mercoledì 30 gennaio 2013

VOTO UTILE, MA PER CHI? di Lucio Garofalo




VOTO UTILE, MA PER CHI?
di Lucio Garofalo


La questione del “voto utile” è molto più ampia, complessa e controversa rispetto a come viene impostata normalmente. Cosa significa “voto utile” e “utile” per chi o per cosa? Per un comunista è davvero utile votare con questo sistema elettorale, e per chi?

domenica 27 gennaio 2013

LA "DIFESA DELLA RAZZA" di Loredana Baglio




EDUCARE ALL'ODIO: LA "DIFESA DELLA RAZZA" 
(1938 – 1943)
di Loredana Baglio

Umberto Eco, nella sua breve introduzione al libro di Valentina Pisanty (1), chiarisce subito i due elementi fondamentali che hanno permesso la diffusione dell’antisemitismo e del razzismo in Italia. Il primo elemento è rappresentato dalla tesi revisionista che parla di un “antisemitismo blando” del regime fascista, nonostante l’entrata in vigore delle leggi razziali che colpirono soprattutto la popolazione ebrea confinata, a Roma, nel Ghetto del Portico d’Ottavia; vittima non solo delle persecuzioni dei gerarchi fascisti, ma anche delle successive rappresaglie del Maggiore delle SS Herbert Kappler e del boia Erick Priebke.

giovedì 24 gennaio 2013

DIETRO LA GUERRA DEL MALI di Paul Martial



DIETRO LA GUERRA DEL MALI
di Paul Martial 

La Francia rispolvera la "Françafrique" e protegge i suoi interessi. Un conflitto che si annuncia lungo e denso di conseguenze in tutto il continente. E che, al momento, costa 400 mila euro al giorno



In generale, quando il governo francese si occupa dei maliani è per espellerli; come mai tutto ad un tratto si è trasformato nel difensore della popolazione del Mali? Per rispondere a questa domanda, è inevitabile sottolineare le responsabilità stesse della Francia nella crisi in Mali.

mercoledì 23 gennaio 2013

L'ALTERNATIVA? UN ALTRA VOLTA di Piero Maestri




L'ALTERNATIVA? UN ALTRA VOLTA
di Piero Maestri

Finalmente le liste dei candidati per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio sono state presentate.
Inutile commentare le fibrillazioni del centrodestra berlusconiano, alle prese con una nuova versione del noto dilemma morettiano per cui “Cosentino fa più danni se viene o se sta in disparte?” e con le rese dei conti delle varie consorterie (nella Lega Nord come nel neonato gruppo post-fascista dei Fratelli d’Italia).
Poco interessante anche guardare al personale politico delle liste Monti, diviso tra un vasto riciclaggio di vecchi democristiani e ambiziosi “innovatori” a cui viene fornito il Kit del montiano doc.
Il Pd tutto sommato riesce a fare una figura migliore, con un discreto rispetto dei risultati delle primarie per i candidati, che porteranno ad un forte rinnovamento dei suoi deputati e senatori – senza per questo alcun rischio sulla fedeltà alla linea data rappresentata da un Bersani sempre più vicino alle posizioni di Monti.
Un po’ meno rispetto per le primarie viene dalle scelte di Sel, che avendo meno posti a disposizione, deve comunque garantire candidati di partito, in particolare quelli che in questi anni hanno sostenuto senza critiche il ruolo del capo (con gli altri i conti sono stati fatti nell’ultimo anno) e del suo stato maggiore, vecchio o giovane che sia.

Le liste di Sel sono anche un buon esempio di come si utilizzi nella peggior maniera la cosiddetta “società civile”: si pescano un po’ di candidate/i indipendenti, autorevoli e spesso competenti in diversi campi, per metterli al servizio di una politica complessiva basata sull’accordo politico e programmatico con il PD, accordo che nega tutto quanto questi candidati rappresenterebbero: è il caso, solo per fare un esempio, di Giulio Marcon, pacifista che dovrà affiancare i peggiori guerrafondai del Pd come Roberta Pinotti; o di Giorgio Airaudo della Fiom, che già dichiara che non voterà un’eventuale fiducia a Monti, mentre il suo leader già prospetta possibili accordi sulle “riforme costituzionali”.
Siamo ancora fermi alle esperienze negative di Rifondazione: candidati pescati dalla società civile per fare da specchietto per le allodole, senza che questi rappresentino una rottura con i metodi consueti di cooptazione del ceto politico e quindi senza rotture sul piano della logica della “rappresentanza”.

Purtroppo a questo pessimo andazzo non si è sottratta nemmeno la lista di “Rivoluzione Civile”, che ha costruito le sue liste sulla base di due criteri: un accordo blindato dai vertici tra i partiti (Prc, Pdci, Verdi, Idv – con quest’ultima grande protagonista) e anche qui la scelta verticistica di “rappresentanti della società civile” graditi a Ingroia e soci.
E così assistiamo a bocciature clamorose, una su tutte quella di Nicoletta Dosio, attivista No Tav con la tessera del Prc, sacrificata dal suo stesso partito sull’altare della garanzia di posti per esponenti di partito.
Allo stesso tempo si promuovono personaggi come Li Gotti (nell’immagine il suo manifesto per le elezioni 2008) o Giardullo, che con la sinistra e l’alternativa non hanno proprio nulla a che vedere. Ma anche personaggi come Flavio Lotti, immarcescibile leader della “Tavola della pace” che in questi anni ha sempre retto il gioco al Pd e i suoi sodali (mirabile al proposito la sua marcia “per la pace” Perugia-Assisi del ’99, quando invitò il bombardiere D’Alema per “ricucire lo strappo” della guerra alla Jugoslavia…) e nelle varie elezioni passate ha cercato di farsi candidare da chiunque glielo proponesse.

