venerdì 20 gennaio 2012

LE FALSITÀ SULL’IMMIGRAZIONE di Riccardo Achilli



LE FALSITÀ SULL’IMMIGRAZIONE

di Riccardo Achilli


Il modello carcerario di relazionamento con il fenomeno dell'immigrazione

Con il ripetersi di gravi episodi di razzismo di strada (Torino, Firenze, quanto verificatosi, nel recente passato, anche a Roma) e di razzismo politico-istituzionale (dalle dichiarazioni fascistoidi di un assessore della Lega, alle previsioni, contenute nella riforma-Gelmini, di creare classi-ghetto per soli figli di immigrati, con tetti massimi del 30%, alla grave discriminazione rappresentata dalla tassa imposta sui permessi di soggiorno) si ripropone il tema fondamentale dell’incapacità del nostro Paese di adottare modelli di integrazione a favore degli immigrati, che rappresentano un patrimonio preziosissimo per il nostro stesso futuro. Basti pensare alle previsioni demografiche dell’ISTAT, che disegna, per il 2065, un Paese vecchio, in cui il 33% della popolazione avrà più di 64 anni, e quindi politicamente conservatore, e sfiduciato per il futuro, con un crollo della natalità, dove la tenuta demografica e produttiva verrà soltanto dalla crescita della popolazione immigrata, più giovane, più produttiva ed a più alta fertilità.
Il nostro è un Paese che rinuncia a fare i conti con un futuro inevitabile in cui il peso degli stranieri nella nostra popolazione sarà sempre più elevato, se è vero, come ci dicono ancora una volta le proiezioni dell’ISTAT, che “sulla base delle ipotesi concernenti i movimenti migratori con l’estero e sulla base di un comportamento riproduttivo superiore a quello della popolazione di cittadinanza italiana, si prevede che l’ammontare della popolazione residente straniera possa aumentare considerevolmente nell’arco di previsione: da 4,6 milioni nel 2011 a 14,1 milioni nel 2065, con una incidenza sul totale che passerà dal 7,5% del 2011 a valori compresi fra il 22 ed il 24% nel 2065”.

Nonostante l’evidenza che, nel giro di poco più di cinquant’anni, un residente su quattro sarà straniero, l’Italia persevera con modelli di relazionamento al fenomeno dell’immigrazione di tipo carcerario, basati sulla reclusione temporanea nei CIE, propedeutica all’espulsione, su quote di ingresso rigidamente stabilite, e che peraltro, nella giungla delle regole e dei vincoli imposti anche a chi entra legalmente, crea incomprensibili ed illogiche discriminazioni fra chi può dimostrare di avere i mezzi economici per il proprio auto-sostentamento (ma allora perché mai dovrebbe emigrare?) e/o di avere già un datore di lavoro che lo attende, e chi no. Con legislazioni che, su determinati segmenti dell’immigrazione, come ad esempio sul tema dei nomadi, violano i diritti dell’uomo (si pensi allo scellerato “Piano Nomadi” del Comune di Roma, basato sulla rigida segregazione delle comunità Rom in campi-nomadi indegni, dal punto di vista igienico-sanitario, persino per degli animali, denunciato da Amnesty International). Infine, proibendo lo “jus soli” ai figli degli immigrati, l’Italia si colloca addirittura al di fuori del normale campo legislativo europeo. D'altra parte, che il modello sia carcerario è attestato dal fatto che gli stranieri rappresentano il 37,1% della popolazione carceraria, quando invece, anche prendendo in considerazione una stima degli irregolari, la popolazione straniera in Italia rappresenta poco più dell'8% del totale.
La base di tale modello di relazionamento con il tema dell’immigrazione, che io chiamo modello carcerario, risiede in fondo in un pregiudizio atavico, opportunamente rinfocolato dai media e da una classe politica culturalmente miserrima, alla ricerca del consenso in una fase di gravissima crisi economica, secondo il quale l’immigrato, se non ha lavoro e mezzi per vivere nel Paese di accoglienza, automaticamente finisce per delinquere, e comunque, anche nel migliore dei casi, in cui cioè vi è integrazione sul mercato del lavoro, le differenze culturali portano inevitabilmente a una tendenza a non rispettare le leggi del Paese ospitante (da lì i luoghi comuni secondo cui “tutti i Rom rubano”, “i cinesi lavorano tutti in nero e fanno concorrenza sleale alle nostre imprese”, ecc. ecc.)

