Diari di Cineclub

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martedì 9 ottobre 2012

MOZIONE PER UN PARTITO DEL LAVORO di Riccardo Achilli, Antonio di Pasquale, Norberto Fragiacomo, Stefano Santarelli



Pubblichiamo questo  contributo di Riccardo Achilli, Antonio di Pasquale, Norberto Fragiacomo e Stefano Santarelli per gli STATI GENERALI PER L'ALTERNATIVA SOCIALISTA del 24 novembre 2012 organizzata da:
SOCIALISMO E SINISTRA/SINISTRA SOCIALISTA/LEGA DEI SOCIALISTI


MOZIONE PER UN PARTITO DEL LAVORO
di Riccardo Achilli, Antonio di Pasquale, Norberto Fragiacomo, Stefano Santarelli




1- Contesto generale


L’Italia, come del resto l'intero capitalismo occidentale, è alle prese con una crisi di paradigma, dalla quale è evidente oramai che non si può uscire con i normali rimedi, di stampo liberista, che hanno creato i presupposti per la crisi stessa, e nemmeno con un keynesianesimo ibridato, nel quale viene sdoganata soltanto la spesa pubblica in grado di generare effetti sui fattori di competitività dal lato dell'offerta, poiché è chiaro che tali effetti si genererebbero, al più, nel medio e lungo periodo, quando, per dirla con Keynes, “saremo tutti morti”.
La profondità della crisi da sovrapproduzione innescata dal declino di tutte le componenti di domanda aggregata, e quindi non soltanto dagli investimenti, ma anche dai consumi privati e pubblici (questi ultimi fatti scendere artificiosamente con le operazioni di spending review) è il prodotto di una contraddizione interna al capitalismo finanziarizzato e terziarizzato, che può essere sanata soltanto con un modello economico e sociale diverso.
E' evidente che il disegno di ristrutturazione sociale di impronta liberista in atto in Europa, che prelude ad una redistribuzione globale della ricchezza, non potrà far ripartire la crescita globale, se le stesse locomotive di tale crescita (Stati Uniti, Germania, economie BRICS) rallentano perché non possono più esportare su mercati europei impoveriti, ed hanno al contempo limiti strutturali allo sviluppo del loro mercato interno (l'enorme disavanzo di bilancio nel caso degli USA, le contraddizioni di un modello di crescita basato sul costo del lavoro basso e i problemi di contenimento dell'immigrazione interna di popolazione rurale nel caso della Cina, ad esempio). Così come è evidente che gli spread sui debiti sovrani dell'area-euro non potranno ridursi (se non nell'immediato, per effetti di fiducia di breve respiro) con acquisti di titoli a breve termine, che spostano la speculazione sul medio-lungo termine, in condizioni in cui gli stessi meccanismi di rimborso del debito pubblico per i Paesi PIIGS, previsti dal fiscal compact, non sono considerati credibili dagli stessi mercati, perché innescano effetti recessivi con impatti endogeni di peggioramento degli stessi debiti pubblici. Né suggestioni di quantitative easing, in una condizione in cui i mercati monetari europei si trovano all'interno di una trappola della liquidità, possono avere effetti reali di tipo strutturale, se non si torna a lavorare sull'allargamento della base produttiva ed occupazionale delle nostra economie.
