetti distributivi e sulla coesione sociale. Inoltre, l'impossibilità di manovrare la leva delle svalutazioni competitive per sostenere le esportazioni implica, per i Paesi dell'euro, la necessità di rafforzare la competitività strutturale dal lato dell'offerta, tramite una crescente destrutturazione dei mercati del lavoro e dei diritti dei lavoratori, mirate all'obiettivo di aumentare il valore del rapporto fra produttività e costo dei fattori produttivi. Non va infine dimenticato che una unione monetaria fra Paesi con piena sovranità sulle loro politiche fiscali presuppone, per la sua stessa sopravvivenza rispetto a possibili attacchi speculativi, una omogeneità dei parametri fondamentali di inflazione e finanza pubblica, e poiché la situazione di partenza dei Paesi aderenti era (ed è tuttora) molto diversificata, l'unione monetaria richiede un continuo sforzo di riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici rispetto al PIL e di contenimento delle tensioni inflazionistiche, tramite politiche economiche di tipo fondamentalmente monetarista e liberista, sforzo sancito nel patto di Maastricht e successivamente nel patto di stabilità, e che viene pagato tramite una compressione della spesa sociale.

Tutto ciò si traduce in una gigantesca operazione di ristrutturazione sociale ai danni dei proletariati nazionali dei Paesi dell'euro, che la recessione economica non può che accelerare. Infatti, il modello di politica economica impostosi con l'avvento dell'euro è basato sullo smantellamento dei residui delle politiche keynesiane dal lato della domanda e sul rafforzamento degli interventi di irrobustimento della competitività dal lato dell'offerta. La spesa complessiv per protezione sociale, nei Paesi dell'area-euro, passa dal 26,8% del PIL nel 1997 al 25,8% nel 2007. I risultati di ciò sono evidenti. L'indice del Gini, che misura la sperequazione nella distribuzione del reddito, ed il cui valore aumenta all'aumentare delle diseguaglianze distributive, nella UE-15 cresce da un valore di 29,0 nel 1999 ad uno di 30,2 nel 2007 (cioè prima che gli effetti della recessione lo facessero crescere ulteriormente); la popolazione a rischio di caduta in povertà, nell'area-euro, aumenta di circa 3,6 milioni di unità fra 2003 e 2009, la popolazione in condizioni di “grave deprivazione”, quindi che ha superato il rischio di povertà, essendovi pienamente caduta, sempre nell'aera-euro e sul medesimo periodo, cresce di circa 1,56 milioni di unità (fonte: Eurostat, indagine Eu-Silc).

Per quanto detto, non ho dubbi che anche Nobile pensi (e lo pensasse anche senza bisogno del mio articolo) che la costruzione dell'euro risponda a logiche ed interessi della borghesia finanziaria e sia stata pagata dal proletariato, con enormi sacrifici, sia nella fase di avvicinamento all'euro, sia nella successiva fase di gestione del progetto. L'abbattimento dell'euro, senza però tornare a logiche nazionaliste “chiuse”, dovrebbe quindi essere un obiettivo fondamentale per un rivoluzionario, e le forme di "desistenza rivoluzionaria" (della serie...non intromettiamoci nelle beghe della gestione del debito sovrano dei Paesi PIIGS e della difesa dell'euro, che sono problemi fra fazioni del capitalismo) non mi convincono affatto. Il capitalismo, a differenza di noialtri, è molto ben internazionalizzato, e se lasciato da solo, potrebbe (anche se sono scettico al riguardo) forse, trovare il modo di salvare l'euro. E' notizia di oggi che FMI, Banca mondiale, USA e Svizzera reperiranno 3.000 miliardi di euro per traghettare fuori dalla crisi le banche europee creditrici della Grecia, quando questa, a breve, verrà portata verso il default pilotato. Questo non implica la salvezza dell'area-euro nel suo insieme, e peraltro questa ulteriori iniezione di liquidità nei patrimoni bancari non potrà che comportare una monetizzazione del debito, e pressioni inflazionistiche, se le banche la useranno per fare credito o nuovi investimenti finanziari, oppure una ulteriore crisi di fiducia sui mercati, se le banche porteranno a patrimonio netto tale liquidità, senza aprire il rubinetto del credito. Tuttavia, tale mossa dimostra la capacità del capitalismo di trovare soluzioni: il problema del default greco, rispetto ai bilanci delle banche creditrici è probabilmente risolvibile (anche se non risolverà la crisi di credibilità che tale default comporterà per l'intero establishment politico-economico europeo; peraltro, nessuno ad oggi è in grado di prevedere quali sconvolgimenti politici potrebbe comportare il fallimento della borghesia greca nel tentativo di rimanere agganciata all'euro. Non si può nemmeno escludere l'eventualità che tale fallimento possa portare ad una radicalizzazione a sinistra del proletariato greco ed a una riorganizzazione/rafforzamento di tale area politica). Certo non è risolto il problema, ben più grave, del default di Spagna e Italia, ma se, nel frattempo, il capitalismo finanziario globale mette una pezza sulla Grecia, guadagnerà tempo, tempo che sarà speso per imporre ulteriori, tragici sacrifici ai proletariati di Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, e in misura minore Gran Bretagna, Francia e Germania (che, sia pur su livelli molto inferiori, hanno anch'essi problemi di extra deficit e di crescita tendenziale del debito pubblico rispetto al PIL), in termini di pesanti manovre finanziarie, al fine di recuperare tutto ciò che è recuperabile dei crediti che le banche vantano nei confronti dei governi, spremendo i singoli Paesi come limoni.

