lunedì 30 maggio 2011

RIFONDAZIONE COMUNISTA: VENT’ANNI DI STORIA



RIFONDAZIONE COMUNISTA:
VENT’ANNI DI STORIA

di Stefano Santarelli





Una nota storica ed un bilancio politico

Nel dicembre del 1991 nasceva ufficialmente il Partito della rifondazione comunista.
Un partito che ha costituito in questi vent’anni la forza politica più importante e determinante della sinistra radicale e praticamente quasi tutti i comunisti in questo arco temporale hanno transitato sia pure in tempi diversi in questa formazione provocando un enorme turn-over che ha visto centinaia di migliaia di militanti entrare in Rifondazione per uscirne subito dopo. Ed i suoi stessi fondatori e dirigenti come Garavini, Cossutta, Bertinotti, Vendola l’hanno poi abbandonata sia pure in tempi diversi.
Dopo la durissima sconfitta elettorale del 2008, una sconfitta senza precedenti nella storia italiana e della sinistra in particolare, Rifondazione si è avviata probabilmente alla sua scomparsa definitiva, ma già oggi si può tranquillamente affermare che costituisce ormai una forza marginale della società italiana.
Per ovvi motivi il testo che segue è soltanto, e non vuole essere altro che una carrellata veloce sulla sua storia, una storia che comunque merita una pacata riflessione da parte dei rivoluzionari del nostro paese.

La nascita

Una delle conseguenze del crollo del muro di Berlino fu l’annuncio a Bologna tre giorni dopo (12 novembre 1989) da parte di Achille Occhetto , segretario del Partito comunista italiano, della decisione di aprire un nuovo corso politico che prevedeva il superamento del Pci e la nascita di un nuovo partito della sinistra italiana.
Era un annuncio storico visto che riguardava il partito comunista più forte del mondo occidentale, un partito che nel 1989 poteva vantare ben 1.421.230 iscritti e con una enorme influenza in tutta la società italiana. Questo annuncio costituì un vero e proprio shock per tutti i militanti e simpatizzanti del Pci.
Infatti nei due anni seguenti si assisterà ad un durissimo confronto interno, senza precedenti nella sua storia, tra i fautori della trasformazione del Pci in una forza socialdemocratica e i sostenitori invece della conservazione del patrimonio comunista rappresentato emblematicamente da un fiero stalinista come Armando Cossutta.
Durante il XX ed ultimo Congresso del Pci il 3 febbraio del 1991 in una conferenza stampa alcuni dirigenti (Nichi Vendola, Lucio Libertini, Ersilia Salvato, Sergio Garavini, Armando Cossutta e lo scrittore Paolo Volponi) annunciano la decisione di non aderire al nuovo partito nato dalle ceneri del Pci, il Partito democratico della sinistra, costituendo invece il Movimento per la rifondazione comunista. Una settimana dopo al Teatro Brancaccio di Roma in una sala gremita viene presentato questo nuovo movimento e il 5 maggio al PalaEur di Roma in un meeting ancora più affollato questa nuova formazione prende vita.
Può già contare su un discreto numero di parlamentari (12 senatori e 4 deputati). A questi bisogna aggiungere i 4 deputati di Democrazia proletaria che nell’VIII Congresso tenutosi a giugno decide di sciogliersi per aderire al Mrc.
Il 12 dicembre del 1991 si apre il Congresso del Movimento per la rifondazione comunista che decide la sua costituzione in partito.
Questo partito si dimostra profondamente diviso fin dalla sua nascita e possiamo distinguere almeno tre componenti:

1) l’area cossuttiana che dispone di una buona rete organizzativa costituita in più di dieci anni di attività frazionista dentro il Pci e che costituisce la base organizzativa di questo nuovo partito

2) la sinistra proveniente dall’ex Pdup e dalla corrente ingraiana del vecchio Pci, da sottolineare che Ingrao, lo storico punto di riferimento di questa area, restò invece dentro il Pds dimostrando la sua solita ambiguità che ha caratterizzato la vita politica di questo personaggio.

3) l’area della nuova sinistra in cui ormai spiccano le due tendenze trotskiste di provenienza demoproletaria rappresentate rispettivamente da Livio Maitan e Marco Ferrando.

Oltre a queste componenti certamente non va sottovalutata anche la questione anagrafica tra i vecchi militanti e dirigenti formatisi durante la Resistenza e la Guerra fredda e coloro che provengono dai movimenti giovanili del ’68 e del ’77.
Un partito quindi che fin dalla sua nascita si caratterizza per la sua disomogeneità e dal suo “assemblaggio” di varie componenti profondamente diverse fra di loro.
Ma nonostante questa disomogeneità bisogna però anche riconoscere che la nascita di questo partito in quel momento storico caratterizzato dalla sconfitta storica del comunismo sovietico e dalla scomparsa del vecchio Pci rappresentava comunque un fatto enormemente positivo incanalando in un processo unitario le speranze della sinistra radicale del nostro paese.

Il nuovo partito

Il partito che nasce in quel dicembre del 1991 non deve essere assolutamente confuso con il vecchio Partito comunista italiano. Il tanto discusso centralismo democratico che caratterizzava il partito di Togliatti e Berlinguer viene rifiutato proprio perché non corrispondeva alle caratteristiche della neonata Rifondazione, e se venivano proibite formalmente la costituzione di correnti organizzate si manteneva però il diritto di mantenere pubbliche le differenti posizioni politiche.
E’ un partito dove non esiste più una guida carismatica ed un gruppo dirigente indiscusso e di cui i confini organizzativi sono molto elastici nulla quindi a che vedere con il vecchio Pci verticista ed autoreferenziale.
Il primo banco di prova è rappresentato dalle elezioni politiche del giugno ’92 e se sommando i risultati elettorali del Pds e del Prc queste due formazioni perderanno un quarto dei voti del vecchio Pci di cui sono eredi (il Pci alle politiche del 1987 raccoglieva ancora il 26,6% e alle europee del 1989 il 27,6%.) è necessario fare un doveroso distinguo.
Infatti il Pds che ha mantenuto quasi tutto l’apparato del vecchio Pci raccoglierà un risultato in fondo misero (16,1% alla Camera e 17% al Senato) entrando in una crisi di natura, ancora oggi non risolta, non riuscendo a trasformarsi definitivamente in un partito socialdemocratico.
Mentre Rifondazione che non dispone certamente di un apparato come quello del Pds coglie indiscutibilmente un buon risultato: il 5,6% alla Camera prendendo 35 deputati e il 6,5% al senato con 20 senatori. Anche se a questo consenso elettorale di massa non porta Rifondazione a diventare una forza organizzativa adatta alle gravi circostanze politiche in cui è immerso il paese.
Nel congresso del gennaio ’94 dopo l’incolore segreteria di Garavini viene eletto segretario Fausto Bertinotti. La sua segreteria sarà determinante per tutto il futuro di Rifondazione.
Iscrittosi al Prc solo pochi mesi prima e famoso solo per essere il leader della minoranza sindacale della Cgil, Essere Sindacato, e proveniente più che dalla tradizione comunista da quella socialista ed in particolare quella diretta da Riccardo Lombardi, viene catapultato alla Segreteria per la sua unica dote: quella di essere completamente estraneo alle correnti presenti in Rifondazione e quindi con la speranza che la sua segreteria possa superare le divisioni interne.
Con Cossutta presidente del partito si assiste ad una inedita e curiosa diarchia con il neo segretario Bertinotti che avrebbe caratterizzato per molti anni la gestione del Prc.
Intanto nel paese lo scandalo di Tangentopoli provoca il crollo di tutta una intera classe politica e dei suoi storici partiti.
Si giunge quindi alle elezioni politiche del ’94 con un nuovo sistema elettorale maggioritario che porta il Prc ad un “patto di desistenza” al Senato con l’Ulivo. I risultati elettorali però sono quasi identici a quelli di due anni prima e la sua rappresentanza parlamentare sarà praticamente identica nonostante che la crisi della Prima repubblica offriva obiettivamente un terreno favorevole per una forza politica alternativa alla vecchia partitocrazia come Rifondazione. Ma se Rifondazione ha mantenuto la sua forza elettorale queste elezioni vedranno invece il trionfo di Silvio Berlusconi e della sua coalizione elettorale, nasce così quella che impropriamente viene chiamata Seconda repubblica.
Ma la coalizione di Berlusconi è ancora fragile e il suo governo ha una vita dura e breve. E quando la Lega Nord ritirerà il suo sostegno, Berlusconi si troverà costretto alle dimissioni. Si formerà così un governo tecnico guidato dall’ex ministro del Tesoro Lamberto Dini.
La nascita di questo governo porterà Rifondazione alla sua prima gravissima crisi interna.
Infatti il 24 gennaio del ’95 ben 16 dei 39 deputati e 6 degli 11 senatori del Prc rompendo la disciplina del partito diretto da Bertinotti e Cossutta, che si è espresso contro la fiducia al Governo Dini, voteranno invece a favore. Da notare che uno di questi deputati è Nichi Vendola colui che oggi si presenta come il nuovo messia della Sinistra italiana.
E’ ormai evidente che la direzione di Rifondazione non riesce a controllare il suo gruppo parlamentare il quale a sua volta non riconosce più l’autorità della direzione del partito.
La scissione ormai è nell’aria e buona parte di questi parlamentari che hanno votato la fiducia al governo Dini abbandoneranno Rifondazione insieme a tutta una serie di dirigenti storici e deputati, molti di questi di provenienza Pdup come l’ex segretario Garavini, Luciana Castellina, Lucio Magri, per raggiungere la Federazione della Sinistra lanciata da D’Alema poco tempo prima.
E’ una scissione puramente di vertice che non coinvolge né i militanti né il suo corpo elettorale anche se è sintomatica di una debolezza programmatica e di una dimostrazione che il suo corpo dirigente non ha mai rotto con il riformismo che caratterizzava il vecchio Pci.



