mercoledì 26 novembre 2014

RISPONDENDO A RICCARDO ACHILLI di Stefano Santarelli





RISPONDENDO A RICCARDO ACHILLI
di Stefano Santarelli


Euro o non Euro? E' questo il dilemma shakespeariano come viene definito dall'enigmatico Olmo Dalcò che sta dilaniando la sinistra del nostro paese. E fatalmente tale dilemma non poteva non coinvolgere la nostra Redazione.
Tale dibattito è stato ed è molto duro all'interno di Bandiera Rossa in Movimento e sicuramente ancora non si è sviluppato fino in fondo.
Il mio articolo sul Convegno della Sinistra contro l'Euro che si è tenuto a Roma il 22 novembre è stato criticato dalla colonna della nostra Redazione, Riccardo Achilli, il quale è rimasto colpito negativamente dal finale del mio scritto dove contestavo un suo articolo sugli effetti che una eventuale uscita dall'Euro provocherebbe nei ceti più deboli della società.
Ora in verità lo stesso Giancarlo D'Andrea, che ha presieduto questa conferenza, membro anch'esso della nostra redazione, ha ritenuto il mio articolo obiettivo. Certamente le mie valutazioni politiche sono ovviamente opinabili, ma ciò fa parte della libertà di pensiero.

Allora veniamo ai punti in questione che hanno colpito negativamente Achilli e che riporto qui di nuovo integralmente:

lunedì 24 novembre 2014

VOTO REGIONALE NEL TEMPO DELLA CRISI di Fabrizio Burattini






VOTO REGIONALE NEL TEMPO DELLA CRISI

di Fabrizio Burattini


Su una cosa (e una sola) siamo d’accordo con Matteo Renzi, cioè sul fatto che lo sconvolgente tasso di astensione registrato nelle elezioni regionali di ieri in Emilia Romagna e in Calabria deve far riflettere tutte le forze politiche.

In Emilia Romagna, regione nota non solo per la sua tradizionale “colorazione” politica, ma anche per il diffuso “senso civico”, sui 3.460.402 elettori, se ne sono recati alle urne solo 1.254.916 (1.053.643 in meno rispetto alle europee di maggio, 1.416.666 in meno rispetto alle politiche di febbraio 2013, 1.045.469 rispetto alle regionali del 2010).

Tasso di astensione sconvolgente anche se largamente previsto e prevedibile. Proprio perché tutte le forze politiche, perlomeno quelle principali, con il loro comportamento l’hanno provocato e per certi versi ricercato.

La considerazione di Renzi sarebbe sincera se non si accompagnasse ad una ipocrita fanfara di vittoria e alla sua tradizionale sicumera dell’ “andiamo avanti”. Addirittura di ritenerlo un dato secondario rispetto al successo del PD.

A questo proposito occorrerebbe ricordare che la soglia di partecipazione di almeno il 50% dell’elettorato viene ritenuta come necessaria per dichiarare validi gli effetti di un voto referendario, mentre sembrerebbe legittimo governare per 5 anni una regione “forti” solo di meno della metà del 37,67 degli elettori chiamati ad esprimersi. E’ proprio il caso di dire: “due pesi e due misure”…

Infatti la vittoria del PD in Emilia Romagna, oramai può dirsi, si basa prevalentemente, se non unicamente, sul consolidato sistema di potere che dirige quella regione. I voti raccolti da Bonaccini (poco più che 600.000), infatti, oramai non canalizzano più neanche il voto di opinione raccolto da Renzi nelle europee di sei mesi fa., né, tanto meno; il voto organizzato di massa che raccoglieva la sinistra un tempo nella “regione più rossa d’Italia”.

In Calabria, Oliverio, con i suoi 484.261 voti, raccoglie poco di più di quanto raccolse lo screditato Loriero nel 2010, e può presentare il proprio risultato come plebiscitario (61,42%) solo per il parallelo crollo del centrodestra che raccoglie poco più di un quarto dei voti di 4 anni fa.

Dunque, se le dichiarazioni di Renzi e dei suoi fossero oneste, si dovrebbe riconoscere che il queste elezioni il PD (e il governo) non raccoglie affatto un’ondata di consenso, ma una delusione e un dissenso di massa, rappresentato da quei 680.537 voti persi in soli sei mesi (dalle europee ad oggi). Anche rispetto al risultato raccolto quattro anni fa da Vasco Errani (1.197,789 voti) Bonaccini dimezza i consensi.

Anche l’altro “trionfatore” di queste elezioni, il “Salvini emiliano”, il leghista Alan Fabbri, raccoglie 374.653 voti, meno della metà degli 844.915 ottenuti dal centrodestra nel 2010. E lo stesso risultato di lista della Lega Nord, con i suoi 232.318, cala di 56.283 rispetto ai 288.601 raccolti nel 2010, non mettendo neanche a frutto l’effetto di trascinamento dell’avere il “candidato presidente” della coalizione, anche se aumenta significativamente rispetto al risultato delle europee.

Questi risultati del PD e della Lega andrebbero ulteriormente ridimensionati ricordando il grande sostegno mediatico che in queste settimane il sistema informativo ha offerto da un lato a Renzi e al “suo” PD e, dall’altro, a Salvini, ormai indicato come unica opposizione.

Non varrebbe neanche la pena di parlare del risultato di Forza Italia (100.113 voti rispetto ai 518.108 del 2010), se non per sottolineare il punto della sua parabola.

Per quanto riguarda il M5S sembra consolidare il suo “zoccolo duro” di circa 160.000 voti emiliano romagnoli (per l’esattezza 161.056 nelle regionali 2010 e 167.022 ieri, anche se vista l’astensione valgono quasi il doppio percentualmente) con lo sgonfiamento rispetto all’eccezionale risultato delle politiche 2013 (658.475 voti), già ridimensionatosi significativamente in occasione delle europee (443.936).

Una riflessione sarà peraltro necessaria anche nell’ambito della sinistra che in Emilia Romagna positivamente tiene e riesce ad eleggere un consigliere regionale, ma non capitalizza nulla dell’ondata di rifiuto e di disaffezione dalla politica tradizionale, e neanche dello “sgonfiamento” dei voti “grillini”. In qualche modo, nonostante alcune scelte più positive degli ultimi tempi, resta che la sinistra non riesce tuttora a scrollarsi di dosso quella omologazione al mondo politico tradizionale accumulatasi in lunghi anni di politiche sbagliate.

La Lista Tsipras in quella regione ottenne alle europee 93.914 voti, che, si sono riversati quasi intatti per 50.208 nella lista “L’Altra Emilia Romagna” e per 38.743 sulla lista di SEL (in coalizione con il PD), mantenendo anche qui uno “zoccolo” di voti simile a quello raccolto dalle liste delle Federazione della Sinistra e di SEL, entrambe allora in coalizione con il PD di Vasco Errani nel 2010 (96.641). Tutto comunque senza nessun paragone possibile con i 235.223 suffragi raccolti alle politiche del 2006 dalle liste PRC e PdCI.

Ma la riflessione per la sinistra è ancor più necessaria se si guarda ai risultati calabresi, dove la lista “L’Altra Calabria” non solo non capitalizza il dissenso diffuso, raccogliendo solo 10.536 voti, ma vede sfuggirle verso SEL e le liste in coalizione con il PD gran parte dei 31.524 ottenuti sei mesi fa alle europee con la Lista Tsipras, restando ampiamente al di sotto dei 41.520 voti confluiti sul PRC calabrese nelle regionali 2010 e per fino molto meno dei 27.337 voti che in quella regione ottenne la “Lista Ingroia” a febbraio 2013.