Quindi non si può assistere passivamente alle contorsioni dei mercati finanziari, lasciando che il capitalismo prolunghi l'agonia dell'euro, alle spese dei proletariati nazionali, sui quali verranno imposti ulteriori sacrifici in nome dell'euro stesso. Oppure, Marx non voglia, che il capitalismo trovi la soluzione di accentrare le politiche fiscali nazionali a Bruxelles, creando un super-Stato gestito con logiche monetaristiche (che è anche un obiettivo gradito per la Bundesbank, come dimostro nel mio articolo su Stark, pubblicato sul blog di Bandiera rossa qualche giorno fa). Allora, quale è il nocciolo della questione, sul quale concordo pienamente con Nobile? Che non si può proporre il ripudio del debito pubblico e l'uscita dall'euro unilateralmente, come fatto di "autotutela nazionale", ovvero per un Paese solo, come traspare dal manifesto di Chianciano. A pagare i costi sarebbero solo gli altri proletariati dei Paesi creditori. Inoltre si genererebbero fenomeni di guerra commerciale (con rigurgiti di protezionismo) e valutaria che finirebbero per rafforzare il ruolo, agli occhi dell'opinione pubblica, dell'istituzione statuale e della borghesia nazionale, anziché indebolirla, ed è per questo che l'uscita dal debito e dall'euro è caldeggiata da movimenti politici nazionalisti e di destra, che riprendono le posizioni “euro-secessioniste” dell'ex Ministro Paolo Savona.