Esemplare per la sua capacità di arrampicarsi sugli specchi il commento del segretario del Prc di Torino, Ezio Locatelli che scrive a questo proposito “quello che non bisogna perdere di vista, pure a fronte delle traversie nella definizione delle candidature, è il motivo fondamentale per cui abbiamo contribuito alla nascita della coalizione “Rivoluzione civile”, la necessità di tener aperto uno spazio politico a sinistra in un momento in cui tutti gli spazi rischiano di chiudersi”, che tradotto dal politichese significa: “l’unica cosa che conta è garantirsi qualche posto in Parlamento. Ci dispiace per compagni come Dosio o Agnoletto, ma Montecitorio val bene qualche sacrificio”…..
Non ci convince nemmeno la tardiva “denuncia” di Vittorio Agnoletto, che giustamente stigmatizza il “veto” nei suoi confronti, ma non prova nemmeno a avanzare una qualche autocritica, essendo stato tra quelli che hanno gestito fin dall’inizio i passaggi che da “Cambiare si può” hanno portato all’espropriazione di ogni istanza di base reggendo il gioco a chi, come il Prc, fingeva di guardare alla base per blindare gli accordi di vertice. In fondo l’esclusione di Agnoletto porta la responsabilità maggiore tra i suoi “amici” che non tra i suoi “nemici”.

Peccato. In molte e molti (le liste, va detto, non rispettano assolutamente un minimo criterio di genere) avevamo sperato che – anche se con tempi stretti – potesse prendere vita un processo davvero nuovo, che non mettesse in discussione i “partiti” in quanto tali, ma le loro pratiche concrete e la realtà della loro distanza da ogni ipotesi alternativa e valorizzasse i movimenti sociali e le lotte che si sono espresse in questi anni (dal NoTav agli studenti, dal Movimento per l’acqua pubblica ad altre esperienze di resistenza alle politiche di austerità di lavoratrici e lavoratori).
Dal 1° dicembre le assemblee di “Cambiare si può” avevano davvero fatto pensare che si potesse cambiare. Invece ha vinto il ceto politico consueto, non quindi genericamente i “partiti”, ma una pratica deleteria di essere “partito”, pronta ancora una volta a espropriare qualsiasi possibilità di partecipazione dal basso e di democrazia reale.
E l’alternativa? Sarà per un’altra volta….


23 gennaio 2013

dal sito  http://sinistracritica.org/


martedì 15 gennaio 2013

Lega dei Socialisti: 2 lettere di dimissioni




LEGA DEI SOCIALISTI: DUE LETTERE DI DIMISSIONI



Al segretario della LdS
Franco Bartolomei



CONSIDERANDO il fatto che non hai risposto al documento “MOZIONE PER UN PARTITO DEL LAVORO” che ti ho presentato insieme ai compagni Riccardo Achilli, Antonio di Pasquale e Norberto Fragiacomo il 7 ottobre del 2012.

CONSIDERANDO il fatto che non hai risposto, come evidentemente è tuo costume, al documento “LETTERA APERTA ALLA LEGA DEI SOCIALISTI” del 28 novembre 2012 che chiamava alla costituzione di una Frazione dentro la LdS a firma dei compagni Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli, Antonio di Pasquale e Norberto Fragiacomo.

CONSIDERANDO che hai cambiato la linea politica votata negli ultimi due Direttivi Nazionali della Lega dei Socialisti e che hanno portato all’adesione il 27 ottobre alla manifestazione nazionale del “NO MONTI DAY” svoltasi a Roma portando oggi la LdS invece ad allinearsi acriticamente con il triciclo (PD-PSI-SEL). Un cambiamento di prospettiva politica di ben 180° non discusso in nessun organismo di direzione della LdS.

CONSIDERANDO la tua candidatura, di cui non hai informato i compagni della LdS e né tantomeno discusso con loro, nella lista del PSI-PER ZINGARETTI contraddicendo tutte le decisioni del Direttivo Romano che si erano espresse contro Zingaretti. Ti ricordo che a giugno 2012 siamo stati i primi a sostenere l’eventuale candidatura di Medici al comune di Roma in alternativa proprio a quella di Zingaretti.

CONSIDERANDO la mancanza della convocazione da mesi ormai di qualsiasi organismo di Direzione della LdS (Direttivo Nazionale, Direttivo Romano, ecc.) e la mancanza dei dati relativi al tesseramento alla LdS lanciato ufficialmente anch'esso da vari mesi.