La riflessione che la sinistra dovrà fare si intreccia anche con la positiva, seppur iniziale ripresa di conflittualità sociale che la durezza delle politiche dominanti sta imponendo anche in Italia. E’ là soprattutto, molto più che nella ossessione elettoralistica, che ben presto crea subalternità e dipendenza istituzionalistica, che va ricercata la strada per un vero rilancio.



dal sito Sinistra Anticapitalista


La vignetta è del Maestro Mauro Biani

domenica 23 novembre 2014

SULLA CONFERENZA DELLA SINISTRA CONTRO L'EURO di Stefano Santarelli







SULLA CONFERENZA DELLA SINISTRA CONTRO L'EURO
di Stefano Santarelli



La conferenza del Coordinamento nazionale sinistra contro l'euro che si è tenuta ieri a Roma con la presenza di economisti del valore di Emiliano Brancaccio, Vladimiro Giacché, Enrico Grazzini e del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero e presieduta da Giancarlo D'Andrea ha avuto un indiscutibile successo di partecipazione che non era affatto scontato anche se pone un problema politico alla sinistra che non si può non affrontare.
Dispiace l'assenza dell'esponente del PD Stefano Fassina dovuta ad un ritardo aereo.

sabato 22 novembre 2014

IMMIGRATI: COSTI E NUMERI (QUELLI VERI) di Girolamo De Michele






IMMIGRATI: COSTI E NUMERI (QUELLI VERI)
di Girolamo De Michele


Ignora pure i numeri, ma non sperare che loro si scordino di te
(Eric-Emmanuel Schmitt, il visitatore)





Gli immigrati sono un lusso?

Lo so, sembra squallido misurare col bilancino del pizzicagnolo cose come la vita, la dignità, la fratellanza: ma questo è il mondo in cui viviamo, tanto vale farsene una ragione. Partiamo dai costi, dunque.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2014, la più autorevole fonte di dati sul fenomeno delle migrazioni, il costo complessivo della presenza dei migranti in Italia è, al 2012, di 12,6mld € (+0.7 rispetto all’anno precedente), così ripartiti:

Sanità 3,7
Scuola 3,5
Servizi sociali 0,6
Casa 0,4
Giustizia 1,8
Ministero degli Interni 1
Trasferimenti economici 1,6
Totale uscite 2012 12,6
Totale uscite 2011 11,9

Si dà però il caso che gli immigrati, come tutti gli altri esseri umani, oltre a vivere e consumare lavorino, producano, paghino tasse, imposte. Insomma, oltre a respirare, sanguinare, ridere, vivono e producono reddito.

venerdì 21 novembre 2014

L'OCCASIONE PERDUTA DI "INTERSTELLAR" di Alessandro Vietti





L'OCCASIONE PERDUTA DI "INTERSTELLAR" 
di Alessandro Vietti



A dispetto delle fanfare e degli strilloni, la mia aspettativa su Interstellar era piuttosto bassa. La visione dei trailer e la lettura di qualche recensione in rete, pur senza spoiler, mi aveva messo nella disposizione d'animo di pensare di aver già visto in qualche modo il film. Me lo aspettavo visivamente sontuoso (con tutta la faccenda di Kip Thorne, del buco nero, del wormhole ecc.), ma di fatto poco originale. Così ieri sera vado al cinema con (davvero) scarse aspettative, addirittura animato dalla convinzione che ne sarei stato deluso. Insomma, partendo da questi presupposti non sarebbe stato difficile per Nolan darmi una qualche dignitosa soddisfazione. Invece no. Invece è stato peggio. Ma andiamo con ordine.
Non si può non partire dalla considerazione delle ambizioni di Interstellar, un film che viene presentato per forza evocativa (ideologica? filosofica?) al meraviglioso "2001: Odissea nella spazio", ponendosi fin dal principio come qualcosa che vuole andare ben oltre il blockbuster hollywoodiano tutto effetti e avventura. Non siamo nei territori dei Guardiani della Galassia, insomma. Del resto in passato Christopher Nolan ha abituato assai bene i suoi spettatori. Da lui, nella cui cinematografia risulta assai caro l'elemento fantastico (The Dark Knight, The Prestige, Inception), ci si aspetta il guizzo, qualcosa che fa emergere l'opera dalla media della moda cinematografica. Così quando si viene a sapere che si cimenterà in qualcosa di epico, qualcosa che ha a che fare col cosmo, con l'esplorazione dello spazio, con il ruolo dell'uomo nell'universo, prima viene da fregarsi le mani, poi da dire: "Speriamo bene...". Perché se ti presenti con ambizioni così grandi, se dici al giudice di mettere l'asticella così in alto, poi devi anche essere capace di saltarla. Ebbene, non solo in Interstellar funziona ben poco, ma addirittura ci sono anche dei momenti di vero e proprio imbarazzo che quasi non riesci a credere a quello che stai vedendo e ascoltando.

giovedì 20 novembre 2014

PALESTINA: UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA di Antonio Moscato






PALESTINA: UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA
di Antonio Moscato



Il moltiplicarsi di attacchi individuali di giovani palestinesi contro un bersaglio israeliano scelto a caso, impone una riflessione anche a chi ha sostenuto da sempre la causa palestinese contro l’oppressione coloniale sionista. Anche a chi, come me, ha sempre sostenuto che la scelta delle forme di lotta è compito di chi lotta contro l’oppressione.

Naturalmente, prima di tutto, non si può mai dimenticare che quando l’asimmetria di armamenti è enorme, le scelte sono spesso quasi obbligate per i più deboli. Durante la rivoluzione algerina, a un giornalista francese che chiedeva indignato: “perché mandate le vostre ragazze con la borsetta piena di esplosivo nei caffè europei di Algeri”, un esponente del FLN rispose: “Dateci i vostri carri armati, e noi vi daremo le nostre borsette esplosive”.

Tuttavia tra le armi vanno annoverate non solo i carri e le borsette, ma anche le ripercussioni di ogni azione nell’opinione pubblica internazionale, che non è impossibile raggiungere nonostante anche su questo terreno l’asimmetria tra i mezzi di cui dispongono le due parti sia enorme, forse perfino maggiore di quella puramente militare. E non c’è dubbio che alla causa palestinese verrà addebitata la responsabilità di queste azioni. Tuttavia pochi si domandano: a chi si può rimproverare l’auto lanciata su chi aspetta l’autobus, o l’assalto a una sinagoga di rabbini oscurantisti venuti da varie parti del mondo per rafforzare l’occupazione? Non sono atti programmati da una forza politica o militare, sono gesti di pura disperazione di chi è sicuro comunque di morire sotto i colpi dell’immenso apparato repressivo israeliano e, seguendo l’esempio biblico di Sansone, cerca di portare con sé il maggior numero di nemici possibile. Certo molto meno dei 3.000 di cui si vanta Sansone e di cui rende grazie al suo Dio, sempre per la già ricordata sproporzione di mezzi.

mercoledì 19 novembre 2014

TERZA REPUBBLICA? di Aldo Giannuli




TERZA REPUBBLICA?
di Aldo Giannuli



Nelle ultime settimane si sono accavallati una serie di avvenimenti, in parte contraddittori, che segnalano sordi brontolii nella pancia del sistema politico, tali da far presagire qualche botto in arrivo.

A destra si è consumato definitivamente il distacco fra Lega e FdI da una parte e FI dall’altra. Il solco fra Pd e Cgil è diventato un abisso e la rissa interna si va accendendo sempre più, nonostante la minoranza brilli per inconcludenza; il Ncd dà forti segni di nervosismo e fa brillare l’ipotesi di un ritiro dalla maggioranza. I sondaggi, per la prima volta, segnalano una flessione del Pd da maggio (36% circa contro il quasi 41 delle europee, ed anche il gradimento personale di Renzi cala vistosamente), mentre il M5s è dato stazionario intorno al 20%, Fi e centro hanno segni di ripresa e crescono solo Sel (di poco) e soprattutto la Lega che balza all’11%.

I sondaggi, si sa, vanno presi con le molle sia per come sono fatti, sia perché per definizione sono fluttuanti e ci vuol poco ad invertire le tendenze. Ora, poi, l’inflazione di essi (ce n’è uno a settimana), sta provocando una crisi di rigetto negli intervistati e nei lettori, per cui, più che mai, vanno presi con beneficio d’inventario.

Però ci sono molti segnali che dicono del forte nervosismo che serpeggia fra gli elettori ed anche l’egemonia del Pd accenna a sgonfiarsi, nonostante l’offerta circostante non sia brillantissima.

