Diari di Cineclub

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giovedì 16 febbraio 2012

L'INDIPENDENTISMO SARDO: RAGIONI, NOBILTA' E DUBBI di Riccardo Achilli

 


L'INDIPENDENTISMO SARDO:
RAGIONI, NOBILTA' E DUBBI
di Riccardo Achilli




Indipendenza, non secessione


Diversi anni fa, in uno dei tanti lavori che ho fatto nella vita, mi trovavo a fare il pubblico ufficiale a Cagliari. In ufficio, ero il continuo oggetto di approcci da parte di un collega, un signore veramente simpatico e colto, militante di Sardigna Natzione. Non essendo io sardo né residente in Sardegna, e trovandomi lì per un periodo del tutto temporaneo, questi approcci non erano mirati ad ottenere una mia adesione al movimento, ma semplicemente il sig. Delogu (il nome è immaginario), intuendo quali fossero le mie idee politiche, cercava di convincermi della coerenza fra queste e quelle del sardismo.
Certo le argomentazioni del mio amico erano tutt'altro che peregrine, e si innestavano su una storia di indipendentismo sardo che merita il massimo rispetto, per le sue lunghe lotte, per l'alto profilo ideale, per l'onesta tensione a servizio di una comunità storicamente dominata e vessata da chiunque avesse posto piede sull'isola.

Sgomberiamo subito il campo da un luogo comune frutto di ignoranza: l'indipendentismo sardo non ha niente a che vedere con il secessionismo della Lega Nord. Non soltanto perché ne critica il profilo razzista e xenofobo, ma soprattutto perché sono diversi gli obiettivi. L'indipendentismo sardo vuole veramente l'indipendenza della Sardegna, in nome di un modello di sviluppo diverso da quello capitalistico.
La Lega Nord usa la rivendicazione di indipendenza essenzialmente come alibi per celare obiettivi di ribellione fiscale e di redistribuzione delle risorse maggiormente favorevole al Nord, con la conseguenza che in tutti questi anni si è trovata molto bene a gestire le leve del potere comodamente assisa sulle poltrone della Roma ladrona. La Lega Nord non sostiene realmente istanze indipendentistiche perché, per il Nord Italia che ha di fatto unificato il Paese, esse sono storicamente prive di fondamento, tanto che ha bisogno di inventarsi di sana pianta radici celtiche per certi versi discutibili sotto il profilo etnico e miti che non sono mai esistiti nella storia dei popoli del Nord (come l'ampolla del Sacro Po, o altre sciocchezze).
L'indipendentismo sardo non ha bisogno di inventarsi storie e mitologie, perché la sua storia è genuina, ed affonda in un passato lunghissimo di lotta per la difesa della propria autonomia nazionale contro gli invasori romani, pisano-genovesi, aragonesi, piemontesi, italiani, ecc. La Lega Nord non cerca in modo convinto, se non a parole, collegamenti politici concreti con i movimenti di liberazione delle minoranze nazionali nel mondo, come ad esempio l'indipendentismo basco o quello catalano, mentre tale ricerca di alleanze internazionali fa parte del DNA politico della galassia indipendentista sarda, attivamente coinvolta nella difesa dei movimenti di liberazione nazionale, anche per quei popoli del Terzo Mondo che sono oggetto del razzismo leghista (ad esempio, non mi risulta che la Lega abbia difeso, come invece ha fatto Sardigna Natzione, la lotta di indipendenza nazionale del Sahara occidentale). La Lega, chiusa nel suo razzismo di provincia, non cerca di creare un circuito partenariale internazionale alternativo ad un'Unione europea marcata da una impostazione liberista e dal dominio dell'asse franco-germanico. Un modello di partenariato internazionale alternativo alla UE è invece una delle priorità dell'indipendentismo sardo.

Più in generale, la differenza che passa fra un movimento secessionista, come la Lega, ed un movimento indipendentistico, lo spiega l'attuale leader di Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu. E non è una questione lessicale: il secessionismo avviene all'interno di un Paese unitario e di un unico popolo, ed è spesso motivato da rivendicazioni economiche e fiscali tese a modificare a proprio favore il flusso delle risorse finanziarie pubbliche, prelevate dal territorio sotto forma di imposte, o erogate sotto forma di spesa pubblica. L'indipendentismo, invece, parte dal presupposto che il Paese dal quale ci si vuole liberare non è unitario, ma che il proprio popolo è un popolo a sé stante, soggetto ad una dominazione coloniale da parte di un altro popolo.

In linea generale, per chi come me si richiama, fra le sue radici, anche al libertarismo, le istanze indipendentistiche delle comunità nazionali locali non possono che essere considerate legittime ed è più che doveroso sostenerle. Sono anche io convinto, come Mina Graur, che “il bisogno di appartenenza a un gruppo distinto e ben definito è stato fin dai primissimi tempi un istinto naturale, direi quasi biologico, degli esseri umani: una lingua e delle tradizioni comuni, l'avere gli stessi progenitori, condividere la stessa storia o la stessa mitologia”. Così come, facendo parlare Proudhon, “le premier effet de la centralisation est de faire disparaître, dans les diverses localités d'un pays, toute espèce de caractère indigène; tandis qu'on s'imagine par ce moyen d'exalter dans la masse l'activité politique, on la dètruit dans ses parties constitutives...en un mot, l'anéantissement des nationalités particulières, où vivent et se distinguent les citoyens, en une nationalité abstraite où l'on ne respire ni ne se connaît plus; voilà l'unité” (La fédération et l'unité en Italie).



Le ragioni forti dell'indipendentismo sardo


E certamente di ragioni per liberarsi dal controllo coloniale italiano la Sardegna ne ha più di una. La depredazione delle sue risorse, naturali ed umane, condotta dallo Stato unitario, e nel dopoguerra spacciata dietro l'alibi, del tutto ridicolo, di “politiche di industrializzazione e sviluppo” gestite e finanziate con una logica romano-centrica, ha condotto ad una deturpazione delle vocazioni produttive del territorio, ad un dissesto ambientale ed a una desertificazione sociale e morale, rincorrendo progetti di industrializzazione del tutto inadeguati per la realtà del contesto, senza erogare in cambio alcuno sviluppo endogeno, e neanche garanzie occupazionali. Lo sciagurato “piano per la rinascita della Sardegna”, varato nel 1962 nell'ambito dei cosiddetti progetti speciali della Casmez, ha creato un'industria devastante per l'ambiente, priva di possibilità di generare indotto per via della sua forte integrazione verticale, ed a scarsa capacità di assorbimento occupazionale, per via della sua natura “capital intensive”, come il petrolchimico, a Sarroch ed a Porto Torres, e, nel peggiore dei casi, ha generato un'industria chimica e delle fibre sintetiche priva di qualsiasi logica economica e di mercato, rapidamente estintasi, lasciandosi dietro le aree industriali di insediamento completamente devastate e spolpate,depredate da qualsiasi prospettiva alternativa di sviluppo e utili solo come bacino di emigranti, come può constatare chiunque, come me, abbia visitato l'ex polo delle fibre sintetiche di Ottana, collocato, senza alcuna logica economica, ma con una logica puramente speculativa a favore di un gruppo industriale del Nord (Rovelli) nell'esatto centro della Sardegna.
In ultima analisi, tutte le politiche di sviluppo venute da Roma non hanno svolto nessun'altra funzione che quella di regalare soldi pubblici ad imprenditori-pirati venuti da fuori (Rovelli, Moratti, ecc.), alimentare il circuito burocratico/affaristico e politico nazionale e regionale (con una politica regionale asservita alle logiche romane) e fare un po' di assistenzialismo occupazionale a fini di feudalesimo politico/elettorale, peraltro molto precario, stante il fatto che la maggior parte dei progetti industriali messi in piedi fra anni Sessanta ed Ottanta, tramite la generosa incentivazione pubblica a capitale extraregionale sono poi falliti (non soltanto nella chimica, ma anche nell'agroindustria, come rivela la vicenda della ex Palmera di Olbia, fortunatamente rilevata dall'As Do Mar, ma ovviamente con una forte riduzione del numero degli addetti originari, così come anche nel settore della metallurgia e dell'alluminio, o in quello estrattivo, per non parlare di un settore portuale-cantieristico mai realmente decollato, nonostante cospicui investimenti). In cambio, ha distrutto le potenzialità di sviluppo endogeno che l'economia isolana, se lasciata sola, avrebbe potuto esprimere: il turismo è in mano alle grandi catene ricettive extraregionali, con i sardi che vi lavorano come manovalanza; l'agroalimentare di qualità è strangolato da costi di produzione altissimi, e da prezzi penalizzanti, stabiliti su mercati sui quali i produttori regionali non hanno alcuna incidenza, ma anche dalla cialtroneria e dal dilettantismo del ceto politico/burocratico regionale, incapace di organizzare il sia pur minimo sistema di supporto e promozione; l'ambiente è devastato, le tradizioni artigianali locali, che avrebbero potuto disegnare un futuro produttivo di nicchia e di qualità, devastate dall'industrializzazione pesante, che ha sottratto braccia all'artigianato. E non vi è stato alcuno sviluppo; il Pil pro capite è l'82,5% del dato del Centro-Nord; il tasso di disoccupazione, allargato agli scoraggiati, è del 19,4%, raggiungendo il 21% per i giovani; il saldo migratorio endemicamente negativo.