CONSIDERANDO quindi la lampante violazione dei più elementari criteri democratici all’interno della LdS che hanno fatto anche cancellare un semplice post di critica nella pagina FB della Sinistra Socialista-LdS il che per quanto mi riguarda è l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso.

RASSEGNO LE MIE DIMISSIONI dalla Lega dei Socialisti e dagli organismi di direzione a cui sono stato eletto.

Umanamente ti rimprovero di avere cambiato la prospettiva con cui mi hai reclutato prospettandomi la volontà di costruire una Syriza o un Front de Gauche italiano e che oggi ti vedono al fianco di uno dei più classici rappresentanti della Casta burocratica come Zingaretti. E sempre umanamente ti rimprovero la tua mancanza di coraggio politico che ti hanno impedito di sostenere questo progetto.


Saluti socialisti e libertari
Stefano Santarelli
14 gennaio 2013


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Preso atto delle scelte politiche ed elettorali assunte dal segretario della LdS in sede di sua veste di dirigente del PSI, completamente antitetiche rispetto alla linea politica ufficialmente adottata dalla LdS nei suoi documenti congressuali, nelle conclusioni delle sue riunioni direttive e nelle prese di posizione dei suoi dirigenti, riscontrando che alle nostre (ed in specie anche mie) richieste di chiarimento politico di tale radicale contraddizione nelle sedi appropriate non è stata data alcuna risposta da parte di un segretario completamente scomparso oramai da più di un mese, mentre tali richieste, avanzate peraltro in modo corretto, hanno dato luogo soltanto ad un dibattito sempre più inacidito, e sempre meno centrato sui temi di sostanza politica, fra componenti della Direzione Nazionale, mi trovo nella doverosa situazione di rassegnare le mie dimissioni dal Direttivo Nazionale della Lega dei Socialisti.


Distinti saluti,
Riccardo Achilli.


14 gennaio 2013


sabato 12 gennaio 2013

LA FRANCIA STA GIA' COMBATTENDO IN MALI



LA FRANCIA STA GIA' COMBATTENDO IN MALI



Il “sinistro” presidente Francois Hollande ha confermato l'invio delle truppe francesi in Mali per combattere gli integralisti islamici che controllano il nord del paese, riprendendo lo storico ruolo “coloniale” esercitato in Africa.


"L'operazione durerà per tutto il tempo che si renderà necessario", ha detto nel corso di una breve dichiarazione pronunciata dal Palazzo dell'Eliseo, senza però fornire dettagli sulle dimensioni dell'impegno francese.

Secondo alcune fonti, Hollande avrebbe deciso il dispiego delle truppe francesi stamattina in accordo con il presidente ad interim del Mali, Dioncounda Traorè. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha spiegato il capo dell'Eliseo, fornirebbero il quadro giuridico per rispondere alle richieste d'aiuto del governo locale. Il Mali, ha detto ancora Hollande, "sta affrontando una minaccia terroristica proveniente dal nord, che il mondo conosce per la qua brutalità e per il suo fanatismo". Secondo lui è la "stessa esistenza" del paese, dove vivono circa 6.000 cittadini francesi, a essere minacciata.

"Nel nome della Francia ho risposto alla richiesta di aiuto del presidente del Mali, sostenuto dagli altri paesi dell'Africa dell'ovest. I terroristi devono sapere che la Francia difenderà sempre i diritti di un popolo, come quello del Mali, che vuole vivere nella libertà e nella democrazia"

I combattimenti che contrappongono l'esercito maliano agli islamisti nel centro del Mali hanno provocato perdite nei due campi. Lo ha affermato un responsabile dell'esercito di Bamako. "Come in tutte le guerre, l'esercito maliano ha subito perdite, il nemico lo stesso, ma aspettiamo di contattare le famiglie dei soldati deceduti per diramare un comunicato sul bilancio", ha dichiarato il colonnello Oumar Dao, capo delle operazioni militari dello stato maggiore dell'esercito.

Le forze armate hanno lanciato un'offensiva per riprendere la città di Konna (centro), caduta ieri in mano agli islamisti che controllano da oltre nove mesi il nord del Mali e affermano di voler avanzare verso il sud sotto controllo governativo.


11 febbraio 2013

dal sito http://www.contropiano.org/


lunedì 7 gennaio 2013

RIFLESSIONI DI UNA CASSANDRA di Antonio Moscato




RIFLESSIONI DI UNA CASSANDRA
di Antonio Moscato



Ho finito per accettare di partecipare ieri a una riunione provinciale mal convocata, in cui alla proposta originaria di discutere insieme sul da fare tra coloro che avevano rifiutato lo scippo di Ingroia, era stata sovrapposta una convocazione estesa anche a chi quello scippo lo aveva accettato “per non perdere l’ultima occasione”. Ci sono andato per non rompere i buoni rapporti stabiliti nelle riunioni precedenti, e anche perché lo stravolgimento della convocazione non era frutto di malizia, ma di inesperienza. Ma la riunione mi ha lasciato l’amaro in bocca, e mi ha fatto temere un esito della campagna elettorale che distrugga un altro po’ di sinistra. In effetti la regia di Diliberto, un grande organizzatore di sconfitte, fa temere il peggio. Ad esempio il tentativo di annettersi il movimento No TAV, offrendo una candidatura a una sua esponente anziché discutere seriamente e francamente con l’insieme del movimento, ha avuto subito ripercussioni negative.

