martedì 18 giugno 2013

ULTIMO ATTO PER RIFONDAZIONE COMUNISTA di Claudio Bellotti




ULTIMO ATTO PER RIFONDAZIONE COMUNISTA
di Claudio Bellotti


Del Partito della Rifondazione comunista rimane solo una cosa: alcune migliaia di militanti. Non esiste un gruppo dirigente che possa dirsi tale, non una linea politica, non un’azione coordinata. Non c’è più il quotidiano, sono finiti i fondi, le sedi sono in vendita, l’apparato in via di smantellamento. I voti sono gli stessi di Democrazia Proletaria negli anni ’80 e il numero di attivisti non è di molto diverso.

Non esistono veri insediamenti organizzati nelle fabbriche o in altri settori di classe lavoratrice; la presenza giovanile si è ridotta ai minimi termini e l’organizzazione giovanile è solo terreno di scontro per micro-repliche delle divisioni della segreteria, priva di elaborazione e intervento reali.
Alcune centinaia di circoli tentano, con mezzi propri e privi di riferimenti politici e organizzativi centrali, di mantenere un intervento rivolgendosi al proprio territorio.
Esiste poi una presenza istituzionale che per quanto ridotta, quasi dovunque riesce incredibilmente a mantenere intatta la propria inossidabile propensione governista, ripetendone inesorabilmente gli esiti nefasti. La “primavera” di Milano e Napoli sta finendo in lacrime; Napoli è la federazione che ha avuto il maggiore tracollo di iscritti negli ultimi due anni, proprio in corrispondenza della massima esposizione istituzionale nel governo comunale.
Chi si domanda, o ci domanda, per quali vie si potrebbe rilanciare il partito, deve innanzitutto partire da questi dati di fatto. La liquidazione di Rifondazione non è stata messa nero su bianco in un atto formale, ma si è affermata nella realtà come risultato di una serie di sconfitte generate da una linea fallimentare.

Le radici della sconfitta

Come area politica ci siamo battuti sistematicamente contro questo esito. Ci siamo opposti alle scissioni del 2006-2007, convinti della necessità di una battaglia contro la deriva governista; abbiamo partecipato a una maggioranza che si proponeva come fine principale quello di impedire la liquidazione proposta nel congresso di Chianciano dalla mozione Vendola; quando tale maggioranza è stata volontariamente disfatta da Ferrero e Grassi abbiamo contrastato la dissoluzione progressiva (dalla Federazione della Sinistra fino a Rivoluzione Civile); fino all’ultimo abbiamo tentato di impedire le scelte disastrose delle elezioni di quest’anno, dichiarandoci disponibili a sostenere anche la più difficile delle campagne elettorali alla sola condizione che il partito non si presentasse in una condizione che ne sfigurava non solo il programma, ma anche l’identità politica.
Non è stato sufficiente. La maggioranza che dal 2009 ha diretto il Prc ha ritenuto che fosse cosa intelligente unirsi con Diliberto, con Salvi, con i professori di Alba, con De Magistris, con Di Pietro, infine con Ingroia… insomma con chiunque pur di non ascoltare le semplici verità che abbiamo difeso e che sono scritte nero su bianco nei documenti dell’ultimo congresso e nei dibattiti e risoluzioni degli organismi dirigenti.
Oggi, come conseguenza di questa serie di sconfitte, non esiste un solo settore del gruppo dirigente nazionale che creda di poter rilanciare il Prc; la discussione è solo sul come e quando mettere la parola fine. Questo è lo stato reale di Rifondazione comunista oggi; chi dice il contrario illude e si illude.
Prima di ragionare sulle prospettive abbiamo il dovere preciso di dare una spiegazione di quanto è avvenuto. Nessuna delle aree politiche che compongono la segreteria del Prc è in condizioni di dare tale spiegazione per il semplice motivo che sono state le loro scelte a determinare questa sconfitta. Sentiamo ultimamente molte autocritiche e solenni impegni a “imparare dagli errori”. Ma correggere gli errori non significa dire “non lo faremo più”: significa andare alla radice che li ha determinati, ossia identificare le basi teoriche, politiche, organizzative e pratiche che hanno reso possibili le scelte che ci hanno condotto fino a qui.