"STRAVOLGIMENTO" di Elisabetta Teghil






"STRAVOLGIMENTO"
di Elisabetta Teghil



Abbiamo parlato molte volte di come il neoliberismo abbia stravolto termini e significati. Una volta per sicurezza si intendeva una serena vecchiaia, la parola riforma era legata alla possibilità di un lento ma graduale miglioramento della società e della condizione di vita di tutte/i, sinistra significava attenzione agli strati sociali poveri e o comunque svantaggiati, la costituzione scritta e non sempre, anzi quasi mai quella materiale, era impregnata dei valori della Resistenza, la scuola pubblica, l’unica che la costituzione prevedeva che si finanziasse, era un ‘occasione per far accedere larghi strati della popolazione all’istruzione e, magari alla laurea, intesa come un’occasione di promozione sociale. Da qui il fenomeno dei laureati in prima generazione che non erano più bravi e più amanti dello studio dei genitori e dei nonni , ma che avevano avuto l’occasione, grazie alle lotte degli anni ’70, di accedere per la prima volta alla laurea.

La sicurezza, ora, è quella di un presunto cittadino/a intimorito/a chissà da chi e da che cosa, visto oltre tutto il crollo vertiginoso dei reati, le riforme sono un attacco a tutto campo ai diritti e alle conquiste del mondo del lavoro, la sinistra, chiariamo subito che parliamo di quella socialdemocratica, cioè il PD, oggi è quella che naturalizza in Italia gli interessi delle multinazionali in particolare quelle anglo-americane.

martedì 18 novembre 2014

CONCLUSO L'ACCORDO SUL CLIMA TRA CINA E STATI UNITI: TROPPO POCO, TROPPO TARDI, PERICOLOSO






CONCLUSO L'ACCORDO SUL CLIMA TRA CINA E STATI UNITI: 
TROPPO POCO, TROPPO TARDI, PERICOLOSO
di Daniel Tanuro




Ha avuto ampia risonanza nei mezzi di comunicazione di massa l’accordo con cui Stati Uniti e Cina si impegnano a ridurre le rispettive emissioni di gas a effetto serra, al fine di limitare i cambiamenti climatici.

Reso pubblico qualche settimana dopo che l’Unione Europea avesse fatto conoscere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, [1] questo accordo accresce notevolmente la probabilità che la Conferenza sul clima che si terrà a Parigi alla fine del 2015 (COP21) non sarà la ripetizione di quella di Copenaghen (2009) e che approderà a un’intesa internazionale in piena e debita regola.

Al tempo stesso, il tenore degli impegni assunti da entrambi i maggiori responsabili di emissioni di gas a effetto serra conferma l’ancor maggiore probabilità che l’accordo internazionale sarà insufficiente dal punto di vista ecologico e tecnologicamente pericoloso, quindi socialmente ingiusto.

lunedì 17 novembre 2014

LA FORZA CENTRIFUGA CHE LACERA RIFONDAZIONE COMUNISTA di Claudio Bellotti





LA FORZA CENTRIFUGA CHE LACERA IL PRC
di Claudio Bellotti 


Bilancio del Comitato politico nazionale 15-16 novembre 2014





Il comitato politico nazionale di Rifondazione si è concluso il 16 novembre senza l’approvazione di alcun documento politico finale. Il testo proposto dalla segreteria nazionale, infatti, è stato respinto con 50 voti a favore e 54 contrari.

Il voto finale non sorprenderà chi conosce i rapporti interni a Rifondazione e in particolare il fatto che il segretario Ferrero e la segreteria vennero eletti a gennaio solo grazie a un gioco di posizionamenti dei rappresentanti della terza mozione che permise la trasformazione di una minoranza in maggioranza (sulla vicenda vedi Rifondazione da Ferrero a Ferrero).

È bene chiarire che il voto del 16 novembre è semplicemente una fotografia dello stato del Prc e non rappresenta il coagularsi di una posizione politica alternativa a quella del segretario. A prescindere dalla composizione numerica dei gruppi dirigenti, sono le dinamiche politiche reali a chiarire la situazione.

Nel Prc si confrontano oggi in realtà ben 5 posizioni politiche. Ferrero propone che esso si dissolva sul piano elettorale nel famigerato “nuovo soggetto politico” che dovrebbe nascere da ciò che rimane della Lista Tsipras.

L’area Essere comunisti si è divisa tra una maggioranza guidata da Claudio Grassi che ha fondato l’associazione “Sinistra e Lavoro” che propone la formazione di un nuovo partito di sinistra con una piattaforma che, in sostanza, traduca sul piano politico le posizioni dei gruppi dirigenti della Fiom e della Cgil, coinvolga Sel e possibili fuoriusciti dal Pd. L’altro spezzone (portavoce nel Prc Bruno Steri) ha contribuito a lanciare l’ennesimo appello alla ricostruzione del partito comunista, in collaborazione con il Pdci.

La terza mozione considera possibile la “rifondazione della rifondazione”, ossia che si possa con l’attivismo arrestare il declino del partito.

Infine noi di Sinistra classe rivoluzione difendiamo la prospettiva della costruzione del partito di classe nel nostro paese e la battaglia, in questo processo, per un programma rivoluzionario e per l’organizzazione dei settori più avanzati del movimento operaio nel movimento che abbiamo lanciato lo scorso anno.

sabato 15 novembre 2014

UNA BANDIERA COMUNE: MARXISTI E ANARCHICI NELLA I INTERNAZIONALE di Michael Löwy






UNA BANDIERA COMUNE: 
MARXISTI E ANARCHICI NELLA I INTERNAZIONALE
di Michael Löwy



I

Marxisti e anarchici (termini all’epoca inusuali) fecero parte dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) – la I Internazionale – fin dalla sua origine, nel 1864. I disaccordi tra seguaci di Marx e Bakunin portarono a un’amara scissione nel 1872. Poco dopo, l’AIT “marxista” si dissolse, mentre i seguaci di Bakunin diedero vita a una propria AIT, che ancora continua ad esistere, nella Conferenza tenuta a Saint-Imier, in Svizzera (1872). Per Marx, le ragioni della scissione stavano nelle tendenze panslaviste e nel frazionismo antidemocratico e cospirativo di Bakunin. Da parte sua, Bakunin riteneva che la scissione si dovesse all’orientamento pangermanistico di Marx, nonché al suo autoritarismo e inaccettabile modo di comportarsi. Al di là delle scontate esagerazioni, tuttavia, entrambe le accuse contengono una parte di verità ed è difficile attribuire la responsabilità a uno solo dei due. Storici marxisti ed anarchici continuano a riproporre quegli argomenti, accusandosi reciprocamente della crisi dell’AIT. Pur senza schierarsi per gli uni o per gli altri, anche i ricercatori accademici enfatizzano il reciproco scontro di idee.[1]

Da questo punto di vista, largamente predominante nella letteratura sulla I Internazionale, quel che si dimentica è il dato semplice e importante che quell’organizzazione fu aperta e pluralista.

Era un’associazione in cui i seguaci di Proudhon, Marx, Bakunin, Blanqui ed altri, ben oltre i disaccordi e gli scontri, seppero lavorare insieme per molti anni, adottando a volte risoluzioni comuni e battendosi gomito a gomito nell’evento più importante del XIX secolo: la Comune di Parigi. Ci sia consentito di delineare un breve abbozzo di alcuni dei momenti fondamentali di questa storia dimenticata del “tragitto comune” tra marxisti e anarchici nell’AIT.

venerdì 14 novembre 2014

LA RETORICA DELLA GUERRA TRA POVERI di Anna Maria Rivera





LA RETORICA DELLA GUERRA TRA POVERI
di Anna Maria Rivera



Razzismo e periferie. Dilaga la cac­cia, sim­bo­lica o reale, ai capri espia­tori di sem­pre: rom e sinti, migranti e rifu­giati .Il Paradigma Roma


Dilaga ormai in Ita­lia la cac­cia, sim­bo­lica o reale, ai capri espia­tori di sem­pre: rom e sinti, migranti e rifu­giati. Pur variando luo­ghi e per­so­naggi, comune è lo schema nar­ra­tivo, aval­lato anche da quo­ti­diani main­stream. A giu­sti­fi­care o smi­nuire la vio­lenza dei «resi­denti» e dei «cit­ta­dini comuni» si pro­pa­lano spesso leg­gende e false noti­zie, spac­ciate come vere anche da organi di stampa prestigiosi.