Va però tenuto conto del fatto che la posizione legata alla fuoriuscita unilaterale dall'euro ha alcuni argomenti, per così dire, di “appeal” per l'opinione pubblica, e quindi le posizioni che spiegano la pericolosità di tale fuoriuscita devono necessariamene farci i conti. Un argomento di appeal in tal senso è che, con l'uscita unilaterale dall'euro, la conseguente recessione che attraverserebbe l'economia nazionale sarebbe, probabilmente, solo temporanea, da adattamento, benché intensa, e potrebbe gettare le basi per una nuova fase di crescita successiva. Tale argomentazione va analizzata con maggiore scrupolo, non liquidata semplicemente ricordando che l'uscita dall'euro prefigurerebbe un recessione, e basta. Certo, la fuga dei capitali, le difficoltà di conversione dello stock di risparmio denominato in euro che paralizzerebbero gli investimenti ed i consumi, lo shock inflazionistico indotto dalla reintroduzione di una valuta nazionale immediatamente sottoposta ad una forte svalutazione, comporterebbero pesanti effetti recessivi. Tuttavia, è anche vero che la recessione da adattamento potrebbe essere particolarmente breve per economie fortemente vocate all'export, come quella italiana, che potrebbero procurarsi dalle esportazioni la valuta pregiata di cui necessitano per fare investimenti e per ripristinare le riserve valutarie della Banca centrale, senza bisogno di aderire all'euro. Il ripristinato controllo nazionale della politica monetaria e la possibilità di ripartire con un debito pubblico alleggerito e con una valuta deprezzata, che stimola la competitività di prezzo delle esportazioni, permetterebbero, probabilmente, una consistente ripresa economica dopo la recessione “da fuoriuscita”. E poi c'è sempre il caso empirico dell'Argentina, che dopo aver abbandonato la dollarizzazione della sua economia e l'ingessamento “ex lege” della politica monetaria (entrambi i fenomeni indotti de facto dalla famigerata legge di convertibilità dell'ex Ministro Cavallo, che stabiliva un tasso di cambio rigido di 1 a 1 fra peso e dollaro e rigidi vincoli all'ammontare di riserve valutarie dela Banca centrale), ripristinando il peso, ed aver ripudiato una parte del suo debito estero, ha attraversato una breve, anche se violenta recessione, e da anni cresce ad un tasso medio dell'8-9%.
A fronte di tali argomenti, ha perfettamente ragione Nobile, nel suo articolo, nel dire che il conto di una simile strategia lo pagherebbero i proletariati dei Paesi creditori, che il ripudio del debito estero rafforzerebbe la nostra borghesia, consentendole di uscire indenne dalla crisi e di ripristinare, tramite la crescita economica, il suo pieno controllo sulla società, che la nazionalizzazione delle banche non condurrebbe di per sé ad un sistema socialista, ma potrebbe bene essere funzionale ad un progetto di salvataggio del sistema creditizio elaborato dalla borghesia, a suo uso e consumo (il primo a nazionalizzare le banche italiane in difficoltà fu Mussolini, con la legge bancaria del 1936).
E come non dargli ragione, quando afferma che un simile progetto sarebbe gestito da una “sinistra” composta da partiti, come il PD, l'IDV, la SEL, sostanzialmente asserviti agli interessi della borghesia? Ma il punto di fondo, a mio parere, è che, di fronte agli argomenti dei “nazionalsciovinisti”, indubbiamente affascinanti per parte dell'opinione pubblica, opporre una sostanziale inerzia e desistenza è una risposta troppo debole. Occorre invece proporre una risposta proattiva. Il problema va risolto su scala internazionale. TUTTI I PROLETARIATI EUROPEI dovrebbero unirsi per chiedere la cancellazione dell'euro, la pubblicizzazione del sistema bancario globale, il suo frazionamento su base locale e di comunità, e la sua gestione in forme socializzate, ovvero direttamente dai lavoratori delle banche e dai risparmiatori che affidano a tali banche i loro risparmi, abolendo il tasso di interesse, e destinando il credito a progetti produttivi di tipo sociale, mutualistico e cooperativo, fino all'eliminazione stessa del sistema bancario, che ha senso soltanto laddove vi è un sistema monetario, ovvero uno Stato ed un mercato concorrenziale e di conseguenza la naturale (ed a quel punto automatica) cancellazione dei debiti sovrani.

Naturalmente, al momento tutto ciò è pura utopia. Allora, nell'”hic et nunc”, quali posizioni si dovrebbero/potrebbero realisticamente adottare? Chiedere una regolamentazione stringente dei mercati “over the counter”, permettendo che la circolazione di prodotti finanziari su tali mercati sia legata esclusivamente a motivi, dimostrabili, di mera copertura assicurativa da rischi futuri avrebbe una conseguenza immediata, ed eliminando così le transazioni puramnte speculative: in tal modo, automaticamente, gran parte dei flussi di investimento finanziario sarebbero deviati dall'Europa verso altre zone del mondo, costringendo le borghesie europee a recuperare un approccio al plusvalore di tipo produttivo, e non più finanziario, e quindi recuperando il ruolo centrale del proletariato, che nel capitalismo finanziario viene messo in secondo piano, perché il grosso degli investimenti non ha finalità produttive. Si potrebbe inoltre chiedere la cessazione di ogni aiuto pubblico nazionale o europeo a banche in crisi, chiedere che il debito sovrano dei Paesi in crisi sia pagato dai ricchi, di quei Paesi ma anche degli altri Paesi UE, dalle banche e dai fondi di investimento operanti nell'area UE (mediante un prelievo forzoso sulle loro riserve oppure, alternativamente, ed a scelta delle banche/fondi di investimento, un haircut di pari entità sui loro crediti nei confronti dei Paesi indebitati) e dalle multinazionali, impedendo qualsiasi tassazione sui bassi redditi, sui consumi o qualsiasi taglio della spesa pubblica per finalità sociali in qualsiasi Paese dell'area UE, indebitato o meno. Queste richieste dovrebbero essere avanzate per tutti i Paesi Ue, ed andrebbero quindi sostenute in modo coordinato da tutti i proletariati dei Paesi UE dai rispettivi partiti, e dovrebbero quindi bastare per assestare il colpo di grazia al capitalismo finanziario europeo, all'euro ed al monetarismo delle banche centrali allineate alla Bundesbank. Naturalmente ciò richiederebbe una Quinta Internazionale, che al momento non c'è, e quindi è anche difficile, oggi, pensare di poter coordinare i partiti proletari europei su tali posizioni comuni. Ma comunque ciò che va evitato è la desistenza rivoluzionaria. Quindi, in assenza di una capacità comune e coordinata di lotta su scala transnazionale, quanto meno occorrerebbe provare a lanciare, diciamo così per finalità didattiche e formative, parole d'ordine che superino gli angusti ed egoistici confini nazionali, quali quelle qui proposte (o altre che si ritenessero più realistiche/efficaci), nel tentativo di gettare un granello, insufficiente e piccolo quanto si vuole, sul lungo e difficile cammino della ricostruzione di una coscienza di classe e di una capacità di lotta su base internazionale.
 
