giovedì 24 novembre 2011

UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND



UN GRANDE UMANISTA: JARED DIAMOND
di Stefano Santarelli


L’opera di Jared Diamond grazie ai suoi studi interdisciplinari tra la storia, l'antropologia, la linguistica, la biologia,ecc. ha offerto indiscutibilmente un importantissimo contributo per comprendere l'evoluzione ed il futuro delle società umane.
Questo biologo e fisiologo statunitense, oltre che ornitologo di fama mondiale, con le sue opere è riuscito a rivoluzionare gli studi umanistici. Interessante a questo proposito il suo cammino intellettuale.
Figlio di un medico, si laurea ad Harvard in biochimica per prepararsi a diventare anche lui medico, ma invece cambia subito il suo percorso prendendo a Cambridge il dottorato in fisiologia e, come ricorda lui stesso, per molti decenni è stato ritenuto il migliore specialista nei dotti biliari.
Compie interessanti studi sugli uccelli della Nuova Guinea che secondo lui sono tra gli animali più comprensibili per l’uomo avendo i nostri stessi sensi compreso l’olfatto. E come con gli esseri umani anche con gli uccelli “non si possono fare esperimenti di laboratorio: in entrambi i casi bisogna imparare a fare esperimenti naturali, basati sulle comparazioni di situazioni esistenti”.
Tale metodo comparativo lo si vede proprio con Il terzo scimpanzé  che in fondo condensa ed anticipa temi e contenuti dei suoi lavori successivi.
In questa opera Diamond riscrive la tassonomia in modo apparentemente provocatorio collocando l’Homo Sapiens in un nuovo gruppo comprendente i Pan troglodytes (gli scimpanzé comuni) e i Pan paniscus (gli scimpanzé bonobo). Infatti l’uomo con gli scimpanzé condivide ben il 98,77% del suo DNA. Un valore che non è poi così lontano dall’omologia tra il DNA degli scimpanzé comuni e degli scimpanzé bonobo, uguale per il 99,3%.
Ma se l’uomo ha compiuto il grande balzo che ci caratterizza rispetto al mondo animale questo è dovuto, per l’autore, ai cambiamenti anatomici delle corde vocali e quindi alla nascita del linguaggio da cui dipende la nostra creatività.
Diamond dopo averci quindi inseriti come cugini nell’albero genealogico degli scimpanzé inizia il lungo viaggio della storia dell’umanità e del nostro comportamento. Interessante a questo proposito le considerazioni che l’autore compie in merito alla nostra sessualità: su come scegliamo il nostro partner, la menopausa - caratteristica presente solo nella nostra specie- e la nostra longevità superiore a quella di tutti gli altri primati.
Contesta poi l’opinione che l’agricoltura, iniziata diecimila anni fa, abbia automaticamente portato ad una migliore condizione di vita. Infatti riesce a provare che la fase precedente dei raccoglitori-cacciatori garantiva una migliore qualità della vita. Per esempio l’assunzione media giornaliera di cibo che hanno i boscimani è superiore alla “razione giornaliera raccomandata” americana. Sottolineando poi il fatto che i boscimani utilizzano ben 85 piante diverse nella loro alimentazione fatto questo che gli garantisce di non incorrere in gravi disastri come quello della carestia del 1840 avvenuta in Irlanda quando un milione di persone morirono di fame a causa della distruzione delle colture di patate loro quasi unico alimento.
Infatti la comparazione della altezza media in Grecia e Turchia dimostra che verso la fine dell’era glaciale l’altezza media era per gli uomini di 1.78 cm e di 1.68 cm per le donne mentre nel 4000 a.C. con l’arrivo dell’agricoltura la statura calò nettamente (1.60 cm per gli uomini e 1.55 cm per le donne).
E spetta proprio all’agricoltura la responsabilità della divisioni in classi con una minoranza ben nutrita ed una maggioranza al contrario che peggiorò le sue condizioni di salute. Infatti l’agricoltura ha provocato un surplus alimentare che ha favorito la nascita di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade di raccoglitori-cacciatori non poteva certamente permettersi.
Ed proprio con l’aumento della popolazione dovuto all’agricoltura che abbiamo il sorgere di malattie epidemiche che contribuiranno in seguito con l’avvento del colonialismo a provocare lo sterminio delle popolazioni indigene. Infatti le popolazioni europee hanno vissuto per secoli in società affollate dove la principale causa di morte erano le malattie infettive a carattere epidemico (vaiolo, peste, ecc.) e ovviamente chi riusciva a sopravvivere trasmetteva i propri geni alla prole, geni che le popolazioni indigene del continente americano ed australiano non possedevano.