Sono stati gli stessi No Tav nel loro sito a ribadire che “Ogni No TAV (come persona, mettendoci la sua faccia) ha diritto di fare propaganda per il suo sport preferito, per la sua squadra del cuore o per il partito che più gli aggrada e che vorrebbe vedere al governo, ma il Movimento No TAV è al di fuori da queste passioni... il Movimento No Tav diffida qualunque partito e i suoi sostenitori a utilizzare il suo nome per la propria propaganda elettorale. Chi lo fa, lo fa in modo fraudolento, scorretto e ignobile”. In pratica è la stessa posizione assunta qualche settimana fa dal Comitato No Debito.

Sono uscito dalla riunione con la sensazione che non si debba neppure aspettare molto tempo (cioè neppure i risultati delle elezioni) per vedere gli effetti demoralizzanti di questa pessima gestione burocratica delle candidature. Avevo scritto a un compagno che stimo e con cui mi sono trovato spesso d’accordo la lettera che riporto di seguito per concordare una possibile iniziativa comune verso i compagni che potranno essere disorientati da un esito diverso da quello segnato. Avevo scritto tra l’altro che mi preoccupava particolarmente “l’effetto che una eventuale rinuncia alla presentazione al Senato per non danneggiare il centro sinistra avrebbe anche sul voto per la Camera e sull’identità stessa del progetto”. Ieri era solo una sensazione, ora sembra che ci sia stata già un’inverosimile proposta di desistenza fatta al PD e rifiutata. Ma in ogni caso, sul sito personalizzato di Antonio Ingroia, è apparso (in data 4 gennaio, non dicembre!) il suo “primo volantino”, da cui risulta che il programma è sempre quello che si preoccupa soprattutto degli imprenditori: guardare per credere:

http://www.rivoluzionecivile.it/2013/01/04/insieme-vinciamo-il-primo-volantino/#.UOr5EHdrRtQ

Così ho deciso di mettere sul sito la mia lettera, anche se può sembrare uno sfogo di una Cassandra. Ma lo faccio perché sono rattristato di sentire dei buoni compagni con cui ci siamo trovati d’accordo anche in un passato recentissimo che cominciano ad insinuare che io mi compiaccia di poter dire: “l’avevo detto”. Non mi compiaccio affatto, anzi comincio a disperare della ragione umana, e mi dispiace soprattutto di dover dare ancora una volta ragione a Giulio Andreotti, quando sostiene che “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”. E che alcuni dei promotori dell’iniziativa, non solo Ingroia, pensassero a stabilire ponti col PD mi era parso evidente fin dall’inizio. (a.m. 7/1/13)

Ecco la lettera di ieri sera:

Caro ***,

ho continuato a pensare alla riunione di oggi, con inquietudine crescente. Ho avuto la sensazione che il prezzo che pagheremo per questa sconfitta sarà maggiore del previsto. Intanto perché con questo stato d’animo e con l’esiguità delle forze impegnate nel progetto è assai probabile un suo fallimento maggiore di quel che si prevede: hai fatto caso che anche i militanti del PRC, che pure discutevano seriamente di comitati elettorali o di candidature, o di ingenue condizioni (come il rispetto delle assemblee) da porre a chi è abituato a prevaricare sistematicamente la volontà dei suoi stessi iscritti, non erano per niente entusiasti del pateracchio che è venuto fuori, né avevano fiducia in quello che decideranno i 4 scippatori, di cui hanno sperimentato troppe volte i metodi? Come si fa a vincere con così scarso entusiasmo?

Al massimo c’era un po’ di patriottismo di partito, che portava a una mezza assoluzione di Ferrero, come se non avesse fatto parte del gioco fin dall’inizio, per la semplice ragione che non riesce a concepire per un partito altro modo di esistere che la partecipazione a elezioni, a qualunque condizione e con un qualsiasi alleato, perché non sa come far vivere il partito se non col finanziamento pubblico. Un’assoluzione immeritata, quindi, perché era pura ipocrisia dire di essere disposto al “passo indietro” se lo facevano gli altri, sapendo bene che almeno per due degli altri partiti (praticamente inesistenti) non era assolutamente concepibile non presentare i massimi dirigenti. Di Pietro, poi, che una specie di partito lo aveva avuto, sia pur pieno di delinquenti come Razzi, De Gregorio o Scilipoti, e aveva perso molti altri pezzi quando era stato smascherato per le sue ruberie personali, era ormai sull’orlo della sparizione in caso di presentazione col proprio simbolo. Quindi era impossibile concordare un “passo indietro” di tutti e quattro i segretari.

