lunedì 30 settembre 2013

IL NEMICO DEL MIO NEMICO NON E' NECESSARIAMENTE MIO AMICO di Guillermo Almeyra




IL NEMICO DEL MIO NEMICO NON E' NECESSARIAMENTE MIO AMICO
di Guillermo Almeyra



La vecchia idea che il nemico del mio nemico è mio alleato se non addirittura mio amico ha una vita altrettanto lunga di quella, altrettanto nefasta, che in nome della lotta contro il “nemico principale” sostiene che bisognerebbe tollerare i peggiori crimini dell’alleato o del “nemico secondario”. Quelli che pensano in termini di nazioni senza tener conto dei diversi settori in lotta tra loro che le compongono, e ancor meno dei lavoratori che all’interno di esse sono vittime dei “loro” governanti, non possono capire che è essenziale distinguere e separare “gli statunitensi”, ecc., contrapponendo gli sfruttati agli sfruttatori, e togliendo agli agenti del grande capitale tutti i pretesti possibili per portare avanti la loro politica bellicista. Di conseguenza, sostenendo la tesi aberrante che Bashar al Assad rappresenta il popolo siriano e nascondendo la sua dittatura, quelli che pensano solo in bianco e nero e vedono solo due campi, disarmano l’’opposizione interna a Obama e gli permettono di parlare in nome della “democrazia”. Non ci sono solo due opzioni, l’imperialismo, in tutte le sue varianti, e la “nazione aggredita”, presumibilmente rappresentata dal suo governo, anche se questo è criminale: c’è, al contrario, una terza opzione antimperialista e al tempo stesso antidittatoriale e socialista.

L’estrema destra europea, compresi i neonazisti greci, si oppone oggi agli Stati Uniti, ma per questo sarebbe alleata degli antimperialisti? I militari nazionalisti argentini, compreso Perón, che per odio all’imperialismo inglese auspicavano il trionfo del nazifascismo, avevano forse ragione a voler sostituire un giogo con un altro peggiore?

Coloro che conoscevano gli innumerevoli crimini di Stalin ma li nascondevano “per non fornire armi al nemico” (che li conosceva perfettamente e li utilizzava, e a volte li elogiava) chi hanno rinforzato? In nome dell’“antimperialismo” era necessario dichiarare che il dittatore della Somalia Siad Barre era un “grande marxista”, o fare lo stesso con i dittatori militari dell’Etiopia e oppressori degli eritrei, o con Leonid Breznev, cha fece crescere la mafia nell’Unione Sovietica, o appoggiare i dittatori argentini durante la guerra per le Malvine?

La difesa del governo di Saddam Hussein, assassino e agente di Washington finché fu utile, non indebolì forse l’opposizione alla guerra in Iraq e non favorì l’emergere di conflitti interreligiosi che precedentemente non esistevano? Mettere un segno di eguale tra Muammar Gheddafi, la sovranità della Libia, e tutto il popolo di quel paese, oltre a coprire di vergogna quelli che fecero questo grossolano amalgama, non facilitò il compito dei diversi imperialismi e dell’estremismo islamico salafista?

Adesso, grazie alla pressione dei popoli (in Inghilterra, Francia e Stati Uniti) i governi imperialisti hanno dovuto accettare, transitoriamente, una soluzione negoziata del problema dello sviluppo nucleare dell’Iran e una “soluzione politica” per la guerra in Siria. Tutta la politica regionale del regime bellicista di Tel Aviv traballa: è presumibile, pertanto, che Israele farà tutte le provocazioni possibili per spingere la situazione nuovamente verso una guerra delle grandi potenze contro i suoi nemici.

La “soluzione politica” in Siria, a sua volta, implica un negoziato tra l’opposizione borghese democratica moderata e i nazionalisti, da un lato, e la dittatura di Assad, dall’altro, lasciando al margine i salafisti e gli agenti francesi e statunitensi, e permettendo che l’esercito statale, approfittando del suo dominio dell’aria e della sua artiglieria pesante, li sconfigga. Naturalmente la Turchia e le monarchie arabe, insieme ai settori più avventurosi degli Stati Uniti, tenteranno di sabotare questo accordo.

Ricordiamo che la dittatura della dinastia Assad fu corresponsabile dell’uccisione di migliaia di palestinesi durante l’Ottobre nero, negli anni Settanta, partecipò alla prima guerra del Golfo contro l’Iraq, uccise migliaia di siriani a Homs negli anni Ottanta, ha torturato e ucciso gli oppositori di ogni tendenza e ha incoraggiato i conflitti interetnici. Non rappresenta il popolo siriano, ma una camarilla, non è “nazionalista” né “di sinistra”, anche se ha al suo servizio gli ex comunisti stalinisti e se attualmente l’imperialismo lo ha scelto come bersaglio.

Anche l’opposizione, a sua volta, è ben lungi dall’essere una sola. La prima opposizione di massa, che fece manifestazioni ed elesse comitati popolari, e che era esplosa quando gli egiziani avevano rovesciato Hosni Mubaraq, fu sanguinosamente schiacciata. Ma molti ufficiali nazionalisti arabi o musulmani moderati affini ai Fratelli Musulmani egiziani, formarono l’esercito siriano di liberazione, che combatte al tempo stesso contro Assad e contro gli agenti del Qatar e di Stati Uniti e Francia. Questi, nel Fronte Islamico di Liberazione Siriano, sono finanziati e armati da quei paesi e dalla Turchia, ma non sono uniti al salafista Fronte Islamico Siriano, né alle brigate jihadiste di al Nusra, legate ad al Qaeda, che dispongono di un gran numero di mercenari stranieri e lottano per uno Stato islamico in tutto il Medio Oriente (una specie di nuovo Califfato) e quindi, pur ricevendo aiuti stranieri, non godono della fiducia degli imperialisti. Da ultimi, i kurdi, sempre repressi da Assad e dalla Turchia, con le loro Unità di Protezione Popolare vicino alla frontiera settentrionale, combattono sia contro l’esercito, sia contro i salafisti. L’appoggio di una parte di coloro che si dicono di sinistra ad Assad unisce tra loro tutti questi gruppi, mentre l’opposizione all’imperialismo e al regime li differenzierebbe.

Se si desidera una soluzione pacifica, bisogna riconoscere le diverse opposizioni e anche le motivazioni delle minoranze cristiana, alawita o di quelli che non appoggiano Assad ma non vogliono che la Siria torni ad essere una colonia. Una soluzione politica esige che si faccia politica, si lotti per la pace, per elezioni libere e, soprattutto, si abbia e si difenda una piena indipendenza dall’imperialismo e dalla dittatura.


traduzione di Antonio Moscato

27 settembre 2013


dal sito Movimento Operaio




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