Rimettiamo le cose a posto: l'evidenza scientifica

Eppure l’evidenza scientifica e statistica non supporta affatto tale pregiudizio. Il Rapporto “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”, steso nel 2009 dalla Fondazione Caritas/Migrantes, quindi da una fonte ecclesiastica che certo non può essere tacciata di collusione con la sinistra, ma che anzi dovrebbe essere particolarmente rilevante anche per la destra, rimette a posto le questioni.

Tre sono state le domande cui il rapporto in questione ha dato risposta:

1. se l’aumento della criminalità sia dovuto in maniera proporzionale all’aumento della popolazione residente;

2. se gli stranieri regolarmente residenti abbiano un tasso di criminalità superiore a quello degli italiani;

3. se gli stranieri irregolari abbiano un tasso di criminalità abnorme.

I dati consentono di affermare che è sbagliato, anche se ricorrente, inquadrare l’immigrazione sotto l’ottica della criminalità. La conclusione della ricerca, tutt’altro che in sintonia con lo slogan “tolleranza zero”, porta affermare che la più efficace politica è quella che non si ferma alle norme penali e si impegna rendere più agibile la normativa sugli stranieri, promuove politiche sociali più inclusive e coinvolge i rappresentanti degli immigrati nell’impegno per la legalità. La vera emergenza, insomma, è l’integrazione, o più precisamente la mancata insistenza sull’integrazione.
Intanto, in un confronto europeo, non è affatto vero che il quadro giudiziario italiano sia particolarmente grave, come sostengono i fautori di un giustizialismo de’ noantri, che spesso appartengono alle fila politiche degli stessi partiti che predicano la tolleranza zero sugli immigrati. Lo segnalano i dati Eurostat: il tasso di omicidi italiano, ad esempio (si utilizza tale tasso per i confronti internazionali perché è immediatamente comparabile, poiché non vi possono essere differenze fra legislazioni di Paesi diversi nel definire il concetto di “omicidio”, a differenza di altri reati), è pari a 1,19 per 100.000 abitanti, e solo in 10 Paesi dei 27 della UE è più basso; in particolare, Roma (con un tasso di omicidi di 1,28 ogni 100.000 abitanti) è fra le cinque capitali europee più sicure.
Con riferimento specifico alla realtà italiana, l’ISTAT segnala che alcuni dei reati tipicamente attribuiti agli immigrati sono addirittura in calo (contrabbando, furti) o crescono al medesimo ritmo del numero complessivo di reati (traffico di stupefacenti) e quindi non stanno avendo un andamento esplosivo. Quanto agli stupri, All’Italia spetta l’11° posto in Europa, preceduta dalla Gran Bretagna (quasi 14.000 casi), dalla Francia (quasi 10.000), dalla Germania (8.000) e dalla Spagna (6.000). In particolare, per quanto riguarda l’incidenza delle donne stuprate sul totale della popolazione femminile residente, l’Italia viene dopo gli Stati Uniti, il Belgio, la Svezia, la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, la Norvegia, la Germania, la Danimarca e l’Olanda. Secondo i dati acquisiti dall’ISTAT, una donna italiana corre più rischi da parte di partner, mariti e fidanzati italiani (69% dei casi di violenza carnale) che da parte degli stranieri.

Più in generale, nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23% e l’1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre l'incidenza della criminalità è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. In sostanza, quindi, ad influire sul tasso di criminalità degli immigrati non è tanto la condizione di immigrati, quanto la struttura per età, ovvero il fatto che la popolazione immigrata è connotata da una quota di giovani più alta rispetto a quella dei cittadini italiani, e che a delinquere in misura maggiore, in generale (sia fra gli immigrati che fra gli italiani) sono i giovani (infatti, per i cittadini italiani, il 73,7% delle condanne penali è a carico di persone di età compresa fra i 18 ed i 44 anni). Se si depurassero i tassi di criminalità degli italiani e degli stranieri regolari dalle differenze di età delle due popolazioni, i rispettivi tassi sarebbero pari all’1,02% ed all' 1,24%, e quindi sarebbero molto simili, nonostante il fatto che gli immigrati vivano in condizioni socio economiche particolarmente difficili.