E' ovvio, in simili condizioni, che lo spirito indipendentistico sia radicato nel cuore dei sardi. E se si analizza la proposta politica della principale formazione indipendentistica sarda, ovvero Sardigna Natzione e Indipendentzia (il Psdaz è oramai una formazione politica completamente integrata nelle logiche di potere ascare che governano la regione, non certo in nome degli interessi dei suoi abitanti) si rinvengono proposte ed idee senz'altro interessanti e condivisibili. A partire dall'analisi, secondo cui “la caratteristica specifica della oppressione vissuta dal nostro popolo sta nella negazione della esistenza del diritto alla "diversità" che presuppone l'essere Sardi nello stato italiano”. A lungo, un'idea di “modernità” che veicolavano i media e gli intellettuali, in Italia, consisteva semplicemente nel superare il regionalismo e le identità locali in quanto retaggi degli Stati pre-unitari, di tempi oscuri di potentati locali semi-feudali (anche se vi sono alcune importanti eccezioni, come ad esempio Italo Calvino, impegnato in un recupero delle tradizionali popolari regionali). Il tutto, ovviamente, funzionale a precipitare il nostro Paese nella dominazione, forse più moderna ma nient'affatto meno feroce, del capitalismo finanziarizzato. Oggi, alcuni di questi stessi intellettuali che predicavano la fine del localismo e l'ineluttabilità di una sempre maggiore integrazione globale, che spingevano i giovani ad imparare l'inglese ma li prendevano a scappellotti se pronunciavano una parola in dialetto, se ne stanno attaccati al televideo, istupiditi, a fremere per un abbassamento di qualche decimo di punto dello spread, ad esultare per un buon collocamento di un'asta di Bot, a sperare che un conflitto mediorientale non innalzi il prezzo internazionale del greggio. Sperando cioè di non essere stritolati da quella globalizzazione cui avevano servilmente inneggiato, aiutando, con la loro propaganda, gli spontanei meccanismi di concentrazione oligopolistica e di allargamento internazionale dei processi di accumulazione, anche con mezzi imperialistici, che sono stati utilizzati dal capitalismo per contrastare la tendenza fisiologica alla caduta del saggio di profitto medio. Speranza ovviamente vana, poiché, nella sua fase oligopolistica, finanziaria e globale, il capitalismo non ha fatto altro che approfondire le sue contraddizioni sistemiche, paralizzando la creazione di plusvalore reale in n nome di un profitto finanziario puramente fittizio che nel medio periodo, essendo privo di una base produttiva reale, finisce per esplodere in disastrose bolle, e consegnando i processi di accumulazione ai Paesi emergenti (i cosiddetti BRIC) in quello che si configura come un gigantesco processo di redistribuzione del benessere su scala mondiale, che difficilmente non potrà alimentare tensioni geo-politiche e guerre distruttive. Il tutto mentre i processi di distruzione dell'ambiente, facilitati proprio dalla globalizzazione, che ha consentito il trasferimento delle attività produttive a maggiore impatto ambientale su Paesi emergenti che avevano bisogno di mantenersi in condizioni di assoluta deregolamentazione ambientale per attrarre investimenti esterni, ci porta, oggi, ad un panorama previsionale in cui, secondo il club di Roma, lo sviluppo capitalistico si bloccherà entro 40 anni al massimo, per esaurimenti della risorse ambientali, a meno che non si adottino correttivi palesemente contrari agli assetti strutturali stessi del capitalismo.

Da questo punto di vista, quindi, un approccio localistico ed autonomistico non può che essere salutato con favore, sia perché restituisce al cittadino “respiro” e partecipazione politica reale, e non quella fittizia intermediata dal voto borghese, come ben diceva Proudhon, ma anche perché sembra essere l'unica alternativa praticabile alla destrutturazione dell'estremo centralismo nell'accumulazione e nella generazione di profitti che il capitalismo, nella sua fase finanziarizzata ed oligopolistica, ha prodotto (con la conseguenza che i lavoratori subiscono decurtazioni sempre più pesanti dei loro diritti, in ragione del crescente potere di mercato del capitale globalizzato e sempre più mobile, su mercati del lavoro che rimangono invece confinati ai confini nazionali, e della crescente distanza dei mercati finanziari dall'economia reale) e per innescare circuiti produttivi maggiormente rispettosi delle risorse ambientali sempre più scarse e compromesse.

Quindi ben venga, a mio avviso, la proposta politica di movimenti come Sardigna Natzione, ben venga il recupero di una identità culturale, tenendo a mente l'insegnamento di Gramsci circa l'importanza primaria dell'egemonia culturale nella lotta degli oppressi. Perché fintanto che l'egemonia culturale rimane alla borghesia capitalistica, la rappresentazione del mondo che questa imporrà sarà funzionale all'accentramento del potere economico e politico ed alla lontananza dei problemi economici dal mondo della produzione reale di merci, poiché questo è il fondamento di un capitalismo accentrato sugli oligopoli e sulla finanza. Ben venga quindi il recupero della cultura tradizionale e popolare sarda e della sua lingua. Ben venga la richiesta di indipendenza dall'Italia, che ha soltanto sfruttato le risorse di questa meravigliosa isola, ovviamente una indipendenza intelligente, come quella effettivamente proposta da Sardigna Natzione, che non sia cioè autarchia, ma che apra alla creazione di un circuito di relazioni economiche, culturali e politiche con l'area mediterranea, scardinando così il centralismo franco-tedesco che ha sino ad oggi governato l'Unione Europea, a tutto svantaggio dei popoli mediterranei, chiamati oggi a salvare un progetto, quello dell'euro, che non è stato concepito per loro, e che non ha loro portato benefici in termini di maggior benessere (tutt'altro). Indipendenza che sia piena, e che quindi contempli, come giustamente rivendica SNI, lo smantellamento completo delle basi militari NATO ed italiane sull'isola.

Ben venga l'abbozzo di un modello di sviluppo alternativo, che parte da una profonda critica al liberismo ed alla globalizzazione capitalistica, dove invece occorre ripartire dalle vocazioni e dalle risorse locali, di tipo ambientale, artigianale, culturale, per reimpostare uno sviluppo fortemente attento alle compatibilità sociali, prevedendo la stabilità del lavoro e la creazione di un ostato sociale inclusivo, grazie al forte intervento pubblico nell'economia. Benissimo le idee di democrazia diretta che parta dalle micro comunità locali federate fra loro, e che smantelli l'apparato burocratico autoreferenziale, in nome di un popolo che si autoamministra tramite assemblee locali e rappresentanti eletti direttamente, con principi di turnazione, ed in qualsiasi momento revocabili (a dire il vero queste idee sono proprie delle componenti più radicali di SNI). Non a caso il modello di riferimento è quello dei Giudicati sardi del XIV-XV secolo, sistemi politici molto moderni, e per certi versi progressisti, rispetto agli assetti feudali allora esistenti nel resto d'Europa. Nei Giudicati, il Re (judex) doveva ricevere una formale investitura da un'assemblea eletta dal popolo, sulla scorta di un mandato politico ben preciso (il bannus-consensus), e poteva in qualsiasi momento essere destituito dalla medesima assemblea. A livello locale le singole Curadorias, venivano amministrate da un Curadore e da un consiglio detto Corona de Curadoria, eletto dalla popolazione, con una ampia autonomia amministrativa. Inoltre, a differenze degli Stati feudali, i Giudicati non avevano natura privatistica, poiché il patrimonio terriero demaniale (Rennu) era di proprietà pubblica, e veniva amministrato dallo judex in base ai vincoli imposti dal bannus-consensus, mentre con la Giudicessa Eleonora d'Arborea lo stato servile della popolazione rurale venne abolito de facto.


I dubbi

Dov'è però che i conti non tornano, e qual'è il limite strutturale di tale proposta politica, come di molte proposte politiche localistiche/autonomistiche? E' il limite intrinseco del nazionalitarismo, cui tali movimenti più o meno direttamente si ispirano. L'accento posto sull'autonomia su base nazionale, se può contribuire a cogliere con precisione gli aspetti di dominazione imperialistica soggiacenti al rapporto fra una maggioranza ed una minoranza etnica all'interno di uno stesso Paese, e caratterizzate da livelli di sviluppo socio-economico differenziati (e ovviamente penalizzanti per la minoranza) tende a sottovalutare le dinamiche sociali interne alla comunità nazionale, e quindi, detto, in termini marxisti, a sottovalutare il ruolo del conflitto di classe inerente ad un determinato modo di produzione, che la sola autonomia nazionale non può modificare.

Lo stesso Fabio Giovannini, un nazionalitario, scrive con molta lucidità:
 “I movimenti di liberazione nazionale diventano oggi una forma decisiva del conflitto contemporaneo...Viene recuperato un pezzo dell’identità collettiva (l’appartenenza etnico-culturale) e ciò in contraddizione con le frontiere nazionale/statali date. Indubbiamente vi è qualcosa di ambiguo e di pericoloso in una enfatizzazione del nazionalismo, anche in chiave di liberazione. I movimenti nazionalitari possono essere la premessa (e in passato è spesso stato così) per ulteriori ostilità anche armate tra gruppi vicini in contrapposizione atavica. Esiste un approccio reazionario e regressivo al nazionalismo, ed esiste un approccio dinamico e fecondo (la rivendicazione di un territorio autoregolato, autogovernato, autocentrato). Il rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali può scivolare facilmente in una moderna forma di razzismo” (“Popolo e nazione”, su http://indipendenza.org).

Ora, mentre Giovannini identifica chiaramente il rischio di derive nazionaliste, non spiega affatto come la sola lotta di liberazione nazionale, di per sé, possa condurre ad un autogoverno, per di più fecondo, ed in grado cioè di garantire giustizia sociale e distributiva ed emancipazione e libertà individuale. Non lo può spiegare perché non esiste un nesso automatico fra le due cose: la liberazione nazionale da una dominazione imperialistica esterna è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per innescare meccanismi di avvicinamento al socialismo. Per arrivarci, serve la capacità di orientare in senso socialista la lotta di classe all'interno della comunità nazionale resasi autonoma da influenze esterne.

Ancora dalla rivista Indipendenza, un ulteriore contributo (“Liberazione nazionale: una necessità”) conferma questo assunto. Vi si legge che “la rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla 'materialità' del controllo e dell'autogoverno dell'habitat d'appartenenza, rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non per ridisegnare -su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale. Con il suo portato di 'specificità', ogni identità popolare, nella misura in cui prende coscienza di sè ricercando pienamente forma espressiva e sviluppo, risitua su un piano più profondo lo scontro con la non-cultura del capitale, il quale solo in virtù del dominio psichico e a-culturale, e dell'appiattimento delle differenze, riesce a creare le condizioni del suo prevaricare”.

Come si vede, il legame fra autonomia nazionale e capacità di governare questa autonomia con meccanismi di equità sociale in grado di ridisegnare i modi di produzione in senso socialista viene dichiarato in forma apodittica, senza una illustrazione del meccanismo attraverso il quale passa questo legame. Credere che la sola conquista dell'autonomia nazionale, o meglio anche solo la presa di coscienza della propria specificità nazionale, porti di per sè a superare l'egemonia culturale del capitalismo, senza che sia intervenuta una modificazione nei rapporti di classe all'interno della società tramite una specifica lotta di classe, è quantomeno azzardato. La conquista dell'autonomia nazionale può benissimo avvenire nell'ambito del modo di produzione capitalistico, o comunque del modo di produzione preesistente. La Cina sta conquistando in questi anni la sua piena autonomia nazionale, arrivando gradualmente a divenire una super potenza sullo scenario geo politico globale, pur rimanendo un sistema nel quale lo sfruttamento del lavoratore, in termini di rapporto fra salario e produttività richiesta, è su livelli tali da poter smentire tranquillamente il teorema secondo cui ad una maggiore autonomia nazionale corrisponda un maggior grado di socialismo, o anche solo di giustizia sociale.

