lunedì 29 aprile 2013

CI SALVERA' UN RODOTA'? di Felice Mometti



CI SALVERA' UN RODOTA'?
di Felice Mometti

Lo scontro tra le due figure presidenziali non esprime una diversa via d'uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa. E la sinistra non può pensare di ricostruire sé stessa con nuovi assemblaggi o con leader miracolistici


Perché il presidenzialismo da "stato di eccezione" di Giorgio Napolitano sarebbe foriero di ulteriori strappi alla Costituzione, di aggravamento delle politiche di austerità e di riduzione ai minimi termini della democrazia parlamentare e invece il presidenzialismo "dolce", invocato nelle piazze e sui social network, di Stefano Rodotà sarebbe una svolta verso il ripristino di una corretta democrazia rappresentativa - epurata dalla casta - e il ristabilimento della divisione dei ruoli e dei poteri istituzionali tra parlamento, esecutivo e magistratura? Portando all'estremo questa immagine ne escono un Napolitano-Joker e un Rodotà-Batman. Una semplificazione della crisi politica-istituzionale dai tratti fumettistici.


L'illusione che la rigenerazione di un sistema politico passi attraverso le più alte cariche della Stato, dalla presidenza della Camera, del Senato e adesso della Repubblica ha mietuto molte vittime soprattutto a sinistra. Non è un caso. L'idolatria della Costituzione repubblicana, nata da uno scontro molto aspro tra i partiti dell'epoca a Resistenza finita e in parte messa sotto accusa, sembra essere l'ultimo simulacro spendibile in una sinistra ormai ridotta a fantasma di se stessa. Come se non restasse che mimare la storia interpretando ruoli e assegnandone ad altri in modo che ora come allora vada nel verso che si reputa giusto. La celebre affermazione di Marx ne Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte che i grandi fatti della storia si presentano due volte, la prima volta come tragedia e la seconda come farsa, se la riferiamo alla sinistra italiana dovrebbe essere aggiornata con una terza, quarta volta con l'imbarazzo della scelta della definizione più appropriata. Non ci si ricorda più della presidenza di Cossiga e dei governi "tecnici" di Ciampi e Dini in un tempo in cui la Costituzione non era ancora stata "manomessa"? E la risposta concertativa data a Tangentopoli e alle contestazioni di piazza dei leader sindacali costretti a fare comizi dietro protezioni di plexiglas?

La storia non si ripete, anzi verrebbe voglia di sottoscrivere quello che diceva il vecchio Engels: "La storia non fa niente". E subito dopo aggiungere che le rivoluzioni non "traggono la loro poesia dal passato ma dall'avvenire". Ecco perché Rodotà non sarebbe stato un'alternativa. Troppo legato a una concezione delle istituzioni per nulla adeguata al tempo della crisi strutturale della democrazia rappresentativa. Non si tratta di riportare il meccanismo al vecchio funzionamento (quale?) con un'operazione di etica politica e di giustizia formale. Ormai le contraddizioni agiscono nelle falde profonde del sistema capitalistico ed è più che mai necessario uno scarto, uno smarcamento deciso rispetto alle retoriche della rappresentanza istituzionale, pena esserne travolti. Questo non sembra preoccupare gran parte di ciò che resta della sinistra già radicale di questo paese. Con un Pd che guarda l'abisso davanti a sé e una Cgil che vede come unica via di salvezza l'apertura di una nuova fase della concertazione per riprodurre il proprio ruolo e le sue strutture, la sinistra ex radicale non va oltre la ricerca dell'impossibile mossa risolutiva che ne arresti il disfacimento e la riproposizione di vecchi leader nelle vesti di salvatori della patria. Così sono state, per motivi diversi, le fallimentari esperienze di Cambiare si può e delle liste con a capo Ingroia. E così sembra essere di nuovo con gli annunci della costituzione di nuovi partiti e aggregazioni che scambiano l'assemblaggio di esausti gruppi dirigenti con la ricostruzione delle condizioni di un conflitto sociale in cui l'attuale composizione di classe sia il soggetto di riferimento.

E' tempo, e non da oggi, di uscire da quella coazione a ripetere gli stessi linguaggi, a proporre gli stessi simboli, le medesime modalità organizzative e non certo per qualche pulsione nuovista. Il divario che si è prodotto tra le forme di politicizzazione che si danno oggi nei vari sommovimenti sociali e la barriera di incomunicabilità che ha eretto la sinistra già radicale non riguarda più e solo la distanza che esiste tra le parole che si dicono e le cose che si fanno, che si è concretamente in grado di fare. Riguarda sempre più un'introiezione, ormai incrostata, di schemi di lettura della lotta di classe che non corrispondono ai reali soggetti in campo. Non è questione se il Movimento 5 Stelle sia di destra o di sinistra, è entrambe le cose in un intreccio profondo di risentimento contro la casta e di aspirazione a un reale cambiamento. E nemmeno serve più di tanto usare la lente di ingrandimento sulla scarsa o nulla democrazia interna sacrificata davanti al feticcio della rete. A questo proposito, in tema di democrazia interna, la sinistra già radicale - anche guardando solo gli ultimi anni - non è certo la più indicata per dare lezioni ad altri.

Le domande da porsi sono altre. Cosa non ha funzionato dal punto di vista democratico, organizzativo e nel rapporto con i movimenti sociali nella sinistra ex radicale in questi ultimi anni? In che modo si estende la superficie di contatto con le attuali forme ibride di politicizzazione? Qual è la distanza tra i comportamenti, le modalità espressive, le forme di socializzazione di un nuovo proletariato investito da questioni di genere e razza e l'immagine che ha della sinistra radicale? Già la ricerca delle domande giuste da porsi è un modo per trovare le risposte.



dal sito  Il Megafono Quotidiano



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