Ciò che è acca­duto nella bor­gata romana di Tor Sapienza costi­tui­sce un pre­ce­dente assai grave. Mi rife­ri­sco allo svuo­ta­mento for­zoso, a furor di assalti raz­zi­sti, del Cen­tro di acco­glienza che ospi­tava abi­tual­mente i più vul­ne­ra­bili tra i rifu­giati, soprat­tutto minori. I faci­no­rosi che, incap­puc­ciati e al grido di «bru­cia­moli tutti!», a più riprese hanno attac­cato il Cen­tro, con lanci di pie­tre e petardi, per alcuni giorni sono stati rap­pre­sen­tati, anche dalla grande stampa, come poveri «cit­ta­dini esasperati».

E le dice­rie a pro­po­sito di scippi e aggres­sioni subite, ten­tati stu­pri — dei quali non v’è trac­cia di prova né denunce for­mali — sono state pun­tual­mente riprese senza alcuna verifica.

Tra i pochi che hanno osato vio­lare da subito que­sto schema nar­ra­tivo vi sono la Comu­nità di Sant’Egidio e l’Arci, e tra gli organi di stampa Il Redat­tore Sociale che già l’11 novem­bre sve­lava il segreto di Pul­ci­nella: cioè l’istigazione di estrema destra delle spe­di­zioni punitive.

A stru­men­ta­liz­zare il disa­gio eco­no­mico e sociale, dirot­tan­dolo verso gli alieni, v’è la pre­senza di «gruppi neo­fa­sci­sti e figure, vec­chie e nuove, dell’estrema destra», dichia­rava al Redat­tore Gian­luca Peciola, capo­gruppo di Sel in Campidoglio.

Pochi, fra i com­men­ta­tori che hanno insi­stito – con qual­che ragione, certo - sul sen­ti­mento col­let­tivo di abban­dono e insi­cu­rezza che vivono i resi­denti, si sono sof­fer­mati a con­si­de­rare le bio­gra­fie, la con­di­zione, i sen­ti­menti dei capri espia­tori: in gran parte gio­vani, fug­giti da povertà, per­se­cu­zioni e vio­lenze, appro­dati rischio­sa­mente in Europa dopo viaggi da incubo, costretti a una vita alie­nante e oggi, di nuovo, rifiu­tati, minac­ciati, terrorizzati.

Lo schema di cui ho detto s’intreccia con un’altra reto­rica abu­sata: quella, in appa­renza non-razzista, della «guerra tra poveri», secondo la quale aggres­sori e aggre­diti sareb­bero vit­time simmetriche.

Esem­plare in tal senso è ciò che è acca­duto alla Mar­ra­nella, quar­tiere romano del Pigneto-Tor Pignat­tara, dopo l’assassinio di Muham­mad Sha­h­zad Khan, il paki­stano di ven­totto anni mas­sa­crato a calci e pugni da un dicias­set­tenne romano, la notte del 18 set­tem­bre scorso. Subito dopo, un cen­ti­naio di per­sone improv­vi­sa­rono un cor­teo di soli­da­rietà verso il gio­vane arre­stato, non senza qual­che accento di ram­ma­rico per «que­sta guerra tra poveri», insieme con car­telli e slo­gan quali «Viva il duce» e «I negri se ne devono andare». Più tardi, per­fino qual­che sog­getto poli­tico deci­sa­mente di sini­stra si è spinto ad affer­mare che i due sareb­bero vit­time dello stesso dramma della povertà e del degrado. Come se il livello di potere, la posi­zione sociale, la respon­sa­bi­lità morale fos­sero i mede­simi, tra il bullo di quar­tiere che uccide, isti­gato e spal­leg­giato dal geni­tore fasci­sta (poi arre­stato anch’egli), e la sua vit­tima inerme: già annien­tata dalla soli­tu­dine, dalla per­dita del lavoro e dell’alloggio, dal ter­rore di per­dere pure il per­messo di sog­giorno, dalla lon­ta­nanza dalla moglie e da un figlio di tre mesi che mai aveva potuto vedere. Una per­fetta illu­stra­zione, quel delitto, di guerra con­tro i più inermi tra i poveri.

Certo, Roma è para­dig­ma­tica per le cat­tive poli­ti­che che nel corso degli anni hanno pro­dotto ghet­tiz­za­zione e degrado urbano di tanta parte dell’hinterland. E, si sa, più che mai in tempi di crisi, il disa­gio eco­no­mico e sociale e il senso di abban­dono ali­men­tano risen­ti­mento e ricerca del capro espiatorio.

Ma a socia­liz­zare, mani­po­lare, deviare il ran­core col­let­tivo c’è sem­pre qual­che attore poli­tico: di destra e di estrema destra, soli­ta­mente e in par­ti­co­lare Casa Pound e la Lega di Sal­vini e Bor­ghe­zio. Che la giunta Marino, come altre giunte «demo­cra­ti­che», ne prenda atto e prov­veda, prima che sia troppo tardi. Che la sini­stra poli­tica e sociale nelle peri­fe­rie ritorni, come un tempo, a fare lavoro politico.




da " Il Manifesto"

La vignetta è del Maestro Mauro Biani







giovedì 13 novembre 2014

SCIOPERO SOCIALE O SCIOPERO GENERALE? di Antonio Erpice





SCIOPERO SOCIALE O SCIOPERO GENERALE?
di Antonio Erpice 



Alcune realtà di movimento e sindacati di base hanno indetto per il 14 novembre lo “sciopero sociale”. La mobilitazione, lanciata ormai alcuni mesi fa, ha l’obiettivo ambizioso di unire in un unico appuntamento lavoratori, specie quelli precari, studenti e i protagonisti di lotte territoriali e vertenziali.

Uno sciopero “precario e metropolitano” come viene definito dagli organizzatori, che possa produrre una risposta generalizzata da parte dei diversi soggetti sociali che pagano la crisi e si ponga il problema di nuove forme organizzative.

La piattaforma chiede il ritiro dei provvedimenti di Renzi e misure contro la precarietà, ma in un orizzonte generale che non trova niente di meglio da contrapporre al governo se non la sempreverde richiesta di politiche redistributive.

Con buona pace di chi parla perennemente di nuovi “processi di soggettivazione” vorremmo porre una domanda molto semplice: che relazione ha questa mobilitazione con lo scontro apertosi nel paese, con la contrapposizione tra Leopolda e piazza San Giovanni? A noi pare nessuna.

Un movimento generale della classe non può esprimersi attraverso organizzazioni settoriali o minoritarie. Il ruolo decisivo assunto nello scontro con Renzi dalla Fiom e dalla Cgil non è frutto di un complotto o della arretratezza politica dei cosiddetti lavoratori “garantiti” (questa, in fin dei conti, è la tesi del governo). Questa realtà emerge con forza irresistibile in queste settimane e tutte le sacrosante critiche che si possono e debbono rivolgere ai vertici della Cgil non spostano il problema di un millimetro.

Nell’asfittico quadro degli ultimi anni si è cristallizzata la prassi delle date o delle piazze separate tra sindacati confederali e quelli di base, come è avvenuto per lo sciopero indetto da Usb, Orsa e Unicobas per il 24 ottobre, il giorno prima della manifestazione della Cgil. Lo sciopero ha visto quasi ovunque una scarsa partecipazione e ha dimostrato per l’ennesima volta la divisione all’interno degli stessi sindacati di base. A questo si aggiunge la mancanza di partecipazione da parte degli studenti nonostante il lavoro fatto da alcuni collettivi. Una data insomma che non è andata al di là della testimonianza, paragonabile ad altre, accomunate tutte dalla volontà di segnare il punto rispetto ai confederali, in un processo che favorisce la frammentazione di date e la divisione dei lavoratori tra sigle e categorie di appartenenza. Inutile dire che nessuna di queste date ha sortito l’effetto sperato!