La focalizzazione sul solo obiettivo di liberazione nazionale porta quindi a due rischi, entrambi presenti nell'indipendentismo sardo:

- la deriva verso forme di nazionalismo negative, rischio di cui parla Giovannini: vale la pena di ricordare che nel programma politico di SNI rientrano provvedimenti di sapore quantomeno sospetto: l'imposizione di una tassa ai non residenti per l'ingresso in Sardegna (la “bona intrada”)e la previsione di graduatorie che discriminano fra sardi e non sardi nell'accesso a concorsi pubblici o a provvedimenti sociali (anche se tali elementi programmatici sono comunque fonte di un animato dibattito interno a SNI, fra l'ala più radicale dell'indipendentismo e quella più vicina a posizioni internazionalistiche);

- l'assenza di una prospettiva di analisi classista della società sarda e di lotta di classe, quindi il mantenimento dello status quo capitalistico, che non consente di correlare all'autonomia nazionale forme di emancipazione sociale, libertà, giustizia distributiva di tipo socialista e libertario. Il programma economico di SNI continua a muoversi entro il quadro del capitalismo: la richiesta di zona franca è un espediente per aumentare la competitività di costo delle imprese sarde sui mercati capitalistici; la libertà di impresa privata viene garantita ed anche incentivata; le proposte di sviluppo del comparto agroalimentare puntano sulla promozione all'export su mercati concorrenziali; la politica dei trasporti è legata ad un'espansione competitiva sui mercati mediterranei. La preservazione del capitalismo non può, alla lunga, garantire l'attuazione dei pilastri del progetto di SNI, ovvero giustizia sociale, tutela dell'ambiente e democrazia diretta, perché ciò è incompatibile con il capitalismo stesso.

Tirando le fila

In sostanza, il progetto d'insieme di SNI è incompatibile con una prospettiva esclusivamente nazionalitaria, ma deve estendersi anche alla lotta di classe. Certo, l'indipendentismo sardo ha ottenuto successi indiscutibili, nel forgiare una ripresa culturale di identità nazionale nel popolo sardo; ha ottenuto anche successi concreti, come la vittoria ai referendum antinucleari, promossi da SNI, ma anche nel dare la spinta allo smantellamento della base nucleare Usa della Maddalena. Ha avuto un ruolo propulsivo nella protesta dei pastori e dei pescatori, che ha rianimato il panorama stagnante di una società isolana che per un certo tempo non è stata sufficientemente reattiva rispetto alla sua profonda crisi. Ma nell'insieme i risultati non appaiono determinanti, ed il radicamento sociale è poco significativo: l'insieme dei movimenti indipendentisti ha ottenuto un risultato complessivo del 3-4% alle regionali del 2009. Certo giocano numerosi fattori sfavorevoli, dalla modesta copertura mediatica, all'estrema frammentazione, spesso incomprensibile, del movimento indipendentistico in numerose fazioni, percorse da acerrima rivalità, alla presa che il consociativismo e l'assistenzialismo hanno su ampi strati dell'elettorato, ma tali risultati elettorali sono incompatibili con il forte spirito libertario ed indipendentistico del popolo sardo. Ed incomparabilmente più bassi di quelli ottenuti nella stagione del vento sardista degli anni '80. I dirigenti sardisti dovrebbero riflettere su alcuni eventi significativi, come le esperienze di movimentismo indipendentista giovanile autogestite, che pur facendo riferimento a SNI, mantengono una sostanziale indipendenza ideologica e operativa. Probabilmente, il popolo sardo sente che la sola prospettiva indipendentista, senza una prospettiva di classe e socialista, è insufficiente a garantire sviluppo, giustizia e libertà sostanziale. E' ovvio: una Sardegna indipendente, se rimanesse nel solco del modello capitalistico, non avrebbe nessuna speranza di sviluppo socio-economico, e nella competizione globale capitalistica precipiterebbe nella miseria. Serve un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico, che peschi dalle migliori esperienze empiriche del libertarismo, ad esempio da quella zapatista, adattandole alla realtà sarda.

Il grande equivoco dell'indipendentismo sardo è tutto nelle parole del suo leader Cumpostu, ed è in fondo l'equivoco del nazionalitarismo. Dice infatti Cumpostu: “se difendere le classi sociali discriminate e sfruttate da altre classi privilegiate che basano i loro privilegi su tale sfruttamento significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se essere di sinistra significa pensare che la lotta di liberazione nazionale sarda sia di esclusiva prerogativa delle classi discriminate, allora non siamo di sinistra”. Il problema è che se la lotta di liberazione nazionale non è strettamente correlata con la lotta per l'emancipazione sociale degli oppressi, l'eventuale successo di tale lotta non fa che creare un nuovo Stato indipendente, all'interno del quale si costruiscono gerarchie sociali basate sullo sfruttamento capitalistico. E' in fondo lo stesso problema del nazionalitarismo: il successo di una lotta di liberazione nazionale non garantisce, di per sé, l'emancipazione degli oppressi, ma al più ne può costituire una pre-condizione, non sufficiente però, se il progetto non è esplicitamente legato agli interessi degli oppressi, e quindi non assume ab origine un connotato di classe. Se la Sardegna dovesse un domani ottenere la sua giusta e sacrosanta indipendenza nazionale, senza aver condotto tale lotta con obiettivi di emancipazione sociale, cioè subordinandola agli interessi concreti di una determinata classe sociale oppressa, mantenendo invece l'attuale assetto interclassista che caratterizza il sardismo di SNI, non diventerebbe altro che un nuovo Stato capitalista, peraltro a basso livello di sviluppo, destinato quindi a soccombere nella competizione capitalistica.
Quindi la conclusione è una sola: gherrare pro sa libertade non può essere scisso dal gherrare pro sos oppressos.




                                   Il leader di SNI, Bastianu Cumpostu



4 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

lunedì 13 febbraio 2012

IO, SEL ed il PD di Giuseppe Giudice





IO, SEL ed il PD
di Giuseppe Giudice



Devo, ad alcuni carissimi compagni ed amici, socialisti iscritti in SeL (come me) degli approfondimenti circa le mie posizioni attuali su SeL ed il PD. Approfondimenti doverosi per non ingenerare confusione, dato che io per primo ho invitato, due anni fa, molti compagni di tradizione socialista ad entrare in SeL.
Come molti di voi sapranno, io considero tutti gli attuali soggetti come provvisori e profondamente insufficienti per ricostruire una sinistra italiana nel solco del processo di riposizionamento a sinistra dei partiti del socialismo europeo: PSF e SPD. Quindi nel solco di una sinistra radicata pienamente nella cultura del socialismo democratico che respinge sia derive neoliberali sia tentazioni movimentiste e velleitarie .
Attualmente né SEL , né tantomeno il PD, sono all’altezza di questo compito.
SeL è una formazione giovane. E’ nata per riaggregare forze disperse della sinistra dopo la virata “maggioritaria” e centrista che Veltroni ha impresso al PD. Quindi è nata per mettere su un primo mattone di una più vasta e larga formazione di sinistra. Un compito difficile ed arduo. Ma che ha acceso una speranza. E che ha determinato dei fatti: una formazione a sinistra della mediana del PD che riesce ad intercettare nei sondaggi una media del 6-7% delle intenzioni di voto a soli due anni dalla nascita.
Questa capacità di intercettare consensi (e qui è il suo limite) dovuta a due elementi prioritari: la grande capacità mediatica del proprio leader; la presenza, a sinistra del PD, di una formazione non antagonista.
Ma questo non è sufficiente per caratterizzare la identità ed il progetto di un partito. Per quanto si definisce transitoria, SeL non può fare a meno di definire in positivo se stessa (non basta dire “noi non siamo né comunisti identitari, né sinistra moderata). Ma di questo parlerò dopo.

Andiamo al PD. Io quando ero nei DS votai contro lo scioglimento del partito nel PD in nome del legame al socialismo democratico. L’operazione PD mi pareva un imbroglio politico-ideologico tendente a far dissolvere la sinistra riformista nel centro. E tale resta il mio giudizio. Del resto il PD non riesce a prendere una posizione comune chiara su tutta una serie di questioni cruciali, dall’economia alle questioni attinenti alla laicità dello stato.
Del resto se noi vediamo come è nato il PD capiamo il perché.

Il PD nasce su un diktat di Prodi nel 2005. Vediamo un po’: la Margherita, diretta da Rutelli e Marini, nell’estate 2005 rifiuta di presentare una lista unica con DS e SDI nella quota proporzionale (allora c’era il Matterellum) . Nel 2004 c’era stata la lista folcloristica “Uniti nell’Ulivo” alle Europee (sempre dopo diktat di Prodi) : una volta eletti nel PE DS e SDI si siedono nei banchi Pse e quelli della Margherita in altri.
Dunque nel 2005 Rutelli e Marini vogliono riprendersi l’autonomia (con Fassino accondiscendente). Qual’è il problema? Prodi non ha un partito proprio. La Margherita che era nato per essere il partito di Prodi, gli sfugge di mano. Ha bisogno che Margherita e DS si fondano. Ma l’iniziativa di Rutelli fa saltare tutto. Prodi minaccia di non candidarsi più a premier – io gli avrei detto: adios amigo – ma D’Alema e Veltroni che hanno giocato sulla premiership di Prodi per liquidare Fassino, insistono. Prodi dice: “allora devo essere legittimato dalle primarie”. Ma le primarie hanno un senso finanche formale se vi sono altri nomi, oltre a quello di Prodi. Ed allora si inventa la presenza di Bertinotti e di qualche altro per legittimare le primarie stesse. Una pantomima all’italiana.
Alle primarie partecipa un sacco di gente (ma credo che i numeri siano stati gonfiati dagli ulivisti). Prodi allora dice: “ora voglio il Partito Democratico” e tutti si inchinano al Maestro! Finanche il perfido Rutelli, ed anche il povero Fassino!

Qualcuno dall’esterno potrebbe pensare che stia scrivendo un libro comico con oggetto politico. No vi assicuro che è la verità!! Del resto la storia dell’Ulivo è tutta una storia tragicomica.

Dal complotto D’Alema-Bertinotti per fare cadere Prodi con la benedizione di Cossiga, all’atto di forza di D’Alema che si gioca tutto sulle regionali con il crollo del centrosinistra nel 2000, al Deus ex machina Amato che deve terminare la legislatura. Però Amato non si candida a premier perché intanto l’affascinante sindaco di Roma Rutelli fa un patto con Veltroni. Tu dai una cosa me – la candidatura premier, io do una cosa a te – il posto di Sindaco di Roma. Così Walter non va in Africa (ma chi era così fesso da crederci?). IL bello che tutti (tranne qualche eccezione isolata) esaltano la forza carismatica di Rutelli (a riportare i commenti di allora vien da ridere sul serio): naturalmente Veltroni con tutti i suoi seguaci (allora c’erano pure Fabio Mussi e Fava), il magnifico Folena (avete capito bene : Folena!!), l’incrollabile comunista allora naturalizzato ulivista Dilibertus, Pecorino Scanio , Boselli e con D’Alema defilato.
Quindi non ci dobbiamo poi lamentare se il presunto popolo di sinistra o di centrosinistra si sia disaffezionato alla politica. Con tale spettacolo!!!