28 settembre 2011
 
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

mercoledì 12 ottobre 2011

UNA BREVE NOTA SUL COMUNISMO VIETNAMITA



UNA BREVE NOTA SUL COMUNISMO VIETNAMITA
di Stefano Santarelli


Da alcuni giorni nel blog di un mio giovane compagno appare il volto di Ho Chi Minh, ma dietro questo volto rassicurante ed affabile si nascondono crimini e massacri che non hanno nulla da invidiare alle dittature staliniana ed hitleriana.
Ho Chi Minh è la figura più rappresentativa del piccolo Partito Comunista Indocinese che nasce ufficialmente nel 1930 il quale pur essendo costituito per la maggior parte da vietnamiti aveva comunque l'ambizione di puntare a guidare il processo rivoluzionario in tutta l'Indocina francese, Laos e Cambogia compresi. Il suo gruppo dirigente si era formato a Parigi e dimostra subito di non avere un ottica provinciale.
Infatti Ho Chi Minh che aveva aderito in Francia al Partito socialista dopo il congresso di Tours (1920) aderisce alla frazione comunista dove diventerà uno dei principali dirigenti dell'Internazionale comunista. Nel 1945 il PCI che conta appena 5000 militanti si lancia con il Fronte popolare che aveva preso il nome di Lega per l'indipendenza del Vietnam (Vietminh) nella resistenza armata contro l'occupante giapponese che aveva rovesciato l'amministrazione francese e riconosciuto l’indipendenza del Vietnam sotto la sovranità dell’imperatore fantoccio Bao Dai.
Ma proprio a partire dalle zone rurali del Vietnam del Nord inizia l'insurrezione contadina guidata dal Vietminh che porterà nell'agosto del 1945 alla conquista di Hanoi.
Alla resa giapponese e all’abdicazione di Bao Dai fece quindi seguito la proclamazione della Repubblica Democratica del Vietnam (RDV) e Ho Chi Minh ne diventa presidente.
La rivoluzione d’agosto porta i comunisti al potere facendo del PCI l’elemento centrale del nuovo stato il quale instaura immediatamente una durissima repressione nei confronti non solo del partito nazionalista alleato dei giapponesi, ma anche dei costituzionalisti moderati e della setta politica religiosa Hoa Hao.
I nazionalisti radicali del Viet Nam Quoc Dan Dang (VNQDD, Partito nazionale vietnamita, fondato nel 1927) che erano parte integrante del Vietminh e che avevano anch’essi subito la dura repressione coloniale vengono eliminati fisicamente già a luglio.
Analoga sorte viene riservata ai trotskisti che erano ben attivi nella città di Saigon dove potevano vantare un vero seguito di massa. Infatti i loro candidati nelle elezioni del 1939: Ta Thu Thau, Tran Van Thach e Hum Van Phan avevano ottenuto l'80% dei voti mentre il Partito comunista indocinese ottenne soltanto un misero 1%.
La repressione contro i trotskisti fu estremamente violenta e già il 29 agosto del 1945 un articolo della stampa vietmih di Hanoi invita a formare in ogni quartiere o villaggio dei “comitati di eliminazione dei traditori”. Centinaia di trotskisti che avevano appena combattuto contro le truppe franco-inglesi vengono trucidati. Il Vietmith si rende quindi responsabile tra l’agosto e il settembre di migliaia di omicidi e sequestri.
E Ta Tu Thau, principale dirigente della giovanissima sezione vietnamita della Quarta internazionale, viene arrestato ed ucciso.
Il processo di edificazione del nuovo Stato vietnamita fu tuttavia bloccato dalla rioccupazione francese: dalla fine del 1946, le forze della RDV furono impegnate in un aspro conflitto contro i Francesi. Dal 1949 la situazione venne resa più complessa dalla formazione di uno Stato del Vietnam (con capitale a Saigon) sotto la sovranità di Bao Dai, alleato dei Francesi, il quale ricevette, a partire dal 1951, crescenti aiuti anche dagli Stati Uniti.
Nel dicembre del ’53 nelle zone liberate dai francesi viene lanciata la riforma agraria con obiettivi identici a quelli che in Cina erano stati lanciati dal Partito comunista: stringere i legami del partito con i contadini, sviluppare il controllo statale ed eliminare qualsiasi opposizione al partito.
Si assiste ad un uso prolungato e continuo di qualsiasi forma di violenza torture comprese tanto che alla fine del ’54 lo stesso Ho Chi Minh deve ammettere:

