giovedì 12 aprile 2012
LA CRISI DELLA LEGA di Marco Ferrando
LA CRISI DELLA LEGA:
UN'OCCASIONE PER IL MOVIMENTO OPERAIO
di Marco Ferrando
La crisi della Lega Nord non inizia oggi. Ma certo quella crisi oggi conosce un salto qualitativo e un possibile punto di svolta.
LEGA NORD: UN PARTITO DEL SISTEMA CONTRO I LAVORATORI
La Lega ha rappresentato negli ultimi 20 anni una parte costituente decisiva della Seconda Repubblica. Contro la sua autorappresentazione propagandistica di partito “antisistema”, la Lega ha costituito nei fatti uno strumento di governo fondamentale della borghesia italiana contro i lavoratori. Indipendentemente dalla mutevole collocazione parlamentare del Carroccio, tutte le misure più reazionarie assunte dal grande capitale e dai suoi governi contro il lavoro hanno avuto per decenni la firma della Lega o il sostegno della Lega. La Lega ha sostenuto 20 anni fa, dall'”opposizione”, la distruzione della scala mobile dei salari (92/93). Ha varato, come partito di governo alleato del centrosinistra, la controriforma contributiva della previdenza pubblica ( governo Dini '95). Ha gestito in prima persona, col ministro Maroni e in alleanza con Berlusconi, le più gravi misure di precarizzazione del lavoro di un intera generazione ( Legge 30, 2002). Ha infine gestito con l'ultimo governo del Cavaliere la straordinaria stretta sociale contro la scuola pubblica, la sanità pubblica, gli enti locali, in funzione del pagamento degli interessi alle banche ( finanziarie Tremonti 2008/9/10). Se “Roma è ladrona”- e sicuramente lo è ai danni del lavoro- Bossi e Maroni sono stati fra i suoi capobanda, non certo fra i suoi avversari.
La corsa di tanti commentatori borghesi in questi giorni a salvare l'immagine della Lega, a lodare “nonostante tutto” la sua “funzione storica per il Nord”, a esaltare il “genio” di un avventuriero ciarlatano come Umberto Bossi, è solo l'espressione giustificata di un debito di riconoscenza per il lavoro sporco compiuto dal Carroccio contro il proletariato italiano.
LA MITOLOGIA PADANA: DIVERSIVO DELL'IMMAGINARIO E CALMIERE SOCIALE
La capacità della Lega è stata quella di nascondere questo lavoro reale agli occhi di grandi masse, dietro la maschera di una mitologia immaginaria, ogni volta abilmente rinnovata. Sia al proprio interno con la produzione artificiale del mito farlocco della Padania e dei suoi riti, quale potente cemento identitario del proprio campo militante. Sia nella proiezione pubblica, con la sequenza propagandistica prima della “Secessione” e poi del “Federalismo”: ogni volta spostando in avanti l'orizzonte della Terra Promessa agli occhi di vasti settori di popolo, per aiutarlo a sublimare le proprie delusioni nel presente. La guerra della Lega ai migranti, col suo carico di cinismo, di crimini e di orrori, sta in questo quadro: è stata ed è la volontà di dirottare il malcontento sociale di ampi strati popolari- prodotto della crisi e delle politiche dominanti- contro le fasce più marginali del proletariato e delle masse oppresse, riprodotte e allargate da quelle stesse politiche e dalla crisi capitalistica internazionale. Anche qui la “cacciata dei migranti” all'insegna del motto “padroni in casa nostra” viene rappresentata come mito liberatorio: un altro giardino dell'Eden, da coltivare e innaffiare col veleno quotidiano della Xenofobia, per farlo fruttare nell'urna. E al tempo stesso un altro prezioso diversivo dell'immaginario, un altro potente calmiere sociale, in funzione della conservazione dell'ordine borghese e della sua miseria.
LA CRISI CAPITALISTA SMASCHERA L'ILLUSIONISMO LEGHISTA
Questo impasto reazionario da illusionisti da circo mostrava da tempo la propria usura. Nel momento della massima espansione del ruolo politico della Lega, a livello nazionale ( ultimo governo Berlusconi) e locale ( conquista di Piemonte e Veneto), iniziava paradossalmente la sua parabola declinante.
La grande crisi capitalista a partire dal 2008 presentava il conto alla Lega. Il salto delle leggi finanziarie straordinarie per inseguire il pagamento del “debito pubblico” colpiva pesantemente la base elettorale popolare della Lega, distruggendo la credibilità delle tradizionali promesse di riduzione fiscale per la piccola borghesia. Le politiche di taglio verticale dei trasferimenti pubblici verso Regioni e Comuni, imposte dall'emergenza finanziaria, da un lato smentiva nel modo più clamoroso la propaganda leghista del federalismo, mostrando un federalismo reale esattamente capovolto rispetto a quello immaginario; dall'altro minava le basi materiali del potere leghista sul territorio, riducendo i suoi margini redistributivi, e acuendo le contraddizioni interne del suo composito blocco sociale: mancanza di fondi per infrastrutture, crisi della piccola impresa, moltiplicarsi di vertenze aziendali sul territorio, dilagare della disoccupazione giovanile anche nel Nord. Lo scenario sociale del settentrione cambiava volto: e finiva col minare la credibilità dell' armamentario mitologico del Carroccio. La stessa presa tradizionale delle campagne d'ordine sulla “sicurezza” antimigranti si indeboliva a livello di massa: perchè ben altre urgenze materiali investivano la condizione popolare, segnate dalla rapina dei banchieri e dei capitalisti assai più che dal furtarello... di uno zingaro.
Negli ultimi tre anni, l' abbraccio mortale del berlusconismo e della sua crisi, le crescenti differenziazioni interne al leghismo con la fine del suo vecchio monolitismo, l'apertura di una vera e propria guerra di successione per il dopo Bossi, accompagnavano e scandivano una parabola declinante che aveva già, di per sé, robuste radici materiali.
LO SCANDALO LEGA: UN PARTITO BORGHESE “COME GLI ALTRI”
L'attuale scandalo che investe la Lega segna un indubbio salto di qualità. Perchè è una vendetta liberatoria della verità sul mito. Lo scandalo è innanzitutto la radiografia della miseria morale del massimo entourage dirigente della Lega: un impasto di familismo, nepotismo, affarismo, col contorno di ruberie, truffe penose e cartomanzie esoteriche. L'affresco ambientale è impietoso. Umberto Bossi, ex ministro delle “riforme istituzionali”(!), appare nelle vesti di protettore e garante di un figlio grullo e rampante, di una moglie avida e spregiudicata, di un tesoriere faccendiere già buttafuori. Mentre l'attuale vicepresidente del Senato ( Rosi Mauro), già improbabile sindacalista, emerge col volto di una fattucchiera parassita e ricattatrice. “Padroni a casa nostra” recitava lo slogan: ma pochi avevano pensato che la “casa” fosse quella di Bossi e dei suoi famigli. Che di ( cerchio) “magico” ha davvero assai poco.
Al tempo stesso lo scandalo va ben al di là del familismo privato di Gemonio. Getta un fascio di luce più ampio sulle relazioni materiali del leghismo con gli ambienti del capitale: la pista Belsito porta in Fincantieri, porta in Vaticano, porta alle cosche della ndrangheta calabrese, porta nei paradisi fiscali del riciclaggio internazionale. Non si tratta della personale spregiudicatezza di una “mela marcia”, peraltro da tutti tollerata e coperta sino all'esplosione dello scandalo. Si tratta dell'anatomia di un partito borghese “come gli altri”. Come gli altri, crocevia di guerra di cordate e di affari. Belsito è solo l'antropologia della Lega, quale ordinario partito borghese.
Ma proprio l'apparire “un partito come gli altri” agli occhi di chi lo aveva immaginato “diverso” costituisce per la Lega, più che per altri, un vero problema politico. Un partito che ha vissuto sulla falsificazione della propria realtà, che ha costruito il proprio mito su quella falsificazione, non può sottrarsi al processo della verità. Che può essere ben più severo di quello della magistratura.
GLI SBOCCHI INCERTI DI UNA CRISI STORICA
Non è possibile prevedere la dinamica della crisi della Lega. E sarebbe sbagliato, purtroppo, celebrare sbrigativamente il suo de profundis. La Lega conserva risorse militanti consistenti, dispone tuttora di un radicamento territoriale diffuso, ha margini di ricambio del proprio gruppo dirigente, dove l'ascesa di Maroni ( odioso ministro anti migranti) potrebbe, a certe condizioni, riabilitare in parte l'immagine.
Ma la possibilità di una frana a valanga del leghismo è per la prima volta presente. Per la prima volta- a differenza che nel 94- tutti i fattori della crisi del leghismo si presentano congiuntamente e in forma concentrata: crisi della sua base sociale, crisi di leadership al massimo livello, crisi di immagine pubblica, crisi di alleanze e prospettiva politica. Per la prima volta siamo di fronte ad una crisi storica del principale partito del blocco reazionario del Settentrione.
SOLO UNA SVOLTA DEL MOVIMENTO OPERAIO PUO' PRECIPITARE LA CRISI DELLA LEGA SINO AL PUNTO DI NON RITORNO
Questo punto d'analisi è ricco di implicazioni politiche per il movimento operaio. La crisi della Lega è un'occasione preziosa per liberarsi di anni di menzogne reazionarie contro i lavoratori e i settori più oppressi della società. L'obiettivo può e deve essere quello di lavorare per precipitare la crisi del leghismo oltre il punto di non ritorno: liberando innanzitutto dall'abbraccio leghista quei settori proletari del Nord che sono stati egemonizzati dalle suggestioni reazionarie di Bossi.
Ma questo lavoro di scomposizione del blocco sociale leghista richiede una svolta radicale di programma e di azione del movimento operaio.
Le fortune della Lega negli ultimi 20 anni sono state direttamente proporzionali alla crisi della classe operaia italiana, per responsabilità preminente delle sue direzioni. Se la rabbia di alcuni settori proletari del settentrione è stata ripetutamente capitalizzata dalle mistificazioni della Lega, ciò è avvenuto anche in ragione della subordinazione delle sinistre politiche e sindacali al grande capitale. Se oggi la Lega conserva nonostante tutto uno spazio potenziale di parziale recupero negli strati popolari, ciò è anche in ragione della presenza di un governo di Confindustria e Banche, retto dai liberali del PD, e aiutato dalle disponibilità sindacali.
Rompere con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi, è dunque la condizione necessaria per intervenire nella crisi profonda del leghismo da un versante di classe.