Cerco di essere un momento più serio. La II Repubblica è stata veramente la morte della politica. Perché è completamente saltata la funzione di mediazione politica e di elaborazione collettiva dei partiti. Il fatto di dover candidare continuamente un tecnocrate, legato alla finanza internazionale, senza un partito alle spalle la dice lunga. Ed il fatto stesso che si è dovuto creare un partito artificiale come il PD, inizialmente proprio per dare un soggetto politico ad un premier apolide politicamente….
Poi dopo il 2008 l’ha preso in mano Veltroni…il resto lo sappiamo.

Il PD è per definizione un partito in crisi. Proprio per il modo in cui nasce e si sviluppa. Del resto quando manca la politica, un partito può vivere solo sulla gestione del potere. Il PD regge finchè governa regioni importanti. Piemonte, Campania, Lazio. Nel 2010 perde Campania, Lazio, Piemonte e Calabria. In Puglia è Vendola che porta al successo il centrosinistra.
E non è un caso che nel 2010 iniziano a venir fuori i primi dissensi veri nel partito. Questo gruppo dei giovani turchi, con Fassina, Orfini, Orlando, un ex sindacalista serio e collaudato come Cesare Damiano. Gente che si interroga seriamente a mio avviso ed apre un dibattito con seminari coinvolgendo giovani amministratori, sindacalisti. E che Bersani intelligentemente non contrasta.
Sinceramente non so fino a che punto questo movimento interno riuscirà a cambiare il volto di un partito che nasce malissimo come il PD. L’impresa mi sembra molto ardua. Ma è bene che questa gente ci sia, ci sia per le prospettive della sinistra, tenendo conto che comunque oggi il PD è accreditato di un 28% -e questo è ,in parte cospicua, elettorato “socialdemocratico”.

SeL può oggi svolgere un ruolo positivo come pungolo a sinistra del PD. Ma lo può fare se smette di affidarsi esclusivamente o quasi, alle primarie. SE smette di essere solo un prolungamento di un leader mediaticamente bravo.
Il problema della sinistra italiana non è esclusivamente riconducibile ai DS. Accanto a Veltroni e D’Alema, grossi guai li ha fatti Bertinotti. Un sinistrismo velleitario e movimentista che puntava esclusivamente a ricavare una rendita di posizione minoritaria sulla critica ai “tradimenti” dei presunti “riformisti”.
Ora in SeL, accanto alla presenza di molti che vogliono una sinistra di governo nel PSE , c’è anche un settore che è il prodotto di quella cultura movimentista anni 90-2000. Ora il movimentismo è un fluido molto instabile. Se esso dovesse saldarsi con il populismo qualunquista degli Emiliano o dei DE Magistris e con il giustizialismo di Di Pietro, uscirebbe fuori un mostro, qualcosa di profondamente diverso dalle ragioni per cui SeL è nata.
V’è un elemento che accomuna populismo, movimentismo post-sessantotto e giustizialismo. La critica radicale ai soggetti collettivi organizzati : partiti e sindacati. La critica al PCI dei gruppi maoisti o para-maoisti non era rivolta al centralismo democratico (questi gruppi avevano una gestione iper-autoritaria al proprio interno) ma alla “social democratizzazione” (secondo loro) del PCI. E la socialdemocrazia non ha certo il centralismo democratico. E’ proprio la critica alle forme organizzate di democrazia che fanno proprie. Perché costoro in realtà non credono nella democrazia. Quella che viene contrabbandata per “democrazia diretta” è in realtà plebiscitarismo antidemocratico, fondato sul culto idolatrico del capo.
Quindi SeL deve scegliere se, in piena autonomia, vuole sviluppare un dialogo proficuo con i settori critici del PD o se va verso una deriva in cui dissolverebbe se stessa.

Noi come area dei socialisti per la sinistra continueremo ad operare affinchè SeL e la sinistra PD si incontrino in un percorso comune, vitale per la sinistra di domani.


12 febbraio 2012


sabato 11 febbraio 2012

APRÈS MOI, LE DÉLUGE!






APRÈS MOI, LE DÉLUGE!
di Carlo Felici



C'è una certa corrispondenza tra il clima meteorologico odierno e quello politico: entrambi gelidi, glaciali. I soliti media asserviti al regime monopolistico italiano che, nel mondo, è paragonabile a pochissimi, per mancanza di democrazia e pluralismo, dipingono Monti come un sorta di Cincinnato, che avrebbe lasciato l'aratro per impugnare la spada e sarebbe pronto, per il bene della Patria, a restituirla quanto prima, coram populo e con una crescente popolarità.
Niente di più falso, basta solamente dare un'occhiata a quei media che oggi rappresentano realmente l'umore popolare, nel web, per rendersi conto di quanto grottesca e mistificatoria sia questa immagine teatrale al limite del tragicomico.
Cincinnato si trovò a combattere gli Equi, Monti invece combatte apertamente ogni elementare criterio di equità, ha continuato a tartassare le solite categorie stratartassate da sempre, ha infierito sui beni primari degli italiani: le case di abitazione et, in cauda venenum, ha deciso di declassare il cosiddetto “posto fisso”, tanto incensato persino dal suo predecessore Tremonti, il quale così si esprimeva poco tempo fa: «Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia», seguito in ciò a ruota da colui che Vendola ha definito una sorta di “papa laico”: Draghi.
Anch'egli infatti asserisce, senza mezzi termini, che bisogna dare ai giovani senza posto fisso «una prospettiva» di graduale stabilizzazione del rapporto di lavoro. Specie adesso che l'Italia si trova «di fronte a un bivio» tra stagnazione e crescita. Se questa prospettiva non c'è, alla lunga, «si avranno effetti negativi su profittabilità e produttività» e «s'indebolisce l'accumulazione di capitale umano specifico».

Ma no, Monti non pare sia d'accordo, lui “il postarello a vita” lo assimila “tout court” al “taedium vitae”, ad una sorta di noiosissima vicenda esistenziale, da chiudere al più presto. Dice infatti: «I giovani però devo abituarsi all’idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia! È bello cambiare ed accettare delle sfide»
Verrebbe da chiedersi se questi che appaiono ai media di regime come i veri e propri taumaturghi dell'economia mondiale, siano piuttosto in un terrificante stato confusionale, non riuscendo nemmeno ad andare d'accordo tra di loro.
Le critiche a Monti ed i distinguo, dopo una esternazione tanto improvvida quanto becera, specialmente considerando che ormai la disoccupazione giovanile in Italia viaggia su percentuali intorno al 30%, sono arrivati a iosa, ma lui, no, procede imperterrito, tanto ormai è convinto che potrebbe pure camminare su acque assai più torbide e burrascose di quelle che il più grande dei partiti di plastica in Italia oserebbe solo immaginare, pago ormai di essere, nel suo assolutismo monetario, una sorta di reincarnazione di quel Luigi XV che dichiarava, senza tema di smentita: Après moi, le déluge!
Tale è la sua inossidabile fede che il sistema politico non possa né sappia trovare a lui alcuna alternativa e che, dopo avere reclamato ed ottenuto il posto fisso come senatore a vita prima, quello come Presidente del Consiglio, poi, statene certi, si possa apprestare a concludere riscuotendo la cambiale della Presidenza della Repubblica, tra non molto, con la quasi certezza che, data la sua “tenera età”, potrebbe persino essere eletto per due mandati di seguito.

Passeremmo così da 17 anni di berlusconismo ad altri 17 di montismo sfrenato.
Decisamente il 17 non ci porta fortuna.

Resosi conto della fortissima impopolarità della sua battutaccia sul posto fisso, Monti però ha provato a rettificare parzialmente, dicendo. “Se per posto fisso intendiamo un posto di lavoro che ha una sua stabilità e che ha tutele, è ovvio che è un valore positivo. Ma non significa che i giovani che trovano lavoro, possano avere quel lavoro per tutta la loro esistenza. Se in una società esistono tutele, il cambiamento può essere positivo'' ma ''gli italiani hanno troppa diffidenza nei confronti dei cambiamenti''
Voi ci avete capito qualcosa, soprattutto a proposito di queste fantomatiche “tutele”?

La conclusione, a ben vedere, è davvero disarmante: gli italiani sono diffidenti, non cambiano e perciò è meglio cambiare senza chiedere loro il consenso.

Democrazia italiana, sei troppo diffidente, non cambi mai..ergo, vai pure a farti fottere!

Italiano, non hai una casa e sei precario, e la banca non ti accende un mutuo perché non hai un posto fisso oppure se ce l'hai, non hai un reddito sufficiente a garantirne l'estinzione? Beh, italiano, non cambi proprio mai..ergo, vai farti fottere!

Effettivamente questa litania che è scritta nelle cose, nei fatti, più che nelle strampalatissime e contraddittorie dichiarazioni di questi “maghi” dell'economia mondiale, non risulta divertente, anzi, direi che è quanto di più tristemente tedioso possa affliggere la vita delle future generazioni degli abitanti di questa penisola nel cuore del Mediterraneo. Un cuore trafitto, ma non da un raggio di sole, che vede arrivare subito la sera della sua vita come una mannaia.

Peggio di così, nella nostra breve ma intensa storia repubblicana non ci siamo mai stati, abbiamo un governo assolutista che fa leggi ormai ignorando palesemente quella volontà popolare che era stata già abbondantemente messa a dura prova, nelle elezioni politiche, da una infamante lex ad porcum, che, per altro, data la “fauna imperante”, pare nessuno in Parlamento voglia cambiare.

Abbiamo partiti di plastica tenuti in piedi da ladroni che sono sempre pronti a scappare col malloppo acclarato, persino quello del loro partito (magari con i loro compagni di merende che continuano ad accusare altri, il cui bottino, tanto decantato nel passato, non è stato trovato mai, di latrocinio), loschi figuri attaccati al potere e alle loro prebende, fino alla fine dei tempi.

E a capo di tutti e con la fiducia di tutti LORO, e non certo nostra, una sorta di “re parruccone” che le spara ormai senza ritegno, a destra e a manca, perché, appunto, è perfettamente convinto che, a destra e a manca, (dico “manca” perché è davvero la parola-verbo appropriata) il suo “assolutismo” sia intoccabile e che, per questo, possa tranquillamente continuare a governare sicuro della massima: Après moi, le déluge!!!