La generosità di quei lavoratori più combattivi, che in un clima difficile hanno scioperato, non basta a fornire la massa critica sufficiente per contendere la direzione del movimento alla Cgil. Su questo servirebbe un bilancio onesto non solo nel sindacalismo di base, ma anche da parte di tutte quelle realtà di movimento che in questi anni hanno visto assottigliarsi la loro influenza. A niente sono serviti la chiamata continua di una data dopo l’altra e gli appelli roboanti alle sollevazioni generali. Tutti appuntamenti che, nonostante il campo potenzialmente sgombro, non sono riusciti a uscire fuori dalla loro portata autoreferenziale.

Le date di mobilitazione costruite a tavolino (come quella del 14 novembre) oppure convocate in modo improvvisato nel tentativo di “anticipare” la Cgil (come il 24 ottobre) non hanno reali possibilità di influire su un movimento che coinvolgerà milioni di lavoratori. Anziché una unificazione di un fronte di lotta, ne è emersa una ulteriore frantumazione del sindacalismo di base e dei movimenti.

Conosciamo l’obiezione: Camusso e Landini hanno abbandonato e tradito i lavoratori per tutti questi anni, pertanto il movimento guidato dalla Cgil è destinato a fallire. Questa obiezione esclude il protagonista principale, ossia il risveglio del movimento operaio su una scala che non si vedeva da anni. In questo movimento le organizzazioni e i militanti che hanno maturato una posizione più combattiva e radicale possono e devono prendere posto. Senza firmare deleghe in bianco a nessuno, senza accodarsi passivamente, ma al contrario incalzando la Cgil, favorendo il protagonismo dal basso, impegnandosi per una piattaforma più avanzata e per metodi di lotta adeguati all’asprezza dello scontro. Coltivare spazi ristretti di mobilitazione separata aspettando che passi il cadavere della Cgil per poi dire “noi l’avevamo detto” può essere una proposta seducente per qualche leaderino di movimento. Ma non dice nulla ai lavoratori che hanno l’esigenza di serrare le fila e vincere questo scontro. Il posto dei lavoratori aderenti ai sindacati di base non è in qualche orticello separato, ma in prima fila nello scontro frontale che si è aperto nel paese.



13 Novembre 2014


dal sito FalceMartello



La vignetta è del Maestro Mauro Biani




CARO GRILLO, PIU' CHE L'EURO ATTACCA I TRATTATI di Marco Bertorello





CARO GRILLO, PIU' CHE L'EURO ATTACCA I TRATTATI
di Marco Bertorello



Porre al centro l'uscita dall'euro rischia di far scivolare le politiche economiche verso un ripiegamento localistico, mentre i nostri principali guai hanno proprio origine sovranazionale. Il referendum sull'euro proposto da Beppe Grillo ha il merito di portare al centro del dibattito le scelte che avvengono a livello continentale che sono indubbiamente parte dei mali nostrani. Ma contrastare parimenti entrambe non significa automaticamente colpire nel segno.

L'euro è una moneta pensata per rinsaldare il Vecchio continente stretto economicamente tra gli Usa e le potenze emergenti. È stato pensato per stabilizzare gli scambi monetari, per posizionarsi nello scacchiere globale, ridurre il costo dei debiti sovrani. L'euro, però, si è rivelato una moneta che regge la crescita, ma non la crisi. La crescita dell'epoca fordista a partire dagli anni Settanta si è ingolfata, da allora il baricentro dell'economia si è spostato sul lato finanziario e sul versante dell'economia reale si è imposto un modello iper-competitivo basato sul ribasso del costo del lavoro, dei diritti e delle tutele sociali.
Coinvolgere i cittadini attraverso un referendum sulla scelta dell'euro appare un passaggio di democrazia, ma va valutata anche la prospettiva. Additare l'euro a problema centrale rischia di mettere in ombra le contraddizioni più profonde. L'Italia ha indubbiamente problemi particolari di corruzione, evasione, nanismo industriale, bassa produttività, ma al contempo è schiacciata dai medesimi problemi che stritolano gli altri paesi occidentali. Debiti privati e pubblici insostenibili, delocalizzazioni industriali, polarizzazione dei redditi, impoverimento della società, precarizzazione del lavoro, destrutturazione del welfare.
Siamo sicuri che sia praticabile il recupero della sovranità monetaria e dello Stato se non cambiano i meccanismi di fondo dell'economia? Il sistema finanziario sanguisuga imperante e la rincorsa al costo del lavoro più basso non sono prerogative dell'euro ma dell'economia globale. Porre al centro l'uscita dall'euro rischia di far scivolare le politiche economiche verso un ripiegamento localistico, mentre i nostri principali guai hanno proprio origine sovranazionale.
Meglio ragionare su nuove alleanze internazionali tra paesi periferici e tra segmenti di società per sottrarsi alle regole dell'Unione europea. Più che "No euro", meglio "no ai trattati della Ue".



13 Novembre 2014

Autore del libro "Non c'è euro che tenga" (Ed. ALEGRE) dal 22 ottobre in libreria


Dal sito Movimento per il socialismo






martedì 11 novembre 2014

QUIRINALE: QUALI SCENARI? di Aldo Giannuli






QUIRINALE: QUALI SCENARI?
di Aldo Giannuli 


Nel 1971, alla vigilia dell’elezione del Presidente, Lotta Continua, che era impegnata nella campagna contro Fanfani, lanciò una canzone che diceva:
“Cambia la guardia al Quirinale
ogni sette anni, cambia maiale,
qual è l’incognita per il domani?
Stai a vedere, mandan Fanfani…”
A dire del come i Presidenti si equivalgano sostanzialmente tutti, però lo stesso testo si contraddiceva proprio per l’avversione a Fanfani, che voleva dire che, pur sempre, qualcuno è peggiore degli altri. Con maggiore rigore dottrinario, la Quarta Internazionale (da cui ero appena uscito) scandiva “Il Presidente, chiunque esso sia, è sempre un servo della borghesia”. Sciocchezze, anzi, ingenuità giovanili: perché se è vero che non è con l’elezione di un Presidente che si “cambia lo stato di cose presente” è però vero che ci sono opzioni migliori ed opzioni peggiori. Di volta in volta bisogna capire quale è il punto focale della situazione.

Apparentemente siamo ad una ripresa del discorso interrotto due anni fa e, rispetto al quale, il biennio supplementare di Napolitano è stato solo una momentanea tregua. Ma le cose sono molto diverse da come erano due anni fa: non c’è più Bersani ma Renzi, il Cavaliere non è più il “redivivo” ma è di nuovo in coma, c’è stata la crisi del governo Letta, la scissione di Forza Italia ed il patto del Nazareno, ci sono state le elezioni europee, la crisi internazionale si è molto aggravata e potremmo proseguire a lungo. Insomma il 2013 è roba di un secolo fa.

Per capire quali scenari possono aprirsi, partiamo da una considerazione: il patto del Nazareno regge o no?

lunedì 10 novembre 2014

RIEVOCAZIONI DEL MURO di Antonio Moscato





RIEVOCAZIONI DEL MURO
di Antonio Moscato



Impressionante quanto le commemorazioni del venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con tutto quel che ne seguì, non abbiano risposto minimamente agli interrogativi sul perché un sistema che veniva presentato sistematicamente come potentissimo e pericoloso si sia sgonfiato come un pupazzo di neve al primo sole.

Preoccupa che il PRC sul suo sito (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=14888) non sappia far di meglio che esaltare ancora una volta Berlinguer, e riprendere un vecchio articolo di Pietro Ingrao, non particolarmente illuminante, osservando che:

"Si tende a rimuovere la “terza via” proposta da Berlinguer e Ingrao che aveva ben altra direzione e che ispirò la battaglia prima contro la liquidazione del PCI e fin dall’inizio il progetto della Rifondazione Comunista nel quale portarono il proprio contributo anche i comunisti che provenivano dalla “nuova sinistra” e dall’antistalinismo di sinistra. Oggi quella ricerca ci sembra vivere nell’esperienza che stiamo costruendo con le altre formazioni aderenti al Partito della Sinistra Europea come testimonia il costante riferimento a quella «tradizione» di Alexis Tsipras e dei compagni di Syriza."