Il lungo filo del governismo

Uno dei fili che ha cucito la storia del Prc è stato indubbiamente il governismo, mai sconfitto nonostante le ripetute scissioni verso destra, nazionali e locali. L’idea di condizionare il centrosinistra governandoci assieme non è mai stata realmente messa in discussione. Dal “tirare la corda senza romperla” di Cossutta fino al “governo debole, movimenti forti” di Bertinotti, questa prospettiva è stata variamente giustificata e puntualmente ogni volta si è dimostrata catastrofica.
Ricordiamo alcuni passaggi decisivi. 1996: patto di desistenza fra il Prc e l’Ulivo, il partito sostiene dall’esterno il governo Prodi fino all’autunno del 1998. Tra i provvedimenti più pesanti passati con il voto di Rifondazione ci sono il Pacchetto Treu, esordio in grande stile della precarietà lavorativa in Italia; oltre 100mila miliardi (di lire) di privatizzazioni; l’Autonomia scolastica, apertura dei processi di privatizzazione nella scuola; la legge Turco-Napolitano che istituisce per la prima volta i centri di detenzione per gli immigrati. L’ultimo provvedimento approvato con l’appoggio del Prc nonostante la coalizione fosse già rotta è l’abolizione dell’equo canone.
Marzo 2005: nel congresso di Venezia si approva la coalizione con l’Unione, sempre diretta da Prodi, poi sancita dalla partecipazione alle primarie nell’autunno. Dopo la risicata vittoria elettorale del 2006 Bertinotti viene eletto presidente della Camera e il Prc entra al governo con un ministro (Ferrero al welfare) e sei sottosegretari. Risultati nulli: vengono ribadite la partecipazione alla guerra in Afghanistan, la costruzione della base Usa a Vicenza e il Tav in Valsusa. Nell’estate del 2007 viene “corretta” la riforma Maroni sulle pensioni, e contestualmente si lancia in grande stile l’operazione Tfr-Fondi pensione, propedeutica all’ulteriore svuotamento del sistema pensionistico pubblico. Il partito ingoia, la Cgil tiene un referendum assai dubbio nel quale chiede ai lavoratori di approvare; la Fiom si oppone, il partito tace e il responsabile lavoro Zipponi (poi trasmigrato con Di Pietro) pone un veto alla pubblicazione di materiale del partito che inviti a votare No.
L’esperienza finisce ingloriosamente con la sconfitta elettorale dell’Arcobaleno che unisce quattro partiti (Prc, Pdci, Verdi, Sinistra democratica) che complessivamente contavano un centinaio di parlamentari, cancellandoli in un solo colpo dal panorama parlamentare.
Il governismo non è mai stato sconfitto nonostante le numerose scissioni di destra, anche per il suo continuo replicarsi sul terreno delle amministrazioni locali, dove la linea di gran lunga prevalente è sempre quella dell’accordo con il centrosinistra, salvo eccezioni perlopiù dettate dalle esclusioni decise dal Pd. Il partito governa per anni o decenni l’Emilia Romagna, l’Umbria, la Toscana, il Lazio (quando il centrosinistra vince), la Campania, la Puglia, ecc. così come Roma, Napoli, Venezia e numerose altre città importanti. L’esistenza di un partito degli “istituzionali”, consiglieri e assessori, che ha sempre condizionato in modo pesante la linea politica costituendo quasi un partito a sé è un dato che attraversa tutta la storia di Rifondazione.

Movimentismo: andata e ritorno

In alcune fasi questo istituzionalismo ossificato è stato apparentemente messo in ombra da una tendenza di tipo diverso, che è corretto definire massimalista o movimentista. Questo è stato vero soprattutto tra il 2000 e il 2005, quando Bertinotti utilizzò a piene mani l’armamentario ideologico del movimento No Global per consolidare la propria presa sul partito. Tuttavia il radicalismo di cui si alimentava non si fondava su una visione classista, bensì sulla produzione ideologica di quella piccola borghesia intellettuale sempre insoddisfatta del presente, che chiede sempre di andare “oltre”, ma che non è mai stata in grado né di dare una lettura materialista e classista del conflitto sociale, né di prospettare una reale alternativa alla società capitalista. All’interno del movimento, Bertinotti e la sua corrente scelgono sistematicamente le idee più confuse, più arretrate, più informi per fondare la propria polemica.
È così che nell’elaborazione della linea di Rifondazione concetti quali la “non violenza”, il “movimento”, la “pace”, il “terrorismo”, la “guerra” ecc. perdono qualsiasi relazione con la realtà sociale e si trasformano in entità metafisiche. Su questa vera e propria fioritura di idealismo filosofico si fonda anche una sistematica offensiva contro ogni idea di salda organizzazione della classe. Nelle polemiche contro il concetto di imperialismo, di rivoluzione, in ultima analisi contro la lotta di classe e soprattutto contro il suo sbocco rivoluzionario, tornano a galla tutte le possibili varianti del socialismo utopistico, dell’anarchismo e del massimalismo: è il prezzo pesante che paga un partito che, nato per la rifondazione del comunismo, non ha mai saputo esprimere una compiuta analisi marxista dello stalinismo e in generale dei processi di rivoluzione e controrivoluzione che hanno attraversato il XX secolo. Il vuoto viene rumorosamente coperto da un’alluvione di “nuovismo”: innovazione, nuovo capitalismo, nuovo movimento operaio…
I “furori” movimentisti hanno mestamente termine con il rientro nell’alleanza di governo nel 2005.

