lunedì 13 febbraio 2012

IO, SEL ed il PD di Giuseppe Giudice





IO, SEL ed il PD
di Giuseppe Giudice



Devo, ad alcuni carissimi compagni ed amici, socialisti iscritti in SeL (come me) degli approfondimenti circa le mie posizioni attuali su SeL ed il PD. Approfondimenti doverosi per non ingenerare confusione, dato che io per primo ho invitato, due anni fa, molti compagni di tradizione socialista ad entrare in SeL.
Come molti di voi sapranno, io considero tutti gli attuali soggetti come provvisori e profondamente insufficienti per ricostruire una sinistra italiana nel solco del processo di riposizionamento a sinistra dei partiti del socialismo europeo: PSF e SPD. Quindi nel solco di una sinistra radicata pienamente nella cultura del socialismo democratico che respinge sia derive neoliberali sia tentazioni movimentiste e velleitarie .
Attualmente né SEL , né tantomeno il PD, sono all’altezza di questo compito.
SeL è una formazione giovane. E’ nata per riaggregare forze disperse della sinistra dopo la virata “maggioritaria” e centrista che Veltroni ha impresso al PD. Quindi è nata per mettere su un primo mattone di una più vasta e larga formazione di sinistra. Un compito difficile ed arduo. Ma che ha acceso una speranza. E che ha determinato dei fatti: una formazione a sinistra della mediana del PD che riesce ad intercettare nei sondaggi una media del 6-7% delle intenzioni di voto a soli due anni dalla nascita.
Questa capacità di intercettare consensi (e qui è il suo limite) dovuta a due elementi prioritari: la grande capacità mediatica del proprio leader; la presenza, a sinistra del PD, di una formazione non antagonista.
Ma questo non è sufficiente per caratterizzare la identità ed il progetto di un partito. Per quanto si definisce transitoria, SeL non può fare a meno di definire in positivo se stessa (non basta dire “noi non siamo né comunisti identitari, né sinistra moderata). Ma di questo parlerò dopo.

Andiamo al PD. Io quando ero nei DS votai contro lo scioglimento del partito nel PD in nome del legame al socialismo democratico. L’operazione PD mi pareva un imbroglio politico-ideologico tendente a far dissolvere la sinistra riformista nel centro. E tale resta il mio giudizio. Del resto il PD non riesce a prendere una posizione comune chiara su tutta una serie di questioni cruciali, dall’economia alle questioni attinenti alla laicità dello stato.
Del resto se noi vediamo come è nato il PD capiamo il perché.

Il PD nasce su un diktat di Prodi nel 2005. Vediamo un po’: la Margherita, diretta da Rutelli e Marini, nell’estate 2005 rifiuta di presentare una lista unica con DS e SDI nella quota proporzionale (allora c’era il Matterellum) . Nel 2004 c’era stata la lista folcloristica “Uniti nell’Ulivo” alle Europee (sempre dopo diktat di Prodi) : una volta eletti nel PE DS e SDI si siedono nei banchi Pse e quelli della Margherita in altri.
Dunque nel 2005 Rutelli e Marini vogliono riprendersi l’autonomia (con Fassino accondiscendente). Qual’è il problema? Prodi non ha un partito proprio. La Margherita che era nato per essere il partito di Prodi, gli sfugge di mano. Ha bisogno che Margherita e DS si fondano. Ma l’iniziativa di Rutelli fa saltare tutto. Prodi minaccia di non candidarsi più a premier – io gli avrei detto: adios amigo – ma D’Alema e Veltroni che hanno giocato sulla premiership di Prodi per liquidare Fassino, insistono. Prodi dice: “allora devo essere legittimato dalle primarie”. Ma le primarie hanno un senso finanche formale se vi sono altri nomi, oltre a quello di Prodi. Ed allora si inventa la presenza di Bertinotti e di qualche altro per legittimare le primarie stesse. Una pantomima all’italiana.
Alle primarie partecipa un sacco di gente (ma credo che i numeri siano stati gonfiati dagli ulivisti). Prodi allora dice: “ora voglio il Partito Democratico” e tutti si inchinano al Maestro! Finanche il perfido Rutelli, ed anche il povero Fassino!

Qualcuno dall’esterno potrebbe pensare che stia scrivendo un libro comico con oggetto politico. No vi assicuro che è la verità!! Del resto la storia dell’Ulivo è tutta una storia tragicomica.

