martedì 26 agosto 2014

IL MADE IN ITALY CHE SPARA IN MEDIORIENTE di Stefano Pasta





IL MADE IN ITALY CHE SPARA
IN MEDIORIENTE
di Stefano Pasta



Nel 2013 abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per oltre due miliardi di euro. Ai primi posti fra i nostri clienti l’Arabia Saudita, l’Algeria, ma persino Egitto e Israele. Com’è possibile che vendiamo armi a Paesi in conflitto? Se lo chiedono le associazioni pacifiste. E non solo loro.


Mentre il Parlamento decide di rifornire i curdi iracheni di mitragliatrici e razzi anticarro per fermare l’avanzata del Califfato, in Medio Oriente si spara da tempo con armi made in Italy.

La conferma arriva dalla “Relazione sulle esportazioni di sistemi militari” inviata dal Governo alle Camere a inizio agosto: nel 2013, abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per oltre due miliardi di euro (2.751.006.957), con un calo del 7,7% rispetto al record ventennale del 2012.

C’è invece una buona notizia: i permessi rilasciati dal Governo nel 2013, cioè per ordini di armi che verranno consegnate negli anni successivi, sono diminuiti del 48,5%, fermandosi a “soli” 2.149.307.240 euro.

E dove esportiamo? Primeggia il Medio Oriente in fiamme, con un record di consegne nel 2013 per 888 milioni di euro. Il primo acquirente è l’Arabia Saudita, cioè un Paese non certo democratico ma che soprattutto molti accusano di armare miliziani nelle varie crisi in corso in modo per nulla trasparente. Agli sceicchi vendiamo caccia Eurofighter, missili Iris-Ti e un ampio arsenale di bombe per 300 milioni.

In Algeria ed Emirati Arabi, il leitmotiv è armi in cambio di gas e petrolio: al controverso presidente algerino Bouteflika consegniamo elicotteri Augusta e navi d’assalto, oltre a cartucce lacrimogene usate per reprimere le manifestazioni, mentre a dicembre, per la vendita delle due corvette Abu Dhabi Class agli Emirati da parte di Fincantieri, la Procura di Milano ha addirittura aperto un’inchiesta per «tentata corruzione internazionale».

Ma l’elenco mediorientale non finisce qui. Ci sono i caccia all’Oman, munizioni e bombe all’Egitto guidato dai militari, e sistemi d’arma – di cui nella Relazione non si forniscono ulteriori dettagli – a Israele.

Tutte operazioni al centro delle proteste delle associazioni pacifiste: l’Oman perché è stata una delle tappe del tour promozionale della portaerei Cavour, che dal novembre 2013 all’aprile scorso ha toccato tutti i porti del Golfo Persico e ha circumnavigato l’Africa alla ricerca di nuovi acquirenti per gli armamenti italiani; l’Egitto per le sommosse e le repressioni che hanno segnato il 2013 e nell’agosto scorso hanno spinto, finalmente, la Farnesina a decidere «misure restrittive» alle esportazioni; Israele perché, proprio lo scorso mese, a pochi giorni dall’inizio dei raid a Gaza, ha ricevuto dall’Italia i primi due velivoli Alenia Aermacchi alle Forze armate israeliane, parte di una commessa di oltre 800 milioni autorizzata nel 2012.

Inoltre, varie associazioni pacifiste hanno chiesto al Governo italiano di sospendere le esercitazioni previste per ottobre-novembre insieme all’aviazione israeliana, con tanto di lancio di bombe inerti da una tonnellata al poligono di Capo Frasca in Sardegna. Tutto previsto dal “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014”.

Nella Relazione presentata in Parlamento, non mancano le lacune: «Nonostante le 1672 pagine», commenta Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa), «non ci sono informazioni cruciali che erano invece fornite gli anni scorsi, come il dettaglio delle autorizzazioni alle banche per operazioni connesse alle armi e l’elenco dei Paesi sottoposti a embargo per violazioni dei diritti umani».


In tempi di invii di armi in Iraq, c’è poi un’altra pratica italiana che preoccupa la l’Opal e la Rete Disarmo: è quella di regalare armi di seconda mano come modo di fare politica estera. Nei magazzini dell’Esercito, la stima è di 1.100 carri armati e 3.000 veicoli corazzati obsoleti, frutto dei tagli alla Difesa, di sequestri di trasporti non autorizzati e di avanzi vari. Finora ne hanno usufruito in tanti: il Pakistan, il Libano, i cui soldati nel 2006 fronteggiavano gli israeliani con gli stessi elmetti usati a El Alamein dai nostri connazionali, l’Albania, la Giordania e perfino Panama, grazie agli uffici dell’“ambasciatore” berlusconiano Valter Lavitola.

Dato che i peshmerga curdi sono abituati a combattere con armi di fabbricazione sovietica, Giorgio Beretta - contrario all’invio di armi - teme che il Governo voglia sfoderare un asso nella manica, cioè «quelle di fabbricazione sovietica sequestrate nel 1994 e tenute per anni nella riserva dell’isola della Maddalena». Si tratta di armi che il trafficante russo Alexander Zukhov, miliardario con villa in Sardegna, nipote del mitico maresciallo Zukhov dell’Armata Rossa, stava mandando in Croazia per la guerra. Tuttavia, spiega Beretta, «una sentenza del Tribunale di Torino del 2006, mai resa operativa, prevede che quelle armi vadano distrutte; tra l’altro, pare che una parte sia stata inviata nel 2011 agli insorti libici di Bengasi, ponendo il segreto di Stato».

A tre anni di distanza, in Libia non c’è più Gheddafi ma si va invece verso uno scenario somalo, in cui differenti fazioni si combattono tra di loro e, a causa degli scontri, lo scorso 4 agosto il Parlamento si è dovuto riunire per eleggere il presidente in un hotel a 1.500 chilometri dalla capitale. Chissà, ci si potrebbe chiedere, ora a chi sono finite in mano le armi italiane e a favore di chi stanno sparando…



22 Agosto 2014


dal sito  Famiglia Cristiana




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