Il frutto della sconfitta

Il Prc non è mai stato il partito maggioritario fra i lavoratori italiani, anche se nei suoi momenti di maggiore forza raggruppava indubbiamente gran parte degli attivisti più combattivi e aveva quindi la potenzialità per diventare la forza decisiva nel movimento operaio. Ma la lotta per l’egemonia è stata il vero, grande assente negli oltre vent’anni della sua esistenza. L’avere dissipato questo patrimonio ha fatto sì che, da potenziale soluzione del problema, il Prc si trasformasse in una delle sue principali cause.
Nel movimento operaio i partiti non nascono né muoiono tutti i giorni, al contrario. Solo le grandi rotture storiche, i movimenti di massa, hanno generato nuove formazioni politiche. Il Partito comunista nacque dal Partito socialista come parte di una rottura avvenuta su scala mondiale con la Prima guerra mondiale e la rivoluzione d’ottobre. A un livello inferiore, il Psiup nacque come conseguenza della entrata del Psi nel primo governo di centrosinistra in Italia. La stessa Rifondazione, pur nata in un contesto di prevalente riflusso delle lotte, fu un prodotto del crollo del blocco sovietico e delle conseguenze che esso produsse nei partiti comunisti a livello internazionale.
Questi esempi ci fanno comprendere come l’assenza di un partito di classe nel nostro paese non può essere colmata con invettive, appelli e autoproclamazioni. Chi ha provato a percorrere queste vie in questi anni ha generato non nuovi partiti, ma solo delle sette politiche o delle caricature di partito, incapaci di incidere sul conflitto di classe reale.
Oggi chi dice che il Prc può rinascere “dal basso”, dal puro attivismo, dimostra sicuramente generosità e volontà di lotta, ma commette un errore. Una casa non si inizia a costruire accumulando un mattone sopra l’altro: si deve cominciare da un progetto. Tale progetto per noi deve essere il programma e la teoria sul quale esso si fonda.
Questo non significa progettare un partito in provetta. La spinta della classe sarà determinante nel generare le condizioni perché il vuoto della sinistra italiana venga colmato. Senza tale spinta qualsiasi progetto cadrà nel velleitarismo o nell’opportunismo. Tuttavia se sono crollati gli assi politici e organizzativi attorno ai quali per oltre vent’anni si è retto il Prc, è necessario crearne di nuovi. Il partito di classe nascerà dall’intreccio tra spinta obiettiva, storica, e azione soggettiva. Qui si deve collocare il nostro intervento, sapendo tuttavia che non sarà un percorso che compiremo nel vuoto, ma in presenza di correnti burocratiche che tenteranno di imporre la loro egemonia.
Per non perdere la rotta è quindi necessario avere chiaro dove ci troviamo. Per vent’anni i destini della sinistra si sono in gran parte legati alle scelte che compiva il Prc, oggi non è più così. La ricerca di un’alternativa si è incanalata per altre vie, nel voto a Grillo e anche nei fenomeni di rottura che attraversano il centrosinistra nelle sue varie articolazioni. Il fatto che Sel sia stata costretta a ricollocarsi all’opposizione, le divisioni del Pd, la definizione in forma embrionale di un campo di sinistra riformista che tenta di esercitare un proprio ruolo, sono un sottoprodotto di questa spinta, così come il fatto che il gruppo dirigente della Fiom da diversi anni abbia tentato di agire sul terreno politico (con quali esiti è un’altra questione).
È un fatto aberrante che gruppi dirigenti ultraopportunisti quale quello di Sel o peggio dell’area “laburista” del Pd possano presentarsi come l’unico riferimento della sinistra in Italia, e tuttavia è un fatto. Ci ricorda che gli errori politici madornali quali quelli compiuti per anni dai dirigenti del Prc producono sconfitte, e le sconfitte si pagano tutte, care e in contanti. Non basta maledire il destino cinico e baro, bisogna capire che la nostra battaglia continua su un terreno che le circostanze concrete hanno mutato.