Non sappiamo quanti altri rospi farà ingoiare ai suo sostenitori Antonio Ingroia: forse altre avances insensate a Bersani e a Grillo, magari ulteriormente vanificate da successivi gesti di dispetto, come gli attacchi a Pietro Grasso (che gli hanno provocato critiche severe da amici comuni come Nando Dalla Chiesa, o Caselli), o la proposta di candidatura agli espulsi dal M5S. In ogni caso uscite estemporanee che rivelano la sua scarsa conoscenza di quel che pensa il “popolo di sinistra” che dovrebbe votarlo, e che non conosce affatto, perché l’unico partito che ha frequentato è il PdCI, l’unico di cui accetta i consigli. Non parliamo poi dell’effetto che una eventuale rinuncia alla presentazione al Senato per non danneggiare il centro sinistra avrebbe anche sul voto per la Camera e sull’identità stessa del progetto.

Perché mi preoccupo, potresti domandarmi, se non ho fiducia nell’operazione così come si è configurata dopo la teatrale entrata in scena di Ingroia? Perché ho vissuto troppe volte l’effetto distruttivo di verifiche di eventi pur prevedibilissimi. Contrariamente a quello che mi hanno detto a volte dei bravi compagni che hanno votato SI, non ci tengo affatto a poter dire “l’avevo detto”. So bene che le Cassandre non solo non sono ascoltate ma sono detestate e rimosse.

Ti faccio tre esempi che mi bruciano ancora. Il primo è il più tragico. Ho vissuto gli effetti distruttivi sulla sinistra del cosiddetto “crollo del muro”, cioè dello sgretolarsi di un sistema di potere che si credeva eterno come il Vaticano, e veniva presentato dagli stessi avversari come pressoché onnipotente. In realtà a chi ne aveva seguito le crisi come militante ma anche come storico, la rivolta operaia di Berlino nel 1953, quella analoga di Poznan nel 1956 e la grande insurrezione dei consigli operai ungheresi nello stesso anno, le ricorrenti esplosioni polacche, il soffocamento violento del pacifico tentativo di autoriforma della “primavera di Praga”, era chiaro che quel sistema era minato da contraddizioni profonde. Ne avevo scritto più volte, senza essere ascoltato (ad esempio una mia relazione su questi temi alla Commissione Internazionale di DP, pazientemente trascritta, fu poi cestinata dalla responsabile del Bollettino interno, Marida Bolognesi, poi finita a baciare rospi…) Ho poi scoperto che Guevara era arrivato alle stesse conclusioni su quel sistema osservandone da vicino le gravi disfunzioni sul piano economico. È servito a qualcosa averlo capito? Prima eri inascoltato, poi accolto con polemiche volgari e insinuazioni contro gli intellettuali saccenti e appunto le Cassandre… Guevara è ricordato dai più caricaturalmente come un avventuriero, e ignorato per il suo pensiero critico.

Il secondo è il caso del manifestarsi delle contraddizioni interne della rivoluzione vietnamita: io l’avevo sostenuta, per la sua portata oggettiva, pur sapendo delle sue tare staliniane (molti compagni trotskisti che nelle elezioni del 1936 avevano avuto più deputati di quelli di Ho Chi Min, erano stati sterminati nel corso della guerra dai servizi segreti inquadrati dai sovietici). Per questo non sono crollato vedendo l’esito dell’imposizione brutale del modello del Nord stalinizzato al Sud più articolato e variegato politicamente, che fu una delle cause dell’esodo disperato dei Boat Peuple; non era imprevedibile neppure la guerra fratricida tra Vietnam, Cambogia e Cina. E non mi sono pentito per aver sostenuto una rivoluzione in sé giusta, anche se con una direzione discutibile. Per moltissimi giovani che si erano formati appoggiando quella lotta, ma mitizzandone i protagonisti, quelle vicende invece portarono a un abbandono delle idee rivoluzionarie. Lo stesso avvenne con l’esperienza del Nicaragua dopo il crollo elettorale del 1990, con lo strascico odioso della piňata, come venne chiamato l’accaparramento privato dei beni pubblici da parte dei dirigenti sandinisti, subito dopo la sconfitta: per una intera generazione fu un trauma terribile. Ce ne sarebbero parecchie altre di vicende internazionali non capite mentre erano in corso, e sulle quali poi si accettò l’interpretazione del nemico di classe…

Ma penso anche a una vicenda italiana come le elezioni del 1972, a cui ho accennato recentemente nell’articolo Tutti uniti, tutti insieme?. Particolarmente attuale, nonostante l’apparente diversità delle situazioni. Allora fu il settarismo speculare del gruppo del Manifesto (che per far accettare ai suoi militanti, in prevalenza astensionisti, la partecipazione alle elezioni, non volle concordare con altri la sua lista né mettere candidature significative di “avanguardie” delle lotte di quegli anni, a parte il povero Valpreda, che era solo una vittima e non avanguardia di niente) e quello degli altri gruppi della sinistra che per ripicca rifiutarono l’appoggio alla lista. Il risultato fu che pur avendo fatto emergere complessivamente oltre un milione di voti alla sinistra del PCI, e non era poco, nessuno raggiunse il quorum anche perché erano divisi in quattro liste diverse. Da allora la “nuova sinistra” cominciò a pentirsi e a rifluire nel PCI, dove ebbe un ruolo spesso peggiore dei vecchi quadri stalinisti. In ogni caso non era stata una “fatalità” quell’insuccesso, che per giunta non sarebbe stato catastrofico, ma un buon inizio, e invece fu buttato via: ancora oggi la Castellina & C dicono che fu un “fatale errore” la presentazione in sé e non le sue forme...