Un capitolo importante di questo testo è riservato al genocidio il quale contrariamente a quello che si pensa ha molti antecedenti animali basti pensare ai nostri cugini Scimpanzé e che in realtà non è un fenomeno del solo XX secolo essendo questo invece presente in tutta la storia dell’umanità. Infatti le guerre tra greci e troiani, di Roma e Cartagine come quelle degli assiri e babilonesi avevano un obiettivo comune: l’uccisione di tutti gli sconfitti. La sola differenza col passato è che noi oggi disponiamo di armi così devastanti che hanno amplificato gli effetti mettendo a rischio l’esistenza di tutto il nostro pianeta.
E i genocidi compiuti in passato sono arrivati a ottenere la “soluzione finale” basti ricordare quello avvenuto in Tasmania ad opera dei coloni europei che sterminarono completamente gli abitanti di questa isola o molto vicini come quello degli amerindi compiuto dagli statunitensi.
Ed è proprio perché il genocidio ha fatto parte del retaggio umano e preumano per milioni di anni che Diamond ritiene indispensabile la necessità di studiarlo e di comprenderlo. Giungendo alle stesse conclusioni di Hannah Arendt: non sono soltanto pochi individui crudeli che lo possono commettere, ma al contrario il potenziale omicida è in ciascuno di noi.
Diamond poi si pone un interrogativo che sarà lo spunto del suo testo più famoso Armi, acciaio e malattie  vincitore del prestigioso Premio Pulitzer:

I discendenti degli afroasiatici, soprattutto quelli stanziati in Europa e nell’Asia orientale, più quelli trapiantati in Nord America, dominano il pianeta con il loro potere e la loro ricchezza. Molti altri popoli, come gli africani, si sono liberati del colonialismo europeo, ma rimangono poveri. Altri popoli ancora, come gli abitanti originali dell’America, dell’Australia e di alcune zone del Sudafrica, non sono nemmeno padroni della loro terra, essendo stati decimati (in alcuni casi sterminati) e soggiogati dai coloni bianchi.
Possiamo allora riformulare la domanda così: perché la ricchezza e il potere sono distribuiti in questo modo? Perché, ad esempio, gli aborigeni australiani non si sono messi a un certo punto a massacrare e a conquistare gli europei e i giapponesi? (…) Perché l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo così diversi nei vari continenti?