Le elezioni del ’96 e il primo Governo Prodi

Il Governo Dini aveva in fondo raggiunto il suo scopo ottenendo la riforma pensionistica con l’avallo di Cgil, Cisl e Uil, la stessa riforma che era stata duramente contestata qualche mese prima quando era il Ministro del Tesoro nel Governo Berlusconi.
Si arriva così alle elezioni politiche del ’96 che vedono Rifondazione raggiungere il suo massimo risultato elettorale. Infatti alla Camera ottiene l’8,5% dei voti superando per la prima ed ultima volta i tre milioni di votanti (3.215.960) ed ottenendo 35 deputati, mentre al Senato dove esiste il patto di desistenza in molti collegi con l’Ulivo ottiene 10 senatori.
E’ un ottimo risultato a cui si abbina la vittoria elettorale dell’Ulivo. I voti del gruppo parlamentare di Rifondazione sono determinanti per la sorte del 1° Governo Prodi a cui offre il suo “appoggio critico”.
Il 3° Congresso che si svolge a dicembre sancisce il trionfo della Diarchia Bertinotti-Cossutta con una plebiscitaria vittoria del documento di maggioranza (82,4%). Le uniche voci fuori dal coro sono quella delle due componenti trotskiste di Maitan e Ferrando che convergono in un documento unitario che ottiene il 15,2% le quali vogliono invece una rottura con il governo Prodi.
Ma dietro questa situazione apparentemente positiva si iniziano ad intravedere le prime crepe organizzative. Già nella 1° Conferenza organizzativa del giugno ’97 si denuncia una situazione veramente allarmante: oltre 20.000 iscritti lasciano il partito ogni anno e circa altrettanti vi entrano (o rientrano). E’ un turn-over che caratterizzerà tutta la vita di Rifondazione impedendo una sedimentazione dei suoi militanti e dei suoi dirigenti e la formazione di un pensiero politico omogeneo. Un fenomeno questo che non ha mai provocato nel gruppo dirigente la necessaria riflessione. E non si può non sottolineare il fatto che nessuno dei soci fondatori da Cossutta fino al segretario storico Bertinotti e al suo delfino Vendola è rimasto dentro il Prc.
La prima crisi nel governo Prodi scoppia sulla politica estera e precisamente sulla missione militare in Albania definita dal Prc “un progetto neo-coloniale” che viene però superato con l’appoggio esterno del Centro-destra.
Ma sulla politica finanziaria del governo e di fronte al rischio di una crisi provocata dall’indisponibilità del Prc a votare la legge finanziaria si intravede pubblicamente una frattura tra Cossutta favorevole ad una apertura più impegnativa nei confronti del governo e Bertinotti che vede invece nel rimanere nella maggioranza di governo “un appannamento nella percezione dell’autonomia di Rifondazione” rendendosi quindi simile alle altre forze politiche.
Inizia così uno duro scontro all’interno degli organismi di direzione che culminerà con la rottura del Comitato Politico Nazionale del 3 ottobre ’98. Il documento di Bertinotti su 332 votanti prenderà 188 voti, 112 vanno a quello di Cossutta e 5 al documento dei “pontieri”.
Il giorno dopo Cossutta si dimette dal suo ruolo di Presidente sancendo così la fine della maggioranza che si era delineata al 3° Congresso.
Le dimissioni di Cossutta precedono quella del gruppo parlamentare e 21 dei 34 deputati e 8 degli 11 senatori rompono la disciplina di partito e l’8 ottobre votano la fiducia al Governo Prodi.
Si verifica una rottura tra la delegazione parlamentare e la direzione del partito che ricorda quella avvenuta tre anni prima, ma rispetto alla frattura precedente questa volta è una vera scissione.
Il giorno dopo Cossutta, Diliberto e Rizzo tra gli altri, proclamano la nascita del Partito dei comunisti italiani.
Questa scissione comunque non riuscirà a salvare il governo Prodi che non otterrà la fiducia per un solo voto. Prenderà il suo posto un nuovo esecutivo guidato da D’Alema ed di questo nuovo governo il Pdci sarà parte integrante con due ministri (di cui Diliberto alla Giustizia) e tre sottosegretari.

Il Governo D’Alema e la guerra nel Kossovo

L’ala cossuttiana che abbandona Rifondazione è costituita da militanti e quadri che provengono dal Pci e che hanno un buon radicamento territoriale. Per la prima volta quindi Rifondazione si trova a competere con un rivale che si richiama anch’esso all’identità comunista.
Intanto il Governo D’Alema, primo governo guidato da un ex comunista, si caratterizza subito per i tradimenti agli ideali più elementari della sinistra.
Nella metà di ottobre Rifondazione si attiva in un modo obiettivamente ingenuo se non addirittura incosciente portando in Italia Ocalan laeder del Partito comunista curdo. Il responsabile Esteri del Prc, Ramon Mantovani, vola a Mosca dove si trova Ocalan e accompagna a Roma il laeder curdo che chiede subito asilo politico.
Ma le pressioni turche e statunitensi porteranno il Governo D’Alema a rifiutare l’asilo politico e imbarcare in tutta fretta Ocalan per il Kenia dove reparti speciali turchi riusciranno a rapire il laeder curdo portandolo nel carcere di massima sicurezza di Imrali.
Certo l’iniziativa di Rifondazione è stata come minimo ingenua, ma la decisione del Governo D’Alema è stata vergognosa nella sua violazione dei diritti dell’uomo.
Nel marzo del ’99 viene convocato a Rimini un Congresso straordinario (il 4°) per ridefinire i nuovi assetti interni. E’ il primo congresso del Prc senza Cossutta ed è un congresso in fondo transitorio dopo questa scissione.
Bertinotti viene rieletto alla Segreteria con l’83% dei voti ed è una maggioranza che include anche la componente di Bandiera Rossa diretta da Livio Maitan. La mozione alternativa dell’altra componente trotskista guidata da Marco Ferrando avrà poco più del 16% dei voti che costituisce il miglior risultato ottenuto da questa corrente.
Il Governo D’Alema che vede la presenza del Pdci e dei Verdi riporta l’Italia in guerra per la seconda volta dopo il 2° conflitto mondiale.
Infatti nell’aprile del ‘99 il nostro paese partecipa in prima persona ai bombardamenti della Nato nell’ex Jugoslavia. Il Prc si mobiliterà contro l’intervento militare italiano una mobilitazione che non ci sarà nel 2002 per quello in Afghanistan, evidentemente è più facile fare i pacifisti quando non si sta al governo.
Le elezioni europee del giugno ’99 vedono un pesante ridimensionamento di Rifondazione che prende solo un 4,3% con 4 seggi. Un ridimensionamento che non è tanto dovuto alla presenza della nuova formazione comunista di Cossutta, infatti il Pdci prenderà solo il 2,0% e 2 seggi, ma piuttosto ad un pesante astensionismo del suo elettorato che raggiunge in alcune zone anche il 50%.
Nell’aprile del 2000 D’Alema darà le dimissioni dopo la sconfitta del centro-sinistra nelle elezioni regionali, elezioni che videro Rifondazione presentarsi in una logica tutta interna a questa coalizione con scelte che definire discutibili è dire poco. Infatti in Lombardia il Prc sostiene la candidatura dell’ex segretario democristiano Martinazzoli o l’alleanza in Sicilia con Totò Cuffaro, oggi ospite delle patrie galere per favoreggiamento mafioso, una alleanza voluta e difesa strenuamente da Bertinotti.
Se i risultati delle Regionali videro una ripresa elettorale di Rifondazione come quarto partito italiano con il 5,1% queste scelte politiche molto controverse erano la dimostrazione di scelte politiche opportuniste e proprio per questo perdenti. Oltretutto ad una lettura più attenta di questi dati elettorali dimostra che in realtà l’emorragia di un anno prima non si era fermata e continuerà negli anni successivi.

Partito e movimentismo

Il Governo Amato succeduto a D’Alema ha solo lo scopo di portare il paese alle elezioni anticipate le cui regole impongono a Rifondazione la non belligeranza con il centro sinistra rappresentato delle liste dell’Ulivo. Le elezioni del giugno 2001 però consegnano il paese a Berlusconi con un centinaio di deputati di vantaggio alla Camera che consentiranno al centro-destra di avere un governo che sarà il più longevo della storia della Repubblica. La sconfitta del centro-sinistra favorita da una assurda legge elettorale è comunque netta. Il Pds è sempre più in crisi mentre vi è la sorpresa della lista della Margherita a cui il candidato premier del centro sinistra ha fatto da traino. Ed in questo contesto Rifondazione riesce a superare comunque la sbarramento elettorale del 4% che gli permette la sopravivenza del gruppo parlamentare pur perdendo una perdita secca di un milione e mezzo di voti che non sono giustificati dalla presenza della lista del Pdci.
Ma il vero soggetto del dibattito che contraddistinguerà l’azione di Rifondazione in quegli anni è il rapporto che deve esistere tra il partito ed i movimenti no-global. E’ la miccia è proprio la grande mobilitazione contro il G8 del luglio 2001 a Genova, manifestazione culminata con la morte di Carlo Giuliani ed i vergognosi ed ingiustificati pestaggi che i manifestanti ricevettero dalle cosiddette forze dell’ordine.
Il Prc è l’unica forza politica organizzata presente in questa grande manifestazione, ma non tutto il partito, come la tendenza degli ex cossuttiani dell’Ernesto, aderisce con entusiasmo a questa svolta movimentistica di cui comunque manca un vero e proprio progetto politico.
Il 5° Congresso svoltosi nell’aprile del 2002 risente dell’influenza del movimento no-global che provoca un processo di innovazione culturale e organizzativa senza precedenti nella storia del Prc.
Si decide formalmente il ripudio dell’esperienza sovietica e dello stalinismo e viene finalmente legittimato nello statuto il diritto delle minoranza congressuali ad esprimere pubblicamente il loro dissenso con la formazione di tendenze pubbliche.
Dietro la spinta di Bertinotti l’elemento cardine del rinnovamento culturale per una nuova identità comunista diventa la dottrina della non-violenza abbandonando l’idea leninista dell’avanguardia rivoluzionaria organizzata in partito.
La componente Progetto Comunista l’area diretta da Marco Ferrando, accusa Bertinotti di aver introdotto la dottrina della non-violenza per preparare il partito all’accordo con il centro-sinistra preparandosì così all’eventuale entrata al governo. Come si vedrà il timore di Progetto comunista è ben fondato, ma bisogna anche dire che il pensiero bertinottiano è un vero e proprio guazzabuglio tra pensiero radicale e pacifismo con una ideologia comunista molto anacquata.
In questo disordine teorico si conferma e si rafforza la leadership di Bertinotti mentre la componente trotskista diretta da Maitan firma il documento programmatico di maggioranza permettendo così di ricoprire a molti militanti di Bandiera rossa di ricoprire incarichi importanti: dal quotidiano Liberazione ai Giovani comunisti. Luigi Malabarba diviene capogruppo del Prc al Senato.
Il documento di minoranza presentato da Ferrando che raccoglierà il 12.5% dei consensi denuncia invece profeticamente che la scelta movimentista della maggioranza non esclude assolutamente la prospettiva strategica della partecipazione ad una eventuale governo del centro-sinistra.
Dopo il congresso la battaglia di Rifondazione si incentra nella campagna referendaria sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori puntando ad estenderlo anche alle aziende con meno di 15 dipendenti. Rifondazione quindi si getta con tutte le sue forze in questo Referendum svoltosi nel giugno 2003 insieme a circoli no-global, Fiom e sindacati di base. Era però questa già un battaglia persa in partenza: da una parte vi era la nota difficoltà di superare il quorum e dal punto di vista strettamente politico i soggetti direttamente interessati erano una netta minoranza del mondo del lavoro e, cosa certamente non secondaria, la cosiddetta piccola impresa si caratterizza per un carattere il più delle volte familiare quindi non direttamente interessata all’abrogazione di questo articolo.
Tutto questo non poteva che essere ben chiaro ad un vecchio dirigente sindacale come Bertinotti, ma questo personaggio narcisista e come venne definito da un celebre giornalista il parolaio non si preoccupò certo di questa sconfitta annunciata. L’importante era l’esposizione mediatica ed in fondo questa sconfitta nel rallentare la radicalizzazione della base apriva fatalmente la porta ad un accordo con le altre forze del centro-sinistra.
Oltretutto bisogna anche affermare che proporre dei referendum sulle tematiche del mondo del lavoro ha una valenza in fondo antidemocratica proprio perché possono votare tutti e quindi anche i padroni ed i nemici dei lavoratori.
Solo Progetto comunista comprese la strumentalità della battaglia referendaria proposta da Bertinotti ed è solo questa corrente che contrastò con coerenza l’accordo e l’apertura di un negoziato di governo tra il Prc e l’Ulivo per la nuova legislatura chiedendo quindi lo svolgimento di un congresso straordinario.