Solo una classe operaia che ritrova fiducia nella propria forza, che si pone al nuovo livello di scontro sociale imposto dal padronato e dal governo, che sa indicare un'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria alla crisi capitalista, può polarizzare attorno a sé i più ampi settori proletari liberandoli da ogni subordinazione alla reazione.
Ma questa svolta richiede una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio italiano. Non una burocrazia dirigente della CGIL succube del PD e dunque del governo delle banche che il PD sostiene. Non sinistre cosiddette “radicali” ( da SEL a FDS) che continuano a inseguire il PD liberale per strappare al suo tavolo assessorati e ministeri, come già in passato. E neppure un antagonismo inconcludente senza progetto. Ma una sinistra rivoluzionaria antisistema, che non abbia altro interesse che la difesa del lavoro e la rivoluzione sociale. Che porti in ogni movimento di lotta un progetto di liberazione: la prospettiva di un governo dei lavoratori.
La costruzione del Partito comunista dei Lavoratori(PCL), trova una ragione in più nella crisi storica del leghismo.
9 Aprile 2012
dal sito http://www.pclavoratori.it/files/index.php
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martedì 10 aprile 2012
LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA di Felice Mometti
LEGA: LA CRISI E' PIU' PROFONDA
di Felice Mometti
Un modello di partito, il più vecchio che siede in parlamento, troppo autoritario e centralizzato che in ultima analisi non ha retto lo “ stato di eccezione permanente” imposto dal governo Monti. Infatti risulta difficile capire la brusca accelerazione della crisi se si guardano solo le ruberie, i fondi neri, l’accaparramento di denaro pubblico e il conseguente corollario di squallidi personaggi. E non si tratta nemmeno, almeno non più, dello scontro tra i conservatori del “cerchio magico”, che gestiscono a piacimento un presunto inconsapevole e malato Bossi, e la schiera dei “barbari sognanti” posizionati dietro il cosiddetto modernizzatore Maroni.
La Lega, così com’è, non ha retto l’urto del governo Monti.
Paradossalmente, ma poi non tanto, il partito che sembrava il piu’ attrezzato ad opporsi, agitando spettri razzisti e populisti, alle politiche governative e’ diventato vittima delle proprie contraddizioni interne. Una serie di contraddizioni laceranti che sembrano andare più in profondità rispetto anche alle due crisi precedenti che avevano investito la Lega nel 2001 e nel 2006.
Il venir meno di un ampio strato di attivisti, cosa molto diversa dai militanti vestiti di verde con tanto di elmo vichingo ed anche di un generico elettorato, che garantivano partecipazione, impegno ed erano il termometro sociale della Lega. Il formarsi di un ceto di amministratori, parlamentari, ministri e sottosegretari completamente inserito nei meccanismi istituzionali, l’inclusione – seppur con problemi e difficoltà - nei circuiti industriali e finanziari di esponenti leghisti, si sono sommati e hanno fatto emergere in modo virulento una crisi che covava da un po’ di tempo. Si può dire che sia fallita la coabitazione tra i fautori del leghismo territoriale, teso alla mobilitazione permanente, e i sostenitori della “ lunga marcia” attraverso le istituzioni con lo scopo di stravolgerle mediante il federalismo. Il federalismo non si e’ ottenuto, la capacità di mobilitazione della Lega e’ diminuita e lo stesso progetto di sindacato dei lavoratori del Nord non e’ mai decollato.
E’ quasi ovvio che in tale situazione si acuiscano i contrasti interni, soprattutto avendo di fronte un governo che impone molta flessibilita’politica e adattamento istituzionale ( vedi PD e PdL ), tanto da mandare in fibrillazione un partito troppo accentrato e verticale come la Lega. Nel senso che chi non si piega corre il rischio di spezzarsi se tutto sommato rimane dentro l’attuale quadro politico e istituzionale.
Ora nella Lega si apre una partita dagli esiti incerti. Il progetto politico di Maroni, l’unico che ne abbia uno, sembra quasi un ossimoro: istituzionalizzare la Lega mantenendo un profilo anti-istituzionale. I fedelissimi di Bossi pensano che passata la tempesta si possa rimettere l’icona al proprio posto e partire con una rabbiosa controffensiva.
Entrambi devono però tener conto che la Lega, dopo gli anni di governo con Berlusconi, è profondamente cambiata sia nelle forme del proprio radicamento, più istituzionale che sociale e territoriale, e di aggregazione degli iscritti ed anche dei semplici sostenitori. Uscire dall’angolo, rilanciando il razzismo e la secessione, come è stato fatto nelle due crisi precedenti, non sembra credibile. Allora l’operazione riuscì mantenendo inalterata la struttura del partito, oggi la crisi si concentra in larga misura anche sull’inadeguatezza di un modello di partito pensato per la mobilitazione e che invece si trova sempre più a mediare nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione delle municipalizzate, delle banche e delle grandi aziende.
Non è escluso, ed è la cosa che temono di più sia Bossi che Maroni, che si inneschi una sorta di scissione silenziosa da parte di molti attivisti e militanti della Lega, una sorta di ritorno a casa manifestando la propria adesione solo sulla scheda elettorale.
L’attuale crisi della Lega è un’occasione che la sinistra radicale non deve farsi sfuggire per costruire un’opposizione politica e sociale al governo Monti e all’attuale sistema di dominio e sfruttamento a patto che si ripensi profondamente, abbandoni i politicismi, e punti decisamente all’autorganizzazione e al protagonismo dei soggetti sociali che maggiormente stanno pagando i costi della crisi.
dal sito http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/
sabato 7 aprile 2012
Mozione del gruppo BANDIERA ROSSA per il Direttivo Nazionale della LEGA DEI SOCIALISTI del 21 aprile 2012
Mozione del gruppo BANDIERA ROSSA
per il Direttivo Nazionale della LEGA DEI SOCIALISTI
del 21 aprile 2012
Compagne e compagni,
Il tempo che viviamo è connotato da una crisi economica e sociale di dimensioni inaudite, e da una risposta delle classi dirigenti imperniata sui canoni del liberismo più radicale, attraverso una ossessione, di chiaro stampo neomonetarista, verso la sterilizzazione dei bilanci pubblici, con un effetto fortemente recessivo, che in Italia potrebbe durare per molti anni, stanti i vincoli imposti dal “fiscal compact”, un processo di deregolamentazione e smantellamento dei diritti acquisiti, alle spese delle classi più deboli.
Sul versante politico, in contesti sociali sempre più impoveriti e inquieti, potrebbero verificarsi derive antidemocratiche, oligarchiche e tecnocratiche, di cui già si avvertono i primi sintomi, ad esempio in Italia con il Governo dei tecnici. Ma è più in generale in tutta Europa che si avverte lo scollamento fra le popolazioni e la tecnocrazia dell'Unione Europea, rappresentata dalla Commissione (organo non
elettivo ma che di fatto detiene, oltre al potere esecutivo, anche quello di iniziativa legislativa) e della Bce, supportate dal capitale finanziario responsabile della crisi. Il sogno socialista novecentesco di un’Europa dei popoli è diventato l’incubo di una euro-burocrazia neomonetarista, asservita agli interessi della finanza, con una rinascita degli antagonismi nazionali .
La gravità del momento richiede una alleanza fra tutte le componenti della sinistra storica, che in forma isolata non potranno contrastare incisivamente la deriva in atto. Il comunismo, da solo, può esplicare la sua azione soltanto al maturare delle condizioni oggettive e soggettive di una rivoluzione, e deve fare i conti con il dato empirico secondo il quale le rivoluzioni comuniste si verificano più facilmente in Paesi a capitalismo arretrato. La socialdemocrazia, dal canto suo, deve elaborare un pensiero economico in grado di superare i limiti del keynesianesimo tradizionale, coniugando competitività ed equità distributiva in un contesto di economia aperta, di ridisegno della divisione internazionale del lavoro e di smaterializzazione dei fattori produttivi e dei cicli di accumulazione. L’ecologismo, se privato di un connotato di classe, si limita a blandi richiami a modelli di sviluppo sostenibile in campo capitalistico (che si realizzano soltanto nella misura in cui le esigenze del profitto lo consentono). I filoni dell’anarchismo e del libertarismo, infine, non possono non fare i conti con le questioni di egemonia sovrastrutturale politica e culturale del capitalismo.
Nel contesto della sinistra italiana, poi, si riscontrano particolari debolezze: l’abbandono definitivo, da parte del PD, di qualsiasi velleità di riformismo di sinistra, dimostrato dalla subordinazione al Governo-Monti e dall'estraneità rispetto alla componente più combattiva del sindacato, ovvero la FIOM, nonché l’estrema frammentazione e personalizzazione dei partiti alla sinistra del PD, rispondente più a inutili logiche di difesa di orticelli di consenso in via di erosione, e di accettazione di processi deleteri di personalizzazione leaderistica portati dal berlusconismo, che all’esigenza di ricostruire un rapporto organico con la società, che solo la forma-partito, e il coraggio di sapersi mettere insieme per fare massa critica, riescono a garantire.
