domenica 23 novembre 2014

SULLA CONFERENZA DELLA SINISTRA CONTRO L'EURO di Stefano Santarelli







SULLA CONFERENZA DELLA SINISTRA CONTRO L'EURO
di Stefano Santarelli



La conferenza del Coordinamento nazionale sinistra contro l'euro che si è tenuta ieri a Roma con la presenza di economisti del valore di Emiliano Brancaccio, Vladimiro Giacché, Enrico Grazzini e del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero e presieduta da Giancarlo D'Andrea ha avuto un indiscutibile successo di partecipazione che non era affatto scontato anche se pone un problema politico alla sinistra che non si può non affrontare.
Dispiace l'assenza dell'esponente del PD Stefano Fassina dovuta ad un ritardo aereo.

La relazione a nome del Coordinamento tenuta da Leonardo Mazzei ha sottolineato che questo organismo, composto da diverse realtà che sono per l'uscita dalla moneta unica europea, nato dal convegno di Chianciano tenuto a gennaio punta alla costruzione di un soggetto politico della sinistra sovranista. Una sinistra che si caratterizza per la difesa della sovranità nazionale e tale difesa può avvenire soltanto con una piena sovranità monetaria. Vale a dire l'uscita dall'Euro e la reintroduzione di una nuova moneta nazionale.
L'analisi di Mazzei ha rispecchiato un quadro difficilmente contestabile: la presidenza Renzi all'Unione Europea è stato un vero “flop” non producendo nulla se non la continuazione dell'attacco ai diritti e ai salari dei lavoratori. La Germania d'altronde si caratterizza per la sua inamovibilità nella difesa dei suoi interessi e la politica del Fiscal Compact è letteralmente insostenibile per il Sud Europa. Il probabile successo che Syriza potrebbe avere in Grecia sicuramente non cambierà la politica economica europea.
Mazzei ha poi sottolineato che sulla crisi dell'Euro si interroga lo stesso blocco dominante e che ormai rispetto al 1999 quando venne introdotta la moneta unica oggi nessuno parla più della possibile nascita degli Stati Uniti d'Europa. Per cui esistono due modi per uscire dall'Euro uno di destra propugnato da forze come la Lega con risposte di tipo reganiano e uno di sinistra che parta dalla difesa dei lavoratori e dallo sganciamento dal capitalismo reintroducendo strumenti come la scala mobile.

L'intervento di Enrico Grazzini che insieme ad altri economisti come Luciano Gallino e Stefano Sylos Labini tra gli altri ha proposto l'emissione gratuita di Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese, una quasi moneta nazionale parallela all’euro con l' obiettivo di aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito.
Anche per Grazzini il nostro paese deve recuperare anche se parzialmente la propria sovranità monetaria senza la quale non si può uscire da questa crisi. Infatti l'Euro è stato creato a somiglianza del marco tedesco e quindi con una impronta strettamente deflazionistica. Certamente il tema dell'uscita dall'Euro è come si può facilmente intuire un tema estremamente delicato anche perché questa moneta costituisce la seconda valuta internazionale dopo il dollaro.
La sinistra italiana si caratterizza per un atteggiamento utopistico che deriva dal pensiero di Spinelli che si basava sulla nascita degli Stati Uniti d'Europa ed è oggi rispetto alla borghesia la più carente nel denunciare la crisi dell'Euro. Per Grazzini non esiste nessuna possibilità di costruire gli Stati Uniti d'Europa poiché questi paesi sono totalmente diversi sia culturalmente che linguisticamente. L'uscita unilaterale dall'euro è difficilmente praticabile e avrebbe comunque esiti molto incerti, per non dire pericolosi e negativi. Per questo l'emissione dei CCF permetterebbe al nostro paese di creare una “quasi moneta” nazionale parallela all'Euro.