In un contesto macroeconomico così grave, per la prima volta nella storia in un modo così evidente, la politica si ritrova in una posizione di subordinazione assoluta alle esigenze del capitale finanziario, esigenze che hanno creato di fatto la crisi che viviamo, e che determinano quella stessa inefficace ricetta liberista di risposta alla crisi che la aggrava ulteriormente. Tale subordinazione è frutto di numerosi fattori, alcuni interni agli stessi meccanismi di rappresentanza dei sistemi democratici liberali, altri derivanti da una cultura, abbracciata anche da una sinistra alla ricerca di presunte patenti di “modernità”, in cui lo Stato, e quindi la politica, deve al massimo operare come regolatore, per correggere alcuni fallimenti di mercato nel processo walrasiano di raggiungimento di un ipotetico equilibrio ideale di lungo periodo di piena occupazione e di massimizzazione dei redditi da parte dei mercati lasciati liberi di. La storia del capitalismo si è incaricata di dimostrare come tale approccio sia fallace, nella misura in cui l'equilibrio di piena occupazione “ideale” dei mercati lasciati liberi di operare non esiste.
In un quadro globale di impotenza della politica, la politica italiana è particolarmente succube agli interessi economici del capitale finanziario, perché lo stesso sistema istituzionale e dei corpi intermedi di rappresentanza è totalmente delegittimato agli occhi dei cittadini, dopo il disastro della seconda Repubblica e di vent'anni di berlusconismo, ed il sostanziale rifiuto (dettato anche da opportunismo) da parte di ampi strati della sinistra ad esercitare il suo ruolo di proposizione di un diverso sistema economico e sociale. In ragione di tale peculiare debolezza della politica italiana, l'attacco di Monti è stato veramente a tutto campo e rischia di distruggere anche quel poco di stato sociale che è rimasto, nella misura in cui dietro una presunta “uscita dalla crisi” del debito si è nascosta una operazione di ristrutturazione liberista della società italiana e dei modi di produzione del nostro capitalismo, perseguita da decenni dalla nostra borghesia, anche tramite governi di centro-sinistra (ricordiamo chi promulgò la legge Treu, quali governi fossero dietro la privatizzazione di tutti gli asset strategici della nostra economia). In tale fase, una borghesia nazionale storicamente incapace di svolgere il suo ruolo innovatore si è saldata, in una perfetta logica compradora degna di uno Stato post-coloniale africano, con gli interessi del capitale finanziario globale, trovando in Mario Monti (figura peraltro mediocre intellettualmente e politicamente) il garante di tale saldatura. Garante peraltro pressoché insostituibile per gli interessi borghesi anche per il prossimo futuro post-elezioni del 2013, il che misura la pochezza di tale classe nella realtà italiana attuale.Il governo Monti e la sua nefasta politica, nata come soluzione di emergenza, rischia infatti di essere invece una soluzione permanente per la borghesia italiana. Non a caso il PD e l’UDC hanno appoggiato tutti i provvedimenti di macelleria sociale del Governo Monti (ivi compreso il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio, rispetto al quale, in vigenza del precedente governo Berlusconi, Bersani si era dichiarato contrario).









