martedì 20 dicembre 2011

LA GRANDE CRISI, LA GERMANIA E GLI STATI UNITI di Miguel Martinez


LA GRANDE CRISI, LA GERMANIA E GLI STATI UNITI
di Miguel Martinez

In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.
Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.
La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.
Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.
Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…

Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?

La versione ufficiale della crisi, accettata trasversalmente da destra e da sinistra in Italia, è che si tratta dell’inesorabile decreto del Dio Denaro, che solo i suoi sacerdoti stipendiati sono autorizzati ad applicare, mentre noi ci dobbiamo accontentare di discutere delle accompagnatrici di Silvio Berlusconi o frivolezze simili.

C’è però un’altra versione, non ufficiale. E come quella ufficiale è trasversale a sinistra e destra, lo è anche quella non ufficiale, e questo dovrebbe farci riflettere sul vero problema nell’uso di simili termini.

La versione non ufficiale, di sinistra   e  di destra è che il sistema politico-bancario tedesco, appoggiato con molta esitazione da quello francese, avrebbe deciso di far pagare la crisi a tutto il resto del Continente; e siccome la cosa è comprensibilmente impopolare tra i paganti, un danno collaterale è l’abolizione della sovranità popolare in quei paesi.

A me non piace l’abuso dei paralleli storici, ma si tratterebbe evidentemente di un ritorno all’elemento essenziale della politica di Hitler durante la Seconda guerra mondiale.
Il fatto che sia meno cruenta riguarda i mezzi, ma non i fini.
E il governo di Mario Monti, in tal caso, svolgerebbe lo stesso ruolo del governo di Pétain in Francia, ad esempio, che in cambio della pace ha agevolato il saccheggio delle risorse nazionali.

In Grecia, il parallelo tra la politica tedesca attuale e quella di settant’anni fa appare chiarissimo alla popolazione. Un motivo che si lega a un fortissimo senso nazionale (anch’esso trasversale a destra e sinistra) e al ricordo di un’invasione prima italiana e poi tedesca che comportò sofferenze terribili.

In Italia, dove stanno succedendo cose molto simili, la versione ufficiale passa invece con scarsa opposizione. Non perché manchi l’antifascismo, ma perché manca il senso nazionale.

Un simbolo di due antifascismi opposti: i manifestanti greci che portano cartelli con il ritratto della Merkel con i baffi alla Hitler; i manifestanti italiani – il giorno della caduta del governo Berlusconi – che attaccano i giovani di Forza Nuova, gli unici che si sono permessi di criticare Mario Monti, capo di un governo gemello di quello contestato dai greci.
Per la maggior parte degli elettori di destra in Italia, infatti, i ricchi hanno ragione, e questi banchieri sono certamente ricchi; per la maggior parte di quelli di sinistra, questi banchieri sono salvatori della patria, perché hanno cacciato l’orco Berlusconi (che sia vero o no, è irrilevante).
Anche nell’ala più estrema della sinistra, molti ritengono che il solo dire nomi di paesi, invece di parlare di inesistenti classi operaie planetarie, sarebbe roba da “nazionalisti“.

Ora, se le cose stanno veramente così, la posizione dei greci è politica, quella degli italiani simbolica: il “fascismo”, per questi ultimi, è una faccenda esclusivamente di croci celtiche e di abbigliamento. Eppure quando ero ragazzo, sentivo quelli di sinistra dire che il fascismo aveva cercato di disarmare le lotte dei lavoratori in modo da non far cadere il peso della crisi su quelli che una volta chiamavano i padroni. Che è esattamente ciò che il governo attuale cerca di fare, senza croci celtiche.

Un giro di economisti, più accademici che funzionari di banche, ci ricorda però che la questione potrebbe essere più complessa.
Anche la tesi antitedesca, come sostiene giustamente  Alessandra Colla , sarebbe una tesi politica che riflette altri interessi.

Pierluigi Fagan è un brillante amico, che nell’ambito di una discussione interna al Laboratorio Politico Alternativa (raccolto attorno a Giulietto Chiesa) ha scritto un messaggio, in cui spiega la posizione di questi economisti in modo così chiaro, che gli ho chiesto di poterlo riportare qui.
La parte che segue è tutta opera di Pierluigi – lo stile informale è dovuto al fatto che si tratta di un semplice messaggio su una mailing list.
Citarlo non vuol dire affermare che Pierluigi Fagan abbia ragione in tutto. Però la sua è un’analisi più ricca di quella dei critici semplicemente “antitedeschi”.

Ecco cosa scrive Pierluigi Fagan:

" La questione Berlino o Washington introdotta da M.Pianta questo articolo sul Manifesto   è emersa anche nel recente incontro di Roma tra alcuni economisti ( Vasapollo, Gattei, Giacché con contributo scritto ) organizzato dal Comitato No Debito per approfondire l’analisi sulla Grande Crisi.
Messa così come la mette Pianta ( impostazione emersa ad un certo punto anche nell’incontro romano ) ci sarebbe una nuova forza imperiale ( i tedeschi ) con chiare mire egemoniche sul continente, una forza austera e depressiva; e un forza non meglio definita ( gli americani, gli anglosassoni ) crescista ed espansiva. Alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi, qualcuno ha prontamente fatto la battuta “allora ci alleiamo con gli americani come nel ’44?”.