Che dite? Glielo facciamo credere? Gli diamo prova tangibile che ciò è effettivamente vero? Siamo davvero così tanto diffidenti verso i cambiamenti?
In fondo, il “diluvio”, prima o poi, arriva, viene davvero, anche quando la regina pensa che il popolo possa sfamarsi con le brioches, dunque anche solo per maturazione di fattori storici, quasi come un fenomeno meteorologico, quando l'atmosfera è ormai fin troppo satura di “pioggia”.

E ormai non piove più...ma addirittura nevica.

3 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

dipinto di Sophie Wilson

giovedì 9 febbraio 2012

NEVICAVA A ROMA





NEVICAVA A ROMA
di Stefano Santarelli


Nevicava a Roma è il titolo di una bella canzone scritta durante la nevicata del 1970 da Renato Rascel, un celebre cantante/attore ormai completamente sconosciuto ai miei figli e ai loro coetanei. Sottolineo questo particolare perché le nevicate nella capitale non sono certamente episodi frequenti.
Ma anche se sono fenomeni meteorologici eccezionali per la città eterna non giustificano assolutamente il caos che si è verificato venerdì 3 febbraio.
Una nevicata a Roma infatti è un fenomeno straordinario certo, ma non era imprevisto. Da giorni i vari bollettini meteo sui giornali e su internet avvisavano di questo pericolo ed i romani si erano attrezzati e a testimonianza di questo si era registrato nei giorni precedenti un boom nelle vendite di catene per le automobili.
Insomma tutti i romani erano perfettamente consapevoli della possibilità di una precipitazione nevosa tranne uno: il più importante, il più potente, il più determinante, vale a dire il Sindaco Alemanno il quale il giorno precedente rilasciava una intervista televisiva, che oggi è un vero successo su you tube, dove rassicurava i romani negando tale possibilità.
I fatti purtroppo sono noti a tutti: contrariamente a ciò che sosteneva Alemanno a Roma è nevicato ed il Comune si è dimostrato incapace di gestire questa situazione.
Come immediata misura straordinaria nel pomeriggio di giovedì veniva sospesa l’attività didattica lasciando però aperte le scuole con il risultato che il giorno dopo la stragrande maggioranza degli studenti restava giustamente a casa mentre tutti gli operatori scolastici (insegnanti, amministrativi, bidelli) si presentavano a lavoro in edifici completamente deserti.
Per affrontare al meglio questa emergenza invece le Università erano state lasciate aperte.
Soltanto alle 13.45, vale a dire due ore dopo l’inizio della precipitazione nevosa, il Comune si decideva nel fare scattare il “piano neve”. Un piano che si dimostrava totalmente inefficiente.
Gli autobus non erano attrezzati per affrontare la neve e quindi erano costretti a rientrare nei depositi, i taxi erano introvabili il che francamente non è una novità per Roma. Le metropolitane erano aperte, ma molte di esse completamente impraticabili a causa del ghiaccio che si era formato nelle rampe di accesso.
Il sale che doveva essere sparso dall’AMA non era assolutamente sufficiente oltretutto andava messo prima della nevicata.
Non vi era stato nessun rafforzamento della Polizia urbana.
Per aiutare il caos veniva decisa l’immediata chiusura degli edifici pubblici con il risultato, facilmente prevedibile, che la gente si riversava contemporaneamente sulle strade consolari e poi sul Gra per tornare a casa. Il Gra questo anello stradale che circonda Roma andava in tilt e gli automobilisti restavano imprigionati e per raggiungere le loro abitazioni occorrevano molte ore, anche per fare pochi chilometri.
I pedoni, anche quelli loro malgrado, visto che non funzionavano i mezzi pubblici, erano costretti a fare chilometri a piedi su marciapiedi ghiacciati che per giorni sono rimasti tali. Il Pronto Soccorso del San Camillo infatti ha rilevato un aumento del 33% di traumatismi in quel giorno e nei successivi
Una città quindi abbandonata a se stessa e se non fosse per il clima gelido verrebbe voglia di dire: l’inferno a Roma.
In tutto questo contesto uno si aspetterebbe che il Sindaco stia ad organizzare tutte le misure adatte per fronteggiare una calamità così grave. Ma invece cosa fa il nostro prode Alemanno? Compie una vera e propria maratona nei vari studi televisivi negando ogni evidenza e ogni sua responsabilità e addossando tutte le colpe alla Protezione Civile che non lo ha informato a tempo debito del fatto che a Roma sarebbe nevicato facendo quindi la figura del classico marito cornuto il quale è sempre l’ultimo a sapere delle infedeltà della moglie.
In queste interviste il Sindaco di Roma raggiunge, come afferma giustamente il mio amico Achilli, delle punte di comicità surreale. Rimarrà celebre infatti la spiegazione botanica di Alemanno in cui si afferma che l’albero romano a differenza di quello milanese non è abituato a reggere il carico di neve e quindi cade più facilmente. Insomma il famoso ponentino rende non solo pigri i romani, ma anche gli alberi.
E cosa dire poi dell’invito alla cittadinanza di prendere le pale per togliere la neve dai propri marciapiedi, strumenti che sono notoriamente presenti in tutte le abitazioni romane.
Dimenticavo che tali pale, per i pochi che non ne erano in possesso, potevano essere ritirate a Piazza del popolo. Il vero problema era magari come raggiungere tale piazza, ma questo per Alemanno era un problema secondario.
Ma abbandonando il fin troppo facile umorismo, il Sindaco Alemanno si è rivelato totalmente incapace di svolgere il suo ruolo istituzionale ed è questo un giudizio obiettivo, sereno e scevro da pregiudizi politici.
Tra un anno si svolgeranno le elezioni per eleggere il nuovo Sindaco della capitale e la sua giunta. Sicuramente Alemanno verrà ricandidato dal centro-destra e dopo questo disastro sarebbe il caso di rimandarlo a casa per il bene della città e dei suoi abitanti. Perciò ci auguriamo che la cosiddetta Sinistra la smetta con il suo autolesionismo e candidi un personaggio più presentabile di Rutelli, un politico che non è riuscito ad accorgersi, nella migliore delle ipotesi, che il suo tesoriere Lusi gli rubava 13 milioni di euro sotto il proprio naso.





7 febbraio 2012

dal sito http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/

lunedì 6 febbraio 2012

IL PCI E TOGLIATTI NELLA GUERRA DI SPAGNA di Antonio Moscato





IL PCI E TOGLIATTI NELLA GUERRA DI SPAGNA
di Antonio Moscato

relazione tenuta a Losanna  il 18 dicembre 1997




1) Il ruolo del PCI nella Guerra di Spagna è stato importante, ma è stato anche amplificato e soprattutto separato dal contesto delle decisioni dall’Internazionale comunista. Ciò emerge chiaramente da una periodizzazione delle diverse fasi dell’afflusso di volontari, che consente di capire lo stretto legame tra l’afflusso dei militanti comunisti e le scelte del Comintern. Nei primi mesi dopo il 19 luglio 1936, infatti, la partecipazione dei comunisti (non solo italiani) fu piuttosto ridotta, e iniziò a crescere rapidamente solo dopo la decisione presa a Mosca il 18 settembre di impegnarsi maggiormente nel conflitto. Cosicché tra i primi volontari la percentuale di anarchici, socialisti di varie tendenze e antifascisti non organizzati (compresi alcuni degli atleti che avevano partecipato alle Spartakiadi di Barcellona) era decisamente prevalente, con qualche imbarazzo della storiografia e soprattutto della memorialistica di parte comunista, che del ruolo dei comunisti nella Guerra di Spagna ha fatto un mito fondatore.

Luigi Longo ad esempio afferma che “fin dai primi giorni della lotta [ …] decine e centinaia di lavoratori e di democratici francesi e belgi, di emigrati italiani, polacchi, tedeschi, sfuggiti al patrio fascismo, combattono fianco a fianco con i fratelli spagnoli”. (1)

Anche se decine e centinaia è una formula assai generica (erano 20 o 900?), appare chiaro che in ogni caso si rimaneva nei limiti di quella che può essere considerata una partecipazione spontanea, fisiologica, dovuta in primo luogo ai militanti di vari paesi già presenti in Spagna per ragioni diverse (compresi diversi maghrebini immigrati per lavoro che si arruolarono, e la cui presenza fu quasi sempre taciuta, consentendo di affrontare in termini quasi razzisti la questione dei mercenari marocchini arruolati da Franco), e poi a quelli che per particolare sensibilità e a titolo individuale sono accorsi rapidamente da paesi limitrofi.

Non a caso Longo lascia nel vago la composizione politica di quei primi nuclei e fa ben pochi nomi (sette in tutto) per nascondere che i comunisti erano inizialmente pochi. Erano “comunisti, socialisti, repubblicani, seguaci di Giustizia e Libertà”, scrive Longo, dimenticando completamente gli anarchici, che avevano invece un peso notevole tra i primi arrivati. Di essi egli si ricorda solo per denigrare la colonna di Giustizia e Libertà, naturalmente rendendo omaggio al suo promotore, dato che era morto:

Nonostante il valore e la rettitudine di Carlo Rosselli, che ne è il fondatore e l’animatore, questa colonna è travagliata e quasi paralizzata da profondi dissidi, e le sue capacità militari sono ridotte a ben poca cosa. [...] Nella colonna Giustizia e Libertà il gran numero di anarchici, refrattari per principio ad ogni subordinazione e centralismo, non aiuta certo a farne una salda ed omogenea unità militare. (2)

Longo traccia un quadro di maniera, che non tiene conto delle trasformazioni indotte rapidamente dall’esperienza nelle stesse formazioni esclusivamente e rigorosamente anarchiche. Lo scopo evidente è quello di nascondere il peso degli anarchici, citandoli solo per evocare lo stereotipo che li presentava come distruttori del potenziale militare della repubblica, in contrapposizione ai comunisti che invece “per abitudine [...] al lavoro collettivo e ordinato” garantivano “l’unità e la combattività” delle loro formazioni. (3)

La realtà occultata da Longo è appunto che, nella prima ondata di volontariato, i comunisti scarseggiavano, e non perché tra loro mancasse l’entusiasmo e la volontà di accorrere in soccorso della repubblica, ma semplicemente perché l’Internazionale comunista sosteneva che in Spagna non c’era bisogno di volontari ma solo di armi. Peraltro anche queste tardarono ad arrivare, sia perché il governo francese il 4 agosto si era affrettato a proclamare il non intervento, a cui aderirono presto ipocritamente Germania e Italia, (che avevano rifornito fin dall'inizio i ribelli, e che continuavano a inviare aerei e truppe), ma anche, il 23 agosto, la stessa l'Unione Sovietica.
Sappiamo oggi che Stalin deciderà solo nella seconda metà di settembre di inviare armi, che cominceranno ad arrivare in ottobre, in quantità sufficiente per resistere ma non per vincere, e nello stesso tempo darà il via all’Internazionale comunista, che si impegnerà da ottobre a garantire un forte afflusso di volontari che consentiranno di formare le Brigate internazionali.