2 – E la sinistra?


Di fronte a questo attacco, la sinistra (senza parlare del PD che non ne fa più parte, altro sono però i suoi militanti ed elettori) non è stata in grado di proporre una seria alternativa, costringendo un sindacato come la FIOM ad essere, per un certo periodo, il solo ed unico punto di riferimento per la sinistra politica italiana (e sicuramente occuperà ancora un ruolo politico, perché la discesa in campo della Marano in Sicilia è un laboratorio in tal senso, e perché lo stesso Airaudo ha annunciato un impegno politico maggiore da parte della FIOM).
D'altra parte, si intravedono i primi segnali di riscatto da parte dei lavoratori, nella mobilitazione per tenere insieme diritti del lavoro e dell'ambiente, prefigurando un nuovo modello economico e sociale, nel caso dell'llva, ma anche nell'eroica resistenza di minatori sardi del Carbosulcis, e nella vertenza Alcoa. Così come i segnali di reazione del mondo giovanile, cui abbiamo assistito in questi giorni, in difesa della scuola pubblica e dei diritti, sono molto incoraggianti, ed hanno scatenato una reazione repressiva di dimensioni spropositate, indicando nervosismo fra le fila del Governo.
Tuttavia, l'assenza di una sinistra politica e sindacale credibile e con sufficiente radicamento di classe impedisce che tali episodi generino una generalizzata fase di lotta di classe, estesa all'intero mondo del lavoro ed alla società nel suo insieme, mentre la segmentazione esistente sul mercato del lavoro, che la cosiddetta riforma-Fornero non elimina, ostacolano la pur necessaria lotta unitaria di tutti i lavoratori, divisi anche per linee generazionali da una fasulla politica a favore dell'occupazione giovanile perseguita dai “tecnici”, e accompagnata dalla falsa idea secondo cui il modestissimo tasso di occupazione giovanile, fra i piu' bassi d'Europa, sia da attribuirsi agli egoismi dei pensionati o dei lavoratori ultracinquantenni
Purtroppo l'atteggiamento criminale dei Black Bloc che si è verificato il 15 ottobre 2011 alla manifestazione degli Indignados che poteva essere un iniziale punto di partenza ha lasciato ilsegno.
Oltretutto va segnalato che questi criminali (perché di criminali si tratta) che hanno impedito il pacifico sviluppo di questo corteo affinché i partecipanti potessero gridare le proprie ragioni, hanno trasformato questa manifestazione in un assurdo gioco di guerra con azioni stupidamente violente e con effetti politici totalmente devastanti e non sono stati neanche in grado di mobilitarsi per difendere i “compagni” arrestati, facendo rimpiangere in questo la vecchia Autonomia operaia.
La situazione è incerta: non sappiamo nemmeno se voteremo con l’attuale legge elettorale, il famigerato porcellum, che è riuscito a portare in Parlamento non degli eletti dal popolo ma dei mediocri e sconosciuti personaggi nominati da segreterie di partiti che al contrario di quelli della cosiddetta I Repubblica sono spesso completamente inesistenti nella vita civile e nei territori. Ilporcellum è talmente inviso dagli italiani che non è stato difficile per i comitati referendari raccogliere il milione di firme per la sua abrogazione, firme che la Corte Costituzionale si è ben guardata da avallare dichiarando questo referendum inammissibile. Le proposte di una nuova legge elettorale portate dal PD, dall’UDC e del PDL rischiano di fare rimpiangere il porcellum , il che non era facile.
Intendiamoci: oggi una riforma elettorale appare agli occhi dei cittadini una questione completamente secondaria visto che i loro problemi principali derivano dal lavoro, dal reddito, dalle pensioni, dai servizi, ecc. Ma la riforma elettorale è un passaggio essenziale per lo sviluppo della lotta politica, anche se nel frangente attuale non può considerarsi l'unico elemento in gioco: abili maneggi sulle regole della legge elettorale, e gerrymandering dei collegi e delle circoscrizioni, sono infatti mirati proprio a riprodurre il sistema di potere, sempre piu' oligarchico, che risponde agli interessi del capitale finanziario (e la riforma elettorale in corso è a ciò mirata). Per cui, oggi, non si può non ribadire con fermezza l'esigenza di estendere forme di democrazia diretta e dal basso, e di partecipazione popolare e dei lavoratori alle scelte economiche ed aziendali.