Se questa volta non si raggiungerà il quorum, come è abbastanza probabile, soprattutto se si mettono personaggi impresentabili e si fanno dichiarazioni insensate, si può essere sicuri che - a parte gli idioti che diranno che è stata tutta colpa del sabotaggio della “casta giornalistica”, o dei “professori” cagadubbi - chi aveva creduto di aver trovato una scorciatoia per ottenere una rappresentanza (poco meritata, non avendo fatto molto negli ultimi anni), abbandonerà definitivamente ogni residua militanza. E non si domanderà affatto se era la strada migliore quella di delegare le decisioni a un magistrato presuntuoso e a quattro sperimentati organizzatori di sconfitte, incapaci di ascoltare non dico cosa pensa e vuole il paese, ma neppure la loro stessa base…

Come fare per arginare la possibile demoralizzazione? Impossibile seguire la strada della sesta proposta di Paolo Cacciari: disinteressarsi del tutto e pensare al dopo. In fondo si tratta di chiudere la tv e non comprare i giornali per poco più di un mese. È quello che già fa la maggioranza degli italiani. Impossibile perché se si facesse così non riusciremmo a riprendere dopo il voto la discussione con i compagni oggi entusiasti: ma si deve spiegare che il nostro modo di fare campagna elettorale non è chiedere il voto come fanno gli altri, magari con i “santini” e i manifesti con le facce dei candidati, ma discutere sui nostri limiti passati, sulle cause delle nostre sconfitte, e soprattutto sui nostri compiti per il futuro prossimo. Ma discutere anche su come concepiamo la presenza nelle istituzioni, su quello che è il contesto europeo in cui si colloca la nostra battaglia (mi fa orrore sentire le banalità sulla dittatura della Merkel), su quale è stato realmente il percorso che ha portato Syriza all’attuale forza. E tra le cose dimenticate, o sostituite grottescamente da vaghi accenni alla “questione sociale” o del lavoro, discutere su come possiamo intervenire per affrontare la grave crisi del sindacato, non solo della CGIL ma della stessa FIOM, a cui non basta rimproverare il fiancheggiamento di SEL.

Insomma “usare”, come ha detto *****, la campagna elettorale per fare quello che si doveva fare prima e che si era cominciato appena ad abbozzare nelle prime assemblee, in cui si era discusso anche un po’ di più di obiettivi e di programmi…

Preferirei discutere di questo in una cerchia ristretta che eviti discussioni inutili sui volantinaggi e la distribuzione dei facsimili, e provi ad andare avanti nell’identificazioni dei nostri compiti. Ci proviamo?

Ciao,

Recanati, 6 gennaio 2013

Antonio


dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/


sabato 5 gennaio 2013

CAMBIARE E' DIFFICILE di Livio Pepino





CAMBIARE E' DIFFICILE
Un partito personale, un programma debole. Non basteranno le candidature della società civile

di Livio Pepino



Due mesi fa, in settanta (diversi per storie e provenienza ma uniti negli obiettivi), abbiamo lanciato il documento «Cambiare si può». Volevamo verificare la possibilità di una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013. Alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall'altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E, poi, alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all'esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici).

A che punto siamo oggi, due mesi dopo?

Vale la pena ripercorrere le tappe del percorso. Abbiamo suscitato un entusiasmo impensato coinvolgendo in centinaia di incontri e assemblee, decine di migliaia di «cani sciolti» e orfani di partiti e sindacati ma anche associazioni, movimenti, gruppi, comitati: se ne facessimo l'elenco raggiungeremmo numeri a tre cifre. Sempre con lo stesso riscontro: se andate (andiamo) avanti forse torneremo ad appassionarci alla politica, forse andremo di nuovo a votare o voteremo finalmente con convinzione anziché per abitudine. E abbiamo avviato una contaminazione con alcune forze politiche: talora con asprezze, ma anche con l'aprirsi di nuove dimensioni dell'agire politico in vista di una collaborazione virtuosa (ancorché difficile).

A metà percorso abbiamo incontrato il Movimento arancione (espressione di alcuni sindaci e, in particolare di Luigi De Magistris) che ci ha portato in dote, come possibile leader, Antonio Ingroia. Non era il nostro progetto e anche quella candidatura - al di là della stima personale per Ingroia - non era la nostra: per ragioni di forma (riteniamo che anche il candidato premier debba essere scelto dal basso e non precipitato dall'alto), per il rischio di un appiattimento della lista sulla questione giustizia (che è un tema fondamentale ma solo dentro una prospettiva più ampia di società e di sviluppo), per le posizioni aperturiste di Ingroia nei confronti del Pd e delle sue politiche in una dimensione di (auspicati) colloqui di vertice che non ci appartiene. Nonostante questo abbiamo accettato di avviare un processo unitario, anche per evitare che divisioni e settarismi (reali o presunti) travolgessero le speranze di cambiamento che avevamo suscitato. Lo abbiamo detto, peraltro, espressamente: il nostro candidato presidente non sarà il leader ma uno tra gli altri e il nostro portavoce non sarà un singolo ma un gruppo (in cui dovranno trovar posto un operaio licenziato dalla Fiat, una precaria del Sud, un esponente del Movimento no Tav: non come «fiori all'occhiello» ma come espressione visibile delle nostre priorità); tutti gli altri candidati dovranno uscire da un dibattito pubblico sui territori ed esserne espressione: la campagna elettorale andrà fatta con l'entusiasmo e la partecipazione (come accaduto nei referendum) e non con i soldi residui, portati da qualche partito, di quel finanziamento pubblico che tutti a parole contestano.