Ci sono varie ipotesi sul perché di questa decisione, e d’altra parte è probabile che ci siano state molte e diverse ragioni concomitanti. Probabilmente il gruppo dirigente sovietico si è preoccupato vedendo i successi dei franchisti e si è interrogato sulle ragioni della complicità anglo-francese con il massiccio intervento di Italia e Germania; in ogni caso gli invii apparentemente generosi e disinteressati sarebbero stati pagati con le ingenti risorse auree della Spagna (oltre 510 tonnellate di oro), che l’URSS si fece consegnare per “metterle al sicuro” e che in realtà tratterrà dopo la fine della repubblica.
Il segreto sulla consegna dell'oro verrà mantenuto gelosamente per tutta la guerra, smentendo categoricamente ogni voce in proposito (qualcosa era ovviamente trapelato). Il decreto per "mettere in salvo l'oro" era stato fatto il 13 settembre 1936, quando Madrid non era in pericolo, e fu messo in atto dal socialista di destra Negrín, che sarà su tutti i piani un prezioso complice dell'URSS (nel 1937, divenuto primo ministro, avallerà perfino la versione dell'evasione di Nin che doveva coprirne l’assassinio). Mantenendo il segreto si consentì inoltre all'URSS di avere il monopolio delle forniture, mentre i diplomatici in Messico avevano fatto contratti per acquistare aerei statunitensi, per cui mancò il denaro. I comunisti poterono presentare come "aiuto disinteressato" quello che era un ottimo affare economico oltre che una corda al collo del governo repubblicano.




2) Una testimonianza indiretta sul ritardo iniziale nell’invio di volontari, e soprattutto sui fattori esterni che determinarono la svolta del PCI (e degli altri partiti del Comintern) si ricava da una singolare polemica col PSI ritrovata negli archivi del PCI. Infatti tra i primi arrivati in Spagna scarseggiavano non solo i comunisti, ma anche i militanti del partito socialista legato al PC dal “Patto di unità d’azione”, che aveva ugualmente scoraggiato l’invio di volontari. Quando in ottobre l’Internazionale comunista cambiò bruscamente linea e il PC cominciò la campagna di arruolamenti, il PSI non ne fu informato tempestivamente e si trovò spiazzato e il 27 ottobre la sua direzione inviò una lettera di protesta all’UP del PCI, che faceva riferimento a una richiesta di chiarimenti dei giorni precedenti:

Noi avevamo deplorato [...] che a proposito della azione comune in Ispagna, il vostro partito si fosse creduto autorizzato ad iniziative che, a volte, erano in aperto contrasto con gli impegni assunti e in particolare col punto di vista affermato e difeso da vostri rappresentanti in molteplici riunioni. Voi respingete l’assunto poiché “a condizioni modificate doveva corrispondere un’azione diversa”. Si, cari compagni, a condizioni modificate doveva e deve corrispondere un’azione diversa, ma non un’azione intrapresa in ordine sparso, ma preventivamente coordinata dai due Partiti, senza di ciò non c'è unità d’azione. (4)

E’ evidente l’irritazione del PSI nel verificare non solo che tutti gli accordi comuni tra i due partiti non contano nulla quando cambiano le direttive del Comintern, ma che nel caso specifico la direzione socialista ha continuato per un mese a respingere le pressioni della base e dell’emigrazione antifascista in base a quanto concordato con il PCI, che invece aveva cominciato a reclutare volontari su larga scala.
Nel momento in cui il PCI cessò di scoraggiare gli arruolamenti, raccolse infatti in pochissime settimane un gran numero di militanti e simpatizzanti pronti ad andare in Spagna. Il mancato afflusso della prima fase non era certo dovuto a un iniziale disinteresse, ma era semplicemente il riflesso della ferrea disciplina ormai consolidatasi da un decennio. Nella prima fase, oltre ai pochi quadri inviati come osservatori, erano partiti solo alcuni militanti inquieti che avevano ascoltato più il loro istinto di classe che le direttive superiori. Non a caso il più noto di essi, Eugenio Curiel, fu sospettato a lungo perché manteneva buoni rapporti con Eugenio Colorni, etichettato come trotskista, e manteneva contatti, sia pure per ragioni personali, con esponenti socialdemocratici.
D’altra parte anche l’afflusso successivo è massiccio non per cieca ossequienza agli ordini, bensì per la coincidenza tra un’aspirazione profonda dei militanti e la fine del divieto. Inoltre pesa l’efficienza dell’apparato clandestino dell’IC, che facilita i passaggi del confine e anche attraverso la Francia per chi arriva da altri paesi. E di comunisti esiliati provenienti dall’Italia, dai Balcani, dall’Europa centrale, dalla Germania, ce n’erano molti in Francia, in Belgio, in Svizzera, in condizioni spesso di clandestinità o semiclandestinità, spesso disoccupati e senza legami familiari, e quindi particolarmente disponibili ad andare a combattere per una causa convincente.



3) Sul comportamento dell'URSS va detto che fu molto ambiguo anche quando decise di iniziare l’intervento: si impegnò poco sul piano militare, pur avendo a disposizione quadri di altissimo livello; la maggior parte dei “volontari” sovietici si impegnarono soprattutto sul piano politico, e molti di essi ebbero un ruolo determinante negli assassinii di antistalinisti. Al tempo stesso il clima della rivoluzione (la prima vittoriosa, sia pur momentaneamente, dopo quella d’Ottobre) finì per contagiare anche una parte di quelli inviati per svolgere ruoli infami. E’ questo che spiega probabilmente la decisione staliniana di uccidere molti reduci dalla Spagna appena rientrati in patria. Perfino negli anni Cinquanta molti dei militanti comunisti sterminati in Ungheria e in Cecoslovacchia nel quadro e ai margini dei processi Slansky e Rejk avevano fatto parte delle brigate internazionali (fu coinvolto anche, senza conseguenze maggiori dell'allontanamento dal CC perché difeso dal suo partito, anche l'italiano Giuliano Pajetta). Il sospetto circondava perfino gli esecutori zelanti dei crimini staliniani, come Vittorio Vidali, che assicura nelle sue memorie di essere stato avvertito da Elena Stassova che per lui era più salutare non recarsi in URSS dopo il ritiro delle Brigate Internazionali dalla Spagna come gli era stato proposto..

La responsabilità maggiore dell'URSS e dell'Internazionale stalinizzata fu in primo luogo proprio la politica di "non intervento", proposta e attuata zelantemente dal governo di FP francese di cui i comunisti erano parte essenziale e da cui comunque non si dissociarono. Sotto la guida del principale dirigente dell’IC presente in Spagna, Togliatti, venne d’altra parte decisa la lotta contro i presunti trotskisti del POUM e la divisione del movimento anarchico, realizzata proprio su suggerimento di Togliatti offrendo posti di governo ai suoi capi inconsistenti e opportunisti e combattendo come “complici dei fascisti” gli esponenti più conseguentemente classisti. In cambio del "prezioso e disinteressato aiuto sovietico" fu imposto il silenzio alle altre componenti del FP sull'operato dell'NKVD e dei suoi complici sul territorio repubblicano.
Il partito comunista assunse in prima persona il compito di liquidare le milizie in nome della disciplina (che stavano dandosi perfino quelle anarchiche e che caratterizzò fin dall'inizio quelle del POUM), ricostruendo un esercito regolare in cui i gradi più alti vennero dati a ufficiali di mestiere che alla fine avrebbero tradito: caso esemplare quello di Casado, che tentò in extremis di accordarsi con Franco. Anche prima della loro dissoluzione alle milizie non arrivarono armi, che venivano invece assegnate dagli uomini di Mosca solo alle unità controllate dal PCE o alle Brigate internazionali.

I ministri comunisti come Uribe all'agricoltura, e i consiglieri sovietici che assistevano Negrín furono i paladini dell'arretramento del FP sul terreno sociale, con una legge di riforma agraria che assegnava un grande peso ai fittavoli borghesi, e con una lotta dura contro le comuni anarchiche di Aragona e Catalogna.

Il colpo di grazia alla rivoluzione lo dà poi il colpo di mano del 3 maggio 1937 a Barcellona, e il processo staliniano tentato contro il POUM. Per farlo i ministri comunisti ispirati da Togliatti mettono in crisi il governo di Largo Caballero (in carica dal settembre 1936 ma che rifiuta di sciogliere il POUM) sostituendolo con il suo ministro delle Finanze Juan Negrín, profondamente anticomunista ma per molte ragioni disponibile a una collaborazione con il PCE e l’URSS, che gli lasciano via libera in politica, e che egli ricambia chiudendo gli occhi sulle loro vendette contro gli oppositori di sinistra. I "tredici punti di Negrín", assolutamente conservatori, furono scritti d'altra parte con la consulenza diretta di Togliatti.

A partire dalla tragedia catalana (e spagnola) del maggio 1937, una profonda demoralizzazione impedisce ogni attività di guerriglia nelle retrovie del nemico, e spezza l'entusiasmo dello stesso esercito repubblicano, in cui viene reintrodotto il vecchio codice militare reazionario. Eppure appena due mesi prima l'entusiasmo delle Brigate internazionali e il contesto politico diverso avevano permesso di sconfiggere duramente l'esercito italiano a Guadalajara. Da allora i nazionalisti collezioneranno successi nel nord e nella stessa Catalogna. La "normalizzazione" autoritaria segna l'inizio della fine. Le conseguenze si vedranno fino in fondo nel gennaio 1939, quando Barcellona cadrà in mano franchista quasi senza combattere, in un'atmosfera di disperazione e di sfiducia che contrastava nettamente con l'entusiasmo con cui il 19 luglio 1936 aveva piegato le preponderanti forze dei ribelli.

