mercoledì 25 gennaio 2012

BERTINOTTI, PSI E SOCIALISMO di Franco Bartolomei






Dal sito del Circolo Rosselli di Milano pubblichiamo questo interessante articolo di Franco Bartolomei, della segreteria Nazionale del PSI, e la risposta che ha dato ad un suo interlocutore come elementi di riflessione sul dibattito interno del socialismo italiano.
Personalmente non credo che Fausto Bertinotti, il massimo responsabile del fallimento di Rifondazione Comunista e di tutta la sinistra radicale nel nostro paese, possa dare un contributo reale ed effettivo alla rinascita in Italia di una nuova grande forza socialista.
                                                                          Stefano Santarelli 


BERTINOTTI, PSI E SOCIALISMO
di Franco Bartolomei



Esistono, purtroppo, un insieme di ragioni politiche che stanno alla base di quelle carenze della iniziativa politica del Partito Socialista che di fatto consentono a Bertinotti di portare a compimento un percorso autocritico di riavvicinamento alla socialdemocrazia, sul riconoscimento di una fine dell'esperienza storica e politica del comunismo maturata nel momento in cui la crisi del capitalismo nel mondo sviluppato avrebbe dovuto, o potuto, al contrario rivalutarne le ragioni sociali, senza alcuna considerazione delle ragioni del socialismo italiano.
La mancata elaborazione dei motivi sostanziali della sconfitta del craxismo, e la incomprensione delle ragioni strutturali di crisi del modello neo-liberista, che nel nostro paese era stato introdotto utilizzando l'involucro istituzionale della Seconda Repubblica, hanno infatti costituito le vere ragioni di una debolezza politica e culturale che ha afflitto i gruppi dirigenti socialisti che si sono succeduti nello SDI e nell'attuale PSI in questo quindicennio, e che rischiano di marginalizzare definitivamente il ruolo del PSI proprio nel momento in cui il socialismo democratico diviene l'unico possibile approdo di tutta la sinistra.
La stessa dispersione della grande occasione costituita dall'originario progetto di Sinistra e Libertà altro non è che la ulteriore dimostrazione di fragilità di un gruppo dirigente che si ostina, purtroppo, a proseguire la propria azione attraverso lo stesso schema interpretativo dei rapporti a sinistra usato negli anni '80, ormai assolutamente superato dalla crisi di quel modello sociale e di rapporti economici la cui affermazione nella società costituì la vera ragione strutturale dei successi dell'impostazione politica craxiana, oggi assolutamente non più riproducibili.
Il crollo del modello sociale neo-liberista, dopo un trentennio di egemonia sociale, politica e culturale, ha segnato di fatto la sconfitta storica di tutte quelle esperienze del socialismo democratico che avevano erroneamente ritenuto che la questione sociale nell'occidente sviluppato fosse stata ormai risolta da uno sviluppo repentino, ineluttabilmente destinato a superare definitivamente le antiche contraddizioni del sistema capitalista, per cui il compito dei socialisti dovesse essere ridotto ad assecondare al meglio le capacità espansive insite nel mercato, nella logica d'impresa, e da ultimo nella stessa finanziarizzazione dell'economia.
Questa considerazione portava con sé l'idea forza che il socialismo democratico dovesse ineluttabilmente tornare ad interpretare politicamente una visione strutturale della critica sociale e della sua azione riformatrice.
Sulla base di questa riflessione di partenza sarebbe stato necessario aprire all'interno dell'universo politico socialista un processo critico dell'esperienza craxiana, rileggendo la crisi di sistema che stiamo attraversando alla luce delle idee, delle analisi, e della elaborazione culturale dell'altro grande filone di pensiero ed azione politica del socialismo Italiano moderno, quello lombardiano, spazzato via dalla memoria ufficiale del PSI prima del 93, e mai seriamente recuperato dai nuovi gruppi dirigenti (Boselli e Nencini) che lo hanno diretto nella esperienza politica della Seconda Repubblica.
Purtroppo questi nostri limiti indeboliscono la stessa rilevanza della novità della scelta compiuta da Bertinotti, che rischia seriamente di cadere nella tentazioni di supplire , un po' goffamente, ad un ruolo non suo, attraverso l'occupazione di uno spazio che il PSI si ostina a non voler ricoprire con determinazione e coerenza.

21 Febbraio 2011

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CLAUDIO

E' bene prendere coscienza che un partito irrilevante non può sopravvivere solo con la burocratica rivendicazione dell'unicità dell'appartenenza al PSE, e con un piccolo cabotaggio a carattere regionale.
Bertinotti nella seconda repubblica un ruolo discutibile, ma certo molto più importante di quello del PSI e suoi biennali travestimenti. Che si rimetta a parlare di socialismo può essere una buona notizia, , come quella che il PD non sopravviva alla sua inconsistenza politica accompagnata dalla rigidità della gerarchia., come quello che l'esperimento di SeL porti al nucleo ricostituente di un'area socialista che occupi gli spazi politici e ideologici del migliore PSI che non è stato quello di Craxi ma quello che portò al centro sinistra e alle riforme vere, non a quelle annunciate.
Appena finito di ricordare il 90 della scissione comunista, sarà il caso di riflettere su quella dello PSIUP, solo apparentemente un episodio irrilevante, perché il punto di partenza di tutti i movimenti no-tutto della nostra storia politica:l'ideologia approssimativa al posto della politica,la propaganda al posto della gestione, l'internazionalismo d'accatto al posto dell' analisi dell'evoluzione dei rapporti mondiali.


