sabato 5 dicembre 2015

RICCARDO LOMBARDI, L'ULTIMO RIFORMISTA di Gianpasquale Santomassimo







RICCARDO LOMBARDI, L'ULTIMO RIFORMISTA
di Gianpasquale Santomassimo




Riccardo Lombardi. Il protagonista di una stagione politica che cercò di trasformare la realtà sociale nazionale, garantendo l’autonomia del socialismo dall’abbraccio dei «cugini del Pci». Un percorso di lettura a partire da un volume di Tommaso Nencioni




Non si può dire che la figura di Riccardo Lombardi sia dimenticata, ma ormai quando viene citato nel discorso pubblico è quasi sempre per ricordare l’opposizione a Craxi e ai suoi metodi negli ultimi anni della sua vita (si spense nel 1984). Fu lui a pronunciare, e in sede ufficiale, l’amara battuta sui socialisti in galera ormai più numerosi che durante il fascismo. In questo modo però finisce per ridursi a un’altra icona della «questione morale», condividendo la sorte di Enrico Berlinguer, scomparso pochi mesi prima di lui. Si sacrifica largamente lo spessore politico della sua azione, che invece merita ampiamente un approfondimento.

A questa dimensione, interamente politica, conduce invece lo studio accurato di Tommaso Nencioni (Riccardo Lombardi nel socialismo italiano 1947–1963, prefazione di Valdo Spini, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. XVIII-265, euro 30), che pur limitato nell’arco temporale riesce a far comprendere bene la figura di quello che potremmo definire l’ultimo riformista nella storia italiana, prima che il termine «cambiasse verso» (e già a partire dal lungo autunno craxiano) e passasse a designare moderatismo, se non vera e propria restaurazione sociale, come accade ai «riformisti» di oggi.

Lombardi era stato l’ultimo segretario del Partito d’Azione, e dopo le disfatte elettorali di quel partito aveva contribuito nell’ottobre del 1947 a far confluire nel socialismo italiano una parte significativa dei suoi aderenti. Ma il suo percorso personale era stato più ricco e più vario di altri, dalla giovanile militanza nell’ala più estrema del Partito Popolare, guidata da Miglioli, alla collaborazione esterna con il Partito Comunista d’Italia negli anni della clandestinità. Sono elementi che contribuiranno a fargli superare l’astrattezza e la separatezza nei confronti della politica italiana a volte riscontrabile nell’azionismo (sulla sua formazione si veda ora Luca Bufarale, (La giovinezza politica di Riccardo Lombardi (1919–1949), Viella, pp. 416, euro 29).

Una visione autonomista

Entrato nel partito socialista a scissione socialdemocratica ampiamente consumata, venne identificato a lungo come esponente della sua «destra» autonomista, per poi concludere la sua esperienza, nei due decenni che seguiranno alla scissione del Psiup, come interprete più autentico e riconoscibile della «sinistra» socialista. Gli elementi che caratterizzeranno la sua politica nel corso del tempo, riguardati a distanza, appaiono attraversati da una notevole coerenza di fondo.

In primo luogo, va notato che Lombardi fu tra i pochi socialisti ad avere una visione autonoma e originale della politica internazionale. Si segnalò subito non mostrando alcuna indulgenza verso le velleità di conservare uno status semicoloniale per l’Italia, diffuse anche a sinistra e tra gli stessi socialisti. Nella critica al colonialismo italiano c’era anche la comprensione del grande fenomeno planetario che nel mondo coloniale si stava aprendo e che avrebbe segnato di sé tutto il decennio successivo.