La nostra battaglia per il partito di classe

Al congresso di Napoli (fine 2011) proponemmo nella nostra mozione (“Per il partito di classe”) che il Prc si ponesse come elemento propulsore di un partito di classe nel nostro paese, incalzando quelle organizzazioni e realtà che rappresentavano degli effettivi punti di riferimento nel movimento operaio. Oggi questa proposta non è più praticabile negli stessi termini, il Prc non può essere elemento propulsore ma è costretto ad attendere lo sviluppo di processi determinati da altri attori: Sel, la “sinistra” Pd, il gruppo dirigente della Fiom, altri settori dell’apparato della Cgil.
Non dobbiamo tuttavia leggere le prospettive solo guardando a ciò che avviene negli ambiti burocratici e istituzionali, che sono la parte più arretrata e meno consapevole di quanto matura nel conflitto di classe. Il quadro dei “vertici” è molto chiaro: ciascuno guarda, attendendo, cosa succede alla propria destra: i dirigenti del Prc attendono cosa succede in Sel, Sel guarda a cosa succede nel Pd, Landini guarda a cosa fa la Camusso, la Camusso, si aggrappa a Cisl e Uil, e tutti assieme si aggrappano al governo Alfano-Letta… ma la storia non finisce qui. L’insieme di questo farraginoso meccanismo produce una gigantesca paralisi, ossia prepara una ancor più gigantesca esplosione sociale e politica.
I fattori che la preparano sono sotto gli occhi di tutti, basta saperli vedere. 1) Una crisi economica e sociale di cui non si vede la fine e che incide direttamente e in modo immediato sulla vita di milioni di persone. 2) Un governo sostanzialmente paralizzato e debole, ma che sarà tuttavia costretto a nuovi attacchi ai lavoratori e allo Stato sociale. 3) Una sinistra debole, frantumata e incapace di offrire un riferimento credibile. 4) Dirigenti sindacali asserviti al governo e alla collaborazione di classe. 5) Il fallimento delle elezioni che non hanno portato nessuna soluzione dei problemi. La somma di questi fattori e la impossibilità che alcuno di questi cambi nel prossimo periodo rende inevitabile una reazione diretta, di piazza, da parte dei lavoratori e dei giovani, che non hanno alcun altro strumento per esprimersi.
Ma sarà proprio questo processo a rendere ancora più evidente e bruciante l’urgenza di costruire uno strumento politico, un partito capace di dare espressione a queste aspirazioni. La storia anche recente ci insegna che tali processi non si svolgono nel vuoto, in forma “pura” e perfetta, ma che si sviluppano attraverso mille contraddizioni e convulsioni, sollevando nuovi protagonisti e nuove organizzazioni e rivoluzionando più e più volte le organizzazioni esistenti, particolarmente quelle che hanno un effettivo rapporto con la classe.
È questo lo scenario nel quale dovrà trovare anche una soluzione la crisi della sinistra e nel quale dobbiamo intervenire. Il nostro lavoro come tendenza politica non può sostituirsi al processo reale, di massa, di mobilitazione, organizzazione e presa di coscienza che in ultima analisi è il fattore decisivo della storia. È invece un lavoro indispensabile per aggregare quell’avanguardia che possa intervenire in ogni fase della lotta di classe e costituire il settore più consapevole, organizzato e conseguente del movimento operaio.
Quanto abbiamo realizzato fino ad oggi è un capitale prezioso che non verrà conservato in qualche cassaforte, ma verrà investito nel processo più ampio di costruzione del partito di classe, affinché questo nasca e sia lo strumento oggi necessario al rovesciamento di questo sistema ormai marcio.
A tutti coloro che hanno lottato per anni nel Prc e che oggi si interrogano sulle sorti del partito non indichiamo quindi alcun abbandono, né liquidazione, ma proponiamo questa prospettiva: non abbandonare la lotta, ma abbandonare un gruppo dirigente ormai privo di qualsiasi giustificazione della sua esistenza, e contribuire assieme a noi a questo compito più che mai necessario.

17 Giugno 2013


dal sito http://www.marxismo.net/


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