In questo contesto, e con l'approssimarsi delle elezioni, è in corso nella sinistra italiana un profondo dibattito, che ruota attorno all'aspetto delle alleanze, tutto sommato sovrastrutturale rispetto all'evidenza che (come anche sottolineato onestamente da Romano Prodi) dalle prossime elezioni di aprile 2013 uscirà un governo di sostanziale continuità con il montismo, anche quando non fosse di larga coalizione. Lo stesso Presidente Napolitano ha dichiarato che si farà garante della continuità delle politiche di rigore imposte dai trattati europei anche dopo la fine del suo mandato, evidentemente operando sulla scelta del suo successore, che avrà un ruolo di influenza, più o meno diretta, sull'indirizzo politico del futuro Governo.
In una simile situazione, la scommessa, pur se onesta e per molti versi coraggiosa, della SEL, del Partito del Lavoro, del PDCI e dei Verdi, ovvero quella di riuscire ad influenzare da sinistra la coalizione che Bersani sta costruendo, appare come il tentativo del nuotatore di invertire la corrente del fiume in cui è immerso. Si tratta di una questione di rapporti di forza: qualunque sarà il sistema elettorale con cui si andrà a votare, i numeri elettorali di cui è accreditata l’attuale coalizione di centrosinistra non le consentiranno di avere una maggioranza sufficientemente stabile da governare senza l’appoggio (magari soltanto esterno) dei centristi. Ma anche se tale eventualità non si verificasse, è chiaro che in un centrosinistra di Governo dove, come dice Bersani, le decisioni controverse verranno risolte a maggioranza dei gruppi parlamentari delle diverse forze, una sinistra che conta elettoralmente circa il 13-14% non potrebbe contrastare, nemmeno presentandosi unita, decisioni prese da un PD che vale il 27-28%. Una polarità costituita da Fassina-SEL-Pdci-Pl, dentro una simile coalizione, e nelle summenzionate condizioni di contesto, non avrebbe la forza sufficiente per influenzare la linea politica del Governo.
Va anche considerato che alle primarie di coalizione, cui Vendola affida una parte rilevante delle possibilità di rilancio della SEL dentro il centrosinistra, egli potrebbe anche non conseguire un risultato significativo, nella misura in cui al voto parteciperebbero anche gli elettori centristi, ed inoltre Renzi, da destra, potrebbe calamitare un elettorato deluso dall’attuale dirigenza del PD, che in teoria avrebbe potuto rientrare nell’area di influenza del candidato della SEL. Alcuni sondaggi parlano infatti di eliminazione di Vendola al primo turno.
D'altra parte, il centrosinistra di Governo lascia scoperta un'ampia fascia di elettorato di sinistra, ben piu' larga delle percentuali elettorali riconosciute a partiti come Rc, Sinistra Critica, il PCL, ecc., ma che include anche un elettorato deluso, che si divide fra l'astensionismo e l'adesione al Movimento 5 Stelle, che appare agli occhi di molti italiani come unica alternativa, ma che non solo non ha un progetto politico, ma non ha neanche una classe dirigente degna di questo nome e desta preoccupazioni relative al suo tasso di democraticità interna. Basti solo pensare a quello che sta succedendo al Comune di Parma dove sono riusciti ad eleggere addirittura il Sindaco.
Ma la crisi politica è tale che non è da escludere per questa lista un grande successo elettorale che ne farebbe in ogni caso il terzo partito italiano. D’altronde il M5S sta dando voce agli oppositori del sistema e ai cittadini più preoccupati. Sono avvantaggiati dall’assenza di una Syriza italiana, di cui occupano lo spazio; saranno verosimilmente corteggiati, nei prossimi mesi, da forze sindacali, movimenti e persino partiti di opposizione, ma è difficile che vengano a patti: perderebbero consenso, e lo sanno. Hanno un merito: riabituano gli italiani all’idea di un’opposizione “di sistema”. Ma non si può nascondere che grazie a questa legge elettorale si possono portare in parlamento personaggi discutibili come quelli portati dall’Italia dei Valori basti pensare ai vari Razzi, Scilipoti e De Gregorio e di cui Di Pietro, se fosse una persona onesta, dovrebbe chiedere scusa al suo elettorato.