E’ questo che spiega il fallimento della nuova ondata di reclutamenti alle Brigate internazionali decisa nella seconda metà del 1937, per recuperare le perdite in combattimento, ma anche per le diserzioni. E’ ormai impossibile recuperare il turn-over: alla fine del 1937 nella brigata Garibaldi gli italiani sono solo il 20% e anzi appena il 9% di quelli che stanno in prima linea, perché si sono rigonfiati i quadri amministrativi e politici e ridotti sempre più i combattenti.
La data del ritiro delle Brigate internazionali (formalmente richiesto da Negrín) e della simultanea fine dell’aiuto sovietico, settembre 1938, permette un’ulteriore riflessione su quella che poteva essere la logica di Stalin. Dopo i primi mesi di incertezza e di attesa, l’intervento era legato da un lato alla motivazione ufficiale (contrastare l’offensiva del fascismo in Europa), dall’altro era dettato dalla volontà di raggiungere un accordo antitedesco con le borghesie di Francia e Gran Bretagna, a cui si garantiva il "senso di responsabilità" dell'URSS e del Comintern, cioè un forte impegno per arginare la dinamica rivoluzionaria in Spagna e in Francia. Al tempo stesso l'uso propagandistico degli aiuti serviva sul piano internazionale ma anche all'interno dell'URSS (dove milioni di lavoratori sottoscrissero per pagare le armi da dare alla repubblica, già strapagate con l'oro della Banca di Spagna) per far dimenticare o giustificare lo sterminio dei dirigenti dell'Ottobre 1917 nel corso dei processi di Mosca.

Nell'ultima fase tuttavia la sospensione (già preceduta da una progressiva rarefazione) degli aiuti e il ritiro delle Brigate internazionali sono stati collegati all'inizio delle trattative segrete con la Germania che culminarono nell'agosto 1939 nel Patto Ribbentrop-Molotov, ma che erano all'ordine del giorno dal settembre 1938, quando apparve che tutte le concessioni sovietiche non avevano indotto Francia e Inghilterra ad assumere una posizione ferma nei confronti di Hitler, a cui avevano al contrario dato via libera verso est nella Conferenza di Monaco.
Inutile dire che se le "democrazie occidentali" avevano gravi colpe, la soluzione di concedere a Hitler tempo, materie prime preziose, e la sicurezza per quasi due anni sul fronte orientale con il Patto Ribbentrop-Molotov, fu un rimedio peggiore del male. L'accordo facilitò l'inizio della seconda guerra mondiale e la sconfitta prima della Polonia, poi della Francia. Il silenzio dell'URSS e dei partiti comunisti sui crimini nazisti, il cinismo della spartizione dell'Europa orientale concordata con Hitler nei "protocolli segreti" annessi al patto, la deportazione e lo sterminio di centinaia di polacchi e di baltici, nonché la consegna alla Germania di migliaia di antifascisti tedeschi e austriaci nel 1940, confermano che l'URSS non si preparava alla guerra antifascista, e rendono indifendibile quella scelta, a cui, per giunta, fu sacrificata anche la repubblica spagnola, dopo aver liquidato la rivoluzione.




4) Una messa a punto particolare è necessaria sul ruolo di Togliatti. In Italia periodicamente sulla stampa conservatrice qualcuno rispolvera qualche vecchia notizia sulle sue complicità con Stalin, e immediatamente qualche storico di area PDS o PRC interviene sottolineando la sua originalità e creatività e la sua autonomia da Stalin... Ultimamente la pubblicazione di un interessante libro di Victor Zaslavsky ed Elena Aga-Rossi, largamente basato sugli archivi di Mosca, ha riacceso la polemica. Luciano Canfora, che oscilla da anni tra PRC e PDS, ha stroncato il libro su “l’Unità”, sia pure concentrandosi su alcuni aspetti particolari per insinuare l’infondatezza di ogni accusa a Togliatti di essere stato subordinato a Stalin. (5)
In base a questa logica, il fatto che le specifiche accuse di Jesús Hernández a Togliatti e a Vidali siano risultate inesatte, nel senso che Togliatti non poteva aver partecipato alla riunione in cui si sarebbe decisa l’uccisione di Nin, perché in quel periodo faceva la spola tra l’URSS e la Francia, per coordinare la campagna di menzogne che doveva far accettare nel mondo l’assassinio dei principali dirigenti comunisti nei Processi di Mosca, è stato usato per assolvere Togliatti da ogni responsabilità. La riunione descritta con abbondanza di particolari da Hernández, non c'è mai stata in quella data. Ma questo episodio conferma solo che Hernández era un turpe personaggio prima di entrare nel PCE (che assurdamente lo designò come ministro dell’istruzione), e che rimase tale durante la sua ascesa nel partito e nel governo, ma anche ovviamente dopo aver rotto col partito, e che quindi per nascondere le sue colpe non esitò a inventare particolari fantasiosi per scaricare le sue stesse responsabilità ad altri. Hernández è inattendibile, ma su Togliatti esistono ben altre prove, anche se non i documenti che permetterebbero di chiarire in quale circostanza ordinò la soppressione del POUM e dei suoi dirigenti.

Esistono i testi delle relazioni stese per l’Internazionale, in cui lui stesso rimprovera il PCE per le esitazioni e il pur docile governo Negrín di non aver colpito abbastanza duramente gli anarchici incontrolabili e il POUM. Nella prefazione al quarto volume delle Opere di Togliatti Paolo Spriano sosteneva che dagli scritti del 1936-1939 emergerebbe un dirigente “differente dallo stereotipo per il quale in Spagna avrebbe assolto alla funzione di persecutore di anarchici(6).
In realtà le indicazioni di Togliatti rivelano un intelligente e e cinico fastidio nei confronti della repressione indiscriminata, a cui propone di sostituire un’azione più articolata e selettiva.

Così critica il PCE che pensa che “la controversia con gli anarchici debba essere regolata con le armi”. I rapporti di forza, almeno in Catalogna, non lo consentono, ma è possibile e utile “compiere sforzi per attrarre nuovamente gli anarchici alla collaborazione nel governo” che aveva già dato buoni frutti durante il governo di Largo Caballero. Ovviamente si tratta di attrarre i dirigenti della CNT (che è in primo luogo un sindacato), che sono dei riformisti prudenti e “realisti”, sensibili alle lusinghe della collaborazione di classe. In questo modo, suggerisce Togliatti, sarà possibile “seminare discordia nelle loro file”, combattendo più facilmente quella che egli definisce “l’ala illegale costituita dai trotskisti e dagli anarchici” irriducibili, che vengono assimilati ai trotskisti perché “agiscono illegalmente e illegalmente pubblicano opuscoli, venduti come organo della FAI”. (7) A decidere cosa era “illegale” era ovviamente Togliatti.

Queste proposte erano contenute in un rapporto del 30 agosto 1937. Il 28 gennaio 1938 Togliatti si compiace che “il partito ha conosciuto una serie di successi , sia con la persuasione, sia con la pressione”. Peccato che nel frattempo la repubblica aveva subito una serie di sconfitte, e che meno di un mese dopo avrebbe perso anche Teruel e gran parte dell’Aragona., e poco dopo avrebbero tagliato in due il territorio repubblicano invecendo la stessa Catalogna. I “successi” che interessano Togliatti sono su un altro piano: sono i “tribunali speciali contro i disfattisti, i diffusori di stampa fascista e trotskista” (che Togliatti accomunava sempre), la “dissoluzione del POUM” e la sua eliminazione dagli organi rappresentativi locali in cui era stato eletto (alla faccia della “democrazia” per cui si lottava in Spagna). Più tardi, il 12 marzo 1939, in un rapporto immediatamente successivo al colpo di Casado (che attribuisce naturalmente ai soliti trotskisti, sorvolando sul fatto che gran parte dei militari insorti avevano la tessera del PCE, ed erano stati lusingati ed esaltati contro il “disordine delle milizie”), Togliatti descrive lo sfaldamento dell’esercito, la fuga di molti quadri del partito e del governo e dello stesso “ Negrín (sospettato quindi a questo punto di complicità con Casado), e ammette che tentando una resistenza “ci mancherebbe pure l’appoggio delle masse”, sicché “potremmo mantenere le retrovie solo a condizione di scatenare il terrore, fucilazioni in massa di dirigenti di altri partiti, ecc., cose che nell’attuale situazione non sono consigliabili”. Viva il cinismo!

E nel più ampio testo del 18 marzo 1939, a sconfitta consumata, firmato “Comitato centrale del Partito comunista di Spagna” ma scritto di suo pugno da Togliatti, si denunciano “membri della FAI, anarchici con un passato più o meno oscuro e con un grado di appartenenza alla nazione assai dubbio” (Togliatti a quanto pare poteva decidere non solo cos’era legale o illegale, ma perfino chi era spagnolo!) e viene bollato lo stesso partito socialista come approdato “al trotskismo controrivoluzionario poliziesco”. Non restava che fare appello ai “militari di carriera leali, che il nostro partito ha aiutato fin dal primo giorno di guerra”. Il testo non fu mai diffuso (il partito si era liquefatto) ma comunque sulla bozza Togliatti aveva cancellato la tradizionale dizione “sezione dell’Internazionale comunista”, che egli stesso aveva scritto e che poi ha ritenuto inopportuna in quel contesto catastrofico, in cui era emerso su larga scala il risentimento nei confronti dell’URSS, a cui giustamemte l’IC veniva associata.

Nel bilancio quasi definitivo tracciato il 21 maggio 1939, un testo di notevole ampiezza, assolutamente interno (era catalogato come strettamente confidenziale) emerge una vera e propria ossessione per i trotskisti, che spuntano da ogni parte. Pur partendo da un riferimento alla capitolazione di Monaco, non c’è nessuna analisi delle basi oggettive della demoralizzazione, e ancor meno alla fine degli aiuti sovietici e al ritiro delle Brigate internazionali, ma tutto quel che è accaduto è stato frutto di un complotto. Egli afferma tra l’altro che “la lotta contro il governo Negrín, contro il fronte popolare e contro il partito comunista era inoltre ispirata e diretta dall’estero”, accusa sorprendente sulla bocca di un italiano inviato da Mosca a guidare il partito comunista spagnolo. Nella lista dei sobillatori figurano anche “gli agenti della II Internazionale”. Ma non c’è dubbio su chi ha la maggiore responsabilità per il crollo della repubblica:

Dal punto di vista ideologico il trotskismo, collegato con gli estremisti e i provocatori anarchici, ha svolto il ruolo principale. Elementi del POUM penetravano nel partito socialista (PSO), nelle organizzazioni anarchiche (CNT e FAI), nei sindacati (UGT), nei partiti repubblicani ed anche nell’organizzazione della gioventù (JSU) e vi portavano la lotta contro l’unità, contro il fronte popolare e contro il partito comunista. (8)

Quando si arrivava alla rituale e prevedibile “autocritica” del PCE e dell’IC, Togliatti sorprendentemente scaricava tutte le colpe sul secondo governo Negrín, di cui si ammetteva che “ha collaborato più strettamente con la direzione del partito comunista, e che più ampiamente e più rapidamente dei precedenti ha accettato e realizzato le proposte del partito”. (9)
Come spiegare allora gli insuccessi evidenti? Bisogna cercarne le “debolezze”, alcune banali (divisioni interne, senza spiegarne l’origine), altre volgari e ingenerose, e anche bizzarre se si pensa a chi aveva scelto e difeso strenuamente Negrín:

Fra le debolezze di Negrín occorre anche menzionare il suo stile di lavoro, quello di un intellettuale sregolato, fanfarone, disorganizzato e disorganizzatore, e la sua vita personale, quella di un bohêmien non senza qualche segno di corruzione (donne). (10)

Ma non segnaliamo questo brano solo per sottolineare la disinvoltura con cui un prezioso collaboratore veniva gettato alle ortiche: era già toccato a Largo Caballero, passato da “Lenin spagnolo” a trotskista. Quello che è rivelatore è il paragrafo in cui le critiche alla debolezza del governo si fanno più precise.