La risposta che da Diamond a questa domanda è semplicemente rivoluzionaria. Se il mondo occidentale è riuscito a conquistare e a dominare il resto dell’umanità non è dovuto ad una sua presunta ed infondata supremazia biologica, ma soltanto grazie alle differenti caratteristiche ambientali. La civiltà occidentale si è sviluppata a partire da una particolare regione del pianeta denominata dall’archeologo statunitense Breasted la mezzaluna fertile che era situata nel Medio Oriente (Mesopotamia, Levante ed Antico Egitto) la quale è stata il motore della rapida diffusione dell’agricoltura attorno all’8.000 a.C. grazie al clima mediterraneo, alle diverse specie presenti di cereali e legumi selvatici (orzo, piselli, ceci, ecc.) e dove la presenza di quattro delle cinque più importanti specie di animali da allevamento: mucche, capre, pecore e maiali (mentre il cavallo che sarà poi presente in questa zona era originario delle steppe orientali dell’Asia) hanno permesso all’uomo di sviluppare la pastorizia e come nel caso del cavallo di potere viaggiare più velocemente di quanto gli potessero permettere le sue gambe oltre che a trasformare l’arte della guerra.
E’ evidente che era impossibile per gli aborigeni australiani dedicarsi alla pastorizia in mancanza di pecore o capre oppure dedicarsi all’agricoltura in un continente dove mancava la materia prima. O come nel caso degli amerindi la mancanza di animali di grossa taglia come il cavallo, l’asino o il cammello non permettevano certamente rapidi spostamenti o il trasporto di grandi quantità di merci (il lama è presente soltanto nelle zone andine e non è certamente paragonabile all’utilità di un cavallo). Insomma i popoli che si trovavano nella Mezzaluna fertile si poterono affacciare alla storia con una tecnologia più avanzata e con una complessità sociale derivanti proprio da queste caratteristiche ambientali senza dimenticare le malattie epidemiche con le quali infettavano gli altri.
E l’incontro sicuramente tra i più drammatici ed emblematici tra gli europei e le popolazioni dei Nuovi Mondi fu quello che avvenne tra un pugno di soldati spagnoli guidati da Francisco Pizarro e l'Impero degli Incas.
Con soli 168 soldati (62 cavalieri e 106 fanti) Pizarro riuscì a sconfiggere, sterminare e distruggere un Impero forte di un esercito composto da 80.000 uomini grazie al fatto di essere in possesso di una tecnologia bellica superiore: spade e armature di acciaio, fucili e cavalli che gli Incas non avevano mai visto.
168 soldati sconfissero questo esercito senza subire nessuna perdita.
A dare poi il colpo mortale all’Impero Incas fu l’epidemia di vaiolo trasmessa dagli stessi Conquistadores.