FRANCO BARTOLOMEI

E' inutile lamentarsi che Bertinotti abbia potuto affermare il proprio approdo al Socialismo Europeo eludendo il dovuto riconoscimento delle ragioni storiche e politiche dei Socialisti Italiani.
Se il PSI, invece di gloriarsi in una sciocca valorizzazione della propria autosufficenza, fosse divenuto parte attiva di un processo costituente per una nuova forza unitaria della sinistra italiana, Socialista e Democratica, in grado di dare soluzione politica alla fine dell'esperienza politica del comunismo italiano, il compagno Bertinotti non avrebbe sicuramente potuto permettersi certe amnesie.
Purtroppo il PSI continua a concepire se' stesso fuori dal proprio naturale compito storico e politico di protagonista necessario della ristrutturazione dell'intera Sinistra italiana all'interno del processo in atto di rifondazione a sinistra del Socialismo Europeo, come risposta politica inevitabile alla crisi strutturale che attraversano i modelli sociali, economici, e finanziari, imposti dal sistema neo-liberista, da cui dipende il futuro democratico del paese e la qualità della società italiana del futuro.
In questa partita, tutta a sinistra, il ruolo dei socialisti ,per quanto ridotti a piccole percentuali di consenso elettorale, potrebbe essere determinante per portare a maturazione processi poltici unitari ancora troppo in ritardo rispetto alle necessita' imposte dal precipitare della crisi, e per rendere concreta una proposta di governo alternativa.

Purtroppo il PSI non riesce ancora ad elaborare una proposta di ricostruzione unitaria della sinistra italiana attorno ad un progetto di governo che di fronte alla profondità della crisi economica, alle responsabilità delle classi dirigenti finanziarie, ed al disastro sociale che abbiamo di fronte, sappia dare concretezza ad un nuovo modello di sviluppo della società.
Esistono purtroppo un insieme di ragioni politiche che stanno alla base di queste carenze della iniziativa politica del Partito Socialista che di fatto consentono a Bertinotti di portare a compimento un percorso autocritco di riavvicinamento alla Socialdemocrazia senza alcuna considerazione delle ragioni del Socialismo italiano, nonostante il suo riconoscimento della fine dell'esperienza storica e politica del Comunismo venga a maturazione proprio nel momento in cui la crisi del capitalismo nel mondo sviluppato avrebbe potuto, al contrario, far immaginare una rivalutazione delle sue ragioni sociali .
La mancata elaborazione dei motivi sostanziali della sconfitta del Craxismo, e la incomprensione delle ragioni strutturali di crisi del modello Neo-liberista che nel nostro paese era stato introdotto utilizzando l'involucro istituzionale della seconda repubblica, hanno infatti costituito le vere ragioni di una debolezza politica e culturale che ha afflitto i gruppi dirigenti Socialisti che si sono succeduti nello SDI e nell'attuale PSI in questo quindicennio, e che rischiano di marginalizzare definitivamente il ruolo del PSI proprio nel momento in cui il Socialismo Democratico diviene l'unico possibile approdo di tutta la sinistra.

La stessa dispersione della grande occasione costituita dall'originario progetto di Sinistra e Libertà altro non è che la ulteriore dimostrazione di fragilita' di un gruppo dirigente che si ostina purtroppo a proseguire la propria azione attraverso lo stesso schema interpretativo dei rapporti a sinistra usato negli anni '80, ormai assolutamente superato dalla crisi di quel modello sociale e di rapporti economici la cui affermazione nella societa' costitui la vera ragione strutturale dei successi dell'impostazione politica Craxiana, oggi assolutamente non piu' riproducibili.