Pertanto, ciò che chiediamo, come gruppo di Bandiera Rossa, per l’evoluzione della Lega dei Socialisti verso l’obiettivo di divenire un soggetto politico autonomo, autorevole ed in grado di costituire il collante per una sinistra unita ed efficace, si estrinseca nei seguenti punti, che prefigurano un cammino lungo, non risolvibile in un unico congresso come quello del 21 Aprile:
1) La Lega dei Socialisti deve darsi l’ambizione di diventare un soggetto politico socialista autonomo, che dialoga con tutte le organizzazioni politiche di sinistra, nella prospettiva di fare da catalizzatore delle diverse anime della sinistra storica, al fine di porsi come soggetto costituente di un Fronte di Sinistra italiano, in grado di replicare il successo elettorale, e la crescente incisività politica, che esperimenti di sinistra unitaria, come la Linke in Germania, Izquierda Unida in Spagna, oppure il FG in Francia, stanno avendo negli anni recenti. Di fatto, fra i grandi Paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere un partito di sinistra unitario, in grado di fare sintesi fra il marxismo, il socialismo democratico, l’ecosocialismo, il libertarismo e le dottrine del socialismo del XXI Secolo, e che dia uno sbocco politico ai movimenti sociali ed alle forme di aggregazione spontaneistica della società civile. C’è una enorme domanda di sinistra insoddisfatta all’interno dell’elettorato, e che può essere calcolata non soltanto aggregando il consenso attribuito a partiti come SEL o la FED, ma che si rivolge anche a soggetti politici che non sono di sinistra, ma sanno gestire bene la fase comunicativa con tali frange di elettorato (si pensi ad Idv, o al Movimento 5 Stelle, che pur essendo lontani da una visione ed una tradizione di sinistra, catalizzano voti di elettori di sinistra, o alle componenti di elettorato ex-DS presenti ancora nel PD) oppure che, in assenza di riferimenti politici validi, si rifugia in un astensionismo in forte crescita, che oramai supera il 30% dell’elettorato, e che secondo i principali studi demoscopici è composto perlopiù da elettori con orientamento politico a sinistra. Non è affatto azzardato ipotizzare che un soggetto di sinistra unitario e pluralistico, che si collochi su posizioni coerenti con valori di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà, non discriminazione, pacifismo, antifascismo ed ecologismo possa aggregare non meno del 10% dell’elettorato;
2) In questa fase occorre proporre chiarezza, coerenza e trasparenza nella linea politica presentata al proletariato. Occorre smarcarsi dalla voluta ambiguità di chi, come il PD ma spesso anche la SEL, si propone come difensore delle ragioni del lavoro ma poi strizza l’occhio all’interclassismo, con il risultato di non essere più efficace nel contrastare la deriva neoliberista, e di perdere il sostegno dei ceti popolari. Pertanto, chiediamo che la linea politica della Lega dei Socialisti venga decisa dai suoi organi dirigenti nella più totale autonomia rispetto alla linea delle altre segreterie, ivi compresa quella del PSI;
3) Il processo di unificazione a sinistra deve avere come interlocutori principali SEL e la FED, e, solo eventualmente in seconda battuta, la sinistra del PD, qualora questa componente decida finalmente di smarcarsi con decisione dalla attuale linea politica di appoggio al Governo-Monti decisa dalla maggioranza della direzione nazionale di quel partito. Proponiamo altresì l’avvio di una interlocuzione con l’arcipelago del trotskismo, ed in particolare con il PCL, il cui segretario Ferrando ha più volte lanciato appelli all’unità della sinistra. Consideriamo essenziale anche il rapporto con i movimenti e con i centri sociali, di ispirazione ecologista, anticapitalista, antirazzista ed antifascista, al fine di includerli attivamente all’interno del progetto, e offrire loro una sponda politica su cui poggiare le loro rivendicazioni;
4) Il processo di interlocuzione con gli altri partiti e movimenti di sinistra deve essere condotto senza subordinazioni, ma anche senza inutili pretese di dominanza;
5) Siamo consapevoli che il percorso di unità plurale della sinistra italiana è lungo, tortuoso ed accidentato, e siamo quindi disposti ad accompagnarlo con tutta la pazienza, il tempo e la gradualità che saranno necessari, ma non siamo disponibili ad accompagnare un percorso che procede con ambiguità. Pertanto, chiediamo che fin da subito si stabilisca, seppur in termini molto generali ed aperti, un abbozzo di strategia generale che ci conduca verso l’obiettivo auspicato;
6) Stiamo con la FIOM e ci offriamo come soggetto in grado di fornire una sponda politica a tale sindacato;
7) Il percorso di costruzione della Lega dei Socialisti come soggetto politico autonomo deve essere improntato al pluralismo, al dibattito interno, alla promozione della partecipazione dal basso, ma anche alla formazione e selezione di una classe dirigente all’altezza delle enormi sfide che ci vengono poste dall’attuale fase. Per ciò stesso, chiediamo che la Lega rifugga da forme di organizzazione leaderistica e personalistica che affliggono molti partiti di sinistra;
8) Siamo per un’Europa che garantisca la partecipazione democratica ed egualitaria dei popoli e che promuova il socialismo, i diritti e l’eguaglianza distributiva. Siamo contro un’Europa monetaristica e burocratica, l'Europa del Capitale; siamo contro ogni tipo di intervento militare che leda la dignità e l'indipendenza dei popoli e che sia succube di logiche neocolonialiste ed imperialiste
9) Rifuggiamo da ogni differenziazione artificiosa fra minimalismo e massimalismo, contemplando la possibilità che la nostra azione politica ci porti anche ad affrontare un superamento dell’attuale paradigma;
10) Chiediamo che una discontinuità che affondi le radici nelle migliori tradizioni del socialismo sia visibile anche simbolicamente, per cui proponiamo di adottare, per la Lega dei Socialisti, il vecchio stemma del PSI (sole dell'avvenire, falce e martello, libro, in campo bianco anche se aggiornato nel suo restyling).
Se lo spirito costituente della Lega dei Socialisti rispetterà questi principi fondamentali, ci impegniamo, come gruppo di Bandiera Rossa, a sostenere con tutte le nostre risorse politiche, culturali e comunicative tale difficile ma improcrastinabile sfida.
Gruppo Bandiera Rossa aderente alla LdS
venerdì 6 aprile 2012
NESSUN ONORE DELLE ARMI PER UMBERTO BOSSI di Gennaro Carotenuto
NESSUN ONORE DELLE ARMI PER UMBERTO BOSSI
di Gennaro Carotenuto
Risparmiateci l'onore delle armi per Umberto Bossi e per la Lega Nord. La melma nella quale affonda è la stessa nella quale ha lucrato per decenni su paure ataviche ed egoismi modernissimi. È un bene che il velo sia caduto sul repertorio più classico del peggiore italianismo: corruzione spiccia, avidità, opportunismo, furbizia, una casta leghista così impresentabile da far rimpiangere l’Udeur, la connivenza con la criminalità organizzata, la presunta discontinuità che invece si dimostra bieca continuità, la bella vita senza lavorare, il familismo amorale del sistemare la famiglia. Altro non è mai stato, la Lega Nord. I mali d’Italia concentrati nella casa di Gemonio quasi come fosse quella del Grande Fratello.
Risparmiateci l’onore delle armi per i ragionieri con lo spadone. Non provo alcuna pena per i mentecatti di Pontida che si sono prestati al gioco dell’odio, convinti di essere una razza superiore assediata da chi è nato poche decine di km più a Sud o su una sponda diversa dello stesso mare. Causano puro orrore quelli che hanno avvelenato la vita del nostro paese con l’odio antimeridionale prima e contro i migranti poi. Causano profondo disprezzo quei profittatori di una guerra inventata che hanno fatto carriera o guadagnato un posto in graduatoria pretendendo di discriminare chi era nato in un’altra regione. Non dimentico neanche una delle infamie della Lega Nord alle quali ha fatto sponda, offrendole una legittimazione che non era scontata, l’intera classe politica. Ovviamente Silvio Berlusconi ma anche l’altro campo, esemplificato nella nefasta “costola della sinistra” di Massimo d’Alema, ha rappresentato in questi anni l’incapacità di trattar la Lega per quello che è sempre stato: un fenomeno eversivo fondato sulla discriminazione.
Mi vergogno per un paese che ha avuto Roberto Calderoli come Ministro e si è fatto rappresentare a Bruxelles da Mario Borghezio e Matteo Salvini. Mi vergogno di un paese che ha considerato interlocutori politici gentaglia capace di passare senza ritegno dai riti pagani all’integralismo cattolico, dalla presunta goliardia violenta del “forza Etna” alle guerre di civiltà. Noi contro loro perché è più facile da capire. Noi contro loro perché altrimenti non scatta la macchina del consenso. Noi contro loro perché altrimenti i nodi del fallimento del neoliberismo verrebbero al pettine. Noi contro loro perché altrimenti dovremmo interrogarci sui limiti della nostra modernità, sulla perdita di valori, cultura, coscienza civile. Noi contro loro nell’illusione che il problema possa essere espulso e noi si possa riprendere la nostra età dell’oro bucolica interrotta dall’irruzione dello straniero.
È infame poi lo spaccare il capello in quattro di media tuttora conniventi con una Lega pienamente interna al sistema, con propri uomini ovunque, dai consigli d’amministrazione alle fondazioni bancarie, dagli organismi di vigilanza ai media. Il ribaltamento della “questione meridionale” in “questione settentrionale” non era altro che questo: aggiungere posti a tavola della mangiatoia pubblica. Sarebbe “il nuovo” Roberto Maroni, complice di tutti le nefandezze del capo e condannato per crimini contro l’umanità dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per l’infamia dei respingimenti, il crimine più grave in Italia da Marzabotto, Stazzema e le Fosse Ardeatine?
È emendabile la storia della Lega Nord dai sacrifici umani, dal sangue che hanno voluto i dentisti o i commercialisti in camicia verde? Piango per quei 17.000 corpi senza nome che giacciono nel Mediterraneo, e che sono in gran parte sulla coscienza di un’Italia che ha permesso la vergogna di far diventare partito di massa un partitino xenofobo estremista che in Germania o in Francia sarebbe stato tenuto fuori dalle istituzioni come testimoniò il ballottaggio 2002 a Parigi. Piango per i torturati da Gheddafi ai quali Maroni e Berlusconi avevano appaltato il lavoro sporco. Piango per quei bambini ai quali è stato negato perfino il cibo in scuole dell’orrore come quella di Adro. Rivendico subito (come minima prova di riscatto) la cittadinanza per i nati in Italia, e presto, con un percorso sicuro e garantista, la cittadinanza piena per chi in Italia ha scelto di vivere. Oggi, Ministro Riccardi!
Ma come siamo arrivati a questo? La canea dell’odio leghista in questi anni ha fatto breccia in almeno due Italie. Da una parte un’Italia aggressiva figlia di un ibrido mostruoso tra Mastro don Gesualdo e Margaret Thatcher, disposta a sparare a vista pur di dire “roba mia viettene con me” e intimamente rappresentata dal più gretto, volgare e razzista dei partiti. Dall’altra la Lega ha fatto breccia nell’Italia dei penultimi, tra gli anziani spaventati, tra i giovani che avevano creduto che studiare non servisse per poi ritrovarsi subalterni per sempre, per cultura e rapporti di produzione, soprattutto in quella classe lavoratrice colpita a morte dalla doppia crisi strutturale del modello, quello neoliberale e quello della piccola e media impresa. È l’Italia che è stata tradita dalla fine dei partiti di massa, DC e PCI innanzitutto, che avevano a lungo saputo incarnare la società della seconda metà del XX secolo per poi sparire senza eredi che non fossero scorciatoie (sempre conservatrici) di interpretazione della modernità: l’individualismo berlusconiano, quello appena temperato da un centro-sinistra che accettava pienamente il modello.