Il Congresso di Venezia

Nell’autunno del 2003 inizia un dibattito precongressuale che sancirà la svolta più importante e con effetti che alla lunga saranno catastrofici per il futuro di Rifondazione.
Il primo vero scontro avviene con la decisione bertinottiana di promuovere la nascita del Partito della sinistra europea. Un accordo che vede la partecipazione di vari partiti comunisti tra gli altri il Pcf, l’Izquierda Unida spagnola e il Pds tedesco.
Nel gennaio del 2004 la direzione nazionale si divide sul progetto di nascita di questo partito europeo (21 voti a favore contro 17). Contrari sono le tendenze dell’Ernesto, di Progetto comunista e di Bandiera rossa. Diverse sono le motivazioni di queste tendenze l’Ernesto si preoccupa di non rompere con i Pc più tradizionalisti come quello greco o portoghese, mentre il gruppo di Bandiera rossa che non a caso è la sezione italiana della Quarta internazionale punta a mantenere i contatti con la sinistra anticapitalista europea che vede nella Lcr francese la sua espressione più interessante mentre Ferrando denuncia il carattere esclusivamente riformista di questa operazione.
Nel maggio del 2004 a Roma nasce formalmente questo partito con Bertinotti presidente che risulterà in tutta la sua storia nient’altro che una associazione di partiti costituitisi solo per ricevere il finanziamento che spetta a quelle forze che hanno almeno un parlamentare in 6 paesi.
A giugno del 2004 le elezioni europee vedono Rifondazione superare il 6% di voti mentre le liste del Pdci e quella dei Verdi prendono entrambe il 2,4%. Un buon risultato della sinistra radicale a cui va aggiunto il 2% della lista Di Pietro-Occhetto. Con l’Ulivo che arriva al 31% la speranza di potere sconfiggere alla politiche il centro-destra di Berlusconi si fa sempre più concreto.
Bertinotti ormai lancia apertamente la necessità di un accordo politico con l’Ulivo aprendo alla possibilità di una partecipazione diretta di Rifondazione dentro il futuro governo con propri ministri.
Nel marzo del 2005 a Venezia si svolge il 6° Congresso, il congresso sicuramente più duro e traumatico di questo partito. Bertinotti si presenta con il 59% dei consensi pari a 409 delegati. Mentre le varie opposizioni arrivano al congresso con la tendenza dell’Ernesto diretta da Claudio Grassi, che prenderà poi il nome di Essere comunisti, con 181delegati, e le tre minoranze trotskiste con: Progetto Comunista 45- Bandiera Rossa, diretta da Malabarba anch’essa con 45 e che prenderà poi il nome di Sinistra critica- e quella di FalceMartello, uscita da Progetto Comunista e diretta da Claudio Bellotti con 11.
L’atteggiamento di Bertinotti con le opposizioni è durissimo: “Io non sono un segretario di sintesi”, “Il congresso decide con il 51%”. Gli iscritti vengono considerati solo dei numeri e vengono molte volte portati a votare senza la piena comprensione della posta in gioco.
Bertinotti si fa forte anche dell’inaspettato successo di Nichi Vendola come candidato dell’Ulivo nelle primarie per le regionali pugliesi, il quale un mese dopo ancora più sorprendentemente diventerà il Presidente della regione Puglia.
In questo clima, che vede tra l’altro anche l’iscrizione di Pietro Ingrao al Partito, non si fa nessuno sconto alle minoranze incapaci oltretutto tra di loro di unirsi e quindi anche se il congresso vedrà le opposizioni nel loro complesso giungere al 41% non vi sarà nessuna apertura o riconoscimento da parte della maggioranza bertinottiana ormai pienamente lanciata nell’alleanza con l’Ulivo.
Il suo ruolo carismatico contribuisce a ridurre ai minimi termini il carattere collettivo degli organismi dirigenti.
Ed in questa ottica Bertinotti partecipa a ottobre alle primarie dell’Ulivo che vedranno una ottima partecipazione con 4,3 milioni di elettori. Bertinotti si dovrà accontentare di un modesto 14,7 corrispondente al 7% dell’elettorato.
Come afferma giustamente Cannavò questo “congresso segna la fine di Rifondazione comunista immaginata come partito radicale, alternativo al centrosinistra, plurale e rispettoso nella sua vita interna.”



Il caso Ferrando

Le elezioni politiche sono ormai vicine. L’Ulivo presenta nel febbraio del 2006 il suo programma elettorale con un documento di ben 281 pagine che senza tema di smentita gli elettori della colazione del centro-sinistra non hanno certamente letto. Ma se gli elettori giustamente non hanno letto le 281 pagine del programma questo è stato ovviamente letto dai membri della Direzione nazionale di Rifondazione i quali approvano tale programma, ma con una maggioranza veramente risicata: 10 a 9. Una spaccatura come è facile comprendere gravissima a cui risponde come al solito la consueta arroganza di Bertinotti. Una arroganza che non può nascondere comunque la divisione ed il travaglio dentro Rifondazione.
Un travaglio che è ben rappresentato dal caso Ferrando che diventa la prima avvisaglia del cambio di vita interna dentro Rifondazione. E’ giusto ricordare questo episodio in tutta la sua integrità.
Marco Ferrando come abbiamo visto è stato il fondatore ed il massimo esponente della tendenza del “Progetto comunista” la quale è stata sicuramente l’opposizione più coerente e più conseguente dentro Rifondazione.
Durante la formazione delle liste elettorali queste vengono finalmente aperte per la prima volta in modo formale anche alle minoranze congressuali.
Ma i membri del Compitato politico nazionale facenti riferimento a Progetto comunista, ben 10 su 17, ritengono che Ferrando non debba essere candidato proprio per avere un ricambio politico. Una tesi francamente risibile visto che Ferrando non ha mai ricoperto incarichi pubblici dentro Rifondazione. Rimane comunque il fatto che Progetto comunista si spacca intorno sulla candidatura di Ferrando.
La maggioranza dei componenti del Cpn aderenti a Progetto comunista sono per la sua esclusione. Mentre lo stesso Ferrando insieme a Franco Grisolia cioé coloro che sono tra i fondatori di questa corrente rivendicano invece che hanno dalla loro l’appoggio del 70% dei delegati del congresso di Venezia e della maggioranza dei membri dei Comitati federali e regionali del Prc.
Ci troviamo di fronte ad una spaccatura incomprensibile addirittura al resto del partito, dirigenti compresi. Infatti se era pacifico dare a Progetto comunista un collegio sicuro in lista, altrettanto pacifico era darlo al dirigente storico più rappresentativo di questa corrente.
E la segreteria nazionale decide proprio in questo senso.
La conseguenza più immediata è la scissione dentro Progetto Comunista: si costituisce infatti per iniziativa di Francesco Ricci Progetto Comunista- Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori (PC-ROL) che uscirà poi da Rifondazione e nel gennaio 2007 prenderà il nome di Partito di Alternativa Comunista.

Nel febbraio del 2006 il Corriere della Sera pubblica un’intervista a Marco Ferrando che rilascia delle dichiarazioni molto chiare in merito all’attentato di Nassyria del 2003. Ne riportiamo alcuni stralci abbastanza interessanti:

“E la resistenza irachena?

«Questione più complessa. C’è un diritto sacrosanto all’autodeterminazione e a resistere a forze d’occupazione militare che stanno lì per interessi colonialistici. Poi ci sono diverse concezioni, tra movimenti di resistenza popolare e fondamentalisti. E la resistenza popolare armata è cosa diversa dal terrorismo contro la popolazione civile».


Il terrorismo contro i civili. Ma contro i militari?
«La lotta armata contro l’occupazione militare è giusta. Noi siamo per la fusione della rivolta contro l’occupazione straniera imperialistica e le lotte sociali dei lavoratori iracheni».


Quindi è giusto sparare anche sui soldati italiani?
«Noi siamo per la rivendicazione del diritto alla sollevazione popolare irachena contro le nostre truppe. Tutti gli episodi in cui ci sono stati nostri caduti, rientrano in tutto e per tutto nelle responsabilità d’una missione militare al servizio dell’Eni ».


Lei sta dicendo che i nostri soldati morti a Nassiriya erano servi dell’Eni.
«Questo l’ha detto un documento riservato prodotto dal ministero delle Autorità produttive di Antonio Marzano, sei mesi prima della guerra, in cui si sosteneva un interesse attivo dell’Eni ad andare a Nassiriya perché lì c’era la partita del petrolio. E questa è la posizione del 41% di Rifondazione, che non è soddisfatto del programma dell’Unione: dall’Iraq ci si deve ritirare e basta, senza condizioni. Io sono contro qualsiasi missione militare all’estero, nei Balcani come in Afghanistan, con o senza Onu».


Ma a Gaza o in Bosnia, i nostri vigilano su accordi di pace...
«Non esistono interventi militari umanitari o sopra le parti. Sono sempre funzionali a interessi di parte».


Su Israele, non teme d’essere paragonato a uno come l’iraniano Ahmadinejad?
«Ma che cosa dice? Io sto agli antipodi! Non civetto con posizioni antisemite. La rivolta del Ghetto di Varsavia fu fatta anche da trotzkisti. In Israele ci sono amici ebrei che sostengono le nostre posizioni. Molti compagni hanno subìto in Iran galera e torture. Io difendo il diritto degli ebrei all’autodeterminazione. E Hamas è una seria ragione di preoccupazione per i palestinesi. Questo però non toglie che Israele sia uno Stato artificiale. E le mie critiche sono alla sua forma profondamente confessionale, al primato aggressivo del suo apparato militare, al fattore propulsivo del suo espansionismo, alla negazione dei diritti di ritorno e perfino di voto della maggioranza araba».”

Questa intervista come si può ben vedere non dice nulla di scandaloso e oltretutto afferma cose che questo dirigente ha sempre detto. Anche i suoi avversari politici devono riconoscere la coerenza di Ferrando. Ma … apriti cielo!
Il parolaio Bertinotti scopre improvvisamente le posizioni rivoluzionarie di Ferrando e si affretta immediatamente a bollare come “incompatibile” la sua presenza nelle liste del Prc.
Si convoca una riunione della segreteria dopo aver sentito telefonicamente i membri del Cpn.
A onor del vero bisogna dire che i rappresentanti delle altre minoranze di Rifondazione da Grassi per Essere comunisti a Malabarba e Cannavò per Sinistra critica sono assolutamente contrarie alla sua esclusione. Favorevoli invece proprio i rappresentanti di Progetto comunista che daranno poi vita al Pdac.
La segreteria comunque toglie Ferrando dalle liste per mettere la pacifista Lidia Menapace al suo posto la quale verrà poi eletta e da buona pacifista voterà in parlamento tutte le missioni ed i crediti di guerra.
Il gruppo di Ferrando uscirà quindi da Rifondazione per formare il Partito comunista dei lavoratori.
 