Francamente non mi sembrava che Syriza proponesse una “terza via”… Ma un’analoga conclusione si trova in un lungo articolo di Luciana Castellina sul Manifesto di ieri 8/11, che pure ammette che:

"Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti , in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori. In que­gli anni i rap­porti di forza sta­vano infatti posi­ti­va­mente cam­biando in tutti i con­ti­nenti ed era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da sini­stra dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare."

La Castellina osserva che anche per questo “Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa”. Sintomatico che pensi solo a Gorbaciov e non a quel dissenso” che lo aveva criticato da sinistra, e che il suo riferimento sia ancora una volta – come per il PRC - la mitica “terza via” di Berlinguer. Anche se capisco in parte il suo rimpianto per il leader scomparso, tenendo conto di quel che venne dopo di lui:

"Quel 9 novem­bre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comu­nicò uffi­cial­mente alla trau­ma­tica riu­nione della dire­zione del par­tito di cui, dopo che il Pdup era con­fluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così impo­nen­doci – a tutti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato."

Luciana Castellina tiene anche conto del bilancio fallimentare dell’unificazione tedesca, ricordando che già cinque anni fa, “nel com­me­mo­rare il crollo del muro il set­ti­ma­nale Spie­gel rese noti i risul­tati di un son­dag­gio: il 57% degli abi­tanti della ex Ger­ma­nia dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne ave­vano nostalgia. Oggi pro­ba­bil­mente quella che viene chia­mata «Ostal­gie» è cre­sciuta.

"Per tutte que­ste ragioni non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello pra­ti­ca­bile. E via via è finita per pas­sare anche l’idea che tutto il secolo impe­gnato a costruirlo anche da noi era stata vana per­dita di tempo."

domenica 9 novembre 2014

ROSA LUXEMBURG E LA DISCIPLINA DELLA RIVOLUZIONE di Michele Cento e Roberta Ferrari






FARE LA PROPRIA PARTE:
ROSA LUXEMBURG E LA DISCIPLINA DELLA RIVOLUZIONE
di Michele Cento e Roberta Ferrari



Pubblichiamo l’introduzione al seminario dedicato a Riforma e Rivoluzione di Rosa Luxemburg che Connessioni Precarie   ha organizzato lo scorso autunno. Il testo – che in realtà è più che un’introduzione perché tiene ampiamente conto della discussione seminariale – sarà seguito da un prossimo contributo su L’accumulazione del capitale
Queste riflessioni ‘guardano oltre le polemiche furiose che hanno caratterizzato la storia del movimento operaio. Esse non sono perciò un esercizio di storia del pensiero politico socialista’, ma intendono ‘rilevare e proporre alla discussione alcuni argomenti politici a partire da Rosa Luxemburg’. Ciò che ci interessa non sono le etichette, ‘ma l’attitudine di parte che ci sembra anche l’elemento più vivo della riflessione luxemburghiana, che impone di sovvertire l’ordine della società capitalistica senza astrarre dalle sue istituzioni ma affrontandole faccia a faccia’.

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sabato 8 novembre 2014

IN PAKISTAN E ALTROVE: I NUOVI FASCISMI IN FORMAZIONE di Farooq Tariq





IL DIBATTITO SULL’IMPERIALISMO

IN PAKISTAN E ALTROVE: I NUOVI FASCISMI IN FORMAZIONE
di Farooq Tariq


Pubblichiamo il particolare contributo di Farooq Tariq sui nuovi “fascismi” in formazione in contesti diversi dall’Europa, dove è nato e si è sviluppato il fenomeno del fascismo nelle sue diverse declinazioni. Farooq Tariq, portavoce nazionale del Labour Party Pakistan, nota come da anni, in un contesto segnato da profondi cambiamenti, Stati come India, Pakistan, Afghanistan, Iraq, Siria, Sri Lanka, e vari altri paesi dell’Africa e dell’Asia, si stiano affermando correnti “fasciste con riferimenti religiosi” in Stati diversi stati come l’India, il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Sri Lanka, ma anche in altri paesi dell’Asia e dell’Africa. Sebbene sia in discussione l’attributo “fascista” per questi movimenti, il loro carattere reazionario è indubitabile e costituiscono una grave minaccia per i movimenti operai, contadini e progressisti che spesso devono difendersi anche con le armi dall’attacco violento che essi subiscono. Alcune formazioni di sinistra, “campiste”, hanno spesso giustificato, e in certi casi anche esaltato, l’ascesa di gruppi fondamentalisti ritenendo per il loro carattere “antimperialista”. In realtà, gruppi come i Talebani, nonostante il loro contrasto con gli Stati Uniti, rappresentano una forza controrivoluzionario. In Pakistan convergono con lo Stato nello schiacciare le donne, gli operai e i contadini che osano alzare la testa ed organizzarsi per una società giusta, libera ed egualitaria. Con questo fenomeno, che attiene alla nuova fase dell’imperialismo, dovremo fare i conti nei prossimi anni e non sarà più sufficiente analizzarlo solo con gli occhi rivolti al passato. (ndr)

venerdì 7 novembre 2014

IL RISVEGLIO RIVOLUZIONARIO DEL BURKINA FASO







IL RISVEGLIO RIVOLUZIONARIO DEL BURKINA FASO


Giovedì 30 Ottobre in Burkina Faso, paese dell’Africa occidentale, è esploso un vero e proprio movimento rivoluzionario, con decine di migliaia di persone che hanno preso d’assalto il parlamento insieme ad altri palazzi governativi, dandoli alle fiamme, saccheggiando gli uffici governativi e obbligando i politici a rifugiarsi all’estero, compreso colui che per lungo tempo ha governato il paese, Blaise Campaoré.

[nota: mentre pubblichiamo questo articolo un colonnello dell’esercito ha annunciato in televisione le dimissioni di Campaoré. E’ stato un gesto inevitabile e un tentativo disperato di calmare le masse e permettere alla élite dominante di riprendere il controllo della situazione]

Il popolo stava protestando contro i piani di Campaoré volti a cambiare la legge che definisce i limiti del mandato presidenziale, in modo da poter restare ancora in carica. Questi eventi segnano un salto qualitativo nella situazione e sono destinati ad avere un effetto elettrizzante nell'Africa occidentale e sub-sahariana. Qualcuno già parla di “Primavera nera” del Burkina Faso, facendo un parallelo con le Primavere arabe.

giovedì 6 novembre 2014

RENZI FRA GENTILONI E LA CAMUSSO di Aldo Giannuli






RENZI FRA GENTILONI E LA CAMUSSO
di Aldo Giannuli


Nel giro di una settimana il governo Renzi ha dovuto affrontare tre grane: la manifestazione della Cgil, il pestaggio degli operai di Terni ed il cambio della guardia alla Farnesina. Iniziamo dall’ultima cosa: che significato ha la nomina di Gentiloni? Per capire sino in fondo ci mancano dei passaggi: a quanto pare (ma vatti a fidare delle indiscrezioni giornalistiche!) Gentiloni non faceva parte della prima rosa di nomi offerta al Quirinale e che era composta da sole donne, di cui una sola di qualche autorevolezza internazionale (la Dassù). Non sappiamo per quali motivi Napolitano abbia respinto queste candidature, forse ritenendole troppo “leggere”, in una fase politica di crisi montante come questa presente. Se ne dedurrebbe che il nome di Gentiloni sia stato imposto dal Colle o che sia stato una sorta di compromesso fra i due presidenti. Ma non c’è ragione di pensare che Renzi possa proporre Gentiloni come candidato di “seconda scelta”: viene dalla Margherita, come gran parte dello staff renziano ed è dall’inizio nella cordata del fiorentino, inoltre ci sono ragioni specifiche per pensare che sia l’uomo più adatto ai bisogni di Renzi in questo momento.