Così la Lega ha speculato su problemi reali banalizzandoli e offrendo una spiegazione semplice per tutto quello che di brutto andava succedendo nell’abdicazione di una politica che aveva rinunciato a trattare le masse stesse come soggettività. Non erano i tagli orizzontali alla scuola pubblica a far crollare quest’ultima ma era colpa degli insegnanti meridionali. Non era il radicale peggioramento dei rapporti di produzione dato dalla globalizzazione a rendere invivibile la condizione operaia ma era colpa dei migranti che rubavano il lavoro agli italiani. Il veleno reazionario, incarnato dal messaggio leghista forse meglio ancora che da Berlusconi, si è insinuato in questi anni nel vuoto di un messaggio politico alternativo. Solo il riprendere la battaglia delle idee con una chiara proposta di progresso includente, con un’idea guida che metta gli ultimi e i penultimi dalla stessa parte della barricata, eviterà che la fine ineludibile della cosiddetta Seconda Repubblica, nelle cose con l’ignominiosa uscita di scena di Berlusconi prima e Bossi poi, non si trasformi in un incubo peggiore.
dal sito http://www.gennarocarotenuto.it/
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Lega Nord
martedì 3 aprile 2012
LA GIUSTIZIA DEL RE di Stefano Santarelli
LA GIUSTIZIA DEL RE
di Stefano Santarelli
Sulla collina di Montmartre vi è una statua che raffigura un giovane gentiluomo del ‘700 e sotto il classico tricorno si riesce ad intravedere un volto coraggioso e nobile anche se il suo sguardo sembra perso nel vuoto.
Questo ragazzo di soli diciannove anni si chiamava François-Jean Lefebvre, Cavaliere de la Barre, e fu protagonista suo malgrado di un grave affare di cronaca che lo portò al patibolo. Egli fu l’ultimo condannato a morte per blasfemia nella terra di Francia.
Questa statua ha assunto lo stesso valore simbolico contro l’intolleranza religiosa di quella dedicata al nostro Giordano Bruno che si trova nella celebre piazza romana di Campo de’ Fiori ed ha avuto una vita travagliata.
Infatti venne eretta nel 1905 davanti alla Basilica del Sacro Cuore e spostata nel 1926 nella piazza vicina a causa delle proteste dei cattolici. Nel 1941 con la Repubblica di Vichy venne rimossa e quindi fusa. Nel 2001 infine una nuova versione di questa statua è stata rimessa a Montmartre.
Una statua quindi con una storia travagliata come lo fu il caso che condusse alla tortura prima e poi alla decapitazione il giovane Cavaliere de la Barre. Un caso giudiziario che prefigura sotto molti aspetti l’affaire Dreyfus e che fu duramente contestato da Voltaire, Diderot e da tutti gli altri illuministi i quali metteranno in evidenza l’arbitrarietà della giustizia del XVIII secolo.
E’ necessario ricordare che nell’Ancien Régime la giustizia era un prolungamento della funzione reale e non era possibile contestarla o criticarla. Per diritto la procedura era segreta ed i giudici non dovevano motivare la loro sentenza. Oltretutto il codice di procedura penale non ammetteva il diritto alla difesa e non vi erano quindi avvocati che potevano difendere un accusato.
La difesa che compie Voltaire come gli altri illuministi è quindi costretta a svilupparsi fuori dal processo vero e proprio. Voltaire interviene come “philosophe observateur” ed è a questo titolo che scatena la sua denuncia legittimando la sua azione. Ricordiamo che due anni prima questo grande filosofo era intervenuto nel caso “Jean Calas”, un ugonotto che venne giustiziato per un omicidio che non aveva commesso. In quel caso aveva ottenuto un nuovo giudizio e la riabilitazione della memoria del condannato ed il Parlamento di Tolosa aveva dovuto sconfessare la sua azione.
Era per la Francia del XVIII secolo un avvenimento epocale. Oltretutto va sottolineato che la battaglia pubblica di Voltaire nel processo “Calas” rappresentava una vera innovazione sia nel campo giuridico che in quello politico,
Ed è quindi proprio nella sua veste di filosofo che Voltaire interviene di nuovo pubblicamente, ma questa volta però con scarsa fortuna, nel processo del Cavaliere de La Barre.
Tutto inizia il 9 agosto del 1765 quando venne trovato deturpato un crocefisso in legno che si trovava nel pont neuf di Abbeville, una piccola cittadina della Piccardia.
Nelle cronache locali venne descritto il danno subito da questo crocefisso il quale era stato tagliato in vari punti “da uno strumento tagliente” che aveva provocato alla gamba destra “tre tagli di più di un pollice di lunghezza ciascuno e profondi quattro linee” e “due tagli accanto allo stomaco”.
Un danno come si può intuire in fondo molto minimo e che come verrà ricostruito in seguito fu provocato quasi sicuramente da un carro carico di tronchi di legno che aveva urtato questa statua.
Il giudice constatato il fatto apre una inchiesta ed in questa cittadina l’emozione per questo atto“sacrilego” è profonda e ci si interroga su chi possa essere stato a commettere tale atto e per più di un anno non si parla d’altro.
Il Vescovo d’Amiens, Louis-François d’Orleans de la Motte, compie una cerimonia di “riparazione” a piedi nudi in presenza di tutti i dignitari della regione dando così una importanza a questo episodio che certamente non meritava.
A questo punto bisognava assolutamente trovare i colpevoli e li si individua in tre giovani gentiluomini: il Cavaliere de la Barre, Gaillard d’Etallonde e Moisnel.
Gli accusati hanno una età compresa fra i 15 e i 21 anni ed appartengono alle migliori famiglie della città le quali occupavano le più importanti cariche istituzionali. Il Cavaliere de la Barre tra l’altro è imparentato con i Séguier ed i D’Ormesson, celebri famiglie di magistrati parigini. E sia gli accusati che gli accusatori sono tutti membri della nobiltà locale.
Voltaire ricostruisce questo folle caso giudiziario e ci basiamo proprio sulla sua inchiesta che lo costringerà poi ad una fuga dalla Francia.
Il Cavaliere de la Barre per difendere la zia da “attenzioni” non richieste si è inimicato un sessantenne di nome Belleval, responsabile di un tribunale preposto per riscuotere le imposte.
Ed è questo personaggio che fa notare lo scandaloso comportamento dei tre giovani gentiluomini.
Effettivamente questi tre giovani gentiluomini durante una processione non si erano inginocchiati, né si erano scoperti il capo. Ma queste sono le uniche cose che si possono rimproverare loro visto che sul danneggiamento del crocifisso non si era scoperto nulla, nessun testimone aveva visto l’atto o incontrato qualcuno che l’avesse visto. Ma nella camera da letto del Cavaliere de la Barre vengono trovati però libri “licenziosi”, impreziositi da incisioni ed una copia del “Dictionnaire philosophique” di Voltaire. Erano libri acquistati e venduti clandestinamente a causa del divieto reale di stamparli e di venderli.
Viene quindi presentato un secondo capo di accusa questa volta per blasfemia formulato dallo stesso tribunale di Abbeville.
E sulla base di queste risibili accuse vengono arrestati i nostri tre gentiluomini a cui segue quella, con ironia del fato, proprio del figlio di Bellaval. Quest’ultimo e D’Ettalonde riescono a fuggire dalla Francia mentre il Cavaliere de la Barre e Moisnel vengono condannati a morte dal Tribunale di Abbeville.
Viene chiesto anche l’arresto di Voltaire come istigatore con il suo “Dictionnaire philosophique” della profanazione del crocefisso. Questo costringe il grande illuminista a doversi rifugiare in Svizzera e poi a domandare asilo a Federico II, Re di Prussia.
Intanto de la Barre e Moisnel, che ha appena quindici anni, presentano appello al Parlamento di Parigi e nel marzo del 1766 vengono trasferiti alla Conciergerie di Parigi.
Moisnel viene discolpato dal Cavaliere de la Barre ottenendo una pena minore mentre quest’ultimo viene condannato a morte. Nonostante la parentela influente che poteva vantare il nostro giovane Cavaliere non riuscirà comunque ad ottenere la grazia di Luigi XV.
Il reato contestato al nostro povero de la Barre era quello di blasfemia, un reato che era caduto in disuso e come ricorda Voltaire “non esiste in Francia una legge che condanna a morte per blasfemia”, infatti l’ordinanza del 1666 la puniva con una ammenda.
Ma nella Francia dell’Ancien Régime la nozione di blasfemia e di empietà non riguardava soltanto il terreno religioso, ma anche la costituzione politica del regno e dell’organizzazione sociale. Cioè la base della sovranità stessa: il concetto della monarchia come diritto divino. E’ la reciproca relazione che si davano tra di loro la Chiesa e la Monarchia e che costituiva il fondamento dello stato. La tradizione attribuiva poteri miracolosi ai sovrani francesi nel momento dell’incoronazione e delle grandi feste cristiane (Pasqua, Natale, ecc).
Rimandiamo a questo proposito al celebre libro di Marc Bloch I Re taumaturghi dove il grande storico francese studia questa credenza.
Infatti si riteneva che il Re avesse il potere di guarire malattie ed in particolare le scrofole. Era questa una tradizione che era stata incoraggiata e voluta dalla stessa Chiesa la quale non vedeva in questo carattere di santificazione della figura reale un carattere di usurpazione del clero, ma anzi un omaggio alla religione. Potere temporale e potere spirituale sono quindi la base di un Ancien Régime che però proprio sotto il regno di Luigi XV inizia a manifestare le prime crepe facendo intravedere l’alba della grande Rivoluzione, ricordiamo infatti che "Les chaînes de l'esclavage" di Marat è del 1774.
Voltaire quindi attaccando il concetto stesso di blasfemia aveva attaccato il cuore stesso del sistema politico francese. Era perciò un passo per la separazione tra la Chiesa e lo Stato, anche se è giusto sottolineare che in realtà il grande filosofo non attaccava la monarchia in quanto tale, ma il legame tra il prete ed il Re.
Il processo del giovane Cavaliere de la Barre si colloca nel mezzo di due editti reali: quello che bandisce i gesuiti dal Regno e la condanna contro l’Encyclopédie cioè contro l’Illuminismo.
Entrambi, gesuiti ed illuministi, pur nella loro diversità volevano rinnovare il principio della sovranità nell’esercizio e nel principio monarchico. Questa necessità del rinnovamento della formula monarchica sarà tra l’altro uno dei motivi di fondo che porteranno alla convocazione degli Stati Generali nel 1789.