Rifondazione al governo

Le elezioni politiche dell’aprile del 2006 consegnano un paese sempre più ingovernabile grazie anche alla nuova legge elettorale approvata nel dicembre del 2005 il cosiddetto porcellum di Calderoli.
Formalmente vince l’Unione che raggruppa tutte le forze del centro-sinistra (da Rifondazione all’Udeur di Mastella), ma con uno scarto alla Camera di soli 24.755 voti rispetto al centro-destra (Unione 19.002.598 – Casa delle libertà 18.997.843).
Il centro-destra praticamente riconferma i voti presi cinque anni prima a dimostrazione che il berlusconismo continua ad avere un’ottima presa sociale.
Rifondazione ottiene un buon numero di parlamentari, ma soltanto grazie ai meccanismi della nuova legge elettorale. Infatti il risultato, nel leggere bene le cifre è abbastanza deludente.
Alla Camera prende 2.229.604 voti corrispondenti al 5,8% e 41 seggi.
Al Senato invece 2.518.624 voti corrispondenti al 7,2% e 27 seggi.
Come si può vedere immediatamente Rifondazione non riesce a prendere il voto giovanile che in teoria la doveva vedere favorita in questo terreno. Rispetto alle elezioni del 2001 aumenta solo dello 0,7% e sotto quel 6% preso invece alle Europee del 2004.
Anche le altre formazioni della sinistra radicale presenti nell’Unione non aumentano i loro voti riconfermando i risultati precedenti.
Insomma una situazione di stallo che conferma un paese diviso a metà ed una Rifondazione che non riesce a fare presa su quello che dovrebbe essere il suo elettorato: i giovani, i lavorati, i disoccupati insomma i ceti sfruttati di questa società.
Questa situazione di stallo era rappresentata in modo evidente dai differenti rapporti di forza tra la Camera ed il Senato. Infatti mentre nella Camera il governo Prodi disponeva di una maggioranza sufficiente, al Senato invece si reggeva solo con pochi voti di scarto garantiti addirittura dai senatori a vita e ricordiamo la grande scienziata Rita Levi Montalcini, oggi centenaria, che era obbligata a recarsi a votare reggendosi sulle stampelle proprio per garantire la sopravvivenza del governo.
Il processo di burocratizzazione del Prc era ormai giunto al suo massimo livello con uno strato di professionisti che iniziava solo a vivere per se stesso e con un ceto dirigente che occupava questi posti per cooptazione e non come espressione delle lotte sociali.
A riprova di questo si inizia la legislatura con l’elezione di Bertinotti alla Presidenza della Camera.
Ricoprire questa carica certamente soddisfaceva l’evidente narcisismo di Bertinotti, ma non corrispondeva certo agli interessi del suo partito. Infatti secondo qualsiasi manuale Cencelli un partito come quello di Rifondazione che era diventato la quinta forza politica del paese ed un alleato fondamentale per l’Ulivo aveva diritto ad una rappresentanza ministeriale adeguata.
Invece il Prc per aver preso la Presidenza della Camera si deve accontentare di un solo ministero per giunta poco rappresentativo come quello della Solidarietà Sociale diretto da Paolo Ferrero, sei sottosegretari ed un viceministro agli esteri (Patrizia Sentinelli).
Si apre con la partecipazione diretta al secondo Governo Prodi la pagina più drammatica nella storia di Rifondazione e che provocherà neanche due anni dopo la scomparsa della sinistra nel parlamento italiano.
Nel luglio del 2006 dopo la manovra del ministro dell’Economia Padoa Schioppa che colpisce duramente gli interessi delle fasce sociali che dovevano essere difese proprio da Rifondazione il problema dell’intervento militare in Afghanistan fa scoppiare tutte le contraddizioni del Prc.
Si deve votare infatti il rinnovo della missione in Afghanistan ed in altri paesi esteri.
La posizione di Prodi era in fondo coerente con le risoluzioni votate in passato dalla sua maggioranza. Ricordiamo che di nuovo che nel Marzo del 1999 il governo D’Alema (composto anche dal Pdci e Verdi) partecipò attivamente ai bombardamenti su Belgrado mentre Rifondazione,come abbiamo visto, si mobilitò attivamente contro l’intervento militare italiano.
Adesso la posizione di Rifondazione cambia proprio per garantire la sopravvivenza del governo, ma quello che è più grave cambia anche la posizione della componente di Sinistra critica la quale dopo la morte di Maitan è diretta da Turigliatto e Cannavò. Infatti mentre alla Camera dove come abbiamo visto la maggioranza era comunque garantita, il deputato Cannavò insieme ai deputati Burgio e Pegolo di Essere comunisti e a Paolo Cacciari e Francesco Caruso eletti come indipendenti nel Prc potevano permettersi di votare contro il finanziamento militare in Afghanistan. Al Senato dove ogni voto era indispensabile per la vita del governo i senatori Turigliatto e Malabarba esordirono votando tutte le missioni militari compresa ovviamente quella afgana.
Qui Sinistra critica offre il massimo del centrismo: con il suo unico deputato vota NO alle missioni militari mentre con i suoi due senatori vota SI. Da notare che sul Libano Sinistra critica non si differenzia dal resto di Rifondazione votando la missione militare contro gli Hezbollah.
Quando però tutte queste contraddizioni iniziano ad essere insostenibili nel febbraio del 2007 il senatore Turigliatto insieme a Fernando Rossi del Pdci si astiene dal voto sulla relazione del ministro degli Esteri D’Alema e ricordiamo che per i regolamenti del Senato l’astensione equivale ad un voto contro. Questo fatto provoca l’immediata espulsione dal Prc di Turigliatto.
Questo non-voto di Turigliatto verrà poi presentato da Sinistra critica come un voto contro la missione militare in Afghanistan a cui invece lo stesso Turigliatto e Sinistra critica avevano dato e avrebbero continuato a dare il proprio sostegno.
Nonostante questa espulsione Sinistra critica non esce da Rifondazione anzi lo stesso Turigliatto voterà ancora la fiducia al governo Prodi. Un voto di fiducia non giustificato più nemmeno da una presunta disciplina di partito visto che Turigliatto ne era stato appena espulso.
Solo nel dicembre dello stesso anno Sinistra critica uscirà definitivamente dal Prc.
Si consolidava così il fallimento storico del progetto politico di Sinistra critica che dopo 15 anni di entrismo nel Pci, l’entrismo in Democrazia Proletaria e gli altri 15 anni di entrismo dentro Rifondazione si ritrova oggi con un piccolo gruppo centrista senza alcun seguito di massa e totalmente ininfluente nella politica italiana.
In ogni caso l’espulsione di Turigliatto preceduta dall’esclusione dalle liste elettorali di Ferrando sono la dimostrazione di un clima interno che non permette più nessuna reale discussione. Come abbiamo già ricordato quando nel 1995 più della metà del gruppo parlamentare di Rifondazione ruppe la disciplina del partito non venne preso nessun provvedimento disciplinare.
Il primo vero schiaffo che Rifondazione prende e che anticipa il futuro fallimento elettorale giunge il 9 Giugno del 2007 in occasione della visita del presidente Bush in Italia. Infatti il Prc organizza, insieme all’Arci e alla Fiom una manifestazione a Piazza del popolo che vede soltanto la presenza di poche centinaia di manifestanti mentre circa 30.000 persone parteciperanno invece al corteo indetto da un fronte composto da sindacati di base, pacifisti, sinistra Cgil, centri sociali, Pcl, Sinistra critica.
E’ ormai la prova visibile della spaccatura tra l’apparato di Rifondazione che difende la sua permanenza al governo e la sua politica imperialista ed un’area di sinistra certamente eterogenea, ma che sia pure confusamente ne vuole prendere le distanze.
I due anni che Rifondazione trascorre dentro il governo Prodi la porteranno fatalmente ad una crisi senza precedenti nella sua storia. Oltre a votare tutte le missioni militari all’estero nonostante i suoi proclami pacifisti il Prc voterà tutte le misure antisociali proposte da Prodi.
Ed è giusto ricordare che oltre a votare a favore delle guerre imperialiste Rifondazione non presentò nessuna legge che potesse rappresentare un avanzamento sociale del nostro paese. Per esempio non avere fatto emanare una legge di riforma della cittadinanza basata ancora oggi, unico paese occidentale, sullo ius sanguinis e che non prevede lo ius soli vale a dire concedere la cittadinanza a chi nasce in territorio italiano come tutti i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, è la dimostrazione di un tradimento dei più elementari ideali socialisti. A cui si deve abbinare visto che c’erano anche i Verdi al governo, la legge del divieto di caccia che nel referendum del 1995 raccolse, nonostante non avesse raggiunto il quorum,l’81% dei consensi.
Sono solo due esempi tra i tanti che potremmo citare di leggi che avrebbero, se promulgate, costituito un avanzamento della nostra società. Leggi certamente non rivoluzionarie, ma anzi completamente riformiste. Leggi che non avevano neanche bisogno di nessuna copertura finanziaria.
Insomma questa sinistra radicale costituita dal Pdci, Verdi e di cui Rifondazione è stata sicuramente la forza più caratteristica è stata anche incapace di compiere delle riforme elementari che avrebbero trovato l’appoggio di grandi settori popolari per non dire della stessa Chiesa cattolica.
Come non stupirsi quindi che caduto dopo solo due anni il governo Prodi, caduto non per l’opposizione di Rifondazione, ma solo perché il Ministro della giustizia Mastella uscì dalla maggioranza dopo aver ricevuto un avviso di garanzia; ebbene come non stupirsi che nelle elezioni svoltesi nell’aprile del 2008 questa sinistra radicale (Pdci-Prc-Verdi) che si presentò unita sotto il simbolo della Lista Arcobaleno subì la più grave sconfitta della storia della sinistra italiana prendendo alla Camera solo 1.124.418 voti pari al 3,1% non superando quindi la soglia dello sbarramento elettorale del 4%.
Queste tre forze da sole, senza Sinistra Democratica, avevano preso due anni prima 3.898.460 pari al 6.9% , perdendo quindi più di 2.770.000 voti una débacle elettorale senza precedenti e che ha provocato la scomparsa delle sinistra nel parlamento. Una sconfitta come abbiamo visto dovuta ad una politica filo imperialista la quale ha tradito gli interessi dei lavoratori e degli strati più sfruttati che a parole diceva di rappresentare.



Il Congresso di Chianciano e la Federazione della Sinistra

Il congresso che Rifondazione tiene a Chianciano nel luglio del 2008, il settimo della sua storia, vede per la prima volta questo partito senza rappresentanza parlamentare. E’ un congresso confuso, disordinato, incapace di trarre un bilancio serio ed approfondito sui due anni di permanenza nel governo Prodi.
Un congresso che non riesce a fare una seria autocritica e trarre delle conseguenti lezioni.
Gli applausi calorosi ed il saluto trionfale che vengono riservati all’ingresso di Fausto Bertinotti nel congresso costituiscono elementi da vera psicopatologia politica. Infatti questi onori dato al massimo responsabile del disastro politico ed elettorale di Rifondazione comunista sono al di fuori di qualsiasi logica politica.
In questo congresso si scontrano due uomini del suo apparato e che più di ogni altro, dopo Bertinotti, hanno rappresentato le istituzioni borghesi: l’ex ministro Paolo Ferrero e il Presidente della regione Puglia Nichi Vendola. La mozione di Ferrero appoggiata dalla componente di Essere comunisti di Grassi vincerà contro quella vendoliana, la quale disponeva della maggioranza relativa dei delegati, grazie all’appoggio delle minoranze dell’Ernesto di Fosco Dinucci e di FalceMartello.
Ma questa vittoria congressuale di misura il 53% dei voti (342 delegati su 646) e che elegge segretario Ferrero con solo il 51% dei voti (142 su 280) è la classica vittoria di Pirro.
Infatti la componente vendoliana, che ha preso intanto il nome di Rifondazione per la sinistra, uscirà da Rifondazione per costituire poi Sinistra, ecologia e libertà a cui tra l’altro aderiranno Bertinotti e il precedente segretario del Prc Giordano.
Oggi Vendola viene visto come il nuovo profeta della sinistra ed è una singolare situazione questa poiché stiamo parlando di un dirigente che ha contribuito in prima persona a tutte le scelte nefaste che hanno caratterizzato la storia di Rifondazione. Ma non possiamo sottovalutare che di fronte alla mancanza di una vera alternativa rivoluzionaria la Sel può diventare il punto di riferimento della sinistra radicale.
Per quanto riguarda ciò che resta di Rifondazione ed il suo recente patto federativo con il Pdci che hanno fatto nascere la cosiddetta Federazione della sinistra ci sembra, al contrario che questa unificazione di apparati con lo scopo di fare sopravvivere il proprio ceto di burocratico non abbia di fronte a sé un grande futuro.
Infatti le elezioni europee del giugno 2009 che vedevano questi due partiti unificati hanno portato il 3,4%, dei voti non raggiungendo quindi il quorum del 4%. Ma cosa più importante i voti sono stati veramente pochi (1.038.247) e siamo facili profeti nell’affermare che questa Federazione nata da un accordo burocratico di ciò che resta di questi due partiti non riuscirà a invertire la rotta del loro ormai inarrestabile declino.


13 maggio 2011

Bibliografia


L. MAITAN -     La strada percorsa - Massari Editore 2002

S.BERTOLINO- Rifondazione comunista - Il mulino 2004

S.CANNAVO’- La rifondazione mancata - Edizioni Alegre 2009

dal sito   http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

venerdì 27 maggio 2011


Quando Ue e FMI salvano gli investitori ai danni dei popoli:
IL CASO GRECO

di Riccardo Achilli



1. Lo scenario

L’economia greca annaspa. Un anno dopo gli aiuti (si fa per dire, perché trattasi di prestiti a titolo oneroso, con un tasso di poco inferiore ai valori di mercato, e che si aggira sul 4,5%) di 110 miliardi di euro ricevuti da Unione Europea e FMI, la recessione è ancora profonda, col Pil che quest'anno chiuderà a quota (-3,5%), peggio di quanto previsto in precedenza. Per il 2012 Bruxelles si attende un +1,1%, ma la previsione non tiene ancora in considerazione il nuovo piano di austerity che il governo Papandreou dovrà varare per ricevere ulteriori prestiti da Ue ed Fmi. Infatti, come volevasi dimostrare (è sufficiente uno studente al primo anno di economia e commercio per comprenderlo) la recessione economica in Grecia è stata prolungata proprio dalle conseguenze recessive del piano di salvataggio imposto alla Grecia in cambio dei soldi di Ue e FMI.