3 – Una proposta per la LDS: verso il partito del lavoro


Dentro questa crisi di sistema economico e politico, il socialismo italiano è nella sua fase storica di piu' grande debolezza. Il punto non è di fare un Congresso che anche se si svolgesse sarebbe completamente inutile e che tra l'altro la Sinistra Socialista nel suo complesso perderebbe. Il punto è quello di rendere autonoma la Lds dall’attuale PSI. Cui prodest rimanere dentro il PSI? Per avere un simbolo elettorale, tra i tanti che ha il PSI e che le giovani generazioni non conoscono? Un nome oltretutto anche sputtanato e non certo per colpa dei sinceri militanti socialisti come noi. Per i soldi, che non ci sono. O per le pochi sedi che forse e sottolineo forse, potremo prendere?
NO! Bisogna costruire GRADUALMENTE, MA RAPIDAMENTE, un'organizzazione socialista indipendente, guardando non ad un impossibile rilancio del PSI, ma alla possibilità di portare via la componente migliore della sua dirigenza e dei suoi militanti. Non è più il tempo di tatticismi politici è questa situazione che ce lo impone. Capiamo i dubbi che possono avere molti compagni, ma purtroppo non è più il momento dei dubbi. La scelta del gruppo dirigente del PSI di aderire senza alcuno spirito critico al centrosinistra bersaniano, in prospettiva, probabilmente, di una confluenza dentro il corpo del PD, magari passando tramite una lista elettorale unica (anche se ciò non è necessario ad una futura annessione) priverebbe il socialismo italiano di qualsiasi rappresentanza politica, sia pur minimale. E d'altra parte è evidente che l'assoluta volontà di Nencini di appoggiare Bersani alle primarie, e di non candidare alcun esponente del PSI, è l'anticamera della fusione per incorporazione, che lascerebbe l'Italia priva di una sua tradizione socialista autonoma.
In un certo senso la strada verso l'autonomia della LDS è un salto al buio, ma non vi sono purtroppo alternative. Ed in questo contesto, come soggetti politici autonomi dal PSI, dobbiamo contribuire ed avviare tutta una serie di trattative con la parte della sinistra che ha scelto di rimanere fuori dal centrosinistra, guardando anche all'elettorato ed agli spezzoni di dirigenza di sinistra che sono presenti in partiti piccolo-borghesi come l'Idv, oppure nel M5S.
Nello specifico, riteniamo che l'esperimento siciliano di aggregazione fra SEL, IDV, FDS, Verdi, con il contributo in prima linea della FIOM, per il sostegno a Giovanna Marano, sia un laboratorio di ciò che potrebbe essere la nuova sinistra italiana in futuro, ovvero un partito del lavoro con un collegamento forte con l'unico sindacato realmente combattivo rimasto, e quindi con un forte radicamento di classe, in grado di presentare una piattaforma alternativa ad un debole riformismo a copertura di una sostanziale continuità montista, come propone il PD. E tale laboratorio, crediamo, si estenderà anche a livello nazionale (un primo segnale in tal senso è la foto del Palazzaccio) quando si manifesteranno inevitabilmente le contraddizioni interne al centrosinistra, fra il PD, ed in particolare le sue componenti centriste, e la sinistra, e quindi quest'ultima dovrà cercare una alternativa al “riformismo montista” di Governo, pena una nuova catastrofe elettorale analoga a quella della Sinistra Arcobaleno (che pagò proprio la partecipazione, inefficace, al Governo dell'Unione di Prodi ed alle sue politiche moderate). Le dinamiche in atto, crediamo quindi, porteranno inevitabilmente verso la stabilizzazione di una aggregazione SEL/IDV/FDS/Verdi, con la sponda della FIOM, cioè verso qualcosa che potremmo battezzare “partito del lavoro”. D'altra parte, poiché la politica italiana tende quasi sempre a seguire, seppur con ritardo, ciò che succede all'estero,sarà inevitabile che anche da noi arrivino esperienze di aggregazione della sinistra politico/sindacale simili ad Izquierda Unida, o al Front de Gauche, oppure a Syriza (seppur con le rilevanti differenze che caratterizzano queste tre formazioni unitarie della sinistra socialista ed antiliberista).