Forse eravamo (siamo) degli ingenui. Certo oggi, all'esito di quel percorso e alla vigilia delle elezioni, la lista alternativa che si delinea sotto la leadership di Ingroia va in una direzione diversa. Debole nel programma, subalterna alla logica del partito personale (basta guardare il simbolo...), pronta a proiettare in primo piano le candidature dei segretari di partiti e partitini alla ricerca di un seggio (anche di chi si è distinto, in un recente passato, per il sostegno a quelle grandi opere il cui rifiuto è il cuore di un progetto veramente alternativo), essa ripete la logica della Sinistra Arcobaleno del 2008. Non basteranno a modificare il segno dell'operazione le candidature di alcuni (validi) esponenti della cosiddetta società civile, la cui esposizione finirà, al contrario, per indebolire e demotivare proprio quella società. E non basterà un pugno di eletti - se ci saranno - a dare prospettive di cambiamento al quadro politico. Questa la situazione ad oggi.

Può ancora cambiare? Forse. Se Ingroia avrà il coraggio di rovesciare il tavolo e di privilegiare il rapporto con la società piuttosto che quello con il ceto politico, se metterà al centro i grandi problemi del Paese anziché le polemiche personali, se abbandonerà il leaderismo promuovendo la partecipazione. Ma dubito che lo farà e, dunque, questa lista, pur meno impresentabile di altre, non sarà la mia.

La domanda è, a questo punto, obbligata: abbiamo sbagliato nel buttarci in questa impresa? Non credo perché abbiamo, almeno, aperto una strada. E, dunque, non smobiliteremo, ma ci attrezzeremo meglio per le prossime scadenze. Sì, forse siamo degli ingenui. Ma abbiamo ogni giorno sotto gli occhi che cosa ha prodotto la politica dei cinici.


2 gennaio 2012

da "Il Manifesto"


martedì 1 gennaio 2013

DOV'E' LA SCONFITTA? di Antonio Moscato


DOV'E' LA SCONFITTA?
di Antonio Moscato



Assurdo parlare di vincitori e vinti in una contesa che ha coinvolto meno di 7.000 compagne e compagni. Parlo delle elezioni tra gli iscritti a “Cambiare si può” per decidere se accettare la trasformazione in “Rivoluzione civile” con simbolo e guida di Ingroia. Mi sembra assurdo esultare perché il SI si è conquistato il 64,7% dei votanti (cioè esattamente 4.468). Un po’ pochi per portare avanti un progetto che era giustamente apparso interessante e positivo, e che invece conferma la drammatica crisi dei quattro partiti che hanno fortemente sponsorizzato il voto a favore.

In realtà sarebbe meglio di parlare di un solo partito, che a differenza degli altri tre esiste ancora e non solo sulla carta, e di cui abbiamo incontrato nelle assemblee generosi militanti (che magari scambiavano come un attacco preconcetto al partito in quanto tale quella che era solo legittima diffidenza per quei loro dirigenti che hanno effettivamente gravi responsabilità per la crisi della sinistra). Ma il PRC avrebbe fatto meglio se avesse utilizzato le sue forze in questi anni come le ha mobilitate in questi giorni con una campagna di mail e sms di denigrazione di chi non era convinto dell’imposizione di Ingroia.

Ingroia suscita diffidenze tra molti compagni, perché è un candidato leader che non solo si preoccupa più degli imprenditori che dei lavoratori, ma perché continua testardamente a riproporre un’alleanza con il PD, e a lamentare che Bersani rifiuta il dialogo. Non solo all’inizio, ma perfino nell’intervista a “Repubblica” di ieri, 31 dicembre, Antonio Ingroia ha ribadito che la “battaglia antimafia ha bisogno dell’unità di tutti”. E ha continuato a rivolgersi al PD, che logicamente non solo “risponde con freddezza”, ma gli contrappone un altro magistrato con la stessa valenza: Pietro Grasso. A cui Ingroia, certo mal consigliato, non è riuscito a rispondere senza la caduta di stile delle delegittimazioni offensive e quindi controproducenti.