L'intervento di Emiliano Brancaccio, l'oratore più applaudito della Conferenza, ha esordito riconoscendo all'economista Augusto Graziani scomparso recentemente il merito di avere per primo individuato l'insostenibilità tecnica dell'Euro. Ha sottolineato l'egemonia da un lato dei “gattopardi” che vogliono cambiare la moneta per non cambiare nulla e dall'altro lato l'egemonia di un pensiero xenofobo e fascista che non può non preoccuparci. E vi può essere la possibilità di una sintesi dialettica perversa tra queste due opzioni con la possibilità di crisi bancarie e cambi flessibili che fatalmente colpirebbero i lavoratori.
Si è quindi alla soglia della rottura del trattato di Schengen restringendo quindi i movimenti dei cittadini nei paesi europei. Un eurozona sempre più insostenibile per i lavoratori che subiranno forme di vera schiavizzazione.
In questo contesto è sempre più facile essere contro l'euro e se non ci muoviamo sarà invece sempre più difficile essere di sinistra. Ed è per questo che la sinistra deve proporre una politica alternativa alle oligarche europee.

L'Intervento di Paolo Ferrero è stato il più controcorrente, ma non poteva essere altrimenti. Non ha negato che vi è la possibilità dell'uscita dall'Euro, ma non condivide assolutamente che bisogna uscire da sinistra dalla moneta unica. Anzi l'uscita dall'Euro non può essere oggi la parola d'ordine della sinistra perché non vi è una centralità della moneta poiché questa crisi monetaria è la forma fenomenica della crisi capitalista.
Ferrero ha poi fatto una importante autocritica dell'operato di Rifondazione comunista e se ha rivendicato la giustezza nel votare il trattato di Maastricht ha sbagliato profondamente nell'appoggiare la nascita dell'Euro. Ha denunciato poi il duro attacco al mondo del lavoro ed i ceti più deboli della società ed il Governo Renzi sta proseguendo la politica di Monti. Proponendo tra l'altro un cambiamento di ruolo anche della Banca d'Italia con l'emissione di titoli nazionali costituendo quindi un doppio circuito monetario.
Ha riconosciuto che Rifondazione Comunista ha fatto il grave errore di entrare nel Governo Prodi, ma la battaglia del Prc è per un Europa Socialista dei popoli. E il soggetto è la costruzione di una sinistra antiliberista non di una sinistra sovranista che dia quindi una prospettiva socialista al nostro continente.
La parola d'ordine perciò non è l'uscita dall'euro, ma la disobbedienza dei trattati europei con il ritiro della firma dell'Italia dal Fiscal compact. Una pratica quindi di lotta per la costruzione di un Movimento antiliberista internazionale.

L'intervento di Vladimiro Giacché ha ribadito il ruolo di destra della moneta e del Trattato di Maastricht e il valore-guida di questo trattato è la stabilità monetaria che impedisce manovre di tipo keynesiano proprio perché gli Stati hanno perso la possibilità di poterle attuare proprio perché hanno perso la loro sovranità.
Per il nostro paese tutti i fondamentali economici sono negativi: lo è il prodotto interno lordo (crollato di quasi 10 punti percentuali dal 2007), lo è l’occupazione (disoccupazione al 12,6%, 1 milione di cassintegrati, disoccupazione giovanile intorno al 45%), lo è la produzione industriale (-25%), lo sono gli investimenti (crollati del 30% nel settore delle costruzioni, ma largamente sotto il 20% anche nel settore manifatturiero in generale). Sin dal luglio 2013 il Centro Europa Ricerche ha posto in rilievo, sulla base di queste e altre evidenze, come la crisi attuale sia la più grave in assoluto dall’Unità d’Italia in poi (crisi del 1929 inclusa). Da allora la situazione non è migliorata. E un ulteriore elemento di preoccupazione si è aggiunto al quadro: il calo dei prezzi. In base all’ultima rilevazione Istat, riferita al mese di settembre, essi sono diminuiti dello 0,4% su base mensile e dello 0,2% su base annua.
I rischi poi dell'uscita dall'euro sono privi di fondamento.
I CCF proposti da Grazzini per Giacché non sono attuabili e non è sufficiente neanche il rigetto dei trattati proposti da Ferrero.