Il crollo del modello sociale neoliberista, dopo un trentennio di egemonia sociale, politica e culturale, ha segnato di fatto la sconfitta storica di tutte quelle esperienze del Socialismo Democratico che avevano erroneamente ritenuto che la Questione Sociale nell'occidente sviluppato fosse stata ormai risolta da uno sviluppo repentino, ineluttabilmente destinato a superare definitivamente le antiche contraddizioni del sistema capitalista, per cui il compito dei socialisti dovesse essere ridotto ad assecondare al meglio le capacita' espansive insite nel mercato , nella logica d'impresa, e da ultimo nella stessa finanziarizzazione dell'economia.
Questa considerazione portava con se' l'idea forza che il Socialismo democratico dovesse ineluttabilmente tornare ad interpretare politicamente una visione strutturale della critica sociale e della sua azione riformatrice.
Sulla base di questa riflessione di partenza sarebbe stato necessario aprire all'interno dell'universo politico Socialista un processo critico di revisione dell'esperienza Craxiana, rileggendo la crisi di sistema che stiamo attraversando alla luce delle idee , delle analisi ,e della elaborazione culturale dell'altro grande filone di pensiero ed azione politica del Socialismo Italiano moderno , quello Lombardiano, storicamente concentrato sulla nescessità delle trasformazioni strutturasli dei rapporti sociali come elemento chiave della politica riformatrice dei Socialisti, spazzato via dalla memoria ufficiale del PSI dopo l'82-84, e mai seriamente recuperato dai nuovi giovani gruppi dirigenti ( Boselli e Nencini) che lo hanno diretto nella esperienza politica della II Repubblica.
Questa debolezza culturale di un gruppo dirigente perennemente orfano di una precedente fase storica, definitivamente tramontata, costituisce la vera ragione di una incapacita' sostanziale di concepire il Partito socialista come forza trainante di un grande processo unitario di ricostruzione della sinistra, sulla base del superamento delle vecchie divisioni, del recupero di una forte capacita' critica dell'esistente , e sulla riappropriazione di una concezione strutturale della azione riformatrice del Socialismo.
Purtroppo questi nostri limiti indeboliscono la stessa rilevanza della novita' della scelta compiuta da Bertinotti ,suscettibile di aprire prospettive unitarie nuove a tutta la sinistra aiutando innanzitutto Vendola a collocarsi su un terreno di riferimenti poltici certi a livello europeo.

L'immobilità del PSI rischia seriamente, in particolare, di favorire in SeL una sorta di complesso di Atlante, instillando la tentazioni di supplire , un pò goffamente, ad un ruolo non suo, attraverso l'occupazione di uno spazio che il PSI si ostina a non voler ricoprire con determinazione e coerenza.
Questa riflessione sui limiti della azione del PSI non deve tuttavia tralasciare la considerazione, tutta politica, che la scelta di Bertinotti deve trovare le sue radici, ben oltre la generica crisi finale delle ragioni di un processo di rifondazione del comunismo , in una valutazione delle vere ragioni della crisi di identita, di credibilità, e di rappresentativita' del Centro-sinistra, che conduce direttamente ad una rivalutazione del grande compromesso democratico e sociale realizzato nella I repubblica dalle grandi forze popolari costituzionali, direttamente sintetizzato nella azione di garanzia e di governo svolta per circa un trentennio dal PSI.
Bertinotti, infatti, non sempre ha sufficentemente collegato la sua critica da sinistra al PDS-DS-PD, alla individuazione dei legami tra i poteri forti internazionali economici - finanziari e monetari ed alla distruzione della I repubblica, ai comportamenti politici ed alle scelte di alleanza compiute dal gruppo dirigente del PDS e da Prodi.
In tal senso, pur non avendo correttamente mai sostenuto posizioni giustizialiste di esaltazione del nuovo assetto istituzionale costituito nel 92-94 , avrebbe sicuramente dovuto marcare con più nitidezza la critica alla II repubblica, individuandola esplicitamente come l'involucro istituzionale all'interno del quale è avvenuta la trasformazione della costituzione materiale del paese, caratterizzata dalla introduzione di quel modello di rapporti sociali, culturali, ed economici, neo-liberista, che lo stesso Craxi, pur con tutti i suoi limiti, ha sempre rifiutato di importare, e che al contrario la classe dirigente ulivista ha integralmente fatto proprio, in adesione ai parametri di omologazione alle nuove regole economiche e finanziarie internazionali su cui ha sempre inteso misurare la propria affidabilità.
Su questo terreno avrebbe potuto, senza particolari abiure, realizzare già da tempo una maggiore comprensione politica della sostanza sociale della politica Craxiana che avrebbe potuto allargare il suo stesso spazio di riferimento politico, e contemporaneamente avrebbe potuto consentire al PS-SI-SDI-PSI di aprire gia' da prima un dialogo politico con lui in funzione anti PD, cosa avvenuta successivamente troppo tardi, solo a ridosso del massacro Veltroniano della sinistra italiana realizzato nel 2008.
Questa convergenza appare invece oggi assolutamente possibile, ed auspicabile , nell'interesse della rinascita della sinistra italiana.
Potrà avvenire se i Socialisti avranno il coraggio di investire totalmente il loro futuro politico nell'opera della ricostruzione di una nuova grande forza Socialista, in cui vadano a riconfluire tutti i grandi filoni delle culture della sinistra italiana, la cui divisione non ha ormai ragion d'essere, e se tutti coloro che approdano al Socialismo, come l'unica grande trincea della Sinistra nel mondo, considerino con onesta intellettuale l'azione di coloro che nel nostro paese hanno sempre finora rappresentato questo riferimento ideale e politico.

23 febbraio 2012

dal sito http://circolorossellimilano.blogspot.com/

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