Certi quadri hanno commesso ancora (sic) l’errore di usare la tortura. E’ un metodo selvaggio, quello che adoperano gli imperialisti, i capitalisti e i feudali per domare le masse e domare la rivoluzione (…) In questa fase (sic) il ricorso alla tortura è rigorosamente vietato”.

Si instaura un clima di terrore che colpisce anche gli eroi di guerra e che nel 1956 vede il culmine del terrore.
E’ difficile offrire delle cifre esatte, ma con un certo realismo si può tranquillamente affermare che andiamo sulle 50.000 esecuzioni nelle campagne (al di fuori quindi di qualunque combattimento) e dalle 50.000 alle 100.000 persone imprigionate con l’86% di epurati nelle cellule contadine del partito, e con punte del 95% di espulsioni tra i quadri della resistenza antifrancese. Anche l’esercito viene duramente colpito e le diserzioni ed il passaggio al Vietnam del Sud diventano così frequenti tanto da spaventare il partito che inizia un cambio di atteggiamento visto che non si può permettere un indebolimento della sua struttura militare.
Con il sostegno diretto di Ho Chi Minh si sviluppa una dura campagna contro gli intellettuali di Hanoi che non sono disposti ad appoggiare il partito e vengono mandati in “campi di lavoro”.
Questo clima di terrore viene ancora di più aggravato con la ripresa della guerra che si riaccende nel 1957 contro il Vietnam del Sud appoggiato dagli Stati Uniti. Ma questo sforzo bellico non impedisce nel 1963-64, e poi nel 1967, l’epurazione violenta di centinai di quadri del partito accusati di “filosovietismo” molti dei quali passeranno nei campi di rieducazione più di un decennio ovviamente senza neanche l’ombra di un processo.
Nella dura e lunga guerra condotta contro l’imperialismo americano non mancarono anche da parte dei vietcong veri crimini di guerra come quello compiuto nel febbraio del ’68 dove nell’antica capitale imperiale di Hué vennero massacrati, torturati e sepolti vivi più di 3000 persone tra cui sacerdoti vietnamiti, religiosi francesi e medici tedeschi. Un crimine di guerra questo nei confronti della propria popolazione che non è stato neanche superato dall’esercito statunitense che pure ha commesso massacri il più delle volte completamente ingiustificati.
Con il crollo del regime sudvietnamita nell’aprile del 1975, (il ritiro dell’esercito statunitense era avvenuto nel gennaio ’73) inizia la campagna rieducativa nei confronti della popolazione e dei militari del Sud Vietnam, una “rieducazione” che riguarda anche molti militanti comunisti.
Nei campi di prigionia dove erano rinchiusi i militari sudvietnamiti che fino all’aprile del 1975 erano nutriti e vestiti decentemente, senza essere costretti al lavoro, dopo l’abbattimento del regime sudvietnamita le razioni vennero drasticamente ridotte questi campi di prigionia si trasformarono ben presto in veri lager con questa motivazione da parte dei vietcong:

Finora avete approfittato del regime di prigionieri di guerra (…) Adesso tutto il paese è liberato, noi siamo i vincitori e voi i vinti. Dovreste considerarvi fortunati di essere ancora vivi! Dopo la Rivoluzione del 1917, in Russia tutti i vinti sono stati uccisi.”

