venerdì 26 luglio 2013

ALFANO, LETTA E NAPOLITANO... LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE di Luigi Vinci





ALFANO, LETTA E NAPOLITANO...
LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE
di Luigi Vinci


Occorrerà modificare rapidamente la struttura dell’economia italiana, al fine di renderla coerente con gli orientamenti delle forze politiche dominanti. Piantagioni di banane dal Brennero a Pantelleria, per intanto. Anzi, occorrerà anche una riforma costituzionale.
Ben quattro fatti,in rapido ordine di tempo, suggeriscono che la si definisca “Repubblica bananiera italiana”: la vergognosa consegna della signora Alma Shalabayeva e della sua bimba di cinque anni all’autocrate ladro Nursultan Nazarbayev del Kazakstan; lo spione Usa della Cia Robert Lady rapitore in Italia dell’imam Abu Omar che, fermato a Panama su richiesta della magistratura italiana, torna a seguito di immediata successiva richiesta a Panama degli Stati Uniti a casa sua; le falsità narrate da Alfano sul caso Shalabayeva e prontamente smentite dai suoi più diretti collaboratori; l’endorsement (è bene abituarsi al linguaggio ufficiale delle repubbliche bananiere, notoriamente l’anglo-americano) fornito ad Alfano dal capo del governo Letta e dal presidente della Repubblica Napolitano.
Naturalmente il tutto è stato fatto da Letta, Napolitano, Pd a nome dell’occupazione giovanile, della ripresa economica, della nostra immagine nell’Europa, nel mondo e, perché no (altrimenti che repubblica bananiera saremmo?), presso i “mercati”.
Forse serietà politica e senso della dignità vorrebbe che si comincino a richiedere con molta energia tre cose, da parte dei democratici del nostro Paese: le dimissioni di questo governo; le dimissioni di Napolitano; elezioni anticipate. In vista di esse occorrerà tentare un raddrizzamento responsabile sia della sinistra moderata, in vena a oggi di suicidio, che di quella radicale, idem. Questo Paese sta andando verso la rovina su tutto, assolutamente su tutto, grazie a questo governo, a Napolitano, all’incapacità del Pd di darsi una regolata che lo sollevi dalla bega interna, dall’ossequio a Napolitano, dal liberismo di Letta, dall’irresponsabilità rispetto alle richieste del mondo del lavoro e della maggioranza del popolo italiano.

Siamo al ministro dell’economia e delle finanze Saccomanni che ritiene che in Italia si debba “fare cassa” svendendo ulteriori pezzi di patrimonio industriale e finanziario pubblico, anziché usare, per esempio, i 430 e passa miliardi della pubblica Cassa Depositi e Prestiti(questa svendita, operata dal governo Craxi in poi da tutti i governi, è la ragione principale dell’inedia e dell’arretramento sistematico in questi vent’anni dell’economia italiana, storicamente fondata sulla forza della sua componente pubblica).
Niente mi toglie dalla testa che il caso Shalabayeva sia molto più sporco di quanto già non appaia, cioè non sia imputabile in toto ad Alfano ed, eventualmente, al suo padrone Berlusconi, amicone di dei ladri al potere,
oltre che nel Kazakstan, in Russia e Bielorussia.

Io credo che Alfano sia stato semplicemente la pedina sciocca di un gioco molto più aggrovigliato e grosso e che coinvolge ben più di quanto è filtrato sino a oggi. In sostanza, chi glielo ha fatto fare ad Alfano di assecondare le richieste dell’ambasciata kazaka? Rodotà ha recentemente scritto che una situazione di illegalità strisciante (di “normalità deviata”) permea da molto tempo (non solo a partire dall’entrata di Berlusconi in politica, aggiungo io) la realtà italiana. Certo: ma questa “deviazione”non ha fatto che incrementarsi, lungo un paio di decenni, inoltre non è solo un fatto italiano ma globalmente occidentale, sicché europeo. Caratteristiche storiche del nostro Paese, collasso del sistema politico italiano e sua sostituzione con gangsters o spostati o faccendieri cinici o macchiette allo sbando hanno contribuito molto a rendere il nostro paese il record occidentale di ciò che dice Rodotà: ma il resto dell’Europa in ogni caso non scherza.
In realtà, venendo al punto, la “deviazione” di cui parla Rodotà è diventata, primo, sistema, secondo, l’aspetto prevalente, e in Italia probabilmente dominante, della realtà politica, istituzionale, finanziaria, ecc., terzo, un sistema che, pur nella sua complicatezza e nei suoi conflitti interni di varia natura, fa capo agli apparati di intelligence e di controllo planetario della Nato, quindi degli Stati Uniti, quindi dell’establishment politico e finanziario degli Stati Uniti. E’ più o meno da qui, secondo me, che è partito il caso Shalabayeva.
Un favore a Nazarbayev non si poteva quindi negare, titolare com’è di riserve in energia tra le prime al mondo, padrone di un Paese situato in quella parte centrale dell’Asia che è contesa da Stati Uniti, Cina, Russia, Turchia. Un indizio, che a volte filtra sui media ma in genere non c’è, mentre abbondano i dettagli sulle cose più insignificanti, credo la dica più chiara di tante altre cose: un’agenzia “privata” di investigazioni israeliana (cioè una struttura mascherata dell’intelligence israeliana) incaricò a suo tempo un’agenzia privata di investigazioni italiana (sarebbe interessante l’accertamento del curriculum vitae dei suoi operativi) di individuare la residenza della signora Shalabayeva.
I servizi israeliani sono da sempre uno dei bracci armati più capaci delle porcherie Usa: ricordo che la cattura nel 1999 del capo curdo Öcalan in Kenya fu operata da agenti israeliani, su richiesta turca, e che quell’allontanamento di Öcalan dall’Italia, dove si era rifugiato, che ne consentirà la cattura fu voluto da D’Alema, allora capo del governo, su sollecitazione di Clinton, allora presidente degli Stati Uniti. Intervistato telefonicamente, il titolare dell’agenzia italiana ha dichiarato che nessuno dal lato di chi sta investigando attualmente su come sia potuto avvenire il caso Shalabayeva ha ritenuto di fargli qualche domanda. Con ogni probabilità il suo ascolto qualcosa in più ci chiarirebbe.
Speriamo avvenga. Se non avvenisse, sarebbe una seconda riprova che la faccenda è molto grossa.



 da   LAVORO & POLITICA - 26 luglio 2013




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