Ma vi è di più: è possibile tenere conto, oltre che dei differenziali delle due popolazioni per classe di età, anche della diversa posizione giuridica degli stranieri rispetto agli italiani, per cui non pochi reati commessi dagli stranieri sono collegabili all’infrazione diretta della legge sugli stranieri e diversi altri ne sono una conseguenza. Se non si tiene conto dei reati che gli immigrati commettono contro la legge sugli stranieri (resi particolarmente frequenti proprio dalla farraginosità e severità delle normative italiane sull’immigrazione), che incidono per il 16,9% sulle denunce addebitate agli stranieri, il tasso di criminalità degli stranieri sarebbe dell’1,03%, sostanzialmente pari a quello calcolato per gli italiani (che, come si ricorderà, e dell’1,02%).
Addirittura, se si dovesse tenere conto delle più sfavorevoli condizioni socio-economiche e familiari
degli immigrati, come più volte sottolineato dagli studiosi del settore, la bilancia finirebbe per pendere dalla loro parte: avere lo stesso livello di istruzione, essere occupati, avere con se la famiglia, godere di un certo agio economico e altri fattori ancora esercitano naturalmente un impatto sul comportamento delle persone.

Non esiste quindi alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e l’aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, mentre gli stranieri sono cresciuti di più del 100%, le denunce nei loro confronti hanno conosciuto un aumento pari a solo il 45,9%. Anche un recente studio della Banca d’Italia, basato su un modello econometrico (Paolo Buonanno e Paolo Pinotti, “Do immigrants cause crime?”), arriva alla stessa conclusione, evidenziando che non vi è alcun rapporto statisticamente significativo fra andamento del numero di immigrati e del numero di reati, poiché si constata che nel periodo 1990-2003 il numero dei permessi di soggiorno si è quintuplicato, mentre la criminalità ha mostrato una lieve flessione e si conclude che “in linea teorica non c'è stato un aumento diretto della criminalità in seguito alle ondate di immigrazione in nessuno dei reati presi in considerazione (reati contro la persona, contro il patrimonio e traffico di droga)”. Anche all’estero, le conclusioni sono analoghe: in uno studio tedesco (Hans-Joerg Albrecht, “Criminalizzazione e vittimizzazione degli immigrati in Germania”, in Salvatore Palidda, “Razzismo democratico. La persecuzione degli stranieri in Europa”, Agenzia X, Milano 2009, pp. 112-128) si afferma che “sebbene tra l’inizio degli anni novanta e il 2007 la proporzione fra stranieri e popolazione residente, in Germania, alla lunga non cambi significativamente, in questo stesso periodo il tasso degli stranieri incriminati scende di circa un terzo”.
Naturalmente, esiste poi l’universo degli immigrati irregolari, di più difficile analisi statistica (si stima che il bacino sia pari a circa un milione di persone, nella maggior parte dei casi – 64% - irregolari perché il loro permesso di soggiorno è scaduto; a smentire un’altra falsa idea, gli irregolari che sono venuti in Italia superando illegalmente le frontiere o sbarcando sulle coste sono soltanto il 28% del totale, togliendo infatti coloro che vengono ritenuti meritevoli di asilo per motivi umanitari). L’analisi della criminalità degli irregolari deve però tenere conto di due fattori fondamentali:

- il loro tasso di criminalità risente, ovviamente, del mancato rispetto delle leggi relative all’immigrazione, per cui risente di reati meramente amministrativi, di per sé stessi non pericolosi socialmente, come il fatto di non avere un permesso di soggiorno, o di avere un permesso di soggiorno scaduto (è utile ricordare che dal 2009 tali fattispecie sono considerate di rilevanza penale);

- il tasso di criminalità degli irregolari è elevato anche perché, per ovvi motivi di maggiore riconoscibilità di un straniero fra la popolazione, ed in ragione di una particolare attenzione che le Forze dell’Ordine riservano agli immigrati, costoro subiscono una maggiore quantità di controlli e ispezioni rispetto agli italiani; quindi la probabilità di essere colti in flagranza di reato è più alta; Melossi stima che la probabilità di essere fermati per controlli, per gli immigrati, anche quelli regolari, è pari a dieci volte quella degli italiani;

- la criminalità fra gli irregolari viene alimentata dal circuito del lavoro nero, che indubbiamente rappresenta un potente fattore di polarizzazione di comportamenti illeciti. Peccato però che il circuito del lavoro nero sia gestito interamente, nella maggior parte dei casi accertati dalle Forze dell’Ordine, dalla criminalità italiana, oppure, quando è gestito da organizzazioni criminali straniere, la loro clientela di riferimento è quasi sempre costituita da imprenditori italiani, che comunque si rendono complici, con la loro domanda di lavoratori in nero, del fenomeno stesso;

- Sono più di 2 milioni gli immigrati che prima erano irregolari e ora sono stati regolarizzati, e non hanno commesso alcun reato. Il problema quindi non è nella clandestinità in sé, ma nell’impossibilità di regolarizzazione, che le normative italiane, dal 2008 in poi, hanno reso un miraggio.