Ma ritornando al processo, Moisnel venne discolpato dal Cavaliere de la Barre ottenendo una pena minore mentre quest’ultimo venne condannato a morte. Ricondotto ad Abbeville verrà decapitato il 1 luglio del 1766 dal boia Sanson lo stesso che tredici anni dopo taglierà la testa a Luigi XVI. Questa decapitazione sarà preceduta dalla tortura e poi dall’amputazione della mano destra e della lingua. Il suo cadavere verrà bruciato insieme ad una copia del Dictionnaire philosophique di Voltaire.
Le cronache del tempo ci hanno tramandato le sue ultime parole:
"Je ne croyais pas qu’on pût faire mourir un jeune gentilhomme pour si peu de chose"
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Bibliografia :
E.Claverie - L’affaire du Chevalier de la Barre: naissance d’une forme politique
M.Gallo - Que passe la justice du roi. Vie, procès et supplice du Chevalier de la Barre -Versaille-2011
17 marzo 2012
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martedì 27 marzo 2012
I RICATTI DI MONTI di Antonio Moscato
I RICATTI DI MONTI
di Antonio Moscato
Monti minaccia sempre più frequentemente il parlamento e i partiti fantasma che lo compongono. Minaccia di andarsene, ma in realtà fa capire che se fosse messo in minoranza non esiterebbe a ricorrere alle urne in un momento in cui i partiti sono particolarmente screditati. Lo fa soprattutto nei confronti del PD, che ha avuto qualche piccolo sussulto di dignità dopo essere stato a lungo bastonato e ricattato, e che potrebbe facilmente spaccarsi, avendo all’interno del suo gruppo dirigente non pochi esponenti decisamente favorevoli al governo delle banche e dei capitalisti, e praticamente nessuno schierato davvero dalla parte dei lavoratori (quelli che appaiono tali, come i Fassina o i Damiano, sono in realtà solo preoccupati che tirando troppo la corda Monti provochi reazioni incontrollabili da parte dei lavoratori).
Ma dobbiamo domandarci perché Monti porta avanti con tanta decisione un programma di attacco alle poche residue conquiste fatte dai lavoratori negli anni Sessanta e Settanta e smantellate poi sistematicamente, con la valida collaborazione di CISL, UIL e CGIL: a mio parere semplicemente perché è un uomo del grande capitale, e quindi sbilanciato logicamente verso la destra di Alfano, Casini, Fini; non a caso ostenta perfino buoni rapporti con Berlusconi: era infastidito solo dalle sue imprudenze e ostentazioni di frequentazioni col malaffare, perché ne indebolivano la politica.
Riprendo un volantino dello SLAI Cobas dell’Alfa, che ricorda le responsabilità precedenti di Monti come dirigente FIAT. Avevo già utilizzato questo materiale, indubbiamente utile, ma lo avevo fatto solo parzialmente, perché rimango sempre perplesso verso tutte le teorie sui misteriosi centri di manovre occulte, come Trilateral, Bilderberg o il think tank Brueguel, che vengono riprese nella parte conclusiva del volantino. Ero stato sempre scettico anche sulla stessa P2, che è stata utilizzata per "criminalizzare" come manovra di pochi delinquenti occulti quella che era invece una tendenza generalizzata verso soluzioni sempre più autoritarie, tendenza presente in tutto il capitalismo di questi tempi incerti, in Europa e nel mondo. Licio Gelli non era un "deus ex machina", era un furbetto che aveva fiutato l’aria e utilizzando le idee che circolavano da tempo (basta ricordare la "Nuova repubblica" di Pacciardi, per un certo tempo appoggiata da Pannella), aveva costruito una sua area di influenza, piena anche di gonzi che cercavano una scorciatoia per far carriera...
Per queste ragioni, di Monti, di Passera, e di buona parte dei suoi ministri (salvo i tre o quattro inseriti come decorazione “umanitaria” di un governo pessimo), mi basta ricostruire i loro legami con la grande industria e i suoi crimini, anche finanziari. A partire da Tangentopoli, dallo smantellamento programmato dell’Alfa Romeo e di gran parte della FIAT, dalla corruzione di un numero straordinariamente alto di politici asserviti, e di giornalisti senza vergogna (ad esempio, per usare una notizia fresca fresca, mi piacerebbe sapere da dove venivano i due milioni e mezzo di euro in contanti che Emilio Fede voleva depositare in Svizzera e che quel paese ha respinto per insolita prudenza...).
Perché dovremmo cercare le “prove” sul club Binderberg (che, tanto più se esiste così come viene descritto, saranno state accuratamente occultate) quando sui precedenti di questa "nuova classe politica" è già disponibile una documentazione enorme, giudiziaria e anche seriamente giornalistica, raccolta in molti ponderosi volumi?
Basterebbe far circolare sistematicamente questi materiali, in un formato agile e quindi facilmente leggibile, per smontare il culto di Monti “uomo probo e integerrimo” che è stato costruito dalla quasi totalità dei media, con la regia di Giorgio Napolitano, anche lui spacciato come uomo “al di sopra delle parti”, mentre è stato da decenni il fautore della cancellazione dell’identità della sinistra e della costruzione di quella “coesione nazionale” che ha permesso all’1% di governare sul 99%. Quindi l’uomo di una parte sola, quella che ha provocato l’indebitamento folle e la crisi attuale.
Cominciare a far questo, quotidianamente, è già il primo passo per costruire unilateralmente un audit (un’indagine, potremmo tradurre) cittadino e popolare, che spieghi l’origine illecita e disonesta delle enormi ricchezze accumulate da pochi, e prepari quindi le condizioni per non pagare il debito contratto da altri, e per rifiutare in blocco l’amarissima e dannosa medicina che ci stanno propinando, con la scusa di non finire come la Grecia, e che è identica a quella somministrata ai greci.
27 marzo 2012
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SLAI COBAS
Mario Monti: dirigente FIAT dal 1979 al 1993.
NON SA NULLA DELLE TANGENTI DATE A CRAXI ?
Dopo il regalo dell'Alfa Romeo, la FIAT prese precisi impegni con lo Stato su Arese e Pomigliano: perché Monti non li fece rispettare?
Nessuno ne parla ma il bocconiano Mario Monti non è solo l'uomo delle banche e della finanza (prima COMIT e Generali e poi Goldman Sachs), ma è stato innanzitutto un “UOMO FIAT”. Monti ha fatto parte dei CdA della FIAT dall'età di 36 anni (1979) all'età di 50 anni (1993); dopodiché, dal '94 al 2004, è stato Commissario UE.
E alla FIAT non era un comprimario ma comandava:
· CdA Gilardini (FIAT) dal 1979 al 1983;
· CdA FIDIS (FIAT) dal 1982 al 1988;
· Cda e comitato esecutivo FIAT dal 1988 al 1993;
oltre a Mario Monti, facevano parte del comitato esecutivo FIAT Gianni e Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.
Dal 1° gennaio 1987 la FIAT ha avuto in regalo l'Alfa Romeo dall'IRI (Prodi) e dallo Stato (Craxi, Andreotti, Amato, Darida, ecc..) impegnandosi per iscritto con il CIPI a mantenere i 40.000 lavoratori di Arese e Pomigliano e a pagare quattro soldi allo Stato con 5 comode rate annuali a partire dal 1993. Ma nel novembre 1993 riduce a 4.000 (e poi a zero) i lavoratori di Arese e così poi con Pomigliano. E mentre la FIAT ridimensiona e poi chiude l'Alfa, riceve 1.000 miliardi dallo Stato solo per costruire gratis lo stabilimento di Melfi. E in questi anni la FIAT, mentre si sbarazzava di 40.000 operai Alfa Romeo, ha ricevuto “aiuti” di Stato di 2mila miliardi di lire per Arese e altrettanti per Pomigliano.
TUTTO CIO' E' AVVENUTO GRAZIE ALLE TANGENTI PAGATE DALLA FIAT AI POLITICI.
E TUTTO CIO' E' AVVENUTO MENTRE MARIO MONTI ERA A CAPO DELLA FINANZA FIAT (FIDIS) ED ERA UNO DEI 5 MEMBRI DEL COMITATO ESECUTIVO DI TUTTA LA FIAT.
Per le tangenti FIAT il 9 aprile 1997 il Tribunale di Torino ha condannato Romiti e Mattioli a oltre un anno di carcere, con sentenza confermata in Cassazione nel 2000 ma cassata qualche anno dopo con la legge di Berlusconi che ha depenalizzato il falso in bilancio. I 150 operai dello Slai Cobas che si costituirono parte civile nel processo di Torino furono comunque poi risarciti con 1milione e 600mila lire a testa.
"Una gran brutta notizia". E' questo il commento dell'amministratore delegato dell'Ambroveneto, Corrado Passera, alla notizia della sentenza di Torino (La Repubblica, 10 aprile 1997).
Ma la tangentopoli FIAT è solo di Romiti? Ma non scherziamo!
Soldi avvolti in carta da giornale "I pacchi di denaro arrivavano avvolti in carta da giornale accuratamente sigillati con nastro adesivo. Dal sesto piano di Corso Marconi, quartier generale della Fiat, le banconote - mezzo miliardo a pacco - venivano quindi portate al quinto piano, nell'ufficio della Signora Maria Nicola, addetta contabile e soprattutto segretaria di fiducia dell'Amministratore delegato C. Romiti. La funzionaria, impiegata presso la cassa centrale della Fiat S.p.A., ora in pensione, provvedeva poi a dividere il denaro in piccole mazzette" (La Repubblica 15.6.95).
"Sulla conoscenza da parte di Mario MONTI delle tangenti FIAT rimane perlomeno un ragionevole dubbio": Lo si può leggere a pag.627 di MANI PULITE “ LA VERA STORIA (di Barbacetto, Gomez, Travaglio)
Poteva il presidente onorario della FIAT, il senatore a vita Giovanni AGNELLI, non sapere nulla dei fondi neri e delle tangenti del suo gruppo? La Procura di Torino si è posta più volte questa domanda, ma non ha ricevuto alcuna notizia di reato né alcuna risposta utile dalle centinaia di testimoni e imputati interrogati (Pomicino avrebbe voluto parlarne fuori verbale ma, quando i pm torinesi gli hanno spiegato che non si può, si è avvalso della facoltà di non rispondere; Craxi ha giurato che di vil denaro si occupava Romiti, mentre l'Avvocato si limitava all'alta strategia). Così la Procura non ha potuto indagarlo.