In un’altro celebre lavoro di Diamond, Collasso, la sua riflessione si rivolge all’interrogativo del perché alcune società si sono auto distrutte o hanno irrimediabilmente distrutto il loro ecosistema.
Un esempio emblematico di come una civiltà sceglie l’autodistruzione è data dal mistero –oggi non più tale- dell’isola di Pasqua.
Scoperta nel 1722, con i suoi abitanti polinesiani, questa isola deserta e arida situata nell’Oceano Pacifico a ben 3700 Km ad ovest del Cile colpì subito l’immaginazione dei primi esploratori europei grazie alle centinaia di statue alte fino agli 11 metri e pesanti fino ad 85 tonnellate. Altre statue vennero trovate incompiute nelle cave vulcaniche lontane chilometri dalle statue che si trovavano nell’isola
Ma chi le aveva scolpite? Come potevano essere state trasportate e sollevate in posizione eretta?
La popolazione locale non conosceva né il metallo né tantomeno la ruota.
Ma questo mistero venne risolto in fondo abbastanza velocemente. Infatti gli esploratori europei appresero dagli abitanti dell’isola che i loro antenati usavano i tronchi degli alberi prima come rulli per il trasporto delle statue e poi come leve per sollevarle in piedi. Soltanto che non erano rimasti più alberi nell’isola. Quando nel 400 d.C. i polinesiani la colonizzarono questa isola era coperta da foreste. Furono loro ad abbattere gli alberi per il trasporto di queste statue e per la costruzione di canoe.
La deforestazione ebbe quindi come tragica conseguenza la carestia provocata da un lato dall’erosione del suolo che fece crollare i raccolti e la mancanza di materiale per costruire le canoe necessarie per la pesca. L’aumento poi della popolazione provocò guerre intestine e cannibalismo.
Ora questa storia è un chiaro esempio di come una civiltà sceglie di autodistruggersi.
Diamond in questo testo studia altre civiltà, più o meno famose, che hanno fatto la medesima scelta: i Maya, gli Anasazi, le colonie vichinga della Groenlandia, della Vinlandia (situata nell’isola canadese di Terranova) e dell’Islanda.
E ancora oggi, per esempio, l’Islanda è il paese più devastato d’Europa grazie alle conseguenze dell’insediamento vichingo che distrusse gran parte della vegetazione e dove metà del suolo originario venne eroso e trascinato nell’oceano. E questo capitale di suolo e vegetazione che aveva impiegato diecimila anni per formarsi venne consumato soltanto nel giro di pochi decenni di colonizzazione vichinga.
Certamente l’ambiente è stato fondamentale per la nascita delle civiltà, ma per la loro sopravvivenza ed il loro sviluppo intervengono sicuramente altri fattori: la capacità di gestire le risorse, i cambiamenti climatici, il ruolo delle popolazioni nemiche, la gestione delle relazioni commerciali. Ad esempio, le cause ambientali non sono state fondamentali per il crollo di Cartagine o dell’Unione sovietica, ma lo sono state sicuramente per i Maya o la civiltà che si era sviluppata nell’isola di Pasqua.
Pochi giorni fa, e per la precisione il 31 ottobre, abbiamo sfondato ufficialmente il tetto dei 7 miliardi di esseri umani sul nostro pianeta. Nel 1600, cioè ieri, eravamo soltanto mezzo miliardo.
Già oggi incontriamo grandi difficoltà a sostenere uno stile di vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone. Adesso che la Cina e gli altri paesi in via di sviluppo stanno cercando di raggiungere il nostro stesso tasso di consumo emerge un problema apparentemente insolubile.
Il nostro mondo non ha abbastanza risorse per consentire alla Cina, per non parlare degli altri, di aumentare i propri tassi di consumo e portarli ai nostri livelli.
Non abbiamo scelta, volenti o nolenti molto presto avremo indici di consumo inferiori agli attuali, in quanto insostenibili. Ma per nostra fortuna gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Infatti molti consumi costituiscono uno spreco.
Gli errori del passato non possono non farci riflettere e ci portano inevitabilmente ad interrogarci sul futuro dell’umanità: supereremo questa crisi ecologica o siamo destinati al collasso? Secondo Diamond se saremo in grado di imparare dai nostri errori potremmo farcela:

A chi mi chiede se sono ottimista o pessimista sul futuro del mondo rispondo che sono cautamente ottimista. Da un lato, riconosco la gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare. Se non facciamo lo sforzo di risolverli, in modo risoluto, e se non ci riusciamo, nel giro di pochi decenni assisteremo al declino dei nostri standard di vita o, forse, a qualcosa di peggio. (…) Nessuno dei nostri problemi è davvero impossibile da risolvere. Corriamo grossi pericoli, ma non al di là del nostro controllo, come potrebbe essere una collisione con un asteroide, (…) Si tratta, invece di rischi che abbiamo creato e continuiamo a creare noi stessi. Siamo noi la causa dei danni ambientali e per questo abbiamo la possibilità di controllarli: spetta a noi la scelta di smettere. Il futuro è a nostra disposizione: dobbiamo prenderne le redini.



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Bibliografia delle opere di Diamond pubblicate in italiano:
In tre pagine non si può certamente sintetizzare il pensiero di questo grande umanista. Per coloro che si avvicinano per la prima volta alle opere di Diamond consiglio dapprima la lettura di quello che è la sua opera più famosa: Armi, acciaio e malattie

Il terzo scimpanzé - Ascesa e caduta del primate Homo sapiens - Bollati Boringhieri -1994

L’evoluzione della sessualità umana – Sansoni - 1998

Armi, acciaio e malattie – Einaudi -1998

Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Einaudi - 2005

Perché il sesso è divertente? - Rizzoli (2006)

Esperimenti naturali di storia, con James Robinson - Codice Edizioni – 2011


9 novembre 2011

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

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