Allora il quadro che emerge è chiarissimo:

- in Italia, e nelle nostre realtà metropolitane principali (ad iniziare da Roma, sulla quale, nel 2008, l’allora candidato Alemanno costruì una campagna basata sull’insicurezza) non esiste alcuna particolare emergenza-criminalità, se si confrontano i dati con il resto d’Europa;

- molti dei reati tradizionalmente attribuiti agli immigrati (violenza carnale, furto, traffico di stupefacenti, contrabbando) nel periodo 2004-2010 risultano in calo (-9,7% il numero di furti, -7,2% i casi di contrabbando) oppure crescono ad un ritmo analogo rispetto al numero complessivo dei reati (come nel caso del traffico di stupefacenti, che cresce del 9%, ad un ritmo analogo a quello del totale dei reati, che nel medesimo periodo aumenta dell’8,4%) oppure, come nel caso delle violenze carnali, sono riferibili, in stragrande maggioranza, a cittadini italiani, e non ad immigrati;

- non esiste alcuna correlazione fra incremento del numero di immigrati regolari e andamento della criminalità; le serie storiche del numero di permessi di soggiorno e degli indici di criminalità non presentano alcuna correlazione statisticamente significativa, né in Italia né all’estero;

- al netto della differenza nella struttura per età fra popolazione straniera ed italiana (poiché la giovane età è di per sé un fattore di potenzialità criminogena, a prescindere dalla nazionalità), ed escludendo i reati connessi alle leggi sull’immigrazione, il tasso di criminalità degli stranieri regolari è identico a quello degli italiani, nonostante il fatto che la popolazione straniera venga sottoposta a controlli di polizia giudiziaria più frequenti rispetto alla popolazione italiana, e nonostante il fatto che la popolazione straniera viva in condizioni socio economiche e familiari mediamente più difficili rispetto a quella italiana, che in linea teorica dovrebbero istigare ad un più diffuso comportamento criminale (anche chi è regolare, in media ha un salario familiare più basso, e un tenore di vita generale peggiore rispetto alla media nazionale, ha spesso difficoltà di ricongiungimento familiare, subisce l’umiliazione del razzismo quotidiano, del sentirsi “diverso”). Anche senza voler considerare tali elementi, il tasso lordo di criminalità degli stranieri (cioè non corretto per fattori anagrafici, o per l’incidenza specifica dei reati sulle leggi per l’immigrazione) sarebbe pari a 1,6 volte quello degli italiani, e non a 5 volte quello degli italiani, come afferma una ricerca della Lega Nord, basata non si sa su quali dati;

- il tasso di criminalità degli immigrati è tenuto alto dall’elevata frequenza di reati fra immigrati ed immigrati;

- il tasso di criminalità degli immigrati irregolari è tenuto alto dalla stessa violazione delle leggi sull’immigrazione (che costituisce di per sé una fattispecie penale, altro elemento totalmente incomprensibile, poiché negli altri Paesi ciò è più correttamente considerato una violazione amministrativa) e dalla partecipazione a reti di lavoro nero che sono spesso gestite dalla criminalità italiana, o che si rivolgono ad una domanda di datori di lavoro italiani;

- in almeno un caso di criminalità violenta su sei, la vittima è uno straniero, eppure la stampa ed i media non danno rilevanza a tali eventi, quando ad essere colpiti non sono italiani.