Senonché il gup Saluzzo, nella sentenza che condanna Romiti e Mattioli, la invita esplicitamente ad aprire un'inchiesta sull'intero Comitato Esecutivo degli anni delle tangenti, e cioè su Giovanni e Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Mario Monti. I cinque vengono dunque inquisiti per falso in bilancio nel maggio 1998. Ma ogni tentativo di approfondire il loro eventuale ruolo nel sistema illecito si infrange dietro i "non so" e le negazioni di chi potrebbe inguaiarli. Così alla Procura non rimane che chiedere l'archiviazione, in quanto "non esistono sufficienti elementi di prova a carico dei membri del Comitato Esecutivo"...
Il 1° settembre 1998 il gip Paola De Maria archivia dunque il fascicolo sull'Avvocato e gli altri quattro, scrivendo che è "storicamente provato che Giovanni Agnelli avesse mentito agli azionisti nel negare" le tangenti FIAT, ma non è provato che le conoscesse. Anche se sulla conoscenza sua e degli altri quattro rimane perlomeno un "ragionevole dubbio".
Romiti, secondo i magistrati di Torino, in soli 10 anni avrebbe accantonato fondi neri per almeno 1.000 miliardi!
"Centododici miliardi di lire falsamente dichiarati per un solo bilancio: quello del 1991. Le riserve occulte tuttavia risalirebbero "a far data dagli esercizi precedenti ad almeno il 1984". E fra queste disponibilità vi sarebbero pure i "versamenti per almeno 4 miliardi di lire nella primavera ‘92 destinati al PSI" ("La Repubblica" del 13/12/95).
Questa tangente di 4 miliardi di lire fu versata con assegno da Romiti a Craxi il 20 marzo 1992. La fotocopia di questo assegno fu recapitata da Craxi (già allora ad Hammamet) allo Slai Cobas Alfa Romeo tramite l'avvocato Lo Giudice. Lo Slai Cobas consegnò la copia dell'assegno alla Procura di Torino.
Dato che Mario Monti è anche:
1. "Presidente europeo della commissione Trilaterale e presidente onorario di Brueguel, il think tank che lui stesso ha fondato nel 2005" (Libero, 15-11-2011);
2. "L’Italia sarà il primo Paese al mondo ad avere un capo del governo che fa parte allo stesso tempo del comitato esecutivo della Trilateral e del Bilderberg group, considerati come due superlobby globali più influenti di stretta osservanza liberista"(Il fatto Quotidiano);
3. Mario Monti fa anche parte dell'ASPEN Institute, abbondantemente foraggiato con centinaia di milioni di lire al colpo con i fondi neri tangentizi FIAT, come comprovato dal processo Romiti a Torino, lo SLAI COBAS chiede a Mario Monti di chiarire la sua posizione sulla FIAT e sulle Tangenti FIAT prima di dare altri soldi a sbafo a Marchionne e alla FIAT per licenziare e portare gli stabilimenti e i soldi all'estero.
Arese-Pomigliano, 13 dicembre 2011
Slai Cobas www.slaicobas.it
dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php
lunedì 26 marzo 2012
DEMOCRITO: UN LIBERTARIO NON MATERIALISTA di Carlo Felici
DEMOCRITO: UN LIBERTARIO NON MATERIALISTA
di Carlo Felici
Spesso accade di leggere nei manuali di filosofia alcune grossolane semplificazioni, come il fatto che Democrito fu un materialista. Non mi pare tuttavia che Democrito possa essere definito tale. E' questo anche un modo per capire come sia destinato al tramonto lo iato tra spiritualismo e materialismo, erroneamente individuato con la nascita delle teorie atomistiche di Democrito, il quale non fece altro che polverizzare lo sfero parmenideo per ottenere lo stesso effetto eterno ed infinito con gli atomi.
Come spiega bene Geymonat: "Democrito non è affatto partito dal sensibile per giungere all'atomo, ma al contrario è partito dall'atomo (ammesso in base ad una postulazione della ragione) per rendere conto del sensibile" e dunque la lettura Aristotelica che accusa l'atomismo di "ridurre tutta la realtà al sensibile" è infondata.
Democrito scrive esplicitamente che noi percepiamo aggregati di atomi non singoli atomi.
Il non essere parmenideo in Democrito semplicemente diventa lo spazio non più interpretato come negazione metafisica di ogni essere, ma come "mancanza di atomi".
Se dunque approfondiamo almeno un pochino, ci rendiamo conto che c'è di più dei cosiddetti "manuali di filosofia"e delle loro definizioni restrittive.
Parmenide e Democrito infatti sono meno agli antipodi di quanto ci abbiano raccontato, l'atomismo infatti può essere considerato proprio come uno dei più efficaci tentativi di risolvere le gravissime difficoltà già mostrate da Anassagora e Zenone nel concetto di infinita divisibilità delle grandezze geometriche.
Per risolvere tali difficoltà Democrito, a torto inserito tra i presocratici nei manuali, mentre, essendo vissuto quasi un secolo, è contemporaneo di Socrate, introduce la distinzione tra il suddividere matematico e il suddividere fisico. Il primo che non trova rispondenza nella realtà, è a suo avviso proseguibile all' infinito e si usa per determinare aree e volumi di figure geometriche, il secondo invece è condizionato dalla natura di quel che si vuol suddividere e non è proseguibile oltre un certo limite.
Così la suddivisione fisica si può fare finché si tratta di dividere corpi composti, non si può fare invece quando si tratta di esseri semplici, a cui si arriva prima con il lògos che con l'esperienza.
Ecco dunque affiorare l'ipotesi che esistano in realtà degli esseri semplici che attuano, ciascuno in se stesso, alcuni caratteri fondamentali dell'essere parmenideo: gli atomi, intrasformabili, indivisibili, impenetrabili. Se dividere un corpo può voler dire separare gli atomi, non possiamo in ogni caso dividere gli atomi.
Sia Parmenide che Democrito procedono quindi con il logos verso il medesimo intento di “semplificazione” anche se gli esiti possono apparire diversi e persino opposti.
Per Democrito l'atomo è indivisibile, non è dunque pensabile che possa essere ulteriormente diviso.
Democrito descrive gli atomi con le stesse caratteristiche dell'essere parmenideo: afferma che essi sono pieni, immutabili, ingenerati ed eterni.
Comunque, a proposito di materialismo e spiritualismo antichi, abbiamo una bella definizione di uno dei massimi studiosi di filosofia antica, purtroppo scomparso ma che resta uno dei migliori che l'Italia e il mondo abbiano mai avuto:
"Tuttavia bisogna fare attenzione quando si adoperano queste categorie. Nel Sofista Platone presenta un grande contrasto tra due visioni del mondo: una è quella materialistica e l'altra è quella che egli attribuisce agli "amici delle idee". Nel descrivere la concezione materialistica Platone dice che essa è propria di uomini che credono solo in quello che toccano, quindi il materialismo è fondato su una conoscenza di tipo sensibile: quello che non si tocca, quello che non si vede, quello che non si odora, non esiste. Ora, se noi dovessimo applicare questo criterio anche a Democrito, ci accorgeremmo che gli atomi di Democrito non si toccano, non si vedono, non si odorano e quindi essi non sono o non dovrebbero essere materiali. Potremmo dire che gli atomi di Democrito non si vedono, non si toccano e non si odorano allo stesso modo che non si vedono, non si toccano e non si odorano le idee di Platone; e come Platone ritiene reali, anzi, veramente reali le idee, ugualmente Democrito ritiene reali, anzi, veramente reali gli atomi. Da questo punto di vista, contrapporre la filosofia di Democrito alla filosofia di Platone come materialismo e idealismo è al di fuori del quadro storico del V e IV secolo a. C.; tanto peggio, poi, se addirittura si sostiene che la filosofia di Democrito è superiore a quella di Platone perché materialista o se si dice che quella di Platone è superiore a quella di Democrito perché è idealista."
(Gabriele Giannantoni)
Siamo troppo legati a vecchie concezioni ed Aristotele, in particolare, ha condizionato enormemente la visuale della filosofia e della fisica ma non sempre in maniera corretta.
Nel Frammento 198 si parla addirittura di idee indivisibili, "forme atomiche"
Plut. Adv.Colot.8p110F -Che cosa sostiene Democrito? Tutto l'universo sono le idee indivisibili "atomous ideas" (le forme) Per Democrito tutte le realtà sono costituite dalle cosiddette "forme atomiche"-
E ancora: -Secondo Democrito l'anima è una mescolanza di idee aventi forma sferica "sphairikàs…echònton tas idéas"-
Per osservare come le tesi di Giannantoni abbiano valore, basta considerare le recenti conferme date dagli studi sulla fisica contemporanea, per la quale i confini tra spirito e materia sono molto sfumati L’ultimo mezzo secolo della fisica ha infatti sconvolto la tradizionale contrapposizione esistente tra il soggetto osservatore e l’oggetto osservato sfumando i tranquillizzanti e positivistici confini tra lo spirito e la materia, lo spazio e il tempo, la vita e la morte, la causa e l’effetto.
Il fisico quanto più profondamente è penetrato nei regni delle dimensioni subatomiche e supergalattiche, tanto più intensamente è diventato consapevole che la loro struttura è paradossale e sfida il senso comune. Il mondo del fisico, basato sulla teoria della relatività e sulla teoria dei quanti è in effetti un mondo dell’impossibile.
Heisenberg sostiene che gli atomi non sono cose. Quando si scende a livello atomico, il mondo oggettivo non esiste più nel tempo e nello spazio e i simboli matematici della fisica teorica si riferiscono semplicemente a un mondo di possibilità e non di fatti.
Suo è il Principio di Indeterminazione: se si osserva la velocità dell’elettrone è la sua posizione a diventar confusa e viceversa. Ciò per l’impossibilità di rendere conto contemporaneamente della natura ondulatoria e corpuscolare con cui si evidenziano le particelle subatomiche a seconda del modello descrittivo adottato.
Koestler osserva che la fisica moderna sembra obbedire a una delle leggi che il Signore aveva ordinato a Mosè: "Non vi farete immagini scolpite" né di divinità né di protoni.
"L’assenza nel neutrino di proprietà fisiche grezze , e le sue caratteristiche quasi eteree, incoraggiano le ipotesi sulla possibile esistenza di altre particelle che fornirebbero il legame che ci manca tra la materia e la mente" (Koestler).
E’ di Eddington nel 1928 questa affermazione: "la sostanza del mondo è la sostanza della mente".