E' utile ricordare le coordinate essenziali di tale piano. In estrema sostanza, si tratta di un manovra da 30 miliardi di euro di tagli, da attuarsi entro il 2012, risoltasi in un taglio draconiano della spesa sociale, sanitaria e previdenziale, dei redditi dei dipendenti pubblici e dei pensionati (nonché in un congelamento delle retribuzioni nel settore privato, che in termini reali equivale ad una loro riduzione), dell’occupazione nella pubblica amministrazione, in un aumento del carico fiscale tramite l’incremento di due punti dell’IVA (peraltro misura odiosa socialmente, perché sposta l’inasprimento della pressione fiscale sulle spalle del consumatore finale) e delle accise su carburanti, tabacco ed alcool, in massicce privatizzazioni di aziende pubbliche, in una drastica revisione della legislazione del lavoro, che ha aumentato la precarietà, al fine di consentire al Paese di incrementare la sua competitività di costo alle esportazioni (quindi con una filosofia che vorrebbe trasformare l’economia greca in una specie di Taiwan europea, dove anziché competere sulla qualità e l’innovazione, si compete sul rapporto fra il costo del lavoro e la sua produttività, esattamente come le economie emergenti del Terzo Mondo, con tutti gli squilibri e le ingiustizie distributive tipiche di quel modello di competitività).
Il fatto stesso che il prestito di 110 miliardi sia stato cofinanziato dal FMI dimostra come le politiche restrittive imposte al Governo greco siano pienamente ispirate al Washington Consensus, ovvero il set di politiche neo-liberiste su cui si basa l'intervento del FMI nelle economie iper-indebitate. In particolare, vale la pena di ricordare che il Washington Consensus si compone di 10 direttive, ovvero:

1) Una disciplina di politica fiscale volta al perseguimento del pareggio di bilancio;

2) Il riaggiustamento della spesa pubblica verso interventi mirati: si raccomanda di limitare i sussidi sociali e di favorire invece interventi a sostegno della competitività economica;

3) Riforma del sistema tributario, volta all'allargamento della base fiscale e all'abbassamento dell'aliquota marginale;

4) Tassi di interesse reali moderatamente positivi;

5) Tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato;

6) Liberalizzazione del commercio e delle importazioni;

7) Apertura e liberalizzazione degli investimenti provenienti dall'estero;

8) Privatizzazione delle aziende statali;

9) Deregulation;

10) Tutela del diritto di proprietà privata.

Va notato come, a parte i punti 4) e 5), di titolarità della Bce, ed il punto 6), già attuato tramite il mercato comune europeo, nonché il punto 10), che in Grecia non pone nessun particolare problema agli investitori, tutti gli altri punti rappresentano la base sulla quale è stato costruito il piano di austerità del Governo greco.

2. Le conseguenze

Le conseguenze di tale “terapia” sono ovvie, e peraltro tipiche di tutte le altre economie sottoposte al Washington Consensus. Mentre l’area-euro, nel 2010, è entrata in ripresa, con una crescita dell1,8%, ed una previsione di crescita dell’1,6% per il 2011, il PIL greco del 2010 è diminuito, per il secondo anno consecutivo, con una riduzione del 4,5%, ed anche per il 2011 dovrebbe scendere di un ulteriore 3,5%. In conclusione, mentre a livello di area-Euro la recessione porterà ad una diminuzione complessiva del PIL dello 0,7% nel periodo 2009-2011, nel medesimo periodo, grazie all’indovinato, democratico e generoso piano di salvataggio imposto da FMI e UE, il PIL greco sarà tracollato del 10%, un calo in grado di portare rapidamente la Grecia da una condizione di Paese del primo mondo a quella di economia in via di sviluppo. Infatti, con tale riduzione, nel 2012 il Pil pro capite greco, (il Pil pro capite è, grosso modo, una stima del valore della ricchezza mediamente a disposizione degli individui per consumi o risparmio; e fino al 2008 quello greco era il 28-mo più alto del mondo) non sarà molto lontano da quello delle Bahamas (con una differenza di ricchezza media mensile pari a circa 130 euro fra il cittadino greco e quello delle Bahamas). Il tasso di disoccupazione è passato dal 7,7% del 2008 al 12,6% del 2010, e dovrebbe arrivare al 15% a fine 2011. Ma se si conteggiano anche i lavoratori scoraggiati, il vero tasso di disoccupazione è già nell’intorno del 20%.
Naturalmente, poiché le finanze pubbliche sono endogene alla crescita economica, l’obiettivo di questa cura ammazza-cavallo, che è il riequilibrio delle finanze pubbliche del Paese, è già ampiamente fallito. Sul fronte del rapporto fra debito pubblico e PIL, quello greco si conferma il più alto d'Europa, passando dal 127,1% del 2009 al 142,8% del 2010, con una previsione del 157,7% del 2011. E nel 2012 salirà ancora al 166,1%. Con un rapporto deficit/PIL stabile: al 10,5% nel 2010.
Questo spiega perché vi sarà un’ulteriore imposizione di un nuovo programma di austerità, che si andrà a sovrapporre a quello già in atto (che ha provocato gli effetti socio economici sopra richiamati), provocando ulteriori effetti recessivi sull’economia e di impoverimento sociale. Ma lasciamo parlare i burocrati del liberismo economico, per comprendere a fondo quanto sia generoso il loro cuore, e quanto miope sia il loro cervello economico. Dice testualmente Olli Rehn, Commissario europeo agli affari economici e monetari: "Sono stati fatti sforzi senza precedenti che non devono essere sottovalutati, ma non basta. È assolutamente necessario che il governo greco si assuma le sue responsabilità e introduca nuove misure di consolidamento fiscale. Sono consapevole di rivolgermi a un Paese non solo sull'orlo della bancarotta, ma anche nel pieno di una pericolosa crisi sociale, però bisogna accantonare le divisioni interne ed essere tutti responsabili". Ancora più crudo Thomsen, funzionario del FMI: “non penso che il programma già attuato riuscirà a mantenersi nei binari senza un forte rinvigorimento delle riforme strutturali nei prossimi mesi (leggi: nuove misure di austerità, che si aggiungono a quelle già in atto). Senza questo rinvigorimento, il piano è destinato a uscire dai binari”.

Gli economisti liberali più “umanitari” vagheggiano di accordare alla Grecia la possibilità di ristrutturare il debito. Cioè, niente sconto sul debito, che dovrà essere pagato fino all’ultimo centesimo, non importa quali siano le conseguenze sociali, ma un suo riscadenzamento. E’ evidente la finalità: spalmando l’impoverimento del popolo greco su più anni, si spera di disinnescare la bomba della protesta sociale che sta esplodendo nel Paese. Se ti impoverisci in dieci anni anziché in due o tre, lo shock è meno forte, la contestazione meno violenta. Però alla fine il risultato, nelle tue tasche, è sempre lo stesso. Alcuni di questi economisti “umanitari”, come Fitoussi, aggiungono al danno anche la beffa: riscadenzando il debito con tassi di attualizzazione pari a quelli attuali, il “net present value” del debito si abbasserebbe, così, per mero effetto finanziario, alla fine il debito attualizzato, in termini reali, sarebbe inferiore a quello attuale, perché il riscadenzamento senza aumentare i tassi di attualizzazione ne implicherebbe una svalutazione dovuta all’inflazione. Naturalmente è una presa per i fondelli: gli effetti recessivi dei vari piani di austerità finiranno per comportare una deflazione, per cui anche questo effetto, meramente finanziario, sarà ben poca cosa.
Tra l’altro, il blocco Bce (sostanzialmente dominata dalla Bundesbank)-Governo tedesco ha già detto chiaramente di no a qualsiasi ipotesi di ristrutturazione, quindi anche a questi artifizi. “La ristrutturazione del debito di qualsiasi paese, e quindi anche una ristrutturazione del debito della Grecia, sarebbe un danno incalcolabile alla credibilità dell’Unione Europea”. Lo ha dichiarato la cancelliera tedesca Angela Merkel tre giorni fa, imitata dal presidente dell’Eurogruppo Junker. Il 19 Maggio, la Bce si allinea immediatamente, esprimendo la sua posizione ufficiale, sotto forma di un vero e proprio ricatto. Jurgen Stark, del comitato esecutivo della Bce (in particolare, si tratta dell'esponente più vicino alle posizioni monetariste della Bundesbank) dice testualmente: “una ristrutturazione del debito greco renderebbe impossibile per noi continuare a dare liquidità al sistema finanziario greco”. In altri termini: se passa la linea della ristrutturazione, la Bce non fornirà più alle banche greche la liquidità necessaria per l'operatività normale, provocando un effetto “corralito”, overo la necessità per le banche elleniche di sequestrare i depositi dei propri clienti, richiamare le linee difido già concesse e congelare le domande di nuovi prestiti. In breve, paralizzare il normale funzionamento dell'economia e azzerare i risparmi dei lavoratori. Perché una simile durezza? Non certo per astratte preoccupazioni circa la moralità del debitore nel restituire puntualmente il suo debito, o ragioni pseudo-tecniche indotte dalla Bce (secondo cui la non rifinanziabilità del sistema creditizio greco in caso di ristrutturazione del debito di quel Paese dipenderebbe dalla svalutazione dei titoli del debito pubblico che la Bce detiene come garanzie collaterali). Il punto di fondo è un altro: la stabilità dei mercati finanziari e dei conti economici e patrimoniali delle imprese creditizie e finanziarie europee. Bce e FMI, rappresentanti degli interessi delle imprese finanziarie, stanno volontariamente distruggendo l’economia ed il tessuto sociale di un Paese per garantire la “stabilità finanziaria”.

Il debito pubblico nazionale greco, a Settembre 2010, è pari a 337 miliardi di euro, di cui, secondo le stime di Credit Suisse, il 47% (ovvero circa 158 miliardi di euro) è detenuto da banche e fondi di investimento esteri ed il 15%, ovvero circa 51 miliardi di euro, da fondi pensione o assicurativi (in parte importante anche stranieri). Sempre secondo Credit Suisse, solo il 29% del debito greco (ovvero 98 miliardi) è detenuto da privati o imprese finanziarie greche. I restanti 239 miliardi sarebbero detenuti da soggetti stranieri. Quanto basta per provocare un default finanziario su scala globale, se il Governo greco decidesse di non pagare più il suo debito estero, o semplicemente si trovasse nelle condizioni di non poterlo più pagare. Ecco quindi che occorre stritolare il Paese, ridurlo alla miseria (purché paghi).

Già che ci sono, i Paesi dell’Unione Europea pensano anche di fare qualche business sulle spalle della Grecia, perché no? Ecco allora che la Merkel insiste con il Governo greco perché acceleri il programma di privatizzazioni di imprese pubbliche (ovviamente che saranno acquistate da imprese tedesche ad un tozzo di pane). Nel mirino alcuni ghiotti business: l'OTE (telefonia), l’ampliamento della concessione ai privati dell’aeroporto di Atene, le ferrovie, il fornitore di gas Desfa, l’industria della difesa, il casino di Monte Parnes, e ancora, ippodromi, porti turistici, aeroporti regionali. Tutto ciò è fatto chiaramente per favorire interessi privati, e non certo per aiutare la Grecia a ristrutturare il suo debito. Un interessante report di Sergio Capaldi, strategist di Intesa Sanpaolo, evidenzia che le privatizzazioni necessitano di tanto tempo per essere portate a termine. Una caratteristica che si aggrava ancora di più nel caso della Grecia, poichè il Paese non possiede neppure un inventario dettagliato delle proprietà statali. Alla luce di questi elementi gli effetti delle privatizzazioni in Grecia potranno vedersi dopo anni e, un’azione di questo tipo di certo non risolverà i problemi finanziari di Atene.