La persistenza di percezioni totalmente fasulle sull'immigrazione, alimentate dai media

La verità è che sugli immigrati si sparano tonnellate di falsità e di criminalizzazioni prive di qualsiasi base oggettiva. In tempi di crisi occorre creare capri espiatori, per deviare la rabbia sociale dagli obiettivi che dovrebbero essere i suoi, ovvero il sistema, che tale crisi ha creato. E purtroppo tale strategia sembra avere successo. Il rapporto della Fondazione Unipolis, “La sicurezza in Italia” di Maggio 2010, basato su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione di 2600 unità, con dati aggiornati a fine 2009, presenta una percezione dei cittadini totalmente diversa da quella che è l'evidenza statistica, che ho illustrato nel paragrafo precedente. Nonostante l'evidenza scientifica del fatto che non vi sia alcuna particolare emergenza-criminalità, ben il 76,7% degli intervistati pensa che, in tutta Italia, la criminalità sia aumentata rispetto a 5 anni prima, ed il 37,2% reputa che sia aumentata nella propria zona di residenza. E' tale l'angoscia per una percezione del rischio-criminalità sproporzionata rispetto alla realtà indicata dalle statistiche, che molti degli intervistati sarebbero propensi ad accettare gravi restrizioni della loro privacy e libertà personale: il 48,3% degli intervistati accetterebbe che il governo monitorasse le transazioni bancarie e gli acquisti con carta di credito; l'86% chiede una maggiore sorveglianza di strade e luoghi pubblici tramite telecamere; il 29,3% addirittura accetta la possibilità, per le autorità, di leggere posta, posta elettronica o intercettare le chiamate senza il consenso degli interessati!
Ed anche rispetto agli stranieri, nonostante il fatto che, come si è visto, nella realtà non vi sia alcun collegamento significativo fra immigrazione e criminalità, il 37,4% degli intervistati ritiene che gli immigrati costituiscano un pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico.

Un ruolo fondamentale in questa distorsione percettiva è giocato dall'informazione televisiva. Per coloro i quali pensano di minimizzare il pericolo di esponenti politici ed istituzionali che, via televisione, lanciano messaggi razzisti, ritenendo che si tratti di casi di singoli che non influiscono sull'opinione pubblica, vorrei dire che la percezione di un livello eccessivo di criminalità dipende anche dal fatto che la televisione italiana è, in Europa, quella che nel 2009 ha trasmesso il maggior numero di notizie legate ad eventi di cronaca nera, e che la percezione sul rischio-criminalità segue fedelmente, con un lag temporale di ritardo, la frequenza con la quale la televisione parla di criminalità. Infatti, la percezione del rischio-criminalità raggiunge il punto massimo, negli ultimi cinque anni, nel primo semestre del 2008, in corrispondenza di un livello massimo di notizie sulla criminalità trasmesse via TV nel semestre precedente, e poi diminuisce parallelamente alla riduzione dell'esposizione televisiva di notizie criminali. Interessante notare che l'andamento della percezione del rischio-criminalità è invece del tutto incorrelato con l'andamento effettivo del numero di reati, che nel periodo considerato diminuisce costantemente. Non è peraltro un caso che il picco di allarme sulla criminalità si sia verificato nel primo semestre del 2008: era il periodo della campagna elettorale per le politiche. D'altra parte, l'insicurezza per la propria incolumità è sentita soprattutto da chi guarda la televisione per più di quattro ore al giorno (38,7%) mentre chi ascolta la televisione per meno di due ore al giorno percepisce tale tipo di insicurezza solo nel 28,5% dei casi.
Anche con specifico riferimento alla questione degli immigrati, è significativo che le categorie sociali che maggiormente percepiscono un rischio di criminalità legato all'immigrazione, siano quelle più esposte alla televisione, perché trascorrono più tempo in casa: le casalinghe (44,4% delle intervistate di tale categoria sociale ritiene gli immigrati pericolosi per la sicurezza), i disoccupati (44,6%), i pensionati (35,8%).

Quindi il problema di un utilizzo in mala fede dell'informazione televisiva, nell'alimentare false percezioni sul rischio-criminalità, e nel creare collegamenti fasulli fra criminalità ed immigrati, esiste, ed ha un solido fondamento statistico. Verrebbe da dire che il primo provvedimento rivoluzionario, per ridurre il razzismo e migliorare la condizione degli immigrati, è quello....di spegnere la televisione e scendere in strada, per rendersi conto di come realmente stanno le cose! La violenza sugli immigrati è pertanto violenza su tutti noi,che subiamo gli effetti della crisi. Le vittime non si differenziano per la lingua che parlano o per il colore della pelle. Se siamo tutti vittime del sistema, tutti insieme dobbiamo combatterlo.

14 gennaio 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

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