Proponiamo allora a Valdo Spini, come illustre esponente della migliore tradizione del socialismo, immediatamente dopo l'esito delle primarie, di farsi facilitatore e soggetto promotore di un percorso di approdo della sinistra socialista, ivi compresa la LDS, verso tale partito del lavoro. La componente socialista sarebbe fondamentale per dare a tale soggetto la concretezza programmatica per potersi presentare credibilmente ad una società che, come detto in precedenza, manifesta segnali di crescente radicalizzazione e mobilitazione di piazza, ma non trova sponda politica idonea. Sarebbe altresì fondamentale per attribuire a tale soggetto i valori di libertà, eguaglianza, europeismo, di cui il socialismo è portatore.
Chiediamo immediatamente e formalmente a Valdo Spini la disponibilità a lavorare in tale direzione, e, se non fosse disponibile, cerchiamo un altro esponente socialista con l'autorevolezza per traghettare la sinistra socialista verso il futuro partito del lavoro, ovviamente lavorando anche con le altre forze che lo comporranno (SEL, FIOM, IDV, FDS) per accelerarne il percorso costitutivo. E nel frattempo, chiediamo anche a soggetti come l'NPA ed ALBA di partecipare al progetto. Naturalmente, è ovvio che gran parte dell'attuale dirigenza e struttura del PSI, stanti le posizioni adottate, non abbia niente da dare ad una simile soluzione. Per questo l'autonomia dal PSI è fondamentale, in tempi relativamente rapidi.
Nell'immediato della campagna elettorale, si chiede alla LDS di operare per favorire la costituzione del nucleo del futuro partito del lavoro già dentro il centrosinistra, lavorando per facilitare una aggregazione dei soggetti politici a sinistra del PD e che intendono partecipare al centrosinistra, basata su un programma alternativo ed autonomo a quello del PD, da porre come condizione negoziale per la partecipazione alla coalizione di centrosinistra, nella convinzione che la politica più sana ponga, come requisito fondamentale per la formazione di una coalizione, una convergenza programmatica reale, che però non può essere lasciata ad un confronto “uno ad uno” fra PD ed ogni singola forza della sinistra, ma che deve trovare una prima convergenza fra i partiti della coalizione diversi dal PD, per presentarsi uniti al negoziato programmatico con il partito elettoralmente più importante della coalizione.
Costruire un partito del lavoro senza nessuna primogenitura essendo consapevoli che non vi saranno poltrone da occupare per rilanciare la sinistra in Italia e quindi costituire un punto di riferimento. Bisogna pensare (e muoversi) già adesso per costruire il partito di una sinistra unitaria italiana imperniato sui migliori valori del socialismo italiano. Il nostro movimento politico dovrà guardare alle esigenze di un vasto popolo di sinistra oggi disperso in molti partiti (non tutti di sinistra), anteponendo il programma delle cose da fare alle identità ed alle pur legittime appartenenze ideologiche. Un programma che deve dare risposte concrete e realistiche ad esigenze concrete, pur senza rinunciare ad obiettivi strategici di lungo periodo.
Rispetto alle scelte di collocazione europea, in coerenza con l’adesione piena al disegno europeista che ci contraddistingue come socialisti, ed in prospettiva di una auspicabile sempre maggiore integrazione politica europea, riteniamo che un partito del lavoro, che si dovesse costituire dopo l'attuale tornata elettorale, mantenga e rispetti le singole adesioni dei partecipanti ai vari partiti europei, ma abbiamo però anche il dovere di contribuire ad una svolta a sinistra delle politiche del partito socialista europeo, lavorando per mantenere una linea di dialogo e collaborazione fra GUE (Groupe Gauche Unitaire Européenne) e PES (Partito Socialista Europeo), anche solo rispetto a singole e specifiche iniziative.
Per questo è importante che alla nostra assemblea (Socialismo e Sinistra- Sinistra Socialista-Lega dei Socialisti) per la costruzione di una alternativa socialista e di sinistra nel nostro paese, prevista alla fine di novembre, ci sia la massima partecipazione non solo dei nostri compagni, ma anche e soprattutto quella dei compagni di altre forze e realtà della sinistra con cui potere iniziare ad affrontare un dialogo ed un confronto.
E' anche fondamentale che dalla nostra assemblea esca finalmente un lavoro per un programma, imperniato su linee antiliberiste e di concretezza, e che questo programma sia il frutto di un intenso lavoro a tutti i livelli della Lds, coinvolgendo anche i militanti di base, anche mediante appositi gruppi di lavoro ampiamente partecipati e trasparenti.

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