Dunque, non era nella rosa iniziale, solo in omaggio al principio della “parità di genere” nel governo? Renzi è abbastanza fatuo per andare dietro a queste fesserie, ma la cosa non convince del tutto. Di sicuro, se l’esigenza di Napolitano era quella di un nome di maggior peso, Gentiloni risponde a questa esigenza e gli orientamenti del nuovo ministro degli esteri non gli dispiacciono. Ma allora come mai non ci si è pensato subito? Ecco qui c’è un passaggio che ci manca. In compenso la logica politica dell’operazione è abbastanza trasparente e proviamo a spiegarla.

martedì 4 novembre 2014

CRIMINALI IMPUNITI di Antonio Moscato




CRIMINALI IMPUNITI
di Antonio Moscato



Non pensate subito solo a carabinieri, guardie carcerarie e medici collusi assolti da ogni colpa per l’assassinio di Stefano Cucchi. Non sono i soli criminali impuniti. Criminali ripeto, anche se gli azzeccagarbugli (avvocati e giudici) per assolverli si sono trincerati dietro la presunta “assenza di prove”. Le prove sono “assenti” solo per quanto riguarda la responsabilità individuale di chi lo ha percosso in quel modo, ma sono evidentissime per quanto riguarda l’omertà: tutti, medici, infermieri, guardie e carabinieri, si sono coperti a vicenda e i giudici hanno scelto periti compiacenti che hanno occultato tutto sparando ipotesi diverse che si contraddicevano volutamente. Tutti in solido sono quindi responsabili di aver deliberatamente coperto i responsabili del delitto.

Che la magistratura e le varie polizie non fossero neutrali, “al di sopra delle parti”, comunque io lo avevo già capito dal Manzoni (l’ingenuità del povero Renzo che chiede giustizia agli amici del criminale, e poi viene trasformato in organizzatore dei moti di Milano per conto del re di Francia) e ancor prima dalla vicenda del povero Pinocchio, derubato e condannato. Ma l’ho sperimentato anche di persona nei vari processi che ho subito per il mio impegno politico e nell’unico in cui, cedendo alle pressioni del mio professore e amico, nonché senatore del PCI, Ambrogio Donini, accettai di costituirmi parte civile dopo una feroce aggressione fascista che aveva distrutto la mia macchina e scassato la mia pur durissima testa… In quel caso verificai che i giudici nominarono come periti dei noti fascisti, e riuscirono a insabbiare il processo fino alla prescrizione.

Comunque da un pezzo, non solo il PD e la CGIL ma anche gran parte della ex “sinistra radicale” si sono dimenticati di questa funzione dell’apparato repressivo statale. E hanno smesso quindi di spiegare ai lavoratori questa semplice verità. Per questo le nuove generazioni operaie rimangono così stupite quando vengono caricate di manganellate mentre rivendicano i loro diritti.

Quelli della Thissen Krupp dovrebbero incominciare a riflettere che i loro mali non derivano dalla prepotenza della Germania della Merkel. A incamerare gli stipendi maturati non è una kapò tedesca, ma l’italianissima Lucia Morselli, manager dell’azienda siderurgica, che può dichiarare impunemente che pagherà gli arretrati solo se gli operai sospendono lo sciopero. Che c’entra la sovranità italiana o tedesca? E' la pura logica del capitalismo. La Morselli sa di restare impunita mentre annuncia la sua appropriazione indebita di quanto appartiene agli operai che hanno anticipato il lavoro, perché lo dice a un’altra capitalista, che vedi caso è ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

In centinaia di fabbriche, dal nord al sud, ci sono mesi di arretrati non pagati: è un furto, è appropriazione indebita, ma l’impunità è assicurata ai criminali. Gli organi repressivi sono troppo impegnati a cercare “clandestini” o consumatori di un po’ di marijuana. E a sgomberare chi protesta. Non era certo la prima, la carica di Piazza Indipendenza…

Di un'altra prepotenza e assoluta mancanza di rispetto ai lavoratori si parla in modo distorto: i giornali non solo di destra si scandalizzano per i bagagli non scaricati, e non si commuovono per il presunto “errore” della direzione Alitalia che ha, senza trattativa, senza la minima formalità, semplicemente annullato i pass ai dipendenti che aveva in mente di licenziare. I soliti minimizzatori sottolineano che parte dei licenziati saranno alla fine presi a carico di Poste o altri enti, e che forse i veri licenziati senza speranza saranno solo 500. Provate a mettervi nei panni dei lavoratori costretti a una specie di roulette russa che dirà chi si salva e chi no…

Ma altri criminali probabilmente rimarranno impuniti: penso ai due marò, che sono stati “il primo pensiero” del neo ministro Gentiloni (ex MLS di Capanna & C). Cinque ministri degli esteri si sono succeduti alla Farnesina, sempre con questo “primo pensiero” in testa. Tanto è importante assicurare l’impunità a chi mandiamo in giro nel mondo a fare “imprese umanitarie” o a garantire la sicurezza dei traffici…

I due marò saranno giustamente ricordati nelle cerimonie di questi giorni, per la Festa della Vittoria. Che noi boicotteremo, schifati dal vedere le celebrazioni che ricordano i caduti affidate agli eredi degli assassini che hanno voluto la guerra, che hanno mandato a morire contadini e operai che non la volevano, che hanno infierito su chi manifestava il suo dissenso. E di vedere le cerimonie presidiate dai carabinieri, che nella Grande Guerra fucilarono per conto dei generali incapaci e disonesti tanti poveri cristi, e ne assassinarono altri a tradimento se accennavano a retrocedere dopo l’ennesimo assalto suicida a trincee imprendibili.

L’impunità degli assassini di Stefano Cucchi, dei macellai di Genova e di cento altre situazioni (penso ad esempio ai dirigenti dei servizi segreti che distrussero le prove sui veri mandanti italiani dell’omicidio di Ilaria Alpi e del suo cameraman) ha le sue premesse anche nel rifiuto di fare i conti con quella che fu la realtà criminale della Grande Guerra, che fu anche guerra di classe all’interno di ciascun paese. Quel crimine fu fondativo per l’Italia: facilitò l’ascesa del fascismo, e poi assicurò una continuità sostanziale col passato anche dell’Italia repubblicana, che non a caso nascose nuovamente perfino i crimini degli occupanti nazisti.

Noi il 4 novembre ricorderemo solo le vittime di quei crimini, insieme ai pochi che ebbero il coraggio di opporsi al grande macello con i fatti, e non con le belle parole sulla pace.



3 novembre 2014


dal sito Movimento Operaio


La vignetta è del Maestro Mauro Biani




lunedì 3 novembre 2014

UNA STORICA RIVOLTA NEL SEGNO DI SANKARA? di Marinella Correggia





UNA STORICA RIVOLTA NEL SEGNO DI SANKARA?
di Marinella Correggia



Il Bur­kina Faso festeg­gia la par­tenza di Blaise Com­paoré. Ma torna a cam­mi­nare al ritmo di Tho­mas San­kara – a 27 anni dal suo assas­si­nio — oppure corre il rischio di essere un’altra «pri­ma­vera» mani­po­lata? L’intensa espe­rienza rivo­lu­zio­na­ria san­ka­ri­sta fu inter­rotta nel 1987 con un san­gui­noso colpo di Stato, ordito pro­prio dal pre­si­dente appena fug­gito in Costa d’Avorio, con con­ni­venze di potenze regio­nali e occidentali.

A Oua­ga­dou­gou, Samsk Le Jah, musi­ci­sta, con­dut­tore radio­fo­nico, è uno dei lea­der della pro­te­sta. Per lui non c’è dub­bio: «Gli ideali di Tho­mas sono al cen­tro del pro­cesso: la dignità, il lavoro sulle coscienze, il coin­vol­gi­mento di tutti…». Il movi­mento di Samsk, «Balai citoyen» (scopa dei cit­ta­dini) è mobi­li­tato da oltre un anno, ma ha alle spalle un lungo periodo di edu­ca­zione e sen­si­bi­liz­za­zione — soprat­tutto dei gio­vani – per il quale Samsk e gli altri hanno rischiato la vita. Adesso occor­rono vigi­lanza e con­trollo continui.