Nel 1980 l’ex Primo ministro Pham Van Dong ammise che più di 200.000 persone erano stati rinchiusi in questi campi di concentramento, ma cifre più realistiche la fanno oscillare fra le 500.000 e 1 milione su una popolazione di circa 20 milioni di abitanti.
Non si può poi non citare il dramma di centinaia di migliaia di sudvietnamiti che hanno preferito fuggire su imbarcazioni di fortuna (i boat people) affrontando rischi spesso mortali pur di fuggire dal nuovo regime comunista.

Il partito costruito da Ho Chi Minh ha goduto da parte del mondo occidentale di una grande simpatia grazie all’eroica difesa che il popolo vietnamita ha compiuto contro il colonialismo francese prima e l’imperialismo americano dopo. Il fatto poi di avere provocato la prima sconfitta militare che la superpotenza americana abbia mai subito ne ha amplificato il suo alone leggendario.
Ma tutto questo non può fare passare sotto silenzio lo stalinismo che ha caratterizzato questo partito ed il suo leader. Un comunismo di impronta nazionalista, caratteristica questa comune ai regimi comunisti al potere in Asia, che ha potuto usufruire dell’importantissimo aiuto militare che la Cina e l’Unione sovietica hanno offerto per la difesa dei Vietcong. Un comunismo nazionale che non ha esitato a fare la guerra ai suo vicini “comunisti” così si è assistito alla fine degli anni ’70 alla guerra che il Vietnam ha condotto invadendo la Cambogia e deponendo il dittatore sanguinario Pol Pot e dopo contro la Cina che aveva invaso il suo territorio.
Attualmente grazie anche all’irruzione di forme di economia privata la direzione del Partito comunista si sta trasformando in una mafia affaristica e corrotta opprimendo una popolazione sempre più povera.


27 settembre 2011

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Bibl.

J.L. Margolin- Vietnam: le impasse di un comunismo di guerra, -in Courtois e altri –Il libro nero del comunismo- Mondadori 1998

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lunedì 10 ottobre 2011

LIVORNO 2011: 90 ANNI DA UNA ROVINOSA SCISSIONE



LIVORNO 2011: 90 ANNI DA UNA ROVINOSA SCISSIONE


Per ricordare quel che accadde allora non ci sono parole migliori di quelle del grande Nenni che scrisse il suo libro “6 anni di guerra civile”, e lo pubblicò per la prima volta in francese in esilio in Francia. Fu stampato e tradotto una sola volta in Italia, nel 1945, poi è sparito dalla circolazione, certe verità infatti scottano e hanno continuato a scottare per decenni, vi porgo le sue parole come un sacro monito del passato verso il nostro presente e il nostro futuro:

Livorno fu la culla della scissione. Il Partito Socialista si divideva proprio nel momento in cui aveva più bisogno della sua unità. Mosca esigeva che si accettassero senza riserva i famosi “ventun punti” che in quell’epoca fecero tanto parlare di loro. Chiedeva e soprattutto l’espulsione del partito di tutta l’ala riformista. Le sedute furono appassionate e tumultuose. Sinistra, centro e destra si accusavano reciprocamente delle difficoltà della situazione. Il congresso avendo rifiutato di espellere Turati e i riformisti, fu l’ala sinistra che si ritirò per fondare il partito comunista.
Fu un disastro. Da quel momento ogni azione nell’insieme divenne impossibile per il proletariato. Centomila compagni scoraggiati non rinnovarono la tessera, rifiutandosi di scegliere fra socialisti e comunisti,. La lotta tra i due partiti operai prese un carattere di violenza inaudita, e si vide lo spettacolo, forse unico, di una classe che si dilacera proprio nel momento in cui è attaccata da un nemico spietato e implacabile