Non occorre essere “puri e duri” (termine ereditato dal peggior repertorio burocratico dell’ultimo PCI, e non a caso usato largamente nelle mail di questi giorni) per temere di delegare la rappresentanza di un movimento largo e articolato a un leader assoluto, con tanto di nome scritto in caratteri cubitali, che usa per giunta a volte argomenti poco efficaci: la sua unica quasi ossessiva preoccupazione, è la mafia, come se tutti i mali dell’Italia e dell’Europa dipendessero dalla mafia e non dal normale funzionamento del capitalismo, che fin dai tempi di Marx era intrecciato anche largamente con svariate forme di criminalità. Eppure Ingroia, se si fosse fermato un po’ più in Guatemala, avrebbe scoperto che il fenomeno in forme diverse è presente in gran parte dell’America Latina, non necessariamente ad opera di baffuti esponenti siciliani. E non parliamo poi della Russia e dei Balcani. La mafia siciliana è solo una particolare variante, rispetto ad altre di altra origine. Per giunta non è efficace ridurre le accuse al PD di voler solo arginare e non estirpare la mafia: a parole lo hanno detto tutti i governi, anche di centro sinistra, e la mafia e le altre forme di criminalità stan tutte lì… E c’è un Grasso a togliere forza a questi argomenti.

Il gruppo dirigente del PD non sa far politica, ma non al punto di non saper scovare alleati contro la concorrenza di Ingroia, da Grasso a Pisapia (vedi  L'ingenuo Pisapia )

 Ed è possibile che i compagni, tanto attivi con le mail contro chi vuole “stare a guardare dalla finestra del salotto”, non sospettino che a molti compagni può legittimamente dar fastidio l’elogio che Ingroia, nella stessa intervista di ieri fa alla “magistratura e le forze dell’ordine”? Soggetti “che dovranno sentire rinnovato e ancora più forte il sostegno nel loro operato, che ha consentito gli straordinari successi che conosciamo”… Occorre essere puri e duri per non sentirsi rappresentati da queste parole?

Avevo scritto più volte che qualunque fosse stato l’esito del voto bisognava continuare a ragionare tutti insieme sulle cose da fare, ma anche sulle ragioni del progressivo sprofondamento delle sinistre. Ma come farlo con chi per delegittimare il NO, lo attribuisce alla “aristocrazia della casta giornalistica di Viale, Ginsborg ed altri”, mentre invita a “stare assieme e intervenire sull’aristocrazia, ma onesta, degli Ingroia, che ricorda il segnale di classe del codice penale”? Incredibile ma vero. Ovviamente l’altra “aristocrazia” sarebbe disonesta…

Ho pensato, leggendolo, che a scrivere questo sarà stato forse un poliziotto o un carabiniere (ne avevo trovati come segretari di circolo in qualche paese del Salento, ma credevo che fosse un’aberrazione locale). Ma come si fa dopo questi argomenti a trovarsi ancora insieme? La denigrazione non assumeva solo la forma ridicola di presentare come appartenenti a una presunta “casta giornalista” compagni che non sono neppure giornalisti di professione ma hanno solo la colpa di saper scrivere. C’era la contrapposizione sistematica tra “i poveri bidelli” e “i professori”, o i “nomoni” (traduco: chi ha un nome conosciuto, magari per decenni di militanza, mentre il criterio ovviamente non vale per Ingroia).

Lasciamo da parte il repertorio di critiche sprezzanti ai “professori col lapis rosso e blu” che farebbero “l’analisi grammaticale di ogni contributo” allo scopo di “ricercare in essi un purismo ideologico”. Si arriva perfino a considerare una bizzarra forma di settarismo la preoccupazione per il ruolo corruttore delle istituzioni borghesi (in cui dietro l’ironia, traspare che chi scriveva così aspirava evidentemente ad “infiltrarsi” nuovamente al loro interno), come se il discredito di un partito che era nato bene, e aveva fatto un buon passo avanti nel 1998 rifiutando di ingozzare altri rospi, non fosse stato potentemente alimentato poi dalla discordanza tra le enunciazioni programmatiche e la grossolana pratica di adattamento alle regole di lorsignori quando finalmente è arrivato al governo, o meglio nell’anticamera del governo…

Possibile che questi compagni non si rendano conto dell’effetto repulsivo del “ritorno di un ceto politico della sinistra già «radicale» che si ripresenta sulla scena senza aver mai davvero fatto i conti con le sue scelte degli anni passati”? Sono osservazioni del lucido articolo di Piero Maestri, Oltre le elezioni, che proseguiva notando quanto fosse “imbarazzante vedere che all’intervento di un’attivista contro la base Dal Molin come Cinzia Bottene” seguissero il 23 dicembre poi “quelli di ministri, viceministri e sottosegretari del governo Prodi che quella base militare ha accettato e sottoscritto (così come l’acquisto degli F35) senza fare nemmeno un briciolo di autocritica (e magari le loro scuse a quelle e quegli attiviste/i) e senza nemmeno chiedersi se in fondo l’assenza della «sinistra radicale» dal parlamento non sia avvenuta proprio per quella partecipazione al governo e l’incapacità di pensarsi davvero come alternativi al centrosinistra (siamo infatti ancora all’infausto detto «in politica mai dire mai» di bertinottiana memoria).”


1 gennaio 2013

PS. Preciso che le citazioni di polemiche contro i "puri e duri" che hanno avuto dubbi su Ingroia sono tutte tranne dalle mailing list marchigiane. Ne ho fatto una piccola antologia dell'orrore, se qualcuno dubitasse, gliela spedisco. Ma spero che di questo revival non si debba più parlare...


dal sito  http://antoniomoscato.altervista.org/




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