E tutto questo senza una minima speranza di successo: già oggi la Grecia è impossibilitata ad accedere ai mercati finanziari per rinnovare il suo debito pubblico. Il downgrade del suo rating sovrano, operato qualche settimana fa, ha portato ad un incremento del rischio-Paese e quindi del rendimento dei titoli del debito pubblico greco, che raggiunge il 15% per i titoli decennali, ed il 24% per i biennali. Tassi da usura, chiaramente fuori dal mercato. Peraltro, secondo i sondaggi di Bloomberg, gli operatori finanziari (che di fatto, con le loro aspettative, condizionano l’andamento del mercato, e quindi, come ben evidenziato da Lucas, “auto-realizzano” le loro aspettative) assegnano alla Grecia un 85% di probabilità di default. Rispetto all’ultimo sondaggio in merito, risalente allo scorso gennaio, lapercentuale di coloro che stimano un collasso della Grecia è aumentata dell’11%, evidente segnale di un ulteriore crollo della fiducia del mercato nelle capacità del paese ellenico di evitare il fallimento. Ancor più realisticamente rispetto ai sondaggi Bloomberg, i “credit default swap” (strumenti assicurativi che consentono dietro il pagamento di un premio di coprirsi dal rischio di default sovrano) che misurano quanto il mercato finanzario stimi la probabilità di default, si sono attestati, il 19 Maggio 2011, a un valore equivalente ad una probabilità del 66% di default sovrano del Governo greco. Quindi in ambiente finanziario,sembra sempre più scontato che lo Stato ellenico anche dopo una ristrutturazione del debito, dovrà comunque fallire, e decidere di uscire dall’area valutaria dell’euro. Lo stesso Fitoussi ritiene molto probabile che fra 5 anni, Grecia e Portogallo usciranno dall'euro, restaurando le loro monete nazionali(Il Sole 24 Ore, 20 Maggio 2011). E' evidente quindi che l'unico problema che hanno gli investitori finanziari, i cui interessi sono rappresentati dalla Bce, è che la Grecia paghi il suo debito, spremendola come un limone, poi che esca pure dall'euro, se crede.

3. L'unica possibile soluzione

C'è allora una soluzione alternativa a quella imposta, con la forza, al popolo greco, in vista di nessuna prospettiva di risanamento finanziario, di permanenza nell'area euro e di ripresa economica e sociale? Esiste, e parte dalla cosiddetta “dichiarazione di Quito”. I partecipanti al Convegno internazionale "Far crescere le banche locali costruendo alleanze" tenutosi a Quito il 24 e il 25 ottobre 2002, hanno esplicitamente parlato della possibilità per le economie iper indebitate, sotto determinate condizioni, di rimettere parte del debito estero, qualora parti di tale debito siano dichiarate illegittime, odiose o illegali. Ci si rifà ad Alexander Sack, secondo il quale “se un potere dispotico contrae un debito non secondo i bisogni e gli interessi dello Stato, ma per fortificare il proprio regime dispotico, per reprimere la popolazione che lo combatte, questo debito è odioso per la popolazione dell’intero Stato (…) Questo debito non è un obbligo per la nazione: è un debito di regime, un debito personale del potere che lo ha contratto; di conseguenza, esso si annulla insieme alla caduta del potere” (Sack, 1927)”.

Nel caso greco, c’è il debito contratto dalla dittatura dei colonnelli, che è quadruplicato fra il 1967 ed il 1974. È evidente che esso rientri nella categoria dei debiti odiosi. Inoltre, secondo Touissant (2010), numerosi contratti stipulati fra le autorità greche e grandi imprese private straniere hanno implicato un aumento del debito e sono in larga misura illegittimi. Diversi contratti sono stati stipulati con la multinazionale tedesca Siemens, accusata – sia dalla giustizia tedesca che da quella greca – di aver versato commissioni ed altre tangenti al personale politico, militare ed amministrativo greci per un totale vicino al miliardo di euro. Questi scandali comprendono la vendita, da parte di Siemens e dei suoi soci internazionali, del sistema antimissile Patriot (1999, 10 milioni di euro in tangenti), la digitalizzazione dei centri telefonici della OTE (tangenti per 100 milioni di euro), il sistema di sicurezza “C41”, acquistato in occasione dei Giochi Olimpici del 2004, che non ha mai funzionato, la vendita di materiali alle ferrovie greche (SEK), del sistema di telecomunicazioni Hermes all’esercito greco, di apparecchiature costosissime agli ospedali greci. Vi è inoltre lo scandalo dei sottomarini tedeschi, acquistati per 1,3 miliardi di euro, e che presentavano fin dall’inizio il difetto di inclinarsi pesantemente…a sinistra (!) e di essere dotati di un equipaggiamento elettronico mal funzionante. Un’inchiesta giudiziaria sulle eventuali responsabilità (corruzione) degli ex-ministri della difesa è ancora in corso. Ma non basta: secondo Paris (2010), riprendendo agenzie di stampa e giornali (Reuters, l’americano Wall Street Journal e il quotidiano conservatore greco Kathimerini) in cambio della concessione del prestito Ue da 110 miliardi, il Presidente francese Sarkozy avrebbe ottenuto dal governo greco un ordine per sei navi da guerra FREMM per un totale di 2,5 miliardi di Euro. Inoltre, il Capo di Stato francese si sarebbe anche assicurato la promessa dell’acquisto da parte delle forze armate greche di 15 elicotteri Super Puma, del valore di 400 milioni di Euro, e di una quarantina di aerei da combattimento Dassault Rafale, il cui costo unitario si aggira attorno ai 100 milioni di Euro. Di fatto è normale presumere che i debiti contratti per stipulare questi contratti sono inficiati da illegittimità, non servono l'interesse del popolo greco, ed andrebbero revocati.
Quindi, la soluzione, anziché passare da fantasiose ristrutturazioni, dovrebbe passare per un ricalcolo del debito estero greco, al netto delle voci odiose ed illegittime, ed in un suo rigoroso e conseguente taglio.

In secondo luogo, occorre che la Grecia esca dall'area dell'euro in modo pilotato, ripristinando la valuta nazionale, possibilmente, per ridurre il trauma da fuoriuscita, stabilendo inizialmente, e per un periodo transitorio, delle fasce di oscillazione fra ripristinata valuta nazionale ed euro. La svalutazione che ne conseguirebbe avrebbe, certo, effetti iniziali recessivi, importando inflazione, che si combinerebbero con la fuga dei capitali esteri, generando una recessione. Ma in una seconda fase, la possibilità di guadagnare competitività di prezzo grazie alla svalutazione della dracma, il recupero di una piena potestà nazionale sulla politica monetaria (e quindi la possibilità di fare una politica monetaria accomodante, in termini di massa monetaria e tassi di interesse, a favore della crescita), la possibilità di ripartire con un fardello di debito estero alleggerito dalla quota odiosa o illegale che sarebbe ripudiata, e quindi recuperando una parziale possibilità di fare politiche espansive sul versante della spesa, consentirebbe alla Grecia di recuperare rapidamente tassi di crescita soddisfacenti.

Certo, una simile soluzione comporterebbe notevoli difficoltà finanziarie sui mercati finanziari europei, metterebbe in difficoltà le banche estere creditrici, ivi compresa la stessa Bce, che detiene, a titolo di garanzie collaterali, circa 70 miliardi di euro di titoli del debito pubblico dei Paesi PIGS, di cui una quota importante è costituita da titoli del debito pubblico greco. Questo provocherebbe una nuova mini-recessione globale. Ma da un male ne nascerebbe un bene, non solo per la Grecia, ma per tutti. Molto probabilmente, alla fine di tale fase si verificherebbe la morte dell'euro e della costruzione neo-monetarista imperniata da una Bce legata mani e piedi alle teorie neo-monetariste delal bundesbank ed al peggiore neo-liberismo targato FMI. L'abbattimento del sistema monetario europeo sarebbe un barlume di speranza per tutti popoli europei.
D'altra parte, va anche rigettato ogni scrupolo moralistico. L'argomento principale di chi senza scrupoli pensa che laGrecia meriti di affondare è che il Paese è vissuto per anni al di sopra dei suoi mezzi, facendo operazioni di window dressing sui suoi conti pubblici, al fine di evidenziare un falso rispetto degli obblighi comunitari in materia di patto di stabilità. Ci si dimentica che i conti pubblici esposti da un Paese (ed in particolare i due rapporti strategici, ovvero il deficit/PILe d il debito/PIL) vengono sottoposti ad un meticoloso processo di controllo e revisione da parte della Commissione Europea, per il tramite di Eurostat. Quindi, se vi è stato window dressing, vi è implicitamente anche una complicità della Commissione Europea, che ha certificato dati fasulli. L'enorme lievitazione delle spese sostenute in occasione delle Olimpiadi del 2004, passate dai preventivati 1,3 miliardi di dollari ai 14,2 miliardi di dollari esposti a consuntivo, avrebbe dovuto accendere una lampadina di allarme nelle menti dei controllori europei dei conti pubblici. Ma siccome gran parte delle opere infratrutturali realizzate in occasione delle Olimpiadi è stata commissionata ad imprese edili tedesche, francesi, italiane e britanniche, si è ovviamente preferito chiudere tutti e due gli occhi di fronte all'enorme crescita degli squilibri finanziari del governo greco. Fino all'epilogo di questi mesi. Con il conto che verrà pagato dal popolo greco, preso in giro dai suoi governanti e dall'intera Europa.

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lunedì 23 maggio 2011


DOVE VA IL MOVIMENTO AMBIENTALISTA ITALIANO?

di Marco Piracci



Non ripetere gli errori del passato

C'era un'Italia diversa. Quando nell'Aprile 1986 si iniziò a discutere sulle possibili cause di una nube radioattiva sulla Finlandia nessuno conosceva un nome che sarebbe passato alla storia: Chernobyl.
Ma tutti erano consapevoli che nulla sarebbe stato più come prima. Dopo anni di incubazione il movimento stava prendendo una forma autonoma e una capacità d'azione sempre maggiore. Due partiti erano in prima fila, Democrazia Proletaria e i Radicali (oltre alla formazione delle prime liste verdi). Chernobyl accellerò la presentazione dei quesiti referendari e la spinta emotiva ne condizionò sia la raccolta delle firme sia il voto dell'anno successivo. Importante fu anche il ruolo svolto dalla testata de il manifesto, che molto si spese per la vittoria referendaria.
Al contrario il PCI aveva al suo interno posizioni contrastanti. Poco prima dell'incidente in Ucraina, si era schierato apertamente a favore dello sviluppo del nucleare italiano, nonostante la contrarietà di buona parte degli iscritti. Dopo Chernobyl qualcosa cambiò. Il partito non partecipò attivamnente alla raccolta delle firme, ma molti suoi iscritti si unirono individualmente al movimento. Quando poi, il 10 maggio 1986 a Roma sfilarono 200.000 persone, i vertici di quel partito compresero che qualcosa a sinistra stava cambiando. Era l'emergere della richiesta di un preciso modello di società. Non era il solo fattore economico a determinare una lotta politica. Era la richiesta di un'alternativa reale, un' alternativa di qualità, centrata su nuovi rapporti umani, sul rispetto dell'ambiente, su un nuovo modello sociale.
In quell'occasione centarle fu il ruolo di DP, che forte della propria base teorica, riuscì meglio delle altre soggettività a mettere in evidenza queste contraddizioni. Il movimento divenne poi talmente tanto forte che, nel Marzo dell'Ottantotto provocò la caduta del governo che stava tentando di trovare una soluzione pasticciata per riaprire una strada al nucleare nel nostro Paese. Ma proprio in quel momento, non si andò fino in fondo. Il movimento non approfittò della debolezza della controparte e si accontentò del riultato. A tal punto che non solo non continuò nella lotta per un modello sociale differente, ma non riuscì nemmeno ad imprimere quell'impulso che Kyoto ha dato ad altri Paesi Europei.
Germania, Spagna, Danimarca, Olanda, puntarono sulla scelta dell'alternativa energetica e sulle fonti rinnovabili. I tedeschi in particolare, arrivarono ad un piano di sostituzione del nucleare con l'eolico. Inoltre, il movimento non seppe approfittare della vittoria ottenuta e della credibilità che un certo progetto si era conquistato nella società italiana.
In particolare con il primo governo Prodi risultò evidente che in Italia come anche in numerosi altri Paesi europei le proposte del gruppo dei Verdi si sarebbero limitate ad un mero ruolo di testimonianza tradendo così le forti aspettative riposte da una grande parte della società.
Oggi quell'esperienza non può non farci riflettere. E' sempre più urgente un progetto politico di totale alternativa all'attuale sistema economico. Il capitalismo sta distruggendo l'ambiente. Le barbarie sono già qui e cambiare, oltre che giusto, è necessario.

