Diari di Cineclub

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sabato 2 marzo 2013

PD: FINALE DI PARTITO di Giulio Calella




PD: FINALE DI PARTITO
di Giulio Calella


"Con questa classe dirigente non vinceremo mai"... slogan che attraversa la storia degli ultimi 70 anni del gruppo dirigente del Pci, Pds, Ds, Pd. Che adesso rischia di finire la propria storia.




“Con questa classe dirigente non vinceremo mai”. Nanni Moretti l’aveva detto qualche anno fa, ma se ne è dimenticato proprio alla vigilia del voto.
Ma a guardar bene, “non vincere mai” non è una caratteristica specifica dei soli Bersani e D’Alema, fa parte di una storia. La storia del grande Partito comunista italiano, i cui dirigenti in effetti non hanno mai brillato per coraggio e audacia politica.

Già nel ’44, con l’Italia allo sbando e l’esercito partigiano in mano alla sinistra, Togliatti pensa bene di bloccare le volontà rivoluzionarie dei militanti impegnati nella resistenza per dire: “Fermi tutti. Non dobbiamo fare la rivoluzione. Ci basta ‘la democrazia progressiva’”. Scelta dettata da Stalin, che si ripeterà nel luglio del ’48, dopo la sconfitta elettorale di aprile, quando l’attentato al leader comunista produce una nuova esplosione sociale che in alcune zone del paese assume carattere insurrezionale. Ma puntuale arriva l’ordine del gruppo dirigente del Pci: “fermi tutti”. Non si può contravvenire agli accordi spartitori tra Urss e Stati Uniti.
Questa fedeltà non li risparmia però dalla cosiddetta “Conventio ad excludendum”, per cui nonostante la rinuncia alla via rivoluzionaria, il Pci non può essere considerato una possibile forza democratica di Governo. E diviene un vero e proprio complesso del suo gruppo dirigente.

Negli anni Settanta, sull’onda delle lotte sociali scoppiate nel paese con il ’68, il Pci cresce elettoralmente arrivando circa al 35%. Potrebbe giocarsi la carta del Governo delle sinistre, mettendo finalmente in minoranza la Dc, ma stavolta è Berlinguer a fermare tutti. Inizia la stagione del “compromesso storico” e dei Governi delle astensioni, con il Pci fuori dal Governo a fare da stampella alla Dc. Berlinguer ha paura che in Italia finisca come in Cile, con il colpo di Stato al Governo Allende. E i comunisti perdono un’occasione irripetibile per arrivare al Governo.
Il resto è la storia recente dell’ultimo ventennio. Il Pci divenuto Pds, Ds e poi Pd riesce finalmente ad andare al Governo. Ma non si libera del complesso della “Conventio ad excludendum”. Potrebbe fare riforme di sinistra seppur compatibili con il sistema, ma pensa di dover dimostrare agli Usa di essere più fedele alla Nato della destra, ai mercati di esser più liberista dei liberisti, al Vaticano di esser più cattolico dei democristiani. Tanto da appoggiare le guerre in Kosovo e Afganistan, le più pesanti riforme strutturali del sistema pensionistico, dare il via al lavoro precario con il pacchetto Treu. Strizzando sempre l’occhio alla Chiesa, tanto che nelle ultime primarie Bersani mette nel proprio Pantheon il solo Papa Giovanni, seguito da un altro concorrente – Vendola – che ci mette invece il Cardinale Carlo Maria Martini. Dovessero mai pensare che siamo comunisti…

Però nella seconda metà degli anni Novanta sono al Governo e possono affondare il colpo su Berlusconi e il suo conflitto d’interessi. Ma di nuovo: “fermi tutti”, D’Alema spiega che è con lui che vanno fatte le riforme istituzionali. O ancora nel 2011 possono spazzar via Berlusconi andando al voto subito dopo la sua rovinosa caduta, con i sondaggi che lo danno ai minimi storici e Grillo non ancora così preoccupante. Invece no, “fermi tutti”, vanno rassicurati i mercati. Ecco il Governo Monti in coabitazione con Berlusconi, per appoggiare la più dura delle politiche di austerità, chiedendo alla Cgil di non fare nemmeno un’ora di sciopero.
Sono sicuri però di aver portato in dote dal Novecento, dalla gloriosa storia del grande Partito comunista italiano, il radicamento sociale, l’egemonia nel sindacato e tra gli intellettuali di questo paese. Di avere insomma uno zoccolo duro. Un elettorato forte e identitario. Pronto a dare fiducia al grande segretario del Partito qualsiasi scelta esso compia per la Causa.

Ma nel frattempo cambia il mondo, e la Causa non è più tanto chiara.
La violenta lotta di classe dall’alto, fatta dalle grandi imprese e poteri bancari, viene formalizzata in leggi dai Governi che si alternano dal ’94 ad oggi, in cui il Centrosinistra con varie formule governa per 9 anni. Ma pur avendo imposto una sconfitta al movimento operaio, sono convinti di avere il sostegno dei lavoratori. Perché “noi siamo la sinistra. E di là c’è Berlusconi”.
La campagna elettorale 2013 è in effetti il momento di affondare il colpo, di “dire qualcosa di sinistra”, come auspicava sempre Nanni un decennio fa. Magari non una patrimoniale ma, che so, almeno la tassazione dei redditi sopra un milione e mezzo di euro come Hollande in Francia. No, “fermi tutti”, non si fanno promesse. Non serve, “Perchè noi siamo il Pd”. L’unica organizzazione senza il nome del leader nel simbolo. L’unica che si richiama al modello organizzativo del partito novecentesco, mentre gli altri hanno ormai strumenti personalizzati, proprietà privata dei loro leader.
Ma va mantenuto solo il modello organizzativo del Novecento, non le grandi narrazioni, la voglia di cambiare il mondo. Adesso bisogna gestire l’esistente, dominato dai mercati. La politica è ormai compito dei professionisti della politica. La partecipazione democratica diretta dei cittadini è, quella sì, roba del Novecento.
Dal 2008 ad oggi, il Pd perde oltre il 30% dei suoi elettori, circa tre milioni e cinquecentomila voti. Ma non ne ha la minima percezione. Pensa di aver già vinto. E come nel 2006 perde 10-15 punti di vantaggio durante la campagna elettorale.

Ma che il Pd sta crollando non se ne accorge nemmeno la sinistra radicale, anch’essa in gran parte proveniente dal Pci. Una sinistra che definisce sempre la propria identità in relazione, contrapposizione o alleanza, con l’antica “casa madre”. Con cui va al Governo anche se non ne condivide le politiche. Perché “buono o cattivo è sempre il mio Governo”. Ma poi non entra in parlamento nel 2008 dopo la partecipazione al Governo Prodi, e nel 2013 caratterizza l’intera campagna di Ingroia sui tentativi di alleanza con il Pd, fino a dire che la sconfitta di Rivoluzione civile è colpa di Bersani… che non si è voluto alleare con loro.
Nel frattempo fuori c’è il mondo. C’è un mare aperto. Ma tutti stanno talmente chiusi nella loro barca da non accorgersi che arriva uno tsunami. “Non c’è nessun boom di Grillo”, diceva qualche mese fa il Presidente Napolitano, da sempre attento analista dei fenomeni politici.
Lo tsunami rovescia la barca, e conclude una storia. Ora, o si nuota in mare aperto o si affoga definitivamente.


27 febbraio 2013




dal sito IL MEGAFONO QUOTIDIANO





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