Ho riassunto molto sinteticamente gli interventi di questa interessante Conferenza e se vi sono delle imprecisioni me ne scuso sinceramente con i diretti interessati comunque poi Sollevazione manderà certamente nel suo sito la registrazione di questi lavori.

L'impressione di colui che scrive queste frettolose note e che questa Conferenza ha rappresentato un momento di dialogo molto interessante del quale purtroppo non siamo più abituati ma in modo dialettico ha dimostrato se ve ne era bisogno che la nostra sinistra non gode certo di buona salute e rischia ancora un'altra volta di subire un'altra spaccatura.
Sono convinto anch'io con Ferrero che l'uscita dall'Euro non può essere oggi una parola d'ordine per la sinistra, infatti come ho già scritto in un mio precedente articolo :

“il lancio di una campagna demagogica per l’uscita dall’Euro può costituire al massimo soltanto un aspetto tattico ma certamente non strategico della nostra battaglia politica.”

Infatti come scriveva anche Olmo Dalcò in un articolo violentemente attaccato da Moreno Pasquinelli:

”Se il rigetto delle condizioni dell’euro è una rivendicazione necessaria e non sufficiente, secondaria e riduttiva, rispetto al rigetto complessivo dell’Unione Europea borghese, la valuta unica europea in sé stessa, ossia indipendentemente dalla regole, fissate nel Trattato e nello Statuto della Banca Centrale, che fondano l’Unione Monetaria e l’euro, è un bersaglio certamente sbagliato.”

La battaglia contro l'euro costituisce effettivamente un bersaglio secondario e deviante ed inseguendo la destra su questo terreno fatalmente la sinistra perderà.
E' questo uno dei motivi per cui Rifondazione è ostile a tale campagna come lo sono quasi tutte le formazioni della sinistra radicale. E sono facile profeta nel sostenere che la battaglia contro l'euro ed il sovranismo costituiranno un ostacolo per l'unità della sinistra anche dal punto di vista elettorale.

Ritenere poi che basti un cambio di moneta per risolvere una crisi tra le più drammatiche (se non la più drammatica) del capitalismo e dare prova di grande ingenuità. Se non si rilancia il sistema produttivo italiano il nostro paese è destinato a un futuro certamente non roseo. E come ammonisce il nostro Renato C. Gatti:

“La nostra crisi sta in un sistema produttivo pusillanime e rassegnato che vive di commesse statali alimentate da corruzione e sollecitate da concussione. la nostra crisi sta in venti anni di incremento della produttività pari a zero”

Tra l'altro non condivido assolutamente la tesi propugnata da Giacché che i rischi dall'uscita dall'Euro sono privi di fondamento, forse lo sono per la borghesia ma non certamente per i ceti più deboli della società italiana. E colgo l'occasione per contestare l'opinione del mio compagno ed amico Riccardo Achilli il quale nel suo ultimo articolo che pur riconoscendo:

“che un’uscita dall’euro avrebbe effetti negativi sulla dinamica dei salari reali e sulla quota dei salari rispetto al PIL, quantificabili, per un Paese come l’Italia, in 4 punti di caduta del salario medio nell’anno della fuoriuscita (però in cinque anni il salario recupera e cresce di 1,7 punti) e in una riduzione di 5 punti della quota salari/reddito nazionale in 5 anni” e che si “possono immaginare anche i doverosi paracadute, utili a far passare la nottata nella fase di shock da fuoriuscita: sistemi di indicizzazione dei salari, meccanismi di reddito minimo garantito, programmi di edilizia popolare e di lavori di pubblica utilità, interventi di calmieramento dell’aumento del prezzo delle materie prime energetiche importante, panieri alimentari sovvenzionati, ecc. Tutti interventi mirati a sostenere i salari ed il tenore di vita nella fase di fuoriuscita, e quindi a ridurre gli effetti negativi di cui sopra.”

Ora questi “paracaduti”, questi “meccanismi di reddito garantito” o “l'indicizzazione dei salari”dubito molto (per usare un eufemismo) che possono essere fatti dall'attuale Governo Renzi , alla mia età non si crede più alle favole.




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