Fu tra i pochi a sostenere una posizione apertamente neutralista nello scontro tra i blocchi che si stava profilando, posizione – va rilevato — non pacifica in seno al socialismo italiano, che nella sua maggioranza non si faceva mancare nulla quanto ad allineamento con l’Unione sovietica, in forma concorrenziale rispetto ai «cugini» del Pci. Di qui accuse di «titoismo» per Lombardi e un clima di sospetto nei suoi confronti, che indusse per compensazione il suo partito ad attribuirgli un ruolo di rappresentanza nell’organizzazione internazionale dei «Partigiani per la pace», molto vicina nei fatti all’Urss, dove Lombardi portò la sua opposizione alla Nato strettamente connessa alla consapevolezza di quello che sarebbe stato definito «Terzo Mondo», frutto decisivo che emergeva dalla rivoluzione anticoloniale.

Lo stato programmatore

Tiepidissimo a lungo nei confronti dell’europeismo, con critiche anche molto aspre nei confronti del suo ex-compagno di partito Altiero Spinelli e delle sue utopie letali su una «sedicente Europa» di osservanza atlantica, modificò il suo atteggiamento dopo il ’56 e fu il protagonista dell’avvicinamento dei socialisti all’Europa del Mec. In termini che oggi è particolarmente suggestivo richiamare: l’impegno dell’Italia nell’adesione alla nuova struttura doveva essere collegato alla realizzazione di un moderno sistema di Welfare e allo sviluppo di una economia mista con forte intervento dello Stato, da rilanciare anche sul terreno della creazione attraverso conquiste salariali di un mercato interno che garantisse una prima espansione dei consumi. Come si vede, erano «compiti a casa» esattamente opposti rispetto a quelli intimati nell’ultimo trentennio dai burocrati di Maastricht.
Fu a lungo uno degli esponenti principali della corrente «autonomista» all’interno del Psi, che si definì come maggioranza dopo il ’56 e con la confluenza di Nenni. Le caratteristiche specifiche della sua visione dell’autonomia sono però particolari e non riconducibili a quelle dell’intera corrente. L’autonomia, come è noto, si definitiva tale in rapporto con il partito comunista: al riguardo, Lombardi si definì sempre a-comunista, ma mai anticomunista. Contrario al momento del suo ingresso nel partito al Fronte popolare, ma al tempo stesso aspro critico della socialdemocrazia, ritenne sempre essenziale un collegamento con il più ampio fronte del movimento operaio e sindacale organizzato, che era anche visto come condizione indispensabile per operare riforme incisive. Anche nei rapporti con il socialismo europeo non accettò mai le condizioni della rottura definitiva con i comunisti e del passaggio nell’orbita «atlantica» che venivano richieste per la riammissione dei socialisti nell’Internazionale.

Ma veniamo al tema centrale del libro di Nencioni, che è quello della definizione del riformismo lombardiano. Qui il problema si poneva ovviamente in termini aggiornati rispetto a quelli del riformismo classico: superate da tempo le vecchie diatribe sulla partecipazione o meno a governi «borghesi» (l’esperienza dei Fronti popolari negli anni Trenta era stata risolutiva al riguardo, per i socialisti come per i comunisti), il tema di fondo era quello delle condizioni che potessero consentire a un partito di sinistra di partecipare al governo del paese senza trasformarsi in un supporto al consolidamento dei rapporti economici e sociali fondati sulla diseguaglianza e senza venir meno ai valori e ai princìpi da cui muoveva l’ideale socialista. Proprio su questo terreno Lombardi elaborava e promuoveva concretamente una strategia estremamente ambiziosa. Basata su «riforme di struttura» – termine che divenne popolare e che affascinò anche parte della cultura comunista – che trasformassero l’economia capitalistica in modo tale da correggerne la struttura classista e gli squilibri economici e sociali sui quali si reggeva, andando oltre le risposte classiche e contrapposte rappresentate dall’esperienza sovietica e dalla pratica della socialdemocrazia.

In cerca della nuova società

Protagonista della battaglia programmatica che accompagnò la nascita del centrosinistra, fu il principale assertore della nazionalizzazione dell’energia elettrica (in termini meno onerosi per lo Stato rispetto a quelli poi sanciti) e confidò molto nella riforma urbanistica, che non vide mai la luce. In questo impegno trovò elementi di convergenza con ambienti della sinistra democristiana che condividevano la stessa impostazione riformista, e anche un’attenzione partecipe da parte del Pci, che negli ultimi anni di Togliatti assunse un atteggiamento di «sfida» costruttiva nei confronti dei propositi di rinnovamento ventilati dal centrosinistra in gestazione.