7 maggio 2011

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sabato 14 maggio 2011



LA FIOM E LA LOTTA DI CLASSE A COLPI DI SENTENZE
di Lorenzo Mortara

Con le prime sentenze dei tribunali ai ricorsi della Fiom, contro il Contratto separato firmato nel 2009 da Confindustria, Fim e Uilm, nonostante quello vecchio scada alla fine del 2011, le bacheche delle fabbriche si son riempite di volantini in favore dell’accusa o in favore della difesa.

A sinistra, la Magistratura conferma nove volte la validità del Contratto 2008 firmato anche dalla Fiom. A destra, la stessa Magistratura dà almeno una ragione a Fim e Uilm.
Il volantino della Fiom, rispetto a quello di Fim e Uilm è tanto più onesto quanto più ingenuo.

Secondo Fim e Uilm la sentenza in loro favore, sarebbe un clamoroso esempio di tutela all’incontrario della Fiom, in quanto le aziende vengono legittimate a chiedere indietro gli aumenti salariali ottenuti dalle due confederazioni gialle. Il ricorso della Fiom, dunque, si sarebbe concluso con un autogol per i suoi tesserati che pagheranno la sconfitta della loro dirigenza in termini di riduzione del salario e delle tutele.
Anche se credono di essere furbi, i burocrati di Fim e Uilm, non sono per niente intelligenti. La Fiom non ha bisogno di occultare alcuna sentenza, sono Fim e Uilm che cercano di distorcerle.
Fim e Uilm focalizzano l’attenzione, sfocandola lo stesso, su una sola sentenza, dimenticando apposta le altre nove. Corretto, però, sarebbe valutarle tutte, solo così è possibile dare un giudizio complessivo e onesto sulle azioni giudiziarie della Fiom.

Per ora, avendo vinto nove ricorsi su dieci, la Fiom ha tutelato nel 90% dei casi i suoi iscritti, e nel 100% quelli di Fim e Uilm o quelli restanti o non iscritti ad alcun sindacato. Tuttalpiù, la Fiom, avrebbe costretto i suoi iscritti, in un 10% dei casi, a restituire la mancia d’aumento piovuta più dalle mani della Confindustria che dal Contratto separato di Fim e Uilm. Già, perché se è vero che in questo caso, e solo in questo, Fim e Uilm hanno ragione a dire che gli iscritti alla Fiom potrebbero vedersi ridotto il loro salario, hanno torto a dire in malafede che, oltre al salario, vanno incontro alla riduzione delle tutele. Infatti, l’unica sentenza vagamente favorevole a Fim e Uilm, conferma che per gli iscritti alla Fiom il Contratto 2008 è ancora valido ed esigibile. Non prevedendo deroghe, non si capisce come i lavoratori Fiom possano essere meno tutelati dal vecchio contratto, rispetto agli iscritti Fim e Uilm che ce le hanno in quello nuovo. In quest’unico caso, i padroni potrebbero chiedere la restituzione dell’aumento salariale agli iscritti della Fiom, e subito dopo, non avendola più tra le balle, applicare le deroghe a quelli di Fim e Uilm e abbassare i loro salari al livello di quelli della Fiom o addirittura oltre. A quel punto però, agli iscritti di Fim e Uilm, basterebbe passare alla Fiom per difendersi dalla decurtazione del salario stabilita, previo deroga, dal loro stesso, nuovo Contratto.

Fin qui per la Magistratura e il diritto. Per loro disgrazia, non sono né l’uno né l’altra a stabilire salari e tutele, ma la lotta di classe e i rapporti di forza tra Capitale & Lavoro che i tribunali scalfino appena.

Per la lotta di classe, queste sentenze danno grosso modo ai lavoratori i diritti che avevano prima. Non risulta, infatti, che a sentenza emessa, sia cambiato qualcosa né dove si è vinto né dove si è perso. Laddove Fim e Uilm hanno vinto, il padrone può anche aver diritto alla restituzione degli aumenti salariali, ma non è detto che abbia la forza di farlo, specie se i “suoi” lavoratori saranno rappresentati in larga maggioranza dalla Fiom. Alla stessa maniera, dove ha vinto la Fiom o dove potrebbe anche vincere, i padroni passeranno come un rullo compressore sopra tutte le sentenze che gli daranno torto, se avranno davanti l’impotenza calabrache dei sindacalisti Fiom modello ex-Bertone.
Se c’è una cosa che davvero confermano le sentenze, non è la vittoria schiacciante della Fiom o il gol della bandiera di Fim e Uilm. Le sentenze confermano una volta di più che il diritto non è la Sacra Bibbia e nemmeno un teorema di matematica. Su questo è bene che riflettano quei lavoratori che ripongono tutte le loro speranze in denunce e tribunali, come fossero l’ultima parola di Dio. Le sentenze dimostrano che il codice è interpretabile più o meno come la Smorfia Napoletana. Inoltre, la Fiom, ha vinto solo il primo round. Salendo di grado, di appello in Cassazione, è molto probabile che al terzo e ultimo, le sentenze verranno ribaltate 9 a 1 a favore di Fim e Uilm, cioè dei padroni, confermando la verità di classe della giustizia borghese. Anche per miracolo non andasse così, appellarsi alla potenza dei tribunali borghesi, significa ammettere di non avere la forza di mobilitarsi nei luoghi di lavoro. Ma anche se non si ha la forza – ammesso e non concesso che sia così – ciò non significa che i lavoratori debbano cercare altre strade, perché altre strade non ce ne sono. I lavoratori, in generale, non devono procedere a colpi di sentenze o per petizioni. Possono farlo solo a patto che simili espedienti siano presi per quello che sono: effetti collaterali e secondari della lotta di classe. L’asse centrale dell’attività sindacale deve essere la mobilitazione, con la forza della quale strappare ai padroni diritti e contratti. Più ci si attarda ad appellarsi ai tribunali, più le vittorie legali si tradurranno nelle fabbriche in sconfitte per i lavoratori. La vicenda della ex Bertone ne è un primo segnale inquietante.

Quali sono gli errori dei delegati della ex Bertone? Per loro la Fiat deve assumersi la responsabilità dell’investimento, non scaricarla sui lavoratori. Eppure, scaricando la responsabilità dell’investimento sulle scelte dei lavoratori, la Fiat non dimostra affatto di non sapersela assumere, al contrario dimostra perfettamente di sapersela assumere nell’unica maniera in cui sanno assumersela i padroni. Scaricare sui suoi dipendenti la responsabilità dell’investimento, è l’indice della forza della Fiat. Rimpallarlo alla Fiat come hanno fatto i nostri delegati, è invece l’indice della loro debolezza. Che i lavoratori siano più deboli dei padroni è ovvio, ma compito dei delegati è infondere più forza e coraggio possibile a chi rappresentano, non ritrasmettere moltiplicata la loro paura. È in questi momenti che si vede il valore di un delegato, è lì che deve dimostrare di essere un capo all’altezza dei lavoratori. Purtroppo, alla ex Bertone, ci saranno anche 10 delegati della Fiom su 16, ma ci sono solo 16 gregari e nessun capo. I lavoratori, per loro disgrazia, non hanno alcun leader.
Non si può però addossar tutta la colpa ai 10 delegati della Fiom, senza capire che la loro capitolazione ai diktat di Marchionne non è che il riflesso di un comitato centrale che invece di partire all’attacco, è ancora attardato nelle secche delle aule di tribunale. Alla ex Bertone non abbiamo leader, ma non possiamo averceli se forse non li abbiamo nemmeno ai piani superiori della Fiom. Anche se fa male ammetterlo, forse bisogna prendere atto che la mano tesa di Landini alle RSU dimissionarie della ex Bertone, è l’abbraccio tra dirigenti della stessa pasta. Infatti, ai padroni va bene perdere nei tribunali, purché vincano dove conta, nelle fabbriche. E a tutt’oggi, la Fiom non è stata in grado di dare ancora alcuno sbocco alla lotta contro Marchionne e il suo modello. Dunque, dietro la capitolazione dei delegati della ex Bertone, ci sta la sostanziale accettazione di una sconfitta dei dirigenti della Fiom.

Per battere Marchionne ci vuole ben altro che i tribunali. Bisogna mettere in campo tutto il potenziale di lotta dei metalmeccanici, senza dividerli fabbrica per fabbrica e unendoli quando è possibile attraverso l’alleanza di tutte le sigle sindacali disposte a battersi contro l’amministratore della Fiat. La Fiom è ancora molto lontana da questa posizione. Infatti, mentre festeggia con un volantino le sue nove vittorie di carta, alla fine, invece di rivolgersi a sinistra verso i sindacati di base per una comune lotta, si appella a Fim, Uilm e Federmeccanica, per definire, come cosa prioritaria, «regole cogenti sulla rappresentanza e sulla democrazia capaci di impedire la pratica degli accordi separati». Appellarsi a chi ha smantellato la rappresentanza per definire regole sulla rappresentanza, è come chiedere al lupo, che si è divorato Cappuccetto Rosso, di restituirlo!
I Cappuccetti rossi che guidano la Fiom non devono appellarsi a Fim e Uilm, tanto meno a Federmeccanica, ma appoggiarsi esclusivamente sui lavoratori.
Le nuove regole saranno stabilite dalla vecchia lotta di classe, quando la Fiom si deciderà a guidarla fuori dai tribunali. In caso contrario, tutte le sentenze di questo mondo, sanciranno solo l’ennesima sconfitta a tavolino della Fiom e della classe operaia.

Stazione dei Celti, Maggio 2011

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mercoledì 11 maggio 2011


PERCHE' OCCORRE FERMARE LA VIVISEZIONE
di Marco Piracci


La lotta alla vivisezione sugli animali iniziò molti anni fa, sulle ali di orribili immagini, di angosciose testimonianze, di raccapriccianti filmati in cui le più atroci e inimmaginabili sevizie erano documentate e illustrate. Da qui l'inizio delle proteste, delle denuncie, delle lotte. Poi venne il celebre libro di Hans Ruesch
"Imperatrice nuda", che accanto alla denuncia contro tali pratiche, spiegava come esse fossero oltretutto inutili se non addirittura dannose per l'uomo.
Oggi la vivisezione è chiamata "sperimentazione animale" o "ricerca in vivo", ma rimane, secondo la definizione del dizionario, "vivisezione", la quale è per estensione "qualunque tipo di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l'esposizione a radiazioni, l'inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc." [Dizionario De Mauro, ed. Paravia].
E' questo che milioni di animali ogni anno nel mondo subiscono all'interno dei laboratori:
avvelenamenti con sostanze chimiche, farmaci e cosmetici compresi, induzione di malattie di ogni genere (cancro, sclerosi multipla, varie imitazioni dell'AIDS, malattie cardiovascolari, ecc.), esperimenti al cervello, esperimenti sul dolore, e molto altro.
Tutto questo è non solo senza alcuna necessità, ma anche senza alcuna utilità.
Spesso i sostenitori della vivisezione chiedono "Preferisci salvare un topo o un bambino?", per colpire l'emotività delle persone che non sanno cosa sia la sperimentazione animale e quanto sia inutile. Ma la vivisezione, ammazza il topo e fa diventare una cavia l'uomo: è purtroppo questa la realtà.
I passi seguenti sono tratti dal libro "I diari di Michelle Rokke" (libro edito da Agireoraedizioni e consultabile interamente on-line all'indirizzo http://www.agireoraedizioni.org/materiali/rokke_diario.pdf).
Michelle Rokke è un'attivista che ha lavorato per alcune settimane come infiltrata in H.L.S. ( Huntingdon Life Sciences), un grosso laboratorio di vivisezione negli USA.