Attenzione. La questione in ballo è il confronto tra due concezioni dell’economia che assegnano ruoli diversi alla moneta. C’è chi come gli americani e gli inglesi usano la moneta attivamente per determinare l’economia, strategia da cui discende la finanziarizzazione, finanziarizzazione da cui discende la frattura a Bruxelles con gli inglesi che di questo vivono e che questo vogliono proteggere in tutti i modi possibili ed immaginabili ( essendo ciò costituisce il loro modo di stare al mondo ).
Questo interesse per le monete è probabilmente ciò che spinge il potere politico americano ed anglosassone ad “ispirare” la cosiddetta sfiducia dei mercati, mercati dei compratori di bond stato nazionali.
S&P che non credo rimarrà impressionata più di tanto dagli accordi di Bruxelles ( ed è di oggi, lunedi 12 Dicembre l’allarme lanciato da Moody’s sul fatto che i mercati vogliono rassicurazioni chiare, semplici, forti ed immediate ) incarna in pieno questa sfiducia.
E’ da settimane che si svolge questo dialogo tra sordi con i cosiddetti mercati che chiedono una cosa e i governi di Eurozona che rispondono in altro modo.

Cosa vogliono i mercati e i loro mandanti politici, qual è l’oggetto di questo mandato ?

Il mandato politico spinge a convincere i governi europei – con le buone ( Geithner, Obama, Cameron, tutti i professori universitari anglosassoni, Financial Times, The Economist, Wal Street Journal e compagnia varia ) o con le cattive ( la messa in credit watch negative dell’ Esfs, di tutti i debiti pubblici europei, di tutte le istituzioni locali, di tutte le banche e di tutte le assicurazioni continentali ) - ad adottare l’unica soluzione che possa far smettere questa pressione: avere una BCE prestatore di ultima istanza.

La vulgata vuole che con BCE come ultimo baluardo, tutti i titoli di debito, i bilanci, la liquidità sarebbe appunto garantiti e così sarebbero tutti felici e contenti. Ma attenzione, significa anche che se la speculazione si mette a prender di mira quei titoli e BCE è chiamata a stampare denaro, cresce sia il rischio d’inflazione, sia quello ben più importante di svalutazione.

Chi sostiene che tutta questa storia inizia per un preciso disegno Made in Washington ( già qualche mese fa si formò questa interpretazione ed è in effetti strano che solo qualche mese fa tutti noi vivevamo felicemente nel debito, ignari di spread e default e che tutto ciò abbia preso “improvvisamente” a far un gran baccano senza che ci fossero reali fatti nuovi ),sostiene che l’obiettivo dell’operazione è appunto quello della svalutazione dell’euro, non certo la sua distruzione.

Perchè gli USA dovrebbero esser contenti della svalutazione dell’euro che oltretutto faciliterebbe le esportazioni europee ( e quindi la ripresa, la crescita ecc. ) ?

Appunto perchè così ci sarebbe crescita e quando c’è crescita loro fanno soldi ( con la finanza ) sulla tua crescita. Ma anche perchè pagherebbero meno le importazioni europee che gravano in rosso sulla loro bilancia dei pagamenti o potrebbero smetterla di comprare così tanto dai cinesi riprendendo a dirottare flusso finanziario in una Europa più a buon mercato. Ma anche e sopratutto perchè

a) una moneta non solida non è un moneta che può ambire a ruolo internazionale ( lascerebbe così “soli” dollaro e yuan e ridurrebbe il temuto multipolarismo ad un bipolarismo in cui gli americani si sentono più confident sin dai tempi della Guerra Fredda ),

b) una moneta sensibile può essere manipolata dalla speculazione per mettere in difficoltà la razionalità della struttura economica dei paesi che su questa si basano ( vi ricordate le incursioni di Soros sulla Sterlina e sulla Lira ? ).

Esattamente per i motivi simmetrico inversi, i tedeschi sono contrari avendo la loro economia base sulla produzione e non sulla finanza, avendo la loro economia una alta e complessa razionalità economica che si riferisce ad una moneta senza inflazione e senza oscillazioni svalutative ( ciò che i giornali chiamano “cultura della stabilità” ), una economia pianificabile con quel vetusto strumento che ormai pochi usano: l’economia politica ( o politica economica ). Impossibile pianificare une economia ( e la società che ad essa si riferisce ) su una moneta ballerina.

Se questo è vero, da ciò si desume come sia difficile, molto difficile trattenere la nostra ansia di capire subito da che parte schierarsi perchè in questo caso, o siamo fottuti subito ( via tedesca che porta prima recessione poi depressione ed in un certo senso decrescita non gestita, inclusa la rinuncia coattiva a far crescita con debito ) o siamo fottuti dopo ( via americana che porta instabilità ed eterodirezione da parte della tanto odiata bancofinanza più perversa con crescita drogata e bolle che scoppiano come palloncini alle feste di compleanno ).

L’economia reale è la via tedesca, la via finanziaria e monetaria è la via anglosassone.

E’ da vent’anni ( ed anche più ) che è così.
Noi ci stiamo accorgendo che i sistemi hanno bisogno di una strategia complessa solo ora e forse dovremmo prenderci il tempo di capire meglio e di più ciò di cui non ci siamo occupati negli ultimi 20 anni invece di improvvisare visioni chiare e nette che rischiano di scegliere solo tra le opzioni che quelli più svegli di noi, ci offrono come uniche alternative. Inclusa l’idea di sottrarsi al bivio riprendendosi i propri giocattoli per andar via con risentimento a giocare a casa da soli, ovvero quel ritorno alla piena sovranità che si ha solo quando si è soli.
Le relazioni portano sempre ad una cessione di sovranità, ma ancor più, presentarsi a questo gioco della Grande Guerra delle Megamacchine Economiche e Bancofinanziare con la nostra ingenua liretta sarebbe come se i piccoli mammiferi da cui discendiamo, avessero abbandonato le loro tane prima che il gigantesco meteorite, con il suo deflagrante impatto, avesse liberato il pianeta dai grandi sauri ...".

13 dicembre 2011
dal sito http://kelebeklerblog.com/

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