A questo proposito l’astronomo Firsotff ipotizza addirittura l’esistenza di particelle elementari della sostanza della mente: i "mentoni".
Tra l'altro, è bene evitare di confondere ambiti molto differenziati come meccanicismo e materialismo, appartenenti ad epoche molto lontane e diverse, il meccanicismo trova una sua prima definizione con La Place nel 1796, il materialismo trova una sua definizione autonoma non tanto con Platone ma con Cartesio, il quale scinde nettamente la res cogitans da quelle extensa.
Il determinismo infine è un concetto indissolubilmente legato al libero arbitrio e quindi, per quanto remota possa essere la sua origine non può arrivare a prima dei pensatori cristiani e arabi e in particolare sul piano filosofico a prima dell'anno mille (Omar Khayyam) Va rimarcato inoltre che il giudizio di Dante su Democrito (che 'l mondo a caso pone) non sembra rispondere alla reale concezione del filosofo di Abdera.
Secondo Democrito, infatti, il movimento degli atomi è vorticoso, ed è unico; si tratterebbe quindi di un unico grande vortice cosmico al centro del quale si sarebbero raccolti gli atomi più grossi e la loro unione avrebbe originato la terra, mentre agli estremi si sarebbero raccolti gli atomi più leggeri, i quali avrebbero formato gli astri, infiammati dal movimento.
Dandosi tale continuità in un unico movimento, non è dunque possibile che qualcosa avvenga per caso, ma solo che noi pensiamo che sia avvenuto per caso, perché ignoriamo la necessità.
Altrimenti, il ragionamento di Democrito risulterebbe contraddittorio. Nella filosofia greca tutti questi concetti che come etichette noi appiccichiamo secondo le nostre tendenze e gusti o preferenze discriminanti ai vari filosofi, risultano vani ed incomprensibili.
Se spostiamo la questione dall'ambito ontologico a quello gnoseologico certo le differenze possono apparire più rilevanti. Però, anche considerando l'aspetto gnoseologico, bisogna pur rilevare che secondo Democrito gli oggetti che noi percepiamo ci appaiono caldi o freddi, amari o dolci, ma queste qualità appartengono alla sfera di quello che la cultura del v secolo a.C. raggruppava sotto la categoria del nòmos, ossia di ciò che è variabile, convenzionale, instabile, contrapposto al piano stabile e immutevole della natura. La vera conoscenza è quella che consente di accedere al piano nascosto che sfugge ai sensi. Qui essa trova i costituenti di tutte le cose: gli atomi (atoma somata) e il vuoto (to kenon).
Inoltre va ricordato anche un altro aspetto, anche ammesso e non concesso che si possa parlare di determinismo fisico in Democrito, esso tuttavia non investe affatto la sfera delle decisioni umane.
Postulando che siamo in grado di scegliere tra il bene ed il male, si riconosce la libertà umana.
Democrito muove tuttavia da una profonda distinzione tra felicità e piacere, e sottolinea che la felicità non consiste nelle ricchezze, e nemmeno nello stesso piacere, ma nella eutymia, ovvero la serenità spirituale.
E questa si perde se si inseguono i piaceri, perché l'eccesso di piaceri provoca turbamenti dell'anima e squilibrii. Sul piano morale egli predica innanzitutto il rispetto di sé stesso. Non si deve agire correttamente solo per evitare di violare le leggi: si deve agire per incrementare correttamente la propria integrità e serenità.
Nel frammento 264 egli afferma: "Non devi aver rispetto per gli altri uomini più che per te stesso, né agir male quando nessuno lo sappia più che quando lo sappiano, ma devi avere per te stesso il massimo rispetto e imporre alla tua anima questa legge: non fare ciò che non si deve fare."
Vi è in ciò il riconoscimento di una necessità, quella dell'uguaglianza degli uomini nell'opportunità di essere degni di tale serenità interiore. Democrito fu infatti anche tra i primi a predicare l'uguaglianza tra tutti gli uomini, sostenendo che ogni terra ed ogni città possono essere patria dell'uomo, arrivando ad una visione cosmopolitica. Si schierò per la democrazia contro l'oligarchia, asserendo che "è meglio vivere liberi e poveri in democrazia, che ricchi ma non liberi in una oligarchia."
Prendiamo la concezione dello Stato, non tutti conoscono la posizione in merito di Democrito, nota attraverso un suo frammento tramandatoci da Stobeo. Il frammento è il 252 e vi si legge: «È necessario porre l’interesse dello Stato al di sopra di tutti gli altri, perché lo Stato sia governato bene, e non cercare continui pretesti per andare contro l’equità né permettersi di tentare sopraffazioni contro il bene comune. Perché uno Stato ben governato è la più grande fortuna, e quando vi è questo vi è tutto, e se questo è salvo tutto è salvo e se questo perisce tutto perisce».
Da questo testo risalente al V secolo a.C si ricava la lucida consapevolezza che Democrito ha maturato non solo della centralità dello Stato nella vita associata ma anche dell’esigenza che esso sia ben amministrato.
Solo in questo modo potrà rappresentare il bene comune contro i tentativi dei singoli di attentare all’equità per difendere interessi particolari. Tò chrestòn tò toû xunoû, il bene comune, è proprio l’interesse generale, l’utile della comunità, ciò che risponde ai bisogni di tutti i cittadini e non a quelli di una parte di essi.
Spesso è più ciò che unisce di ciò che divide...a ben vedere.
Aggiungiamo a queste brevi note le considerazioni di Severino nel merito specifico: "
D'altra parte, l'atomismo tien fermo il principio parmenideo che l'esistenza del molteplice implica l'esistenza del non essere….dal punto di vista della verità, l'essere è quindi estensione piena (ossia l'essere è ciò che rende piena l'estensione), il "non essere" è estensione vuota. Gli aspetti qualitativi sono quindi estensione illusoria, cioè mantengono il carattere che Parmenide aveva assegnato alla totalità dei fenomeni" Severino "Filosofia" pag. 96-97
E quindi ecco una conferma che non vi è divisione netta tra Parmenide e Democrito.
Severino nel suo libro "Filosofia", che alcuni usano anche come manuale, sebbene sia a mio avviso adatto ad un pubblico di lettori già al corrente dei contenuti dei manuali, scrive: "Gli atomi sono l'essere, e quindi ogni atomo possiede le proprietà dell'essere, quali sono state rilevate da Parmenide: è un'unità indivisibile, ingenerabile, incorruttibile, eterna, non percepibile dai sensi ma dalla ragione..." (Filosofia pag. 97)
Bisogna quindi essere, a mio parere, molto prudenti nell'accostare gli antichi filosofi a coloro che li seguirono anche traendone ispirazione per lo sviluppo del loro pensiero, e specialmente con quelli che hanno fatto del materialismo la loro bandiera.
25 febbraio 2012
dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/
giovedì 22 marzo 2012
PERCHE' HO VOTATO CONTRO AL DIRETTIVO DELLA CGIL di Giorgio Cremaschi
Il direttivo nazionale della Cgil non si è concluso all'unanimità e questo non certo sulla scelta di decidere 16 ore di sciopero e di costruire il massimo della mobilitazione per fermare Monti e il suo disastro, non solo sull'articolo 18. Su questo, almeno da parte nostra, non ci sono dissensi e incertezze.
Il punto vero su cui si è a lungo discusso riguarda la posizione concreta che la Cgil assume sull'articolo 18 e un po' su tutto il resto. Nel corso della discussione, e ancor più nelle conclusioni del segretario generale è emersa con chiarezza la seguente posizione. Oramai il danno è terribile, questo governo va avanti come un treno con i consensi, anche istituzionali che ha. Il governo Monti è sostanzialmente contro di noi, ma per combatterlo dobbiamo costruire alleanze e proposte tali da metterlo in difficoltà. Per questo sull'articolo 18 non si può mantenere la posizione sinora assunta dagli organismi - quell'articolo non si tocca -, ma bisogna essere disponibili a delle mediazioni che salvino la sostanza. Per queste ragioni il direttivo ha respinto a maggioranza, 73 contro 30, un emendamento al documento finale presentato da Nicola Nicolosi e Maurizio Landini e votato anche dai segretari generali della conoscenza e della funzione pubblica che, in maniera semplice e chiara chiedeva di confermare la posizione sull'intangibilità dell'articolo 18. Il fatto che questo emendamento sia stato respinto a favore di un testo apparentemente simile, ma in realtà aperto a diverse interpretazioni, chiarisce che la segreteria della confederazione vuole un mandato per limitare i danni. Questa posizione non poteva essere condivisa da chi ritiene che la battaglia sull'articolo 18 sia una battaglia di principio di fondo e non un elemento contrattualizzabile.
Per queste ragioni nel voto finale ai 95 sì, compresi Nicolosi e Pantaleo, si sono contrapposte 13 astensioni, tra cui quelle di Landini e Rinaldini, e con 2 voti contrari, il mio e quello di Fabrizio Burattini.
Quella del direttivo è stata dunque una discussione vera, che riguarda un'organizzazione che rischia moltissimo in questo momento, come rischiano drammaticamente e ancor di più i lavoratori. Non credo che il governo sia disponibile a mediazioni sull'articolo 18. Quello che ha deciso di fare è scritto nella lettera del 5 agosto della Banca centrale europea, ed è per questo che appaiono un po' ridicoli scandali e improvvise sorprese. Lo scalpo dell'articolo 18 va portato sull'altare delle banche, delle finanze, dello spread. Poco importa se questo ha o non ha un senso dal punto di vista economico. Tante cose fatte in Grecia, in Spagna o in Portogallo non lo hanno nella loro ferocia, eppure sono state fatte lo stesso, perché il governo finanziario dell'Europa non capisce e non è in grado di produrre un'altra politica economica. Per questo la politica della riduzione del danno, ancora una volta praticata dal gruppo dirigente della Cgil, rischia di essere non solo sbagliata nei contenuti - alla fine si accettano danni comunque irreparabili -, ma anche inefficace. Il governo ha scelto una linea di rottura da destra della concertazione. Non è sperando che essa torni che si risolvono i problemi e si affrontano gli avversari, ma ricostruendo un vero conflitto con piattaforme dai contenuti in grado di incidere realmente sugli interessi in campo. Quindi la lotta deve essere per il diritto al lavoro e ai diritti del lavoro, per il reddito, contro le banche e le grandi ricchezze, per un cambiamento profondo del modello economico e sociale. La lotta deve essere su obiettivi incompatibili con le scelte dell'attuale governo, obiettivi che a questo punto appaiono sempre di più gli unici realistici, visto che gli altri, quelli pragmatici e riformisti, sono umiliati e sbeffeggiati. Questo è l'errore della maggioranza della Cgil. Aver perseguito una politica di compromesso e accordo con il governo, con le forze politiche, con Cisl e Uil, non aver ottenuto alcun risultato, eppure continuare a perseguirla come se nulla fosse avvenuto. Alla fine sull'articolo 18 si sta profilando lo stesso disastro delle pensioni.