Dal complotto D’Alema-Bertinotti per fare cadere Prodi con la benedizione di Cossiga, all’atto di forza di D’Alema che si gioca tutto sulle regionali con il crollo del centrosinistra nel 2000, al Deus ex machina Amato che deve terminare la legislatura. Però Amato non si candida a premier perché intanto l’affascinante sindaco di Roma Rutelli fa un patto con Veltroni. Tu dai una cosa me – la candidatura premier, io do una cosa a te – il posto di Sindaco di Roma. Così Walter non va in Africa (ma chi era così fesso da crederci?). IL bello che tutti (tranne qualche eccezione isolata) esaltano la forza carismatica di Rutelli (a riportare i commenti di allora vien da ridere sul serio): naturalmente Veltroni con tutti i suoi seguaci (allora c’erano pure Fabio Mussi e Fava), il magnifico Folena (avete capito bene : Folena!!), l’incrollabile comunista allora naturalizzato ulivista Dilibertus, Pecorino Scanio , Boselli e con D’Alema defilato.
Quindi non ci dobbiamo poi lamentare se il presunto popolo di sinistra o di centrosinistra si sia disaffezionato alla politica. Con tale spettacolo!!!

Cerco di essere un momento più serio. La II Repubblica è stata veramente la morte della politica. Perché è completamente saltata la funzione di mediazione politica e di elaborazione collettiva dei partiti. Il fatto di dover candidare continuamente un tecnocrate, legato alla finanza internazionale, senza un partito alle spalle la dice lunga. Ed il fatto stesso che si è dovuto creare un partito artificiale come il PD, inizialmente proprio per dare un soggetto politico ad un premier apolide politicamente….
Poi dopo il 2008 l’ha preso in mano Veltroni…il resto lo sappiamo.

Il PD è per definizione un partito in crisi. Proprio per il modo in cui nasce e si sviluppa. Del resto quando manca la politica, un partito può vivere solo sulla gestione del potere. Il PD regge finchè governa regioni importanti. Piemonte, Campania, Lazio. Nel 2010 perde Campania, Lazio, Piemonte e Calabria. In Puglia è Vendola che porta al successo il centrosinistra.
E non è un caso che nel 2010 iniziano a venir fuori i primi dissensi veri nel partito. Questo gruppo dei giovani turchi, con Fassina, Orfini, Orlando, un ex sindacalista serio e collaudato come Cesare Damiano. Gente che si interroga seriamente a mio avviso ed apre un dibattito con seminari coinvolgendo giovani amministratori, sindacalisti. E che Bersani intelligentemente non contrasta.
Sinceramente non so fino a che punto questo movimento interno riuscirà a cambiare il volto di un partito che nasce malissimo come il PD. L’impresa mi sembra molto ardua. Ma è bene che questa gente ci sia, ci sia per le prospettive della sinistra, tenendo conto che comunque oggi il PD è accreditato di un 28% -e questo è ,in parte cospicua, elettorato “socialdemocratico”.

SeL può oggi svolgere un ruolo positivo come pungolo a sinistra del PD. Ma lo può fare se smette di affidarsi esclusivamente o quasi, alle primarie. SE smette di essere solo un prolungamento di un leader mediaticamente bravo.
Il problema della sinistra italiana non è esclusivamente riconducibile ai DS. Accanto a Veltroni e D’Alema, grossi guai li ha fatti Bertinotti. Un sinistrismo velleitario e movimentista che puntava esclusivamente a ricavare una rendita di posizione minoritaria sulla critica ai “tradimenti” dei presunti “riformisti”.
Ora in SeL, accanto alla presenza di molti che vogliono una sinistra di governo nel PSE , c’è anche un settore che è il prodotto di quella cultura movimentista anni 90-2000. Ora il movimentismo è un fluido molto instabile. Se esso dovesse saldarsi con il populismo qualunquista degli Emiliano o dei DE Magistris e con il giustizialismo di Di Pietro, uscirebbe fuori un mostro, qualcosa di profondamente diverso dalle ragioni per cui SeL è nata.
V’è un elemento che accomuna populismo, movimentismo post-sessantotto e giustizialismo. La critica radicale ai soggetti collettivi organizzati : partiti e sindacati. La critica al PCI dei gruppi maoisti o para-maoisti non era rivolta al centralismo democratico (questi gruppi avevano una gestione iper-autoritaria al proprio interno) ma alla “social democratizzazione” (secondo loro) del PCI. E la socialdemocrazia non ha certo il centralismo democratico. E’ proprio la critica alle forme organizzate di democrazia che fanno proprie. Perché costoro in realtà non credono nella democrazia. Quella che viene contrabbandata per “democrazia diretta” è in realtà plebiscitarismo antidemocratico, fondato sul culto idolatrico del capo.
Quindi SeL deve scegliere se, in piena autonomia, vuole sviluppare un dialogo proficuo con i settori critici del PD o se va verso una deriva in cui dissolverebbe se stessa.

Noi come area dei socialisti per la sinistra continueremo ad operare affinchè SeL e la sinistra PD si incontrino in un percorso comune, vitale per la sinistra di domani.


12 febbraio 2012


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