"Stephanie, Rachel, Lynn e Lisa a pranzo hanno fatto battute sul fatto che tutte le scimmie della colonia extra stanno morendo. Stephanie ha chiesto: "Terry non si spiega il perché ma non sa che le gabbie non vengono cambiate da quasi un anno a questa parte. Avete mai sentito parlare dei batteri?".Se i committenti non si preoccupassero di poter perdere dei dati a causa della decomposizione dei tessuti dopo la morte, a molti animali non verrebbe fatta l'eutanasia.
Nelle attuali condizioni molti animali soffrono finché la ditta non riapre la mattina.
Questo primate ha dovuto subire quattro diverse amputazioni perché la ferita non stava guarendo e i punti continuavano a sfilarsi. Durante la riunione dei tecnici oggi Kathy ha annunciato che ieri ha visto che ogni singola scimmia della stanza 958 ha delle ferite - dalle fratture alla coda a dita quasi staccate - tutte causate da tecnici che le hanno maneggiate male durante gli esperimenti e le operazioni."

E ancora:

"Ho guardato Yao durante un'esercitazione di chirurgia su una topolina anestetizzata. Ha applicato dei cateteri femorali su entrambi i lati e alla fine ha detto che doveva praticarle l'eutanasia e che si potevano seguire diversi metodi: usare il CO2, lussare una vertebra, oppure recidere un'arteria. Ha guardato l'orologio e ha detto che la lussazione delle vertebre era il modo più veloce, quindi ha tolto al topo la maschera dell'anestesia e le ha tirato la testa. Ha visto che respirava ancora e così ha ripetuto l'operazione. Ha fatto un terzo tentativo ma il topo ha continuato a respirare profondamente. Allora ha annunciato che avrebbe seguito un'altro metodo, e che quello sicuramente avrebbe funzionato. Ha preso un paio di grosse forbici. Ha squarciato il ventre della topolina e le ha reciso la colonna vertebrale. Poi ha infilato le forbici nella cavità toracica e ha cominciato a tagliare di qua e di là per recidere l'aorta. Ha messo giù le forbici insanguinate e ha detto che ora era morta."

Infine, quest'ultimo passaggio riguarda la relazione che involontariamente si è instaurata tra Michelle e una piccola scimmia:

"In questa stanza ho fotografato James; è difficile fotografare le altre scimmie perché hanno così tanta paura che si rifugiano con un salto sul fondo della gabbia e si voltano verso il muro; James invece è sempre sul davanti della gabbia e fissa con desiderio la porta. Ha l'aria così triste. Gli interessano tutte le cose che gli mostro, l'idrante per la pulizia, il mio distintivo d' identificazione, ma sembra che le guardi solo perché non c'è nulla di meglio da fare."

[Qualche giorno dopo]

"James era stressato; ha fissato a lungo la porta d' ingresso della stanza e ha scosso la porta della gabbia per la frustrazione; poi mi ha guardata negli occhi e ha cominciato ad accarezzarmi."

[Ancora qualche giorno dopo]

"Sono andata a vedere James dopo la somministrazione delle dosi; era seduto esattamente nella stessa posizione di ieri; mi ha accolta con la stessa espressione di sottomissione impaurita, e quando mi sono inginocchiata vicino alla gabbia ha chinato la testa sul petto e si è rannicchiato in posizione fetale. Gli ho accarezzato la schiena attraverso il buco della mangiatoia, ma non sono riuscita a fargli rivolgere lo sguardo verso di me. Aveva le mani contratte e si teneva saldamente le caviglie. Mi spezza il cuore vederlo in questo stato: è così spaventato."

[Dopo qualche settimana]

"Oggi, quando sono andata a vedere James, lui mi ha guardata fissa negli occhi e poi ha guardato a terra mentre gli dicevo addio. La maggior parte delle scimmie dello studio 3314, compreso James, saranno uccise giovedì e venerdì di questa settimana. Gli ho detto che forse non riuscirò a incontrarlo di nuovo. Lui si è avvicinato e ha premuto tutto il viso contro la gabbia fissandomi. Gli ho accarezzato la guancia sussurrandogli il mio addio, e mentre mi alzavo e lui si rimetteva nella sua solita posizione fetale ho capito, troppo tardi, che mi aveva porso il viso affinché lo baciassi."

Questi passaggi non possono che lasciarci increduli. Ma è bene tenere a mente è che non è solo in H.L.S. che succedono queste cose, perché i laboratori di vivisezione, in ogni parte del mondo, sono gli stessi. I test, i macchinari e le persone che ci lavorano sono simili. Gli interessi in campo, ad iniziare da quelli immensi delle industrie cosmetiche, sono veramente numerosi. Ma quella contro la vivisezione è una battaglia che non può essere persa.
Non può essere persa perché altrimenti si affermerebbe un'idea di scienza falsa e crudele. Ma soprattutto non può essere persa per i milioni di animali sacrificati inutilmente e atrocemente per l'ambizione e l'insensibilità di certi esseri umani.

24 aprile 2011

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martedì 10 maggio 2011

CAPITAN TEMPESTA o l’eroismo ante litteram di Nadia Augustoni


CAPITAN TEMPESTA
o l’eroismo ante litteram

di Nadia Augustoni



In tempi di letteratura e critica postcoloniale parlare di una poco conosciuta avventura scritta da Emilio Salgari potrebbe far sudare freddo alcune/i teorici, ma forse considerando che la letteratura per ragazzi non è mai del tutto presa sul serio passerà inosservata questa segnalazione di un libro di uno scrittore che trattò spesso tematiche di genere in modo ardito, ma ancora con una certa condiscendenza e folklore le culture altre. (1)
Capitan Tempesta (Edizioni Mursia, Collana Salgariana, 1993, euro 12,00) pubblicato per la prima volta nel 1905, non ebbe quasi seguito al contrario di altri fortunati romanzi per ragazzi dello stesso Salgari che il tempo confermerà come un autore di avventure legate a scenari esotici. Mi capitò di leggere Capitan Tempesta a 10 anni, prendendo il volume in prestito nella biblioteca del piccolo paese dove si era trasferita la mia famiglia. In quella discreta biblioteca (nel Bergamasco c'è una tradizione di biblioteche molto ben organizzate) trovai una collana salgariana per ragazzi dalle copertine vivacissime e la lessi tutta. Capitan Tempesta fu una delle ultime letture di Salgari, ma che smacco, era una vera scoperta, probabilmente non sbaglio a pensare che per le generazioni dopo la mia lo stesso impatto l'ha avuto Lady Oscar.
Le vicissitudini di Eleonora, duchessa D'Eboli e migliore lama dell'armata crociata che difende i bastioni di Famagosta dagli assalti degli infedeli, si snodano fin dalle prime pagine con un ritmo incalzante. Eleonora/Capitan Tempesta in abiti maschili è il giovane cavaliere dal braccio duro e inflessibile che guida i suoi uomini nella difesa della città assediata e che comincia ad essere un mito per chi le è sottoposto. Tutti, con l'eccezione del suo luogotenente e di un servo arabo, ignorano la sua identità. È lì con un compito: salvare il marito prigioniero.
Smascherata da un ufficiale polacco che insinua che il bel giovane sia una donna accetta la sfida a duello.


Dovrà dimostrare il proprio valore scendendo in campo contro Il Leone di Damasco (2) e mentre il polacco primo sfidante del cavaliere musulmano perderà il duello e abiurerà la propria fede cattolica, lei/lui vincerà sul campo rifiutandosi anche di uccidere l'avversario ormai impotente. A sua volta ferita gravemente nelle fasi finali dell'assedio verrà aiutata nella fuga dallo stesso avversario che aveva sconfitto.
Le informazioni in suo possesso la portano alla fortezza dove il marito è prigioniero. Si farà passare per un giovane mussulmano che combatte contro i cristiani e in tale veste farà innamorare la bella e terribile Haradja, nipote di Ali Pascià. Scapperà poi con il marito tentando di arrivare in un porto amico con una nave il cui equipaggio è di ex prigionieri di Haradja. Tradita dall'arrivo del polacco rinnegato finirà prigioniera dello stesso, vedrà morire il marito appena salvato e un colpo di scena la porterà ad essere salvata dal solito Leone di Damasco che per lei rinnegherà fede e vita e si imbarcherà per l'Italia.
L'originalità di Emilio Salgari in questo romanzo d'avventure è che senza forse rendersene conto (ma quanto, visto che il movimento suffragista era molto attivo all'epoca e le viaggiatrici in abiti maschili erano più d'una e piuttosto note?) ribalta molti stereotipi di genere, lascia che la sua eroina/eroe entri ed esca dai canoni di sesso/genere fino a sfiorare un accenno di erotismo con Haradja che la crede assolutamente uomo. Nello stesso tempo se Capitan Tempesta combatte gli infedeli lo fa senza odio, riconosce il loro valore e la loro umanità e vede chiaramente come di eroi ve ne siano in entrambi gli schieramenti e come vi siano i vili.
È Salgari, scrittore di sole avventure, che descrive la vita di Haradja e delle donne nell'Islam come un tormento e una prigione. Non che le nostre stessero meglio, ma qui ci interessa sottolineare come lo scrittore metta in rilievo che il togliere a queste donne ogni ambito d'azione e sviluppo della personalità le porti poi per riflesso ad assumere un lato inutilmente crudele con se stesse e con gli altri.



Yolanda la figlia del Corsaro Nero (3) è un'altra eroina di Salgari che smuove i confini di genere. Li smuove molto meno, ovvio, anche perché non c'è passing nel suo caso, ma anche lei lascerà una traccia profonda nella letteratura per ragazzi e ci informa che l'interesse per le donne forti non è casuale in Salgari e che nei limiti imposti dall'epoca in cui scriveva seppe comunque ritagliare alle sue personagge una loro autonomia, una storia e un carattere.
Le tinte caratteriali forti sono del resto un'impronta salgariana irrinunciabile per l'autore. Uomo sfortunato e scrittore pagato malissimo, oberato dai debiti e sfruttato da abili editori si toglierà la vita il 25 aprile 1911. Le sue opere troveranno una collocazione più che dignitosa con il tempo e continuano ad affascinare ragazze, ragazzi e adulti. Lo si potrebbe leggere all'infinito.
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NOTE 

1 Emilio Salgari alterna uno schema di colonialismo classico nel suo sguardo su culture altre a momenti di slancio liberatorio in cui pare librarsi sopra gli stereotipi d'ogni genere. Un'analisi completa non mi è qui possibile.

2 Il Leone di Damasco divenne il seguito di Capitan Tempesta, Edizioni Mursia collana Salgariana. In questo secondo volume (poi la serie si interruppe) Eleonora/Capitan Tempesta è riportata a una dimensione più convenzionale.

3 Yolanda la Figlia del Corsaro Nero, Edizioni Mursia, Collana Salgariana.
 
dal sito http://www.arivista.org/



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