domenica 18 giugno 2017

LA RIVOLUZIONE RUSSA E I SAMURAI di Claudio Taccioli




LA RIVOLUZIONE RUSSA E I SAMURAI
di Claudio Taccioli



Il più bel film sulla rivoluzione russa dell’ottobre ’17 è “I SETTE SAMURAI” (Shichinin no Samurai – 1954).
Akira Kurosawa colloca la storia fra il 1587 e l’anno successivo; l’Era Sengoku del suo Giappone.
Un posto, in quell’epoca, frequentato dai Samurai.
Una casta di intellettuali, esperta nelle arti Zen; come l’arte della scrittura (shodo) e quella del the (cha no yu). A differenza, però, delle altre, esperta nelle arti marziali.
Il samurai viene, infatti, chiamato Bushi: “l’uomo che ha la capacità di mantenere la pace, con la forza militare o letteraria”.

La storia raccontata dal film, è quella dei contadini e dei piccoli artigiani di uno sperduto villaggio giapponese.
A ogni nuova stagione, ricevono la visita di una banda armata (40 banditi) che li obbliga a consegnare il frutto del lavoro.
Sempre più disperati, gli abitanti del villaggio decidono di assoldare dei Samurai che li possano difendere.
Nessuno, però, li vuole aiutare perché non c’è né gloria né ricchezza per l’impresa da affrontare.
Sono disperati e quasi rassegnati al fallimento, quando vedono un Samurai che, pur di aiutare un bambino maltrattato, si rade a zero per fingersi un monaco. Fa, cioè, una cosa assolutamente straordinaria e fuori dal comune per un Samurai: rinuncia al vanto e all’orgoglio dei lunghi capelli. Curati fino all’eccesso da ogni Samurai, come simbolo di appartenenza e segno di bellezza personale.
Kambei Shimada, il Samurai che aiuta il bambino, accetta di aiutarli e ne raccoglie intorno a se altri (cinque) e un giovane contadino che si rappresenta come tale. Sette combattenti, in tutto!
I Samurai organizzano la resistenza e insegnano ai contadini, per quanto riescono, le regole del comattimento: “Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a se stesso si distrugge”.
La lotta contro i banditi è dura e senza tregua. I contadini partecipano direttamente, come e con quel che possono, agli scontri cruenti.
Dopo tre giorni di corpo a corpo sanguinosi, in cui cadono 4 Samurai e diversi contadini, i banditi vengono letteralmente annientati.
La sera si festeggia e i Samurai liberano, dopo, il villaggio della loro presenza. Lo restituiscono alla libertà, senza chiedere nulla oltre a quanto promesso.
“Noi Samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini”.

Il film è la “bella favola” della Rivoluzione Russa, quella detta “bolscevica”.
Come tutte le grandi favole è la rappresentazione onirica e/o mitica della condizione umana calata dentro i passaggi critici della comune esistenza (cappuccetto rosso, dall’infanzia all’adolescenza riproduttiva) o vissuta nelle storie collettive di cambiamento socio-economico traumatico (la guerra di Troia, l’affermazione della società e della cultura micenee nel Mediterraneo orientale).

Il villaggio dei contadini e dei piccoli artigiani è la Russia zarista sottoposta allo sfruttamento violento e disumano.
I banditi sono le classi dirigenti, aristocratico-militari e borghesi.
I Samurai sono i partiti socialisti. Fra questi, quello bolscevico e qualcun altro (i sei Samurai “veri” più Kikuchiyo/Toshiro Mifune, il contadino guerriero!) che per amore, intelligenza delle cose, comprensione della realtà e compassione della condizione umana sfruttata, decide l’azione solidale violenta. La vittoria sarà possibile solo con la partecipazione alla lotta di tutto il villaggio: di tutto il proletariato!
Nessun compromesso, pur proposto, è possibile per i 7 Samurai/bolscevichi.
Solo la lotta determinata e lucida nell’arte dell’agire, è accettata e portata avanti, senza tregua, fino alla vittoria del villaggio.
Liberato infine e salutato dai Samurai superstiti senza richiesta di alcun privilegio, salvo quello già pattuito. Con la sola possibilità di rimanere, come fa Kikuchiyo, per partecipare, come ogni altro, alla sua vita; di riti festivi stagionali e di lavoro.
Alla fine, insomma, il potere appartiene solo ai Soviet dei contadini, degli operai, dei soldati. Come affermò Lenin prima e a giustificazione dell’assalto al Palazzo d’Inverno. Come confermò per sciogliere l’Assemblea Costituente appena eletta da decine di milioni di proletari russi; ma dove i bolscevichi erano in minoranza.

“I SETTE SAMURAI” è la favola bella della Rivoluzione d’Ottobre perché il potere non passò mai dal Partito Bolscevico ai Soviet. Si stagnò là dentro, nel buio delle stanze del Cremlino e delle menti dei capi rivoluzionari. Tanto che divenne la dittatura del partito, meglio del suo Comitato Centrale; più precisamente, di 11/13 dirigenti che controllavano, come una cricca e una banda, l’intero paese.
I metodi di gestione del potere furono autoritari e brutali, al di là dei programmi e dei decreti immediati: la distribuzione, senza indennizzo, delle terre dei grandi proprietari ai contadini che ne erano privi; costituzione dei Tribunali del Popolo eletti fra gli operai e i contadini; eliminazione della polizia sostituita da milizie popolari; separazione fra Stato e Chiesa; matrimonio civile con uguali diritti fra i coniugi; divorzio; pienezza di diritti a tutte le donne; nazionalizzazione di tutta l’economia; le fabbriche affidate agli operai; denuncia e pubblicazione dei trattati segreti internazionali.
La costruzione del nuovo/antico Stato e il governo del paese conquistato furono condotti con una repressione del dissenso e della libera partecipazione, sempre più violenta e tirannica.
Dalla CEKA a Kronstadt, dall’eliminazione di milioni di esseri umani con la carestia programmata in Ucraina al Grande Terrore; con, circa, un milione e mezzo di cittadini sovietici eliminati, fra il 1937/38, dalla vita sociale. Attraverso, sia l’eliminazione fisica che la deportazione nella vertigine dell’universo concentrazionario dei Gulag.

Una tragedia senza fine che il meraviglioso film di Kurosawa non ci vuole raccontare perché gli interessa l’apologo etico e pedagogico di ciò che sarebbe stato meglio; di quello che sarà giusto e utile fare nelle medesime condizione date.
Una “bella favola” come quella che, concretamente, stanno costruendo di qua e di là dell’Oceano Atlantico: in Chiapas e nel Rojava (l’occidente). Una storia che, nelle pratiche di libertà e di partecipazione, non è già più una favola, ma la realtà di un’altra vita possibile. Della rivoluzione in cammino!



18 giugno 2017


dal sito Brescia Anticapitalista


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