Nella lotta contro la quinta colonna e contro i trotskisti si è verificato fra il mese di agosto e il mese di ottobre un periodo di debolezza, caratterizzato soprattutto dal risultato scandaloso del processo contro il POUM che terminò senza nessuna condanna seria (pena massima: 15 anni). (11)

Evidentemente 15 anni sembrano pochi per un reato di opinione! Alla luce di queste critiche al processo del genere, si capisce meglio la logica dell’assassinio di Nin (ovviamente mai citato nel rapporto). Assurdamente la responsabilità della “debolezza” del governo (di cui si da per scontato che la magistratura deve essere il braccio) viene attribuita ancora agli onnipresenti trotskisti:

In questa occasione ebbe modo di rivelarsi l’azione nefasta del ministro della giustizia, González Peña, caduto sotto l’influenza del trotskismo durante il suo viaggio nel Messico, e di Paulino Gómez, che nel corso del processo proibì alla stampa qualsiasi campagna contro i traditori trotskisti. Il partito condusse (con sensibile ritardo) la sua agitazione con pubblicazioni illegali e protestò energicamente giungendo a provocare le dimissioni del ministro degli interni. Negrín si disse d’accordo in tutto con noi, ma fece macchina indietro in seguito alla pressione del partito socialista (che minacciò di aprire una crisi), della II Internazionale e di ogni sorta di canaglia. Il suo intervento avvenne con molto ritardo e non fu energico. La lotta dell’apparato dello Stato contro i trotskisti e contro la quinta colonna fu assai intensa e buona in novembre, gennaio, ma soltanto in Catalogna. (12)

Questi stralci dalle relazioni di Togliatti non lasciano dubbi sulle sue responsabilità dirette nella repressione di tutte le tendenze di sinistra, accomunate sistematicamente ai “trotsko-fascisti”. Quanto alla sua concezione della democrazia, basti pensare al rimprovero ai giudici e agli stessi ministri che non hanno accettato di riprodurre a Barcellona un “Processo di Mosca” con le sue confessioni estorte e le conseguenti condanne a morte. D’altra parte Togliatti, quando divenne ministro della giustizia nel 1945-1946 in Italia si distinse per circolari che raccomandavano alla magistratura di assecondare l’azione repressiva della polizia nei confronti delle manifestazioni dei disoccupati e dei reduci (naturalmente “sobillate dai fascisti”), salvo promulgare un’amnistia per i fascisti, per compiacere le componenti borghesi che volevano una rapida “riconciliazione nazionale”. Non aveva perduto nessuno dei suoi vizi. Ad esempio l’ambasciatore sovietico a Roma Kostylev riferiva a Mosca:

Togliatti ha detto che è preoccupato dell’allarmante fenomeno della degenerazione del movimento partigiano al nord. Alcuni gruppi partigiani cominciano a essere coinvolti nel banditismo, nelle espropriazioni e nella violenza contro i cittadini. Certi gruppi partigiani sono caduti sotto l’influenza di elementi trotskisti, che li spingono ad azioni anarchiche e organizzano gruppi di azione proletaria per scopi poco chiari. (13)

Erano “elementi” trotskisti o anarchici? Erano semplicemente partigiani comunisti che mal accettavano di veder vanificato il loro sacrificio e venivano bollati immediatamente come trotskisti e quindi abbandonati alla repressione di una magistratura rimasta completamente reazionaria e filofascista dato che il ministro della giustizia Togliatti la lasciò così come l’aveva trovata. Ma torniamo alla Spagna. L’atteggiamento di coloro che hanno messo in dubbio le sue responsabilità negli assassinii politici solo perché non ne ha lasciato traccia scritta, ricorda quello di chi ha negato per decenni l’esistenza dei protocolli segreti annessi al Patto Ribbentrop-Molotov solo perché fino al 1990 i dirigenti sovietici negavano di conoscerne gli originali, sorvolando che esistevano copie fotostatiche trovate negli archivi decentrati della Germania nazista e che le annessioni effettuate dall’URSS nel 1939 e 1940 coincidevano esattamente con i piani di spartizione contenuti nei protocolli. D’altra parte gli stessi singolari “negazionisti” di parte comunista hanno negato per decenni anche le spartizioni dette di Yalta, solo perché non erano registrate nei verbali di quella conferenza.

Ai feticisti del documento scritto, gli archivi sovietici hanno comunque riservato negli ultimi anni diverse sorprese. Per quanto riguarda il mito di un Togliatti autonomo e originale anticipatore di una via democratica e pluralista fin dal VII Congresso dell’IC nel 1935 e poi sperimentatore in Spagna della linea di quella nuova democrazia progressiva praticata in Italia nel 1944-1947, un documento ritrovato fin dal 1991 da Aldo Agosti negli archivi di Mosca toglie ogni illusione (almeno a chi vuole prenderlo in esame).

Si tratta di un documento, scritto da Togliatti e datato 1° marzo 1944, con sue correzioni autografe estremamente significative. Di alcuni punti chiave forniamo prima il testo originale e poi quello riveduto, per consentire il confronto tra le due argomentazioni radicalmente diverse e contraddittorie tra loro.

Ad esempio, la stesura originaria affermava che i comunisti

chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel momento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che oppongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia. In considerazione di ciò [...] rifiutano di partecipare all’attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania. (14)

Tutto giusto, e soprattutto bene argomentato; ma l’intero periodo venne cancellato e sostituito di pugno di Togliatti, con quest’altro:

i comunisti sono pronti perfino a aprtecipare a un governo senza l’abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal Paese.

La frase suona bene, ma è in stridente contraddizione con quanto affermato prima, e cioè che “in quanto centro di unificazione di tutte le forze reazionarie” quel governo era “un ostacolo al una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania”.

Nessun dubbio dunque sul fatto che in Italia come in Spagna (e anche in altre mansioni di fiducia come la soppressione del partito comunista polacco nel 1938) Togliatti fu un esecutore della politica di Stalin. La sua intelligenza e duttilità lo fece emergere tra i quadri dell’IC stalinizzata, per cui fu a volte più collaboratore ed elaboratore che semplice esecutore subalterno, ma ciò non dimunisce, ed anzi per molti aspetti aggrava le sue responsabilità, soprattutto quando ripropone, in Italia e altrove, la stessa politica di collaborazione di classe già sperimentata con i risultati che sappiamo in Spagna.
Un collaboratore, ma senza mai un’ombra di coraggio umano: perfino quando a Mosca fu arrestato dall’NKVD suo cognato Paolo Robotti (avevano sposato due sorelle) rifiutò di muovere un dito.

Non ha dunque senso rivalutarne la figura attribuendogli un’autonomia che non volle avere, e cancellando le responsabilità per la sua supervisione della politica dell’Internazionale comunista in Spagna, che viene spacciata come una battaglia per la democrazia e in realtà sacrificò la rivoluzione alle esigenze della burocrazia sovietica di “offrire garanzie di rispettabilità” alla borghesia franco-britannica..In ogni caso a un uomo così colto e intelligente come Togliatti non poteva sfuggire che l’atteggiamento di Stalin nei confronti della rivoluzione spagnola non era solo legato a esigenze di politica estera, ma anche al fastidio e al timore di un successo di una rivoluzione libertaria e non manipolabile, che avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento alternativo e credibile nel movimento operaio europeo e nella stessa classe operaia sovietica, che non a caso espresse con tanto entusiasmo la sua solidarietà (questa fu la spiegazione avanzata allora da Trotsky e ripresa dopo la guerra dai sopravvissuti del POUM). Il comportamento verso le rivoluzioni jugoslava e cinese, dapprima osteggiate e con cui quando arrivarono comunque al successo Stalin e i suoi successori arrivarono a scontrarsi, fornisce un'ulteriore conferma a questa ipotesi, e non consente nessuna giustificazione in nome di una Realpolitik di cui la storia ha dimostrato tutta l'insensatezza.


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NOTE
 
(1)  Luigi Longo, Le brigate internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma, 1972, p.41
 
(2)  Ivi,p. 220
 
(3) Ibidem. Per una ricostruzione più corretta della storia della colonna di Giustizia e Libertà si veda Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973.
 
(4)  Archivio del Partito comunista, presso Istituto Gramsci, Roma (d'ora in poi APC), 1395/66
 
(5)  Elena Aga-Rossi, Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna 1997. Il libro è basato solo in parte sugli archivi del Presidente della federazione russa (che conserva gli archivi di Stalin) e del Centro Russo per la preservazione e lo studio dei documenti della storia contemporanea (RZHIDNI) che contiene i fondi del Comintern, mentre ha trovato la maggior parte dei documenti nell'Archivio del ministero degli Esteri, che contiene rapporti quasi quotidiani sui colloqui tra i diplomatici sovietici a Roma e Togliatti (ma anche altri dirigenti del PCI). Canfora è intervenuto sull'Unità del 19 e 25 novembre 1997 su un aspetto particolare (l'approvazione nel 1956 dell'intervento sovietico in Ungheria) per screditare tutto il libro, come aveva fatto altre volte arrivando a mettere in dubbio (in un articolo sui grandi falsi storici apparso sul Corriere della Sera) l'autenticità del Rapporto segreto di Chrusciov solo perché nella prima pubblicazione negli Stati Uniti c'era stato qualche errore di traduzione.
 
(6)  L'ampia prefazione è stata ristampata con qualche modifica come volume a sé, da cui citiamo: Paolo Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell'Internazionale, Editori Riuniti, Roma, 1980.
 
(7)  Palmiro Togliatti, Opere,v. IV, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 261
 
(8) Ivi, p. 345
 
(9)  Ivi, p. 347
 
(10)  Ivi, p. 348
 
(11)  Ivi, p. 349
 
(12)  Ibidem
 
(13)  Aga-Rossi, Zaslavsky, op. cit., p. 95
 
(14)  Il documento è stato pubblicato da Agosti sull' "Unità" del 28 ottobre 1991. Le precedenti lettere di Togliatti presentate da G. Vacca al festival dell' "Unità" su cui ritorneremo confermano che fino al febbraio del 1944 Togliatti chiedeva l'abdicazione del re.
 
dal sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php
 
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