Per questo il nostro no è tanto netto quanto siamo convinti che le lotte siano necessarie e che dovranno servire per affermare una posizione diversa. Cioè un'alternativa profonda alle politiche economiche e alle scelte antisociali di questo governo. Per questo la manifestazione del 31 marzo a Milano, prima vera manifestazione nazionale dichiaratamente contro Monti, può incidere profondamente nel percorso di tutte le lotte e dei loro obiettivi.
22 marzo 2012
LE IDI DI MARZO
È una cosa veramente molto naturale e consueta desiderare di
accrescere il proprio potere; e sempre, quando gli uomini che
possono farlo lo fanno, saranno lodati e non biasimati
(Il Principe di Niccolò Machiavelli)
In un rapporto finanziario della Morgan Stanley appare quasi come una nota la notiziola secondo la quale l’Italia avrebbe pagato dai 3 ai 4 miliardi di dollari per liquidare derivati contrattati nel 1994. Una somma che equivale al 50% della tassazione imposta agli italiani dal tanto venerato governo Monti ed effettivamente prelevata per soddisfare tale pagamento.
Occorre poi precisare che il Dott. Mario Draghi, attuale presidente della BCE, a quel tempo, quando vennero contrattati tali derivati, era Direttore Generale al Tesoro.
Ma la notizia bomba riportata da Bloomberg è che Mario Rossi Doria, attuale sottosegretario del ministro Monti, obbligato a rispondere ad una interrogazione parlamentare, ha dovuto ammettere che il Tesoro ha una esposizione “nozionale” pari a 211 miliardi di dollari in CDS (Credit Default Swap) che corrisponderebbe all’11% del PIL del paese dei campanelli.
Ora il rapporto debito PIL dell’Italia si aggira attorno al 144,3%. Tenendo conto del debito determinato dai collaterali, i livelli di indebitamento dell’intera eurozona è sicuramente molto più grave di quanto viene pubblicizzato cosa che dovrebbe allarmare ulteriormente i lavoratori del continente sul futuro che li aspetta.
Dopo le varie “riforme” sottoscritte da un sistema politico italiano ormai castrato da ogni possibile espressione di virilità, non ultima la cancellazione dell’articolo 18 operato da una quota rosa imposta da certo femminismo istituzionale, il governo del Principe dovrà proseguire ulteriormente nel prelievo sul salario per continuare a mantenere in vita un sistema finanziario nel quale la speculazione sta presentando il conto ed i contratti spaventosi stabiliti nell’epoca in cui dominavano i maiali, pronti a divorare anche la merda, verranno soddisfatti da lavoratori che nel frattempo sono stati allegramente dissanguati ma pronti a plaudire un Principe ed una corte la cui flemmatica strafottenza farebbe incazzare anche il poverello di Assisi.
Vorrei inoltre informare i professori di economia e gli osservatori di ogni risma che il Dott. Mario Draghi, dopo il regalo di Natale di 503 miliardi, ha garantito, nella sorpresa dell’uovo di Pasqua, un ulteriore prestito di 530 miliardi di euro, a tasso agevolato, alle Banche Europee che ancora una volta si sono premurate di mantenere congelati presso la BCE in attesa di investimenti più fruttuosi mentre i coglioni di casa nostra continuano a fare appello perché sia ristabilito il credito alle imprese ed alle famiglie. La “paccata di soldi” della piagnucolosa ora sorridente Foriero, necessari per la “riforma” del mercato del lavoro, sarà ancora una volta garantita dagli stessi lavoratori leccaculo alla Bonanni e Angeletti con la povera Fiom che deve trastullarsi gli incazzati.
Nel frattempo i lavoratori della CGIL scenderanno in piazza quando ormai i giochi sono stati fatti, una manifestazione di facciata che servirà a consolare le anime belle.
mercoledì 21 marzo 2012
LA CGIL NELLA TRAPPOLA di Antonio Moscato
LA CGIL NELLA TRAPPOLA
di Antonio Moscato
La CGIL è alle corde: può solo lamentarsi, ma è in trappola. Ha accettato la finzione di una “rappresentanza delle parti sociali”, che ha avuto la stessa funzione che aveva nella crisi del 1929 la Camera delle Corporazioni: i rappresentanti del padronato (che erano veri) chiedevano una riduzione dei salari del 30%, quelli dei lavoratori (che erano fasulli, o meglio erano direttamente al soldo del padronato) protestavano blandamente, e “rivendicavano” che il taglio fosse appena del 10%, poi il governo “mediava” e i salari venivano ridotti “solo” del 15 o 20 %.
La mancanza di coraggio nel difendere la condizione dei lavoratori di fronte al governo più aggressivo del dopoguerra si era già manifestata sul grave attacco alle pensioni: la CGIL si era comportata esattamente come le altre confederazioni, e aveva protestato, ma senza scioperare. Esattamente quello che fa ora …
La trappola era stata costruita con l’accordo del 28 giugno, con la foto di gruppo della Camusso mani nelle mani con Emma Marcegaglia e i suoi due scudieri Bonanni e Angeletti. Una volta smarrita perfino la memoria della ragione per cui i sindacati rappresentavano i lavoratori, e la Confindustria i padroni (pardon, oggi si dice i “datori di lavoro”, anche se il lavoro non lo danno ma lo tolgono…), diventa impossibile reagire nell’unico modo in cui un vero sindacato può farsi sentire: con lo sciopero generale prolungato fino a far cedere la controparte.
Diventa anzi difficile perfino spiegare all’opinione pubblica che la Confindustria ha semplicemente giocato a presentarsi un po’ insoddisfatta per ottenere di più, lamentando ad esempio che la “mobilità in uscita” (altro eufemismo per definire la libertà di licenziare senza limiti) non è così facile e automatica come aveva auspicato, o che ci sono costi “eccessivi” per le aziende (come il contributo dell’1,5% per un fondo per gli ammortizzatori sociali, davvero troppo per i poveri padroni). Un po’ come fanno le banche, che hanno un governo formato da loro esponenti, ma si lamentano se devono concedere un conto corrente gratis ai pensionati più poveri…
La Camusso è incapace di dire una cosa semplicissima: Confindustria e ABI rappresentano interessi contrapposti da sempre a quelli dei lavoratori… E non è un’attenuante che questa politica di collaborazione di classe, intervallata ogni tanto da finti scioperi generali, vere parate simboliche senza conseguenze, era cominciata ben prima che lei arrivasse alla massima carica di Corso Italia. Basti pensare alla eliminazione della scala mobile e l’inizio della distruzione del sistema pensionistico nel corso delle concertazioni degli anni Novanta, oltre al poderoso contributo dei vertici confederali allo smantellamento della forza operaia della FIAT nel 1980.
Non è un’attenuante neppure che la Camusso abbia dovuto barcamenarsi tra la pressione della FIOM e quella fortissima del ceto politico del PD, a cui l’apparato CGIL è ancora indissolubilmente intrecciato, e che aveva dietro di sé la spudorata ingerenza di Napolitano, pronto a dare un avallo in nome dell’interesse generale del paese, a ogni porcata del suo governo di “tecnici” specializzati nella cancellazione di ogni residua conquista dei lavoratori.
La pressione della FIOM pesava meno non solo per la sua dimensione rispetto al resto della confederazione, ma perché da tempo aveva cominciato ad ammorbidire la sua battaglia di opposizione in CGIL, anche per il peso, all’interno del suo gruppo dirigente, dell’influenza della SEL, che è agganciata a qualunque prezzo al carro elettorale del PD, e quindi ostile a ogni inasprimento della battaglia interna alla CGIL. È una catena di condizionamenti e di ricatti: se si cerca ad ogni costo un'alleanza elettorale col PD, bisogna ingozzare anche tutte le sue compromissioni col malaffare e col governo. Come ignorare che le dichiarazioni degli Ichino e dei Fioroni sull’art. 18 hanno contribuito notevolmente ad avallare le proposte della Fornero?
Va detto che la difficile battaglia della FIOM era sostenuta solo da qualche gemito dei dirigenti di alcune delle categorie martoriate e beffeggiate da questo governo, come la scuola e il pubblico impiego (non certo dallo SPI, l’enorme “sindacato” che raccoglie i pensionati ma li usa come massa inerte per contrastare ogni proposta di sinistra, gonfiando le cifre della maggioranza in ogni consultazione interna). Il problema è che negli organismi confederali pesa solo un apparato di sindacalisti a vita, che non conoscono altro mestiere che quello di burocrate, e non riescono neppure a immaginare un’alternativa all’esistente.
E allora? Se si vuole organizzare una resistenza all’attacco padronale, che non si fermerà certo alla vittoria quasi solo simbolica sull’art. 18 (che ogni anno veniva utilizzato solo da un piccolissimo numero di lavoratori, anche se aveva una funzione deterrente e obbligava almeno a motivare decentemente la “causa” del licenziamento, in modo di farla apparire "giusta" a un giudice), bisogna contrapporre all’unità con i burocrati filo padronali di CISL, UIL e UGL, e all’intesa interclassista con Confindustria, l’unità dei lavoratori, a partire da quelli che hanno lasciato da tempo le confederazioni e si sono organizzati in sindacati di classe, più piccoli, ma spesso ben rappresentativi in diverse situazioni. O che sono fuori da ogni sindacato, ma presenti in quella miriade di associazioni che avevano contribuito al successo sorprendente dei referendum sull’acqua (a partire dalla raccolta di firme).
Se ne è vista un’anticipazione nella preparazione della manifestazione del 9 marzo, e lo si è visto nelle iniziative contro il pagamento del debito e a sostegno dei No TAV (in cui, non a caso, la Camusso sta dall’altra parte). Ma occorre fare passi più sistematici in questa direzione, o sarà più facile isolare la FIOM riducendo la sua lotta a una battaglia di retroguardia, come quella dei soldati giapponesi che hanno continuato a resistere – senza speranza - nelle foreste per anni dopo la fine della guerra…
21/03/2012
dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php
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