L’obiettivo dichiarato di Lombardi era di «operare dentro la società capitalistica per modificarne gli equilibri di potere e di reddito a favore delle classi lavoratrici»: ma forse con qualche ambizione in più. Nelle discussioni interne al partito socialista non faceva mistero di considerare le riforme di struttura, da perseguire in parlamento e con la pressione popolare, come strumento che doveva portare gradualmente a una fuoruscita dalla società capitalistica e alla costruzione di una nuova società, obiettivo irrinunciabile per i socialisti.

Si comprende bene come tali propositi facessero di Lombardi la «bestia nera» del fronte moderato che si opponeva alla svolta o voleva smussare le sue radicalità. Perfino un osservatore abitualmente pacato della politica, come Luigi Salvatorelli, sulla Stampa del novembre 1963 denunciava il lombardismo come «il fenomeno più pericoloso della democrazia italiana», e in questo allarme convergevano non solo motivi di politica economica ma anche di politica estera (il rifiuto dell’«atlantismo» come ideologia da cui Lombardi non recedeva). Questo fuoco di sbarramento indurrà alla rinuncia al ministero del Bilancio, cui Lombardi sembrava naturalmente destinato, a favore di Antonio Giolitti, del resto molto vicino alle sue posizioni.

L’operosa inerzia

Il libro si arresta a questo punto, sulla battuta d’arresto avvenuta già sul nascere della nuova formula politica. Era la posizione anche di Lombardi, precisata in molte ricapitolazioni successive, ed è una posizione abbastanza corrente nella storiografia di sinistra: il centrosinistra praticamente strozzato in culla, prima ancora di maturare nella sua formula «organica». Ci sono molti elementi di verità presenti in questa ricostruzione: lo spegnimento dell’impulso riformatore nei suoi termini più ambiziosi, l’acconciamento dei socialisti a propositi più moderati indotto da quello che Nenni definì il «rumore di sciabole» nel 1964. Mi sentirei di obiettare però che il ciclo riformista non si interrompe allora, ma conseguirà proprio nel decennio 1968–78 i suoi risultati più significativi, in termini di conquiste sociali e di progresso civile. Certo mancherà una coerente visione programmatica — questa davvero sepolta nel 1964 — ma quel meccanismo particolare di conquiste parlamentari e di forte pressione popolare a cui Lombardi si era richiamato troverà la sua realizzazione negli anni successivi. Lo stesso quinquennio di governo di Aldo Moro andrebbe studiato senza pregiudizi, attribuendo ad esso caratteristiche che, inventando un termine tipicamente moroteo, potremmo definire di «inerzia operosa»: ristagno dell’azione di governo, ma un parlamento che lavora a pieno regime e che in sede di commissioni elabora, anche col concorso comunista, tutte le riforme che potranno venire rapidamente attuate dopo l’autunno caldo, quando gli equilibri politici e sociali lo consentiranno. A partire dallo Statuto dei lavoratori, ovviamente.

Sarà la vera modernità italiana, sempre precaria e minacciata, intrisa di contraddizioni, ma che si configurerà esattamente come la conquista degli equilibri diversi di potere e di reddito per cui Lombardi si era battuto.

Una civiltà costituzionale che aveva visto la convergenza di spinte diverse e talora contrapposte, e nella quale per la prima ed unica volta nella storia italiana la forbice tra le classi era andata a ridursi sensibilmente, per poi tornare a dilatarsi in forma scandalosa nell’epoca successiva.

Fino allo smantellamento negli ultimi vent’anni di tutta la civiltà creata dal riformismo storico in Italia, operata dai mediocri impostori che nel frattempo si erano definiti «riformisti».






13 Gennaio 2015


da "Il Manifesto"






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