Il «Balai citoyen» in un comu­ni­cato di ieri — che si con­clude con «la Patria o la morte, abbiamo vinto» — chiede di evi­tare i sac­cheggi e le distru­zioni di strut­ture civili, ed esorta le «popo­la­zioni degne del Faso a rima­nere vigi­lanti nel periodo di tran­si­zione che si apre, affin­ché la dolo­rosa vit­to­ria non sia con­fi­scata da poli­tici o mili­tari di parte». Samsk spiega che «non è un colpo di Stato mili­tare»: se l’esercito non si fosse assunto le pro­prie respon­sa­bi­lità, la città sarebbe caduta nel caos. Il capo di Stato di tran­si­zione scelto dai mili­tari, il colon­nello Isaac Ziba, ha dichia­rato che è stato il popolo a fare la rivo­lu­zione e l’esercito non la scipperà.

Ma come con­tra­stare le ine­vi­ta­bili inge­renze esterne? L’obiettivo uni­fi­cante dei mani­fe­stanti è stato far cadere il pre­si­dente. Finora li hanno lasciati fare. Ma l’opposizione par­ti­tica più citata non è certo quella dei par­titi san­ka­ri­sti (ne sono nati tanti nei decenni) ma quella di Zéphi­rin Dia­bré dell’Upc (Union pour le pro­grès et le chan­ge­ment), la fazione ben accetta alla Francia.

Ne è cosciente Alas­sane Dou­lou­gou, che vive da tempo in Cam­pa­nia dove fa il media­tore cul­tu­rale, oltre che il musi­ci­sta e l’attore: «Certo che c’è da temere. San­kara ha pro­vato sulla sua pelle cosa vuol dire ribel­larsi alla potenza colo­niale. Com­paoré, ora sca­ri­cato, è stato per decenni l’alfiere degli inte­ressi di Parigi nell’area. Altro che media­tore di pace, tutti sanno che era un pom­piere piro­mane! C’è stato il suo zam­pino nei con­flitti in Sierra Leone, Togo, Costa d’Avorio dove appog­giò Ouat­tara, Togo, Cen­tra­frica». Alas­sane sogna per il suo paese «una vera rivo­lu­zione, sennò che vuol dire demo­cra­zia? Biso­gna ricreare uno Stato con il con­senso di tutti e biso­gna fare come i latinoamericani.

San­kara era amico di Fidel e del Nica­ra­gua. Cha­vez venne dopo, ma più volte ha citato il lea­der del paese degli inte­gri». In piazza – nei prin­ci­pali cen­tri del Bur­kina Faso — di certo «ci sono ragazzi come quel dicias­set­tenne che nel 2007 sulla tomba di Tho­mas ci venne a dire pian­gendo che aveva capito e che nel suo remoto vil­lag­gio non avrebbe mai più inneg­giato a Compaoré».

A pro­po­sito: che ne è del mondo con­ta­dino, delle mag­gio­ri­ta­rie cam­pa­gne, che la rivo­lu­zione degli anni 1980 mise al cen­tro, per essere però stron­cata in mezzo al guado, troppo pre­sto? «Pur­troppo Com­paoré e il suo governo hanno con­tato sulla mise­ria delle cam­pa­gne, dispen­sando pic­coli favori, lavo­retti. Occor­rerà tempo», spiega ancora Alas­sane.
Da Oua­ga­dou­gou, Samsk ci pre­cisa il con­te­nuto sociale che deve avere la rivo­lu­zione– «La nostra Carta degli obiet­tivi mette le que­stioni sociali al cen­tro: sono i popoli che fanno le rivo­lu­zioni, e se i popoli non sono in buone con­di­zioni la rivo­lu­zione rimane una speranza.

Quindi occor­re­ranno riforme in tutti i campi. Pochi ric­chi si sono acca­par­rati tante terre. Salute e istru­zione sono state sabo­tate. Non si sa dove andava il denaro rica­vato dalle espor­ta­zioni minerarie…»



1 novembre 2014 


da "Il Manifesto"


La vignetta è del Maestro Mauro Biani






domenica 2 novembre 2014

IL PAPA E LA SINISTRA di Antonio Moscato





IL PAPA E LA SINISTRA
di Antonio Moscato



È antica abitudine della sinistra italiana di illudersi sul mondo cattolico e su alcuni papi, magari un po’ meno reazionari dei predecessori. Fausto Bertinotti aveva dedicato un capitolo prevalentemente elogiativo di un suo libro (Tutti i colori del rosso, Sperling & Kupfer, Milano, 1995) a Paolo VI, che pure era stato il papa che aveva chiuso la stagione consiliare inaugurata da Giovanni XXIII. Alcuni compagni avevano esaltato perfino Giovanni Paolo II, entusiasmandosi per alcune denunce della guerra e sorvolando sul suo programma conservatore di restaurazione teologica, e di anticomunismo sfrenato rivolto non solo verso i paesi stalinizzati del blocco sovietico ma anche nei confronti del Nicaragua, di Cuba, della stessa teologia della Liberazione. Naturalmente non voglio negare che alcuni papi siano un po’ più accettabili di altri, e che tra loro ci siano differenze anche profonde. Ma la Chiesa cattolica e la sua efficientissima gerarchia garantiscono una continuità sostanziale, e “usano” per certi aspetti un papa simpatico e comunicativo come Giovanni XXIII per recuperare il terreno perso col gelido e cinico Pio XII. Ma la politica e il peso dell’economia vaticana rimane sostanzialmente uguale sotto i due papi così diversi.

Da anni la sinistra ha smarrito questa consapevolezza: era priva di qualsiasi punto di riferimento autonomo, e quindi le sue componenti più moderate hanno seguito passivamente persino il battage pubblicitario che ha esaltato assurdamente ogni presa di posizione del grigio Benedetto XVI, sorvolando sul fatto che era un conservatore su tutti i piani, e anche un grande ammiratore di Berlusconi e di Monti. La sua scelta umana di passare il testimone ad altri ha rialzato molto gli indici di gradimento, per lui e per il successore, su cui c’è stata una gara a rimuovere i molti sospetti sul suo ruolo durante la dittatura militare. Ruolo denunciato da Horacio Verbitsky e da altri militanti argentini impegnati nella lotta per la punizione dei crimini dei golpisti, ma anche da alcuni appartenenti allo stesso ordine dei Gesuiti, che però sono stati spinti a ritrattare dalla severa disciplina della Compagnia.

sabato 1 novembre 2014

ANACRONISMI: DUE PD CHE MIMANO LO SCONTRO ACCOMPAGNANDO IL DECLINO DEL PAESE di Nique la police






ANACRONISMI: DUE PD CHE MIMANO LO SCONTRO ACCOMPAGNANDO IL DECLINO DEL PAESE
di Nique la police




Cosa è più vecchio nella contrapposizione tra la Leopolda e piazza San Giovanni? Apparentemente, specie in trasmissioni a reti unificate, la manifestazione di piazza San Giovanni, il cui sapore vintage è consapevolmente alimentato da alcuni protagonisti. Ma anche qui occhio allo stile: il vintage è una ricombinazione del passato, una rilettura. Il passato passato, quello che dissolve le mitologie, se si assumessero ancora storiografi che lo leggono, ci racconterebbe storie diverse. Ad esempio, su chi ha realmente conquistato diritti durante l’autunno caldo e nelle stagioni in cui firmare i contratti nazionali significava ottenere davvero qualcosa. Ma il punto più importante qui è un altro: lo scontro Leopolda-San Giovanni non trova affatto la cordata di Renzi come novità, e carico di rottura e il resto come conservazione. O meglio, questo tipo dialettica la troviamo già chiara negli anni ’80, prima ancora dello scioglimento del Pci, in quella che convenzionalmente viene chiamata la sinistra italiana. La stessa mitologia di Apple, ostentata da Renzi in tutte le Leopolde compresa questa da premier, affonda le radici nell’epoca del primo desktop per ampie fasce di consumatori che è del 1981. E qui, magari, invece di fare il primo premier europeo in assoluto a fare da testimonial al capitalismo tecnologico californiano magari Renzi potrebbe sfogliare più attentamente il Financial Times, oltre che a farci le interviste, o farselo raccontare meglio: Iphone 6 e 6 plus, e i prodotti Apple in generale, sono inadatti per il vero mercato smartphone e tablet del futuro, quello indiano. Ma se Renzi ha lo stesso rapporto con l’iconologia statunitense di Alberto Sordi in Un americano a Roma, poco male. Ci si diverte.
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