Ebbene, quel nemico è sempre stato l’artefice delle dittature più feroci nel mondo, con la sua potenza economica e con la spregiudicatezza della sua capacità di manovrarla per i suoi fini di profitto.
Ben prima che Hitler e Stalin si accordassero, consentendo così l’inizio della seconda guerra mondiale, quel nemico di tutti i popoli del mondo aveva già finanziato l’ascesa di entrambi i regimi.
Purtroppo la storia viene scritta sempre dai vincitori, ma ormai, per chi sa indagare, la storia non riesce più a mascherarsi come un tempo.
I bolscevichi infatti furono sostenuti dagli stessi personaggi e dalle stesse strutture finanziarie che poi, avrebbero sostenuto l’ascesa del nazismo in Germania, rendendo possibile il “miracolo” della sua rinascita economia con Hitler e soprattutto il suo prodigioso riarmo, in barba a tutte le clausole che avrebbero dovuto vietarlo.
Per la grande finanza internazionale ha sempre avuto più importanza il profitto di qualunque scelta ideologica, ed ogni ideologia è sempre stata piegata agli interessi economici.
Lo stesso Trotsky, nella sua biografia, riconosce i prestiti ricevuti da finanzieri come Alfred Milner della Chase National Bank di New York.
Nel 1915 l’American International Corporation già si predisponeva a finanziare la rivoluzione russa e i Roschild furono coinvolti direttamente in tale intento mediante Jacob Schift della Khun Leb di New York che nel 1917 depositò 50 milioni di dollari sul conto di Lenin e Trotsky presso una banca svedese. Suo nipote dichiarò al New York American Juornal il 3 febbraio del 1949 che suo nonno aveva poi versato tramite la stessa struttura finanziaria altri 20 milioni di dollari ai bolscevichi.
Senza la crisi del 1929 Hitler non sarebbe mai riuscito a conquistare il potere e non lo avrebbe nemmeno consolidato senza gli investimenti di grandi Corporation made in USA. La Ford anche dopo l’entrata in guerra degli USA, continuò a produrre materiali bellici che sarebbero stati utilizzati contro gli stessi americani, tali fabbriche americane in Germania non furono mai bombardate ed utilizzarono manodopera proveniente dai lager. La IBM fornì tramite la sua filiale tedesca chiamata Dehomag, la tecnologia necessaria per la catalogazione e l’internamento di milioni di ebrei nei lager.
Prescott Bush, nonno di George W., installò una fabbrica vicino ai campi di Auschwitz dove lavoravano prigionieri internati e fece grandi affari col regime nazista.

Matteotti quando pronunciò il suo coraggioso discorso, fu praticamente ignorato dalla stampa internazionale che liquidò poi il suo assassinio come una “questione interna” Le autorità americane e inglesi e lo stesso Churchill, che con Mussolini ebbe un imponente carteggio, allora consideravano il dittatore italiano come un “grande statista” Il Times allora addirittura acclamava il potere di Mussolini.

Tutto questo evidentemente ci fa capire che il Socialismo del XXI secolo esige un notevole salto di qualità, sia sul piano della “visione storica” sia su quello della capacità di contrasto globale di tale èlite finanziaria che opera tuttora per costruire una scala gerarchica rigidissima, in cui è previsto un gotha ristretto di ricchissimi padroni degli strumenti finanziari di produzione globale e di contrasto ad ogni tendenza “eversiva”, una serie abbastanza numerosa di “vassalli” che, in campo politico, ne mettono fedelmente in pratica le direttive, adattandole ad ogni singolo Stato, e infine una massa destinata alla “pollificazione” e cioè al consumo in batteria, più o meno dotata di becchime a seconda della sua posizione geostrategica; pronta a riconoscere sempre l’ “allevatore” pavlovianamente come un benefattore, anche quando entra nel pollaio per tirare il collo, o tagliando servizi, imponendo tasse o privatizzando beni essenziali come l’acqua, oppure spedendo i “polli” direttamente in guerra. Al di sotto di tutti naturalmente c’è la massa da macello destinata ai bombardamenti e alle scorie radioattive, alla cosidetta "selezione naturale".
Sappiamo molto bene che i crimini nel mondo non si sono esauriti con il tramonto dei grandi totalitarismi e che il totalitarismo tuttora in atto, e che si sta diffondendo e consolidando su scala globale, è quello economico del neoliberismo basato esclusivamente sull’accumulazione di profitto.

Allais Maurice ne “La crise mondiale aujourd’hui” Paris 1991 scrive: “La banca crea ex nihilo..Essenzialmente, l’attuale creazione di denaro operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte dei falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto

Gli unici presidenti americani che provarono a cambiare le cose furono assassinati. Lincoln che aveva creato le green backs e cioè le banconote prive di interessi bancari e Kennedy che approvò nel 1963 un ordine esecutivo che consentiva al Paese di stampare banconote, sottraendo potere alla FED...solo cinque mesi prima di morire.
Oggi le guerre, dopo quella del Vietnam, in cui la presenza dei media fece la differenza e costrinse l’establishment a fare marcia indietro su pressione dell’opinione pubblica, vengono condotte, recingendo prima le aree destinate al conflitto con un cordone impenetrabile ai media, e quando qualche giornalista coraggioso e quasi sempre free lance riesce a penetrare, egli viene spietatamente ucciso, persino le organizzazioni umanitarie sono nel mirino. Lo abbiamo visto con estrema evidenza nei conflitti dal Kosovo all’Irak all’Afghanistan.
Il totalitarismo dell’attuale blocco economico-finanziario si attua mediante la proprietà delle banche e degli istituti finanziari, delle Corporation e dei media e mediante essi, dei politici. Essi, sempre più spesso, sono o grandi managers oppure ex dirigenti di importanti banche o multinazionali che passano spregiudicatamente alla politica essendo ritenuti gli unici garanti della tenuta del sistema. E cioè del “pollaio”. Sono gli stessi loro “datori di lavoro”, a livello globale, a spostarli da un incarico all’altro e questo naturalmente rende i governi organi a diretto servizio del capitale, di quel gruppo ristretto che cioè possiede la maggior parte della ricchezza del mondo.
Di fronte a tutto ciò, parlare di leghe, di network, di PSI, di SEL, di PD, di “socialisti di destra, sinistra, pseudodemocratici o pseudorivoluzionari” rischia davvero di apparire alquanto ridicolo, più o meno come lo starnazzare delle oche oppure come l’azzuffarsi di polli in batteria, o come l’agitarsi del cappone prima di essere destinato allo spiedo.
Noi dobbiamo capire che oggi tale configurazione globale si combatte solamente inserendosi validamente in un quadro globale di iniziative politiche e di lotte che tenda a concertare, coordinare e rafforzare gli sforzi in tutti i continenti.

Dal Sudamerica all’Europa questo sforzo che anima i popoli verso la loro liberazione si chiama Socialismo ed in particolare dovrebbe essere orientato da una V Internazionale. Non si può minimamente pensare oggi, per qualsiasi forza politica che voglia agire validamente contro tale politica totalitaria, di estraniarsi da tale contesto. Quegli pseudo partiti o quei leader demagogici che vorrebbero piuttosto che il contesto internazionale prendesse direzioni diverse e magari atto di situazioni diverse nel nostro Paese, che esitano ad aderire a tale lotta internazionalista e socialista, sono piuttosto mascheratamente al servizio del capitale internazionale. Sono i “vassalli” obbedienti che progettano l’opera dei pollificatori.
Noi dobbiamo invece, 90 anni dopo quella rovinosa spaccatura che aprì alle forze della reazione e del capitale manganellatore le porte dell’Italia, essere consapevoli di dover costruire una grande forza politica inserita pienamente nell’Internazionale Socialista e che lotta concertando le proprie iniziative, progettandole e mettendole in atto, contemporaneamente ad altri popoli del mondo. Insieme a quei sindacati che non fanno collateralismo, che non hanno il colore giallo della acquiescente e servile sudditanza alla politica padronale, che non cercano di “pollificare” i lavoratori ricattandoli a suon di delocalizzazioni, configurando la crisi internazionale come ineluttabile fenomeno atmosferico, contro il quale nulla è possibile se non l’attesa che passi, magari prendendosi nel frattempo una bella polmonite, o ritrovandosi senza più scuole, ospedali e lavoro.

Turati in quella occasione disse queste meravigliose parole:

Il nucleo solito quindi che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve.
E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione.

Oggi dunque, cari compagni, non possono esistere socialisti che non siano consacrati dall’azione rivoluzionaria, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, nei luoghi ove maggiormente la sofferenza e l’emarginazione lasciano profonde piaghe nel tessuto sociale odierno, dove le guerre fanno ancora stragi di vite civili innocenti, dove la speculazione finanziaria produce ancora schiavitù, costringe i popoli a restare senza medicine a buttare nelle discariche i prodotti agricoli che non reggono la concorrenza.
Ed è azione unitaria, graduale, decisa, implacabile, costante, coraggiosa, coerente!
Non saranno dunque i gruppuscoli sparsi ed eterogenei nell'universo molecolare della sinistra che ci restituiranno quella dignità e quel valore che ci compete, ma solo la nostra azione, solo il valore di agire con le masse dei lavoratori, e degli emarginati e disoccupati di tutto il mondo, in nome del Socialismo, qui e ovunque esso sia sinonimo di integrità umana, morale, politica e civile.


C.F.

24 settembre 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/
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